"Le indagini di Lolita Lobosco”, nuova serie diretta da Luca Miniero e con Luisa Ranieri

DOMENICA 21 FEBBRAIO IN PRIMA SERATA SU RAI UNO, ANDRÀ IN ONDA LA PRIMA DELLE QUATTRO PUNTATE DELLA SERIE TV “LE INDAGINI DI LOLITA LOBOSCO”, LIBERAMENTE TRATTO DAI ROMANZI DI GABRIELLA GENISI, DIRETTA DA LUCA MINIERO, CON LUISA RANIERI.   

 

AMBIENTATA E GIRATA PRINCIPALMENTE A BARI (LE RIPRESE SI SONO TENUTE ANCHE NELLE CITTÀ DI MONOPOLI, FASANO, POLIGNANO A MARE E PUTIGNANO), DAL 13 LUGLIO AL 25 NOVEMBRE 2020 PER 12 SETTIMANE, LA SERIE TV RAI VEDE COME PROTAGONISTI LUISA RANIERI, FILIPPO SCICCHITANO, GIOVANNI LUDENO, JACOPO CULLIN E CON LA PARTECIPAZIONE DI LUNETTA SAVINO. PRODOTTA DA ANGELO BARBAGALLO E LUCA ZINGARETTI PER BIBI FILM TV E ZOCOTOCO IN COLABORAZIONE CON RAI FICTION, “LE INDAGINI DI LOLITA LOBOSCO” È STATA REALIZZATA CON IL CONTRIBUTO DI APULIA FILM FUND DI APULIA FILM COMMISSION E REGIONE PUGLIA. 

Luisa Ranieri

La Puglia nuovamente protagonista in prima serata su Rai Uno. Accadrà domenica 21 alle 21.25 con la prima delle quattro puntate della nuova serie “Le indagini di Lolita Lobosco”, diretta da Luca Miniero con protagonista Luisa Ranieri. Liberamente tratto dai romanzi della scrittrice Gabriella Genisi (editi da Sonzogno e Marsilio Editori), la serie vede come protagonisti, oltre a Luisa Ranieri, Filippo ScicchitanoGiovanni LudenoJacopo Cullin e con la partecipazione di Lunetta Savino.

Le indagini di Lolita Lobosco
Luisa Ranieri e Lunetta Savino

Ambientata e girata principalmente a Bari (le riprese hanno coinvolto anche le città di Monopoli, Fasano, Polignano a Mare e Putignano), dal 13 luglio al 25 novembre 2020 per 12 settimane, la serie racconta le vicende di Lolita, una donna del Sud, mediterranea, vivace, empatica e single in carriera. È vicequestore del commissariato di polizia a Bari, sua città natale dov’è appena tornata dopo un lungo periodo di lavoro nel Nord Italia. A capo di una squadra di soli uomini, per essere autorevole Lolita non ha bisogno di castigare la sua innata sensualità. In un mondo ostinatamente governato dai maschi come quello dell’investigazione e della giustizia, Lolita sceglie di rimanere sé stessa, un prezioso mix di esplosiva bellezza e un pizzico di malizia che le permette non solo di affermarsi sui colleghi uomini, ma anche di combattere il pregiudizio di alcune donne. Lolita però, nonostante sprigioni fascino e bellezza, non ha mai avuto una storia importante.

Le indagini di Lolita Lobosco
Luisa Ranieri

Prodotta da Angelo Barbagallo e Luca Zingaretti per Bibi Film Tv e Zocotoco in collaborazione con Rai Fiction, “Le indagini di Lolita Lobosco” è stata realizzata con il contributo di Apulia Film Fund di Apulia Film Commission e Regione Puglia (586.885 euro) a valere su risorse del POR Puglia FESR-FSE 2014/2020. Per la realizzazione della serie sono state impegnate oltre 75 unità lavorative pugliesi, tra cast artistico e troupe.

Luisa Ranieri

Testo e foto da Apulia Film Commission

Le indagini di Lolita Lobosco
Luisa Ranieri

Gianrico Carofiglio La disciplina di Penelope

La disciplina di Penelope: Gianrico Carofiglio, Milano e le comfort zone

La disciplina di Penelope:

Gianrico Carofiglio, Milano e le comfort zone

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Bari (tutt'al più Roma), il rimpianto per il passato, personaggi maschili irrisolti che, per contrappasso, risolvono situazioni intricate: questi, in breve, sono gli ingredienti classici di un romanzo di Gianrico Carofiglio. In quasi vent'anni di carriera, l'ex magistrato pugliese è stato in grado di crearsi un vero e proprio linguaggio, una comfort zone letteraria nella quale questi elementi, tutti o in parte, vengono declinati nella trama di base. Un'arma a doppio taglio: se da un lato i molti lettori di Carofiglio hanno imparato a riconoscere e amare il suo stile (e, a dirla tutta, la reiterazione continua è ciò che maggiormente li attrae), dall'altro è inevitabile il rischio che i suoi romanzi possano apparire stanchi e ripetitivi, anche quando, come nel caso del precedente La misura del tempo, le trame sono avvincenti e ben congegnate.

Nel leggere La disciplina di Penelope, il suo ultimo lavoro uscito poche settimane fa nella serie dei Gialli Mondadori, si ha la sensazione che Carofiglio abbia voluto sovvertire completamente i suoi schemi consueti per scrivere un romanzo che, pur condividendo il DNA con le sue opere precedenti, di fatto vorrebbe andare in direzioni diametralmente opposte.

Eccoci dunque a Milano, con una protagonista femminile (la Penelope del titolo) alle prese con un'indagine che da subito sembrerebbe destinata al fallimento: l'uccisione di una donna, avvenuta un anno prima, per la quale il marito della vittima era stato dapprima incriminato e poi scagionato. È l'uomo stesso a chiederle di provare a risolvere questo cold case che, rimasto privo di colpevole, gli ha lasciato addosso lo stigma di unico indagato -e dunque più che probabile omicida. Penelope, che ha lasciato la carriera per un non meglio precisato incidente, accetta l'indagine con passiva rassegnazione: i risultati, ça va sans dire, saranno sorprendenti.

Romanzo breve, o meglio racconto lungo, La disciplina di Penelope ha dunque il chiaro pregio di portare la scrittura di Carofiglio in territori inesplorati: prima di tutto l'universo femminile, finora visto sempre dalla prospettiva di un uomo, è invece qui vissuto in prima persona, con risultati più che convincenti. Anziché fornirci un profiling completo della protagonista, l'autore preferisce tratteggiarne le caratteristiche di base, senza darne nemmeno una descrizione fisica; ciò si riflette nello stile più asciutto che mai e nella definizione dei comprimari, a loro volta sfuggenti e appena abbozzati. Emerge piuttosto chiara l'intenzione di fare di Penelope un personaggio seriale: molti chiarimenti circa la sua storia, compreso il “misterioso incidente”, sono rimandati alle prossime puntate; ma finché la cosa funziona, non dispiace.

Tuttavia, se la protagonista si rivela valida e accattivante, trama di base e setting non lo sono altrettanto: il caso del sospetto uxoricidio è avvincente in partenza e nella conclusione, ma nella parte centrale si dipana con eccessiva rapidità e praticamente senza false piste. Sembra quasi che, più che un poliziesco puro, Carofiglio abbia voluto scrivere un “anti-giallo”, privo però del sarcasmo e dell'acume che contraddistingue i maestri del genere come Dürrenmatt o Scerbanenco.

A maggior ragione Milano si rivela inadatta come teatro della vicenda: sebbene l'autore abbia scelto di descriverne non il caotico centro ma le zone più tranquille della nuova borghesia, la città sembra essere una copia svogliata di quella reale, priva del fascino multietnico e della sua densità abitativa. Senza fare eccessivi spoiler, quest'ultimo elemento crea le maggiori inconsistenze della trama. Si potrebbe obiettare che il testo nasce per un formato storicamente agile e destinato alle letture una tantum, da viaggio in treno: tuttavia, date le ottime premesse e l'innegabile qualità della scrittura, la delusione potrebbe essere dietro l'angolo.

La disciplina di Penelope finisce dunque per essere una sorta di lungo prologo per una nuova serie che, se sviluppata con la dovuta cura, potrebbe costituire una svolta nella carriera di Gianrico Carofiglio; fuori da questo contesto, il libro si rivela una lettura rapida e intensa, con qualche spunto notevole all'interno di una trama in precario equilibrio tra fascino e banalità.

Gianrico Carofiglio La disciplina di Penelope Mondadori
La copertina dell'ultimo romanzo breve di Gianrico Carofiglio, La disciplina di Penelope, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore (2021)

Daniele Giuva teatro

Il teatro ai tempi del coronavirus: intervista all'attore Danilo Giuva

Il teatro ai tempi del coronavirus: intervista all'attore Danilo Giuva

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

L'emergenza sanitaria attualmente in atto ha profondamente modificato lo stile di vita degli italiani: molte sono state le attività sospese una prima volta a marzo e, successivamente, intorno alla fine di ottobre, con l'arrivo della seconda ondata pandemica. In entrambe le circostanze, il settore della cultura è andato incontro a chiusure: a partire dal 6 novembre musei, biblioteche e archivi non sono accessibili; sono sospese inoltre mostre, convegni e qualsiasi attività comporti la presenza di pubblico. A essere maggiormente penalizzati, tuttavia, sono stati cinema e teatri, chiusi già col DPCM del 25 ottobre: una scelta controversa, sia perché la presenza del pubblico è essenziale per l'esistenza stessa di questi luoghi, sia perché i protocolli di sicurezza varati in seguito alla riapertura primaverile si erano rivelati particolarmente efficaci. La priorità, beninteso, rimane la tutela della salute pubblica; tuttavia la preoccupazione è che il mondo della cultura italiana abbia subito dei danni tali che, una volta messa sotto controllo la pandemia, tornare alla normalità possa essere ben più difficile del previsto.

Danilo Giuva e Licia Lanera a teatro con I sentimenti del Maiale. Foto di Manuela Giusto

Danilo Giuva, attore professionista pugliese, vive in prima persona questa spinosa situazione: “Le prove erano ripartite a giugno, mentre solo a settembre avevamo ripreso le attività di formazione; dopo poco più di un mese abbiamo dovuto sospenderle e rimandare tutto sine dieracconta Giuva durante un'intervista rilasciata ai microfoni di AngInRadio Triggiano- Giovani Radioattivi.

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Nato a Foggia ma formatosi tra Bari, l'America e la Danimarca, Giuva ha lavorato con registi del calibro di Emma Dante; attualmente fa parte della compagnia teatrale di Licia Lanera (attrice recentemente vista nel film Spaccapietre dei fratelli De Serio) in veste di attore, formatore e regista: sua un'originale mise en scéne di Mamma- Piccole tragedie minimali, l'ultimo testo di Annibale Ruccello. Le “prove” a cui si riferisce sono quelle de I sentimenti del maiale, opera di Vladimir Majakovskij e ultimo capitolo della trilogia Guarda come nevica inaugurata nel 2018 dalla Compagnia Licia Lanera, comprendente Cuore di Cane di Michail Bulgakov e Il Gabbiano di Anton Čechov; lo spettacolo, messo in scena a tempo di record dopo il lockdown di marzo-aprile, ha debuttato in prima assoluta il 25 agosto al Teatro Carignano di Torino in occasione della venticinquesima edizione del Festival delle Colline Torinesi; le repliche previste sono al momento sospese.

Licia Lanera a teatro con I sentimenti del Maiale. Foto di Manuela Giusto

Le implicazioni di questo fermo sono molte e complesse: “c'è sicuramente un danno economico” dice Giuva “i ristori economici stanziati sono del tutto insufficienti per chi fonda la propria vita sull'attività teatrale, esattamente come per qualsiasi altro professionista; inoltre molte indennità previste, a distanza di mesi devono ancora arrivare. C'è tuttavia un ulteriore danno, più subdolo, che coinvolge tutti quanti: in questo momento non è possibile condurre una vita normale, e il teatro, che di vita si nutre, ne risente notevolmente”.

In effetti i luoghi della cultura, tanto nella prima fase della pandemia quanto nell'immediato passato, sono stati i primi a essere chiusi, a differenza di attività commerciali e chiese, che pure mostrano un grado di rischio uguale o superiore: “questo riflette la cattiva interpretazione di cui soffre il mondo della cultura e il teatro in particolare” commenta Giuva “per lo più essi vengono visti come luoghi di intrattenimento, facilmente sacrificabili. Ma non è così: è in quei luoghi che circolano le idee, è lì che si costruisce il futuro”.

Questa cattiva percezione, riflette l'attore, non è condivisa da altre nazioni che, come l'Italia, stanno vivendo la crisi sanitaria: “in altri stati quello dell'attore è riconosciuto come mestiere a tutti gli effetti, e la copertura economica è assicurata non solo quando si è sul palco o in tournée, ma anche nei momenti in cui si prova o addirittura si crea”. Le parole di Giuva sono confermate dal fatto che, in altri Paesi europei, le attività teatrali sono state sospese solo in seno a lockdown generali, non prima.

Danilo Giuva teatro
Danilo Giuva a teatro con Mamma. Foto di Manuela Giusto

Come tutti i pregiudizi, quello sulla figura dell'attore tende a manifestarsi con violenza in periodi di crisi: sui social network molti sono i commenti inveleniti di chi invita gli attori a “trovarsi un vero lavoro” anziché gravare sulle spalle dello Stato. Giuva trova un'amara spiegazione a questo fenomeno: “non è possibile distinguere chi fa l'attore per mestiere e chi per hobby, perché di fatto non esiste un riconoscimento legale a questa professione”. Eppure il lavoro teatrale occupa un notevole monte ore, che non si ferma al solo allestimento degli spettacoli: la Compagnia Licia Lanera, ad esempio, spende molte risorse nella formazione di nuovi talenti, alla quale sono dedicati numerosi giorni a settimana. “A questo si aggiunge il 'normale' lavoro di attore: le prove vanno avanti dal mattino a sera inoltrata, quanto un vero e proprio full-time. E poi c'è tutto il tempo che va dedicato allo studio dei testi e dei linguaggi”.

C'è poi un pericolo che viene forse sottovalutato: sono molti i teatri e le compagnie che, nell'impossibilità di andare in scena, hanno fatto ricorso allo streaming. Si corre forse il rischio che questo mezzo di necessità vada a soppiantare del tutto il teatro dal vivo? “No” risponde Giuva “finché due persone potranno incontrarsi faccia a faccia, il teatro non morirà. La dimostrazione c'è stata la scorsa estate quando, pur con tutte le limitazioni e le precauzioni richieste, la gente è accorsa a vedere gli spettacoli dal vivo. Il teatro in differita è noioso e privo di emozioni, perché parla un linguaggio completamente diverso rispetto a quello dal vivo: perfino gli spettacoli televisivi di Eduardo De Filippo erano studiati espressamente per quel mezzo, con tempi tecnici e gestualità diversi; ma la gente vuole emozionarsi, è innamorata del teatro”.

Danilo Giuva teatro
Danilo Giuva a teatro con Mamma. Foto di Manuela Giusto

Si può comunque trarre un insegnamento dal triste momento che stiamo vivendo: è necessario pensare a una nuova cultura del teatro. “Bisogna sensibilizzare le nuove generazioni” dice Giuva “i giovani rispondono con entusiasmo se viene data loro l'opportunità di guardare uno spettacolo; tuttavia molto spesso non sono guidati nelle loro scelte, oppure non c'è un progetto coerente di avvicinamento al teatro, pertanto finiscono per annoiarsi o averne una visione distorta. Il teatro andrebbe studiato a scuola insieme alla letteratura, ma la verità è che molti docenti non sono né preparati né sensibili al teatro. Possiamo prenderci questo momento di pausa per rivedere un po' tutto e liberarci dai pregiudizi”, guardando a un futuro che si spera prossimo, quando si potrà tornare a godersi uno spettacolo in teatro.

Danilo Giuva teatro
Danilo Giuva a teatro con Mamma. Foto di Manuela Giusto

La distanza dei sentimenti: Spaccapietre dei fratelli De Serio

La distanza dei sentimenti:

Spaccapietre dei Fratelli De Serio

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Da un paio di decenni la Puglia è il set prediletto per una gran quantità di opere cinematografiche: la fondazione Apulia Film Commission ha saputo promuovere eccellentemente il fascino ancestrale di questa regione, i suoi paesaggi bucolici e i centri storici immacolati, che sono diventati il teatro perfetto per storie intense e poetiche, drammi e favole. Tuttavia chi si approccia a Spaccapietre, l'ultima fatica dei fratelli De Serio, cercando questa Puglia scenografica, rimarrà inevitabilmente deluso: i registi piemontesi, saliti alla ribalta nel 2012 con l'intenso Sette opere di misericordia, scelgono infatti di mostrarne il lato periferico e degradato. Niente scorci panoramici, niente inquadrature monumentali, ma solo campi brulli e riarsi che si estendono per chilometri e chilometri, lasciando al massimo intravedere le luci di una città irraggiungibile.

Lo stesso senso di vuoto e squallore si riflette nella storia dei protagonisti Giuseppe e Anto' (Salvatore Esposito e Samuele Carrino), un padre e un figlio che si trovano di colpo ad affrontare la perdita di Angela (Antonella Carone), morta di fatica in un centro di coltivazione illegale. Per rendere il lutto più sopportabile, Giuseppe fa al bambino una promessa impossibile da mantenere: prima o poi riuscirà a far ritornare da lui la mamma perduta. La loro vicenda, tuttavia, prenderà una strada opposta al sogno e alla speranza: disabile a causa di un incidente sul lavoro, l'uomo dovrà infatti affidarsi agli stessi aguzzini di Angela, entrando così in un mondo di sacrifici e umiliazioni, dove trovare calore umano è impossibile... o quasi.

Spaccapietre, presentato con grande riscontro di critica alle Giornate degli Autori della 77° Mostra del Cinema di Venezia, si ispira alla vicenda di Paola Clemente, morta a 49 anni mentre lavorava illegalmente in un'azienda agricola; impossibile, dunque, non vedere in questo film una netta denuncia al caporalato, piaga sociale che tuttora affligge il Meridione. I fratelli De Serio scelgono di portarne in scena gli aspetti più crudi e depersonalizzanti, che si evincono tanto nell'epopea di Giuseppe e Anto' quanto nel modo in cui essa è raccontata. Nulla, nello sviluppo della storia, è concesso al sentimento e all'emozione: le interazioni tra i personaggi sono asettiche e discontinue, quasi esclusivamente gestuali; non è un caso che nelle fila del cast di contorno figurino volti noti del teatro pugliese, come Vito Signorile e Licia Lanera. Non è così per i due protagonisti, i quali regalano al film i pochi momenti di sincera tenerezza: un plauso va sicuramente a Salvatore Esposito, che è riuscito ad allontanarsi dai suoi personaggi-feticcio per interpretare efficacemente un uomo smarrito e incapace di fronte a una serie crescente di drammi.

Spaccapietre

Questo alternarsi tra distanza emotiva e rapporto filiale è con una serie di espedienti tecnici interessanti: a interminabili scene in campo lungo e inquadratura fissa si contrappongono piani sequenza che lasciano fuori i volti e sfocano gli ambienti per concentrarsi su dettagli apparentemente insignificanti. I lati oscuri dell'animo umano che vengono fuori da questa vicenda sono invece illustrati mediante una fotografia che privilegia la luce naturale: in questo la scelta della Puglia come set ha consentito di avvalersi di meravigliosi tramonti oscuri in cui il sole appare come una minima striscia all'orizzonte, quasi a simboleggiare l'impossibilità di raggiungerlo.

Spaccapietre si giostra dunque tra un crudo realismo e una simbologia esasperata, prossima all'allegoria: questo, tuttavia, risulta essere un punto debole. L'annichilimento dei sentimenti comporterebbe inevitabilmente il trovarsi super partes, o quantomeno far passare sottotraccia il proprio punto di vista: i De Serio, come già detto, prendono invece una posizione netta e non si risparmiano una sequela di stoccate nella forma di scene smaccatamente didascaliche. In alcuni frangenti si avrà addirittura l'impressione di assistere a una versione neorealista de La vita è bella, il che, se da un lato giova all'empatia dello spettatore, dall'altro vanifica in parte lo sforzo di fotografare con taglio documentaristico le brutture del caporalato. Questa indecisione risulta fin troppo evidente nel finale che, senza fare spoiler, richiederebbe un coinvolgimento emotivo abnorme, ma finisce per confondere lo spettatore.

Spaccapietre è dunque un bel film confezionato alla perfezione, con un ottimo cast e un'attenzione maniacale alle componenti tecniche; sarebbe tuttavia stato auspicabile studiarne approfonditamente l'identità, scegliendo se girare un film realista oppure una favola nera.

Spaccapietre

Spaccapietre
La locandina del film Spaccapietre, per la regia dei fratelli Gianluca e Massimiliano De Serio, La Sarraz Distribuzione

Il film è in programmazione in quattro sale pugliesi: il Multicinema Galleria a Bari (Corso Italia, 15), il Cinema Sidion a Gravina in Puglia (Via Bari, 33), l'UCI Cinemas a Molfetta (Via dei Portuali, 12) e il CineTeatro Buccomino a Spinazzola (Corso Umberto I).

Per le foto si ringrazia Apulia Film Commission


Apulia Film House: nasce il museo del cinema pugliese

Il 31 luglio 2020 l'Apulia Film Commission ha inaugurato un nuovo braccio operativo: l'Apulia Film House. Questo nuovo polo non sarà solo un museo dedicato alle pellicole girate in Puglia ma, soprattutto, sarà una struttura dedicata alle nuove produzioni.

Apulia Film House
Foto © Fondazione Apulia Film Commission

La Puglia è presto diventata una delle regioni che più ha investito nel mondo del cinema e dell'audiovisivo. L'Apulia Film Commission, fondata nel 2007, nacque con l'obiettivo di incrementare il numero di produzioni cinematografiche e televisive ambientante in Puglia. Da quel lontano 2007, gli ingranaggi produttivi e promozionali non hanno mai smesso di lavorare, tanto che ad oggi abbiamo un totale di ben 500 produzioni audiovisive ambientate e girate in Puglia.

 

Festival e celebrazioni

La nascita del celebre Bifest nel 2009, ha dato il via ad una serie di festival commissionati dall'Apulia Film Commission: Festival del cinema europeo, Festival del cinema del reale, Otranto Film Fund Festival, Registi fuori dagli sche(r)mi, Sa.Fi.Ter, Messapica Film Festival. Il ruolo di un festival è quello di permettere la fruizione continua di film noti e di film d'autore o di autori emergenti.

I vari incontri organizzati, invece, permettono al pubblico di incontrare registi, sceneggiatori e attori, creando continua possibilità di confronto.

Per i cinefili baresi, invece, c'è la possibilità di immergersi nel mondo del cinema ogni giorni grazie a due strutture: la Mediateca Regionale Pugliese con sede in Via Zanardelli, 30; il Cineporto situato all'interno della Fiera del Levante nel padiglione 180. Il Cineporto, oltre sala cinema, è un vero e proprio centro cinematografico con scenografie, sale casting e rassegne cinematografiche con ospiti internazionali.

 

Apulia Film House

L'Apulia Film House è prima di tutto un museo dedicato alla storia del cinema. La parte museale si trova al piano terra e sarà dedicata a visite guidate soprattutto per le scuole. L'allestimento è stato curato dalla Factory Makinarium di Leonardo Cruciano e dispone di alcune imponenti scenografie di uno dei più importanti film di Matteo Garrone: Il racconto dei racconti.

Il pubblico, quindi, potrà osservare dal vivo La grotta della pipistrella Il drago marino. Continuando il percorso ci si imbatte in due sale differenti: una stanza dove sono esposte le locandine donate dalla Mediateca, teche e tavoli espositivi di scenografie provenienti da produzioni internazionali girate in Puglia; una stanza in cui troviamo gli uffici e i laboratori di post produzione. Infine è presente una sala proiezioni con 60 posti disponibili.

La Presidentessa dell'Apulia Film Commission, Simonetta Dellomonaco, ha annunciato che il primo progetto dell'Apulia Film House sarà il nuovo video musicale di Cesare Cremonini. La Dellomonaco ha specificato che questa nuova struttura permetterà di aprire un dialogo più ampio sulle tecnologie e lo sviluppo del cinema, così da potersi confrontare anche con realtà più ampie. L'Apulia Film House diverrà presto un luogo di incontro, dove professionisti del settore e aspiranti cineasti potranno realizzare le proprie ambizioni e accrescere il nome e la fama dell'Apulia Film Commission.

L'Apulia Film House aprirà al pubblico lunedì 14 settembre e sarà possibile visitarla tre giorni a settimana: lunedì, mercoledì, venerdì nel rispetto delle norme anti-COVID. Per la visita è necessario prenotare, inviando una mail con nome, cognome e numero di telefono all'indirizzo [email protected]

Apulia Film House
Foto © Fondazione Apulia Film Commission

Apulia Contemporary Art Prize 2020: oggi l'apertura

Sabato 5 settembre 2020 alle ore 18.30 presso la sede di Bibart Biennale, Chiesa di Santa Teresa dei Maschi, a Bari, si terrà l’apertura dell’Apulia Contemporary Art Prize 2020, mostra concorso organizzata dall’Associazione di Promozione Sociale FEDERICO II EVENTI, VALLISA Cultura, BIBART Biennale in collaborazione con ass. I bisbiglii dell’Anima e con i patrocini di Comune di Bari e Comune di Gioia del Colle.
All’evento saranno presenti l’Assessore alle politiche culturali e turistiche della città di Bari Ines Pierucci e il Prof. Paolo Ponzio coordinatore del piano strategico Cultura della Regione Puglia.

Miguel Gomez direttore del premio spiega le motivazioni dello stesso: in questo tempo incerto, che ne è del grande calderone di mezzi espressivi dell’arte? Domanda provocatoria, in cui non si ha la consapevolezza di poter dare risposte, per la complessità del tema, e un po’ perché le uniche risposte dovranno essere affidate agli stessi artisti, in sintesi, solo l’arte potrà dire cosa sarà dell’arte dopo la pandemia.

Ci troviamo ad osservare un mondo dove il caos comunicativo ha creato la non-estetica, e a un primo sguardo ci stiamo accorgendo che l’arte si è chiusa in un mondo esclusivo e che non include, un mondo indecifrabile dove il linguaggio alieno e incomprensibile è divenuto padrone. Tutto questo prima del covid era tollerato e accettato senza euforia ma con rassegnazione, oggi nel forse dopo covid questi linguaggi ci auguriamo di non accettarli più, siamo convinti che l’arte per continuare a essere tale deve necessariamente cambiare. Apulia contemporary art prize è una mostra concorso che ha per tema, “La bellezza ritrovata”. in questa fase di lenta ripresa dopo la tragedia del virus dobbiamo rivedere il mondo con occhi diversi, l’intento è quello di osservare queste opere con occhi rinnovati, uno sguardo indietro per proiettarci nel futuro.

In esposizione 54 artisti con opere provenienti da Puglia, Basilicata, Sicilia, Lazio, Valle d’Aosta, Lombardia, Abruzzo, Veneto.

Monica Abbondanzia, Lusa (Sergio Abbrescia), Milena Achille, Maria Bitetti, Damiano Bitritto, Francesca Brivio, Roberto Capriuolo, Antonio Caramia, Francesco Cardone, Cesare Cassone, Marco Ciccarese, Pasquale Conserva, Anna Cristino, Pasquale dalle Luche, Emanuela de Franceschi, Arcangela di Fede, Raffaella Fato, Canio Franculli, Germana Galdi, Nancy Gesario, Mara Giuliani, Roberta Guarna, Mina Larocca, Rosa Leone, Gabriele Liso, Antonella Lozito, Andrea Mangia, Cesare Maremonti, Nilde Mastrosimone de Troyli, Alessandro Matassa, Giuseppe Miglionico, Mimmo Milano, Toy Blaise (Biagio Monno), Giancarlo Montefusco, Domenico Morolla, Sante Muro, Pasquale Palese, Francesca Paltera, Alessandra Peloso, Angela Piazza, Gina Pignatelli, Biagio Pisauro, Marialuisa Sabato, Annalisa Schirinzi, Valentina Scrocco, Carmen Toscano, Giuseppe Toscano, Anna Troyli, Vito Valenzano, Dino Ventura, Tommaso Maurizio Vitale, Vittorio Vertone, Valentina Zingaro, Valeria Zito, Barbara Zuccarino.

Apulia Contemporary Art Prize 2020

Il premio prevede l’allestimento di un’importante esposizione itinerante composta da due mostre. La prima presso la Chiesa seicentesca di Santa Teresa dei Maschi di Bari dal 5 al 19 settembre e la seconda a Gioia del Colle dal 26 settembre al 4 ottobre nel chiostro di palazzo San Domenico.

Orari di apertura mostra di Bari dal martedi al sabato ore 10.30/13.00 – 16.00/19.00 Domenica e lunedi chiuso

Testo e foto sull'Apulia Contemporary Art Prize 2020 dall'Ufficio Stampa BIBART Biennale


Bifest - Una notte con La ragazza con la pistola

Il Bifest (Bari International Film Festival) è riuscito a dare il via alla sua undicesima edizione, nonostante le mille difficoltà nate dall'emergenza Covid-19. Spostato da una cornice primaverile ad una cornice tardo estiva, il Bifest ha espugnato il capoluogo barese per inondarlo di cinema grazie ad un programma ricco di anteprime e incontri.

La prima giornata è iniziata con il saluto e ricordo di due maestri: Ennio Morricone, le cui musiche sono state riprodotte per tutta la giornata; Mario Monicelli, il regista deceduto dieci anni fa a cui è dedicata questa edizione del festival.

La giornata è iniziata alle 11.30 con la presentazione della mostra fotografica dedicata a Monicelli, visibile presso il Teatro Margherita. Le ore successive, invece, sono state governate dalle proiezioni di film quali: Semina il vento (Daniele Caputo); È arrivato il cavaliere (Mario Monicelli); Free country (Christian Alvart); Hammamet (Gianni Amelio). Grande conclusione della giornata è stata la proiezione in Piazza Prefettura del film La ragazza con la pistola di Mario Monicelli.

Bifest la ragazza con la pistola
Foto di Sabrina Monno

Ennio Morricone e Alberto Sordi

Prima dell'inizio della proiezione del film, Felice Laudadio (il direttore del festival) ha presentato una serie di tributi dedicati alle personalità del cinema che ci hanno lasciato. Il primo ricordo è stato dedicato ad Alberto Sordi, nato cento anni fa. Il regista Marco Cucumia ha realizzato un piccolo cortometraggio in onore dell'attore romano dal titolo Il silenzio di Alberto.

Il corto mostra alcune immagine prese dai vari set, in cui vediamo un Alberto Sordi pacato e silenzioso. Dopo queste mute immagini è arrivata la musica di Morricone. Il Bifest ha montato un cortometraggio per rendere omaggio al compositore scomparso. Sul grande schermo sono apparse le immagini della scorsa edizione del Bifest, in cui Ennio Morricone ottenne le chiavi della città di Bari.
La cerimonia iniziale, diretta da Laudadio e dalla regista tedesca Margarethe Von Trotta, ha dato ufficialmente inizio al Bifest.

Bifest la ragazza con la pistola
Locandina del film La "ragazza" con la pistola, per la regia di Mario Monicelli, protagonista delle prime ore di Bifest

La ragazza con la pistola - L'importanza del restauro al Bifest

Il film La ragazza con la pistola (1968) è stato il primo film che ha reso Monica Vitti un'attrice comica. La Vitti, precedentemente musa di Michelangelo Antonioni per la sua trilogia sull'incomunicabilità, viene scelta da Monicelli per un ruolo totalmente differente. La ragazza con la pistola è, infatti, un classico esempio di commedia all'italiana. Bisogna precisare che il concetto di commedia all'italiana negli anni successivi al boom economico, si identifica in un genere specifico che tende a fare dell'umorismo sui classici stereotipi italiani.

Assunta (Monica Vitti) è una giovane ragazza siciliana che viene sedotta da Vincenzo (Carlo Giuffré) per poi essere abbandonata. Essendo nata in una famiglia di sole donne, Assunta non ha un padre che possa vendicarla e restituirle l'onore perduto, così la madre e le sorelle le dicono di farsi giustizia da sola. Vincenzo fugge in Inghilterra per trovare fortuna e Assunta, munita di pistola nella borsetta, gli corre dietro.

Dalla Sicilia retrograda ci troviamo catapultati dell'Inghilterra del beat e della minigonna. Assunta, inizialmente, non comprende questo modo di vivere e si scontra più volte con le persone che la aiuteranno durante questo folle inseguimento. Assunta e Vincenzo si inseguono per tutta l'isola, fino al momento in cui Assunta si rende conto che concetti come "vendetta" e "onore" non fanno più parte di lei e deciderà, infine, di diventare parte della sfavillante Swinging London.

La versione proiettata in Piazza Prefettura è stata restaurata dalla Cineteca Nazionale
Il restauro ha reso possibile il recupero di colori nitidi e di un'audio decisamente migliore. Soprattutto, il restauro continuo di film ci permette di viaggiare nel tempo, permettendo anche alle generazioni future di poter godere di spettacoli del passato.

Bif&st Bari International Film Festival 2020
© Pino Settanni – Luce Cinecittà

Pandemonium: Neo-Decameron, Il lato dark fantasy della pandemia

Pandemonium: Neo-Decameron

Il lato dark fantasy della pandemia

Quando in letteratura si è trattato di parlare di epidemie, fughe e nuove prospettive per l’Umanità, il numero dieci si è rivelato vincente: dal Decameron di Boccaccio in poi, i suoi multipli – o sottomultipli, quale la “corruzione” favolistica del reale, contenuta nel Pentamerone di Basile – ne hanno scandito il percorso e ci hanno proiettati in una realtà allucinata, un tunnel dal quale uscire con i gomiti, fino a raggiungere la luce o il suo antipode.

Questa legge non scritta si rinnova con Pandemonium: Neo-Decameron (Lethal Books), concepito nei giorni successivi al lockdown degli scorsi mesi: è stato proprio l’abbattersi di questa scopa manzoniana sulle nostre esistenze a far germinare l'ambiziosa idea di un nuovo Decameron nelle mente dei dieci autori, i cui testi sono raccolti in questa antologia.

Cristiano Saccoccia (cui si deve anche la curatela), Francesco Corigliano, Riccardo Mardegan, Maurizio Ferrero, Mala Spina, Antonio Lanzetta, Caleb Battiago (Alessandro Manzetti), F.T. Hoffmann (Fabio Tarussio), Domenico Mortellaro, Laura Silvestri, Paolo Di Orazio, Luca Mazza e Jack Sensolini evocano un'Italia medievale in decadenza o dalla modernità corrotta: se nelle prime righe questo Stato surreale può risultare familiare al lettore, esso sarò presto deformato dal filtro della mente di chi immagina un Grande Male endemico e misterioso, in grado di spiegare le proprie trame lungo i rivoli più reconditi della fantasia, accesa come la fiamma di un tizzone infernale.

Vero punto di forza dell'antologia è la coralità, nonché la varietà di linguaggi che contraddistingue ciascun racconto e conferisce una visione multiforme del Morbo che attanaglia l’esistenza dei vari personaggi.

Pandemonium Neo-Decameron
La copertina dell'antologia Pandemonium Neo-Decameron, a cura di Cristiano Saccoccia, pubblicato da Lethal Books con postfazione di Luca Mazza e Jack Sensolini

Si inizia con la storia del medico di Santa Canopia, che Francesco Corigliano immagina alla ricerca dell’epicentro di un'epidemia dove corpo umano e pietra si trovano convolti in “un’infezione dei palazzi, qualcosa che si insinuava non nei corpi organici ma nei mattoni, passando da edificio a edificio, corrompendo, deformando, schiudendo nuovi aspetti del concetto di Essere”, per poi passare con un deciso cambio di registro, alla cronaca dello scontro “stregato” tra il Capitano del Popolo Alvise Mustacchin, in difesa dei bestemmiatori di Camponogara, schiacciati tra il potere di Venezia e i voleri del vescovo Cornero, nel padovano del 1520. Ci si chiede poi, se una rievocazione dei Misteri pasquali, se il simulacro vivente della morte e resurrezione del Dio-Vivente, possa prestarsi a un supplizio, a una discesa negli inferi del peccato. Per Maurizio Ferrero la risposta è assolutamente positiva, se è questa la forma che assume il supplizio estremo per Lambrotto, lussurioso indemoniato che acquisterà la forma di una crocifissione in un racconto venato di rimandi danteschi, per poi concludersi con un finale che richiama il celebre romanzo Il Profumo di Patrick Süskind.

Un padre e una madre che discutono del proprio figliolo mentre lo seguono per via: cosa ci può essere di più rassicurante? Nulla, tranne l’idea di Mala Spina di far seguire il buon Goffredo Degli Spini dai fantasmi di coloro che lo misero al mondo, destreggiandosi al contempo tra gli Untori in un 1350 da incubo. Si ritorna poi ai panorami italiani da rifuggire, da lasciarsi alle spalle a ogni costo, nel racconto di Antonio Lanzetta, nel quale i due giovani protagonisti, gli orfanelli Rico e suo fratello Tobia, sono impegnati nella strenua fuga da Salerno, ormai ammorbata in ogni suo singolo aspetto, decadente e colma di pericoli, verso il porto sicuro di una Sardegna isolata dal Mondo allo sfacelo.

Si passa poi a trovare, tra oscurità e cenere, una moltitudine di gente bella e stecchita, ammassata davanti alla navicella di Caronte, che però nel racconto di Caleb Battiago (Alessandro Manzetti) ha il volto furfantesco e un po' imbranato dello psicopompo Pandemonio, e dei suoi colleghi diavoli Fuliggine e Finimondo, alle prese con la difficoltà di gestire un afflusso di gente così cospicuo a causa della pestilenza.

Le forze del male non si risparmiano neppure nel racconto di F.T. Hoffmann (Fabio Tarussio), che si svolge in un Seicento friulano, battuto da un Benandante, figura mitica e magica allo stesso tempo, che forse riuscirà a porre un argine agli abusi compiuti intorno all’ultimo bastione della speranza, il monastero San Spedito Martire. Questo gusto per il soprannaturale che non lascia spazio a spiegazioni, lo troviamo anche nel racconto di Domenico Mortellaro, nel quale il nostro protagonista si accompagna da “Bari a Canosa, con la zingarella un po’ troppo appiccicata” beccandosi la “Nera”, che ora mai “da Canosa a Torre del Tuono, da qualche parte tra Giovinazzo, Terlizzi e Bitonto, e tosse, febbre, bubboni, non si potevano nascondere”: e lui, come risorge da morente? Ma è poi vero? I miracoli esistono? Lux in Tenebris!

Eccoci ora all’unica eroina, nel racconto di Laura Silvestri, la strega Fantàsima, che a Prato decide di fabbricarsi un servo risvegliando uno sventurato dal sonno eterno al quale la pestilenza del 1348 lo aveva condannato; ma un risvolto improvviso fa si che la lacrimevole storia del servo della strega, Rinaldo de’ Puglisi, giunga a un pubblico processo contro Monna Filippa. Il boccaccesco e l’orrido qui si coniugano mercé la pietas che suscita il caso del redivivo.

L’ultimo racconto, quello di Paolo Di Orazio, si svolge nella Città Eterna, che però rischia di crollare a causa della pestilenza che l’ha colpita: Fausto Bergmann, benestante ebreo del ghetto di Roma, cerca in ogni modo di sfuggire a quel disastro, generato non si sa da che carico di merce, forse, e giunto in città non si sa bene come: dovrà tuttavia rendersi conto che esistono cose dalle quali (forse) non si può sfuggire.

Sembra quasi che nella conclusione di tutti i racconti con questa ambientazione, riecheggino le ultime parole del Venerabile Beda “…ma quando cadrà Roma, anche il Mondo cadrà" (forse).

John Martin, Pandæmonium, Musée du Louvre. Foto Flickr di Jean-Pierre Dalbéra, CC BY 2.0

Ecco la dimensione, i Mondi, che gli amanti del genere e non solo potranno in questi racconti, le stesse sensazioni che trasmette il Pandemonium, l’omonimo quadro del pittore inglese John Martin: sullo sfondo la maestà di un mondo ordinato e monumentale, che può apparire costruito con pietre intagliate di granitiche certezze, ma che si liquefa alle fondamenta per colpa di un fiume di lava infernale scaturito da un cielo saettante, che una divinità maligna e rigeneratrice, un Marte senza tempo o una Minerva dal suo volto più terribile, evoca sul nostro capo.

Cristiano Saccoccia, curatore dell'antologia Pandemonium: Neo-Decameron 

Bari: nuova fase del Festival del libro sociale e di comunità

IL FESTIVAL DEL LIBRO SOCIALE E DI COMUNITÀ

ENTRA NEL VIVO CON SEI APPUNTAMENTI FINO AL PRIMO AGOSTO

Festival del libro sociale e di comunitàDopo le attività di animazione svolte negli spazi per leggere e sull’imbarcazione di Bari Social Boat, si apre una nuova fase del Festival del libro sociale e di comunità “Ciascun lettore, ciascuna lettrice”un'iniziativa promossa dall'assessorato al Welfare nell'ambito del progetto Bari Social Book finanziato dal Cepell e dal Comune di Bari con il bando “Città che legge” e gestito dalle cooperative sociali Progetto Città e Aliante e dall'associazione IDEE Felicità contagiosa.

Nel rispetto di tutte le attuali norme di sicurezza, gli autori e gli artisti coinvolti, “scortati” dal furgone di Cooltura on the road, attraverseranno la città sostando, per ogni singola iniziativa, negli Spazi sociali della Biblioteca popolare diffusa e nell’incantevole scenario del Faro Borbonico.

Questa fase del festival sarà incentrata sui sensi, intesi come cammino e come percezione del tatto, del gusto, della vista, dell’olfatto, dell’udito, come una direzione che sembrava perduta e che, con cautela e determinazione, vuole rappresentare la voglia di ripartire.

Lunedì 27 luglio la seconda tappa a Orto domingo (olfatto), alla scoperta delle erbe e delle spezie in letteratura e l’incontro con gli autori Nico Catalano (“Ecce Mondo”, Giazira) e Ilaria d’Aprile (“Abecedario verde”, La Meridiana). Terza tappa mercoledì 29 luglio al Faro Borbonico con le letture a cura dell’attrice Maria Paola Cozzi, l’interprete LIS Daniela Pantaleo, la musicista Annamaria Bonsante e l’incontro con gli autori Carlo Mazza (“Naviganti nelle tenebre”, E/O) e Gianni Spinelli (“La scatola di cuoio”, Fazi). Quarta tappa il 30 luglio presso l’Opera San Nicola (gusto) con Michele Aprile (“Voglio le lenticchie il mercoledì”, Schena) e l’omaggio alla produzione artistica di Saverio La Sorsa nel ventennale della sua morte. Marianna Di Muro leggerà le “Fiabe e novelle del popolo pugliese”, cui seguirà l’intervento di Piero Cappelli, editore di La Sorsa.

Ancora da definire la data prevista all’Istituto Fornelli (vista) con Cinzia PonticelliDavide Ceddia (“Piinze che la capa tò Rimando in lingua barese”, Edizioni dal Sud) e Florisa Sciannamea (“Dieci ragazze per me”, Edizioni dal Sud).

Il 1° agosto lo spazio sociale Chiccolino ospiterà, infine, l’ultimo appuntamento della rassegna, che prevede l’intervento dell’autore Mariano Rizzo (“Storie di tenebre. Nella storia di Puglia”, Edizioni di Pagina) e di Marileda Maggi.

“Questa quarta edizione del Festival del libro sociale e di comunità entra nel vivo con una settimana di eventi diffusi declinati sul tema dei cinque sensi - commenta l’assessora al Welfare Francesca Bottalico -, a conferma di come l’esperienza di Bari Social Book e il processo sociale e di comunità avviato continuano a generare un forte impatto su tutto il territorio cittadino. Grazie all’entusiasmo e alla passione di tanti operatori sociali, bibliotecari e librai e dei partner che compongono la rete, stiamo portando avanti un intenso lavoro collettivo che connette persone ed esperienze diverse accomunate dall’idea che la lettura sia uno straordinario strumento di inclusione e crescita della nostra comunità. In poco più di quattro anni abbiamo attivato 25 Spazi sociali per leggere in tutta la città, raccolto più di 8000 libri, ottenuto per il quarto anno il riconoscimento di “Bari città che legge” oltre al premio nazionale lo scorso anno come uno dei migliori progetti in termini di promozione alla lettura, e coinvolto un gruppo di più di 30 volontari formati e monitorati dal progetto, che animano questi luoghi con il supporto dei bibliotecari della città. Un progetto complessivo che, in rete con le librerie, nei prossimi mesi vedrà la distribuzione di bonus libro  e di centinaia di libri in favore di tutte le famiglie vulnerabili, in un'ottica di contrasto alle povertà educative. Sono certa che questi nuovi appuntamenti del festival vedranno una grande partecipazione, nei limiti delle restrizioni legate al contrasto della diffusione del Covid-19”.

Il Festival del libro sociale e di comunità, ideato dalla rete Bari Social Book, è finanziato grazie al premio “Città che legge” del CEPELL (Centro per il Libro e la Lettura), promosso dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. È curato dall’associazione Idee, presieduta da Rossella Mesto, con la direzione artistica di Alessandro Cobianchi in collaborazione con Cinzia Ponticelli. Lo staff delle animatrici è composto da Rosanna Superbo e Mariateresa Monniello.

 

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa Comune di Bari


Tra ricordi ambigui e lunghe divagazioni: La misura del tempo di Gianrico Carofiglio

Tra ricordi ambigui e lunghe divagazioni:

La misura del tempo di Gianrico Carofiglio

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Nel 2022 Gianrico Carofiglio festeggerà i primi vent'anni della sua carriera letteraria: in questi due decenni lo scrittore ed ex-magistrato pugliese è stato in grado di produrre una quantità invidiabile di opere, tra racconti brevi e romanzi, e di guadagnarsi un seguito di tutto rispetto. Bisogna inoltre riconoscergli l'estrema coerenza nella scelta delle tematiche da affrontare, nei toni da adoperare e nel tratteggio dei propri personaggi; ne consegue che, nonostante il loro grande numero, i suoi testi siano quasi tutti riconducibili a due filoni principali: il legal thriller, cui appartengono i romanzi che hanno per protagonista l'avvocato Guido Guerrieri, e il noir puro, inaugurato da Il passato è una terra straniera (2005) e di recente serializzato con l'introduzione di un secondo personaggio ricorrente, il commissario Fenoglio. Gli esemplari pertinenti all'uno o all'altro canone (e, a dirla tutta, anche le sporadiche deroghe) sono sempre permeati da una certa malinconia, dal rimpianto per il tempo trascorso e dalla disillusione dell'età adulta; si svolgono inoltre in luoghi notturni densi di ricordo, popolati da personaggi romanticamente complessi e vivacizzati da ardite sinestesie: una sorta di universo che i lettori hanno imparato a conoscere e apprezzare.

La misura del tempo, uscito negli ultimi mesi del 2019 per Giulio Einaudi Editore e oggi candidato al Premio Strega, vorrebbe forse proporsi come un compendio della produzione carofigliana: esso risulta pienamente ascrivibile a entrambe le tipologie predilette dall'autore e presenta in grande spolvero tutte le componenti basilari dei suoi libri, giungendo a un risultato decisamente interessante.

Palazzo Mincuzzi a Bari. Foto di Elias Nössing

Nella sua sesta avventura, l'avvocato barese Guido Guerrieri è stavolta alle prese con la difesa di un giovane accusato dell'omicidio di un piccolo spacciatore; il caso è reso particolarmente spinoso dal fatto che il ragazzo, delinquente conclamato, sia già stato condannato in primo grado, e soprattutto dalla scomoda figura di sua madre Lorenza.

Ella è una vecchia fiamma di Guido: quando lui era ventenne lo aveva iniziato a una vita bohémienne priva di inibizioni, facendogli perdere la testa per poi abbandonarlo e riapparire a distanza di trent'anni, nelle vesti di una donna disincantata e ambigua. L'inquietudine del protagonista nei suoi confronti si riflette inevitabilmente sulla percezione del caso, portandolo a non essere mai pienamente convinto della colpevolezza o dell'innocenza del suo assistito.

Lorenza è in effetti la personificazione dei temi portanti del libro, espressi efficacemente già dal titolo stesso del romanzo: l'umano straniamento nel rendersi conto che il tempo scorre in una sola direzione, la potenza autolesionistica della nostalgia e al tempo stesso la possibilità che, a un riesame a distanza, il ricordo possa rivelarsi fallace fino a raggiungere conclusioni opposte a quelle iniziali, a loro volta scorrette.

La narrazione si snoda pertanto su due piani narrativi che si intersecano tra loro: il presente di Guerrieri, che include l'indagine che questi compie assieme al suo variopinto team, e un corposo flashback in cui viene narrata l'avventura tra Guido e Lorenza; quest'ultimo blocco, a sua volta, alterna la rievocazione di episodi significativi ad altri molto meno interessanti, risultando forse eccessivamente lungo e, in molti frangenti, monotono.

Esiste poi un terzo piano narrativo che trascende in maniera subdola gli altri due: quello delle divagazioni. Nel capitolo 13, parlando del romanzo di Laurence Sterne La vita e le opinioni di Tristam Shandy, gentiluomo, elogiandolo come “un grande romanzo di divagazioni” Guerrieri afferma: “le divagazioni sono la mia passione, in tutti i campi”. Non è difficile riconoscere in questa dichiarazione la voce dello stesso Carofiglio, poiché la sua poetica si basa su un massiccio utilizzo di questa tecnica narrativa.

Non fa eccezione La misura del tempo, nel quale la narrazione si interrompe spesso per lasciar spazio a parentesi brevi o lunghe, entro le quali l'autore inserisce ricordi, opinioni, aneddoti, perfino ricette: ciò accade all'interno di singoli paragrafi, talvolta addirittura nel bel mezzo di dialoghi e periodi; interi capitoli, infine, deviano dalla storia principale per presentare delle scene d'intermezzo.

Non sempre queste digressioni risultano efficaci o propedeutiche allo svolgimento della vicenda: se alcune di esse aiutano a entrare nella quotidianità di Guerrieri e/o a meglio comprenderne comportamenti e stati d'animo, molte altre sembrano fini a loro stesse. È il caso della sequenza ambientata nella libreria notturna dal suggestivo nome “l'Osteria del Caffelatte”, luogo inventato da Carofiglio e amato dai suoi lettori: per quanto affascinante, questa lunga scena (che comprende perfino una dissertazione filosofica di ben tre pagine) risulta del tutto priva di utilità, facendo sorgere il dubbio che l'autore l'abbia inserita per pure questioni di fanservice.

Le digressioni risultano quantomai deleterie se si considera che la vicenda giudiziaria alla base del romanzo sia una delle più avvincenti mai costruite da Carofiglio. La storia di Iacopo, figlio di Lorenza, è studiata per instillare nel lettore lo stesso dubbio che affligge Guerrieri, portandolo di volta in volta a propendere per innocenza o colpevolezza.

Ne risulta che i frangenti più godibili e riusciti del libro siano quelli in cui l'indagine e il successivo procedimento giudiziario vengono narrati con l'asettica linearità di un verbale, inframmezzata al massimo dalle inevitabili (ma utilissime) spiegazioni per i non addetti ai lavori; il continuo rovesciarsi dei ruoli e il rimpallo tra accusa e difesa non scioglie affatto il dubbio alla base della storia, riflettendo in pieno l'ambiguità della Legge italiana: non toglieremo al lettore il piacere di scoprire la sorprendente conclusione, anche perché essa si basa su particolari meccanismi narrativi che la rendono difficilmente riassumibile, ma che di certo causeranno un piacevole spiazzamento.

È dunque nel nucleo narrativo alla sua base che La misura del tempo si rivela un libro valido e appassionante; meno riuscito sembra invece il lavoro “di fino” finalizzato a dare corposità e sentimento a una storia che, per quanto bella, si esaurirebbe in un centinaio di pagine.

La città di Bari è sullo sfondo degli scritti di Gianrico Carofiglio e pure nel romanzo La misura del tempo. Foto di NuvolaBianca

Tematiche, luoghi e atmosfere tipici degli scritti di Carofiglio risultano infatti privi di smalto e ben più opachi rispetto al passato: la città di Bari, altre volte presente fin quasi a risultare essa stessa un personaggio, è qui resa in maniera stanca e priva di personalità; i personaggi di contorno, pur ben costruiti, piacciono senza affascinare, forse anche a causa della mancanza di spazio sufficiente a delinearli con efficacia sviluppandone al contempo caratteristiche e vicende personali.

In ogni caso, complice anche la prosa snella e la semplicità degli intrecci, La misura del tempo rimane un libro ad alto grado di leggibilità, facile da assimilare e in grado di stuzzicare il lettore, sia esso già avvezzo alla lettura dei testi di Carofiglio o meno.

La misura del tempo Gianrico Carofiglio
La copertina del romanzo La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Big

La misura del tempo di Gianrico Carofiglio è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.