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Qui rido io e I fratelli De Filippo: una "casuale" saga cinematografica

Qui rido io e I fratelli De Filippo:

la "casuale" saga cinematografica

dei giganti del Teatro italiano

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Le vicende familiari della dinastia Scarpetta - De Filippo sono ben note a storiografi e amanti del teatro: tra figli legittimi e illegittimi, beghe giudiziarie e un talento che scorre imperterrito nel sangue superando le differenze di status, la realtà sembra assumere le caratteristiche di un dramma che potrebbe benissimo essere stato scritto da Eduardo (Scarpetta o De Filippo, poco importa). Era lecito aspettarsi che prima o poi questa storia venisse trasposta sul grande schermo; meno prevedibile, invece, che essa venisse scissa in una coppia di film girati da due tra i migliori registi del panorama italiano e usciti in un lasso di tempo molto breve.

Qui rido io di Mario Martone è stato tra i protagonisti della stagione autunnale appena conclusasi: nelle sale a partire dal 9 settembre scorso e in home video dal 5 gennaio, il lungometraggio ha come fulcro l'annosa bagarre tra Eduardo Scarpetta e Gabriele d'Annunzio a proposito del comicissimo Il figlio di Iorio, parodia de La figlia di Iorio, opera del Vate. I fratelli De Filippo, girato invece da Sergio Rubini, è rimasto in sala per soli tre giorni (dal 13 al 15 dicembre) per poi approdare su Rai Uno in prima serata il 30 dicembre 2021; in esso si racconta invece la vicenda di Titina, Peppino ed Eduardo, figli non riconosciuti di Scarpetta, e della loro ascesa a leggende del teatro. Due storie complementari, dunque, che arrivano perfino a sovrapporsi nella seconda metà dell'uno e nel primo quarto dell'altro.

Uno dei punti di giunzione tra i due lungometraggi è infatti il personaggio di Eduardo Scarpetta: protagonista nel film di Martone e personaggio secondario in quello di Rubini, il patriarca della grande dinastia teatrale è al centro di due performance estremamente differenti (anche in termini di screen-time), ma entrambe in grado di elevare il livello del film.

qui rido io mario martone De Filippo Eduardo Scarpetta
La locandina del film Qui rido io di Mario Martone, prodotto (2021) da Indigo Film, Rai Cinema, Tornasol e distribuito da 01 Distribution

In Qui rido io Toni Servillo ci regala uno Scarpetta istrionico, in precario equilibrio tra un'esistenza tragica e la necessità di far ridere il proprio pubblico; un padre-padrone di scarsa tenerezza e grande severità, sul quale si basa tutta la vicenda (e di conseguenza l'intero film).

qui rido io mario martone De Filippo Eduardo Scarpetta
Un fotogramma tratto da Qui rido io
La locandina del film I fratelli De Filippo di Sergio Rubini, prodotto (2021) da Marco Balsamo, Pietro Peligra, Maria Grazia Saccà, Agostino Saccà per Pepito Produzioni, Nuovo Teatro, RS Productions, con Rai Cinema e distribuito da 01 Distribution

Nell'opera di Rubini l'attore è interpretato da un immenso Giancarlo Giannini, che gli dà una connotazione ben più ombrosa, un'aria truce che non lo abbandona nemmeno quando sul palcoscenico veste i panni del personaggio-feticcio Felice Sciosciammocca: lo Scarpetta di Giannini non è amorevole né romantico, anzi finisce per apparire quasi un boss in grado di manovrare a proprio vantaggio i fili della propria famiglia e dell'intera città. O, perlomeno, di lasciare intendere che sia così. Sebbene appaia solo nei primi minuti, la sua ombra si stenderà sui tre nipoti-figli per il resto della pellicola, fino a che essi non saranno in grado di emanciparsene con le proprie forze.

Un fotogramma tratto da I fratelli De Filippo

I fratelli De Filippo è infatti una storia di formazione corale, che si sviluppa lungo svariati decenni e coinvolge non solo i tre protagonisti (interpretati dai semiesordienti Mario Autore, Domenico Pinelli e Anna Ferraioli Ravel), ma anche il nutrito cast di comprimari, tra i quali spiccano un inedito Biagio Izzo in versione tetra e Marianna Fontana, curiosamente già apprezzata in Capri-Revolution di Martone.

Biagio Izzo e Marisa Laurito in un fotogramma tratto da I fratelli De Filippo

Per contro, Qui rido io si concentra sugli anni della querelle legale tra Scarpetta e d'Annunzio, che il regista fa coincidere con il declino dell'attore e della sua maniera di fare teatro. I due film differiscono profondamente anche sul piano emotivo: Martone, come suo solito, osserva i personaggi attraverso una lente discreta, asettica, quasi consapevole del latente voyeurismo dello spettatore; nessuno dei personaggi sembra richiedere pietas, nemmeno lo stesso Scarpetta/Servillo. Rubini, al contrario, cerca l'emozione e l'empatia: basti pensare al commovente finale, che presenta un gioco registico studiato appositamente per indurre alla lacrima. E va bene così.

qui rido io mario martone De Filippo Eduardo Scarpetta
Un fotogramma tratto da Qui rido io

A ben vedere, la differenza d'approccio è riscontrabile anche nel lato tecnico dei due film, in particolare nel modo in cui i registi raccontano la città di Napoli: in entrambe le pellicole la città non è solo quinta scenica, ma protagonista silenziosa e forza motoria alla base di qualunque azione dei protagonisti. Martone la racconta con il suo solito occhio discreto, asettico, con una studiata lontananza che finisce per far brillare i vicoli silenziosi, gli interni affollati, i teatri in penombra: anche quando non la si vede, si ha sempre la consapevolezza di essere a Napoli, in un'epoca lontana ma non troppo. Rubini adotta invece un linguaggio più classico, che spesso indulge al panorama facile, agli angoli pittoreschi, al Vesuvio sfumacchiante, senza mai, va specificato, scadere nel già visto: fanno eccezione le molte citazioni visuali di capolavori come L'oro di Napoli, richiamati con affetto e discrezione mediante il ricalco di alcune inquadrature.

qui rido io mario martone De Filippo Eduardo Scarpetta
Un fotogramma tratto da Qui rido io

I due film sono, insomma, prodotti molto diversi non solo sul piano tecnico ed estetico, ma anche nell'essenza cinematografica; tuttavia essi trovano la propria comunanza nella passione e nell'affetto che hanno alla base. Tanto lo Scarpetta di Martone quanto i tre De Filippo di Rubini non sono eroi, né hanno la piena consapevolezza di quanto potranno, in futuro, divenire fondamentali per la storia del Teatro; al contrario, tutti e quattro combattono contro il pregiudizio, contro la necessità imposta dall'arte di evolversi continuamente rimanendo se stessi. Da questo punto di vista, entrambe le pellicole mostrano una Napoli in continuo fermento, dove le mode fanno presto a rendersi antiquate e chi si ferma, cristallizzandosi in un'idea di teatro fattasi già vecchia in pochi mesi, è perduto. A soffrirne sarà principalmente Scarpetta (sia nell'uno che nell'altro film), ma anche Eduardo, Titina e Peppino dovranno sottostare a una gavetta fatta di molte sconfitte e pochi trionfi.

Un fotogramma tratto da I fratelli De Filippo

L'aderenza alla realtà dei fatti è un altro elemento che unisce i due lungometraggi: le licenze, che pure ci sono, più che a piegare la Storia alla trama servono semmai a corroborare il rapporto tra il personaggio e il valore (o disvalore) che esso incarna. Stranamente, la “vittima eccellente” di queste licenze è tutte e due le volte Eduardo De Filippo: all'occhio più attento non sfugge che entrambi i registi l'abbiano in qualche modo caricato di una malcelata preminenza, sia su suo padre (in Qui rido io, dove è ritratto come un bambino prodigio) che sui suoi fratelli (nel film di Rubini è visto come il più colto e lungimirante dei tre). Pur non trovando particolari riscontri nelle fonti, l'affetto nutrito dal pubblico per il grande commediografo fa perdonare facilmente queste libertà.

Un fotogramma tratto da I fratelli De Filippo

Pur molto diversi tra loro, Qui rido io e I fratelli De Filippo sono senza dubbio tra i prodotti più interessanti del 2021 e finiscono per costituire una saga cinematografica che, pur casuale, non può non rinverdire negli spettatori l'affetto per dei giganti del Teatro italiano, lasciandoli commossi e soddisfatti.

qui rido io mario martone De Filippo Eduardo Scarpetta
Un fotogramma tratto da Qui rido io

Foto e video del film Qui rido io di Mario Martone da 01 Distribution, foto e video del film I fratelli De Filippo di Sergio Rubini da 01 Distribution.


Edipo La serata a Colono Elsa Morante

La serata a Colono, l'Edipo di Elsa Morante

La serata a Colono, l'Edipo di Elsa Morante

Alberto Moravia Elsa Morante La serata a Colono Edipo
Alberto Moravia ed Elsa Morante a Capri negli anni quaranta. Foto in pubblico dominio

Il 18 agosto 1912 nasce a Roma la scrittrice Elsa Morante. Moglie di Alberto Moravia, sposato nel 1941, con cui avrà una storia viscerale e sofferta, esordisce con la raccolta di racconti Il gioco segreto. Durante un lungo soggiorno a Capri, riprende in mano Menzogna e sortilegio saga familiare, dove insanabile è il contrasto fra realtà e illusioni, un volume di oltre 700 pagine partorito poi nel 1948, che la celebrerà con il premio Viareggio. Nel 1957 vince il Premio Strega, L’Isola di Arturo, romanzo nel quale ormai si delinea la sua scrittura poetica e realistica, con personaggi umili e di impatto che, come lei, scardinano il sistema conformistico per svelare il senso di un’umanità incompiuta. È nota per altre pubblicazioni come i racconti de Lo scialle andaluso e l’epopea collettiva La Storia, uscito tardo nel 1974 dopo un faticoso lavoro.

Busto di Sofocle al Museo Pushkin. Foto dell’utente Wikipedia ShakkoCC BY-SA 3.0

Nel 1968 Elsa Morante pubblica una rielaborazione dell’Edipo a Colono con il titolo La serata a Colono, che compare nel volume Il mondo salvato dai ragazzini, diviso in tre sezioni (Addio - La commedia chimica - Canzoni popolari) che raccoglie opere di vario tipo. Il sottotitolo «parodia»[1], così definito dalla stessa Morante, è un termine che allude al serio e al ridicolo, spiegato nel suo significato letterario – etimologico come controcanto o canto parallelo.

Edipo a Colono, Incisione di Antoine- Alexandre-Theodore Giroust. Iconographic Coll. folder 6357. Immagine Wellcome Images di Wellcome TrustCC BY 4.0

Una parodia amara, in cui la scrittrice ricerca l’autonomia dal mito, contaminandolo con varianti originali, concetti esistenziali e culturali di cui i personaggi sono portatori. Il testo, destinato alla sola lettura, è calato nella contemporaneità in un modo assai più tragico di quello sofocleo. Atto unico, modellato sull’influsso teatrale di Artaud: una città sconosciuta del centro-sud d’Italia, la scena si apre in un ospedale moderno (più precisamente siamo nel corridoio del reparto neuro-deliri, al piano terra), un Edipo cieco e malato di demenza senile e Ninetta, una “bambinetta”, fedelissima al padre, solo da lui chiamata Antigone:

 

EDIPO

[…] un vecchio accattone, ammasso di miserie infami, che invece d’occhi ha due coaguli di sangue,

accompagnato da una zingarella semibarbara e di pelle scura

/ come lui

 

povera guaglioncella malcresciuta per colpa della sua nascita, che in faccia ha i segni dolci e scostanti delle creature

di mente un poco tardiva.[2]

 

Edipo e Antigone sono gli unici due personaggi di questo dramma insieme al terzo grande personaggio, il Coro; gli altri sono comparse. L’azione viene spostata negli anni ’60, quindi più che memori eroi della tragedia classica, sono uomini dei nostri tempi. Edipo, un vecchio logorroico (parla in un linguaggio sovrabbondante, fastidioso ma allo stesso tempo evocativo), è esibito in un personaggio delirante (il tema del delirio è il coagulante dell’opera) alla ricerca del suo essere re, ma alla fine si abbarbica alla decadente ambizione della solennità.

Ninetta è, al contrario, una fanciulla semicolta, dall’aspetto quasi barbaro-popolare, che parla una lingua dialettale[3], come uno dei ragazzi di Pasolini. Si trova ad assistere, come Arturo, alla caduta del mito paterno. Si fronteggiano un padre e una figlia, un uomo anziano dell’età di 63 anni e una giovanissima di 14 anni. Ninetta ha qualcosa di Nunziata, la sposa bambina che Wilhelm porta sull’isola e che seduce il figlio Arturo con la sua conoscenza intuitiva della vita e dei suoi valori. Antigone è una F.P., cioè una dei felici pochi[4], ancora una vergine in senso religioso.

Il coro ha un’importanza fondamentale, perché ha il ruolo di commentare con frasi senza senso, al limite del surrealismo e del nonsense: il coro è il simbolo di un’opinione pubblica svuotata e divorata da se stessa, senza più parametri di giustizia sociale. Il dramma inizia proprio con questo coro di corpi folli e malati, che non hanno più nessun autocontrollo.

 

CORO

E la casa, kaputt! Buon giorno come va? Buon giorno come va? Su quattrocentocinquanta concorrenti – Fuoco! – Buon giorno come va? Lei non ha rispettato il segnale di stop – Io non devo pensare non devo pensare

Su quattrocentocinquanta concorrenti – Il cuore si è fermato. Io non devo pensare non devo pensare non devo pensare non devo pensare non devo pensare –

Perché la pasta era scotta. Un momento. Posso fare un grande respiro per favore? Grazie. Un momento. Adesso va meglio. E la casa, kaputt! Buon giorno come va?

Siamo tutti militari!!! Un momento la tibì – perché quando l’ostia sanguina è un segno d’importanza. – Lei che vuole da me?! Un momento un momento un momento. Un momento. Un momento.

Che atto notarile? Il cuore si è fermato – Buon giorno come va? – Con la maschinenpistole. Lago Tana siamo in Africa Siberia fortino in Africa – Voglio andare con la Vespa tutta una tappa come al Giro – Fuoco! – Posso respirare per favore? Grazie. Ne taglio un pezzo? Sti bei ricordi di gioventù Bambi Disney, Un momento un momento. Per ragioni di sicurezza. – Qua c’è un olografo con data successiva. – Con la maschinenpistole. Lunedì sera.

Li conosci tu gli scheletri americani?

Ahia! Ahia! A TLATELOLCO. Lei che vuole da me?! Un momento un momento – Posso fare un respiro, per favore? Grazie. Adesso va meglio – Io non devo pensare non devo pensare.[5]

 

Tra le novità della scrittrice c’è l’introduzione di moderni personaggi che hanno il compito di attualizzare la vicenda: tre guardiani, rappresentanti del potere, il cui esercizio è debole; due portantini; una suora, alla cui cura è affidato il paziente, ma si rivela una donna ipocrita e un po’ cinica, perché finge un amore caritatevole che non corrisponde alla realtà; un medico, un personaggio assolutamente negativo, in quanto rappresenta una scienza lontana che non presta servizio alle reali necessità dell’uomo malato. Il Guardiano legge il referto medico con cui Edipo è già stato ricoverato e congedato da un precedente ospedale psichiatrico e che la figlia porta con sé credendolo un miracoloso lascia passare.

Nel referto Edipo viene catalogato secondo criteri clinici e sociologici; dall’altro lo stesso profilo di Edipo è fornito dal punto di vista di Ninetta con un’amorosa arringa difensiva. Il referto medico porta su di sé tutti i segni dell’emarginazione e della caduta (vecchio, cieco, malato, drogato, alcolizzato, pazzo). Il referto viene descritto con lo stesso stile linguistico con cui Edipo parlerà: stereotipi verbali, citazioni classiche, manierismi ecc.

Edipo, però, non è solo una vittima, ha avuto un potere, ha combattuto in guerra, ha compiuto atti di violenza. Un padre che non è solo pazzo, drogato o alcolizzato ma ha letto tutti i libri, dice Antigone, è un poeta, come poeti pazzi sono quelli citati dalla Morante alla fine della Serata a Colono, Allen Ginsberg e Friedrich Hölderlin. Un poeta che vive nella sua agonia una crisi devastante di realtà, proprio come si percepiva la Morante in quel momento della sua vita. Questa proiezione di Elsa in Edipo, e poi in Antigone, è dimostrato in alcuni punti del testo dove vi sono rimandi letterari al mito. Ad esempio quando compare il medico per visitare Edipo, questi lo scambi per Teseo di Atene; appena il vecchio si rivolge con queste parole, il dottore si trasforma proprio in Teseo di Atene e gli risponde con le parole di Sofocle.

 

EDIPO (rivolto in direzione del DOTTORE) Chi sei tu?

Mi pare di riconoscerti Alla corona d’oro

Che porti…

 

 

IL DOTTORE (irrigidendosi d’improvviso come un fantoccio di legno,

e con una voce sincopata e meccanica, ti timbro diverso dalla sua di prima)

Io sono

il re di questo paese. Anch’io ti riconosco alle orbite svuotate e

/sanguinose dei tuoi occhi

o punitore di te stesso, disgraziato figlio di Laio.

da molti mi è stata riferita la tua storia, con la notizia del tuo prossimo arrivo.[6]

 

Questo Edipo si chiede se la maledizione esista per davvero, ripercorre la sua stirpe, cita i nomi di Laio e del padre prima di lui: un uomo senza pace, assurge a figura chiave dell’uomo contemporaneo, che ha perso il sonno e le certezze, reduce di un lunghissimo pellegrinaggio, preferisce il delirio all’ipocrita sanità. Allo stesso modo quando per la prima volta in ospedale arriva una suora, Edipo la accoglie con le parole con cui, nell’Edipo a Colono, annuncia l’arrivo di Ismene.

 

EDIPO (seguitando c.s.)

… La riconosco! Antigone? Non è proprio lei? Non è la tua sorella maggiore

la mia figlietta più grande, la mia Ismene?...

 

LA SUORA (c.s. annuendo in fretta – in un sorrisetto malizioso e ammonitore verso Antigone – e con la sua voce naturale, appena un po' caricata)

Sí, sí sono io! eccomi qua! sono proprio la figlia vostra Ismene! eccomi qua![7]

 

Tra padre e figlia c’è una prossimità fisica, una vicinanza dei corpi, un riconoscimento fisico, ma il dialogo è qualcosa di impossibile. Ecco perché Morante definisce il testo un “monologo”, sebbene in realtà ci siano ben due monologhi, uno di Antigone che canta e celebra la realtà nelle sue forme più elementari, nella sua infinita ricchezza, nella sua varietà, nella sua alternanza di morti, di gioia, di sofferenza; per gran parte della serata Antigone cercherà di rispondere alle domande angosciose di Edipo, «Chi sei tu, che stai là davanti, abbaiando con / tre bocche e un corpo solo?»[8]; la bambina avrà il compito di rispondere al delirio del padre con una parvenza di realtà consolatoria familiare a tratti celebrativa e giocosa. Il primo esempio:

 

EDIPO

Queste traversate enormi di tanti equatori

mi s’alternano con un’altra nausea: le misure piatte d’un insetto che cammina dentro una crepa.

non voglio più davanti questo muro sbieco di calce screpolata tutto strisciato di macchie e ronzante

di parole…Che lingua parlano? Dove mi trovo?!...

Dove m’avete portato?!

 

ANTIGONE

Quello non è un muro pa’

Quella

è una bella cancellata di rose

che voi non dovete stare a credere all’impressione vostra che quella è tutta la frebbe che vi fa confondere

le cose e i rumori ma perché quella

pa’ è la frebbe che ve li fa confondere.[9]

 

Ecco il secondo esempio:

 

EDIPO

Dove siamo?...

 

ANTIGONE (con voce spaurita e cantilenante)

Siamo

sotto a un bel chioschetto di piante pa’

dentro a una bella piazza forestiera che mica lo so come sia chiamata che è

forestiera

e qua questa piazza è formata tutta di bei giardini che alle sere adesso

è tutta una grande luminaria con le giostre e le orchestrine e gli induvini e i carretti!

e tutte cose! e ci sta pure un teatrino di pupazzi come giù a Pescheria e pure le montagne russe con le auto elettriche di tanti colori

e ci sta pure la lotteria con le strazioni dei premi e ci sta una folla di gente che compra tutte cose e passa e ripassa e discore con la famiglia

e s’attruppa e scherza con l’amichi e si diverte e va e viene.[10]

La serata a Colono Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi Elsa Morante Einaudi
La serata a Colono di Elsa Morante è contenuta nella raccolta Il mondo salvato dai ragazzini e altri poemi. Nell'immagine, l'edizione Giulio Einaudi Editore con prefazione di Goffredo Foti, pubblicato (2012) nella collana Letture Einaudi

A questa Antigone si affida il messaggio stesso dell’opera: rappresenta ancora una volta la nobiltà dell’offerta di fedeltà ad un padre ingrato. Alla fine Antigone è innalzata quale figura, sbiadita rispetto alla tradizione del mito, più vicina alla saggezza tipica dell’uomo moderno e con quel fare ieratico del modello originale: è colei che sente dal cuore e con il cuore e che esprime l’immagine più giusta del senso della vita. L’opera è stata rappresentata la prima volta il 17 febbraio 2013, per la regia di Mario Martone, al Teatro Argentina di Roma. Martone ha dichiarato che si tratta del testo «più misterioso e inafferrabile mai avuto tra le mani, indefinibile già nella forma, […] una drammaturgia da grande avanguardia del 900»[11].

Edipo a Colono Sofocle
Oltre alla serata a Colono di Elsa Morante, la tragedia di Sofocle ha ispirato molte altre opere, come questo dipintoEdipo a Colono, opera del pittore francese Fulchran-Jean Harriet (1778-1805), olio su tela (1798) conservato presso The Cleveland Museum of Art, Cleveland, Ohio, Mr. and Mrs. William H. Marlatt Fund 2002.3, immagine CC0 1.0

La serata a Colono di Elsa Morante

NOTE

[1]  «Parodia» perché è un intreccio di fonti e citazioni, non solo prese da Sofocle, ma anche dall'Inno ebraico dei morti, dalle Istruzioni alle reclute, dalla Bibbia, dai Veda, infine citazioni da Torquato Tasso; ancora dalle poesie di Allen Ginsberg e di Marina Cvetaeva, dai poeti della beat generation, naturalmente da Hölderlin. Inoltre il termine attiva un’altra memoria, interna al sistema narrativo della Morante, nel precedente romanzo dell’Isola di Arturo (1957). Verso la fine della vicenda il protagonista Arturo segue suo padre fino alle soglie del penitenziario dell’Isola di Procida per cercare di scoprire il segreto che si cela dietro quest’uomo che ai suoi occhi è un essere venerato, irraggiungibile e misterioso come un Dio. Fa una scoperta a dir poco scioccante: il padre è impegnato in un colloquio amoroso con uno dei carcerati, che ai messaggi appassionati di amore risponde con un insulto terribile, «vattene parodia!». In quel momento esatto, Arturo, ascoltando tali parole, fa due esperienze opposte e ugualmente traumatiche: la prima, vive la caduta del mito paterno; la seconda, scopre un nuovo tipo di affetto che lo lega al padre nel momento in cui questo ai suoi occhi non è più una divinità intangibile, ma un povero schiavo d’amore umiliato e respinto. Qualcosa di simile accade in Serata a Colono. Cfr. FOFI in MORANTE 2012, p. V-XI.

[2] Cfr. MORANTE 2012, p. 63.

[3] Straordinaria invenzione morantiana, un dialetto di italiano popolare contaminato da una specie di italiano inventato, mescolato a vari dialetti dell’Italia centro-meridionale che si contrappone alla lingua dell’istituzione. A volte sembra che la bambina parli una sorta di dialetto napoletano che proietta una luce sulla dimensione del sud d’Italia. Cfr. FORNARO 2012a, pp. 149-152.

[4] A differenza dei I.M., Infelici Molti, i felici pochi sono ragazzini e ragazzine che hanno conservato l’innocenza, lo stato di natura, il candore e l’ignoranza non ancora intaccati dalla irrealtà del potere, dalle convenzioni sociali, e che per questo sono gli unici candidati possibili per salvare il mondo. Fofi chiarisce così il progetto morantiano di poesia come politica: «[…] “I ragazzini”, si vedranno costretti a far fronte all’ignominia della Storia – alla criminale cecità del Potere, alla sua capacità di piegare i corpi e ottundere le coscienze e alle tentazioni così pervasive di servirlo, di entrarne a fare parte sia pure da servi – […]. Il drago dell’irrealtà ha mille volti, spesso i più lusinghieri, e l’accettazione di quest’indegnità finisce sempre per coinvolgere i più, per farne degli Infelici. […] Gli Infelici Molti sono, nella visione di Elsa Morante, anzitutto gli adulti – gli accettanti. I Felici Pochi sono, tra i nuovi, coloro che sapranno vedere e di conseguenza agire, con la convinzione che quanto dà senso e dignità alla nostra esistenza è combattere il drago.» FOFI in MORANTE 2012, p. X.

La canzone degli F.P. e degli I.M. è presente nella terza parte del volume Il mondo salvato dai ragazzini, suddivisa in tre parti. MORANTE 2012, pp. 131-157.

 

[5]Cfr. MORANTE 2012, pp. 39-40.

 

[6] Cfr. MORANTE 2012, p. 57.

[7] Cfr. MORANTE 2012, pp. 74-75.

[8] Cfr. MORANTE 2012, p. 52.

 

[9] Cfr. MORANTE 2012, p. 55.

[10] Secondo la studiosa morantiana Concetta D’Angeli, questi tentativi di parlare al padre sono definiti «favole di consolazione». Cfr. MORANTE 2012, p. 62.

[11] L’intervista integrale è presente sul sito http://www.teatrodiroma.net/doc/2228/mario-martone.

 

La serata a Colono di Elsa Morante

BIBLIOGRAFIA

ALONGE, Antigone volti di un’enigma. Da Sofocle alle brigate rosse, Bari 2008.

BELARDINELLI – GRECO, Antigone e le Antigoni, Milano 2010.

BUTLER, Antigone’s Claim. Kinship Between Life and Death, New York 2000. Traduzione italiana a cura di Isabella Negri: La rivendicazione di Antigone. La parentela tra la vita e la morte, Torino 2003.

DI NICOLA, Nostalgia di Antigone, Torino 2010.

FORNARO, Antigone. Storia di un mito, Roma 2012a.

FORNARO, L’ombra di Antigone dal nazismo agli “anni di piombo”, Tübingen 2012b.

MORANTE, La serata a Colono, in Ead. Il mondo salvato dai ragazzini, Torino 2012, pp. 35-108.

 

La serata a Colono di Elsa Morante

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El Dotor dei Mati - Storia di un neurologo a Venezia, dalle fondamenta alla legge Basaglia

16 Aprile 2015

EL DOTOR DEI MATI

Storia di un neurologo a Venezia, dalle fondamenta alla legge Basaglia

Giovedì 23 Aprile alle 18.00 all’interno della mostra “I volti dell’alienazione” di Roberto Sambonet, uno spettacolo a ingresso gratuito racconta la nascita della neurologia ospedaliera a Venezia sullo sfondo della rivoluzione di Franco Basaglia nel mondo della psichiatria

di e con Claudia Fontanari, regia di Sara Greco Valerio

Per l'occasione alle 17.30 i curatori saranno presenti per una visita guidata

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Vincolato il Teatro Eliseo e il Piccolo Eliseo

17 Novembre 2014
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VINCOLATO IL TEATRO ELISEO E IL PICCOLO ELISEO
Franceschini: rispettato impegno preso con lavoratori

Il MiBACT, con provvedimento della Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Lazio, ha dichiarato l'immobile del Teatro Eliseo e Piccolo Eliseo di Roma di interesse culturale e lo ha sottoposto a tutte le disposizioni di tutela previste dalla normativa vigente.

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La Biblioteca Nazionale di Napoli affida a Isa Danieli l'omaggio a De Filippo e gli intitola la sala della Direzione della Lucchesi Palli

28 Ottobre 2014
La Biblioteca Nazionale di Napoli affida a Isa Danieli l'omaggio a De Filippo e gli intitola la sala della Direzione della Lucchesi Palli
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Isa Danieli racconta Eduardo: giovedì 30 ottobre ore 17 alla  Biblioteca Nazionale di Napoli, in occasione del trentennale  della scomparsa di De Filippo  la significativa ed appassionata testimonianza dell'attrice in un intreccio di ricordi e testi al grande maestro di arte e di vita, con Isa Danieli  renderanno omaggio ad uno straordinario autore, protagonista della storia del novecento, il saggista Francesco Canessa e Francesco Somma, direttore della Fondazione De Filippo.
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La Puglia ricorda Pierpaolo Pasolini e Carmelo Bene

3-7 Ottobre 2014
La Puglia ricorda Pierpaolo Pasolini e Carmelo Bene con alcune iniziative distinte.
Nell'Alta Murgia è partita la rassegna “Il Vangelo di Pasolini - Volti e luoghi della Murgia a 50 anni dal film”. Sono previsti numerosi eventi nelle prossime settimane.
Presso Otranto, invece, nascerà un museo dedicato alla memoria di Carmelo Bene, nell'ex Convento dei Cappuccini. I lavori sono cominciati da pochissimi giorni.
Link: Parco dell'Alta Murgia 1, 2VangeloPasoliniMurgia; Punto TVLa Gazzetta del Mezzogiorno; Repubblica.


Si alza il sipario sul grande Eduardo: in mostra foto e rarità

3-4 Ottobre 2014
Napoli esposti fino all’8 novembre alla Biblioteca Nazionale - “Immagini e documenti dell’Archivio De Filippo”, domenica 5 ottobre ( ore 10,30) inaugurazione e visite guidate alla mostra – Ingresso libero.
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La mostra, dal titolo "Tra le carte di Eduardo" racconta attraverso foto, copioni, programmi di sala documenti con annotazioni autografe la storia personale e teatrale di un grande artista. Attraverso l’esposizione di un’ampia selezione di immagini, copioni ed altro preziosissimo materiale viene presentato al pubblico l’#ArchivioDeFilippo  nella sua nuova sede. Il vastissimo fondo (di proprietà della Fondazione De Filippo), prima ospitato dal Teatro San Ferdinando e poi dalla Società napoletana di Storia Patria, dal marzo scorso è stato trasferito nella Biblioteca Nazionale di Napoli, in fase di  collocazione presso la sezione delle arti dello spettacolo Lucchesi Palli.
Come da Comunicato Stampa MIBACT, Redattrice Lidia Tarsitano


[Firenze] Omaggio a Piero Tosi

Da lunedì 1 Ottobre fino a all'11 gennaio, alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti sarà visitabile la mosta "Omaggio a Piero Tosi", per celebrare l'Oscar alla carriera che verrà assegnato al famoso costumista.
Si potranno ammirare alcuni dei costumi creati da Piero Tosi per il teatro e il cinema, tra i quali il costume indossato da Romy Schneider in Ludwig di Visconti e quello indossato da Maria Callas in Medea di Pasolini.
I costumi fanno parte della donazione Tirelli.


Domenica di Carta a Napoli con il grande Eduardo

3 Ottobre 2014
Domenica di Carta a Napoli con il grande Eduardo
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Fotografie di  scena,  vecchie locandine, programmi di sala originali, lettere e documenti autografi del grande Eduardo: il pregiato materiale  che proviene dall’ Archivio De Filippo (di proprietà della Fondazione De Filippo)è esposto alla Biblioteca Nazionale di Napoli dal 5 ottobre.
L’inaugurazione alle ore 10,30 nell’ambito della “Domenica di carta”; per  l’ apertura straordinaria, indetta dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo in tutt’Italia , la Biblioteca di Napoli espone manoscritti  e opere  di grande rarità, un viaggio suggestivo nella storia della conoscenza  dal bellissimo codice  di Claudio Tolomeo , uno dei più significativi, esempi dell'opera del geografo alessandrino, fino alle preziose carte del Regno di Napoli magnificamente illustrate nel XVIII secolo, ai preziosi  manoscritti sapientemente restaurati. La visita ad ingresso libero è dalle 10 alle 18,30 con  illustrazioni guidate , mostre,  percorsi digitali ed eventi .
La mostra , ”TRA LE CARTE DI EDUARDO - Immagini e documenti dall'Archivio De Filippo" organizzata nel contesto delle celebrazioni per il 30° anniversario della scomparsa di Eduardo De Filippo, indette dal Forum Universale delle Culture, resterà aperta fino a sabato 8 novembre. Ideale prosecuzione del percorso espositivo ( visitabile su prenotazione), un allestimento nelle sale della  storica sezione sulle arti e lo spettacolo  “Lucchesi Palli”, di una serie di documenti, foto e autografi di Eduardo De Filippo già posseduti dalla Biblioteca Nazionale di Napoli .
Come da Comunicato Stampa MIBACT, Redattrice Lidia Tarsitano


Opera di Roma, Franceschini: Passaggio doloroso ma necessario

2 Settembre 2014
OPERA DI ROMA, FRANCESCHINI: PASSAGGIO DOLOROSO MA NECESSARIO

“L'esternalizzazione di coro e orchestra decisa dal cda  è un passaggio doloroso ma necessario per salvare l'Opera di Roma e ripartire. Il sovrintendente Fuortes ha chiarito bene che i musicisti se vorranno, potranno, come avvenuto da altre parti, dare vita a un'orchestra nuova, basata su relazioni trasparenti, sulla qualità e sull'innesto di giovani talenti, che punti ricostruire con il Teatro un nuovo e diverso rapporto.
Del resto non dimentichiamo che la situazione era diventata talmente insostenibile da costringere pochi giorni fa il Maestro Muti ad andarsene platealmente. Non dappertutto è successo questo e anzi con le stesse identiche regole altre Fondazioni Lirico Sinfoniche, come Scala e Santa Cecilia, all'opposto dell'Opera di Roma, hanno avuto buoni bilanci e ottime relazioni con i  musicisti, crescendo di qualità sino a raggiungere i criteri per l'autonomia del decreto che ho firmato proprio ieri”.

Come da Comunicato Stampa MIBACT, Redattore Renzo De Simone