Palazzina LAF, di Michele Riondino – L’urlo strozzato di Taranto

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Recensione a cura di Francesco Ariani (20 gennaio 2024): Dal 30 Novembre del 2023 è stato distribuito nelle sale, ad opera di BiM Distribuzione, Palazzina LAF, prima pellicola da regista di Michele Riondino. L’attore, tarantino di nascita, interpreta anche il protagonista del film, Caterino Lamanna, affiancato da Elio Germano nel ruolo di Giancarlo Basile e molti altri attori e attrici fra cui Vanessa Scalera e Anna Ferruzzo. Il film si rifà ad avvenimenti storici realmente accaduti, ovvero gli eventi giudiziari che riguardarono l’ILVA e i dipendenti confinati nella Palazzina LAF – acronimo di laminatoio a freddo – intorno all’anno 1997, poco dopo l’acquisizione dello stabilimento siderurgico da parte del gruppo Riva. I suddetti avvenimenti trovarono quindi conclusione giudiziaria con sentenza della Cassazione nel 2006, che condannava undici persone, fra titolari, dirigenti e quadri dello stabilimento.

Oltre che ispirato a vicende reali, il film attinge a piene mani dalle ricerche giornalistiche del compianto concittadino Alessandro Leogrande, chiudendosi infine anche con una dedica. Parte della sceneggiatura si rifà al suo saggio Fumo sulla città, pubblicato nel 2013, con il quale il giornalista e scrittore cercò di analizzare il disagio vissuto da Taranto e i suoi cittadini, da anni stretti nella morsa dell’ILVA e dello Stato, costretti a scegliere fra lavoro e salute.

Palazzina LAF, il film

La prima pellicola firmata da Michele Riondino è una denuncia aspra e disillusa, che non si fa scrupoli a puntare il dito verso tutti i colpevoli delle vicende ILVA, persino – e forse soprattutto – verso i concittadini tarantini. Il film segue Caterino Lamanna, un operaio dell’ILVA che durante la riorganizzazione del personale voluta dai nuovi dirigenti, il gruppo Riva, diventa una spia per i suoi superiori, riassunti nella figura di Giancarlo Basile. In questo modo Caterino, un uomo semplice che vive in una masseria in disuso a causa della vicinanza all’impianto siderurgico, riesce a ottenere diversi benefici denunciando le azioni dei suoi colleghi, che invece si impegnano sul fronte sindacale per proteggere tutti i dipendenti dello stabile.

Poco alla volta il protagonista, che Michele Riondino rende magnificamente antipatico con la sua ottima interpretazione, riesce a farsi assegnare alla Palazzina LAF, credendo di fare il colpaccio della sua vita. Quello della Palazzina LAF dell’ILVA fu il primo caso mediatico di mobbing in Italia: venivano assegnati a quel settore tutti i dipendenti scomodi, in particolare gli impiegati – quelli che si riunivano sotto l’ombrello del sindacato – che si rifiutavano di essere “degradati” a semplici operai. Nonostante si trattasse di una subdola punizione, l’ignoranza di Caterino lo porterà a pensare che essere assegnato a tale Palazzina fosse un regalo, un modo per “rubare” lo stipendio senza muovere un dito, non comprendendo la crudeltà della dirigenza e la pressione psicologica dovuta all’inattività forzata, ai sensi di colpa e all’ostracizzazione sociale.

Il film riesce a coniugare forma e sostanza dimostrando le ottime capacità di Michele Riondino come regista. La pellicola gioca moltissimo su scene evocative dai toni surreali, per poi far tornare il fruitore con i piedi per terra con l’intenzione cristallina di far uscire il pubblico dalla sala con l’amaro in bocca. L’ILVA è onnipresente per tutta la visione del film, che se ne parli, che le scene siano girate al suo interno o che compaia in una inquadratura che la mostra sullo sfondo, il mostro siderurgico incombe costantemente sulle vite dei tarantini e negli occhi degli spettatori. Ciò che accade nella Palazzina LAF è messo in scena con un registro completamente diverso dal resto del film, frenetico, sconnesso, rappresentando l’esaurimento a cui i lavoratori stavano giungendo, costretti in quello spazio e degradati dalla loro stessa azienda.

Gallery con foto di Maurizio Greco

Una delle scene più potenti del film è quella che segue la processione dei perdoniun rito di stampo religioso cristiano che si tiene durante Pasqua a Taranto, molto sentito dalla cittadinanza tutta – durante la quale in una sequenza onirica il protagonista inizia ad interrogarsi sui suoi peccati. Caterino si sovrapporrà a Giuda di fianco a Gesù, con la troccola dei perdoni che scandisce l’incedere della scena, sempre più veloce e convoluta fino al momento di massimo terrore in cui il sonno dell’operaio verrà interrotto dagli incubi. Il finale del film non le manda a dire a nessuno: non a Caterino, che in cerca di un costante riconoscimento si rovina la vita con le sue mani, non all’Ilva, accusata e trovata colpevole, ma nemmeno ai lavoratori della Palazzina LAF, che vincono, ma solo sulla carta, negli atti giuridici, non di fronte ad una cittadinanza che ancora li giudica e marginalizza.

La Taranto che fu, che è e che non vuole più essere

Il difficile rapporto fra Taranto e l’ILVA non è una questione emersa negli ultimi anni o figlia del cambio di gestione negli anni novanta, bensì affonda le sue radici fin dalla fondazione dell’impianto siderurgico. Fu nel 1959 che il Governo avviò la costruzione del IV centro siderurgico Italsider a meno di 4 km dal quartiere Tamburi. L’impianto era considerato insalubre per l’ambiente e la salute già all’epoca, sarebbe quindi dovuto sorgere ad almeno 20 km da qualsiasi centro abitativo, ma questa norma venne ignorata in favore della vicinanza al porto marittimo.

Da lì in avanti le cose non hanno fatto che peggiorare per la città: in un primo momento l’impianto portò a Taranto un afflusso di lavoratori e soldi tale da renderla la città con il più alto reddito pro capite nel Mezzogiorno nel 1971. A seguito di una crisi dell’acciaio, dopo che l’impianto si era espanso fino a contare almeno 30.000 lavoratori, l’Italsider continuerà poco alla volta a ridurre il personale, fino a contare 12.600 dipendenti nel 1992. Un’azienda in crisi, ingestibile per lo stato, verrà ceduta nel 1995 a privati, il gruppo Riva, che darà inizio alle dinamiche di mobbing oggetto della pellicola. E non va dimenticato che nel 1990 il Ministero dell’Ambiente, sulla base dell’art. 7 della l. 349/1986 e ribadì che l’area di Taranto “era ad elevato rischio ambientale” a causa dell’alto livello di agenti inquinanti.

Arrivati quindi agli anni novanta era già chiaro che l’ILVA fosse un problema per la città, un problema talmente grande che Palazzina LAF si trova “costretto” a concentrarsi su un solo caso giudiziaro, su un solo lato della vicenda. Il lungometraggio non si risparmia certo dall’evidenziare i problemi alla salute e l’ambiente causati dallo stabilimento, anzi, in modo decisamente elegante riesce a sottolinearli mantenendo il focus sul tema principale, quello del lavoro e la dignità negata ai dipendenti dell’azienda. Caterino è lo specchio di una città, ma più in grande anche di una fetta di popolazione della penisola, che è abituata ad essere asservita ai desideri dei potenti, felici delle briciole concesse a discapito delle persone che li circondano. Il disagio che vivono i lavoratori della Palazzina è reso perfettamente: i dipendenti puniti sono consapevoli della punizione, ma gli altri lavoratori no, creando un conflitto interno che marginalizza e insulta quelle stesse persone che sono già punite dall’azienda, favorendo i ricchi dirigenti che così ostracizzano qualsiasi opposizione.

Per anni Taranto è stata una città legata a doppio filo ai posti di lavoro creati dall’ILVA, ponendo una questione morale, ovvero se si possa rinunciare alla propria salute e a quella degli altri, pur di lavorare. In passato, con una scolarizzazione minore ad oggi e con meno prove tangibili, buona parte della popolazione era convinta che inquinare pur di lavorare fosse la scelta giusta, ed è questa realtà che Palazzina LAF racconta. Una città ostaggio, non solo dei potenti, ma di quegli stessi cittadini che pur di non cambiare le cose, pur di non rischiare il proprio posto di lavoro, sono pronti a tradire i loro pari, definiti come “nullafacenti”. Oggi Taranto sta lentamente cambiando, la città tenta in ogni modo di smarcarsi dall’ombra dell’Ilva e di un mondo lavorativo legato unicamente alla produzione dell’acciaio, sia in termini pratici che di immagine, ma è un percorso lungo e difficile.

Palazzina LAF è un urlo strozzato

Il finale del film offre uno spezzone dal taglio documentaristico, in cui vengono elencate le conclusioni della vicenda giudiziaria del 1997 da cui è tratto. La denuncia del film è chiara, dolorosa, ma è una denuncia che sembra portare ben poca speranza nel cuore. Se la città sta cambiando, è anche vero che cambiare la mentalità dei lavoratori in un paese in crisi non è facile, il lavoro è necessario per sostenersi, in qualsiasi situazione, ed è così che nascono tante persone simili a Caterino Lamanna. Palazzina LAF è un film dannatamente politico, anche senza nominare un singolo partito, senza concentrarsi sul governo, ma ponendo l’attenzione sulla gestione privata dell’azienda. È un film che ci ricorda come chi lavora ai livelli più bassi può sempre essere ricattato dai più forti e che, a quel punto, si può scegliere di fare gruppo, o di essere Caterino Lamanna e pentirsene per tutta la vita.

 

Ringrazio la dott.ssa Valeria Mancone, grazie alla cui tesi di laurea ho potuto ottenere dei dati utili alla stesura dell’articolo.

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PALAZZINA LAF, un film di MICHELE RIONDINO

Palazzina LAF Michele Riondinodal 30 novembre 2023 al CINEMA

presentato sabato 21 ottobre alla FESTA DEL CINEMA DI ROMA in GRAND PUBLIC

e designato FILM DELLA CRITICA dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici – SNCCI

una produzione

PALOMAR, BRAVO e BIM DISTRIBUZIONE con RAI CINEMA

distribuzione BIM

con Michele Riondino, Elio Germano, Vanessa Scalera, Domenico Fortunato, Gianni D’Addario, Michele Sinisi, Fulvio Pepe, Marina Limosani, Eva Cela

e con Anna Ferruzzo con la partecipazione di Paolo Pierobon

musiche originali Teho Teardo

canzone originale LA MIA TERRA di Diodato

1997. Caterino, uomo semplice e rude è uno dei tanti operai che lavorano nel complesso industriale dell’Ilva di Taranto. Vive in una masseria caduta in disgrazia per la troppa vicinanza al siderurgico e nella sua indolenza condivide con la sua giovanissima fidanzata il sogno di trasferirsi in città.

Quando i vertici aziendali decidono di utilizzarlo come spia per individuare i lavoratori di cui sarebbe bene liberarsi, Caterino comincia a pedinare i colleghi e a partecipare agli scioperi solo ed esclusivamente alla ricerca di motivazioni per denunciarli.

Ben presto, non comprendendone il degrado, chiede di essere collocato anche lui alla Palazzina LAF, dove alcuni dipendenti, per punizione, sono obbligati a restarvi privati delle loro consuete mansioni. Questi lavoratori non hanno altra attività se non quella di passare il tempo ingannandolo giocando a carte, pregando o allenarsi come fossero in palestra.

Caterino scoprirà sulla propria pelle che quello che sembra un paradiso, in realtà non è che una perversa strategia per piegare psicologicamente i lavoratori più scomodi, spingendoli alle dimissioni o al demansionamento. E che da quell’inferno per lui non c’è via di uscita.

note di regia

Quella della Palazzina LAF è la storia di uno dei più famigerati “reparti lager” del sistema industriale italiano. È la storia di un caso giudiziario che ha fatto scuola nella giurisprudenza del lavoro.

79 lavoratori altamente qualificati costretti a passare intere giornate in quello che loro stessi hanno definito in tribunale “una specie di manicomio”.

Per la prima volta il confino in fabbrica fu associato a una forma sottile di violenza privata e per merito di questa sentenza un termine ancora non riconosciuto dal nostro ordinamento giuridico fu finalmente introdotto.

Quello della palazzina LAF fu il primo caso di mobbing in Italia.

«Ai lavoratori “confinati” non è chiesto di produrre, ma di trascorrere le giornate senza fare niente, guardando il soffitto o girandosi i pollici, fino a quando quel lento, prolungato stato di inazione non diventa una forma estrema di violenza contro la propria mente e il proprio corpo. In breve, il confinato diventa monito per tutti gli altri, per tutti quelli, cioè, che continuano a lavorare alla catena. Se non ti comporti bene, ecco cosa ti aspetta… Allo stesso tempo, chi è spedito in un reparto confino è costantemente esposto al ricatto di passare dal confinamento al licenziamento, di cadere dalla padella nella brace».

Queste le parole del giornalista e scrittore Alessandro Leogrande che avrebbe dovuto co- firmare la sceneggiatura assieme al sottoscritto e a Maurizio Braucci. Purtroppo, durante la lavorazione Alessandro è venuto a mancare e dunque, anche per questo, il film vuole essere un omaggio alla sua opera. La stessa indagine sui reparti lager è una delle produzioni di Alessandro.

Tutti i fatti narrati nel film sono frutto di interviste fatte a ex lavoratori ILVA ed ex confinati, e i passaggi finali sono dettagliatamente presi dalle carte processuali che hanno determinato la condanna degli imputati e il risarcimento delle vittime.

Questo film vuole essere una sorta di affresco sociale, non vuole raccontare quello che succede oggi a Taranto, ma quello che oggi viviamo è sicuramente frutto del disinteresse di chi nel 1995 ha sacrificato un’intera città sull’altare del proprio capitale.

Michele Riondino

scheda tecnica
regia MICHELE RIONDINO

soggetto e sceneggiatura MAURIZIO BRAUCCI e MICHELE RIONDINO

fotografia CLAUDIO COFRANCESCO

montaggio JULIEN PANZARASA

musiche originali TEHO TEARDO

canzone originale LA MIA TERRA” di DIODATO

© Music Union Srl – Gli Alberi Srl ℗ Carosello Records

scenografia SABRINA BALESTRA

costumi ROBERTA VECCHI e FRANCESCA VECCHI

trucco EVA NESTORI

capelli CLAUDIA PALLOTTI

aiuto regia SAVERIO DI BIAGIO

casting DARIO CERUTI U.I.D.C.

fonico di presa diretta DENNY DE ANGELIS

organizzatore generale LELLO PETRONE

segretaria di edizione LAURA BIAGIOTTI

produttori delegati MARCO CAMILLI MARGHERITA CHITI LUIGI PINTO

produttore esecutivo VALERIO PALUSCI

prodotto da CARLO DEGLI ESPOSTI e NICOLA SERRA

una produzione PALOMAR BRAVO, BIM DISTRIBUZIONE

con RAI CINEMA

in co-produzione con PAPRIKA FILMS

distribuzione BIM

nazionalità ITALIANA | anno di produzione 2022 | durata film 99’ | uscita: 30 novembre 2023

cast artistico

con

MICHELE RIONDINO Caterino Lamanna

ELIO GERMANO Giancarlo Basile

VANESSA SCALERA Tiziana Lagioia

DOMENICO FORTUNATO Angelo Caramia

GIANNI D’ADDARIO Franco Orlando

MICHELE SINISI Aldo Romanazzi

FULVIO PEPE Renato Morra

MARINA LIMOSANI Rosalba Liaci

EVA CELA Anna

e con

ANNA FERRUZZO Pubblico Ministero

con la partecipazione di

PAOLO PIEROBON Moretti

 

Comunicazioni ufficiali, video e immagini dall’Ufficio Stampa Kinoweb. Aggiornato il 16 novembre 2023.

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