DNA antico Caraibi

Dal Dna antico la storia dei Caraibi prima dell’arrivo degli europei 

Dal Dna antico la storia dei Caraibi prima dell’arrivo degli europei 

Un team internazionale di genetisti, archeologi, antropologi e fisici, tra cui Alfredo Coppa del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza, ha analizzato il Dna di 174 individui che vivevano più di 2000 anni fa in quelle che oggi sono le isole di Bahamas, Cuba, la Repubblica Dominicana, Haiti, Puerto Rico, Guadeloupe, Santa Lucia, Curaçao e Venezuela. Lo studio, pubblicato su Nature, ha messo in luce la storia delle popolazioni caraibiche prima dell’arrivo degli europei, rispondendo a domande rimaste irrisolte fino a questo momento

DNA antico Caraibi
Long Journey's End, (c) Merald Clark, for SIBA: Stone Interchanges in the Bahama Archipelago

La prima colonizzazione dei Caraibi risale all’inizio dell’epoca arcaica, circa 6000 anni fa; dopo circa 3/4000 anni è iniziata l’Età della ceramica e ancora altri 2000 anni dopo sono arrivati i primi navigatori europei. Molte sono le domande che riguardano le popolazioni originarie di queste terre, lavoratori della pietra prima e della ceramica dopo: se avessero o no la stessa discendenza; quanto numerose fossero al momento dell’arrivo dei colonizzatori europei e se gli abitanti moderni delle aree che oggi corrispondono alle isole di Bahamas, Cuba, la Repubblica Dominicana, Haiti, Puerto Rico, Guadeloupe, Santa Lucia, Curaçao e Venezuela abbiano un Dna riconducibile alle antiche popolazioni.

DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana

Il più grande studio condotto fino a questo momento sul Dna antico, coordinato dalla Harvard Medical School e pubblicato sulla rivista Nature, ha risposto a queste domande grazie al lavoro di un team internazionale di genetisti, archeologi, antropologi e fisici, tra cui Alfredo Coppa, che ne è stato il promotore, del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza Università di Roma.

DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana

Lo studio ha analizzato il patrimonio genetico di 174 individui oltre ad altri 89 genomi sequenziati precedentemente. Questa mole di dati fa sì che oltre la metà delle informazioni da Dna antico oggi disponibili per le Americhe provenga dai Caraibi, con un livello di risoluzione fino a ora possibile solo in Eurasia occidentale. Di questi 174 genomi, l’80% sono stati studiati e messi a disposizione da ricercatori di Sapienza. I risultati del lavoro indicano che ci sono differenze importanti tra le popolazioni arcaiche preceramiche che lavoravano la pietra e quelle che lavoravano l’argilla, che la popolazione autoctona di queste aree era meno numerosa di quanto ritenuto fino a ora al momento dell’arrivo degli europei e infine, che l’attuale popolazione di molte isole caraibiche discende da popoli che le abitavano prima dell’arrivo dei colonizzatori.

Inoltre i dati ottenuti hanno permesso escludere che le popolazioni caraibiche dell’Età arcaica abbiano avuto connessioni con quelle dell’America del Nord, come ritenuto fino a oggi, e di attribuire la loro discendenza da una singola popolazione originaria o dell’America Centrale o di quella Meridionale.

DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana

Le popolazioni dell’Età della ceramica presentavano un profilo genetico differente, più simile ai gruppi del nordest dell’America meridionale (di lingua Arawak), un dato congruente con le evidenze ottenute su basi archeologiche e linguistiche. Da quanto osservato sembrerebbe, infatti, che questi popoli abbiano migrato dal Sud America verso i Caraibi almeno 1700 anni fa, soppiantando le popolazioni che lavoravano la pietra, quasi completamente scomparse all’arrivo degli europei (restava una piccola percentuale nell’isola di Cuba). Ciò conferma che gli incroci tra queste due popolazioni erano estremamente rari.

Quanto alla lavorazione dell’argilla per la produzione di manufatti di ceramica, lo studio ha evidenziato che nel corso dei 2000 anni trascorsi dalla loro comparsa fino all’arrivo degli europei, si sono avute differenze tra i vari stili ritenute, negli anni passati, il risultato di flussi di popolazioni provenienti da fuori i Caraibi. In realtà è emerso che a tali varietà di manifestazioni artistiche non corrispondono cambiamenti genetici o evidenze di un contributo genetico sostanziale da parte di gruppi continentali. I risultati testimoniano invece la creatività e il dinamismo di queste antiche popolazioni che hanno sviluppato nel tempo questi stili artistici straordinariamente diversi tra loro.

La presenza di reti di comunicazione tra questi gruppi che producevano vasellame potrebbero aver agito da catalizzatori nella diffusione delle transizioni stilistiche osservate attraverso tutta la regione.

Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana

“I risultati genetici – spiega Alfredo Coppa della Sapienza, che per anni ha studiato la morfologia dentale delle antiche popolazioni dei Caraibi – si allineano con il riscontro fatto nelle popolazioni dell’epoca arcaica che si differenziavano significativamente da quelle dell’epoca della ceramica. Tuttavia, rimangono ancora da spiegare queste differenze e occorreranno ulteriori studi per determinare se siano dovute a forze micro-evolutive che in qualche modo risultano essere rilevabili mediante la morfologia dentale, ma non alle analisi genetiche, o se invece queste possono essere conseguenza di abitudini diverse”.

L’elevato numero di campioni esaminati ha infine permesso una stima della dimensione della popolazione caraibica prima dell’arrivo degli europei: il metodo, sviluppato da David Reich, co-autore dello studio e docente della Harvard Medical School e della Harvard University, usa campioni presi in modo casuale, valuta quanto siano imparentati tra loro ed estrapola dati sulla dimensione della popolazione di origine. Tanto più i campioni risultano essere imparentati, tanto più piccola sarà, plausibilmente, la popolazione di origine; meno risultano essere imparentati, tanto più grande dovrebbe essere stata la popolazione.

“Essere in grado di determinare le dimensioni delle popolazioni antiche utilizzando il Dna significa avere uno strumento straordinario che, applicato nei diversi contesti mondiali, permetterà di fare luce su moltissime domande” – dicono i ricercatori –“ma indipendentemente dal fatto che ci siano state, nel 1492, un milione di persone autoctone o qualche decina di migliaia, non cambia ciò che è accaduto in seguito all’arrivo degli europei nei Caraibi: la distruzione di un intero popolo e della sua cultura”.

DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
DNA antico Caraibi
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana

Infine, una delle grandi domande a cui hanno cercato di rispondere i ricercatori riguarda il patrimonio genetico delle persone che oggi abitano nei Caraibi e la riconducibilità a quello delle popolazioni autoctone precolombiane. I risultati dello studio hanno dimostrato che ci sono ancora tracce di Dna delle popolazioni autoctone pre-colonizzazione nelle popolazioni moderne e in particolare che gli attuali abitanti dei Caraibi conservano Dna proveniente da tre fonti (in proporzioni diverse nelle diverse isole): quello degli abitanti autoctoni precolombiani, quello degli Europei immigrati e quello degli Africani portati nell’isola durante la tratta degli schiavi.

Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana
Foto Missione archeo-antropologica Sapienza in Repubblica Dominicana

Lo studio è stato finanziato da National Geographic Society, National Science Foundation National Institutes of Health/National Institute of General Medical Sciences, Paul Allen Foundation, John Templeton Foundation, Howard Hughes Medical Institute e dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

 

Riferimenti:

A genetic history of the pre-contact Caribbean - Fernandes, D.M., Sirak, K.A., Ringbauer, H. et al. Nature (2020). https://doi.org/10.1038/s41586-020-03053-2

 

Testo e foto dalla Sapienza Università di Roma sul DNA antico delle popolazioni dei Caraibi.


Black White Shiner

Black & White di Lewis Shiner: razzismo, esotismo e folklore di un'epopea americana

Black & White di Lewis Shiner

Razzismo, esotismo e folklore in un'epopea americana

Nel 2019 ho prestato attenzione alla scoperta di nuove realtà editoriali, lontane dal mainstream e più libere di osare nella proposta dei titoli. Tra le varie case editrici scoperte in questo tour libresco segnalo con molto piacere la Giulio Perrone Editore che si è distinta per un catalogo originale, fresco (e allo stesso tempo classico, si veda il libro di Joyce) e molto ben curato sotto il profilo estetico. Cosa che un mero materialista come me apprezza moltissimo. Della collana Hinc Joe di narrativa americana, curata e diretta dal magistrale Joe R. Lansdale, ho letto il romanzo Black & White di Lewis Shiner. L'autore è principalmente conosciuto per i suoi romanzi fantascientifici e fantastici, ma in questo testo proposto da Giulio Perrone Editore, Shiner rimane legato a un contesto “realista”: ero perciò molto curioso di conoscere il passaggio dal genere fantastico a quello più “tradizionale” compiuto dallo scrittore americano e sono rimasto piacevolmente sorpreso del risultato.

D'altro canto Black & White presenta delle apparenti contaminazioni magiche e fantastiche, al limite del grottesco, che danno al titolo una flebile etichetta di realismo magico, ma il tutto è così saggiamente contestualizzato che è un piacere immergersi in questa storia vera, misteriosa e cruda.

Inizio anni 2000, Michael Cooper è il nostro protagonista, un giovane uomo tormentato da una carriera brillante ma che gli sta troppo stretta, quella del fumettista di super eroi come Batman o Luna. Se la sfera lavorativa non lo soddisfa in pieno Michael sul versante familiare è completamente distrutto perché sta assistendo agli ultimi giorni di vita di suo padre, malato di cancro. Michael raggiunge la famiglia in North Carolina, precisamente nella multi-etnica città di Durham che storicamente è sempre stata una culla per i discendenti degli schiavi africani impiantati nelle isole caraibiche come Haiti, infatti uno dei quartieri (abitato dalla popolazione di colore) si chiamata Hayti.

Fayetteville St., Hayti, attorno al 1940. Courtesy of the Durham County Library, NC Collection. Foto di Alex Rivera The Durham County Library, GFDL

Michael si ritrova a confrontarsi con suo padre, che sul punto di morte sembra volergli confessare un segreto. La rivelazione tarda ad arrivare ma Michael sente che all'interno della sua famiglia ci sono troppi segreti, cose non dette, veri misteri. Il tutto sembra accentuato dalla strana atmosfera che aleggia sopra il quartiere di Hayti, dove una chiesa cristiana al posto della croce sul suo tetto ha uno strano simbolo voodoo africano. Indagando Michael scopre il passato del padre e quello della città di Durham, una frontiera abitata da bianchi capitalisti e gente di colore osteggiata dai violenti razzisti. Gli anni sessanta sono gli anni del libertinismo sessuale, delle proteste di Martin Luther King, delle sostanze stupefacenti, delle sperimentazioni musicali e artistiche e soprattutto del boom economico americano post bellico e dell'era della tirannia congressuale ed edilizia. Su uno sfondo così complesso e ricco di elementi pericolosi la popolazione di colore di Hayti è guidata dal carismatico leader popolare Barrett Howard che combatte contro la supremazia bianca, in difesa delle proprie tradizioni e del benessere del suo quartiere. Indagando tra le macerie di quel decennio, Michael scopre proprio che Barrett Howard è stato ucciso e il suo cadavere nascosto in una colata di cemento all'interno di un cavalcavia autostradale. E suo padre lavorava al cantiere stradale proprio quarant'anni prima: il padre di Michael è coinvolto nell'omicidio di uno dei più grandi rivoluzionari di Durham.

Black & White è un romanzo crudo, violento e allo stesso tempo delicato, viaggia attraverso linee temporali con i suoi protagonisti maschili tormentati e quelli femminili forti ma ugualmente fragili. Shiner tratteggia un arazzo politico culturale spettacolare, per bocca dei personaggi secondari e con le opportune citazioni storiche. Assistiamo alla Durham del presente, in bilico con gli eredi di coloro che lottavano per la supremazia della propria razza, e ci perdiamo nella Hayti degli anni '60 dove il principale obiettivo degli abitanti afroamericani era quello di essere riconosciuti, rispettati e integrati. Nel sottobosco narrativo striscia il voodoo, atavica forza magica dal cuore africano e dal sangue caraibico, che alimenta con le sue proprietà stregate la popolazione di Hayti. Sintomatico questo parallelismo di Shiner, da un lato la civiltà occidentale prettamente coadiuvata dallo slancio industriale e politico dall'altro la civiltà afromericana (civiltà sincretica, ibrida, mista) che si appella ai lati reconditi dell'irrazionalità umana e si affida al fantastico e magico mondo del voodoo spiritico. Tale parallelismo può sembrare l'ennesimo tentativo di affibbiare a una popolazione ritenuta “inferiore” delle credenze superstiziose e inutili, ma Shiner non si lascia sedurre dagli stereotipi dell'esotismo narrativo ( tendenza, come per l'orientalismo, di metabolizzare un'altra cultura con meccanismi di percezione distorsiva) ma contestualizza il tutto in una densa storia che viene accennata a piccole dosi tra le diverse sezioni temporali e narrative.

Amori, tradimenti, violenze, satira politica e mosaico ambizioso, perfino documento storico per descrivere la storia di Durham. Black & White è tutto questo, una storia di famiglia che si incastra nella storia della società americana. Inoltre, Shiner sdogana anche la subdola etichetta di autore di fantasy e fantascienza, la quale incolpa gli autori di questi generi di non essere capaci di scrivere altro. Una delle letture più affascinanti del 2019 e lo dico in tutta sincerità... o sono sotto il controllo di un sortilegio voodoo?

Black & White Lewis Shiner.
Copertina del romanzo Black & White di Lewis Shiner, pubblicato da Giulio Perrone Editore.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Costa Rica: i più antichi resti dell'America Centrale nel cantone di Siquirres

16 Marzo 2016
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Gli scavi per il progetto idroelettrico che sta interessando il fiume Reventazón in Costa Rica hanno rivelato la presenza di 66 insediamenti nel cantone di Siquirres, risalenti a 12200 anni: si tratta dei più antichi per l'America Centrale.
Si sono ritrovati petroglifi, fondamenta di edifici, strumenti litici, ceramiche, strumenti per cucinare, sepolture, strade in pietra.
Link: The Costa Rica Star.
Il fiume Reventazón, foto di World Wide Gifts (Flickr: Costa Rica - Caribbean Sea - Parismina (Eco-Tourism), siti web: http://www.world-wide-gifts.com or http://www.eco-hotel-costa-rica.com), da WikipediaCC BY-SA 2.0.


La diffusione della dissenteria nel mondo a partire dall'Europa

21 Marzo 2016
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La dissenteria, insieme alla peste, al vaiolo, al tifo, ha rappresentato una piaga per l'umanità, in particolare nei secoli diciottesimo e diciannovesimo. Ancora oggi è un flagello in Africa e Asia, ma probabilmente ebbe origine in Europa.
Un nuovo studio, pubblicato su Nature - Microbiology, mostra la diffusione storica del bacillo della dissenteria epidemica, lo Shigella dysenteriae tipo 1 (Sd1). La ricerca è avvenuta a partire dall'analisi del genoma completo di 331 Sd1, raccolti da 66 paesi per il periodo 1915-2011.
A trasmettere la dissenteria da un continente all'altro sarebbero state le operazioni militari e dalle migrazioni. Il ceppo in questione esisterebbe almeno dal diciottesimo secolo, il patogeno attualmente endemico in Africa e Asia sarebbe originario dell'Europa. Particolarmente rilevante sarebbe state le migrazioni in America, Africa e Asia nel periodo 1889 e il 1903, oltre alla colonizzazione di territori africani e asiatici da parte degli Europei. Il batterio comparve pure durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, prima di sparire dall'Europa. Continuò però a diffondersi in Asia, Africa e America Centrale, e ondate epidemiche investirono l'Africa e il Sud Est Asiatico a partire dall'India.
La ricerca ha pure preso in esame la resistenza del patogeno agli antibiotici: meno dell'1% dei ceppi batterici rimane suscettibile agli antibiotici. Vista la scarsa efficacia degli antibiotici, lo studio evidenzia la necessità di un vaccino efficace.
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I segni della conquista spagnola nei geni dei maschi di Panama

22 Febbraio 2016

I volti dei membri del team dello Smithsonian Tropical Research Institute testimoniano la diversità umana a Panama. Credit: Jorge Aleman, STRI
I volti dei membri del team dello Smithsonian Tropical Research Institute testimoniano la diversità umana a Panama. Credit: Jorge Aleman, STRI

Le conseguenze in America della conquista spagnola furono notevolissime. Le popolazioni di nativi furono colpite in maniera molto pesante, e molti uomini morirono nei conflitti. I coloni spagnoli spesso presero delle donne locali come mogli. Questo si riflette oggi, ad esempio, nella composizione genetica delle popolazioni panamensi, esaminato da un nuovo studio pubblicato su PLOS One.
Anche se vi è una forte differenziazione su base geografica, solo il 22% degli uomini ha un cromosoma Y derivante dai nativi, con il 60% dello stesso proveniente dall'Eurasia occidentale e dal Nord Africa. Il 6% di derivazione subsahariana si spiega col commercio coloniale degli schiavi. Nondimeno, il DNA mitocondriale (che si trasmette per via materna) rimane per la maggior parte di origine indigena.
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Dopo il 1519, gli Spagnoli colonizzarono soprattutto il lato del Pacifico del paese: qui un clima più asciutto favoriva l'agricoltura e l'allevamento. Gli indigeni invece trovarono rifugio nelle montagne più remote o nelle dense foreste tropicali dal lato del Mar dei Caraibi.

[Dall'Abstract:] Geologicamente, Panama appartiene al ponte di terra centroamericano tra America settentrionale e meridionale, attraversato dall'Homo sapiens più di 14 migliaia di anni fa. [...] Oggi, sette gruppi etnici indigeni spiegano il 12,3% della popolazione di Panama. Cinque parlano le lingue chibcha e sono caratterizzate da una bassa diversità genetica e un elevato livello di differenziazione. Inoltre, nessuna prova di una strutturazione differenziale tra geni ereditati per via di madre o padre è stata segnalata nei gruppi culturali istmici chibcha. Dati recenti hanno mostrato che l'83% del mtDNA (DNA mitocondriale) della popolazione generale ospite è di stirpe nativo americana.  Considerando il differenziale di mortalità maschile/femminile al tempo del contatto con gli Europei e i molteplici gradi di isolamento geografico e genetico nei successivi cinque secoli, ci si aspetta che la componente del cromosoma Y dei Nativi Americani vari lungo le diverse regioni geografiche e comunità panamensi. Per affrontare questo problema, si è investigata la variazione del cromosoma Y in 408 moderni maschi dalle nove province panamensi e in un territorio indigeno (la comarca di Kuna Yala). Diversamente dal mtDNA, la componente Nativo Americana del cromosoma Y (aplogruppo Q) supera il 50% solo in tre popolazioni che si affacciano sul Mar dei Caraibi: la comarca di Kuna Yala e la provincia di Bocas del Toro, dove le lingue chibcha sono parlate dalla maggioranza della popolazione, e la provincia di Colón dove vivono molti Kuna e popolazioni di stirpe mista indigena, africana e africana. In altri luoghi la componente dal Vecchio Mondo è dominante e rappresentata per la maggior parte da aplogruppi dell'Eurasia Occidentale, che segnalano il forte impatto genetico maschile degli invasori. L'input degli Africani subsahariani spiega il 5,9% degli aplotipi maschili. Questo riflette le conseguenze del commercio coloniale di schiavi nel Mar Atlantico e i più recenti influssi dalle Indie occidentali (di retaggio africano). Complessivamente, le scoperte dello studio rivelano un'evoluzione locale del gruppo genetico ancestrale maschile dei Nativi Americani, e una forte (ma geograficamente differenziata) predilezione unidirezionale su base sessuale nella formazione delle moderne popolazioni panamensi.
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Gli antichi panamensi cacciavano delfini?

7 Gennaio 2016
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Sulla spiaggia Don Bernardo dell'isola Pedro González, nell'arcipelago de Las Perlas (Pearl Islands in Inglese) a Panama, si sono ritrovati resti di delfini in un tumulo, datato tra 6200 e 5600 anni calibrati prima del tempo presente. L'animale avrebbe costituito una parte importante della dieta locale.
Il ritrovamento apre interrogativi sugli abitanti dell'isola, nativi che provenivano dalla terraferma: cacciavano l'animale o si limitavano a nutrirsi delle carcasse che arrivavano a terra? Non si sono infatti ritrovati ancora strumenti per cacciare questi animali, ma i locali dovevano essere abili pescatori, poiché si sono ritrovati resti di pesci, tartarughe e conchiglie. Una terza possibilità ipotizza che gli animali fossero guidati a riva quando si avvicinavano alla baia, con l'aiuto delle imbarcazioni appositamente posizionate. Si tratta di ipotesi che trovano conferme a livello etnografico. Il tumulo appartiene a un sito del periodo Preceramico, e il mais era coltivato già 5000 anni prima del tempo presente.
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Cambiamento climatico dietro nascita e declino degli stati in Messico e Perù

16 Ottobre 2015
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Secondo un nuovo studio, il cambiamento climatico sarebbe uno degli elementi ad avere giocato un ruolo fondamentale nella nascita e nel declino delle società agricole precolombiane in Messico e Perù.
Formazione, consolidamento e caduta degli stati preindustriali negli ultimi cinquemila anni, a livello mondiale, sono avvenute in molti contesti e con condizioni differenti. Lo studio parte dal presupposto che condizioni climatiche stabili favoriscano la formazione, mentre la volatilità persistente porterebbe al collasso episodico delle stesse società. Nonostante la necessità di un raffinamento delle datazioni archeologiche per alcune aree, gli studiosi hanno preso in considerazione Messico e Perù come primo test, e hanno trovato i dati coerenti con l'ipotesi proposta.
In Messico il discorso sarebbe perciò vero per Teotihuacán, Tula, almeno parzialmente per Tenochtitlan (caduta a causa dei Conquistador). In Perù, la situazione sarebbe simile per Wari e Tiwanaku, e per gli Inca.
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Messico: completati dopo dodici anni i restauri delle pitture a Oxtotitlán

10 - 11 Settembre 2015
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Sono durati dodici anni i lavori di restauro delle pitture ad Oxtotitlán, presso la comunità di Acatlán, del municipio di Chilapa de Álvarez, nella Montaña Baja dello Stato messicano di Guerrero.
Ora le pitture, che ritraggono pure un uomo seduto sul mostro terrestre, possono essere ammirate nei loro sgargianti colori. Per ulteriori informazioni si può consultare anche il lavoro di David Grove su FAMSI, The Middle Preclassic Period Paintings of Oxtotitlan, Guerrero.
Link: INAH; Archaeology News Network via Associated Press.
Cartina dei murali presso Oxtotitlán, da Grove, David C. (1970) Fig.3, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Siyajkak~commonswiki.
 


Due bevande rituali a base di caffeina tra Stati Uniti e Messico

7 Settembre 2015
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Già nel 750 d. C., nel Sud Ovest degli Stati Uniti e nella parte Nord Occidentale del Messico si apprezzava la caffeina, sotto forma di bevande rituali a base di cacao o agrifoglio, che avevano un alto contenuto della sostanza stimolante.
La prima bevanda sarebbe cioccolata a base di cacao. La seconda, chiamata bevanda nera (NdT: black drink in Inglese) viene prodotta a partire da foglie e rametti di alcune specie di agrifoglio. Le bevande sarebbero state consumate durante riunioni comunitarie e rituali. Nessuna delle due piante cresce nel Sud Ovest degli Stati Uniti, e ci si interroga perciò sulle possibili vie commerciali che le hanno portato dai Nativi Americani dell'area. Si sospetta ovviamente il Messico e la Mesoamerica.
Gli studiosi sono giunti a questi risultati partendo da una ricerca sui residui organici presenti nei frammenti ceramici provenienti da 18 siti del Sud Ovest degli Stati Uniti e del Nord Ovest del Messico (tra la parte meridionale del Colorado e quella settentrionale dello stato di Chihuahua), per un periodo compreso tra il 750 e il 1400 d. C. Le analisi hanno rivelato  combinazioni di metilxantine (caffeina, teobromina e teofillina), rivelatrici di bevande stimolanti.
Si tenga presente che l'agrifoglio non contiene solo caffeina: foglie, bacche e altre parti della pianta sono tossiche, e il consumo è pericoloso per l'uomo e per gli animali. Le foglie di alcune specie di agrifoglio erano però utilizzate da alcune culture per produrre del tè. Ovviamente si sconsiglia vivamente l'utilizzo, in ogni forma.
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L'impatto dei Maya sull'ambiente circostante

3 Settembre 2015
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Le attività dei Maya avrebbero influenzato l'ambiente già più di duemila anni fa, con conseguenze ancora oggi. Anche se si parla sempre più di Antropocene e l'impatto umano sul clima è evidente a partire dalla rivoluzione industriale, la tematica è in realtà più complessa, e l'impatto umano sull'ambiente è da sempre assai rilevante.
Considerando l'influenza dei Maya ("Mayacene") sul clima, sulla vegetazione, sull'idrologia e sulla litosfera tra i tremila e i mille anni fa, i ricercatori notano le alterazioni all'interno degli ecosistemi, arrivando a modificare in modo sensibile il paesaggio, e adattandosi ai cambiamenti climatici.
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