Pat Sullivan Felix the cat il gatto

Pat Sullivan: una vita in bianco e nero

SOGNI ANIMATI II

Pat Sullivan: una vita in bianco e nero

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Pat Sullivan
Pat Sullivan in una foto di ignoto, da p. 48 dell'edizione del 3 Aprile dello Exhibitors Herald (Apr. - Jun. 1920), in pubblico dominio

Il binomio “genio e sregolatezza” viene spesso utilizzato per riassumere le biografie di celebri personaggi il cui formidabile estro andò di pari passo con uno stile di vita esagerato e, quasi sempre, dai risvolti tragici: in genere si parla in questo modo di pittori, scrittori e attori, ma non mancano esponenti di forme d'arte meno convenzionali, come matematici e pionieri dell'informatica. Anche nel mondo dell'animazione vi sono state personalità particolarmente controverse, il cui spessore artistico si accompagna a una vita problematica: paradigmatica, in tal senso, è la storia di Pat Sullivan, che fu in grado di cambiare la concezione stessa dei cartoni animati ma non di salvarsi da un'esistenza ricca di drammi ed eccessi.

Un ragazzo difficile

Patrick Peter “Pat” Sullivan nacque nei sobborghi di Sydney il 22 febbraio 1885 da una famiglia d'origine irlandese; poco più che ventenne emigrò negli Stati Uniti, dove lavorò dapprima come fumettista per alcuni giornali per poi interessarsi all'animazione: tra 1914 e 1915 prestò servizio in due dei primi studios storicamente esistiti, quello di John Randolph Bray e quello di Raoul Barré. Già nel corso di queste prime esperienze emerse la difficile personalità di Sullivan: il ragazzo era un fervente cattolico e difendeva le proprie idee religiose al punto di scatenare vere e proprie risse; inoltre già in questi anni risultarono evidenti il suo narcisismo e la tendenza a bere più del dovuto. In effetti Sullivan si dimise dagli studios di Bray dopo pochi mesi di lavoro perché “non si sentiva sufficientemente valorizzato”; in seguito fu Barré a licenziarlo per divergenze creative, sottolineando il fatto che ai suoi occhi fosse un incompetente.

Nel frattempo il mondo dell'animazione andava incontro a decisive trasformazioni: nel 1916 il magnate americano William Randolph Hearst fondò i propri studios, i primi a presentare un assetto aziendale gerarchico e ben definito, che fu poi replicato dalle case di produzione più famose (Disney e Fleischer in testa); Hearst, la cui abilità negli affari era proverbiale, offrì ai migliori artisti degli studios di Bray e Barré degli stipendi da capogiro, assicurandosi una forza lavoro di prim'ordine e causando al contempo il fallimento delle altre due case di produzione. Sullivan, che all'epoca era già stato cacciato da Barré, non rientrò tra le fila di questi animatori: quasi per ripicca decise di investire i suoi scarsi risparmi per fondare un suo studio personale.

Questa impresa si rivelò sorprendentemente efficace: Sullivan aveva acquistato i diritti di due serie a fumetti alle quali aveva lavorato, Sammy Johnsin e The Tramp (ispirata al personaggio di Charlot), che all'epoca godevano di fama più che discreta; i cartoni animati che ne furono tratti riscossero un buon successo.

Occorre tuttavia considerare che già in partenza l'animatore commise dei gravi errori: piuttosto che guardare al modello Hearst, che prevedeva una suddivisione del potere decisionale tra il direttore e i membri del consiglio d'amministrazione, Sullivan decise di impostare la propria azienda con un assetto padronale, accentrando nella sua persona tutte le responsabilità. Le conseguenze di questa scelta non tardarono a mostrarsi: a causa dei suoi problemi d'alcolismo l'uomo era solito gridare contro i suoi dipendenti mentre era ubriaco, arrivando addirittura a licenziarli per futili motivi e non ricordare nulla il giorno dopo; Al Eugster, uno dei suoi animatori, dichiarò che Sullivan fosse “l'uomo d'affari più coerente del mondo: coerente nel non essere mai sobrio”.

Molti, poi, furono gli animatori afroamericani che denunciarono un razzismo di fondo nella sua gestione degli studios; infine, quando nel 1917 l'uomo fu incarcerato per un'accusa di violenza ai danni di una minorenne, gli studios, privi del loro direttore, dovettero chiudere e restare fermi per circa un anno.

Il successo di Felix the Cat

Nonostante queste controversie, l'accoglienza positiva delle due serie consentì agli studios di prosperare per alcuni anni senza picchi di particolare eccellenza; una vera e propria svolta avvenne solo sul finire del decennio, con l'invenzione di Felix the cat. Questo personaggio, che in Italia è noto anche col nome di Mio Mao, fece il suo debutto ufficiale nel cortometraggio Feline Follies (novembre 1919); il finale a sorpresa lascia intendere piuttosto chiaramente che nelle intenzioni iniziali questa dovesse essere la sua unica apparizione: invece, in maniera del tutto inaspettata, il pubblico gradì questo gatto al contempo simpatico e caustico, le cui avventure mostravano una vena di adulto sarcasmo.

Pat Sullivan Felix the cat il gatto
La celebre “camminata pensierosa” (Felix pace), in Oceantics (1930). Immagine in pubblico dominio

Questo spinse Sullivan a produrre nuovi cortometraggi di Felix; film dopo film il personaggio fu rifinito nella grafica e nel carattere; in particolare furono portati all'estremo tutti quei comportamenti stereotipati e ripetuti ossessivamente che lo rendevano unico e riconoscibile: Felix era in grado di togliersi la coda e utilizzarla come bastone, levarsi lo scalpo a mo' di cappello per salutare una bella fanciulla, afferrare i punti esclamativi utilizzati per visualizzare le sue emozioni (siamo ancora all'epoca dei film muti) e adoperarli nelle maniere più disparate; celeberrima divenne poi la sua “camminata pensierosa” (Felix pace), che in genere preludeva a un'idea strampalata in grado di dare una svolta alla trama. Per la prima volta il pubblico imparò a riconoscere e amare un personaggio animato: è per questo motivo che Felix è oggi considerato il primo personaggio seriale vero e proprio della storia dell'animazione, modello ideale per qualsiasi eroe animato sia stato mai creato in seguito fino ai nostri giorni.

Roscoe Arbuckle mentre tiene il gatto Ethel del Lasky Studio come modello per Pat Sullivan, il quale disegna Felix the Cat per il Paramount Magazine. Foto di ignoto, da p. 78 dell'edizione del 12 Marzo dello Exhibitors Herald (Jan. - Mar. 1921), in pubblico dominio

Anche le origini di questo personaggio, tuttavia, diedero adito a una serie di questioni, prima tra tutte la paternità: all'indomani del successo di Felix scoppiò infatti una diatriba tra Pat Sullivan e Otto Messmer, uno dei suoi animatori, a proposito di chi dei due lo avesse realmente inventato. Messmer dichiarava infatti di aver concepito autonomamente il personaggio in tutte le sue caratteristiche; Sullivan (che comunque ne deteneva i diritti e dunque era legalmente il proprietario ufficiale) gliene riconosceva solo lo sviluppo grafico, ribadendo che fosse un prodotto della sua inventiva. A proprio suffragio Sullivan addusse numerose prove, tra le quali un altro cortometraggio intitolato The Tail of Thomas Kat (oggi perduto), realizzato interamente da lui e con protagonista un prototipo di Felix; alcuni animatori si schierarono invece a favore di Messmer, dichiarando che l'alcolismo di Sullivan gli consentisse a malapena di gestire gli studios, e che i suoi contributi creativi fossero insignificanti.

In ogni caso Messmer ottenne da Sullivan la promozione ad animatore capo e diresse la maggior parte dei corti di Felix, e questo bastò a dirimere pacificamente le questioni tra i due; tuttavia ancora oggi non è ben chiaro chi di loro abbia inventato Felix, e gli storici dell'animazione si dividono tra i sostenitori dell'una o dell'altra tesi.

Un repentino fallimento

Felix il gatto e Charlie Chaplin in Felix in Hollywood (1923). Immagine in pubblico dominio

L'ascesa di Felix continuò per tutto il terzo decennio del '900, durante il quale gli studios non ebbero praticamente alcun rivale; molti personaggi tentarono di replicarne le caratteristiche, ma nessuno di essi ebbe particolare successo: tra di essi ricordiamo Koko il Clown di Fleischer e Oswald il coniglio fortunato, prima creazione di Walt Disney a sua volta protagonista di un clamoroso caso di furto di diritti. Lo stesso Barré, che dieci anni prima aveva licenziato Sullivan, nel 1926 dovette chiudere definitivamente la propria azienda e andare a lavorare presso il suo vecchio dipendente.

Nell'ottobre 1928, tuttavia, ci fu una svolta epocale: gli animatori Amadee von Beuren e Paul Terry rilasciarono il cortometraggio Dinner Time, il primo a far uso del sonoro; un mese dopo Walt Disney pubblicò invece Steamboat Willie, terzo cartoon di Mickey Mouse, che presentava per la prima volta una colonna sonora perfettamente sincronizzata all'azione. In breve i cortometraggi sonori divennero il punto di riferimento per la cinematografia d'animazione, al quale tutte le case di produzione dovettero adeguarsi; Sullivan operò invece una scelta in controtendenza e rifiutò di aggiungere il sonoro ai film di Felix.

Per decenni questa decisione è stata imputata alla scarsa capacità imprenditoriale dell'animatore, aggravata dai suoi problemi con l'alcol e dal suo temperamento difficile; in tempi recenti, tuttavia, essa è stata vista sotto una luce differente: molti furono infatti i cineasti che sulle prime rifiutarono di aggiungere il sonoro ai propri film, considerando il sonoro una moda passeggera; inoltre Felix era stato concepito per una cinematografia priva di sonoro e le sue caratteristiche basilari si fondavano sul fatto di essere muto; probabilmente Sullivan temeva che adattare il personaggio alle nuove mode avrebbe comportato un suo snaturamento; la stessa cosa sarebbe accaduta anni dopo a Walt Disney, quando si trattò di far passare Topolino al technicolor.

Intorno al 1930, comunque, fu chiaro che Felix stava perdendo fama e consensi; Sullivan tentò di correre ai ripari quando era già troppo tardi: a causa della scarsa disponibilità economica l'animatore fu costretto ad adoperare una tecnologia meno costosa ma decisamente obsoleta, che fu implementata in fretta e furia ad alcuni film già completati e concepiti senza sonoro. Questi cortometraggi registrarono un clamoroso insuccesso, e i mancati incassi portarono gli studios a un irreparabile dissesto finanziario.

Sullivan cadde in depressione e il suo alcolismo peggiorò; nel 1931 sua moglie Marge morì in un ambiguo incidente domestico, mentre un anno dopo gli fu diagnosticata la sifilide. L'animatore tentò di investire le sue ultime risorse nel rimodernamento degli studios e in un rilancio del suo personaggio più famoso; alla fine del 1932 annunciò di aver messo in cantiere dei nuovi film sonori di Felix, ma nel frattempo le sue condizioni fisiche e mentali si erano irrimediabilmente deteriorate: nel febbraio 1933, a una settimana dal suo quarantottesimo compleanno, Pat Sullivan morì per le complicazioni di una polmonite.

L'eredità di Pat Sullivan

In seguito alla morte di Sullivan il gatto Felix continuò a vivere sulle pagine dei fumetti, per poi godere di alcuni revival: negli anni '60 Otto Messmer rilevò i diritti del personaggio e promosse la produzione di nuovi cortometraggi a colori, mentre tra la fine degli '80 e l'inizio dei '90 gli furono dedicati un lungometraggio e una serie TV a esso ispirata. Nessuno di questi prodotti conobbe lo stesso successo della serie originale, principalmente perché il personaggio fu effettivamente alterato nelle sue caratteristiche di base: il Felix di Sullivan si rivolgeva a un pubblico adulto e le sue avventure, pur comicamente surreali, riflettevano la società americana del tempo; questo non accadde nelle successive riproposizioni, in cui Felix si trovava a interagire con mondi e personaggi fiabeschi e fin troppo infantili. In ogni caso la sua fama non è mai venuta meno, complice anche il suo massiccio utilizzo nel settore del merchandising.

La vicenda umana e professionale di Pat Sullivan servì da monito a tutti gli imprenditori che si cimentarono col mondo dell'animazione, tanto in negativo nella visione aziendale degli studios quanto in positivo nella serializzazione dei personaggi e nel continuo bisogno di adeguarsi alle mode: tutte caratteristiche pienamente riscontrabili anche oggi, a distanza di quasi un secolo.


Un esercito di Lego Classicist pronto ad invadere i social

Grandi e piccoli, tutti conoscono i Lego. Ma gli appassionati del mondo classico non possono perdersi, grazie ai social, il progetto LEGO CLASSICIST. Da un’idea di Liam D. Jensen, alias The Lego Classicist, archivista storico australiano, un esercito di classicisti ha invaso il web e ha conquistato gli studiosi del mondo antico in un sapiente mix fatto di pop art e storica antica.

Come rivela lo stesso Liam, tutto è iniziato per caso. Ricreare studiosi classici in mattoncini Lego ha superato ogni aspettativa ed è stata una voluta celebrazione del mondo antico e soprattutto del lavoro dei tanti studiosi che in più svariati enti e campi adorano il loro lavoro e ci permettono di conoscere quanto più della storia e dell’archeologia. Elemento innovativo e inclusivo l’utilizzo dei social, dove Liam annuncia di volta in volta nuovi membri della famiglia Lego Classicist.

Liam al lavoro nella realizzazione di uno dei suoi LC

In breve tempo e grazie al folto numero di curiosi, il progetto è diventato internazionale. Il potere della comunicazione passa anche attraverso il gioco e la capacità di abbattere ogni tipo di frontiera è tipica anche dei famosi omini LEGO amati in tutto il mondo e capaci di creare sempre scenari e avventure diversi. Tanti sono i personaggi che hanno aderito alla famiglia LC tra cui Mary Beard la cui minifigure è diventata virale tanto da essere stata ripresa anche dal canale BBC, dalla prestigiosa rivista tedesca di archeologia, Antike Welt, dal giornale della Society of Antiquaries of London, SALON e dalla Cambridge University. La stessa Beard ha in seguito utilizzato la sua minifigure all’interno di un suo programma televisivo, Front Row Late.

L’Italia al momento può vantare ben tre personaggi ritratti in minifigure Lego: Alessandra Giovenco, archivista della British School at Rome, il Prof. Massimo Osanna, archeologo e Direttore del Parco Archeologico di Pompei e il Prof. Giacomo Pardini, archeologo e numismatico, docente presso l’Università di Salerno. Allora abbiamo chiesto proprio a Liam, di parlarci del suo progetto e di alcuni dei suoi più importanti personaggi.

LEGO CLASSICIST
Alessandra Giovenco, Massimo Osanna e Giacomo Pardini

Liam, quando e come è nato il progetto Lego Classicist?

La prima minifigure Lego è stata pubblicata sui social media il 20 febbraio del 2016, ma il nome Lego Classicist è stato pensato solo dopo altre 3 minifigure e così ho creato una pagina Facebook dedicata al progetto. Questo è stato il vero momento in cui è nato Lego Classicist.

Quanti classicisti include il progetto e chi fa parte della famiglia LC?

In questo momento la famiglia LC include 90 studiosi scelti direttamente nell’ambito della disciplina classica ma presto mi piacerebbe includere anche categorie differenti come egittologi e chiunque sostenga lo studio della storia non solo antica come conservatori, bibliotecari e archivisti.

Chi è stato il primo personaggio LC?

Tecnicamente la prima minifigure realizzata quasi per caso è quella del Dott. Tom Hillard, docente di storia romana e vecchio amico di famiglia. Ma Michael Turner, creatore e designer dei tre modelli famosi del mondo antico tra cui Lego Pompeii , Lego Colosseo e Lego Acropoli, può ritenersi il primo vero ispiratore per la famiglia Lego Classicist.

Dall’Australia hai conquistato il mondo dei classicisti. Ti aspettavi tutto questo clamore?

Tutto è iniziato come gioco tra me e i miei amici e mai avrei pensato al fatto che LC potesse raggiungere il mondo dei classicisti con così tanto entusiasmo.

L’Italia è stata rappresentata attraverso tre personaggi. Cosa ci puoi dire di loro?

Massimo Osanna e il suo alter LC

La minifigure del Prof. Massimo Osanna mi è stata richiesta dal Nicholson Museum, Università di Sydney che voleva omaggiare il Professore  e inserire il suo personaggio all’interno del modello Lego Pompeii. Due accademici dell’Università di Sydney hanno consegnato di persona il piccolo Lego e lui ha diffuso la notizia tramite il suo canale Twitter.

Alessandra Giovenco è archivista alla British School di Roma e ho avuto il grande piacere di conoscerla personalmente nel 2016. Le nostre conversazioni quotidiane mi hanno ispirato e così è entrata a far parte della famiglia LC. La minifigure le è stata consegnata dal Direttore della BTR a nome mio.

Giacomo Pardini con il suo LC

Infine, il Prof. Giacomo Pardini mi aveva taggato in una foto che lo ritraeva come minifigure Lego, realizzato da suo nipote, con la scritta “quasi Lego Classicist”. Da allora abbiamo avuto una fitta corrispondenza legata sia al mondo dei Lego che a quello dell’archeologia e quindi ho sentito la necessità di farlo divenire membro della famiglia LC anche se penso che la minifigure di suo nipote sia sicuramente migliore della mia! Il Prof. Pardini ha ricevuto giusto poche settimane fa la sua minifigure LC presso l’Università di Salerno.

Tutti e tre hanno risposto con grande entusiasmo che non può essere espresso a parole ma è visibile sui loro volti e nelle foto che mi hanno inviato assieme alle minifigures. I Romani hanno avuto un grande ruolo nella storia antica ed è giusto che nella famiglia LC ci siano molti altri membri in futuro.

Quale messaggio vuoi trasmettere attraverso il tuo progetto?

Spero che LC possa dare la possibilità a tutti di diffondere quanto più possibile il mondo antico e il suo studio. LC ha lo scopo di aiutare ad unire la comunità di classicisti così da evidenziare il loro lavoro e renderlo quanto più fruibile per tutti e ad un pubblico sempre più ampio. Il mondo LC vuole unire la classicità senza banalizzarla ma rendendola solo un po’ più giocosa.

Il primo Lego Classicist di questo 2020 è stato realizzato per il Prof. Pardini, ci puoi dire se ci saranno altri italiani nella famiglia?

Sono in contatto con un classicista italiano che spero presto possa entrare a far parte di LC e ne ho altri due in mente che saranno rivelati più in là.

Cos’è l’Internation Lego Classicism Day e come si svolgerà?

LEGO CLASSICIST

è un evento social che gestisco dal 2017 e che ricade proprio il 20 di febbraio. È l’anniversario dei Lego Classicist e mi piace utilizzare questa data per invitare tutti a festeggiare e celebrare la storia antica attraverso i mattoncini Lego. Ognuno lo può fare  a modo suo. Può condividere il suo modello Lego preferito, quello che ritrae Pompei al Nicholson Museum è il mio preferito, oppure puoi scattare una foto dove ci sono rovine classiche e una figura Lego seduta in un famoso sito antico. L’hashtag ufficiale di quest’anno è #LCD2020

 

 

 


"La sapienza segreta delle api" di Pamela L. Travers

La sapienza segreta delle api di Pamela L. Travers
L'eroina dai mille volti

La ragione sa ogni cosa, ma i sentimenti, a volte, sanno sempre qualcosa in più.
E non si può approcciare La sapienza segreta delle api come qualsiasi altra antologia di scritti saggistici, come un semplice arazzo di articoli e testi divulgativi, perché rimarrete intrappolati in un pathos tragico-emotivo dove soltanto i lumi della disragione e della sensibility brillano di lucore proprio; e quel pragmatismo asettico e moderno rimane sepolto tra le macerie di una razionalità stantia.

Pamela L. Travers insegna a ragionare non con il cuore, non con il ventre o l'anima, ma con qualcosa di ben più antico e nascosto dentro noi stessi; una particella embrionale del racconto mitico, mutevole e indomabile, dove le leggende e le fiabe regnano libere.

Sicuramente il libro di saggistica folklorica e misterica più bello di quest'anno, un libro che sdogana la scrittrice Helen Lyndon Goff (vero nome di Pamela L. Travers) dalla etichetta univoca (e forse troppo limitante) di scrittrice per l'infanzia. Come non ricordare infatti che la Travers siglò la serie di successo globale di libri per ragazzi di Mary Poppins? Romanzi che essa stessa vedeva non come il compimento della sua maturità artistica e culturale. Infatti La sapienza segreta delle api diventa un'opera quasi testamentaria, un codice di 21 saggi/articoli che delineano perfettamente lo spessore intellettuale e la sensibilità artistica di questa donna nata sul finire del diciannovesimo secolo, proprio nel 1899.

La sapienza segreta delle api Pamela Lyndon Travers
Pamela Lyndon Travers, nel ruolo di Titania per la commedia "Sogno di una notte di mezza estate"(attorno al 1924). Foto di ignoto, nella collezione di foto personali e di famiglia della scrittrice, dalla State Library of New South Wales, PX*D 334

Nata in Australia, ai tempi considerata tra le più antiche terre del mondo, visse ascoltando storie irlandesi e filastrocche delle Highlands attraverso i cuori parlanti dei suoi genitori. In un clima così stimolante la giovane Pamela si nutrì di miti, fiabe e favole e crebbe all'ombra degli antichi alberi custodi delle verità primigenie. Lo racconta anche lei, ora i bambini sono troppo distratti (Ah! Cara Pamela L. Travers, ora è molto peggio) dai giochi e da altre diavolerie moderne, mentre nella sua giovinezza poteva rincorrere farfalle e ascoltare le parole sussurrate da quelle api che lei reputava guardiane delle verità del tempo e della natura. Come suggerisce lei stessa, le api sono esseri mitologici appartenenti alle più svariate culture sulla terra, basta riflettere sulla loro etimologia: beu in cornico, beo in irlandese, byw in gallese, e in greco bios (che poi significa anche vita).

«Dunque, l'ape rappresenta fondamentalmente – o ne viene considerata come la manifestazione – il verbo “essere”, to be. Non stupisca dunque che l'ape, nella mitologia, venga vista come l'ospite rituale dei più alti spiriti – essa simboleggia Vishnu, Indra e Krishna, noto in India come “Colui che è nato dall'albero di nettare”»

Il mito per Pamela L. Travers non è una menzogna o una volgare allegoria per spiegare un evidente fatto scientifico o una sfumatura della realtà, bensì qualcosa di molto più potente e pregnante, la più autentica verità. Infatti, come sottolinea la Travers, in accordo con Kerényi, la mitologia è viva (bios), più viva dell'arte e della poesia e di qualsiasi altra forma di espressione perché lei è realtà vivente. Una visione così evocativa e allo stesso tempo scientificamente corretta, perché, secondo Alessandro Voglino (alto divulgatore di letteratura fantastica e direttore della fantacollana Nord), il fantastico (alla stregua della mitologia) è così saturo di costruzioni archetipiche di essere, in una visione sottile, più reale della realtà stessa. Perché incarna i topoi e il bagaglio mitico-ancestrale dell'umanità per tradurli nel racconto.

Potremmo dilungarci per molto, sospinti come accennavo dalla emotività di questa scrittrice brillante (colpa anche della poetica e correttissima introduzione del mio compaesano Cesare Catà), ma credo sia più corretto lasciare questa meravigliosa scoperta saggistico-letteraria (finora inedita in Italia) ai lettori che acquisteranno il volume della casa editrice maceratese Liberilibri.

Mi soffermo nell'evidenziare la mente cangiante di Pamela L. Travers, capace di sciorinare (con competenza e passione, non per mero sfoggio nozionistico) collegamenti coerenti e complicati, di districarsi in foreste celtiche come in giungle orientali e tornare viva alla “civiltà” per raccontarci gli insegnamenti carpiti da questi viaggi tra i libri e le storie. Una lettrice avida di leggende, eroi e eroine, capace di riconoscere e promuovere la forza attiva delle donne, insegnando loro tramite il folklore e i racconti del focolare o delle leggende antiche. Donne che non devono ristagnare in un ruolo passivo come vittime di un fato imperante bensì diventare attive e padrone del loro racconto, non uditrici di gesta ma eroine. Perché tutti dobbiamo essere capaci di narrare una storia, la nostra.

Eroina dai mille volti

La Travers è perciò un'eroina dai mille volti, parafrasando il testo capolavoro di Campbell, in bilico tra gnosticismo zen e ballate epiche irlandesi, tra i meandri della poesia vedica e nei labirinti della tragedia greca, guidata da una profonda conoscenza della filosofia e della psicanalisi junghiana, dagli incontri con AE e Gurdjieff, e il poetico esoterismo di William Blake, Keats e Shakespeare.

I fratelli Wilhelm e Jacob Grimm in un dipinto (1855) di Elisabeth Jerichau-Baumann. Immagine in pubblico dominio

Per non parlare di quell'amore che sempre coltivò per il “romanticismo nero” delle favole “crudeli” dei fratelli Grimm e di quella tragica visione del mito che sempre si scontrò con la visione positivista di Walt Disney, pover'uomo che sempre si scontrò con Pamela L. Travers per la realizzazione del film di Mary Poppins.

I due non potevano essere più diversi: Walt Disney promuoveva una visione “if you can dream it, you can do it” la Travers al contrario voleva dare alle sue storie uno spessore più significativo del normale happy ending, insegnare i valori di quella “sofferenza” che tutti i miti e anche le fiabe sanno insegnare, perché il dolore è anche uno strumento di auto-indagine per la forgiatura non del IO ma della comunità. Gli ammaestramenti morali, etici e pratici delle fiabe e dei miti non possono essere edulcorati e sottomessi a puerili visioni ottimistiche e mascherate da colonne sonore e balletti. La Travers lottò con caparbietà per lasciare la sua impronta nel film di Mary Poppins, il risultato, come spesso succede, è una via di mezzo.

Tra le cose che ho apprezzato di più delle disquisizioni sparse all'interno del volume curato da Cesare Catà sono le riflessioni sulla letteratura fantastica. Infatti la Travers non solo leggeva fumetti come Superman o Hulk ma coltivava l'amore del legendarium tramite la lettura di Tolkien e di Ursula K. Le Guin. Di Tolkien parlerà benissimo come:

«Tolkien è uno dei segni dei nostri tempi. Coloro che in futuro emigreranno nello spazio in colonie interstellari certamente porteranno con loro i libri di Tolkien. Tutte le subcreazioni saranno quanto mai necessarie per dare a quegli uomini lassù una pienezza psicologica interiore che equilibri la vacuità dell'esterno. »

John Ronald Reuel Tolkien nel 1916, a 24 anni. Foto in pubblico dominio

L'other world tolkieniano quindi si arricchisce di connotazioni essenziali. Il secondary world fantastico, ovvero un mondo sub-creato dal nostro, diventa unica matrice per alimentare la fantasia dell'uomo e di salvarlo dalla vacuità cosmica, ma non solo da quella universale ma anche dall'asfissia turbo-moderna che ci costringe a dimenticare il ruolo didattico, evocativo e primordiale delle fiabe. Il mondo fantastico (di Tolkien, Le Guin, Lewis o di Hulk) non è un mero tentativo di evasione dalla realtà, non si tratta di escapismo letterario, più che fuga possiamo parlare di volontà di analizzare il nostro mondo con una nuova lente di ingrandimento, un microscopio potentissimo fatto di leggende e canzoni di gesta.

Forse dovremmo perderci nei boschi o seguire i corsi dei fiumi, rimanere incantati davanti agli alberi che possono raccontarci storie o ascoltare il ronzio delle api. Chissà cosa potranno dirci.

La sapienza segreta delle api Pamela L. Travers
Copertina dell'edizione italiana (Liberilibri) del saggio La sapienza segreta delle api (titolo originale: What the Bee Knows: Reflections on Myth, Symbol and Story) di Pamela Lyndon Travers

Nuove analisi di Deep Skull mostrano storia complessa del Sud Est asiatico

27 - 28 Giugno 2016

La Grotta di Niah. È possibile intravedere gli scavi di Harrisson del 1958, dove Deep Skull fu ritrovato. Credit: Curnoe
La Grotta di Niah. È possibile intravedere gli scavi di Harrisson del 1958, dove Deep Skull fu ritrovato. Credit: Curnoe

Il più antico teschio con caratteristiche anatomicamente moderne per il Sud Est asiatico proviene dalla Grotta di Niah, in Sarawak, Borneo (Malesia) ed è noto come Deep Skull (teschio profondo).

Il teschio fu ritrovato nel 1958 negli scavi condotti da Tom Harrisson del Museo di Sarawak, e data a 37 mila anni fa. Per oltre cinquant'anni il reperto è stato oggetto di discussioni: il punto di vista più accettato, che partiva dalla descrizione ed analisi di Brothwell del 1960, è che si trattasse di qualcuno strettamente correlato agli indigeni australiani.

Un nuovo studio, pubblicato su Frontiers in Ecology and Evolution, ribalta questa visione: Deep Skull non era correlato agli indigeni australiani, ma somiglierebbe maggiormente a certi odierni abitanti del Borneo, indigeni dalle fattezze delicate e con un corpo piccolo. Le somiglianze con gli aborigeni sarebbero poche. Inoltre, non si tratterebbe di un giovane adolescente ma probabilmente di una donna di mezza età.

Lo studio era partito dall'idea di una verifica delle tesi di Brothwell, a lungo rimaste influenti e prive di un controllo: dopo sei decenni erano ancora corrette? La scoperta che Deep Skull potrebbe rappresentare uno degli antenati delle popolazioni indigene del Borneo è di grande importanza per lo studio della regione in epoca preistorica, che dev'essere stata molto più complicata di quanto ritenuto finora.

Inoltre, le conclusioni del nuovo studio sfidano il modello a due strati  ("two-layer" hypothesis) che spiega la regione:  questo ipotizzava che il Sud Est asiatico sia stato colonizzato prima da indigeni australiani e popolazioni relazionabili agli attuali abitanti della Nuova Guinea, che furono poi sostituite da contadini della Cina meridionale solo pochi millenni fa. Il nuovo studio dimostrerebbe invece che le prime persone a popolare la regione sarebbero state più vicine agli odierni abitanti, suggerendo in questo una grande continuità nel tempo. Inoltre, almeno alcune delle popolazioni indigene del Borneo non sarebbero state sostituite dai contadini dalla Cina, ma avrebbero adottato la nuova cultura agricola attorno a 3.000 anni fa.

Ossa di 37 mila anni fa di Deep Skull. Credit: Curnoe
Ossa di 37 mila anni fa di Deep Skull. Credit: Curnoe

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I primi abitanti dell'Australia furono gli Aborigeni

6 Giugno 2016
Mungo_Man

I primi abitanti dell'Australia furono gli Aborigeni. Queste le conclusioni di un nuovo studio, pubblicato su PNAS, che confuta un precedente lavoro che aveva esaminato l'Uomo di Mungo. Quello studio precedente era giunto alla conclusione dell'esistenza di un'altra stirpe di moderni umani, che avrebbe occupato il continente prima degli Aborigeni.

La nuova ricerca ha utilizzato nuovi metodi di sequenziamento del DNA per analizzare i resti dell'Uomo di Mungo: ne è risultato che le sequenze da cinque persone di origine europea sarebbero frutto di contaminazione.

Il nuovo studio costituisce pure il primo recupero di DNA mitocondriale di un aborigeno che visse prima dell'arrivo degli Europei.

Il prof. David Lambert. Credit: Michael Cranfield/Griffith university
Il prof. David Lambert. Credit: Michael Cranfield/Griffith university

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Australia: un frammento dalla più antica ascia

10 - 11 Maggio 2016

Il più antico frammento d'ascia, qui al microscopio. Credits: Australian Archaeology
Il più antico frammento d'ascia, qui al microscopio. Credits: Australian Archaeology

Scoperto un frammento della più antica ascia nella regione di Kimberley, nell'Australia Occidentale. Il frammento è molto piccolo, più o meno delle dimensioni di un'unghia, e data tra i 45 e i 49 mila anni fa: più o meno il tempo dell'arrivo dei primi umani nel continente.
Per il prof. Peter Hiscock dell'Università di Sydney, il frammento dimostrerebbe che i primi australiani erano degli innovatori tecnologici, visto che non è nota alcuna ascia per il periodo dell'Era Glaciale nel Sud Est Asiatico. Probabilmente dunque, all'arrivo in Australia quegli uomini cominciarono a sperimentare nuove tecnologie, per sfruttare le risorse del continente.
Esempi di asce simili a quella dalla quale provengono i frammenti ritrovati. Credits: Stuart Hay, ANU.
Esempi di asce simili a quella dalla quale proviene il frammento ritrovato. Credits: Stuart Hay, ANU.

Il frammento fu ritrovato insieme ad altri reperti e manufatti nel 1994, dal sito di Carpenter's Gap, un grande rifugio roccioso, tra i primi siti ad essere occupati dai moderni umani. Gli scavi furono condotti allora dalla prof.ssa Sue O'Connor della Australian National University. A partire dal 2014 il prof. Hiscock ha condotto nuovi studi sui reperti dal sito, scoprendo il frammento dagli strati più risalenti.
Nuovi studi rivelano che il frammento proviene da un'ascia dal basalto, che è stata poi levigata sfregandola su un'altra roccia. Il bordo fu poi in seguito affilato nuovamente. Si tratta del primo esemplare noto di ascia provvista di manico: in Giappone, asce simili compaiono attorno ai 35 mila anni fa, ma nella maggior parte dei luoghi al mondo compaiono con l'agricoltura, dopo i 10 mila anni fa.
Esempio di ascia simile a quella della quale si sono ritrovati i frammenti. Credits: Stuart Hay, ANU.
Esempio di ascia simile a quella della quale si sono ritrovati i frammenti. Credits: Stuart Hay, ANU.

Le asce costituirono uno strumento cruciale per i cacciatori raccoglitori e furono elemento caratterizzante per il Neolitico. Ma dove furono inventate? Per il prof. Hiscock, questo frammento ritrovato può aiutarci a rispondere alla domanda. Anche se gli umani si dispersero in Australia, questa tecnologia non si diffuse con loro, e la si può ritrovare solo nel nord tropicale. Queste considerazioni possono forse suggerire due diversi gruppi colonizzatori, o l'abbandono di questa tecnologia nelle zone desertiche e nelle aree boschive sub-tropicali. Questa differenza tra Australia meridionale e settentrionale sarebbe rimasta in essere fino a poche migliaia di anni fa, quando si cominciarono a creare asce nella maggior parte dei luoghi della parte meridionale del continente.
Lo studio "World’s earliest ground-edge axe production coincides with human colonisation of Australia", di Peter Hiscock, Sue O’Connor, Jane Balme & Tim Maloney, è stato pubblicato su Australian Archaeology.
Link: Australian Archaeology; EurekAlert! via University of Sydney; EurekAlert! via Australian National University; AlphaGalileo via Taylor & Francis.


Australia: una lunga storia genetica indipendente

25 Febbraio 2016
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L'Australia è stato una delle prime regioni ad essere colonizzate dai moderni umani, attorno a 50 mila anni fa. Le prime prove archeologiche per la presenza umana si collocano attorno ai 47 mila anni fa, e sono ampiamente accettate. Questi coloni, tra i primi ad uscire "fuori dall'Africa", hanno costituito gli antenati dei moderni Aborigeni australiani.
Un nuovo studio, pubblicato su Current Biology, ha sequenziato 13 cromosomi Y da Aborigeni australiani, concludendo che la divergenza con quelli presenti in altri continenti risale a 50 mila anni fa circa. La divergenza rispetto ai cromosomi Y di Papua Nuova Guinea si colloca immediatamente dopo questo evento. Non vi sarebbero invece prove di un flusso genetico maschile dall'Asia meridionale in Australia, per l'Olocene.
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Lo studio dunque confuterebbe l'esistenza di un flusso dall'India in Australia, da collocarsi attorno a 4-5 mila anni fa, e supporterebbe la tesi di una lunga storia genetica indipendente per l'Australia. L'arrivo dei dingo in Australia si colloca attorno ai cinquemila anni fa, e nella stessa epoca si verifica una modificazione negli strumenti litici utilizzati e nel linguaggio. Era perciò sorto il dubbio circa possibili modificazioni genetiche da associare a questi cambiamenti. Due studi recenti proposero di collegarli a un mescolamento con popolazioni indiane di cinquemila anni fa, mescolamento che per il nuovo studio sarebbe però da escludere. Ulteriori studi per spiegare questi eventi - ed altri, come la mancata colonizzazione polinesiana - si rendono perciò necessari.
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Australia: gli umani dietro l'estinzione del Genyornis newtoni

1 Febbraio 2016

Una illustrazione di un grande uccello incapace di volare, noto come Genyornis newtoni, mentre viene sorpreso nel suo nido da una lucertola predatrice da 1 tonnellata (Megalania prisca) in Australia, grosso modo 50.000 anni fa. Credit: Illustrazione di Peter Trusler, Monash University.
Una illustrazione di un grande uccello incapace di volare, noto come Genyornis newtoni, mentre viene sorpreso nel suo nido da una lucertola predatrice da 1 tonnellata (Megalania prisca) in Australia, grosso modo 50.000 anni fa. Credit: Illustrazione di Peter Trusler, Monash University.

Gli umani in Australia avrebbero giocato un ruolo importante nell'estinzione del Genyornis newtoni, un uccello da 2 metri e 225 kg circa e incapace di volare, che abitava nell'Australia di 50 mila anni fa.
Gli umani avrebbero raccolto e cotto le uova dell'uccello, riducendone le possibilità di successo riproduttivo: le prove vengono da segni di bruciatura sui gusci, provenienti da 200 siti nel continente. Questa la si può considerare come la prima prova che gli umani cacciassero qui animali della megafauna ora estinta.
Lo studio ha preso in esame resti non bruciati di gusci da più di duemila località australiane, principalmente da dune di sabbia dove gli uccelli nidificavano. Nessuno era più recente di 45 mila anni fa. I frammenti bruciati, secondo una vasta gamma di temperature, sono stati invece datati tra 54 mila e 44 mila anni fa.  Nessuno era più recente di 47 mila anni fa.
Gli studiosi ritengono che non si possa trattare di bruciature determinate da incendi boschivi, ma da attività umana. Un'altra prova in tal senso è data dal ritrovamento di gusci bruciati degli emu (che ancora oggi vivono in Australia), tra le dune sabbiose, con pattern simili a quelli ritrovati per le uova del Genyornis newtoni. Le uova di emu cominciano a comparire attorno a 50 mila anni fa.
Il tema della scomparsa della megafauna in Australia è dibattuto, tra coloro che considerano cruciale il cambiamento climatico avvenuto tra 60 e 40 mila anni fa, mentre altri ritengono che questo non possa essere la sola causa determinante. L'arrivo degli umani in Australia sarebbe altresì da collocarsi prima di 47 mila anni fa, pur mancando prove definitive sulla finestra temporale nella quale collocarlo.
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Nuove prospettive sulle lingue austronesiane e migrazioni relative

18 - 28 Gennaio 2016
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380 milioni di persone oggi parlano le lingue austronesiane, tra Taiwan, Malesia, Indonesia, Filippine, Madagascar e isole del Pacifico. La spiegazione del perché e delle modalità per cui popolazioni così distanti possiedono oggi lingue analoghe costituisce un tema dibattuto per l'archeologia, l'antropologia e la genetica.
La teoria prevalente fino ad oggi vedeva una diffusione principale a partire da Taiwan, quattromila anni fa, dove la coltivazione del riso era giunta in precedenza dalla Cina.
Una nuova e approfondita analisi genetica mette però in dubbio questa teoria, perché il mtDNA degli isolani del Pacifico era già presente molto prima nell'Asia sud orientale insulare. Si propone perciò uno schema diverso, sulla base pure dei cambiamenti climatici alla fine dell'Era Glaciale, per cui l'espansione dall'Indonesia sarebbe avvenuta ottomila anni fa. Per quanto riguarda invece l'espansione linguistica, questa sarebbe effettivamente avvenuta quattromila anni fa a partire da Taiwan: questa spiegherebbe però solo una minoranza delle popolazioni coinvolte nella regione, non più del 20%.
[Dall'Abstract: ] Ci sono due interpretazioni molto differenti sulla preistoria dell'Asia insulare sud orientale (NdT: Island Southeast Asia - ISEA), con prove genetiche invocate a supporto di entrambe. Il modello “fuori da Taiwan” propone un'espansione principale nel Tardo Olocene, con popoli neolitici di lingue austronesiane, a partire da Taiwan. Come alternativa, la proposta che l'incremento del livello dei mari nella tarda Era Glaciale o in epoca postglaciale avrebbe scatenato ampie dispersioni autoctone: questo spiegherebbe alcuni pattern genetici altrimenti enigmatici, ma non riesce a spiegare la dispersione del linguaggio austronesiano. Combinando i dati dal DNA mitocondriale (mtDNA), dal cromosoma Y e sul genoma, si è effettuata l'analisi più approfondita ad oggi riguardo la regione, ottenendo risultati altamente coerenti per tutti e tre i sistemi, e permettendo di riconciliare i modelli. Prima di tutto si deduce una stirpe comune per le popolazioni Taiwan/ISEA, stabilitasi prima del Neolitico, ma si sono rilevati pure segnali chiari di due migrazioni minori del Tardo Olocene, probabilmente in rappresentanza di input sia dal Sud Est asiatico continentale e dal Sud della Cina, via Taiwan. Quest'ultima può perciò aver mediato la dispersione del linguaggio austronesiano, suggerendo migrazioni su scala inferiore e un cambiamento di linguaggio, piuttosto che un'espansione su vasta scala.
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Relitto degli inizi dell'Ottocento scoperto durante le ricerche dell'MH370

13 - 14 Gennaio 2016
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Le ricerche in corso nell'Oceano Indiano, condotte al fine di ritrovare elementi riguardanti il volo Malaysia Airlines Flight MH370, hanno portato al ritrovamento di un relitto, che sembra appartenere a una nave da cargo dei primissimi anni del diciannovesimo secolo.
Dalle immagini sonar il relitto (con parti in ferro o acciaio) sembrerebbe essere in uno stato di conservazione eccezionalmente buono. Da queste sarebbe possibile vedere l'ancora, palle nere (forse carbone) e altri manufatti.
Link: Australian Government - Australian Transport Safety BureauThe History Blog; Live Science; BBCThe Guardian; IndependentTelegraphCNN; ABC.net.au; Quartz.
L'Oceano Indiano, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Cdc~commonswiki (Topographic/bathymetric map of the Indian Ocean region. Source data: SRTM30_plus 30 arc-second satellite elevation data. Projection: Winkel I, central median E 80 deg. WGS84 datum. Projected and hillshaded using ESRI ArcGIS 9.0. Uploaded by the creator).