Cleopatra Livia Capponi

Cleopatra di Livia Capponi

La monografia Cleopatra, a cura di Livia Capponi, si propone di tracciare un ritratto dell’illustre regina Cleopatra VII, la cui personalità è stata fortemente distorta dalla propaganda augustea, nonché fraintesa da tutti coloro che in seguito hanno voluto lasciarle un posto nella loro opera, letteraria o cinematografica.

La scelta di trattare la figura di Cleopatra, come emerge sin dalla prefazione, è dovuta all’interesse attuale per alcune categorie che, oggi come nel mondo antico, sono e sono state messe da parte dalle narrazioni ufficiali: donne, sconfitti, perseguitati, vittime di damnatio memoriae e molte altre persone la cui memoria si è quasi perduta nell’inesorabile trascorrere del tempo.

Cleopatra è sicuramente una delle figure femminili più note dell’antichità, ma attorno a lei gravitano contemporaneamente storia e mito, tanto che risulta difficile ricostruire un ritratto oggettivo e privo di pregiudizi. La monografia di Livia Capponi cerca dunque di districarsi tra l’immagine reale e quella leggendaria di questa donna, con l’intento di offrire una verità quanto più storica e scientifica possibile.

Cleopatra Livia Capponi Editori Laterza
La copertina del saggio di Livia Capponi, Cleopatra, pubblicato da Editori Laterza (2021) nella collana: Storia e Società

 

A tale scopo, la narrazione delle vicende di Cleopatra è integrata con numerose fonti del tempo, sia letterarie che documentarie, contribuendo così a rendere più chiaro l’operato della regina: si ricorda, per esempio, il decreto del 41 a.C. con il quale, in un periodo di carestia per l’Egitto, si stabiliva l’esenzione della tassa denominata “corona” che prevedeva di donare una corona d’oro ai re.

Tuttavia, oltre a riferire gli avvenimenti prettamente storici, Livia Capponi riporta anche dicerie e aneddoti, come quelli relativi alla seduzione di Cleopatra nei confronti di Cesare prima e di Antonio poi: nel secondo capitolo, La dea salvata da Cesare, si fa riferimento al celebre episodio in cui Cleopatra, avvolta nella biancheria, si fece portare negli appartamenti di Cesare, il quale le aveva proposto il proprio sostegno nella lotta per il potere contro il fratello Tolomeo XIII (Plutarco, Caes., 49; Appiano, BC, 4.40); nel quarto capitolo, L’incontro con Antonio, si racconta come Antonio, per stupire la regina, avesse finto di aver pescato dei pesci, venendo però scoperto e ricompensato con un inganno pari a quello da lui attuato (Plutarco, Ant., 29, 5-7). Questi e altri racconti sui tentativi di seduzione di Cleopatra, per esempio nei confronti di Erode di Giudea o Sesto Pompeo, contribuiscono a tratteggiare l’immagine di una donna dominata dalla passione, dietro la quale tuttavia è inevitabile intravedere interessi personali e intenti politici.

Busto di Cleopatra VIII, Altes Museum di Berlino. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tra le fonti più interessanti prese in esame vi sono poi quelle iconografiche, soprattutto per quanto concerne la personificazione divina della regina e dei suoi figli. Si ricorda, a tale proposito, un dipinto del cubicolo 71 della Casa di Marco Fabio Rufo a Pompei, nel quale sono raffigurati una donna e un bambino, rappresentati con i tratti di Afrodite ed Eros e identificati con rispettivamente con Cleopatra e Cesarione, il figlio che la regina ebbe da Cesare; allo stesso modo, nelle pareti del tempio di Hathor a Dendera si trovano i medesimi soggetti nelle vesti di Iside e Horus.

Per quanto riguarda i figli nati dall’unione di Cleopatra e Antonio, Alessandro Helios e Cleopatra Selene, è significativo un gruppo scultoreo rinvenuto a Dendera all’inizio del XX secolo, in cui i due gemelli presentano i tratti dei fanciulli divini Shu e Tefnut, legati sia alla costellazione di Gemelli che al Sole e alla Luna. Alcune delle fonti iconografiche menzionate sono riportate nell’apparato iconografico collocato a metà del volume, nel quale si possono vedere immagini della regina - per esempio nella sua personificazione divina con Iside - , riproduzioni di documenti, ritratti, rilievi e particolari di varie opere del tempo: tra queste, spicca sicuramente l’obelisco del Kaisareion di Alessandria che oggi si erge a Central Park, a New York e che è noto comunemente con il nome “Ago di Cleopatra”.

L'Ago di Cleopatra di New York. Foto di Ekem, CC BY-SA 3.0

Nel vaglio delle diverse fonti l’autrice fa riferimento anche all’interpretazione che ne è stata data da parte di filologi, storici e altri studiosi del mondo antico, attuando anche interessanti confronti con l’intento di rendere chiaro ciò che a una prima analisi non lo è.

Questo aspetto emerge più volte nel corso del volume, ma uno dei capitoli in cui si nota maggiormente la volontà di ricostruire la storicità di Cleopatra in modo critico e oggettivo è forse il sesto, La prostituta e la vedova: menzionando infatti una serie di Oracoli Sibillini, Livia Capponi cerca di spiegare il loro contenuto ambiguo mostrando come essi potrebbero alludere alle vicende della regina, con interessanti confronti con la letteratura oracolare ebraica interpretata in chiave cristiana.

Cleopatra, opera di Leonardo Grazia, anche noto come Leonardo da Pistoia. Foto di Francesco Bini, Cortesy of Alessandra Di Castro - Roma, CC BY 3.0

Altro caso è l’ottavo capitolo, Non sarò portata in trionfo, in cui si ripercorrono gli aneddoti relativi alla morte di Cleopatra, evidenziando come le fonti differiscano circa l’ambientazione, le modalità e la sintomatologia del suicidio della regina, tanto che risulta difficile dire come siano andate effettivamente le cose.

Per trarre delle riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come la monografia Cleopatra di Livia Capponi riesca a raggiungere l’obiettivo di ricostruire la storicità di Cleopatra, facendolo in un modo critico e consapevole nonostante le difficoltà legate all’interpretazione e al vaglio delle diverse fonti. Dalle vicende precedenti alla nascita della regina a quelle successive alla sua morte, questo volume traccia un’immagine di Cleopatra che non mette al primo posto la sua eccezionalità e unicità: come afferma l’autrice nel capitolo conclusivo, non si tratta di riabilitare Cleopatra dalle accuse che le furono fatte o dai gesti di crudeltà da lei compiuti, quanto di contestualizzare il suo ritratto in modo oggettivo.

Tale approccio metodologico contribuisce a rendere il volume uno strumento importante per lo studio di Cleopatra come personaggio storico, mettendo da parte le successive interpretazioni che potrebbero non far comprendere a pieno ciò che le fonti attestano. Questa monografia, pertanto, potrebbe essere un ottimo esempio per restituire un ritratto storico a molteplici personalità antiche fino ad ora fraintese o, in certi casi, trascurate dalla critica contemporanea, cercando di offrire loro un riscatto dai pregiudizi nati sul loro conto nel corso dei secoli.


Nadia Fusini Possiedo anima Virginia Woolf

Una biografia tutta per sé: Virginia Woolf e le stanze dell’anima

Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, Feltrinelli  - recensione

La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli. Foto di Bianca Sorrentino

Le vite degli altri: esemplari, paradigmatiche, ma in fondo sempre inconoscibili. È possibile, tuttavia, avvicinarsi talvolta al loro mistero; lo dimostra un libro importante dell’anglista Nadia Fusini, edito per la prima volta nel 2006 da Mondadori e ora ripubblicato da Feltrinelli: Possiedo la mia anima. Il segreto di Virginia Woolf. Tenendo ferma nel vento una mappa fatta di frammenti (i diari, le lettere, i romanzi, i saggi della scrittrice novecentesca), la studiosa orienta la sua bussola e lascia che ai piedi del lettore si dispieghi un cammino avventuroso; con una scrittura vivida e sempre significante, Fusini traccia una nuova strada maestra che deve fungere da modello per chi si occupa di divulgazione, per chi intende la biografia non come sterile encomio, ma come percorso di avvicinamento alla verità, ammesso che ve ne sia una sola.

In ascolto dei dettagli, della poesia delle cose penultime, l’autrice lascia emergere i nodi insoluti dell’infanzia, ricostruisce antiche ferite che ancora sanguinano, rivela bisogni, libertà e pudicizie; Fusini non si limita cioè a sviscerare il noto, a obbedire alla dittatura della curiosità morbosa, ma con senso di responsabilità affronta le ombre di Virginia Woolf e, tenendosi alla giusta distanza da quegli abissi, ne tratteggia la vertigine, avvertendone insieme il pericolo e la fascinazione.

L’esistenza della scrittrice inglese, così raccontata, non è mai ridotta a oggetto da analizzare al microscopio con freddezza, anzi pretende partecipazione convinta: il lettore sente di essere chiamato in causa in prima persona, perché è l’autrice stessa a rivolgerglisi facendo appello a quelle intime fragilità che costituiscono il sostrato comune che rende simili gli esseri umani. È proprio Fusini a riconoscere l’ascendenza di un tale paradigma: rispetto alle vite dei santi, questa biografia di Virginia Woolf potrebbe in effetti essere il corrispettivo «laico di un bisogno antico di guida». Attraverso l’esperienza di un’altra, è come se anche noi avessimo la possibilità di vivere intensamente, di respirare per un po’ l’ebbrezza della moltitudine, di rivendicare l’unità dell’esistenza che nello smarrimento del quotidiano non riusciamo ad afferrare.

La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli. Foto di Bianca Sorrentino

L’insegnamento più significativo che si ricava dalle pagine di questo volume ha a che fare con la conquista di sé, con la padronanza del proprio destino: monito, questo, che risuona in tutta la sua gravità in questo tempo che ci condanna ad essere spesso spettatori della nostra stessa vita, nonostante la bolla generata dai social ci illuda di essere invidiati protagonisti. Nel vortice inarrestabile della malattia, fiaccata da ripetuti inciampi ma mai davvero rassegnata alla resa, Virginia Woolf compie un piccolo, grande passo verso la ricerca di sé, che è anche un passo verso la libertà: il proprio personale, metaforico cammino verso il faro.

«Per quel che riguarda Virginia è sempre più chiaro che quel simbolo lo possiede scrivendo. Possiede se stessa scrivendo. E diventa sempre più quel che è, cioè una vera donna. […] E se scrivere è la cura, è perché le offre il tempo logico in cui le viene restituito quel tempo che, in senso cronologico, la vita le ruba, ci ruba».

Nulla è reale per Virginia Woolf, se non quando scrive; ed è sulla pagina letteraria che con pienezza si ricompone la molteplicità sfaccettata della sua esistenza: una storia di abbandoni e strappi, dall’infanzia violata a Kensington alla giovinezza nel quartiere bohémien di Bloomsbury, dal matrimonio solido con Leonard al legame viscerale con Vita; e poi il femminismo, l’androginia, lo sguardo sempre rivoluzionario sul mondo e sulla letteratura; la vulnerabilità, le insicurezze, ma anche il coraggio e l’indipendenza intellettuale, fino al trionfo della morte, un inesorabile dir di sì alle acque fatali. In ogni cosa risuona Virginia con le sue contraddizioni senza rimedio, risuona quel segreto inafferrabile che Nadia Fusini magistralmente ci esorta ad ascoltare.

Nadia Fusini Possiedo la mia anima Virginia Woolf
La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Teresa Ciabatti Sembrava bellezza Mondadori

Sembrava bellezza o lo era davvero? Teresa Ciabatti e la sua ultima fatica letteraria

Dopo aver raggiunto la cinquina del Premio Strega nel 2017 con La più amata, Teresa Ciabatti ritorna finalista (questa volta, per ora, ancora solo in dozzina) con la sua ultima fatica, Sembrava bellezza, edito da Mondadori.
Il romanzo si presenta come una finta autofiction. L’autrice ci mette in guardia sin dall’inizio, in barba alla prassi, sul fatto che tutto quello che ci sta per raccontare è realmente accaduto. Una pretesa di veridicità e autenticità che crolla, però, facilmente, di fronte al fatto che il racconto è narrato in prima persona – una prima persona ben coinvolta in quello che sta dicendo – ma è evidente che non si tratta della storia personale di Teresa Ciabatti. L’autrice, dunque, ci inganna: occorre che noi si creda che ciò che lei scrive sia la verità, perché così vuole la “moda” letteraria del momento, ma lei in realtà inventa o quantomeno distorce la realtà, la farcisce di invenzione.

La trama è interessante e tocca alcune questioni di una certa profondità (il bullismo, la salute mentale, la malattia, la genitorialità) e, per quanto possa risultare un po’ trito l’espediente dello scrittore che si mette a riflettere su se stesso e sulla sua carriera, il libro è indubbiamente intenso in certi punti. La storia che Ciabatti ci racconta non è quella di una scrittrice di successo in crisi, come potrebbe sembrare dalle prime righe del romanzo. Quello di cui ci parla è una specie di viaggio a ritroso nella sua adolescenza e via via verso il suo presente, attraverso il rapporto con la migliore amica di scuola, tornata improvvisamente a far parte della sua vita.

Attraverso questo rapporto ritrovato, la protagonista (l’autrice o comunque il suo alter ego letterario) scava nei suoi ricordi e si riconnette a vicende sepolte del suo passato, recuperando anche personaggi archiviati e dimenticati. In particolare, riporterà nella sua vita la bellissima sorella della suddetta migliore amica, vittima di un incidente da ragazzina che le ha causato danni cerebrali irreversibili. Attraverso questa vicenda, torneranno a galla molti dei suoi sensi di colpa, le frustrazioni, il rapporto controverso con il suo corpo, antichi odi e antichi desideri e, di conseguenza, antiche conoscenze, cercate e ritrovate. Tutto questo scavare, recuperare e rivivere si intreccia con i rapporti più profondi della vita della protagonista: il marito da cui ha da poco divorziato e soprattutto la figlia, che la odia dal profondo del cuore e non sembra essere pronta né desiderosa di instaurare un rapporto sano con sua madre.

Ciò che può rendere questo romanzo, in base al gusto personale, estremamente accattivante o, viceversa, terribilmente irritante, è il modo in cui è scritto. Ciabatti sceglie la strada per certi versi comoda di uno stile molto in voga, che annulla il confine fra narratore e lettore, che amalgama una sorta di flusso di coscienza narrativo ad un monologo quasi teatrale. La voce narrante vuole risultarci a tutti i costi simpatica, in un certo senso amica. Cerca disperatamente l’approvazione del lettore, pur fingendo un certo distacco. Scherza, si fa battute addosso, piange, cerca di coinvolgerci, sputa, ogni tanto, parole a caso. Anche ricorrenti, come lo pseudo-ritornello “datemi un cigno”, culmine continuo degli sfoghi e dei lamenti della protagonista, che sta male, non ce la fa più, desidera la bellezza del titolo, e i cigni – si sa – sono assai belli. Nel recensire un altro dei finalisti dello Strega 2021, Emanuele Trevi, con Due vite, ho parlato con piacere del suo stile limpido, preciso, chiaro ma ricco, magnificamente letterario e, in particolare, della descrizione che Trevi fa dell’asciuttezza quasi impersonale, assolutamente eterea, splendida e algida, della scrittura di Rocco Carbone. Ecco, non saprei immaginare niente di più diverso della scrittura trascinata, iper-personale e “a tu per tu” di Ciabatti da questa gelida bellezza della scrittura di Carbone.

Sembrava bellezza, ci dice il titolo. Io mi chiedo: lo era davvero?


Teresa Ciabatti Sembrava bellezza
La copertina del romanzo di Teresa Ciabatti, Sembrava bellezza, pubblicato da Mondadori (2021)

 

Sembrava bellezza di Teresa Ciabatti è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

 


Due vite: la storia di un'amicizia attraverso la critica letteraria

Due vite di Emanuele Trevi: la storia di un'amicizia attraverso la critica letteraria

Pongo il segnalibro a pagina 16 de L’apparizione, l’ultimo romanzo pubblicato in vita da Rocco Carbone, la cui opera, ad eccezione del titolo succitato, risulta attualmente tristemente irreperibile nelle librerie sia fisiche sia online. Il motivo di questo mio improvviso interesse per lo scrittore calabrese è, come per molti appassionati di letteratura contemporanea e di premi letterari, il frutto della lettura del “romanzo” Due vite di Emanuele Trevi, di recente uscito per Neri Pozza.

Diciamolo subito: si tratta verosimilmente del candidato allo Strega 2021 che più meriterebbe la vittoria. La raffinatezza e l’eleganza della scrittura, la precisione delle descrizioni con cui certe immagini fisiche e mentali ci vengono regalate dall’acuta penna di Trevi non è facile ritrovarle in quasi nessun romanzo recente, e senz’altro compensano la natura ibrida o quasi indefinita di questo libro, che concorre al premio in qualità di romanzo, ma che in fondo romanzo non è.

Le due vite del titolo sono quelle di Rocco Carbone e di Pia Pera, entrambi autori italiani recentemente scomparsi (nel 2008 e 2016, rispettivamente) e la cui brillante opera non è probabilmente abbastanza nota al pubblico dei lettori italiani – io stessa confesso che non conoscevo affatto Rocco Carbone prima di leggere il libro di Trevi e solo adesso sto cercando di sopperire in qualche modo a questa mancanza, augurandomi che gli editori, dato il successo di Due vite, trovino opportuno ristamparne l’opera intera. I racconti delle due vite procedono in parallelo, a capitoli alternati, ma non sono indipendenti.

Questo “romanzo” (per facilitarmi la scrittura, d’ora in poi lo chiamerò così, nel tacito accordo fra me e chi mi legge, che comunque il lavoro di Trevi in questo caso romanzo non è) è, in primo luogo, il racconto di un’amicizia a tre: Pia Pera e Rocco Carbone non erano solo amici di Emanuele Trevi, ma anche amici fra loro. La storia – o meglio, le storie – che leggiamo sono l’intreccio di un ampio repertorio di ricordi, non tutti dolci, gradevoli e gioviali, ma anche talvolta aspri, oscuri, involuti, come è normale che sia per chi sceglie di narrare un rapporto umano autentico.

Si parla molto di autofiction (e su questo tema spero di tornare presto con più elementi e più valutazioni) come il genere dominante del romanzo e dei racconti in questo secolo. Forse è in questo solco che Trevi vuole inserirsi, sperimentando su un genere in voga, creando a sua volta un sotto-genere: l’autofiction che incontra la biografia letteraria, l’autofiction che ha come fulcro l’altro e non il soggetto scrittore, l’autofiction che si trasforma in saggio di letteratura.

In effetti, in un certo senso, questi due racconti distinti ma che si intersecano, da trama di romanzo sperimentale si trasformano in un piccolo saggio di critica letteraria contemporanea. Una storia della letteratura italiana “minore” (anche se poi è minore solo per i mercati e “maggiore” per la grandezza della scrittura) raccontata da chi quegli autori li ha conosciuti da vicino, ne ha studiato da amico l’ascesa, la carriera, i dubbi e i progetti, le esitazioni, i fallimenti. E, in fondo, anche la poetica.

Queste due vite non sono solo belle da leggere perché ci illuminano sulla produzione letteraria di due autori sopraffini, né sono banalmente avvincenti in sé perché ci raccontano la storia personale di due esseri umani dal vissuto interessante. Ciò che fa eccellere il romanzo di Emanuele Trevi rispetto a molte altre letture contemporanee è la bellezza della sua lingua. Non parlo semplicemente di un italiano chiaro e limpido o di facile lettura, ma mi riferisco al peso data a ogni singola parola, alla ricercatezza de linguaggio, alla perfetta armonia e musicalità di ogni frase che Trevi soppesa prima di scrivere.

Emanuele Trevi. Foto di Dread83, CC BY-SA 3.0

Sullo stile Trevi stesso riflette, ad un certo punto, parlando di Rocco Carbone: ci racconta di una scrittura asciutta, distaccata, esatta. L'opposto totale, mi sembra di poter dire, di molta scrittura accattivante che ci ritroviamo spesso a leggere oggi, in romanzi in cui l’autore si trasforma in un amico del lettore e nella lingua non c’è più traccia di precisione, di descrizione, di eleganza, ma viene fuori solo il drammatico caos dei pensieri quotidiani, della chiacchiera di ogni giorno – penso ad esempio a un altro candidato allo Strega 2021, Sembrava Bellezza, di Teresa Ciabatti, in cui la lingua, al contrario di quella di Rocco Carbone (ma anche dello stesso Trevi) è una sorta di miscuglio decostruito di pensieri più o meno coerenti (su questo, però, cercherò di non divagare e di ritornare a breve con una recensione specifica).

Tornando al fulcro della discussione, molti sono i meriti di Due vite. Fra i tanti, i più nobili, a mio parere, sono senz’altro quello di aver elevato la scrittura e la lingua ad uno stile superiore, e soprattutto quello di averci regalato la curiosità per l’opera di due autori contemporanei che, altrimenti, molti di noi avrebbero rischiato di perdere nel marasma dei milioni di romanzi che popolano le librerie.

Due vite Emanuele Trevi Neri Pozza
La copertina del libro Due vite di Emanuele Trevi, pubblicato da Neri Pozza (2020) nella collana Piccola Biblioteca

Due vite di Emanuele Trevi è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.


Attrice Anne Enright

L’attrice di Anne Enright: tra biografia, autobiografia, fiction e autofiction

La squisita penna di Anne Enright, una delle più talentuose scrittrici irlandesi, torna ancora una volta a raggiungere il pubblico italiano grazie all’ottima traduzione che La Nave di Teseo ci propone della sua ultima fatica “Actress”, L’attrice (2020).

L’attrice non è solo oggettivamente un “bel romanzo”, in senso canonico – per l’indibutabile eleganza della scrittura e per la storia che, pur scorrendo, si lascia seguire con attenzione – ma è anche e soprattutto un romanzo interessante per la fitta e raffinata sperimentazione di genere che l’autrice ha operato. Anne Enright ha infatti fuso sapientemente narrativa, autofiction, biografia, autobiografia, memoir e scrittura saggistica in un unico avvincente e convincente pastiche letterario.

Di seguito, la recensione procede con accenni alla trama del romanzo.

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Daniele De Rossi Daniele Manusia

Daniele De Rossi, o dell'arrivare sempre dopo

Sono romanista, da quando ero bambina. Avevo il poster della Roma campione d'Italia 1983 appeso in camera. Mio padre è romano e romanista. Trapiantato a Milano.

Ho vissuto a Roma 12 anni, in un quartiere dove per sapere che la Roma aveva segnato o aveva preso un gol non c'era nemmeno bisogno di guardare la partita. Bastavano i vicini di casa.

Non mi è mai successo a Milano, eppure anche a Milano ho sempre vissuto in posti dove si possono sentire tranquillamente le urla dei vicini, per qualunque cosa.

Non per Milan e Inter.

Per questo mi ha sempre affascinato il legame stretto che passa tra i romani romanisti de Roma e l'AS Roma.

Foto Flickr di John Dobson, CC BY-SA 2.0

È un legame che non capisco, è lontano da me. È legato in un certo senso anche al modo di fare romano che ho percepito negli anni passati nella capitale.

Ed è il legame che racconta questa strana biografia di Daniele De Rossi, scritta da Daniele Manusia, un romanista innamorato della Roma che alla Roma riesce a perdonare qualunque cosa, pure le sconfitte imperdonabili.

Daniele De Rossi arriva in prima squadra dopo l'ultimo scudetto. È il 2001. Me lo ricordo, quello scudetto. L'ho vissuto da lontano. Mi sarebbe piaciuto viverlo da vicino, ma per me il calcio non è mai stato un elemento decisivo come per i veri tifosi. Soprattutto quelli romanisti.

De Rossi invece nasce romanista, ai confini dell'Urbe, a Ostia (è una cosa ricorrente. Totti è di Porta Metronia. Sta addirittura dentro le mura. De Rossi è di Ostia. Ostia per quanto uno si sforzi è Ostia, non è Roma. Anche se ci si avvicina).

Cresce con la Roma di Totti, come tifoso. Comincia a giocare nella Roma di Totti, sì, va bene, c'è altra gente, ma è la Roma di Totti. Sarà la Roma di Totti sempre, quando ci sarà Totti, fino al giorno in cui saluta l'Olimpico in lacrime accompagnato dalla musica di Ennio Morricone. I grandi momenti chiamano grandi colonne sonore.

Sarà la Roma di Totti per l'immaginario collettivo.

C'è spazio nella Roma di Totti per un Daniele De Rossi?

Io sinceramente non sono riuscita a capirlo.

Foto di Biser Todorov, modificata da Mess, CC BY 3.0

Questa biografia in cui Daniele De Rossi è una scusa per raccontare cosa è Roma per i romani romanisti parla tanto dei ricordi, belli, brutti, anche interessanti, di un romanista che individua in un certo modo di essere la filosofia non solo di chi è romanista, ma di chi a Roma nasce, muore e non si sogna nemmeno per un giorno di andarsene.

Daniele De Rossi non c'è, in questa biografia. Sì, è vero, si parla di lui. Ci sono episodi che raccontano una persona, più che un personaggio. C'è una strana rabbia, insoddisfazione, un senso di incompiuto che dura anni.

E la sensazione che De Rossi arrivi sempre e comunque troppo tardi.

Arriva dopo l'ultimo scudetto.

Nasce addirittura pochi mesi dopo lo scudetto del 1983.

Anche quando decide di ritirarsi, arriva dopo Totti.

Arriva a segnare gol belli ma mai decisivi. Arriva sempre dopo.

Daniele De Rossi con la maglia della Nazionale, dove invece arriva in tempo per riuscire a vincere un mondiale, nel 2006. Foto Football.ua, CC BY-SA 3.0

C'è molto 'poteva essere altro, ma ha scelto di restare qui'. Come se chi è della Roma, di Roma, fosse destinato a non essere altro finché non se ne va.

Daniele De Rossi è un pretesto per raccontare cosa è essere romani a chi romano non è e probabilmente non lo capirà mai.

Io per esempio mi sono accorta leggendo questa biografia che non posso capire cosa sia, essere romani, non solo romanisti.

Mi manca tutto quel senso di incompiuto, di ineluttabile, che sembra parte integrante del corredo genetico ricevuto da chi si trova H501 nel codice fiscale e ne è pure orgoglioso perché sa di appartenere a qualcosa o qualcuno.

E se appartieni a qualcosa o qualcuno non hai nemmeno bisogno di vincere, come i tifosi romanisti. O i romani. Hai la tua memoria. Possono essere le vittorie del passato o i fasti dell'Impero ormai cristallizzato nei libri di storia.

Conti perché sei della Roma e di Roma.

Bello, eh, Ma non ci vivrei,

Daniele De Rossi Daniele Manusia amore reciproco
Foto Football.ua, CC BY-SA 3.0

Il libro Daniele De Rossi o dell'amore reciproco è nella collana Vite inattese di quell'editore meraviglioso che è 66and2nd. Sono tutte vite di sportivi. Ecco, quella di Daniele De Rossi è la più inattesa. Forse inattesa persino da lui che si ritrova a fare quello che tutti i ragazzini di Roma (anche se Ostia non è Roma ma ci prova) e romanisti vorrebbero fare. Giocare nella Roma.

Ma arriva dopo. Sempre dopo.

Daniele De Rossi
La copertina del libro Daniele De Rossi o dell'amore reciproco, di Daniele Manusia, pubblicato da 66thand2nd nella collana Vite inattese

Tutte le foto di Daniele De Rossi in Nazionale si riferiscono agli Europei del 2012.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


“Volevo nascondermi”: un Ligabue inedito al cinema

volevo nascondermi Antonio Ligabue

In un primo momento potremmo definire “travagliata” l’uscita di Volevo nascondermi nelle sale italiane: programmata per il 27 febbraio 2020, viene inevitabilmente rimandata dopo la chiusura dei cinema e degli altri luoghi di cultura, i primi ad essere interessati dalle disposizioni per il contenimento della pandemia.

Al contrario, la lunga attesa creatasi e le aspettative sempre più alte, dopo la vittoria di Elio Germano dell’Orso d’argento al Festival di Berlino, vengono ripagate appieno ora, con la pellicola finalmente nei cinema.

Il regista Giorgio Diritti propone una nuova interpretazione dell’esperienza artistica di Antonio Ligabue, pittore e scultore attivo a Gualtieri, paesino in provincia di Reggio Emilia, dagli anni venti del secolo scorso.

La parte biografica, esaurientemente esposta anche tramite diversi rimandi all'infanzia di Ligabue, agli internamenti in istituti psichiatrici e alle incomprensioni verso il suo particolare carattere, definisce i contorni del mondo interiore dell’artista senza mai eccedere nella pretesa di un lavoro documentarista.

Si crea così un armonico contrasto tra i grigi delle esperienze da lui vissute e i colori vividi dei suoi quadri, i cui protagonisti indiscussi sono gli animali. Spesso li ritrae tesi, in movimento, a volte immersi nell'ambiente che li circonda, altre volte consapevoli dell’osservatore umano, quasi in segno di autodifesa.

Allo stesso modo lui viene catapultato fuori dal suo habitat, espulso dalla nativa Svizzera, trovando proprio negli elementi naturali e faunistici non solo sé stesso ma anche un sentimento primordiale, non intaccato dalla falsità e dalla manipolazione dell’uomo.

In questo senso possiamo ammirare al massimo del suo potenziale il magistrale Elio Germano che, con un’esperta mano sartoriale, si cuce addosso un abito da Antonio Ligabue perfettamente calzante.

Prima di lui solo l’attore Flavio Bucci, scomparso proprio a febbraio di quest’anno, ha rappresentato al meglio l’artista in uno sceneggiato televisivo del 1977.

L’attore romano, dunque, è riuscito perfettamente nel riprodurre le sfaccettature del suo carattere, dando più risalto alle “luci” rispetto alle “ombre” nella sua vita: fra tutte l’amicizia con l’artista Renato Marino Mazzacurati, che sancisce l’inizio di una florida attività creativa, così come quella con lo scultore Andrea Mozzali, che resterà con lui fino alla fine.

Figure importanti, sia pur evanescenti nella vita del Ligabue, sono le donne.

Nel film è evidente l’influenza che ha avuto su di lui la madre: una figura granitica, severa, quasi complementare alla madre adottiva, poiché più comprensiva nei confronti di un ragazzo irrequieto e irascibile.

Agli inizi della sua vita a Gualtieri (un paesino in cui veniva spesso guardato con diffidenza), fa la sua apparizione una bambina, che gli offre un primo approccio di gentilezza nei suoi confronti dopo diverso tempo. La morte prematura di quest’ultima, quasi da episodio leopardiano, segna profondamente Ligabue, ed è proprio da questo evento traumatico che scaturisce la realizzazione del “Ritratto di Elba”.

Ben più tardi, dopo la realizzazione come artista e la crescente visibilità, sorge in Ligabue il desiderio di dedicare del tempo al suo essere uomo, al suo bisogno di una compagnia femminile: Cesarina è la ragazza della locanda che frequenta quotidianamente, oggetto del desiderio che resta per lui irraggiungibile.

In un momento del film viene re immaginata una scena accaduta realmente e ripresa nel documentario del 1962, in cui Ligabue, dopo aver realizzato per lei un disegno, chiede insistentemente alla giovane un premio al grido di “Dam un bes! Dam un bes!”

Dopo aver dato spazio alla figura umana, nel film si torna spesso ad osservare da vicino il processo di gestazione e realizzazione dell’opera da parte del pittore-scultore:  l’eccentrico Ligabue è solito passeggiare nei luoghi lontani dall'uomo, quei paesaggi agresti rievocati nei suoi dipinti, portando sempre legato al collo uno specchio in cui spesso si osserva, e rievocando lui stesso i versi delle belve feroci quasi a volerle personificare, per poi renderle al meglio nelle sue opere.

In particolare, nel film, vi è una scena ben costruita che si incentra sull'approcciarsi di Ligabue alla tela bianca: Diritti lo raffigura concentrato in un rito sacro fatto di ruggiti e spasmi che precedono il concepimento dell’idea e la sua successiva creazione artistica. Questo momento è percepito come quasi sofferto, poiché egli è lontano dalla natura e costretto tra le quattro mura del suo studio, in cui l’horror vacui a volte riesce a prevalere sulla mano che vuole, ma non può, materializzare o esprimere ciò che sente.

Insomma, è un film degno non solo di una prima ma anche di una seconda, terza visione: il lato biografico ben si accompagna alla maestria tecnica di scenografia, fotografia e regia, con un Elio Germano oltre le righe tra i paesaggi sognanti della bassa reggiana.

Con “Volevo Nascondermi” abbiamo finalmente visto un Antonio Ligabue inedito, completo, che ci si è finalmente rivelato.

volevo nascondermi Antonio Ligabue
La locandina del film Volevo nascondermi, per la regia di Giorgio Diritti. Copyright © 01Distribution

 

Foto e locandina di Volevo nascondermi Copyright © 01Distribution


romanzi rivoluzione francese

Non solo Lady Oscar, sei romanzi sulla Rivoluzione Francese

 

La Rivoluzione Francese è un periodo estremamente complesso, denso di avvenimenti, ma che per questo è anche molto entusiasmante.

Purtroppo, però, non ha ricevuto da parte della narrativa italiana una grande attenzione e alcuni romanzi molto validi non sono ancora stati tradotti nella nostra lingua. Durante gli anni di stesura del mio romanzo, oltre a documenti originali, memorie e saggi ho letto anche moltissimi romanzi e, da appassionata del periodo, ne continuo a leggere; per questo voglio condividere con voi cinque titoli che amo e che possono servire da trampolino di lancio per conoscere meglio il periodo. Nella mia selezione ho lasciato volutamente fuori quei romanzi che non rientrano pienamente nel genere storico o che comunque forzano molto la mano sugli eventi (insomma, non troverete L’armata dei sonnambuli di Wu Ming, La primula rossa o le variazioni sul tema dei diari più o meno segreti di Maria Antonietta).

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Jean-Pierre Houël, La prise de la Bastille, acquerello (1789). Presso la Bibliothèque nationale de France, immagine Gallica in pubblico dominio

Il classico imprescindibile: Novantatré di Victor Hugo

Novantatré è Parigi, la Vandea, intrighi politici, vendette personali, avventura: in questo capolavoro c’è tutta un’epoca che si apre di fronte ai nostri occhi. Nelle vicende di Lantenac, capitano di un manipolo di truppe monarchiche, Gauvain, suo pronipote, ufficiale dell’esercito rivoluzionario mandato in Vandea a combattere i ribelli e del rappresentante in missione Cimourdain, precettore di Gauvain quando questi fu stato accolto nella casa di Lantenac prende corpo la guerra civile e si scontrano le anime della Rivoluzione.

L’ultimo capolavoro di Hugo, che per afflato politico e umano ricorda I Miserabili, è uno sguardo lucido sulle anime della Rivoluzione e sulle reazioni umane ai grandi cambiamenti. L’indulgenza e la generosità paga? Anche i malvagi hanno una possibilità tutta laica di riscatto e di salvezza? Fino a dove si piò giustificare l’uso della violenza?

Questi sono i grandi interrogativi che percorrono la trama del romanzo, perfetto accompagnamento ai molti saggi che sono usciti, soprattutto nell’ultimo decennio, sul Terrore. Non mancano anche i grandi protagonisti, della storia, così insieme a personaggi di invenzione, ritroviamo, in una scena iconica che poi è stata ripresa nell’immaginario, Danton, Marat e Robespierre a colloquio tra loro in un dibattito il cui vero oggetto sono il senso e i limiti della Rivoluzione.

Una lettura impegnativa per chi ha voglia di cominciare a entrare nel vivo delle questioni.

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La copertina del romanzo Novantatrè di Victor Hugo, pubblicato da Mondadori nella collana Classici

Il piccolo gioiello, Gli undici di Pierre Michon

Ho letto Gli undici appena uscito in lingua originale (Les onze), perché adoro Michon da quando ho letto il suo Vite minuscole, sempre tradotto per i tipi Adelphi). Gli undici è un libro quasi sperimentale: è la storia di un capolavoro, Gli undici del titolo, che non è mai stato realizzato, di un pittore che non è mai esistito. La scrittura precisa, cesellata e pur immaginifica di Michon ci fa apparire questa tela di grandi dimensioni al centro del Louvre e ce la descrive rendendola viva. Gli undici sono i membri del “Gran Comitato”, cioè del Comitato di Salute pubblica nella sua ultima composizione, dopo l’esecuzione di Hérault de Seychelles nel febbraio (?) 1794.

Gli undici è un romanzo per immagini, che riesce a immergere il lettore nell’atmosfera del Terrore con poche sparse pennellate. Proprio come i grandi pittori neoclassici, attraverso una trama di luci ed ombre, prospettive e pennellate di colore Michon riesce a rendere vivi i grandi protagonisti (più o meno noti al pubblico italiano) dell’anno II. È il libro giusto per chi vuole entrare nella storia immergendosi in un’atmosfera.

La copertina del romanzo Gli Undici Pierre Michon, tradotto da Giuseppe Girimonti Greco e pubblicato da Adelphi nella collana Fabula

La rivoluzione dove non te l’aspetti, Nozze a Haiti di Anna Seghers

La figura di Toussaint Louverture, il giacobino nero reso noto al grande pubblico dal logo della rivista The Jacobin, ha suscitato grande interesse nel secondo Novecento, come icona antirazzista e anticolonialista; è proprio lui il grande protagonista di Nozze a Haiti. In questo breve romanzo, la scrittrice tedesca Anna Seghers ripercorre le vicende della rivoluzione di Haiti attraverso lo sguardo di Michel Nathan, scrivano di Louverture. Il tema di tutto il romanzo è l’intersezionalità delle oppressioni e delle lotte: i ricchi bianchi, proprietari delle piantagioni di Haiti, si rifiutano di adottare i provvedimenti delle assemblee rivoluzionarie francesi che garantiscono l’uguaglianza tra tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro etnia, anche nelle colonie. Saranno i neri, schiavi ed ex schiavi, ad organizzarsi, rivendicando libertà e uguaglianza, anche attraverso la lotta armata e la violenza. Questi rivoluzionari troveranno come oppositori non solo i bianchi, ma soprattutto i creoli, che hanno paura di perdere la loro posizione nella scala sociale.

Nozze ad Haiti è una lettura molto attuale, che fa riflettere sulla problematicità di certe lotte e su come i principi nati dalla Rivoluzione Francese non siano affatto scontati.

Nozze a Haiti di Anna Seghers, tradotto da I. Nerozzi e pubblicato da Filema nella collana Conchiglie

Una prospettiva femminista, La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli

Nella mia personale selezione non poteva mancare un romanzo che ha come oggetto la nascita del primo movimento femminista europeo. La donna che visse per un sogno è la biografia romanzata della più celebre femminista della Rivoluzione, Olympe de Gouges, l’autrice della Dichiarazione della donna e della cittadina.

La figura di Olympe spicca il volo, circondata da una corale tutta femminile, e da personaggio storico diventa il simbolo romantico di tutte le donne che lottano e hanno lottato per i propri diritti e che hanno sacrificato tutto, anche la loro vita, per il bene delle generazioni future.

È un libro che può aprire una prospettiva nuova sulla storia, un modo per entrare nella storia di genere attraverso una storia coinvolgente.

La copertina del romanzo La donna che visse per un sogno di Maria Rosa Cutrufelli, pubblicato da Sperling & Kupfer

La rivoluzione a casa nostra, Il resto di niente di Enzo Striano

Un’altra grande protagonista femminile, Eleonora de Fonseca-Pimentel, ci accompagna nell’avventura tragica delle repubbliche sorelle degli stati italiani. Quando il fuoco della rivoluzione si sta ormai spegnendo, in Italia fioriscono le Repubbliche giacobine, nella speranza che Napoleone e i Francesi portino anche negli stati della penisola i principi rivoluzionari. Il resto di niente è un’amara riflessione sull’effimera esperienza della Repubblica Napoletana del 1799, ma in generale sul ruolo della nostra esperienza individuale nella storia.

La vicenda narrativa, straziante e sublime, non è che un pretesto per una riflessione sulla futilità dell’esperienza umana, che viene annullata dalla morte e che è sempre in balia della “forza delle cose”, che sovradetermina le scelte individuali e collettive. Ed è forse proprio questo senso di impotenza che si scontra continuamente con la voglia di vivere della protagonista la caratteristica più interessante del romanzo e che ricorda tanti passaggi dell’oratoria rivoluzionaria.

È un romanzo per chi vuole andate oltre gli eventi e immergersi nella filosofia della Rivoluzione.

Il resto di niente di Enzo Striano, pubblicato da Oscar Mondadori

Il romanzo indie, Robespierre, le parole e il silenzio di Maria Fabbri

Fra i tanti romanzi che danno voce ai protagonisti della rivoluzione, vi consiglio di recuperare Robespierre, le parole e il silenzio di Maria Fabbri. Pur essendo un romanzo, infatti, questo libro ha la precisione di un saggio nella cura del dato storico e nella precisione ideologica. L’autrice accompagna chi legge alla scoperta degli anni 1789-1794, attraverso il percorso politico e umano di Robespierre. L’utilizzo estensivo della prima persona, unito a un linguaggio diretto e contemporaneo, ma allo stesso tempo mai banalizzante, fa entrare in medias res nei pensieri del protagonista e negli eventi.

La narrazione, dunque, è dichiaratamente partigiana, ma questa è proprio la forza del libro, che lo distingue da molte altre pubblicazioni, perché la passione e la competenza dell'autrice pungolano chi legge e costringono a considerare un punto di vista forse diverso da quello che normalmente ci immaginiamo.

La copertina del romanzo Robespierre - Le parole e il silenzio di Maria Fabbri

Alberto Sordi storia

Alberto Sordi, storia di un italiano e dell'Italia

"Mi dispiace, ma io so' io, e voi non siete un cazzo!" La battuta del celebre film Il marchese del Grillo identifica un tipo di personaggio interpretato dall'attore Alberto Sordi, ma non potrebbe essere più distante dall'uomo Alberto Sordi.

Il libro di Giancarlo Governi non è semplicemente la biografia di uno dei maggiori attori del cinema italiano, l'opera edita da Fandango Editore narra di un uomo vissuto tra le pagine della storia del secolo breve. Troppe volte quando leggiamo biografie di attori, celebrità o persone comuni vediamo venir meno l'elemento storico. Tuttavia, l'uomo senza la storia non esisterebbe e l'Alberto Sordi descritto da Governi è proprio questo: un uomo nato dal periodo storico che lo ha visto protagonista.

Alberto Sordi storia
La copertina della biografia Alberto Sordi - Storia di un italiano, scritta da Giancarlo Governi e pubblicata da Fandango Libri

Non è la prima volta che Giancarlo Governi ricostruisce le vicende di grandi personaggi del cinema nostrano, basta leggere Nannarella, Vittorio De Sica per capire che tipo di impronta l'autore dia ai suoi protagonisti.

Giancarlo Governi non è solo uno scrittore, ma anche giornalista, sceneggiatore e autore televisivo e sono proprio queste svariate abilità a dare un tocco unico a questo libro. La narrazione varia spesso, assumendo le forme di un saggio storico, di un articolo di giornale e di uno o più soggetti cinematografici.
La vicenda inizia con il primo incontro tra Governi e Sordi alla Safa Palatino dove si terrà una riunione per discutere di un documentario a puntate sulla carriera del comico dal titolo Storia di un italiano. Sfortunatamente il documentario oggi non è più reperibile, di fatti non è presente nemmeno sul sito Internet di RaiPlay. Il libro, quindi,  riesce a riempire questo vuoto lasciato da Mamma RAI.

La narrazione delle vicende ha inizio proprio con le riflessioni sulla Prima Guerra Mondiale: il protagonista, però, non è Albero, bensì Pietro Sordi, il papà dell'attore. Immediatamente il lettore comprende quale sarà il fattore che renderà Alberto un grande personaggio. Sin da bambino, Alberto osserva l'Italia e gli italiani, partendo dai racconti di guerra del padre sino alla ricostruzione del boom economico. Dall'osservazione, ovviamente, nascono grandi personaggi. Queste piccole creature sono figlie di varie piattaforme: il teatro, la radio e il cinema; sono figlie del tempo.

Spulciando tra le pagine della storia del cinema italiano, notiamo immediatamente che sul nostro stivale sono sbocciate correnti cinematografiche sempre diverse, partendo dal cinema dei telefoni bianchi sino alla nota commedia all'italiana. Tra un genere e l'altro si inserisce la figura, prima esordiente e poi protagonista, di Alberto Sordi. L'attore non si limita ad interpretare un personaggio, ma lo crea dalle sue fondamenta, ispirandosi alla figura dell'italiano medio. Forse proprio per questo le sue interpretazioni non furono immediatamente apprezzate, perché a nessuno piace guardarsi allo specchio.

La polemica intorno ai personaggi di Sordi è simile a quella nata con il successo della corrente del Neorealismo, per molti italiani i panni sporchi si devono lavare in casa e non su un grande schermo. "I miei film sono sempre stati apprezzati a distanza di un anno" dice Sordi nel libro, comprendendo che quel tempo in più serviva al pubblico per digerire quanto appena visto e poterci, poi, riflettere su.
I lettori, invece, si troveranno davanti ad un libro squisito che scorre davanti agli occhi come una grande pellicola all'interno di un proiettore, e potranno ammirarne ogni singolo fotogramma.

In conclusione, Alberto Sordi - Storia di un italiano è uno di quei rari libri capaci di arrivare ad un pubblico anche non esperto di cinema. I curiosi, i cinefili e i neofiti posseggono tutte le chiavi di lettura per poter comprendere e scoprire la vita e "filosofia di vita" di Alberto Sordi e, tramite lui, potranno anche avventurarsi tra i meandri della storia italiana.