Cleopatra Livia Capponi

Cleopatra di Livia Capponi

La monografia Cleopatra, a cura di Livia Capponi, si propone di tracciare un ritratto dell’illustre regina Cleopatra VII, la cui personalità è stata fortemente distorta dalla propaganda augustea, nonché fraintesa da tutti coloro che in seguito hanno voluto lasciarle un posto nella loro opera, letteraria o cinematografica.

La scelta di trattare la figura di Cleopatra, come emerge sin dalla prefazione, è dovuta all’interesse attuale per alcune categorie che, oggi come nel mondo antico, sono e sono state messe da parte dalle narrazioni ufficiali: donne, sconfitti, perseguitati, vittime di damnatio memoriae e molte altre persone la cui memoria si è quasi perduta nell’inesorabile trascorrere del tempo.

Cleopatra è sicuramente una delle figure femminili più note dell’antichità, ma attorno a lei gravitano contemporaneamente storia e mito, tanto che risulta difficile ricostruire un ritratto oggettivo e privo di pregiudizi. La monografia di Livia Capponi cerca dunque di districarsi tra l’immagine reale e quella leggendaria di questa donna, con l’intento di offrire una verità quanto più storica e scientifica possibile.

Cleopatra Livia Capponi Editori Laterza
La copertina del saggio di Livia Capponi, Cleopatra, pubblicato da Editori Laterza (2021) nella collana: Storia e Società

 

A tale scopo, la narrazione delle vicende di Cleopatra è integrata con numerose fonti del tempo, sia letterarie che documentarie, contribuendo così a rendere più chiaro l’operato della regina: si ricorda, per esempio, il decreto del 41 a.C. con il quale, in un periodo di carestia per l’Egitto, si stabiliva l’esenzione della tassa denominata “corona” che prevedeva di donare una corona d’oro ai re.

Tuttavia, oltre a riferire gli avvenimenti prettamente storici, Livia Capponi riporta anche dicerie e aneddoti, come quelli relativi alla seduzione di Cleopatra nei confronti di Cesare prima e di Antonio poi: nel secondo capitolo, La dea salvata da Cesare, si fa riferimento al celebre episodio in cui Cleopatra, avvolta nella biancheria, si fece portare negli appartamenti di Cesare, il quale le aveva proposto il proprio sostegno nella lotta per il potere contro il fratello Tolomeo XIII (Plutarco, Caes., 49; Appiano, BC, 4.40); nel quarto capitolo, L’incontro con Antonio, si racconta come Antonio, per stupire la regina, avesse finto di aver pescato dei pesci, venendo però scoperto e ricompensato con un inganno pari a quello da lui attuato (Plutarco, Ant., 29, 5-7). Questi e altri racconti sui tentativi di seduzione di Cleopatra, per esempio nei confronti di Erode di Giudea o Sesto Pompeo, contribuiscono a tratteggiare l’immagine di una donna dominata dalla passione, dietro la quale tuttavia è inevitabile intravedere interessi personali e intenti politici.

Busto di Cleopatra VIII, Altes Museum di Berlino. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tra le fonti più interessanti prese in esame vi sono poi quelle iconografiche, soprattutto per quanto concerne la personificazione divina della regina e dei suoi figli. Si ricorda, a tale proposito, un dipinto del cubicolo 71 della Casa di Marco Fabio Rufo a Pompei, nel quale sono raffigurati una donna e un bambino, rappresentati con i tratti di Afrodite ed Eros e identificati con rispettivamente con Cleopatra e Cesarione, il figlio che la regina ebbe da Cesare; allo stesso modo, nelle pareti del tempio di Hathor a Dendera si trovano i medesimi soggetti nelle vesti di Iside e Horus.

Per quanto riguarda i figli nati dall’unione di Cleopatra e Antonio, Alessandro Helios e Cleopatra Selene, è significativo un gruppo scultoreo rinvenuto a Dendera all’inizio del XX secolo, in cui i due gemelli presentano i tratti dei fanciulli divini Shu e Tefnut, legati sia alla costellazione di Gemelli che al Sole e alla Luna. Alcune delle fonti iconografiche menzionate sono riportate nell’apparato iconografico collocato a metà del volume, nel quale si possono vedere immagini della regina - per esempio nella sua personificazione divina con Iside - , riproduzioni di documenti, ritratti, rilievi e particolari di varie opere del tempo: tra queste, spicca sicuramente l’obelisco del Kaisareion di Alessandria che oggi si erge a Central Park, a New York e che è noto comunemente con il nome “Ago di Cleopatra”.

L'Ago di Cleopatra di New York. Foto di Ekem, CC BY-SA 3.0

Nel vaglio delle diverse fonti l’autrice fa riferimento anche all’interpretazione che ne è stata data da parte di filologi, storici e altri studiosi del mondo antico, attuando anche interessanti confronti con l’intento di rendere chiaro ciò che a una prima analisi non lo è.

Questo aspetto emerge più volte nel corso del volume, ma uno dei capitoli in cui si nota maggiormente la volontà di ricostruire la storicità di Cleopatra in modo critico e oggettivo è forse il sesto, La prostituta e la vedova: menzionando infatti una serie di Oracoli Sibillini, Livia Capponi cerca di spiegare il loro contenuto ambiguo mostrando come essi potrebbero alludere alle vicende della regina, con interessanti confronti con la letteratura oracolare ebraica interpretata in chiave cristiana.

Cleopatra, opera di Leonardo Grazia, anche noto come Leonardo da Pistoia. Foto di Francesco Bini, Cortesy of Alessandra Di Castro - Roma, CC BY 3.0

Altro caso è l’ottavo capitolo, Non sarò portata in trionfo, in cui si ripercorrono gli aneddoti relativi alla morte di Cleopatra, evidenziando come le fonti differiscano circa l’ambientazione, le modalità e la sintomatologia del suicidio della regina, tanto che risulta difficile dire come siano andate effettivamente le cose.

Per trarre delle riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come la monografia Cleopatra di Livia Capponi riesca a raggiungere l’obiettivo di ricostruire la storicità di Cleopatra, facendolo in un modo critico e consapevole nonostante le difficoltà legate all’interpretazione e al vaglio delle diverse fonti. Dalle vicende precedenti alla nascita della regina a quelle successive alla sua morte, questo volume traccia un’immagine di Cleopatra che non mette al primo posto la sua eccezionalità e unicità: come afferma l’autrice nel capitolo conclusivo, non si tratta di riabilitare Cleopatra dalle accuse che le furono fatte o dai gesti di crudeltà da lei compiuti, quanto di contestualizzare il suo ritratto in modo oggettivo.

Tale approccio metodologico contribuisce a rendere il volume uno strumento importante per lo studio di Cleopatra come personaggio storico, mettendo da parte le successive interpretazioni che potrebbero non far comprendere a pieno ciò che le fonti attestano. Questa monografia, pertanto, potrebbe essere un ottimo esempio per restituire un ritratto storico a molteplici personalità antiche fino ad ora fraintese o, in certi casi, trascurate dalla critica contemporanea, cercando di offrire loro un riscatto dai pregiudizi nati sul loro conto nel corso dei secoli.


Divina Archeologia MANN mostra

“Divina Archeologia” al MANN: la mostra dedicata al Sommo Poeta

Divina Archeologia” al MANN: la mostra dedicata al Sommo Poeta

"Perché Dante al Museo Archeologico di Napoli? Divina archeologia, che abbiamo voluto annunciare proprio in occasione del 14 settembre, data della morte del Sommo Poeta 700 anni fa, vuole essere un cammino dantesco originale e pieno di scoperte. Dante, che fu a Napoli due volte come ambasciatore presso Carlo II d’Angiò, nella Commedia come in altre sue opere ci parla infatti di argomenti e personaggi rappresentati negli straordinari reperti del nostro Museo. Da creature fantastiche, come Cerbero, Medusa, Eracle, Diomede, Ulisse, Teseo, Minosse, il Minotauro, le Arpie, a personaggi storici, a partire da Virgilio, Cesare, Costantino, Traiano. E su una volta del museo c'è anche lui, Dante. Tanti sono poi gli spunti per itinerari dedicati, a Napoli e in Campania, dalla tomba di Virgilio, ai Campi Flegrei, fino alla vicina piazza Dante, dalla facciata del duomo alla Biblioteca nazionale di Napoli che custodisce uno dei primi manoscritti della Commedia. La nostra narrazione è arricchita anche da una serie di podcast che ci condurranno con i loro protagonisti all'interno e all'esterno del MANN".

Queste le parole del Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, in merito alla mostra “Divina Archeologia: in occasione del 700esimo anniversario dalla morte di Dante”. Infatti, a partire dal 29 Ottobre 2021 saranno esposti all’interno del MANN 56 reperti, in parte inediti, di cui 40 selezionati dai depositi del museo stesso, fino al 10 Gennaio 2022.

Gli oggetti in mostra verranno esposti all’interno delle Sale degli Affreschi suddivisi in due filoni narrativi.

Divina Archeologia MANN Napoli Dante mostra
Achille e il centauro Chirone

La prima sezione, curata da Valentina Cosentino, Segretaria scientifica del MANN, riguarderà “I racconti del mito”, con l’illustrazione di cinque miti fondamentali trattati dal Sommo Poeta legati ai personaggi di:

    • Achille
    • Teseo
    • Ercole
    • Ulisse

La seconda sezione, basata su quattro categorie narrate, Mostri, Dei, Figure Storiche e Scrittori riguarderà una galleria di ritratti di tali personaggi incontrati da Dante nel suo Poema, il percorso ricreerà l’incontro con questi in prima persona per il visitatore.

La mostra è inoltre, collegata alla serie di puntate di “Divina Archeologia podcast”, disponibile la prima puntata dal 14 settembre sulla pagina ufficiale Facebook del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, mentre le seguenti cinque verranno pubblicate con l’inizio dell’evento museale, realizzate con Archeostorie e NW.Factory.media. Divina Archeologia Podcast si ascolterà quindi sul sito web del Mann (mannapoli.it) e sulle altre piattaforme podcast.

I testi scritti da Cinzia Dal Maso e Andrea W. Castellanza, saranno interpretati da attori di vaglia ed inseriti nell’ambiente sonoro ideato da Erica Magarelli e Francesco Sergnese; infine, la grafica originale di accompagnamento è di Gloria Marchini.

La mostra è stata realizzata con il supporto della Regione Campania e del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, sotto la responsabilità del Professor Gaetano Ferrante, responsabile scientifico dell’”Illuminated Dante Project”, a cui è stato affidato la scelta delle immagini tratte dai manoscritti medievali della Divina Commedia.

Divina Archeologia MANN Napoli Dante mostra
La locandina della mostra "Divina Archeologia. Mitologia e storia della Commedia di Dante nelle collezioni del MANN", al Museo Archeologico Nazionale di Napoli fino al 10 gennaio 2022

Foto e materiali dall'Ufficio Comunicazione MANN - Museo Archeologico Nazionale di Napoli.


Come si diventa dittatori col plauso della plebe? Ce lo spiega il Cesare di Galatea Vaglio

Mariangela Galatea Vaglio, Cesare. L'uomo che ha reso grande Roma

Si può dire qualcosa di nuovo su Cesare?

No di certo. Le fonti sono quelle, non si scappa. Tra gli ultimi che sono riusciti a dire qualcosa di originale su Cesare e i Romani ci sono stati Goscinny e Uderzo dal villaggio degli Irriducibili.

Ma era un fumetto, pure comico. Ai fumetti si perdona tutto. Pure la storpiatura della sigla SPQR (Sono Pazzi Questi Romani).

Se si vuol parlare di Cesare seriamente bisogna essere scrupolosi e rigorosi, e affidarsi a un serio lavoro di ricerca.

Le fonti, appunto.

Ma è necessario essere noiosi, per raccontare gli ultimi anni della Repubblica, il triumvirato e la dittatura del Divo Giulio? E mi perdoni Andreotti, ma per me di Divo Giulio ce n'è solo uno.

A leggere Galatea Vaglio e il suo Cesare si direbbe di no.

Cesare Galatea Vaglio
La copertina del romanzo di Mariangela Galatea Vaglio, Cesare. L'uomo che ha reso grande Roma, pubblicato da Giunti (2020) nella collana Storia e storie

Capiamoci, è un testo basato sulla biografia di Cesare e sulla storia della repubblica. Non ci dice nulla che non conosca qualsiasi persona che durante le lezioni di storia romana delle medie e superiori sia stata più attenta di me.

Ve li ricordate, quei personaggi romani che non vi restavano mai in testa, tipo Mario, o Silla, e la confusione terribile che facevate con gli avvenimenti della Repubblica, tipo, che ne so, le guerre (civili, puniche, galliche, e tutto quello che riuscite a ripescare dalle vostre reminescenze scolastiche), i trumviri, le liste di proscrizione...?

Ecco, io ci ho messo anni per riuscire a barcamenarmi e mi ci sono voluti anche supplementi di studio. E ancora ho delle lacune enormi perché la Repubblica a Roma dura secoli.

Ma sul periodo di sessant' d'anni che comincia da Mario e Silla e finisce alle idi di marzo del 44 a.C., ora ho le idee un po' più chiare.

Galatea Vaglio Cesare
Galatea Vaglio. Foto di Diego Landi

Perché parlando di Cesare, Galatea riesce a costruire un racconto (è storia, ma è sotto forma di racconto, uno dei modi migliori per divulgare) corale in cui riusciamo finalmente a farci un'idea dei personaggi che si susseguono negli ultimi anni della repubblica.

Allora i nomi che ci hanno perseguitato per mesi quando eravamo costretti a studiare una storia lontana da noi, di cui pochi riuscivano a comprendere in pieno il senso, diventano persone reali con i loro caratteri, le loro simpatie e antipatie, i loro pregi e difetti.

Diventano esseri umani che possiamo riconoscere e di cui ci possiamo interessare come se fossero nostri vicini, amici, nemici, contatti Facebook (perché no? Cesare sarebbe stato di sicuro uno con migliaia di follower, uno di quelli che vengono condivisi urbi et orbi. E che si fanno un sacco di nemici).

E pazienza se ci si perde un po' con i ruoli del potere nella società romana, dove i senatori sono difficilmente paragonabili ai nostri rappresentanti politici odierni, o dove il pontifex si occupa sia del culto che delle cose della repubblica (aspetta, però, che pure il pontifex attuale fa entrambe le cose).

In ogni caso, per qualsiasi dubbio, alla fine del libro c'è un glossario per noi che non solo non ci ricordiamo bene la storia romana ma non abbiamo nemmeno studiato il latino.

Galatea ha pensato proprio a tutto come si conviene a una brava divulgatrice preparata.

Insomma, questo libro, che non è un saggio e non è una biografia ma è una lezione di storia romana coinvolgente, è tanta roba.

Lo consiglio, e mi auguro che a Galatea venga in mente di scriverne una in cui prende tutta la dinastia giulio-claudia, di cui sono una fan, per raccontarla come sa fare lei.

Per saperne di più su Galatea Vaglio consiglio di consultare la sua pagina Facebook Galatea Vaglio Pillole di storia.


Livia donne Impero Romano Roma

Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari

“Il più alto potere romano non si declina al femminile”. Con questa frase evocativa si apre il volume di Marisa Ranieri Panetta, Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari, dedicato all’analisi di alcune figure femminili che dal I sec. a.C. al III d.C. hanno contribuito alla formazione e alla gestione del potere imperiale. Nonostante nel mondo romano la donna fosse sempre in qualche modo oscurata rispetto all’uomo che le era accanto, che fosse il padre, il fratello o il marito. Nonostante la misoginia che emerge dalle fonti del tempo, come Tacito, Svetonio, Cassio Dione oppure Erodiano. Nonostante i pregiudizi che, come nota l’autrice nell’introduzione, devono essere messi da parte, soprattutto se vogliamo conoscere meglio le donne che hanno fatto l’Impero e che hanno determinato il suo splendore.

Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari Marisa Ranieri Panetta
La copertina del saggio di Marisa Ranieri Panetta, Le donne che fecero l'impero. Tre secoli di potere all’ombra dei Cesari, pubblicato da Salerno Editrice (2020)

La prima figura di cui si tratta è Cleopatra VII, ultima regina d’Egitto e da sempre la maggiore rappresentante del fascino della terra del Nilo. Ripercorrendo le vicende che la videro protagonista si offre l’immagine di una Cleopatra piena di dignità, intelligente ed ambiziosa, che l’autrice del volume rappresenta come l’emblema di “una femminilità capovolta”. Questo tratto della sua personalità risulta in particolare dal rapporto con Giulio Cesare e Marco Antonio, rispetto ai quali la regina non ebbe un ruolo di secondo piano, ma si dimostrò una donna carismatica e intenta ad accrescere il potere dell’Egitto ad ogni costo. All’elemento prettamente storico si intrecciano gli aneddoti riportati dagli autori antichi, alcuni dei quali hanno sfumature che ci possono far sorridere: per esempio, si racconta che Cicerone, non avendo ricevuto dei rari papiri richiesti alla Biblioteca di Alessandria, scrisse all’amico Attico di odiare Cleopatra (Cicerone, Ad Atticum, XV, 15, 2). Un ultimo aspetto a cui è rivolta una certa attenzione è lo sfarzo in cui viveva la regina, soprattutto per quanto riguarda la cura del corpo attraverso profumi, ricche vesti e gioielli, con la volontà di essere identificata con divinità quali Iside e Afrodite.

Il secondo capitolo è dedicato invece a Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Augusto e madre di Tiberio e Druso, avuti dal matrimonio con Tiberio Claudio Nerone. L’autrice del volume inizia a trattare le vicende della donna dalla sua fuga da Roma nel 40 a.C. per evitare la proscrizione e dal suo successivo ritorno, quando in poco tempo divorziò dal marito per sposare Ottaviano e vivere con lui sul Palatino. A partire da questo evento si ripercorre la nuova vita di Livia accanto all’imperatore, mostrando come costei fosse una matrona parca, frugale e dedita alle virtù domestiche. Allo stesso tempo, come risulta dalle fonti antiche, Livia appare per certi versi spregiudicata, soprattutto in relazione ai giochi di potere che portarono Tiberio a diventare il successore di Augusto: Marisa Ranieri Panetta nota, in questo senso, la scaltrezza della donna e la sua capacità di sopportare situazioni sconvenienti, chiedendosi se possa esserci davvero lei dietro ai delitti e alle morti premature che spianarono la strada al figlio. La narrazione, anche in questo capitolo, si intreccia con aneddoti, excursus di carattere artistico e citazioni letterarie: interessanti, a riguardo, sono le descrizioni della Villa di Livia e dell’Ara Pacis, oppure il richiamo al Carmen Saeculare di Orazio e ai Tristia di Ovidio, tutte testimonianze del programma politico-culturale dell’Impero di Augusto.

Statua di Livia come Opi/Cerere, dea della fertilità, con cornucopia, capo velato, corona d’alloro e spighe di grano, Louvre. Foto di CRIX, CC BY-SA 4.0

Si passa poi a trattare di Agrippina Minore, la cui vita ruotò attorno agli imperatori della dinastia giulio-claudia: fu la figlia di Agrippina Maggiore e Germanico, quest’ultimo figlio di Druso e nipote di Tiberio; fu la sorella di Caligola, divenuto imperatore alla morte di Tiberio e noto per le sue stravaganze; fu la nipote e poi anche la quarta moglie di Claudio, successore di Caligola; infine, fu la madre di Nerone, nato dall’unione con Gneo Domizio Enobarbo e destinato a essere l’ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia. Nei quarant’anni di storia che ricopre il capitolo - dalla morte di Germanico nel 19 d.C. a quella di Agrippina nel 59 - si traccia dunque il percorso di una donna seppe mantenere un ruolo di preminenza e che fu pronta a tutto pur di garantire al figlio un futuro da imperatore, cadendo però vittima della sua avidità di potere: da madre utile si trovò ad essere una madre scomoda, e proprio per questo Nerone decise di eliminarla. La narrazione è integrata da varie fonti storiche che permettono di far luce anche su altri personaggi del tempo come Messalina (terza moglie di Claudio) oppure Seneca, contribuendo a raffigurare al meglio non solo le vicende di Agrippina stessa, ma anche quelle del clima in cui si svilupparono le sue ambizioni.

Protagonista del quarto capitolo è Pompeia Plotina, la moglie dell’imperatore Traiano, descritta dagli storici come una donna modesta, dai costumi irreprensibili e schiva del lusso. Come le altre figure femminili che circondavano il marito (si pensi alla sorella Ulpia Marciana o alla figlia di questa, Salonia Matidia), Plotina si distingueva per la sua liberalità e per il suo impegno nel costruire o restaurare biblioteche, tempi e teatri, dimostrandosi lontana da quella sete di potere che era stata così forte in passato. Tenendo presente questo tratto della sua personalità, l’autrice del volume offre l’immagine di Plotina come di una donna nuova, che ebbe un ruolo determinante senza bisogno di ostentazione, e che proprio per questo costituì un modello per le successive consorti imperiali.

Nel capitolo successivo ci si rivolge poi a Giulia Domna, la seconda moglie di Settimio Severo, fortemente segnata dalle guerre civili che portarono il marito a imporsi come unico imperatore. Questa situazione infatti, come nota Marisa Ranieri Panetta, la fece maturare in fretta e la abituò ad una vita semplice e fatta di frequenti spostamenti, nonostante le sue nobili origini orientali. Nel ritratto di questa donna si mettono in luce anche i suoi interessi culturali e soprattutto il rapporto con il figlio Caracalla, che lei cercò sempre di proteggere nonostante il fratricidio di Geta e le calunnie da esso derivate. Infine, una certa rilevanza è data anche ai legami della dinastia dei Severi con l’Oriente, dal culto solare praticato da Giulia Domna alle diverse testimonianze iconografiche della regalità imperiale: possiamo leggere a riguardo le interessanti descrizioni dell’Arco di Leptis Magna o dell’Arco degli Argentari a Roma, nonché delle diverse monete e statue raffiguranti l’imperatore e la sua consorte. Da tutto questo risulta l’immagine di una donna dotta e lontana dal lusso, una donna che ebbe tra le mani un vasto potere e che fu in prima persona il bersaglio della misoginia tipica del mondo romano: forse le parole più adatte per definirla sono proprio quelle usate dall’autrice, che la ricorda semplicemente come una madre con tanti macigni sul cuore.

Tondo severiano, raffigurante Giulia Domna, Settimio Severo, Caracalla e il ritratto cancellato di Geta. Foto di Anagoria, CC BY 3.0

L’ultimo capitolo di questo libro sulle donne dell'Impero Romano è dedicato infine al cosiddetto “matriarcato” severiano delle tre Giulie siriache Mesa, Soemia e Mamea, che ebbero a modello Giulia Domna e cercarono di imitarla senza successo. Rappresentate dalle fonti antiche come “un’intromissione fastidiosa e nociva negli affari di Stato”, queste donne favorirono l’ascesa di Elagabalo e Alessandro Severo, gestendo loro stesse il potere imperiale. Ne risulta un ritratto fortemente negativo e in contrasto con la personalità di Giulia Domna: come ribadisce Marisa Ranieri Panetta nella conclusione del volume, costei lasciò infatti un segno indelebile nella storia romana e solo poche dopo di lei riuscirono a fare lo stesso.

Per trarre alcune riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari sia un tentativo ben riuscito di esplorare la storia imperiale attraverso le figure femminili che ne sono state protagoniste, con i loro vizi e con le loro virtù. Partendo da Cleopatra per arrivare a Giulia Mesa, l’autrice traccia dei ritratti che permettono di far luce sulla personalità di queste donne e di accostarle l’una all’altra, senza pretese e senza pregiudizi. All’analisi imparziale e scientifica delle fonti si intrecciano poi aneddoti, citazioni letterarie e testimonianze iconografiche, che arricchiscono la narrazione suscitando curiosità nel lettore. Tutto questo contribuisce a rendere il volume uno strumento importante per rivendicare il ruolo femminile nella costruzione dell’Impero e tracciarne l’evoluzione, mostrando che la storia non è fatta solo di grandi uomini, ma anche di grandi donne.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


barbari

I Barbari del Nord agli occhi dei Romani

Gli antichi Greci utilizzavano il termine onomatopeico “barbaro” (in greco antico: βάρβαρος, bárbaros), letteralmente "balbuziente", per indicare lo straniero. La sfumatura dispregiativa, “quello che non sa parlare (e pensare)”, presente fin dall’origine, si accentuò ulteriormente dopo lo scontro con i Persiani. Durante l’età ellenistica, quando il mondo greco si dilatò a causa delle conquiste ad opera di Alessandro Magno, arrivando così ad inglobare vasti territori e nazioni panelleniche, i Greci si ritrovarono a dover riconsiderare il Barbaro in una visione cosmopolita e di scoprire aspetti morali e qualità non presi in considerazione fino a quel momento: i Barbari colti, fondatori della filosofia, della religione e dell’arte. Da quel momento infatti, ogni uomo che parlava, leggeva e scriveva in greco entrava legittimamente a far parte del mondo e della cultura greca

I Romani avevano, assistendo alle commedie di Plauto, riso della definizione greca che includeva anch’essi nel concetto di barbaro. Tale termine entrò a far parte del loro vocabolario, e a partire dal sacco di Roma del 387 a.C. ad opera dei Galli Senoni guidati da Brenno, iniziarono a chiamare Barbari, con ben altro significato rispetto a quello originario greco, questi nuovi nemici provenienti dal Nord, così diversi dai popoli italici e mediterranei con cui si erano scontrati fino a quel momento. Per tutto il II secolo a.C. i successori di quei Galli, i Cimbri e i Teutoni, continuarono a rappresentare una temutissima minaccia per i Romani. L’alterità provata nei loro confronti è visibile nelle rappresentazioni figurate (es. fregio di Civitalba, di Talomone) e nei testi letterari, in cui i Romani riproducono, accentuandoli, i caratteri di diversità di questi popoli: i lunghi capelli incolti, la corporatura gigantesca, le armi inusuali, l’uso di calzoni (bracae). Tale alterità insieme al terrore che ne derivava provocarono una reazione alquanto feroce da parte dei Romani. Si ricorda ad esempio il rito di seppellire all’interno del Forum Boarium una coppia di Galli e una di Greci - seppellimento documentato per gli anni 228, 216 e 114 - questi ultimi rei un tempo di essersi alleati con i primi, oppure la pratica dello sterminio, teorizzata come necessaria per la salvezza di Roma e dell’Italia. E ancora, se i Barbari avevano l’inmanis ac barbara consuetudo dei sacrifici umani e delle teste tagliate, Roma reagiva adottando il medesimo costume, come dimostrano alcune scene raffigurate sulla colonna Traiana che mostrano i soldati romani intenti a decapitazioni di massa, o a combattere con le teste mozzate del nemico tenute tra i denti per i capelli, o ad ornare le palizzate dei loro castra di teste mozzate (Figg. 1-3).

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Fig. 1 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con la raffigurazione di due ausiliari intenti a mostrare all’Imperatore le due teste mozzate di importanti capi dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Con la successiva romanizzazione della Gallia e al conseguente graduale mutamento della cultura celtica, i Romani rivalutarono i loro antichi nemici. Cesare e Cicerone arrivarono a considerare i Galli “consanguinei dei Romani”, mentre Timagene (I sec. a.C.) li ricollegò ad una mitica origine troiana, come riprese anche nel IV secolo d.C. lo storico Ammiano Marcellino nel suo Res gestae, dove riportò: “Aiunt quidam paucos post excidium Troiae fugitantes Graecos ubique dispersos loca haec occupasse tunc vacua” (Liber XIV, 1, 9, 5). Dall’altro lato anche le popolazioni di origine gallica iniziarono a fregiarsi di questa fraternitas con i Romani, come paiono testimoniare alcuni panegirici ad opera degli Edui, realizzati durante l’ultima epoca repubblicana e la prima età imperiale, in cui è attestata una tradizione verosimilmente originatasi contestualmente alle prime spedizioni di Roma nell’entroterra gallico, nel momento in cui gli Edui si erano a avvalsi dei successi romani per rovesciare i rapporti di forza con gli avversari Arverni1. Tale tradizione, orgogliosamente coltivata negli ambienti letterari, non priva di deformazioni un po’ tendenziose seppur interessati, enfatizzava più volte il legame di fraternitas con il popolo romano (IV, 21, 2; V, 4, 1; VII, 22, 4; VIII, 2, 4 e 3, 1), arrivando addirittura ad affermare che tale forte legame fosse stato, anche se poco credibilmente, sancito dallo stesso senato che diede agli Edui oltre all’appellativo di fratres, anche quello di consanguinitatis nomen (vd. VIII, 2, 4 e 3, 1), che li faceva distinguere dalle altre nationes galliche.

Fig. 2 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, con soldato che combatte tenendo tra i denti la testa decapitata di uno dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Partendo dall’età augustea si assistette pertanto allo slittamento del termine “Barbaro” verso coloro che vivevano al di là del Reno e che fino a quel momento avevano avuto solo contatti sporadici con i Romani, i Germani.

Il primo romano ad attraversare il Reno fu Cesare nel 55 a.C., e a lui si devono le prime e sommarie notizie sui Germani e sulle altre tribù della medesima stirpe, dei quali descrisse i costumi rudi e feroci, tenendoli accuratamente distinti dai Galli, per i quali maturava un diverso e lungimirante progetto politico. Altre informazioni sugli antichi Germani erano raccolte nella perduta opera di Plinio il Vecchio, Bella Germaniae, di cui tuttavia si conservano memorie all’interno della Germania di Tacito2. All’interno di questa, l’autore fu tra i primi ad esaltare il coraggio in battaglia di questi popoli, la semplicità dei loro costumi, l'alto valore che davano all'ospitalità e di cui peraltro ammirava la conseguente sanità morale e austerità dei loro costumi barbari mettendoli in netto contrasto con l'immoralità dilagante e la decadenza dei costumi romani.

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Fig. 3 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, dove si vedono delle teste di Daci impalate nei pressi dell’insediamento romano. Attribuito ad Apollodoro di Damasco. Immagine in Conrad Cichorius: "Die Reliefs der Traianssäule", Erster Tafelband: "Die Reliefs des Ersten Dakischen Krieges", Tafeln 1–57, Verlag von Georg Reimer, Berlino 1896. Pubblico dominio

Neanche la sanguinosa battaglia di Teutoburgo del 9 d.C., che vide le tre legioni comandate da Publio Quintilio Varo annientate da una coalizione di tribù germaniche guidata dal principe cherusco Arminio, servì a sminuire il valore attribuito a questi popoli, anzi le loro abilità di combattenti furono ulteriormente enfatizzate.

Il coraggio e la bellicosità, insieme alla lealtà personale, furono le qualità che resero questi “Barbari del Nord” dei mercenari ideali agli occhi dei Romani; e guardie del corpo barbare, Germani, insieme a Galli e ad Iberi furono ingaggiati da diversi “signori della guerra” di origine romana. Allo stesso modo molti di essi furono impiegati come gladiatori, un uso che li rese popolari, confermandone però la fama di barbari pericolosi. Non solo, con il tempo molti Germani entrarono a far parte delle truppe ausiliarie dell’esercito romano e in alcuni cari arrivarono a rivestire il ruolo di magister militum e di consoli.

Ma come vedevano i Romani questi Barbari? Il loro aspetto ci è noto attraverso l’arte ufficiale romana che si ricollegava ovviamente all’ambito militare e di conseguenza alla guerra.

Fig. 4 - Particolare del fregio della Colonna Traiana, raffigurante la fine della prima guerra dacica, in cui si hanno i due trofei di guerra, composti da un cumulo di armi tolte al nemico; al di sopra di queste si scorge il palo sul quale era ricostruita un'intera armatura dace. Si possono riconoscere le tipiche corazze loricate, i totem a testa di lupo e gli elmi ogivali tipici dei Daci. Attribuito ad Apollodoro di Damasco.

Conosciamo le diverse politiche di propaganda messe in atto per i trionfi militari dei generali romani sui popoli barbarci. Queste prevedevano che il vincitore si fregiasse del cognomen del popolo vinto (es. Germanico, Britannico, Dacico, Sarmatico, Gotico, etc.) e che si attuassero tutta una serie di celebrazioni e intitolazioni di monumenti figurati (archi, altari, templi, statue, monete), sui quali venivano rappresentati i barbari vinti legati sotto a un trofeo composto delle loro armi, un modo da imprimere nella mente dei sudditi dell’Impero la memoria della potenza di Roma (Fig. 4).

Fig. 5 - La Gemma Augustea di Vienna. Immagine di Gryffindor, CC BY 2.5

I modelli figurativi cui attinsero i Romani in queste loro prime rappresentazioni dei Barbari provenivano dell’arte pergamena che aveva creato, sul tema della vittoria dei Greci contro i Galati (all’epoca dell’invasione dell’Asia avvenuta nel 279 a.C.), i capolavori dei donari dedicati a Pergamo dai re vincitori, Attalo I e Eumene II. I Galli erano stati visti dagli artisti pergameni senza disprezzo, rappresentati in modo fiero e selvaggio, pervasi di nobiltà. Pur discendendo da questa tradizione, derivante dell’idea stoica del rispetto nei confronti del vinto, le rappresentazioni romane mostrano al contrario una caratterizzazione più accentuata della diversità ed una più diretta rappresentazione della superiorità dei Romani. Sono andate perdute le porte eburnee del tempio di Apollo Palatino, raffiguranti la sconfitta dei Galati a Delfi, ma una serie di altri importanti monumenti e manufatti (la lorica dell’Augusto di Prima Porta, la Gemma Augustea di Vienna, il Gran Cammeo di Francia, etc.) (Figg. 5-6) ci trasmettono una certa immagine codificata dei barbari sottomessi, rappresentati con fluenti capelli, barbe incolte, brache, a busto spesso nudo, talvolta recanti il torques al collo, spesso in presenza delle loro donne, in atteggiamento dismesso.

Fig. 6 - Il Gran Cammeo di Francia. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, modificata da Janmad, CC BY-SA 3.0

Un richiamo alla propaganda attuata si aveva anche nei fori di tutte le città romane, nella decorazione degli edifici pubblici, come mostrano i trofei di armi della Schola Armaturarum di Pompei, ma anche nei monumenti privati, come nel caso di un “eques pompeianus” a Porta di Nocera, in cui si ha la rappresentazione di uno scudo in stucco il cui umbone è caratterizzato dalla presenza di una testa di Barbaro (Fig. 7).

Fig. 7 - La Tomba 13 ES, monumento funerario dell'“eques pompeianus”, presso Porta di Nocera a Pompei. Foto di Alessandra Randazzo. Si può vedere un particolare dell’umbone a p. 335 del testo di M. Castiglione, Modelli urbani per forme di auto rappresentazione locale. Il monumento funerario di un eques pompeianus a Porta di Nocera, all'interno di Arte-Potere. Forme Artistiche, Istituzioni, Paradigmi Interpretativi. Atti del convegno di studio tenuto a Pisa Scuola Normale Superiore, 25-27 Novembre 2010, a cura di M. Castiglione e A. Poggio.

Da Traiano in poi, con l’intensificarsi delle operazioni militari ai confini, le rappresentazioni di barbari si fanno sempre più numerose, ne sono un esempio monumenti famosi come il Tropaecum Traiani di Damklissi (109 d.C.) (Fig. 8), la colonna Traiana o le grandi statue di Daci in porfido. In essi, e soprattutto nella colonna Traiana, il sentimento di ammirazione per la virtus romana convive con quello di rispetto per lo sfortunato eroismo dei vinti. A partire da Marco Aurelio, con la colonna Aureliana, questo sentimento si conserva, ma vira sul patetico, allontanandosi da quel residuo di compostezza ellenistica ancora percepibile nella colonna Traiana. Un’evoluzione che per altro si osserva anche in momenti privati, come su alcuni sarcofagi con scene di battaglia, come ad esempio quello Amendola, di Portonaccio o il più tardo Ludovisi (Figg. 9-10).

Fig. 8 - Il Tropaecum Traiani di Damklissi. Immagine di CristianChirita, modificata da Francesco Bini, CC BY-SA 3.0

Quest’evoluzione in senso drammatico rifletterebbe il fragile equilibrio del limes renano-danubiano.

Da Marco Aurelio, in poi, all’interno dell’Impero, la parola Barbaro acquisì un valore sempre più sinistro, legato al tema della distruzione. In questo periodo infatti diverse incursioni germaniche superarono il confine arrivando ad oltrepassare sempre più di frequente i claustra Italiae. Queste provocarono le cosiddette guerre marcomanniche, un lungo periodo di conflitti militari combattuti tra l'esercito romano e le popolazioni germano-sarmatiche dell'Europa continentale (167-189 ca.), rappresentante il preludio alle grandi invasioni barbariche di III-V secolo che portarono alla caduta dell’Impero romano d’Occidente e al formarsi dei regni romano-barbarici.

barbari barbarians
Fig. 9 - Sarcofago Amendola; immagine da R. Banchi Bandinelli e M. Torelli, L'arte dell'antichità classica, Etruria-Roma, Utet, Torino 1976. Pubblico dominio

Le fonti tardoantiche presentano questi Barbari attraverso il nuovo filtro creatosi dalla polemica tra paganesimo e cristianesimo e successivamente tra cristianesimo e arianesimo, sicché ne risulta spesso un giudizio discorde. Prevalse, specialmente dopo il sacco di Roma del 410 ad opera dei Visigoti guidati da Alarico dei Balti e la conquista dell’Italia con la deposizione del giovane imperatore Romolo Augusto del 476 da parte del re degli Eruli, Odoacre, un certo senso di disprezzo nei confronti di questi popoli. Un disprezzo al quale i Barbari rispondevano ribaltando le ingiurie con toni non meno aspri.

barbari
Fig. 10 - Grande Ludovisi Altemps (III secolo d. C.) Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, pubblico dominio

Tale astio non parve chetarsi se ancora secoli dopo, l’imperatore bizantino Niceforo II Foca apostrofò con "Vos non Romani, sed Langobardi estis [Voi non siete Romani, siete Longobardi]" il vescovo di Cremona Liutprando, che era stato inviato come ambasciatore alla corte bizantina dall’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, Ottone I, per combinare un matrimonio e dirimere il difficile contenzioso tra i due imperi, relativamente all'Italia meridionale. Al suo ritorno, il longobardo raccontò d'avere replicato come segue allo sprezzante ospite: “Romulum fratricidam, ex quo et Romani dicti sunt, porniogenitum, hoc est ex adulterio natum, chronographia innotuit, asylumque sibi fecisse in quo alieni aeris debitores, fugitivos servos, homicidas ac pro reatibs suis morte dignos suscepit, multitudinemque quandam talium sibi ascivit, quos Romanos appellavit; ex qua nobilitate propagati sunt ipsi, quos vos kosmocratores, id est imperatores, appellatis. Quos nos, Langobardi, scilicet Saxones, Franci, Lotharingi, Bagoarii, Suevi, Burgundiones, tanto dedignamur [coloro che son detti Romani], ut inimicos nostros commoti nil aliud contumeliarum, nisi: Romane! dicamus, hoc solo, id est Romanorum nomine quicquid ignobilitatis, quicquid timiditatis, quicquid avaritiae, quicquid luxuriae, quicquid mendacii, immo quicquid vitiorum est, comprehendentes". 'Romano!', quindi, per "nos Langobardi" [la storia ci ha fatto sapere che il fratricida Romolo, dal quale i Romani traggono il nome, era un pomiogenito, cioè nato da un adulterio, sappiamo anche che creò un luogo d’asilo e vi accolse i debitori insolventi, gli schiavi fuggitivi, gli omicidi… Da questa nobile stirpe discendono coloro che voi chiamate Cosmocrati, ossia imperatori. Noi, poi, e cioè i Longobardi, Sassoni, Franchi, Lotaringi, Bavari, Svevi, Borgognoni, li abbiamo in tanto sdegno che quando siamo in collera e dobbiamo dire qualcosa di offensivo ad un nostro nemico, gli gridiamo “tu sei Romano”, intendendo con questo appellativo di Romano tutto quanto vi è nel mondo di più ignobile, di più vile, di più avido, di più corrotto, di più falso, e in una parola, tutti i vizi esistenti…]3 per cui il termine “Romano” veniva impiegato in senso dispregiativo in quanto raccoglieva in sé l’espressione di diversi vizi quali: ignobilità, pavidità, avarizia, lussuria, mendacio e così via.

Tuttavia proprio la formazione dei regni romano-barbarici dimostra come le nuove élites al potere cercarono di fondere le due culture, quella germanica e quella romana. Uno dei primi esempi di tale politica è riportato dal'apologeta cristiano Orosio nel suo Historiarum adversus paganos libri septem. Orosio riferendosi al re ariano Ataulfo dei Balti scrisse che seppur il sovrano mantenesse un rapporto conflittuale con la cultura romana: “Referre solitus esset: se inprimis ardenter inhiasse, ut oblitterato Romano nomine Romanum omne solum Gothorum imperium et faceret et vocaret essetque, ut vulgarites loquar, Gothia quod Romania fuisset, et fieret nune Athaulfus quod quondam Caesar Augustus, at ubi multa experiential probavisset naque Gothos ullo modo parere legibus posse propter effrenatam barbariem neque reipublicae interdici leges oportere, sine quibus respublica non est respublica, elegisse saltim, ut gloriam sibi de restituendo in integrum augendoque Romano nomine Gothorum viribus quaereret habereturque apud posteros Romanae restitutionis auctor, postquam esse non potuerat immutator.” [Egli era solito dire di avere sopra ogni cosa ardentemente desiderato che, cancellato e dimenticato il nome di Roma, tutto il suo impero diventasse di nome e di fatto impero dei Goti, e che fosse Gothia, per dirlo in volgare, quello che era stata la Romania, e che ora Ataulfo diventasse quel che era stato una volta Cesare Augusto. Ma poiché si era reso conto per lunga esperienza sia che i Goti in nessun modo si sarebbero piegati a obbedire alle leggi per la loro sfrenata barbarie, si era scelto almeno la gloria di riportare con le armi dei Goti il nome romano al suo antico prestigio e di accrescerlo, e di essere ricordato dai posteri come restauratore della grandezza romana, giacché non gli era riuscito di esserne il distruttore]4.

Da tali parole si evince che sebbene Ataulfo avesse voluto convertire i territori romani in gotici, si rese conto che la struttura della società gotica non avrebbe potuto garantire la stessa governabilità di uno Stato come quello romano. Per cui decise, probabilmente anche grazie all'influenza della consorte Galla Placidia, di mutare strategia: avrebbe portato avanti una politica di fusione fra Goti e Romani, affinché la forza dei primi rinforzasse la cultura e il nome dei secondi.

Fig. 11 - Il mausoleo di Teodorico a Ravenna. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Tale commistione di elementi romani e germanici è anche percepibile nella scelta di alcuni sovrani barbarici di rappresentarsi quali eredi dell’Impero romano d’Occidente, attraverso l’adozione di simboli di potere propri dell’ambito romano. È il caso ad esempio del re goto Teodorico, che cresciuto presso la corte imperiale di Bisanzio, scelse come sua ultima dimora un mausoleo che esteticamente si rifaceva alla tradizione dei mausolei imperiali tardo antichi ma che tuttavia mostrava elementi decorativi “a tenaglia” propri dell’oreficeria gota (Fig. 11). Un ulteriore emblematico esempio è rappresentato dall’anello sigillare rinvenuto a Tournai nella tomba del re dei Franchi Salii Childerico (Fig. 12). Su questo si ha il nome del sovrano e la sua raffigurazione. Il re è rappresentato con elementi tipici della tradizione romana, quali la lorica e il paludamentum, accanto a questi si hanno tuttavia particolari propri dell’ambito germanico, infatti il sovrano presenta i capelli lunghi, un privilegio proprio della dinastia reale dei Salii, e la lancia, un tipico simbolo di potere presso i popoli germanici.

Fig. 12 - Riproduzione dell’anello sigillare di Childerico I. Foto da Gallica, pubblico dominio

Da questo momento iniziò la fusione iconografica, politica e religiosa tra i Barbari del Nord e i Romani che porterà come già accennato alla formazione dei regni romano-barbarici e a un primo definirsi di quelli che in futuro diverranno gli stati europei.

 

 

Bibliografia

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H. Wolfram, The Roman Empire and its Germanic Peoples, Berkeley-Los Angeles-London 2005 (originally published as Das Reich und die Germanen, Berlin 1990, transl. by Th. Dunlap).

1 Sull’origine e gli sviluppi del tema della fraternitas fra Edui e Romani e fondamentale Luiselli 1978, pp. 89-103; vd. anche Luiselli 1992, pp. 642-646; da ultimo cfr. Hofeneder 2008, pp. 291-295. Per la ricorrenza del tema nei panegirici cfr. Lassandro 1992. Sulla conquista romana della Gallia meridionale e le sue conseguenze sugli equilibri politici nell’ambito della Comata vd. Jullian 1993, vol. 1, lib. III, pp. 431-444; Hatt 1959, pp. 35-47; Ferdiere 2005, pp. 57-59 e 61; Zecchini 2009, pp. 67-78.

2 Tacito non visitò mai direttamente le terre e i popoli di cui parlò nella sua opera e le informazioni impiegate per la sua stesura furono probabilmente molteplici: il De bello Gallico di Gaio Giulio Cesare, la Geografia di Strabone, Diodoro Siculo, Posidonio, Aufidio Basso e interviste a mercanti e soldati.

3 Liudprandi Cremonensis, Relatio de legatione Constantinopolitana, in ID., Antapodosis, Homelia Pascalis, Historia Ottonis, Relatio de legatione Constantinopolitana, cura et studio P. Chiesa, Turnholti 1998 (Corpus Christianorum, Continuatio mediaevalis, 156), pp. 192-193, n. 12.

4 Orosius, Historia contra paganos (History aga the pagans), 7.45: C. Zangemeister, ed., CSEL 5 (Vienna, 1882), p. 413.


Catone Purgatory Dante Gustav Dorè

La causa dei vincitori piace agli dèi, quella dei vinti a Catone

Victrix causa deis placuit, sed victa Catoni: Catone Uticense e il senso della lotta e della libertà

«Nec quemquam iam ferre potest Caesarve priorem

Pompeiusve parem. Quis iustius induit arma?

Scire nefas; magno se iudice quisque tuetur:

victrix causa deis placuit, sed victa Catoni»

 

«Cesare ormai non può tollerare un superiore, Pompeo

un eguale. Chi prese le armi con più giuste ragioni?

Non è lecito saperlo; ognuno si avvale d’un grande giudice:

la causa dei vincitori piace agli dèi, dei vinti a Catone»

(Pharsalia I 125-128, trad. di Luca Canali)

 

È con questi versi della Pharsalia, il grande poema sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo, che Lucano introduce le posizioni in lotta e la figura titanica di Catone.

E ditemi che non vi è venuta un po’ la pelle d’oca.

Negli esametri di questo giovane poeta aristocratico nato nella Spagna Betica – e che almeno per un po’ fu nella cerchia dei più intimi amici di Nerone, prima che il rapporto si deteriorasse e che il venticinquenne Lucano finisse costretto al suicidio nel 65 d.C. – Catone è la figura più positiva. Spesso è stato associato all’immagine del vero saggio stoico, che raggiunge la parità con gli dei grazie alla saldezza e all’imparzialità della propria posizione, ma, come disse Emanuele Narducci[1], il Catone di Lucano tende a distaccarsi dal modello stoico tradizionale ed è impregnato degli antichi ideali repubblicani.

Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare, Napoli, Museo di Capodimonte. Foto di Gordon Johnson

Dice Catone a Bruto, che lo esorta ad astenersi – almeno momentaneamente – dal prendere parte al conflitto, perché la guerra che si sta combattendo è esecrabile e il saggio ne verrebbe contaminato:

«Summum, Brute, nefas civilia bella fatemur;

sed quo fata trahunt, virtus secura sequetur;

crimen erit superis et me fecisse nocentem.»

«O Bruto, definiamo le guerre civili un supremo abominio,

ma un deciso valore seguirà la strada dei fati;

diventi colpevole anch’io: sarà delitto degli dèi!»

(Pharsalia II 286-289, trad. di Luca Canali)

 

Catone non nega l’obiezione di Bruto: sa che partecipare alla guerra civile rende colpevole anche lui, sa che la guerra è summum nefas, sommo abominio, eppure si schiera. Emanuele Narducci ha compiuto una riflessione importante sulle scelte lessicali di questo passo (piccola annotazione, qualora qualcuno rischiasse di dimenticarlo: le parole sono importanti), in particolare sui due verbi trahere e sequi.

Foto di Henryk Niestrój

Trahere significa “trascinare”, sequi “seguire, conformarsi a” e se non è già chiaro perché qui siano sostanzialmente due opposti, basterà citare un passo del De Providentia di Seneca (V 4): gli uomini saggi non trahuntur a fortuna, sequuntur illam, non sono trascinati dalla fortuna, ma la seguono, la assecondano. Qui, però Catone sta dicendo che la sua virtus, il suo valore, seguirà i fati lì dove essi lo trascinano: è trascinato contro la propria volontà, ma allo stesso tempo si conforma. Non ha l’apàtheia del saggio, ma diventa piuttosto la personificazione del vero cittadino.

Ecco il senso del suo appoggiare la victa causa. Gli esiti delle vicende belliche hanno il benestare degli dei, la causa per cui Catone vuole combattere è destinata a fallire e lui lo sa. Prendere parte alla lotta significa rinunciare all’immagine del saggio che si astiene, che considera ogni evento buono e necessario, e che per questo asseconda il corso degli accadimenti: il fato trascina, ciò che accade non è voluto dal saggio, anzi, il saggio prende una posizione contro l’evento e proprio per questo segue quella via e partecipa, accettando di perdere la propria purezza. Lungi dall’attenersi al precetto di vivere in disparte, per questo saggio non schierarsi, quando è in corso una guerra civile è immorale: non significa cercare una incontaminata imparzialità, bensì preferire, in un momento in cui le fondamenta della società sono in pericolo, la propria egoistica salvezza individuale.

Inoltre, Catone non teme Cesare nel combattere contro di lui, perché gli impedisce di esercitare tanto il proprio dominio quanto la sua tanto propagandata clementia: sceglie il suicidio e chissà in che termini l’avrebbe presentato Lucano.

Catone Purgatory Dante Gustave Doré
Dante, Virgilio e Catone nell'illustrazione di Gustave Doré dal primo canto del Purgatorio, dall'edizione inglese della Divina Commedia (1901), Thompson & Thomas, Chicago

Questo racconto non c’è nella Pharsalia, ma possiamo concludere questo breve discorso pensando a un’altra famosa versione che del personaggio di Catone esiste in letteratura: quella di Dante, nel primo canto del Purgatorio.

Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta

Questo dice Virgilio a Catone, presentandogli Dante. Questo è il senso che nella Divina Commedia si dà al suicidio di Catone, senso che addirittura giustifica l’aver reso Catone, pagano suicida, custode del Purgatorio.

Catone Uticense
Jean-Baptiste Roman & François Rude, Caton d'Utique lisant le Phédon avant de se donner la mort (1840), marmo, Musée du Louvre. Foto di  M.Romero Schmidkte, CC BY-SA 3.0

Chissà, forse il Catone storico sarebbe contento di aver suscitato tante riflessioni, di essere diventato l’emblema e l’ispirazione di chi combatte lotte impari. Forse scuoterebbe la testa, forse ci riderebbe in faccia, forse l’uomo che davvero ha vissuto non c’entra nulla con tutto questo, ma non importa: l’impalpabile personaggio tessuto dai versi di Lucano si erge titanico davanti agli eventi, esprime le crisi filosofiche e sociali del mondo del suo autore ma è anche diventato il volto e il corpo di chiunque cerchi un senso da dare alla propria lotta e alla propria libertà.

Catone Uticense
Guillaume Guillon Lethière, La mort de Caton d'Utique (1795), Hermitage. Foto [1] in pubblico dominio
[1] Per una trattazione estesa delle principali questioni riguardanti la Pharsalia un riferimento bibliografico imprescindibile sono le opere di E. Narducci, tra cui “Lucano. Un’epica contro l’impero” e “La provvidenza crudele. Lucano e la distruzione dei miti augustei”.

 


Cicerone Harris

Cicerone protagonista della trilogia di Roma antica di Robert Harris

Marco Tullio Cicerone Robert Harris
Marco Tullio Cicerone, busto in marmo dai Musei Capitolini. Foto di Liam Clarkson-Holborn, CC BY-SA 4.0

Chiacchierando con la professoressa di Latino in facoltà le chiesi se esistesse un qualche libro che parlasse di Roma antica. Volevo calarmi nelle sue vicende da una prospettiva non sempre e solo accademica. Mi disse di aver letto una trilogia che l’aveva tenuta con il naso tra le pagine fino alla fine. Non potevo esimermi dal leggerla.

Edita in Italia presso Mondadori, si compone di tre romanzi di carattere storico (con una patina di giallo) ambientati nella tumultuosa Roma del I sec. a.C., ove se tramontava la Repubblica al tempo stesso nascevano grandi personaggi. Essi raccontano gran parte della vita di un uomo in particolare: Marco Tullio Cicerone.

 

Copertina del romanzo Imperium di Robert Harris. Immagine Fair use

Il primo romanzo si intitola Imperium (2006), il secondo Conspirata (2009, pubblicato in altri Paesi come Lustrum) e il terzo Dictator (2015). Io ho reperito un’edizione del 2017 che raccoglie la trilogia in un volume unico, parte della collana Oscar Bestsellers. Per quanto i romanzi siano autonomi e leggibili individualmente, la raccolta fa tenere il passo con gli eventi e ricordare qualche dettaglio funzionale alla storia.

L’autore di questi romanzi è lo scrittore ed ex giornalista televisivo inglese Robert Harris. Noto probabilmente al pubblico interessato di storia antica per il romanzo Pompei (2003), è consacrato alla fama per i romanzi Fatherland (1992), Enigma (1996), Archangel (1998) e Il ghostwriter (2007), thriller dai quali sono tratti altrettanto famosi film. Come non menzionare inoltre l’attività saggistica dello scrittore, tra la quale si annovera un’inchiesta sui falsi diari del Führer, I diari di Hitler (2002).

 

 

Robert Harris Cicerone
Robert Harris (2009). Foto di Jost Hindersmann, CC BY 3.0

Tornando alla trilogia. Si potrebbe pensare di trovarsi in fronte ad una biografia simile a quella dei manuali scolastici. Oppure a un panegirico di colui che conosciamo come un brillante oratore ed avvocato che in prima persona si racconta. Invece Harris ha pensato per il lettore, sin dalle prime pagine di Imperium, di ricorrere alla penna di Marco Tullio Tirone, ovvero liberto di Cicerone dal 53 a.C. Fino ad allora lo si conosce storicamente come Tirone, schiavo (per condizione giuridica) ma anche vero e proprio braccio destro di Cicerone già dall'adolescenza.

Copertina del romanzo Lustrum/Conspirata di Robert Harris. Immagine Fair use

Nei romanzi il vecchio Tirone, sopravvissuto all'amico (secondo le fonti morì a cento anni), ripercorre tutta la vita insieme a lui. Racconta di come crebbero insieme, si istruirono insieme, viaggiarono insieme, di come l’ambizioso Arpinate salì ai vertici del potere fino a scenderne bruscamente, in balia dei capricci della fortuna e dei potenti. Sempre però vivendo in una simbiosi tale con Tirone che nel romanzo Conspirata si legge Terenzia appellarlo “moglie ufficiale” del marito. Il protagonista è tratteggiato in maniera serenamente veritiera e umana. Non mancano infatti accenni di critica da parte del modesto segretario-narratore per alcune scelte del suo padrone, sia a priori che a posteriori.

Copertina del romanzo Dictator di Robert Harris. Immagine Fair use

La narrazione procede scorrevolmente, seguendo in maniera appropriata i fatti storici, modificando e sintetizzando (come scrive l’autore nei ringraziamenti) le parole di Cicerone, citate solo quanto serve a veicolare al meglio il suo pensiero. Ciò che senza dubbio rende peculiare la trilogia è la caratterizzazione dei personaggi. Harris infatti fa in modo che Tirone, per la sua condizione di segretario colto in grado di trascrivere stenograficamente (significativo l’episodio in cui Cicerone sfoggia le sue abilità con il potente Lucullo) abbia la possibilità di accompagnarlo agli incontri o portar loro messaggi. Così il lettore non è mai privato dell’occasione di una descrizione. Esemplare quella di Cesare all'accampamento di Mutina nel romanzo Dictator: Tirone non può nascondere la soggezione innanzi la potenza fisica e il fascino che gli occhi scuri e penetranti del condottiero gli trasmettono, nonostante egli stia tramando contro la Repubblica. Così tutti quei personaggi che trovano posto nella memoria di Tirone assumono consistenza e vesti non sempre scontate. Anche i dialoghi e le lettere sembrano renderli vivi: Attico, Verre, Catilina, Pompeo Magno, Catone l’Uticense, Cesare, Clodio, Antonio o Ottaviano non appaiono solo iconici autori di gesta ma persone le quali non sembra così impossibile abbiano provato paura, odio, disprezzo, invidia.

Robert Harris La trilogia di Cicerone
Copertina del volume La trilogia di Cicerone (con Imperium, Conspirata e Dictator) di Robert Harris, edito da Mondadori, Oscar Bestsellers. Foto di Valentina Foti

Concludendo, nonostante la storia di Marco Tullio Cicerone la conosciamo più o meno tutti, la lettura di questa trilogia di Robert Harris non risulterà mai noiosa e il senso di inquietudine e attesa tipica del romanzo giallo è assicurato.

La Trilogia di Cicerone ha risposto a quello che cercavo.


Svetonio, magister dell'aneddotica imperiale

SVETONIO, MAGISTER DELL’ANEDDOTICA IMPERIALE

Quando si esaminano le letterature antiche, spesso ci si sofferma sulle informazioni più importanti per dedurne la rilevanza storica di un personaggio o di un evento. Capita, quindi, di non prendere in considerazione quelle notizie ritenute poco fededegne ovvero di scarsa importanza. E non deve meravigliare se, al lettore o al semplice ascoltatore, proprio queste ultime informazioni risultano essere più semplici da memorizzare.

Ancora oggi, nel mondo dei social ormai alla ribalta, capita di imbattersi in notizie relative alla vita privata di un personaggio, al suo modus operandi, ai suoi vizi e vezzi. Quella che può definirsi, con la cautela del caso, la ‘letteratura del gossip’ abbraccia un pubblico vasto e variegato.

A questo punto sorge, lecita, una domanda: gli antichi nutrivano interesse per le informazioni più intime ovvero eclissavano, in qualche modo, la loro portata? A questa domanda si può rispondere citando Gaio Svetonio Tranquillo, vissuto nel I d.C. e probabilmente originario di Ostia. Come per ogni scrittore, anche per Svetonio si può prendere in considerazione l’opera che lo ha reso celebre al pubblico, specialista e non: il De vita Caesarum (La vita dei Cesari), nella quale, in otto libri, lo scrittore traccia le biografie di dodici imperatori, da Cesare a Domiziano.

Svetonio, De vita Caesaris, Apud Theobaldum Paganum - Lugduni 1541, foto MH Collections, CC BY-SA 4.0

Lo stile dell’opera risulta semplice e, a tratti, disadorno, motivo per cui si può dedurre che essa fosse destinata non soltanto ai più eruditi, ma anche e soprattutto a lettori dalle piccole pretese. Questo stile semplice e quasi elementare è stato adoperato da Svetonio non solo per motivi di fruizione, ma anche per questioni di genere. Svetonio, infatti, non può essere ritenuto uno storico stricto sensu, come Sallustio (I a.C.) o Tacito (I d.C.), per esempio, bensì un biografo; è stato colui che ha continuato, idealmente, l’opera di Varrone (II a.C.) prima e Cornelio Nepote (I a.C.) poi.

Il De vita Caesarum, al di là dello stile semplice e lineare, presenta una trattazione degli argomenti che esula dai comuni trattati storici. Le biografie, infatti, mancano di un corretto susseguirsi cronologico degli avvenimenti (si potrebbe confrontare l’opera, per esempio, con l’Anabasi di Senofonte (V-IV a.C.) che, alla trattazione storica, antepone il gusto dell’autobiografia; infatti l’opera senofontea può essere definita, non a torto, un vero e proprio diario di viaggio) e risultano essere abbondanti per quanto riguarda gli aneddoti imperiali. Svetonio si dimostra un vero e proprio magister dell’aneddoto, il suo interesse per il cavillo biografico, per le notizie di scarso valore e per vizi e virtù degli imperatori è al centro della trattazione. Nell’esaminare le biografie, questi elementi risaltano sin da subito all’occhio del lettore: di Augusto, per esempio, racconta della sua creduloneria; di Caligola, del tentativo di candidare al consolato il suo cavallo, Incitatus; di Claudio, della sua vigliaccheria; di Vespasiano, delle sue abitudini sessuali e così via. La trattazione aneddotica, così presente nelle biografie svetoniane, si può giustificare se si prendono in considerazione i destinatari dell’opera; il professor Paolo Fedeli, nella sua Storia letteraria di Roma (edita da Fratelli Ferraro Editori, Napoli 2004), spiega, infatti che «Il gusto dell’aneddoto […] serve a tener desta l’attenzione di lettori non particolarmente esigenti e ci fa capire come si sia ampliato, anche in conseguenza della più diffusa alfabetizzazione […] il panorama dei fruitori delle opere letterarie. È questo un dato di un’importanza sostanziale per capire i contenuti dell’opera biografica di Svetonio […]». Nella narrazione degli aneddoti svetoniani, si ravvisano, a volte, imprecisioni e racconti al limite della verosimiglianza. Nella vita di Otone, per esempio, nel raccontare le vicissitudini che portarono, poi, l’imperatore al successo sulle truppe comandate da Vitellio, Svetonio si dimostra confuso ed impreciso. E ancora, nella vita di Domiziano, Svetonio racconta che l’imperatore ordinò che si tenessero cento gare in un unico giorno destinato ai giochi circensi, un numero che va al di là delle potenzialità degli atleti del tempo e che, anche oggi, sarebbe impensabile per un qualsiasi sportivo ben allenato.

Affresco (1563) dalla "Sala di Cesare", che orna lo studio del Marchese Diomede nel Palazzo della Corgna, a Castiglione del Lago (Umbria), sulla base di quanto nel testo di Svetonio. Qui si ritrae la battaglia di Farsalo. Foto di Wolfgang Sauber, CC BY-SA 4.0

Al di là delle imprecisioni, le biografie svetoniane presentano diverse ripetizioni; per esempio, nella vita di Cesare, l’impresa in Britannia è ripetuta due volte. Queste ripetizioni hanno delle sostanziali motivazioni: Svetonio, attraverso la riproposizione di un avvenimento politico-militare, presenta il mutevole atteggiamento di un imperatore durante la sua impresa politico-militare.

Ogni biografia presenta una struttura fissa: ad una prima parte legata alla presentazione dell’imperatore, sotto le spoglie del prodigio, e alle sue imprese militari, segue una seconda parte dedicata agli aneddoti e al racconto della morte, quasi sempre frutto di un presagio nefasto. Si può aggiungere, anche, che le biografie presentano un’autonomia tale che, prese singolarmente, possono ritenersi delle vere e proprie opere. Non è necessario leggere, per esempio, la vita di Tiberio per comprendere quella di Caligola e così via.

È doveroso, a questo punto, porsi un’ulteriore domanda: è possibile cavare il giudizio dell’autore dalle diverse biografie? A questo quesito si può rispondere esaminando la biografia di Tito e quella di Domiziano, per esempio. Se il primo è presentato quasi come un princeps illuminato e come se fosse il miglior imperatore che l’Impero avesse avuto sino a quel momento, tanto che, da Svetonio, è definito amor ac deliciae generis humani (amore e delizia del genere umano), al contrario, Domiziano è il princeps da scongiurare, a tal punto che ogni sua azione, anche la più virtuosa, è frutto della sua indole malvagia (il giudizio di Svetonio su Domiziano dipende, anche, dalla situazione socio-politica nella quale vide la luce il De vita Caesarum; infatti l’opera svetoniana è successiva al 70 d.C., anno di nascita, probabile, di Svetonio, quindi successiva alla morte di Domiziano, nel 68 d.C.: è chiaro che la damnatio memoriae cui fu sottoposto l’ultimo dei Flavi ha influito non poco sul giudizio del biografo). Svetonio, però, dimostra di possedere un’ideologia vicina a quella del Senato, infatti sono esenti da critiche feroci tutti quegli imperatori che, durante la loro vita, non hanno osteggiato, in alcun modo, il Senato romano.

Il De vita Caesarum ha suscitato non poco interesse, anche, nelle generazioni successive. Se si pensa che, durante l’epoca tardoantica e medievale, Svetonio è stato il modello di S. Girolamo e Isidoro di Siviglia, per esempio, si può comprendere l’importanza dell’opera svetoniana quale modello ‘cardine’ del genere biografico romano.

Svetonio De vita Caesaris
Svetonio, in una miniatura del Liber Chronicarum (foglio CXI), trattato di Hartmann Schedel (1493), scansione di Michel Wolgemut, Wilhelm Pleydenwurff, pubblico dominio

Cristoforo Gorno, il narratore ideale per le Cronache dal mito

Cronache dal mito, Cristoforo Gorno ci accompagna nel mondo degli dei

Disponibile su RaiPlay la nuova serie di documentari di Cristoforo Gorno, che ci porta nel mondo degli dei greci

Cristoforo Gorno Cronache dal mito

Cristoforo Gorno è ormai una guida storica d'eccezione e le sue Cronache dal mito una conferma. Dopo aver portato il pubblico in giro per i millenni, raccontando le storie dell'antichità, del Medioevo e del Rinascimento, stavolta decide di diventare il narratore delle storie che hanno fondato la nostra civiltà. Affronta infatti gli dei e gli eroi della mitologia classica.

Gorno, un narratore appassionato

Non è facile come sembra raccontare i miti greci. Se le storie sono bellissime, oggi, se non si fa attenzione, per il pubblico possono risultare ostiche. Ma Cristoforo Gorno ha ormai una abilità incredibile nel tratteggiare le svolte delle vicende e i personaggi come se si trattasse dei protagonisti di una serie tv. Così ci porta nei luoghi dove le vicende mitiche si sono svolte (Itaca, Agrigento, Delfi) e qui fa rivivere quasi in diretta gli eventi.

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Fonti citate correttamente e grande vivacità della narrazione

Il motivo per cui anche Cronache dal mito è una serie di documentari di alto livello sta nella cura straordinaria con cui il team di autori fornisce agli spettatori una informazione completa. Al contrario di molti altri documentari storici, infatti, in Cronache dal mito vengono sempre aggiunti in sovrimpressione i passi degli autori classici che forniscono le notizie citate. Questo permette agli spettatori non solo di avere un preciso riscontro su ciò che si sta narrando, ma anche di riscoprire opere o versi magari sepolti nella memoria.

Un ritmo coinvolgente

La serie ha un ottimo ritmo e coinvolge. Niente tempi morti, un lessico preciso ma alla portata di tutti, una fotografia attenta che rende bene le ambientazioni e le suggestioni del racconto. Cristoforo Gorno, che si avvale di consulenze ottime (va ricordato Giorgio Ieranò, ordinario di letteratura greca a Trento ma anche autore di una serie di saggi divulgativi sulla mitologia), si muove con la consueta scioltezza, ma anche con una simpatica bonarietà. Il risultato sono dei documentari svelti ma approfonditi, che non trattano lo spettatore con sussiego, ma anzi lo invogliano ad approfondire. Che dire? Guardateli. La mitologia così è ancora più affascinante.


Giulio Cesare Julius Caesar

Il tiranno non è un dio, non è un uomo

Ambizioso, visionario e creativo nella sua capacità di riscrivere la grammatica del mondo, Giulio Cesare giganteggia con intramontabile prestigio nell’orizzonte culturale dell’occidente. La fascinazione che il personaggio ha esercitato sull’immaginario collettivo è tale che autori estremamente distanti nel tempo, nello spazio e nel sentire hanno voluto cimentarsi con il racconto delle sue imprese, offrendo punti di vista e chiavi di lettura straordinariamente intriganti.

Giulio Cesare Julius Caesar
Julius Caesar (film del 1953); nella scena John Gielgud, Louis Calhern, John Hoyt ed Edmond O'Brien. Pubblico dominio

«Questo noi dovremmo imparare dai Greci, a rivestire i miti di una bellezza tale da farli diventare veri, da far crescere palme solo perché lo ha detto un poeta»: dal mondo della divulgazione televisiva intorno ai temi dell’antichità, Cristoforo Gorno si è recentemente cimentato con il romanzo storico (Io sono Cesare, Rai Libri, 2019), producendo la godibile narrazione di un mito in carne e ossa, quel Giulio Cesare assurto a simbolo, nella percezione comune, di strategia politica tanto acuta da far impallidire l’attuale dibattito pubblico. Numerose sono le questioni che una lettura del genere solleva: dalle amare considerazioni sull’opportunità della guerra – e persino della necessità dei suoi risvolti traumatici - alle riflessioni sul ruolo della comunicazione, che nel vortice della rivoluzione digitale agisce sull’opinione pubblica avvalendosi di canali e velocità precedentemente inimmaginabili, limitando di contro l’assennata consuetudine di ponderare, valutare, esaminare prima di esprimersi e prendere vincolanti decisioni.

Giulio Cesare, busto del primo secolo, scoperto a Pantelleria. Foto di Ed Uthman, CC BY-SA 3.0

L’immaginazione di Gorno ci consegna un uomo che, quasi presentendo ciò che il destino ha in serbo, sigilla come eredità per Ottaviano un memoriale denso e meditativo (alla dimensione pubblica dei Commentari si sostituisce qui il discorso in prima persona, ad accrescere l’intimità del lascito). Il tema del tempo, finora centrale per lo stratega nell’accezione di attimo da cogliere per sfruttare le opportunità favorevoli, si carica adesso di significati che afferiscono all’intero portato dell’esistenza; il senso della fine che si appresta è accompagnato da vaghe percezioni e un preoccupante sentore, proprio come accade nel play shakespeariano, Julius Caesar, costellato di segni, visioni, premonizioni.

Il testo del drammaturgo inglese fa tesoro, in effetti, della lezione plutarchea, mediata attraverso una traduzione cinquecentesca, e per mezzo di illuminanti intuizioni trasforma in poesia il racconto dello storiografo greco, proiettando nel passato romano lo sgretolarsi delle certezze che caratterizza il Seicento, secolo di profonde e significative trasformazioni. Assecondando il brivido metafisico che percorre l’uomo al cospetto dello spazio infinito, Shakespeare ritrae la caduta di un mito, ma con sorprendente lungimiranza si domanda quanti secoli vedranno rappresentata da attori quella grandiosa scena, in regni ancora non nati e con linguaggi ancora sconosciuti.

A ben vedere dunque il Bardo ammanta di antico domande e verità che appartengono all’età elisabettiana, al suo smarrimento, alle sue irrisolte inquietudini; con maestria egli tratteggia la volubilità di una folla che si lascia ammansire, irretire, infuocare dall’abile oratoria di Antonio. Non stupisce che la teatralità che risiede in una tale vicenda non manchi di essere recepita nei secoli successivi, attraverso riscritture e rappresentazioni di ogni genere. Di particolare interesse risulta il testo composto due anni fa da Fabrizio Sinisi, per la regia di Andrea De Rosa (Giulio Cesare. Uccidere il tiranno, Nardini Editore, 2017), dal momento che si sofferma sul portato politico della cospirazione e invita gli spettatori a elaborare l’esperienza della dittatura, interrogandosi in merito ai fatti del Novecento e ai loro tragici sviluppi.

Secondo i congiurati, è necessario arginare l’impudenza di Cesare, i cui gesti senza scrupoli dimostrano la volontà di approfittare dell’agonia della Repubblica per attribuirsi un ruolo egemonico: porre un freno alla deriva totalitaria, attentando alla vita del tiranno, violando la sacralità del suo corpo, significa per loro agire nell’interesse dello Stato. Eppure, chi insegue la libertà sarà costretto a fare i conti con gli ambigui risvolti che insidiano quel sogno e il suo contrario, e ad accorgersi di quanto un popolo possa amare la subalternità a un padrone, legittimandone il potere.

«Eravamo ciechi, ciechi per scelta, / contenti di esser ciechi, / ora quel tempo è finito: / gli dèi non ci sono più, / ci siamo solo noi»: il disincanto di Cassio si respira nell’intero corso della pièce, contagia gli interrogativi che si rincorrono e svelano il disorientamento di questi nostri giorni precari. «Nessuno di noi sa / che forma avrà la vita, / che forma avremo noi / quando riemergeremo / al mondo da quest’incubo. / Un tempo nuovo inizia», sentenzia definitivo Antonio, sancendo con risolutezza, nonostante le inevitabili incognite, una cesura tra quel che è stato e ogni possibile futuro.

Corpo divino che rinnega la sua umanissima origine, e tuttavia oltremodo terrestre nella sua vulnerabilità, la figura del tiranno solleva questioni insolute e, nei nodi irrisolti della nostra storia, ammonisce in merito alle contraddizioni di un passato che non smette di accadere.

Jean-Léon Gérôme, La Mort de César, pubblico dominio