House of Gucci

House of Gucci - i Soprano della moda

House of Gucci è uno dei film più attesi di questa stagione cinematografica. Abbiamo trascorso la seconda metà del 2020 osservando le svariate foto rubate dal set, osservando le metamorfosi degli attori e recuperando la vera storia dell'omicidio Gucci. House of Gucci arriva in pompa magna nelle sale cinematografiche internazionali chiudendo ufficialmente il 2021. Tuttavia, ora è giunto il momento di chiederci se il tanto atteso film di Ridley Scott abbia soddisfatto i palati di pubblico e critica.

House of Gucci
La locandina italiana di House of Gucci, per la regia di Ridley Scott, prodotto (2021) da Metro-Goldwyn-Mayer, Bron Studios, Scott Free Productions e distribuito da Eagle Pictures Italia

 

House of Gucci: la trama

House of Gucci ha inizio con la presentazione del personaggio di Patrizia Reggiani (Lady Gaga) nel 1978. Patrizia lavora nell'impresa di famiglia, dedita all'affitto di camion da lavoro, ma sogna una vita diversa. Una sera incontra Maurizio Gucci (Adam Driver) erede di uno degli imperi della moda più noti a livello mondiale. Maurizio, al contrario di Patrizia, ha un carattere mite e riservato. Vorrebbe proseguire gli studi di giurisprudenza e mantenere le distanze dall'azienda Gucci. Patrizia, dopo aver sposato Maurizio, lo convince a riprendere i rapporti con la famiglia grazie all'aiuto dello zio Aldo Gucci (Al Pacino).

Il plot twist avviene nel momento in cui Rodolfo Gucci (Jeremy Irons), padre di Maurizio, muore senza aver firmato un documento che cederebbe le quote dell'azienda al figlio. In questo momento si comincia a vedere la vera personalità di Patrizia. La Reggiani, tramite azioni illegali e manipolazioni sessuali e psicologiche, diverrà la signora Gucci a tutti gli effetti, manovrando ogni decisione di Maurizio e Aldo. Compreso che Aldo e suo figlio Paolo (Jared Leto) potrebbero essere di intralcio al successo di Gucci, Patrizia convince Maurizio a tradirli e a diventare il capo di maggioranza.

L'unico modo per spezzare questa catena di tradimenti e bugie è quello di terminare l'Idillio amoroso tra i due protagonisti. Maurizio si rende conto di non essere felice e di volere una vita diversa e lontana dalle braccia della moglie. Così chiede il divorzio credendo di aver ottenuto la libertà. Non sa che Patrizia, grazie all'amica cartomante Pina (Salma Hayek), sta progettando una vendetta personale.

House of Gucci

 

Italianità

House of Gucci

Come detto nel primo paragrafo, House of Gucci è stato mitizzato sin dall'inizio della sua produzione. Il mito ha preso il via già dall'annunciazione di attrici e attori protagonisti ottenendo il suo culmine con la pubblicazione delle foto dai set italiani. Scott è riuscito ad affittare mezza Italia in piena pandemia, garantendo a staff e attori un soggiorno controllato e sicuro. Lo scopo del regista era ritrarre una famiglia italiana potente ed influente. Peccato che quando si tocca il concetto di famiglia all'italiana l'ideologia americana sfoci sempre in due stereotipi: la famiglia caciarona o la famiglia mafiosa. Nel caso di House of Gucci ci troviamo nella seconda categoria.

La rappresentazione della famiglia Gucci, partendo dal suo capostipite Rodolfo, è una vera e propria messa in scena mafiosa. Ovvero una famiglia ricca, con un'evasione fiscale alle stelle e che dialoga come se si trovasse al centro di una piazza italiana in piena Commedia dell'Arte. Ci sembra di assistere ad una puntata de I Soprano. I Gucci non hanno assolutamente niente di differente a parte, forse, i rapporti ufficiali con le star.

House of Gucci

Adam Driver ha una recitazione abbastanza statica, ma in questo caso giustificata considerando che Maurizio Gucci non è mai stato ricordato per il suo appeal. La vera protagonista, ovviamente, è Lady Gaga che ruba la scena con la sua Patrizia Reggiani. L'interpretazione della Germanotta è eccessiva, arriva al limite del grottesco o del trash. Però, a conti fatti, questo non ci disturba, poiché l'intera narrazione filmica pare voler prepotentemente sfociare nel trash estremo.

House of Gucci

 

House of Gucci: regia e contrasti

Ridley Scott è un nome che non ha bisogno di presentazioni. Scott è stato uno dei padri fondatori della New Hollywood e regista di film importantissimi per la storia del cinema. Come ogni cineasta gli è concesso fare degli "scivoloni". Ma House of Gucci può ritenersi tale? La regia è pulita, quasi asettica a tratti. Il ritmo del film segue uno schema molto classico e si basa molto sul dialogo e sull'uso del campo e controcampo. E questo, a tratti, stona con ciò che avviene nella messa in scena. Se si decide di mostrare una situazione valorizzandone gli eccessi anche la regia dovrebbe essere tale. Tuttavia, le due ore e mezza di pellicola scorrono senza appesantire troppo lo spettatore, eppure sembra sempre mancare qualcosa.

House of Gucci è ancora nei cinema e continua a portare pubblico in sala. Nonostante i dubbi lasciati a fine proiezione, ci troviamo davanti ad un film godibile. Un film che a tratti potrebbe irritare l'italiano non avvezzo a quelli che sono gli stereotipi degli USA verso il prototipo dell'italiano medio.

House of Gucci

House of Gucci

Si ringrazia Eagle Pictures per le foto e locandina. Video da Ufficio Stampa Fosforo.


Last Night in Soho Ultima notte a Soho

Last Night in Soho - il nuovo horror femminista

Last Night in Soho (distribuito anche come Ultima notte a Soho) è il nuovo film del regista britannico Edgar Wright, noto al pubblico per La trilogia del Cornetto e Baby Driver. Questo nuovo lavoro, in pieno stile horror anni '70, ha riscosso grande successo al botteghino riscontrando anche l'opinione positiva della critica. La pellicola è distribuita dalla Universal Pictures.

Last Night in Soho Ultima notte a Soho
La locandina del film Last Night in Soho (distribuito anche come Ultima notte a Soho) del regista britannico Edgar Wright, prodotto da Complete Fiction, Film4, Working Title Films, e distribuito in Italia dalla Universal Pictures. Courtesy of Focus Features / ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Last Night in Soho: la trama

Ellie Turner (Thomasin McKenzie) è una giovane aspirante stilista che vive in Cornovaglia con la nonna. Ellie è figlia di una tragedia famigliare: sfortunatamente la madre della giovane si è suicidata probabilmente perché affetta da problemi psichiatrici. Ellie, oltre ad essere una dotata stilista, ha un dono: vede i morti. Ellie viene presa presso l'Accademia di moda di Londra, così decide di lasciare la Cornovaglia e partire. La ragazza, da sempre innamorata dello stile e del lifestyle degli anni '60, si scontrerà con una Londra diversa da quella della sua immaginazione.

Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved
Last Night in Soho Ultima notte a Soho
Matt Smith nel ruolo di Jack e Anya Taylor-Joy in quello di Sandie. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

La Londra contemporanea è piena di misteri e di colleghi d'Accademia gelosi e pronti a prevaricare su tutto e tutti. L'unica eccezione è John (Michael Ajao) un giovane studente che si legherà ad Ellie. La ragazza decide di lasciare il dormitorio comune ed affittare una stanza esterna al campus. Ellie si troverà ad affittare una stanzetta in pieno stile anni '60 all'interno di una casa governata da un'anziana signora. Durante la notte, Ellie comincia a fare strani sogni in cui si ritrova catapultata negli anni '60 e assiste alla vita di un'aspirante cantante di nome Alexandra (Anya Taylor-Joy) plagiata dal suo pigmalione di nome Jack (Matt Smith).

Last Night in Soho Ultima notte a Soho
Matt Smith nel ruolo di Jack e Anya Taylor-Joy in quello di Sandie. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Last Night in Soho: il tempo

Uno dei fattori che maggiormente colpisce lo spettatore è la frammentazione del tempo. Nei momenti in cui i personaggi di Ellie ed Alexandra si accostano, sembra di essere negli anni '60 quando, in realtà, si è totalmente in un tempo pari alla contemporaneità. Ellie e Alexandra non sono la stessa persona, ma sono semplicemente due donne che si sono ritrovate a vivere insieme in un tempo sospeso in luogo presente, ovvero la stanza da letto.

Alexandra non vede Ellie, solo Ellie può vedere e a volte toccare Alexandra e tutto questo solo all'interno della dimensione onirica. In un certo senso, Ellie tenta di introiettare questa curiosa donna che le appare in sonno. Infatti, durante lo scorrere della narrazione, la stilista si tingerà i capelli di biondo e creerà un vestito identico a quello della ragazza vista in sogno. La domanda che lo spettatore si pone è: cosa lega queste due persone così diverse l'una dall'altra? Forse il filo rosso è il semplice fatto di essere donne.

Thomasin McKenzie. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

I giochi della mente

Ellie è convinta che nel passato Alexandra sia stata uccisa e che, di conseguenza, questi suoi sogni dipendano dal suo dono. Il film diventa, così, un giallo vero e proprio in cui la stilista inizierà ad indagare su ogni persona presente a Soho che abbiamo frequentato quel quartiere negli anni '60. Ellie scopre ben presto che il nome di Alexandra è abbastanza noto, poiché Jack l'ha costretta ad andare a letto con ogni proprietario di locali della zona. Alexandra appare, ed è, una vittima di un tipo catena di montaggio che vede la donna come oggetto di scambio per ottenere un determinato favore.

Thomasin McKenzie nel ruolo di Eloise e Anya Taylor-Joy nel ruolo di Sandie. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Eppure la carriera di Alexandra non decolla, l'artista riesce ad ottenere solo comparsate. Ellie, tramite una visione, crede che ad uccidere Alexandra sia stato Jack. La narrazione si spezza nuovamente e ci riporta nel 2020, momento in cui Ellie crede che Jack sia un vecchio dandy (Terence Stamp). A questo punto la regia diventa veloce, il montaggio serrato. In un certo senso ci troviamo all'interno della mente di Ellie che vede i frammenti della propria indagine venire meno chiedendosi se quanto ha visto sia qualcosa di reale o solo residui di una possibile malattia psichiatrica ereditata dalla madre.

Thomasin McKenzie nel ruolo di Eloise e Anya Taylor-Joy nel ruolo di Sandie. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Un femminismo totalizzante

Alexandra è davvero la vittima? Come si evince con l'ultimo plot twist del film, la pellicola diventa rapidamente un revenge movie. L'assassina principale è Alexandra, la quale ha voluto interrompere questa danza perversa di favori sessuali uccidendo i principali protagonisti. La gestione di una tematica così delicata da parte di Edgar Wright è un atto di puro coraggio. In un periodo storico come il nostro in cui il concetto di violenza e femminismo si sviluppano sempre più, un soggetto del genere potrebbe dividere ed essere fraintendibile.

Last Night in Soho Ultima notte a Soho
Anya Taylor-Joy. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Eppure, grazie alla maestria di Wright, noi sappiamo che il regista non giudica Alexandra. Alexandra resta una vittima. I suoi stupratori passano da carnefici a vittime senza mai essere santificati. In sintesi l'antagonista è la società patriarcale. Un modello sociale in cui il predatore deve e può sempre sbranare il più debole. Anche Ellie è una vittima di tale meccanismo e forse, proprio per questo motivo, è colei che riesce ad afferrare Alexandra per riportare la sua storia a galla ed ottenere giustizia. La regia di Wright è eccellente, gioca con i colori al neon e con le luci di Londra per creare un luogo che altro non è che materia psichica. L'atmosfera e i tagli registici ricordano l'horror italiano degli anni '70, in modo specifico viene in mente il cinema di Mario Bava.

Thomasin McKenzie ed  Edgar Wright sul set del film. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Last Night in Soho è un horror degno di nota, che ci permette di riflettere sui modelli sociali che ci incastrano. Siamo bloccati, certo, ma non per questo prigionieri. Come Ellie possiamo trovare un modo per liberarci e liberare chi, prima di noi, non ha potuto avere giustizia.

Last Night in Soho Ultima notte a Soho
La locandina del film Last Night in Soho (distribuito anche come Ultima notte a Soho) del regista britannico Edgar Wright, prodotto da Complete Fiction, Film4, Working Title Films, e distribuito in Italia dalla Universal Pictures. Courtesy of Focus Features / ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Il potere del cane

Il potere del cane: tra machismo e crudeltà

Il potere del cane (The power of the dog) è il nuovo film della regista neozelandese Jane Campion. Il film ha vinto il Leone d'Argento per la miglior regia alla 78esima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. La pellicola, prodotta da Netflix, è già disponibile sulla loro piattaforma. Il film è stato distribuito in Italia dalla Lucky Red.

Il potere del cane: trama

Montana, 1925. Phil (Benedict Cumberbatch) è un cowboy rozzo, misogino e omofobo. Phil, insieme al fratello George (Jesse Plemons), posseggono il ranch più grande della zona. Proprio per questo, Phil si sente in diritto di prevalere su tutto e tutti e sfrutta il proprio potere per creare un vero e proprio regno del terrore.

Kirsten Dunst nel ruolo di Rose Gordon. Credits: KIRSTY GRIFFIN/NETFLIX © 2021

George, un uomo pacato e dalla morale di ferro, si innamora di Rose (Kirsten Dunst) una vedova con un figlio adolescente di nome Peter (Kodi Smit-McPhee). Phil non accetta il matrimonio del fratello, essendo convinto che Rose sia interessata solo ai soldi del ranch. George, ormai avvezzo ai modi rudi di Phil, non prende minimamente in considerazione le parole del fratello. Phil fa partire una guerra privata contro Rose e, per vincerla, si servirà di Peter credendolo solo un ragazzetto fragile ed effeminato.

Il potere del cane
Kodi Smit-McPhee nel ruolo di Peter. Credits: KIRSTY GRIFFIN/NETFLIX © 2021

Il machismo

Il film è tratto dal romanzo di Thomas Savage, un autore molto caro alla Campion. La regista riesce, infatti, a far propri tutti gli elementi principali che hanno reso il romanzo tanto noto e amato. Uno di questi elementi è la riflessione sul concetto di machismo. Phil incarna tutti gli stereotipi tipici della mascolinità tossica. Questo atteggiamento, tuttavia, viene fuori solo in presenza di altre persone. Quando Phil si ritrova da solo noi spettatori ci scontriamo con un personaggio totalmente opposto: goffo, a tratti disgustato dal suo proprio corpo e pieno di impulsi e sentimenti inespressi. Peter fa da contraltare. Nel senso che Peter ci viene presentato da subito come un ragazzo che non ha timore di mostrare il suo corpo affusolato, le sue inclinazioni sessuali o aspirazioni future. Peter sopporta le offese che riceve giornalmente dagli altri cowboy e trova altri modi per sfogare la frustrazione. Come Phil, anche Peter mostrerà un lato di sé opposto a quello a cui la Campion ci ha abituato per ben due ore di film. Phil e Peter camminano sulla stessa linea retta e, di fatti, solo uno di loro può sopravvivere.

Il potere del cane
Una scena dal film Il potere del cane (The power of the dog), per la regia di Jane Campion; una produzione (2021) See-Saw Films, Brightstar, Max Films International, BBC Films, distribuito in Italia da Lucky Red e Netflix: Benedict Cumberbatch nel ruolo di Phil Burbank. Credits: KIRSTY GRIFFIN/NETFLIX © 2021

Il cane e il paesaggio

Come ogni western che si rispetti, il vero protagonista della pellicola è il paesaggio. La Campion ha ricreato in Nuova Zelanda il Montana del 1925, sfruttando l'immensità delle terre e il senso di estraneazione che ne deriva. Tutti i personaggi, in un certo senso, sono soli in questo paesaggio. Rose, forse il personaggio più isolato di tutti, sfoga la frustrazione con l'alcolismo e con i conseguenti mal di testa che la obbligano a trascorrere giornate al letto. George usa i suoi viaggi diplomatici per sfuggire a tutto ciò e rifugiarsi nel mondo civilizzato. Phil e Peter, al contrario, fanno parte del paesaggio. Non sorprende, infatti, che solo loro due riescano a riconoscere nel monte che costeggia il ranch, un grande cane che abbaia. Come detto nel paragrafo precedente, Phil e Peter sono due facce della stessa medaglia. Per tale motivo il rapporto tra i due è anche il perno intorno a cui ruota l'intera narrazione. Le decisioni fondamentali le prendono sempre loro due. Una decisione, ovviamente, può far ribaltare una situazione. Esattamente come una tempesta, una nevicata o un'estate afosa. Phil e Peter sono il Montana.

Il potere del cane
Benedict Cumberbatch nel ruolo di Phil Burbank. Credits: KIRSTY GRIFFIN/NETFLIX © 2021

La regia

Jane Campion non ha bisogno di presentazioni. Il suo talento cinematografico è ampiamente conosciuto e riconosciuto a livello internazionale. Per chi è avvezzo allo stile della Campion, i tempi estremamente dilatati non causeranno troppe turbe. Tuttavia, per chi è abituato ad un tipo di western caratterizzato dall'azione e dai tempi rapidi, qui potrebbe storcere il naso. A difesa della Campion, bisogna aggiungere che i tempi lunghi servono proprio perfar comprendere allo spettatore lo stato di isolamento dei protagonisti. Un isolamento che rende il tempo una prigione. A questo si aggiungono elementi classici del western, ovvero la scelta di campi lunghi e lunghissimi sul paesaggio uniti a primi e primissimi piani su Phil e Peter. Data la delicatezza e lo studio estremo della regia, ci si chiede se Jane Campion sarà nominata come miglior regista agli Oscar, dato che nel 1993 con Lezioni di piano aveva già stregato Hollywood.


Shiva Baby, il femminismo in salsa indie

Shiva Baby è il debutto alla regia della regista Emma Seligman. Il film è stato distribuito sulla piattaforma streaming MUBI a giugno 2021 ed ha riscosso enorme successo. La peculiarità dell'opera, risiede nella scelta di incentrare tematiche come femminismo, cultura ebraica e dinamiche familiare in una singola unità di spazio.

Shiva Baby
Una scena del film Shiva Baby di Emma Seligman (2020), prodotto da Dimbo Pictures, Irving Harvey, It Doesn't Suck Productions, Neon Heart Productions, Thick Media Co.

Shiva Baby: la trama

Shiva Baby inizia presentandoci la sua protagonista: Danielle (Rachel Sennott) una giovane universitaria ebrea bisessuale. Per mantenersi, Danielle si occupa di sex working su un sito di incontri dove si trova la tipica figura dello sugar daddy. Concluso l'appuntamento con il suo ultimo cliente di nome Max, Danielle deve raggiungere i suoi genitori ad uno shiva, la tradizionale celebrazione ebraica che avviene dopo un funerale.

Allo shiva, Danielle incontra Maya (Molly Gordon) una sua amica d'infanzia con la quale ha avuto una storia d'amore. Oltre a Maya e ai numerosi parenti e appartenenti alla comunità ebraica, Danielle incontra anche Max (Danny Deferrari) scoprendo che il suo cliente è un uomo sposato con una ricca signora di nome Kim (Dianna Agron) e padre di famiglia. La giovane ragazza si vedrà costretta a fronteggiare le chiacchiere dei parenti che la presseranno con domande inerenti al suo futuro lavorativo e relazione. A questo si aggiunge il dramma del triangolo amoroso e della dichiarazione della sua bisessualità.

Il femminismo contemporaneo

Le dinamiche presenti nel film roteano, in un certo senso, attorno al concetto di femminismo e al ruolo che le donne ricoprono o ricopriranno nella società. Danielle si occupa di studi di genere, è una femminista e attivista convinta, bisessuale dichiarata e sessualmente libera. La sua scelta di iscriversi ad una piattaforma di escort non è dettata da mancanza di denaro, bensì da una sua scelta personale.

Shiva Baby pare interrogarsi proprio su questo aspetto della liberazione sessuale. Un po' come il Fleabag di Phoebe Waller-Bridge, la pellicola della Seligman utilizza la protagonista per mostrare quelli che, in definitiva, sono gli estremi della teoria femminista. Essere sessualmente libere significa anche vendere il proprio corpo per scelta anche se ciò non ci rende felici? Il femminismo e l'imposizione della sessualità ci impedisce di avere relazioni amorose o relazioni in genere? Durante uno degli ultimi momenti del film, Danielle scoppia in lacrime dopo essere arrivata al culmine di questa turbolenta giornata. Le sue parole saranno "non ce la faccio". Danielle, improvvisamente, si rende conto di non poter reggere tutto: la pressione della famiglia e le loro aspettative, il suo bisogno di libertà, l'essersi inconsciamente introdotta in un ménage famigliare e i sentimenti per Maya.

Let's talk about sex, baby

Il sesso e la sessualità sono fili conduttori della pellicola. Emma Seligman utilizza primi e primissimi piani per avvicinarci al corpo e al volto di Danielle in modo tale da permetterci di entrare in lei. Danielle ostenta fieramente la propria sessualità davanti ai genitori. Lo stesso non può fare in un contesto patriarcale e bigotto come quello famigliare. La famiglia, oggetto che rappresenta la tradizione e il "vecchio", è l'oppressore per eccellenza. Un occhio perenne che ti scruta e che pretende la perfezione fisica, mentale e sociale.

Tuttavia, il secondo oppressore di Danielle è proprio il sesso. La scena iniziale del film, che vede Danielle e Max consumare un amplesso, ci fa subito capire che Danielle non prova piacere o che, comunque, non si diverte. La sua espressione è fredda e dopo aver svolto il suo lavoro, la ragazza vorrebbe solo andare via, nonostante o forse soprattutto per l'eccessiva dolcezza di Max. Il sesso è forse lo strumento che abbiamo per autodeterminarci, poiché ci indirizza verso quelle che sono le nostre preferenze sia a livello fisico sia a livello emotivo.

Il femminismo è strettamente collegato con la sessualità, proprio per questo suo potere. Una donna è e deve essere libera di vivere la sessualità come meglio crede senza il giudizio di un uomo o della società. Tuttavia, Danielle si trova improvvisamente nel mezzo di questa rivoluzione. La giovane è bloccata tra la necessità ideologica godere al massimo la propria sessualità e il suo bisogno umano di avere sentimenti e relazioni. La riflessione su rivoluzione sessuale, femminismo ed educazione sentimentale diventa complessa. E noi, come Danielle, ci troviamo in quello stesso turbinio e lottiamo tra passato e futuro.

Shiva Baby Emma Seligman
La locandina del film Shiva Baby di Emma Seligman (2020), prodotto da Dimbo Pictures, Irving Harvey, It Doesn't Suck Productions, Neon Heart Productions, Thick Media Co.

Madres Paralelas - La memoria della famiglia

Il regista spagnolo Pedro Almodóvar è tornato in sala con un nuovo film, Madres Paralelas. La pellicola, presentata durante l'ultima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, ha riscosso da subito il plauso di critica e spettatori. Madres Paralelas è l'ennesima collaborazione tra Almodóvar e Penelope Cruz, un'attrice conosciuta a livello mondiale che è riuscita a portarsi a casa la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile.

Pedro Almodóvar Madres Paralelas
Madres Paralelas - Sony Pictures

 

Madres Paralelas: la trama

Janis (Penelope Cruz) è una fotografa pubblicitaria alla soglia dei 40 anni. Durante una sessione lavorativa incontra l'antropologo Alfonso (Israel Elejalde). Janis si lega inizialmente ad Alfonso a causa di una missione storica per lei molto importante: riaprire una fossa comune dove si trova il suo bisnonno, desaparecido durante la Guerra civile spagnola. Tuttavia, la relazione tra i due muterà presto da lavorativa a sessuale. Janis resta incinta e Alfonso, sposato con una donna malata di tumore, non se la sente inizialmente di vestire i panni di padre.

Durante il giorno del parto, Janis conosce la sua compagna di stanza, una adolescente di nome Ana (Milena Smit). Tra le due scatta immediatamente una forte simpatia ed empatia. Entrambe danno alla luce delle bambine che saranno trattenute in osservazione per problematiche lievi. Questo evento sarà determinante per la vita di entrambe le donne che, anche dopo il parto, continueranno a far parte l'una della vita dell'altra.

Pedro Almodóvar Madres Paralelas
Madres Paralelas - Sony Pictures

L'esplorazione del femminile

Non è la prima volta che Almodóvar decide di esplorare femminilità e maternità. Anzi, potremmo tranquillamente affermare che queste tematiche sono alla base della poetica del regista spagnolo. L'apice fu raggiunto nel 1999 con Tutto su mia madre, pellicola cardine per la filmografia di Almodóvar e punto continuo di confronto. Per tale motivo, il riproporre le stesse tematiche con dietro la mano dello stesso autore, poteva rivelarsi una mossa poco vincente.

Tuttavia, se dietro alla macchina da presa c'è la maestria di Almodóvar possiamo tirare un sospiro di sollievo. Il regista spagnolo ha continuato per tutti gli anni 2000 ad esplorare il concetto di maternità, con risultati a tratti sfuggenti (basti pensare all'occasione persa che fu Julieta nel 2016).

Madres Paralelas - Sony Pictures

In Madres Paralelas Almodóvar pare riannodare i fili di una trama che, negli anni passati, non è mai riuscito a comporre totalmente. Persino la scelta di portare su grande schermo due delle sue muse più note (Penelope Cruz come protagonista e Rossy De Palma come l'amica fidata di Janis) pare suggerirci l'intenzione di voler tornare ad una specie di origine femminile.

La maternità in questo caso non è solo riproduzione ma anche, se non soprattutto, memoria. Janis e Ana sono madri, ma sono anche figlie, amanti e parte integrante della Storia. Una Storia che non accenna a tacere, nonostante le manipolazioni degli esseri umani e delle ideologie. In questo mancato tacere troviamo le vite di Janis e Ana e loro volontà di raccontare e raccontarsi.

La memoria e la Storia

In Madres Paralelas, Almodóvar decide di affrontare un tema che differisce da quelli che sono i suoi temi del cuore, ovvero decide di affrontare la memoria storica della Spagna e di quella che fu la Guerra civile. Nonostante questo tema possa inizialmente sembrare un contorno alla vicenda del singolo, ben presto lo spettatore si rende conto che è proprio la Storia a pilotare le azioni di Janis e, in seguito, di Ana. Janis è una donna politicamente impegnata e dichiaratamente femminista. Cresciuta principalmente da donne, ha come obiettivo quello di ricostruire la memoria della propria famiglia per poter costruire anche una propria identità.

Ana, invece, essendo più piccola ed essendo stata cresciuta da un padre disattento e da una mamma attrice dichiaratamente apolitica, ancora non comprende bene il concetto di origine e Storia. Proprio per questo motivo, inizialmente, Ana è terrorizzata dall'idea di diventare mamma. Senza un'origine cosa potremmo dare ai nostri figli? Eppure, alla fine del film, la madre sarà proprio Ana. Janis, dal canto suo, si troverà a dover interpretare il ruolo di guida per Ana e per Alfonso. Il rapporto con Ana muterà più volte (conoscenti, collaboratrici, amiche, amanti) e quello con Alfonso ruoterà sempre tra lecito e illecito. Janis mantiene le redini della narrazione, poiché è lei, in definitiva, a voler riprendere le redini della Storia. Forse proprio questo è il messaggio del film: una donna che sorregge tutto, persino il peso culturale e privato della Storia.

Il film è attualmente nelle sale e si adatta tranquillamente ai gusti di tutti. Abbiamo commedia, eros, romance e impronta storica. Almodóvar pare essersi ripreso dal periodo di torpore che pareva averlo colpito (eccezione fatta per Volver - Tornare e Dolor y Gloria) e noi siamo felicissimi di poterlo (metaforicamente) riabbracciare!

La locandina del film Madres paralelas di Pedro Almodóvar - Sony Pictures

Premio IILA Cinema Cine

Premio IILA - Cinema: premiazione dei vincitori della prima edizione

Domenica 24 ottobre, presso la Casa del Cinema, proiezione e premiazione dei 

vincitori della prima edizione del 

Premio IILA - Cinema

Premio IILA Cinema

Domenica 24 ottobre presso la Casa del Cinema di Roma, nell’ambito del programma “Risonanze”, una specifica rassegna della prestigiosa Festa del Cinema di Roma, l’IILA - Organizzazione internazionale italo-latino americana presenta i film vincitori del Premio IILA - Cinema, un progetto realizzato con il contributo del Ministero degli Esteri e Cooperazione Internazionale italiano, in collaborazione con Fondazione Cinema per Roma e Festa del Cinema di Roma, rivolto a divulgare la nuova cinematografia latinoamericana presso il pubblico e presso gli operatori dell’industria cinematografica italiana ed europea.

Con questo Premio, alla sua prima edizione, l’IILA vuole dunque offrire un riconoscimento alla creatività dei giovani registi latinoamericani e incentivare la produzione di nuove opere, con la ulteriore finalità di contribuire alla riattivazione dell’industria cinematografica, uno dei settori più duramente colpiti dalla pandemia.

Una giuria d’eccezione, presieduta da Felice Laudadio (già Direttore della Mostra del Cinema di Venezia e Presidente della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia  Italia) e composta da Esteban Ferrari (Presidente FEISAL - Federación de Escuelas de Imagen y Sonido de América Latina - Argentina), Eleonora Loner (regista - Brasile), Daniela Michel (Direttrice Festival de Morelia – Messico), Giorgio Gosetti (Direttore Casa del Cinema, Italia) e Giovanna Taviani (regista, Fondatrice del Salina Doc Fest - Italia), ha scelto i film vincitori della 1° edizione del Premio IILA - Cinema, che saranno proiettati nella Sala Deluxe, in lingua originale con sottotitoli in italiano, secondo il seguente programma:

Ore 16.30 - Categoria Innovazione:

Terranova, vincitore, Alejandro Alonso Estrella (Cuba)

Ore 18.00 - Categoria Documentari:

Danza combate, vincitore, Camila Daniela Rey (Argentina)

Pàttàki, menzione d’onore, Everlane Moraes Santos (Brasile/Cuba)

Ore 20.00 – Cerimonia di premiazione delle opere selezionate

Ore 20.30 - Categoria Fiction:

Años luz, vincitore, Joaquín Mauad (Uruguay)

Acordes, menzione d’onore, José Antonio de la Torre Vega (Messico)

Acordes Premio IILA Cinema

Nel corso della serata la Segretario Generale dell’IILA Antonella Cavallari procederà alla premiazione dei vincitori delle categorie Innovazione, Documentari e Fiction che, a causa delle attuali restrizioni sanitarie, assisteranno on-line alla cerimonia, alla presenza degli ambasciatori di vari paesi della Regione. I registi premiati viaggeranno in primavera a Roma, come previsto dal Premio, per partecipare ad una serie di incontri organizzati dall'IILA con professionisti e studenti di cinema, definiti in base al profilo e agli interessi di ciascuno dei vincitori.

Modalità di accesso

Ai sensi del decreto n.105 del 23 luglio l’accesso è consentito ai soggetti muniti di certificazione verde COVID-19 (Green Pass) e di documento di identità. L’ingresso alle sale gratuito e subordinato alla prenotazione da effettuare presso la portineria a partire da un’ora prima dell’inizio. Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Premio IILA CinemaTesto e immagini dall'Ufficio Stampa Zètema Progetto Cultura


terza XI Rassegna Licodia

Terza giornata per la XI Edizione della Rassegna di Licodia Eubea

Terza giornata per la XI Edizione della Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica di Licodia Eubea

https://www.classicult.it/etiopia-lontano-lungo-il-fiume/

È stato il film di Lucio Rosa, Etiopia. “Lontano” lungo il fiume ad aprire la terza giornata del Festival documentaristico di Licodia Eubea. Il film, presentato in prima regionale, racconta di un’Africa profonda, nel sud della valle dell’Omo, in cui il tempo resta sospeso e si cela nel lungo passato, dal quale emergono tracce ancora vivide.

terza XI Rassegna Licodia
Terza giornata per la XI Edizione della Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica di Licodia Eubea. Alessandra Cilio (direttore artistico), Dionysia Kopana (regista) e Vincenzo Palmieri (traduttore)

https://www.classicult.it/the-trace-of-time/

Il pomeriggio di sabato 16 è continuato con la proiezione di The trace of time, della regista greca Dionysia Kopana, che ha presentato personalmente il film, proposto in prima nazionale e dedicato al tempo, alla memoria e alla nostalgia, in cui la bellezza dell’archeologia e dello scavo rivivono attraverso il ricordo postumo di Yannis Sakellarakis.

https://www.classicult.it/ecco-che-cominciamo-a-dipinger-con-la-pietra/

L’ultimo film della sessione pomeridiana di Cinema e archeologia è stato Ecco che cominciamo a dipinger con la pietra di Massimo D’Alessandro, prodotto dal Parco archeologico di Ostia, che racconta il complesso lavoro di restauro eseguito su un mosaico pavimentale delle terme di Portus, tra Roma e Ostia.

https://www.classicult.it/songs-of-the-water-spirits/

La sessione serale è stata, invece, dedicata a Cinema e antropologia, con la proiezione di Songs of the Water Spirits, di Nicolò Bongiorno, che ritorna a Licodia dopo aver vinto la IX edizione del Festival, con un racconto sulla regione indiana del Ladakh e sul percorso di rigenerazione culturale che il territorio sta affrontando, tra il richiamo di una tradizione arcana e quello di uno sviluppo rampante, che rischia di minacciare l’ambiente e di snaturare gli abitanti.

Nicolò Bongiorno (regista)

Durante il pomeriggio, si è svolta anche la prima delle performance dell’attrice Margherita Peluso e della scultrice Pamela Vindigni, in piazza Stefania Noce, che si lega al progetto Madre Terra, Natura-Naturans. Tra materia, immagine e corpo, di cui fa parte anche la mostra fotografica di Andrea Iran e Giuseppe La Rosa, esposta da giovedì presso i locali del Museo Etnoantropologico “P. Angelo Coniglione”. Il progetto si ispira alla concezione della Grande Madre, intesa come energia creatrice della natura e degli uomini, che ha assunto nomi diversi al cambiare delle culture e dei tempi. Le performance, previste anche per domenica mattina alle ore 10 al Castello Santapau, combinano materia e corpo in azione, mettendo a contatto l’uomo e la natura.

terza XI Rassegna Licodia
Margherita Peluso (attrice e performer), Pamela Vindigni (scultrice)

La Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, con la direzione artistica di Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, ha il sostegno della Regione Siciliana, Assessorato Turismo, Sport e Spettacolo - Sicilia Film Commission, nell'ambito del Programma Sensi Contemporanei e del Comune di Licodia Eubea.

Testo e foto dall'Ufficio Stampa della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.


seconda giornata XI Edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea

Seconda giornata della XI Edizione della Rassegna di Licodia Eubea

Seconda giornata della XI Edizione della Rassegna di Licodia Eubea

La seconda giornata della XI Edizione della Rassegna del documentario e della comunicazione archeologica, si è aperta con la sezione Ragazzi e archeologia.

https://www.classicult.it/it-s-naxos/

Ospiti del Festival sono stati gli studenti della prima media dell’Istituto Comprensivo Statale “Giovanni Verga” di Licodia Eubea, che hanno assistito alla proiezione del video It’s Naxos, di Francesco Gabellone, che ricostruisce digitalmente la colonia greca omonima durante il regno di Ierone di Siracusa, intorno al V secolo a. C., e della docufiction Lagaria: tra Epeo e Kleombrotos storia e leggenda di una città della Magna Grecia, prima internazionale, firmata e prodotta da Paolo Gallo, che, prendendo spunto da alcuni reperti ritrovati a Francavilla, racconta la storia di Kala, fanciulla enotria, e le vicissitudini del suo popolo.

https://www.classicult.it/lagaria-tra-epeo-e-kleombrotos-storia-e-leggenda-di-una-citta-della-magna-grecia/

seconda giornata XI Edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
La seconda giornata della XI Edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea. L'archeologa Concetta Caruso

La mattinata è stata conclusa con il laboratorio, coordinato dall’archeologa Concetta Caruso, dal titolo Greci e indigeni: incontro o scontro?, nel quale gli studenti, attraverso lo scavo simulato, hanno appreso come la coesistenza tra popoli diversi, possa passare anche attraverso un pacifico scambio di doni e di conoscenza. L’archeologa Stefania Berutti ha poi invitato gli studenti a immaginare degli archeo-racconti, prendendo spunto dalle immagini di alcuni vasi greci e indigeni.

L'archeologa Stefania Berutti

https://www.classicult.it/le-refuge-oublie/

In apertura della sessione pomeridiana, dedicata a Cinema e archeologia, è stato presentato il teaser del documentario Storia dalla sabbia. La Libia di Antonino Di Vita, prodotto dall’Università di Macerata, in collaborazione con Fine Art Produzioni. Sono stati, quindi, proposti al pubblico tre documentari. Il primo è stato il francese Le refuge oublié, di David Geoffroy, presentato in prima nazionale e dedicato allo studio di un’estesa cava sotterranea all’interno della periferia di Caen, in Francia.

https://www.classicult.it/the-antikythera-cosmos/

È seguito il film britannico The Antikythera Cosmos, di Martin Freeth, anch’esso in prima nazionale, nel quale un team di ricerca tenta di ricostruire il complesso meccanismo di Antikythera, tra elementi astronomici e matematici.

https://www.classicult.it/thalassa-il-racconto/

L’ultimo documentario del pomeriggio è stato Thalassa. Il racconto, di Antonio Longo, presentato per la prima volta ad un Festival alla presenza del coautore del film, l’archeologo Salvatore Agizza, che rappresenta in modo inedito la ricerca archeologica nei mari del Sud Italia.

L'archeologo Salvatore Agizza

Nel pomeriggio la storica Maria Stupia, all’interno dello spazio Incontri di archeologia, ha presentato il suo libro Clavdio. L’imperatore fra opposizione e consenso. Dinamiche di esclusione e di integrazione, dedicato alla figura dell’imperatore Claudio, spesso sottostimato dalla storiografia senatoria, che in realtà fu un raffinato politico, capace di comprendere a fondo le dinamiche di corte e di attuare un processo di integrazione e consenso tra le comunità provinciali romane.

seconda giornata XI Edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
Alessandra Cilio con Maria Stupia

https://www.classicult.it/poggiodiana-sicilia-svelata/

La seconda giornata si è conclusa con la sessione serale, nella quale sono stati presentati il documentario di Gabriele Gismondi, Poggiodiana, appartenente alla serie “Sicilia Svelata” e dedicato alla scoperta del castello medievale nei pressi di Ribera (AG) e il film Antica Trasversale Sicula. Il cammino della Dea Madre, presentato, in prima internazionale, dal regista Francesco Bocchieri, che rappresenta il viaggio, attraverso la Sicilia, riscoprendo uno dei cammini più antichi d’Italia.

https://www.classicult.it/antica-trasversale-sicula-il-cammino-della-dea-madre/

Il regista Francesco Bocchieri

La Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, con la direzione artistica di Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, ha il sostegno della Regione Siciliana, Assessorato Turismo, Sport e Spettacolo - Sicilia Film Commission, nell'ambito del Programma Sensi Contemporanei e del Comune di Licodia Eubea.

Testo e foto dall'Ufficio Stampa della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.


XI Edizione Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea

È cominciata l’XI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica

È cominciata l’XI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica

cominciata XI Edizione Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
Da sinistra, Lorenzo Daniele, Giacomo Caruso e Alessandra Cilio

Ha preso vita nella giornata di giovedì 14 ottobre la nuova edizione del festival documentaristico che ha trasformato, ormai da undici anni, la piccola cittadina di Licodia Eubea, nella capitale del cinema archeologico.

La cerimonia di apertura, introdotta dai direttori artistici Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, ha visto la partecipazione del sindaco di Licodia Eubea, Giovanni Verga, e del vicesindaco, Santo Cummaudo, con un intervento di Giacomo Caruso, presidente dell’Archeoclub cittadino.

Da sinistra, Lorenzo Daniele, Santo Cummaudo, Giovanni Verga, Alessandra Cilio

Sono, quindi, iniziate le proiezioni della sessione pomeridiana, con un video promozionale dedicato al decennale del ritorno in Italia della Dea di Morgantina, a cui è seguita l’apertura della sezione Cinema e archeologia.

https://www.classicult.it/sulle-tracce-del-patrimonio-le-ragioni-dellarcheologia/

Sono stati presentati due documentari italiani. Il primo, Sulle tracce del patrimonio. Le ragioni dell’Archeologia, di Eugenio Farioli Vecchioli, è stato prodotto da RAI Cultura, e guarda al rapporto tra archeologia, industria, agricoltura e lottizzazione edilizia, mentre il secondo, Cahuachi. Labirinti nella sabbia, è stato trasmesso in prima internazionale alla presenza della regista Petra Paola Lucini e rappresenta un viaggio nel tempo e tra i paesaggi peruviani, alla scoperta delle antiche civiltà del deserto di Cahuachi.

https://www.classicult.it/cahuachi-labirinti-nella-sabbia/

https://www.classicult.it/nos-vestiges-our-remains/

A concludere la sessione, il documentario francese Nos vestiges di Pierrick Chilloux, proposto in prima nazionale, che pone degli interrogativi sulle possibili e diverse destinazioni dei resti umani, frutto dei ritrovamenti archeologici.

https://www.classicult.it/inter-lapides/

Protagoniste della sezione serale dedicata a Cinema e antropologia, sono state le proiezioni di Inter lapides, documentario dedicato all’arte dei muri a secco, proiettato per la prima volta a un Festival, che porta la firma di Antonio Sarzo e di Renato Stedile, e di Il monte interiore di Michele Sammarco, dedicato al rapporto affettivo tra un anziano contadino e il suo asino malato, per il quale il protagonista intende chiedere l’intercessione di Sant’Antonio Abate.

https://www.classicult.it/il-monte-interiore/

Da sinistra Vincenzo Palmieri (traduttore e inteprete), Giovanni Jay Cavallaro e Alessandra Cilio

Si è tenuto anche il primo degli Incontri di Archeologia, con la presentazione della mostra Cà semu. La terra madre del fotografo e documentarista italoamericano Giovanni Jay Cavallaro, ospitata all’interno dell’ex chiesa di S. Benedetto e S. Chiara, nella quale avvengono anche le proiezioni del Festival.

La Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica, con la direzione artistica di Alessandra Cilio e Lorenzo Daniele, ha il sostegno della Regione Siciliana, Assessorato Turismo, Sport e Spettacolo - Sicilia Film Commission, nell'ambito del Programma Sensi Contemporanei e del Comune di Licodia Eubea.

cominciata XI Edizione Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea
È cominciata l’XI edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica. I direttori artistici della Rassegna, Lorenzo Daniele e Alessandra Cilio

Testo e foto dall'Ufficio Stampa della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea.


Titane: il body horror che ha stregato Cannes

Titane è il titolo del nuovo film diretto dalla regista francese Julia Docournau, vincitore della Palma d'Oro all'ultimo Festival di Cannes. L'importanza di questa Palma d'Oro è racchiusa in due motivi: era dal 1993 che una donna non stringeva tra le mani il prestigioso premio (l'ultima fu Jane Campion per Lezioni di piano) ed è uno dei rari film horror ad aver vinto.

La Docournau esplose nel 2016 con il controverso Raw, film incentrato su una studentessa di veterinaria vegetariana che si scoprirà cannibale. La prima opera si distinse per l'uso estremo del body horror e per l'accuratezza dei macabri dettagli. Con Titane la situazione è differente, poiché non possiamo parlare solo di body horror.

Titane
Titane. Foto © Carole Bethuel

Titane: trama

Alexia (Agathe Rousselle) adora le automobili sin da bambina, momento in cui, a causa di un incidente in auto, le fu impiantata una placca in titanio nella testa. Alexia cresce piena di rabbia e frustrazione, a causa di un padre anaffettivo e di una mamma che poco ha saputo imporsi per modificare il ménage familiare. Ben presto scopriamo che la passione di Alexia per le automobili non ha valenza estetica, bensì erotica. Alexia fa sesso con le macchine e le ama.

L'amore è così forte che, alla fine, Alexia rimane incinta per diventare anche lei un ibrido tra essere umano e macchina. A causa del suo lato violento, la donna commette una serie di omicidi e, per fuggire dalla polizia, si costruirà una nuova identità. Dopo essersi rotta il naso per modificare i propri connotati, Alexia diventerà Adriane, il figlio scomparso di Vincent (Vincent Lindon) capo dei pompieri della città.

Titane. Foto © Carole Bethuel

L'orrore

Possiamo davvero parlare di film horror quando guardiamo Titane? La domanda sorge spontanea, poiché di paura qui non vi è traccia. Niente jumpscare o creature della notte assetate di sangue, ma solo esseri umani vittime e carnefici. L'orrore di Titane risiede nei rapporti che descrive e nella società patriarcale che li crea. Tuttavia, le carneficine attuate da Alexia non sono giustificate, la sua figura non è mai santificata. Titane è un vero e proprio girone infernale, composto da famiglie anaffettive, relazioni sgangherate, stereotipi di genere ed estrema solitudine.

A far ribrezzo non sono nemmeno le scene di accoppiamento tra Alexia e le automobili, poiché la Docournau possiede la maestria di renderle squisitamente erotiche. Forse, per i più deboli di stomaco, a far ribrezzo potrebbero essere le scene degli omicidi o tutto il lungo percorso di gravidanza in cui l'orrore si manifesta sul corpo della protagonista. Eppure queste risposte sembrano non essere mai sufficienti (la perdita di olio motore al posto del sangue è un esempio). Questa è la sensazione che si ha appena si lascia la sala dopo aver visto Titane. Ovvero di non essere riusciti ad assorbire tutte le sue trame e le sue chiavi di lettura.

Titane. Foto © Carole Bethuel

Il genere

Il film è stato etichettato come body horror, collegando la seconda opera della regista francese alla prima. Tuttavia, come dicevamo poc'anzi, di Raw qui troviamo solo la sua protagonista femminile (Garance Marillier) per i primi minuti del film. Per il resto ci scontriamo con un'opera complessa capace di racchiudere più generi cinematografici: l'horror, il dramma, il trash e la commedia. Vi troverete spesso a ridere durante scene di efferata violenza, poiché l'effetto della dissonanza cognitiva applicato dalla Docournau mira proprio a confondere lo spettatore o, meglio, a farsi beffa di lui. Probabilmente la Docournau si burla di noi da Raw ed è un assoluto piacere lasciarglielo fare!

Per quanto concerne lo stile, l'influenza di Crash di David Cronenberg è palese. Non parliamo di citazionismo, poiché la narrazione e la regia della Docournau restano fedeli ad un suo stile personale. Cronenberg e Carpenter come fari primari per ispirare questo film, ispirazione che cessa nel momento in cui la macchina da presa diventa femminile ed estremamente violenta. La violenza pare essere un elemento primario nelle produzioni al femminile e Julia Docournau ne è l'emblema perfetto.

Titane è un film che contiene tanti film e forse proprio per questo si rimane estasiati durante la visione. In conclusione, per buona pace di Nanni Moretti che si dichiarò contrariato per questa Palma d'Oro, il cinema sta evolvendo e il female gaze sta (finalmente) trovando spazio in questo mondo prettamente maschile.

Titane
La locandina del film Titane di Julia Ducournau

Immagini I Wonder Pictures