As the Gods will

As the Gods Will: alla riscoperta del genere survival

Alla riscoperta del genere survival con As the Gods Will (Kami-sama No Iu Toori in originale) di Takashi Miike

Una scena del film As the Gods Will (Kami-sama No Iu Toori in originale) di Takashi Miike (2014), distribuito da As the Gods Will Production Committee, OLM, Toho Co., Ltd

Al fine di colmare il vuoto lasciato da Squid Game, molti utenti Netflix si sono lanciati nella visione di Alice in Borderland, altra serie survival del 2020, stavolta giapponese, che deve proprio alla serie coreana la sua presenza nella top ten del mese scorso sulla piattaforma streaming. Ma questo non deve affatto stupire, perché l’enorme successo della serie Netflix ha portato tantissimi spettatori alla scoperta del sottogenere survival che ha un enorme seguito soprattutto, in Giappone. E, quindi, cavalchiamo il grande successo di Squid Game e passiamo ad un altro film survival che possa calmare quel senso di fame, quell’acquolina che lascia nella bocca degli spettatori occidentali la serie coreana. Partiamo da un film giapponese poco noto (da noi) del 2014, dal titolo di As the Gods Will (Kami-sama No Iu Toori in originale) del regista Takashi Miike.

Con questo film d’azione, fantascienza, horror, continua un viaggio alla riscoperta del sottogenere survival, tanto popolare in Asia, specialmente in Giappone. Questo lungometraggio di due ore è assai meno conosciuto di un altro film del 2000, che rappresenta il capostipite del genere. Si allude naturalmente a Battle Royal, prodotto cinematografico giapponese di Kinji Fukasaku, tratto dall’omonimo romanzo edito in Italia da Oscar Mondadori. Una delle ragioni del successo di Squid Game è legata proprio alla novità del genere survival per il pubblico occidentale. Infatti, oltre Hunger Games o la trilogia horror di Escape Room, non siamo abituati a prodotti cinematografici di questo tipo, che invece spopolano sul fronte orientale.

As the Gods will
Una scena del film As the Gods Will (Kami-sama No Iu Toori in originale) di Takashi Miike (2014), distribuito da As the Gods Will Production Committee, OLM, Toho Co., Ltd

Il genere survival è, difatti, legato all’identità del popolo giapponese in particolare che, infatti, punta moltissimo alla competizione, sin dalla più tenera età. I giovani studenti vengono costantemente sottoposti a prove e a test, vengono spinti dalle famiglie e dalla scuola a primeggiare sempre e comunque, ad andare nelle migliori scuole e ad avere i lavori più importanti. In questo modo, essendo i primi, onorano e danno lustro alla famiglia. Non è un caso che il tasso dei suicidi degli studenti sia altissimo nell’arcipelago nipponico, specie in prossimità degli esami. Perciò, un genere che vuole puntare sulla competizione e sulla sopravvivenza del migliore non stupisce che abbia tanto seguito e tanta popolarità.

E il film giapponese in questione è particolarmente interessante in tal senso, perché è ambientato dapprima in una scuola giapponese, per poi diventare uno show sotto gli occhi di tutti. I ragazzi vengono sottoposti a prove mortali e a sopravvivere sono solamente i migliori. Tutto può essere risolto con l’intelligenza, ma ad essa si deve aggiungere l’abilità nello sport e una buona dose di fortuna. Il ragazzo vincitore, quindi, è ineccepibile sotto tutti gli aspetti e la sua bravura non è destinata a restare segregata nelle quattro mura della sua classe, ma a diventare di pubblico dominio. Questo accade proprio nel film, quando le ultime prove sono appannaggio di moltissimi spettatori, che si ritrovano a tifare per il migliore e a celebrarlo.

I ragazzi, però, non partecipano ai giochi per propria volontà, diversamente da Squid Game, in cui l’adesione è volontaria, al di là del fatto che sia comunque dettata da circostanze particolari. In fondo, anche nel caso della serie coreana sono obbligati a partecipare in maniera più subdola, per i debiti o per riscattare l’onore perso. Però, in As the Gods Will a nessuno viene chiesto di scegliere, seppure formalmente. Si ritrovano risucchiati in queste prove sanguinarie, per volontà degli dei. Affrontano test ingannevoli e scorretti, che hanno come scopo la vittoria del migliore, per l’appunto, che spesso è costretto ad ingannare a sua volta per sopravvivere. E, pur di vincere, non c’è spazio per le storie d’amore, per i sentimentalismi, l’amicizia.

Ora, il film è davvero godibile, con una regia molto interessante. Specie nelle ultime scene, dove si vedono queste strade invase, con gente in ogni parte, addossata l’una all’altra per assistere alla risoluzione delle prove su un mega schermo. A queste scene quasi agorafobiche, si alternano riprese in luoghi chiusi, teatro dalle prove che stanno affrontando i giovani coinvolti. Il meccanismo è lo stesso di Squid Game: si tratta di prove solo apparentemente innocue, per l’appunto giochi, che in verità mirano ad uccidere quante più persone possibili. La morte si fa spettacolo e, facendosi spettacolo, porta questi spettatori in strada a non entrare in empatia con gli sconfitti, ma ad inneggiare unicamente i vincitori. Al punto che non sentono, come invece accadrà al protagonista, l’ingiustizia alla base di questo sistema omicida. Tanto che possiamo intravedere, al di là della lente distorta e parossistica del genere, la realtà nipponica, in cui si bada unicamente ai risultati scolastici dei ragazzi, al di là dei loro limiti. E, quindi, pur di ottenere quel rispetto da parte delle famiglie e della società, i ragazzi sono disposti a tutto. Accettano come unica questa forma di competitività.

 

La copertina del primo volume del manga omonimo, scritto da Muneyuki Kaneshiro e illustrato da Akeji Fujimura, pubblicato da Kodansha. Immagine fair use

Il film è tratto da un manga omonimo che ha probabilmente influenzato anche il regista sudcoreano Hwang Dong-hyuk nella creazione della celeberrima serie coreana. Quindi, non il manga di Alice in Borderland, come è stato più volte supposto. E a comprovare questa teoria sarebbe, tra le molte coincidenze, il gioco con cui inizia il film, che è la bambola Doruma, una sorta di “un, due, tre… stella”, che è difatti la prima prova in Squid Game. D’altra parte, visto che il regista coreano non ha specificato quale manga l’abbia ispirato e data la popolarità e diffusione del genere, non è detto che non si possa trattare di un altro fumetto. Rimarrebbero, però, fin troppo sospetti i numerosi punti in comune. In conclusione, As the Gods Will è un ottimo film per riscoprire il genere survival dopo la serie sudcoreana ed Alice in Borderland, che simboleggia invece la competizione in ambito lavorativo, all’interno della fredda società nipponica.

As the Gods will
La locandina del film As the Gods Will (Kami-sama No Iu Toori in originale) di Takashi Miike (2014), distribuito da As the Gods Will Production Committee, OLM, Toho Co., Ltd

Il film di Takashi Miike è sulla piattaforma MUBI.


Korea Week Cinema 2021

Korea Week Cinema: la Korea incontra la Casa del Cinema

In data 9 novembre 2021 ha avuto inizio la Korea Week Cinema, una manifestazione interamente dedicata al cinema e alla cultura coreana. A prendervi parte sono stati tre enti siti a Roma: la Casa del Cinema, l'Università La Sapienza e l'Istituto Culturale Coreano. Le aule de La Sapienza hanno ospitato il dibattito di inaugurazione del festival, il cui scopo era scoprire la cultura coreana in ogni sua forma.
Noi di ClassiCult abbiamo preso parte ad alcuni eventi della Korea Week Cinema e siamo qui per raccontarli!

Korea Week Cinema 2021 Casa del Cinema

Perché il cinema coreano e la scelta della Korea Week Cinema

Dopo l'esplosione della serie Netflix Squid Game il mondo intero è stato conquistato dalla cultura coreana. Tuttavia, bisogna sottolineare che la cinematografia coreana ha iniziato a far breccia nel cuore degli occidentali già ad inizio duemila grazie a registi come Park Chan-wook. Queste pellicole hanno spesso raggiunto festival prestigiosi, da Cannes a Venezia, soffrendo però di una disastrosa distribuzione nelle sale.
Nel 2020 capita l'impossibile: arriva Parasite di Bong Joon-hoParasite vince la Palma D'Oro al Festival di Cannes del 2019 e da quel momento la sua fama diventa inarrestabile. L'apice per Bong Joon-ho è la vittoria per Miglior Film agli Oscar 2020. Per la prima volta nella storia del cinema un film straniero vince l'ambita statuetta di Miglior Film e Miglior Film Straniero nella stessa edizione. Questa rivoluzione ha fatto ricredere i distributori italiani che hanno così deciso di incrementare l'uscita in sala di prodotti made in Korea.

La Casa del Cinema di Roma ha deciso di ospitare questa ricca rassegna cinematografica, in cui si è dato spazio anche a cortometraggi diretti dai ragazzi del Centro Sperimentale dedicati al mondo coreano. Dal 9 al 14 novembre le sale sono state dedicate a film coreani poco noti qui in Italia, di fatti le pellicole sono state proiettate in lingua originale con sottotitoli in italiano e/o in inglese.

An Old Lady

In data 13 novembre è stato proiettato il film An Old Lady opera prima della regista Lim Sun-Ae. Il film è disponibile sulla piattaforma streaming MUBI. La storia è perfettamente in linea con la volontà di far conoscere la cultura coreana unendola ad un fenomeno come il #metoo. La protagonista è Hyojeong, un donna di 69 anni appena uscita dall'ospedale dopo un'operazione alle spalle nel reparto di ortopedia. Hyojeong racconta al compagno Dong-in di essere stata violentata da un giovane dottore dell'ospedale. Appresa tale notizia, i due corrono dalla polizia per denunciare l'accaduto.

Quali sono le domande poste solitamente ad una vittima di stupro? Per quanto esse possano variare, di base paiono essere sempre le stesse: come è accaduto, ha conservato qualche indumento con tracce organiche, ecc. A Hyonjeong vengono poste tutte queste domande, ovviamente a nessuno viene in mente di chiederle come stia. La polizia trova subito il giovane dottore, tuttavia costui viene scarcerato per un fattore meramente burocratico e non perché non sia colpevole. Hyonjeong decide di frequentare un centro antiviolenza per poter elaborare il trauma. Sfortunatamente, dopo aver saputo dell'insuccesso delle indagini, la donna decide di auto isolarsi, distaccandosi persino da Dong-in.
Grazie all'intervento di un tenace detective, l'anziana donna capirà di essere l'unica a poter modificare la cose e ritroverà fiducia in sé stessa.

L'elemento dell'età

La peculiarità di An Old Lady risulta nella scelta di aver voluto raccontare una storia dal punto di vista di una donna anziana. Quando assistiamo a film dedicati al fenomeno dello stupro, tendenzialmente le sue protagoniste sono adolescenti o donne. La violenza carnale nei confronti di una signora anziana è una grave assente nel cinema occidentale. Lim Sun-Ae decide di affrontare un topic decisamente complesso, non cadendo in stereotipi o cliché che avrebbero potuto rendere il lavoro approssimativo. La regia poco invadente e la scelta di NON mostrare lo stupro, rendono la pellicola estremamente delicata. Lo spettatore si approccia alla vicenda di Hyonjeong con delicatezza e rispetto, tutte le caratteristiche che si dovrebbero possedere quando ci si confronta con una persona anziana.
Un altro elemento di riflessione dato dalla scelta di tale protagonista è quello, ovviamente, sull'età. Perché un ragazzo giovane dovrebbe violentare una signora anziana? Un giovane medico potrebbe avere tutte le giovani che vuole, quindi perché dovrebbe rovinarsi la vita con un atto simile?

Tutto ciò mira a farci riflettere su un altro fattore, ovvero che la violenza carnale non ha una sua tipologia. Il carnefice può scagliarsi contro chiunque. Non sono minigonne, alcool o tacchi alti a rendere le donne "oggetti del desiderio". Quando si parla di stupro, si parla di una vera e propria violenza priva di ragione. An Old Lady analizza per l'appunto questo fenomeno, ovvero il fenomeno di una malattia sociale divagante a cui si cerca disperatamente di dare un filo logico, quando la logica poco ha a che fare con lo stupro.


Byung-Chul Han La scomparsa dei riti

Se i riti scompaiono – Per un reincanto del mondo

Byung-Chul Han La scomparsa dei riti. Una topologia del presente - recensione

Nel 1960 il mitologo Mircea Eliade auspicava la possibilità di «vedere dei segni, dei significati nascosti, dei simboli, nelle sofferenze, nelle depressioni, negli inaridimenti di tutti i giorni»; in questo modo, sosteneva ancora lo studioso, sarebbe stato possibile rintracciare un messaggio pregno di senso «nello scorrere amorfo delle cose e nel flusso monotono dei fatti storici». Erano gli anni del boom economico, quelli in cui la furia dello sviluppo imperversava e una fiducia collettiva nel futuro, dopo i disastri della guerra, occultava i pericoli legati a un progresso sfrenato e irriguardoso. Oggi il filosofo di origini coreane Byung-Chul Han, nel solco di una ricerca portata avanti con ammirevole pregnanza nello scorso decennio, in un recente saggio edito da nottetempo denuncia La scomparsa dei riti.

Un’avvertenza posta in apertura del volume mette in guardia il lettore: non si tratta, per l’autore, di un nostalgico desiderio di ritorno a quella ritualità che ha caratterizzato il nostro passato, ma di una lucida topologia del presente, come recita d’altra parte il sottotitolo del libro. Tuttavia, l’analisi delineata da Byung-Chul Han, ben lungi dall’essere neutra, sottende l’assunto netto per cui il progressivo allontanamento dal simbolo e dal sacro non coincide con una vera emancipazione, ma con una patologica erosione del senso di comunità.

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Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente. Foto di Bianca Sorrentino

In questo tempo inabitabile, sottoposto alla legge dell’impermanenza, l’essere non è mai a casa, il mondo non è mai un posto affidabile: senza simboli e metafore in grado di cementare la comunità, si smarrisce l’orizzonte della stabilità e il miracolo della durata non può avverarsi. I giorni trascorrono così nel trionfo sterile della contingenza, della coazione a produrre e a prodursi, fino all’esaurimento. Byung-Chul Han associa la scomparsa dei riti alla «crescente atomizzazione della società», all’imperante narcisismo collettivo che ignora il prodigio dell’attenzione profonda.

La continua ricerca di stimoli ed esperienze inedite non è altro che una coercizione verso il nuovo che di fatto impedisce l’accasamento: illudendosi di rincorrere l’innovazione, si produce invece soltanto una stanca routine, che è la degenerazione della ripetizione, ovvero il tratto essenziale dei riti. Senza la risonanza che le cerimonie collettive incoraggiano, infatti, senza questo ritmo comune al quale ognuno deve accordarsi, l’unico suono che si percepisce è l’eco del sé, una finta comunicazione che non ha corpo e che condanna all’isolamento, con inevitabili ricadute sull’equilibrio emotivo dei singoli e della società.

Pagine di grande intensità sono dedicate poi alla festa e al gioco, dimensioni che impregnano di sé le forme rituali e che ci aiutano a leggere il reale in una chiave magica, grazie alla quale al baccano che infesta oggi la comunicazione si sostituisce un silenzio che ha a che fare con il sacro e che ci riconnette quindi alla parte più profonda del sentire nostro e dell’Altro.

Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente. Foto di Bianca Sorrentino

Lo stile apodittico dell’autore, che apparentemente sembra non dare adito a obiezioni, non può lasciare indifferente il lettore e finisce per coinvolgerlo in un confronto dialettico effervescente intorno ai temi del contemporaneo. Che si concordi entusiasticamente con le posizioni del filosofo o si prenda le distanze da alcune osservazioni radicali, resta innegabile che la tensione che anima il volume costringe chi legge a dare del tu al proprio tempo e a riconoscerne con onestà intellettuale contraddizioni e ambiguità. Al netto della risolutezza con cui Byung-Chul Han smaschera pose e ipocrisie, l’intento ultimo risulta particolarmente propositivo: «da un reincanto del mondo (…) ci si potrebbe aspettare un’energia curativa in grado di contrastare il narcisismo collettivo», conclude l’autore.

Dopo decenni di consuetudine al ridimensionamento di ciò che è grave, serio, formale, ufficiale, dopo decenni di tenace lavorio finalizzato alla relativizzazione e all’umiliazione di ciò che fino a quel momento era stato percepito come intangibile e inviolabile, ecco l’auspicio che il simbolo torni salvifico a ricordarci il suo essere venerando e a riunirci in un nuovo senso di comunità.

Byung-Chul Han La scomparsa dei riti
Byung-Chul Han La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, con traduzione di Simone Aglan-Buttazzi, pubblicato da Edizioni Nottetempo (2021)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Origini della coltivazione del riso e dell'agricoltura a Huxi

22 Giugno 2016
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Resti di piante dal sito cinese di Huxi, datati tra il 9000 e l'8400 prima del tempo presente, comprendono riso (Oryza sativa), glume e altre piante associate. Starebbero ad indicare uno dei primi stadi della domesticazione della pianta e quindi dell'agricoltura, che sarebbe perciò una pratica molto più antica di quanto pensiamo.

Oggi il riso è una delle fonti più importanti per l'alimentazione a livello mondiale, eppure un tempo era una pianta selvatica. Come si è giunti allo stato attuale? Un nuovo studio, pubblicato su Nature: Scientific Reports, ha preso in esame materiale dal suddetto sito della provincia dello Zhejiang: circa il 30% dei resti del materiale vegetale relativo al riso non era della pianta selvatica, ma mostrava i segni della coltivazione allo scopo di ottenere piante di riso più durature e adatte al consumo da parte dell'uomo. Vi sarebbero anche tracce del riso giapponese (Oryza sativa sottospecie japonica, oggi coltivata in Giappone e Corea), il che chiarirebbe molto anche dell'origine di quest'ultimo. I resti provenienti dai siti di Kuahuqiao (8000–7700 prima del tempo presente), Tianluoshan (7000–6500 prima del tempo presente), Majiabang (6300–6000 prima del tempo presente), e Liangzhu (5300–4300 prima del tempo presente) mostrano poi una selezione continuata e un processo di domesticazione prolungato per il riso.

Nel sito di Huxi si sono pure ritrovati strumenti litici, ceramiche sofisticate, ossa animali, carbonella e altri resti vegetali (semi di piante). In conclusione Huxi mostrerebbe le primissime fasi della transizione verso l'agricoltura.

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La tomba Funabaru, tra Corea e Giappone

16 Febbraio 2016
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La tomba Funabaru, presso Koga nella prefettura giapponese di Fukuoka, ci parla di un individuo di 1.400 anni fa che aveva forti legami con la Corea (e forse di scambi tra i due paesi). Tra i reperti ritrovati spiccano le decorazioni per un cavallo, in bronzo con vetro verde incastonato.
Link: The Asahi Shimbun
La Prefettura di Fukuoka in Giappone, di Lincun国土交通省 国土数値情報(行政区域), da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da TAKASUGI Shinji.


Korea: restauro della Pagoda in pietra dal Tempio di Mireuksa

29 Dicembre 2015
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Si è rivelata un'operazione molto delicata, quella del restauro della più grande pagoda in pietra dell'Asia Orientale, presso il tempio di Mireuksa a Iksan, nella Provincia del Jeolla Settentrionale nella regione di Honam. Risale al 639 d. C, all'era Baekje (o Paekche). Non essendoci resoconti sulla sua costruzione, la si è smontata per poi ricostruirla: si sono apprese molte cose e si sono pure ritrovati manufatti durante l'operazione.
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Si spera di non ripetere gli errori compiuti sulla pagoda orientale, che è invece considerata un pessimo caso di restauro, e che sembra una replica.
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Corea: il primo carattere di stampa mobile da Manwoldae?

1 Dicembre 2015
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Un carattere di stampa mobile in metallo, risalente al tempo del Regno medievale di Goryeo, è stato ritrovato nel sito del Palazzo di Manwoldae, presso la città di confine di Kaesong, nella provincia nord coreana dello Hwanghae Settentrionale.
Si tratterebbe del più antico al mondo, visto che predaterebbe la distruzione di Manwoldae (nel 1361), e che quello che era ritenuto finora il più antico carattere di stampa mobile daterebbe al 1377. Il carattere cinese in questione sarebbe 嫥, che significa "costante", "solo" o "adorabile" (In Inglese: “constant”, “sole” o “lovely”). Ulteriori analisi saranno però necessarie.
Ad oggi, il progetto al lavoro a Manwoldae ha portato alla luce 19 edifici e 3500 reperti. Le due Coree stanno compiendo scavi congiunti lì, e la stessa Manwoldae è stata aggiunta alla Lista dei Siti Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO nel 2013.
Link: Korea Times; The Chosunilbo; NK News
Dipinto di Kim Hong-do, Kyehoe sul Sito di Manwoldae (http://www.naenara.com.kp/en/history/?culture+92309+1), da WikipediaPubblico Dominio, caricata da Oaktree b.
 


Corea: statua in bronzo dorata di Buddha del nono secolo

15 Ottobre 2015
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Una statua del Buddha del nono secolo (dal periodo dell'Unificazione di Silla) è stata dissotterrata nella parte nord orientale della Corea.
L'opera, alta poco più di 50 cm, è in bronzo e dorata ed è stata ritrovata presso un tempio dal quale sono emersi manufatti e una pagoda in pietra.
Link: AzibazaThe Korea Herald
Balhae e Silla nell'830 d. C., da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di KJS615
 


Giappone: un edificio di origine coreana da Takatori

1 Agosto 2015
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I resti di un edificio o-kabe, datato al quinto secolo d. C., sono stati ritrovati presso i resti di Mori Ochi Osa a Takatori. Questo genere di edifici proviene dalla Corea e sarebbe stato destinato alla parte dell'insediamento per gli stranieri.
Link: Asahi Shimbun
La Prefettura di Nara, di Lincun - 国土交通省 国土数値情報(行政区域), da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da TAKASUGI Shinji.
 


UNESCO: Palermo, Cefalù e Monreale e nuovi siti patrimonio dell'umanità

2 - 7 Luglio 2015
Chapelle_Palatine
La Palermo arabo-normanna e le Cattedrali di Cefalù e Monreale rientrano nell'elenco dei nuovi siti, patrimonio dell'umanità UNESCO. Con questi nuovi monumenti, l'Italia arriva a contarne ben 51. Tra gli altri ricordiamo in particolare Efeso in Turchia.
I nuovi siti sono 24. Oltre a quello di carattere misto (naturalistico e culturale) delle Montagne Blue and John Crow in Giamaica, vi sono i seguenti: Palermo arabo-normanna e le Cattedrali di Cefalù e Monreale (Italia), l'Acquedotto del Sistema Idraulico Padre Tembleque (Messico), le aree storiche di Baekje Historic Areas (Repubblica di Corea), il sito battesimale “Betania oltre il Giordano” (Al-Maghtas) (Giordania), Christiansfeld, insediamento clericale della Moravia (Danimarca), i Climats, terroirs della Burgundia (Francia)Colline dello Champagne, case e cantine (Francia)Paesaggi culturali di Maymand (Repubblica Islamica dell'Iran)Fortezza di Diyarbakir e  paesaggio culturale dei giardini di Hevsel (Turchia), Efeso (Turchia), il ponte di Forth (Regno Unito)il paesaggio culturale-industriale di Fray Bentos (Uruguay), la grande montagna reat Burkhan Khaldun e il paesaggio sacro circostante (Mongolia), Necropoli di Beth She’arim—pietra miliare del Revival Ebreo (Israele)il paesaggio Par Force Hunting in Nuova Zelanda (Danimarca)Arte rupestre nella regione Hail dell'Arabia SauditRegion of Saudi ArabiaGiardini Botanici di Singapore (Singapore)sito di patrimonio industriale Rjukan-Notodden (Norvegia), San Antonio Missions (Stati Uniti d'America)Cammini di Santiago de Compostela: Camino Francés e strade della Spagna SettentrionaleSiti della Rivoluzione Industriale Meiji: ferro e acciaio, cantieri navali ed estrazione del carbone (Giappone), Speicherstadt e Distretto Kontorhaus con Chilehaus (Germania)Susa (Repubblica Islamica dell'Iran)siti Tusi (China).
Sulla lista dei siti a rischio c'è stata l'aggiunzione di Hatra (Iraq) e della Città Vecchia di Sana’a (Yemen), insieme alla Città Vecchia Murata di Shibam (Yemen). Rimosso dalla lista invece il sito di Los Katíos in Colombia.
Link: UNESCO 1, 2, 3, 4, 5, 6; Repubblica - PalermoPast Horizons; Daily Mail; The Globe and Mail; Israel Ministry of Foreign Affairs; Hurriyet Daily NewsArchaeology News Network via AFP
La Cappella Palatina a Palermo, foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di Urban~commonswiki.
 
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