Questi corpi che massacrano l'anima, il mito greco di Medusa come rilettura dell'inaccettabile

Chissà se Orfeo si sarebbe voltato indietro se al posto della sua amata Euridice ci fosse stata la Medusa di Martine Desjardins. Sicuramente il mito greco non sarebbe rimasto lo stesso.

Potremmo definire Medusa un retelling grottesco dell'indimenticabile mito della Gorgone, regina, capace di pietrificare con il suo sguardo chiunque osasse guardarla. Nel romanzo della scrittrice canadese Martine Desjardins, la ragazza Medusa è vittima di una rara deformità ottica che le conferisce un aspetto grottesco e anti-estetico facendola odiare dalle sorelle e dai genitori.

Sarà costretta a vivere, infatti, con i capelli che le coprono il volto per nascondere la sua bruttezza, e così viene privata non solo della propria femminilità e dell'infanzia, creando de facto una vita interrotta e in balia di una forzata cecità, ma disconnessa del tutto dal mondo; vive una perenne negazione. O  vive in negativo, come un filtro fotografico. I colori diventano ombre e le persone immagini traballanti che adornano i confini dello spettro ottico, gli esseri umani non rappresentano legami affettivi  e tantomeno incarnano sentimenti positivi, ogni vibrazione del vuoto cognitivo viene colta e metabolizzata con un altro filtro, quello dell'inaccettabile.

La vita di Medusa non è un supplizio perché è semplicemente lontanissima dai parametri estetici bensì c'è una filosofia del disprezzo. Come nell'antica Sparta i bambini deformi venivano esposti (abbandonati) perché erano un peso per la comunità così Medusa è un'isola di solitudine perché deturpa la perfezione familiare che si erge sulle fondamenta tossiche delle famiglie apparentemente perfette. Tralasciando le psicologie familiari e disfunzionali abbiamo tra le mani un romanzo intelligente che si fa cassa di risonanza di moltissimi echi non solo mitologici ma anche letterari e cross-generazionali.

Sì, se vi aspettavate un retelling pseudo-immaginifico alla Circe di Madeline Miller del materiale greco o una metafora grottesca del mondo familiare, allora siete lontani. Medusa è un romanzo neogotico, rinchiuso in una gabbia distorsiva stratificata. La prima prigione distorcente è il corpo che massacra l'anima e ci allontana dalla comprensione dell'Io individuale, subentra l'ambiente domestico che si rivela essere una dimensione claustrofobica quanto le peggiori segrete di un castello diroccato, si aggiunge alla fine la prigione dell'Athenæum dove Medusa viene inviata e costretta a vivere lontana dalla sua famiglia. In questa scuola-prigione, Medusa sarà elevata a rappresentante univoca della filosofia del disgusto, tanto cara ad esponenti poetici di fine Ottocento (come Artaud col suo lirismo maledetto). L'estetica della ripugnanza viene usata per perpetrare la vita di Medusa, che scopre nel dolore fisico e nell'esaltazione delle proprie deformità un nuovo senso di accetazione, in bilico tra voyeurismo sadomasochistico e dissociazione dal reale.

Interessante anche come le tematiche femministe non siano innestate con retoriche semplicistiche e telefonate, tant'è che anche in altre donne si può presagire il peso della mentalità patriarcale. Medusa è femminista nella sua natura più allucinata e scabrosa, nella continua mortificazione e umiliazione, nel totale perseguimento del dolore e della decadenza.  Martine Desjardins insegue con un linguaggio chirurgico e sprezzante il viaggio dell'antieroina sovvertendo i manuali di scrittura in un romanzo di deformazione e arricchendo l'immaginario del lettore di una tetra rappresentazione del corpo femminile. Corpo sempre strumentalizzato dall'uomo e non più appartenente alla sfera femminile. Ma, con l'essere maledetta di Medusa, si pone anche un quesito finora inedito: e se la vera libertà potesse sorgere anche dall'orrore?

Medusa Martine Desjardins Alter Ego Edizioni
La copertina del romanzo Medusa della scrittrice canadese Martine Desjardins, tradotto da Ornella Tajani e pubblicato da Alter Ego Edizioni (2021) nella collana Specchi

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Last Night in Soho Ultima notte a Soho

Last Night in Soho - il nuovo horror femminista

Last Night in Soho (distribuito anche come Ultima notte a Soho) è il nuovo film del regista britannico Edgar Wright, noto al pubblico per La trilogia del Cornetto e Baby Driver. Questo nuovo lavoro, in pieno stile horror anni '70, ha riscosso grande successo al botteghino riscontrando anche l'opinione positiva della critica. La pellicola è distribuita dalla Universal Pictures.

Last Night in Soho Ultima notte a Soho
La locandina del film Last Night in Soho (distribuito anche come Ultima notte a Soho) del regista britannico Edgar Wright, prodotto da Complete Fiction, Film4, Working Title Films, e distribuito in Italia dalla Universal Pictures. Courtesy of Focus Features / ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Last Night in Soho: la trama

Ellie Turner (Thomasin McKenzie) è una giovane aspirante stilista che vive in Cornovaglia con la nonna. Ellie è figlia di una tragedia famigliare: sfortunatamente la madre della giovane si è suicidata probabilmente perché affetta da problemi psichiatrici. Ellie, oltre ad essere una dotata stilista, ha un dono: vede i morti. Ellie viene presa presso l'Accademia di moda di Londra, così decide di lasciare la Cornovaglia e partire. La ragazza, da sempre innamorata dello stile e del lifestyle degli anni '60, si scontrerà con una Londra diversa da quella della sua immaginazione.

Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved
Last Night in Soho Ultima notte a Soho
Matt Smith nel ruolo di Jack e Anya Taylor-Joy in quello di Sandie. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

La Londra contemporanea è piena di misteri e di colleghi d'Accademia gelosi e pronti a prevaricare su tutto e tutti. L'unica eccezione è John (Michael Ajao) un giovane studente che si legherà ad Ellie. La ragazza decide di lasciare il dormitorio comune ed affittare una stanza esterna al campus. Ellie si troverà ad affittare una stanzetta in pieno stile anni '60 all'interno di una casa governata da un'anziana signora. Durante la notte, Ellie comincia a fare strani sogni in cui si ritrova catapultata negli anni '60 e assiste alla vita di un'aspirante cantante di nome Alexandra (Anya Taylor-Joy) plagiata dal suo pigmalione di nome Jack (Matt Smith).

Last Night in Soho Ultima notte a Soho
Matt Smith nel ruolo di Jack e Anya Taylor-Joy in quello di Sandie. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Last Night in Soho: il tempo

Uno dei fattori che maggiormente colpisce lo spettatore è la frammentazione del tempo. Nei momenti in cui i personaggi di Ellie ed Alexandra si accostano, sembra di essere negli anni '60 quando, in realtà, si è totalmente in un tempo pari alla contemporaneità. Ellie e Alexandra non sono la stessa persona, ma sono semplicemente due donne che si sono ritrovate a vivere insieme in un tempo sospeso in luogo presente, ovvero la stanza da letto.

Alexandra non vede Ellie, solo Ellie può vedere e a volte toccare Alexandra e tutto questo solo all'interno della dimensione onirica. In un certo senso, Ellie tenta di introiettare questa curiosa donna che le appare in sonno. Infatti, durante lo scorrere della narrazione, la stilista si tingerà i capelli di biondo e creerà un vestito identico a quello della ragazza vista in sogno. La domanda che lo spettatore si pone è: cosa lega queste due persone così diverse l'una dall'altra? Forse il filo rosso è il semplice fatto di essere donne.

Thomasin McKenzie. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

I giochi della mente

Ellie è convinta che nel passato Alexandra sia stata uccisa e che, di conseguenza, questi suoi sogni dipendano dal suo dono. Il film diventa, così, un giallo vero e proprio in cui la stilista inizierà ad indagare su ogni persona presente a Soho che abbiamo frequentato quel quartiere negli anni '60. Ellie scopre ben presto che il nome di Alexandra è abbastanza noto, poiché Jack l'ha costretta ad andare a letto con ogni proprietario di locali della zona. Alexandra appare, ed è, una vittima di un tipo catena di montaggio che vede la donna come oggetto di scambio per ottenere un determinato favore.

Thomasin McKenzie nel ruolo di Eloise e Anya Taylor-Joy nel ruolo di Sandie. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Eppure la carriera di Alexandra non decolla, l'artista riesce ad ottenere solo comparsate. Ellie, tramite una visione, crede che ad uccidere Alexandra sia stato Jack. La narrazione si spezza nuovamente e ci riporta nel 2020, momento in cui Ellie crede che Jack sia un vecchio dandy (Terence Stamp). A questo punto la regia diventa veloce, il montaggio serrato. In un certo senso ci troviamo all'interno della mente di Ellie che vede i frammenti della propria indagine venire meno chiedendosi se quanto ha visto sia qualcosa di reale o solo residui di una possibile malattia psichiatrica ereditata dalla madre.

Thomasin McKenzie nel ruolo di Eloise e Anya Taylor-Joy nel ruolo di Sandie. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Un femminismo totalizzante

Alexandra è davvero la vittima? Come si evince con l'ultimo plot twist del film, la pellicola diventa rapidamente un revenge movie. L'assassina principale è Alexandra, la quale ha voluto interrompere questa danza perversa di favori sessuali uccidendo i principali protagonisti. La gestione di una tematica così delicata da parte di Edgar Wright è un atto di puro coraggio. In un periodo storico come il nostro in cui il concetto di violenza e femminismo si sviluppano sempre più, un soggetto del genere potrebbe dividere ed essere fraintendibile.

Last Night in Soho Ultima notte a Soho
Anya Taylor-Joy. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Eppure, grazie alla maestria di Wright, noi sappiamo che il regista non giudica Alexandra. Alexandra resta una vittima. I suoi stupratori passano da carnefici a vittime senza mai essere santificati. In sintesi l'antagonista è la società patriarcale. Un modello sociale in cui il predatore deve e può sempre sbranare il più debole. Anche Ellie è una vittima di tale meccanismo e forse, proprio per questo motivo, è colei che riesce ad afferrare Alexandra per riportare la sua storia a galla ed ottenere giustizia. La regia di Wright è eccellente, gioca con i colori al neon e con le luci di Londra per creare un luogo che altro non è che materia psichica. L'atmosfera e i tagli registici ricordano l'horror italiano degli anni '70, in modo specifico viene in mente il cinema di Mario Bava.

Thomasin McKenzie ed  Edgar Wright sul set del film. Courtesy of Focus Features. Credit: Parisa Taghizadeh / Focus Features LLC. ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Last Night in Soho è un horror degno di nota, che ci permette di riflettere sui modelli sociali che ci incastrano. Siamo bloccati, certo, ma non per questo prigionieri. Come Ellie possiamo trovare un modo per liberarci e liberare chi, prima di noi, non ha potuto avere giustizia.

Last Night in Soho Ultima notte a Soho
La locandina del film Last Night in Soho (distribuito anche come Ultima notte a Soho) del regista britannico Edgar Wright, prodotto da Complete Fiction, Film4, Working Title Films, e distribuito in Italia dalla Universal Pictures. Courtesy of Focus Features / ©2021 Focus Features, LLC. All rights reserved

Sarah Kane Blasted Dannati Tutto il teatro

Di fughe e di dannati, anime alla deriva: un assaggio di Sarah Kane

Di fughe e di dannati, anime alla deriva: un assaggio di Sarah Kane

Cosa succederebbe se, fin dall’infanzia, fossimo educati esclusivamente ai valori della violenza e della bestialità? Quando sei un’amante delle litterae, cerchi di vedere sempre oltre i tuoi limiti umani, la voglia in tasca di occupare spazi della mente non tuoi. Dentro le storie si è ciechi, solitamente serve sempre un terzo o un quarto occhio che ti mostri che stai sbagliando, che dovresti uscirne e slacciarti dallo stato di oppressione e sofferenza in cui ti ritrovi ogni volta che vorresti essere un protagonista.

Capita di amare profondamente qualcuno, tanto che ad un certo punto senti la necessità di riemergere perché si è imparato qualcosa di sconvolgente, perché è la trasformazione viscerale che spaventa l’uomo e lo pone ad affrontare le sue dannazioni. La visione della realtà subirebbe, così, un’alterazione tale da disinvestire emotivamente il livello di umanità e assimilarlo a quello di bestie: così facendo, si vivrebbe in una società consumata da bestie feroci, cannibali della propria rabbia, brutalità fisica e spregiudicatezza, ognuno escluso dall’altro, senza relazioni ed intimità, in un massacro che esalta il vacuo. In realtà, a ben pensarci, non è uno scenario così distante da alcune vicissitudini di guerra a cui siamo, ormai, abituati ad assistere quotidianamente, perché, come dice John Keats, siamo «anime alla deriva»[1].

Dannati (Blasted) di Sarah Kane è contenuto nella raccolta Tutto il teatro (2000), pubblicata da Giulio Einaudi editore nella collana Collezione di teatro, con traduzione di Barbara Nativi e introduzione di Luca Scarlini. Foto di Rosa Gadaleta

Se lo chiede anche la drammaturga britannica Sarah Kane, uno dei volti del In-Yer-Theatre, che a 23 anni scrive la sua prima pièce, priva di ogni moralità, fortemente aggressiva, vicina alle tavole borghesi del teatro giacobita e forte dell’influenza di personalità teatrali come Edward Bond. Nata nel 1971, debutta giovanissima con la trilogia di monologhi Sick nel 1994 che nel gennaio dell’anno seguente viene messa in scena al Royal Court di Londra per la regia di James Macdonald, con titolo Blasted.

In seguito Sarah Kane si cimenta nella creazione di altre drammaturgie: una riscrittura della tragedia greca euripidea, Phaedra’s love (Londra, Gate Theatre, 1996), Cleansed (Regia James Macdonald, Londra, Royal Court, 1998) e Crave (Regia Vicky Featherstone, Edimburgo, Traverse Theatre, 1998). Nel festival dedicato al drammaturgo tedesco Georg Buchner, poi, i due testi di Phaedra’s love e Woyzeck ottengono una rappresentazione al Gate Theatre.

Nel 1995 viene invitata a comporre la sceneggiatura di Skin, cortometraggio diretto da Vincent O’Connell e prodotto da Channel 4. Il suo ultimo lavoro 4.48 Psychosis, rappresentato postumo al Royal Court Theatre per la regia di James Macdonald nel giugno 2000, è il testamento di vita e di morte: Sarah Kane, dopo aver terminato quest’opera, tenta fallimentarmente un primo suicidio a seguito di un'overdose di compresse antidepressive, ricoverata in ospedale riuscirà nel suo intento nel febbraio del 1999.

La giovane venne ritrovata impiccata in uno dei bagni dell'ospedale. Il suo suicidio venne in seguito giustificato con disturbi psichiatrici che compromisero effettivamente la salute mentale di Kane, afflitta da angoscia e tormentata da un'insoddisfazione della realtà che l'aveva condotta irrimediabilmente a soffrire di depressione.

.

Sarah Kane Dannati Blasted Tutto il teatro
Dannati (Blasted) di Sarah Kane è contenuto nella raccolta Tutto il teatro (2000), pubblicata da Giulio Einaudi editore nella collana Collezione di teatro, con traduzione di Barbara Nativi e introduzione di Luca Scarlini

Dal plot di Blasted, in italiano Dannati[2] (presentato in Italia per la prima volta al Festival Intercity di Sesto Fiorentino nel 1997, per la regia di Barbara Nativi), che costituisce il debutto di Sarah Kane sulla scena londinese nel 1995, critici e spettatori restano inorriditi. Opinioni contrastanti contornate da un fortissimo battage mediatico e, a fase alterne, il menzionare quel «gran banchetto di oscenità» (espressione adottata dalla critica del tempo) che lascia intendere come non sia stata immediatamente compresa l’intenzione di parallelismo con le violenze subite dai bosniaci durante la guerra.

Blasted non è facile da guardare, tantomeno favorisce un’immediata immedesimazione nei personaggi o nella storia. L’obiettivo di Sarah Kane è di mettere il pubblico di fronte a una realtà che preferirebbe evitare, nel modo più audace, crudo ed esplicito possibile, è cercare di porre in primo piano la brutalità fisica e sessuale, operando un «confronto tra gli stupri perpetrati nel testo e quelli di massa ammessi dalla politica serba nell’ottica di una pulizia etnica»[3], abusi che, differentemente a Bosnia e Cina, vengono adottati come arma di guerra per degradare le donne musulmane.

Le realtà della guerra vengono molte volte nascoste, anche deliberatamente, così come per le riprese della guerra del Vietnam che hanno indirizzato il pubblico americano contro di essa alla fine degli anni '60 e all’inizio degli anni '70. La guerra è ripulita per un pubblico “civile”. Molte persone non vogliono nemmeno sapere cosa succede veramente in guerra, cosa fa veramente alle persone. Vogliono che la guerra sia un affare giusto ed eroico, come in quasi tutti i film di guerra. I film di guerra sono propaganda sciovinista e disonesta che presenta la guerra come sfondo per narrazioni eroiche sul bene che trionfa sul male.

Kane voleva mettere il pubblico di fronte all’orribile realtà della guerra, volendo far vedere che è radicata nella violenza quotidiana delle nostre vite private. Forse uno dei motivi per cui non vogliamo sapere com’è veramente la guerra è che inconsciamente ci si rende conto di quanta violenza è accettata nelle nostre fantasie domestiche e civili, quella che chiamiamo “vita normale”. La violenza e il trauma sono l’involucro in cui ognuno di noi si stratifica. Blasted fa luce su molte cose o molte sfaccettature diverse di una certa tematica: definisce come la violenza politica del mondo pubblico si rispecchi nella violenza domestica del mondo privato, il ciclo di vittimizzazione che porta le vittime a diventare carnefici, creando sempre più vittime – e quindi più carnefici – e come ognuno di noi è una vittima, un passante e un carnefice. Riguarda l’uso e l’abuso del potere.

Lo stupro è di fatti il fulcro dell’intero dramma e in Blasted, Kane rappresenta il modo in cui si evidenziano tali episodi per consolidare l’idea dello stupro come arma per eccellenza con cui si rafforza il divario sociale tra uomini e donne non solo nel mondo moderno, ma dagli albori delle civiltà. Si esaspera una nuova prospettiva del “rape in general”, fenomeno trans-storico che coagula le pratiche di violenza nei confronti delle sole vittime femminili, riproducendolo mediante vere scene di stupro fisico, vividamente descritte e rappresentate dal corpo maschile femminilizzato prima in Ian e poi nella vittima Cate. Così facendo, va rinforzando il binario oppositivo uomo-donna e il gap sociale, oltre che storico, del silenzio dello stupro: nelle scene dell’opera ciò che colpisce maggiormente non è la pura cruda violenza in sé per sé, attorniata dalle considerazioni su guerra, questioni di genere e società in arresto cardiaco, bensì l’insistenza esplicita, quasi coinvolgente, in cui il pubblico si trova ad assistere. Nei quattro diversi atti si assistono a quattro modalità differenti di stupro, un’insistenza che genera un senso di disfunzionalità intima.

Di seguito l'articolo prosegue con dettagli della trama e del finale. 

Leggere di più


Shiva Baby, il femminismo in salsa indie

Shiva Baby è il debutto alla regia della regista Emma Seligman. Il film è stato distribuito sulla piattaforma streaming MUBI a giugno 2021 ed ha riscosso enorme successo. La peculiarità dell'opera, risiede nella scelta di incentrare tematiche come femminismo, cultura ebraica e dinamiche familiare in una singola unità di spazio.

Shiva Baby
Una scena del film Shiva Baby di Emma Seligman (2020), prodotto da Dimbo Pictures, Irving Harvey, It Doesn't Suck Productions, Neon Heart Productions, Thick Media Co.

Shiva Baby: la trama

Shiva Baby inizia presentandoci la sua protagonista: Danielle (Rachel Sennott) una giovane universitaria ebrea bisessuale. Per mantenersi, Danielle si occupa di sex working su un sito di incontri dove si trova la tipica figura dello sugar daddy. Concluso l'appuntamento con il suo ultimo cliente di nome Max, Danielle deve raggiungere i suoi genitori ad uno shiva, la tradizionale celebrazione ebraica che avviene dopo un funerale.

Allo shiva, Danielle incontra Maya (Molly Gordon) una sua amica d'infanzia con la quale ha avuto una storia d'amore. Oltre a Maya e ai numerosi parenti e appartenenti alla comunità ebraica, Danielle incontra anche Max (Danny Deferrari) scoprendo che il suo cliente è un uomo sposato con una ricca signora di nome Kim (Dianna Agron) e padre di famiglia. La giovane ragazza si vedrà costretta a fronteggiare le chiacchiere dei parenti che la presseranno con domande inerenti al suo futuro lavorativo e relazione. A questo si aggiunge il dramma del triangolo amoroso e della dichiarazione della sua bisessualità.

Il femminismo contemporaneo

Le dinamiche presenti nel film roteano, in un certo senso, attorno al concetto di femminismo e al ruolo che le donne ricoprono o ricopriranno nella società. Danielle si occupa di studi di genere, è una femminista e attivista convinta, bisessuale dichiarata e sessualmente libera. La sua scelta di iscriversi ad una piattaforma di escort non è dettata da mancanza di denaro, bensì da una sua scelta personale.

Shiva Baby pare interrogarsi proprio su questo aspetto della liberazione sessuale. Un po' come il Fleabag di Phoebe Waller-Bridge, la pellicola della Seligman utilizza la protagonista per mostrare quelli che, in definitiva, sono gli estremi della teoria femminista. Essere sessualmente libere significa anche vendere il proprio corpo per scelta anche se ciò non ci rende felici? Il femminismo e l'imposizione della sessualità ci impedisce di avere relazioni amorose o relazioni in genere? Durante uno degli ultimi momenti del film, Danielle scoppia in lacrime dopo essere arrivata al culmine di questa turbolenta giornata. Le sue parole saranno "non ce la faccio". Danielle, improvvisamente, si rende conto di non poter reggere tutto: la pressione della famiglia e le loro aspettative, il suo bisogno di libertà, l'essersi inconsciamente introdotta in un ménage famigliare e i sentimenti per Maya.

Let's talk about sex, baby

Il sesso e la sessualità sono fili conduttori della pellicola. Emma Seligman utilizza primi e primissimi piani per avvicinarci al corpo e al volto di Danielle in modo tale da permetterci di entrare in lei. Danielle ostenta fieramente la propria sessualità davanti ai genitori. Lo stesso non può fare in un contesto patriarcale e bigotto come quello famigliare. La famiglia, oggetto che rappresenta la tradizione e il "vecchio", è l'oppressore per eccellenza. Un occhio perenne che ti scruta e che pretende la perfezione fisica, mentale e sociale.

Tuttavia, il secondo oppressore di Danielle è proprio il sesso. La scena iniziale del film, che vede Danielle e Max consumare un amplesso, ci fa subito capire che Danielle non prova piacere o che, comunque, non si diverte. La sua espressione è fredda e dopo aver svolto il suo lavoro, la ragazza vorrebbe solo andare via, nonostante o forse soprattutto per l'eccessiva dolcezza di Max. Il sesso è forse lo strumento che abbiamo per autodeterminarci, poiché ci indirizza verso quelle che sono le nostre preferenze sia a livello fisico sia a livello emotivo.

Il femminismo è strettamente collegato con la sessualità, proprio per questo suo potere. Una donna è e deve essere libera di vivere la sessualità come meglio crede senza il giudizio di un uomo o della società. Tuttavia, Danielle si trova improvvisamente nel mezzo di questa rivoluzione. La giovane è bloccata tra la necessità ideologica godere al massimo la propria sessualità e il suo bisogno umano di avere sentimenti e relazioni. La riflessione su rivoluzione sessuale, femminismo ed educazione sentimentale diventa complessa. E noi, come Danielle, ci troviamo in quello stesso turbinio e lottiamo tra passato e futuro.

Shiva Baby Emma Seligman
La locandina del film Shiva Baby di Emma Seligman (2020), prodotto da Dimbo Pictures, Irving Harvey, It Doesn't Suck Productions, Neon Heart Productions, Thick Media Co.

La femminilità, una trappola | Simone de Beauvoir tra vita e letteratura

La femminilità, una trappola | Simone de Beauvoir tra vita e letteratura

Simone Lucie Ernestine Marie Bertrand de Beauvoir. Foto di NiaVasileva, CC0

A partire dal secolo scorso, la sociolinguistica ha comparato i comportamenti linguistici di uomini e donne. Ciò che ne è emerso può sorprendere: le donne tendono più degli uomini ad usare forme di prestigio e a scegliere varianti linguistiche conservative. Non è tutto: le donne deviano meno degli uomini dalla norma linguistica quando le deviazioni dallo standard sono apertamente censurate, di più quando non lo sono. Il primo fenomeno prende il nome di stereotipo di genere, il secondo di paradosso di genere[1]. Di certo gli atti linguistici delle donne hanno un debito con la loro educazione e con il loro posto nella società. Quando Simone de Beauvoir scriveva La femminilità, una trappola (oggi pubblicato in Italia da L'Orma) la sociolinguistica non esisteva ancora, ma lei già stava cogliendo le premesse culturali dello stereotipo e del paradosso di genere.

Il bambino maschio impara presto che, per guadagnarsi la stima degli adulti, non deve sforzarsi di compiacerli troppo. Dev’essere forte, autonomo, avventuroso, deve cercare di conquistare il mondo e dominare i compagni. La bambina invece è incoraggiata da genitori, insegnanti, amici, di fatto dal mondo intero, a sviluppare il suo potere di seduzione, a essere aggraziata, ben vestita, educata. Queste richieste le impediscono di godersi i piaceri del gioco, dello sport e dell’amicizia con la stessa spontaneità dei compagni maschi. Inizia a crearsi un circolo vizioso: più si conforma con docilità all’ideale che le è stato imposto, meno sviluppa le sue potenzialità personali e meno troverà delle risorse dentro di sé.[3]

 

View this post on Instagram

 

A post shared by L'orma editore (@lormaeditore)

La trappola della femminilità

Simone de Beauvoir denuncia come alle bambine sia insegnato a conformarsi: il loro successo consiste nel piacere a qualcuno, non nel diventare qualcuno. Il giudizio su di loro come adulte sarà tanto più positivo quanto più sapranno conformarsi all’ideale di femminilità. La più alta aspirazione che la società insegna loro di avere è collocarsi di fianco ad un uomo, perché al contempo le invita a non approfondire le proprie risorse personali: in altre parole, insegna loro a non scommettere su se stesse. E il modo più semplice per assicurarsi un posto accanto ad un uomo è conformarsi all'ideale di femminilità richiesto dal mondo maschile. Quello che prevede che una donna sia seducente nella misura in cui la sua fragilità permette all’uomo di esercitare la propria forza. Ma rientrare in tale stereotipo per assicurarsi una vita sentimentale soddisfacente ha il suo prezzo.

la femminilità una trappola Simone de Beauvoir
La copertina della raccolta La femminilità, una trappola. Scritti inediti 1927 - 1983, di Simone de Beauvoir, con un testo di Annie Ernaux e traduzioni di Elena Cappellini, Beatrice Carvisiglia, Camilla Diez, Claudia Romagnuolo, Elena Vozzi, pubblicato da L'Orma (2021). Foto di Sofia Fiorini

La dicotomia del destino femminile

La trappola della femminilità che dà il titolo alla raccolta consiste appunto in questo. Si tratta di una dicotomia che sembra essere senza uscita. Le donne che scelgano di mettersi in gioco nel mondo, che puntano a un ruolo di potere nella società o che semplicemente vogliano far sentire la propria voce, corrono il rischio di allontanarsi irrimediabilmente dal modello di donna “amabile”. Di fronte a una donna forte, denuncia de Beauvoir, l’uomo si sentirebbe derubato di una parte di dolcezza nella sua sfera privata. Al contrario, la donna che non intenda rinunciare ad incarnare questo stereotipo dovrà rassegnarsi a sacrificare la sua crescita personale.

È una dicotomia che oggi sembrerà superata al lettore. Ma forse è una ferita che ancora non è rimarginata nella psiche femminile, se è vero che riemerge in forma distopica nel romanzo contemporaneo. Solo la più recenti delle distopie basate su estremizzazioni della femminilità è Biglietto Blu di Sophie Mackintosh, in cui una lotteria assegna alle donne il destino – la maternità o la carriera – in modo inappellabile.

Sul ruolo della letteratura

Foto di Sofia Fiorini

La femminilità, una trappola, l’articolo del 1947 che dà il nome alla raccolta recentemente pubblicata da L’Orma in Italia, è solo uno degli undici scritti inediti che il volume riunisce. Redatti da de Beauvoir tra il 1927 e il 1983, offrono un quadro completo e a tratti inedito della personalità artistica dell’autrice. Si tratta di articoli, interviste e lettere che spesso assumono anche la funzione di pubbliche prese di posizione. Leitmotiv della raccolta è la riflessione, che più spesso si fa azione pratica, sulla femminilità. Ma il volume ci consegna anche formulazioni memorabili dell'autrice a riguardo della letteratura. Così quando, durante un dibattito sul potere e i limiti della letteratura alla Maison de la Mutualité di Parigi, afferma che:

Esiste un’unica maniera di spingere al parossismo l’angoscia della morte, o dell’abbandono, oppure la gioia per un successo o l’esaltazione che prova un ragazzo davanti ai biancospini in fiore: la letteratura. Solo la letteratura può rendere giustizia alla presenza assoluta del momento, all’eternità del momento che sarà per sempre.[3]

La sua riflessione sulla letteratura oscilla tra la convinzione che la vita sia imprendibile e più grande di tutto e la speranza che le parole possano, se non "prenderla in scacco" come credeva Sartre, perpetuarla, rendendola eterna. E se è alle parole che Simone de Beauvoir dedica la sua vita è anche per far fronte a quel turbamento che deriva dal sentimento del tempo. L'angoscia che nasce dall'impossibilità di trattenere le impressioni - le singole sfumature dell'esperienza quotidiana che fanno la vera sostanza della vita - percorre i testi delle interviste come una vena d'opale. Un turbamento sotterraneo che si intravede dietro all'apparenza illuministica di una delle maggiori figure di  intellettali e attiviste del secolo scorso, e forse la vera spinta che rende la letteratura una sostanza insostituibile e irrinunciabile.

la femminilità una trappola Simone de Beauvoir
La copertina della raccolta La femminilità, una trappola. Scritti inediti 1927 - 1983, di Simone de Beauvoir, con un testo di Annie Ernaux e traduzioni di Elena Cappellini, Beatrice Carvisiglia, Camilla Diez, Claudia Romagnuolo, Elena Vozzi, pubblicato da L'Orma (2021)

[1] Vd. William Labov, La risoluzione del ‘paradosso di genere’ nello studio del cambiamento linguistico, in Palmira Cipriano, Rita d’Avino, Paolo di Giovine, a cura di, Linguistica storica e sociolinguistica, Il Calamo, Roma, 2000, p. 40. e Gaetano Berruto, Massimo Cerruti, Manuale di sociolinguistica, UTET, Torino, 2015, p. 30.

[2] Simone De Beauvoir, La femminilità, una trappola, L’Orma Editore, Roma, 2021, p. 37.

[3] Ivi, p. 95.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Madres Paralelas - La memoria della famiglia

Il regista spagnolo Pedro Almodóvar è tornato in sala con un nuovo film, Madres Paralelas. La pellicola, presentata durante l'ultima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, ha riscosso da subito il plauso di critica e spettatori. Madres Paralelas è l'ennesima collaborazione tra Almodóvar e Penelope Cruz, un'attrice conosciuta a livello mondiale che è riuscita a portarsi a casa la Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile.

Pedro Almodóvar Madres Paralelas
Madres Paralelas - Sony Pictures

 

Madres Paralelas: la trama

Janis (Penelope Cruz) è una fotografa pubblicitaria alla soglia dei 40 anni. Durante una sessione lavorativa incontra l'antropologo Alfonso (Israel Elejalde). Janis si lega inizialmente ad Alfonso a causa di una missione storica per lei molto importante: riaprire una fossa comune dove si trova il suo bisnonno, desaparecido durante la Guerra civile spagnola. Tuttavia, la relazione tra i due muterà presto da lavorativa a sessuale. Janis resta incinta e Alfonso, sposato con una donna malata di tumore, non se la sente inizialmente di vestire i panni di padre.

Durante il giorno del parto, Janis conosce la sua compagna di stanza, una adolescente di nome Ana (Milena Smit). Tra le due scatta immediatamente una forte simpatia ed empatia. Entrambe danno alla luce delle bambine che saranno trattenute in osservazione per problematiche lievi. Questo evento sarà determinante per la vita di entrambe le donne che, anche dopo il parto, continueranno a far parte l'una della vita dell'altra.

Pedro Almodóvar Madres Paralelas
Madres Paralelas - Sony Pictures

L'esplorazione del femminile

Non è la prima volta che Almodóvar decide di esplorare femminilità e maternità. Anzi, potremmo tranquillamente affermare che queste tematiche sono alla base della poetica del regista spagnolo. L'apice fu raggiunto nel 1999 con Tutto su mia madre, pellicola cardine per la filmografia di Almodóvar e punto continuo di confronto. Per tale motivo, il riproporre le stesse tematiche con dietro la mano dello stesso autore, poteva rivelarsi una mossa poco vincente.

Tuttavia, se dietro alla macchina da presa c'è la maestria di Almodóvar possiamo tirare un sospiro di sollievo. Il regista spagnolo ha continuato per tutti gli anni 2000 ad esplorare il concetto di maternità, con risultati a tratti sfuggenti (basti pensare all'occasione persa che fu Julieta nel 2016).

Madres Paralelas - Sony Pictures

In Madres Paralelas Almodóvar pare riannodare i fili di una trama che, negli anni passati, non è mai riuscito a comporre totalmente. Persino la scelta di portare su grande schermo due delle sue muse più note (Penelope Cruz come protagonista e Rossy De Palma come l'amica fidata di Janis) pare suggerirci l'intenzione di voler tornare ad una specie di origine femminile.

La maternità in questo caso non è solo riproduzione ma anche, se non soprattutto, memoria. Janis e Ana sono madri, ma sono anche figlie, amanti e parte integrante della Storia. Una Storia che non accenna a tacere, nonostante le manipolazioni degli esseri umani e delle ideologie. In questo mancato tacere troviamo le vite di Janis e Ana e loro volontà di raccontare e raccontarsi.

La memoria e la Storia

In Madres Paralelas, Almodóvar decide di affrontare un tema che differisce da quelli che sono i suoi temi del cuore, ovvero decide di affrontare la memoria storica della Spagna e di quella che fu la Guerra civile. Nonostante questo tema possa inizialmente sembrare un contorno alla vicenda del singolo, ben presto lo spettatore si rende conto che è proprio la Storia a pilotare le azioni di Janis e, in seguito, di Ana. Janis è una donna politicamente impegnata e dichiaratamente femminista. Cresciuta principalmente da donne, ha come obiettivo quello di ricostruire la memoria della propria famiglia per poter costruire anche una propria identità.

Ana, invece, essendo più piccola ed essendo stata cresciuta da un padre disattento e da una mamma attrice dichiaratamente apolitica, ancora non comprende bene il concetto di origine e Storia. Proprio per questo motivo, inizialmente, Ana è terrorizzata dall'idea di diventare mamma. Senza un'origine cosa potremmo dare ai nostri figli? Eppure, alla fine del film, la madre sarà proprio Ana. Janis, dal canto suo, si troverà a dover interpretare il ruolo di guida per Ana e per Alfonso. Il rapporto con Ana muterà più volte (conoscenti, collaboratrici, amiche, amanti) e quello con Alfonso ruoterà sempre tra lecito e illecito. Janis mantiene le redini della narrazione, poiché è lei, in definitiva, a voler riprendere le redini della Storia. Forse proprio questo è il messaggio del film: una donna che sorregge tutto, persino il peso culturale e privato della Storia.

Il film è attualmente nelle sale e si adatta tranquillamente ai gusti di tutti. Abbiamo commedia, eros, romance e impronta storica. Almodóvar pare essersi ripreso dal periodo di torpore che pareva averlo colpito (eccezione fatta per Volver - Tornare e Dolor y Gloria) e noi siamo felicissimi di poterlo (metaforicamente) riabbracciare!

La locandina del film Madres paralelas di Pedro Almodóvar - Sony Pictures

Pentesilea Penthesilea Kleist Achille

La Pentesilea di Kleist: cronaca di un amore perverso

La Pentesilea di Kleist: cronaca di un amore perverso

Nel 1806, Heinrich Von Kleist abbandona il suo “posto fisso”, il suo incarico sicuro e ben retribuito a Königsberg, per potersi dedicare anima e corpo alla letteratura. I grandi scrittori non hanno molta scelta, obbligati come sono dalla loro vocazione, ma certamente Kleist non visse male questa necessità, considerato il suo reiterato odio nei confronti della burocrazia e di quel lavoro alienante. Tale avversione e un effettivo malessere, legato alla sua salute cagionevole, lo indussero nell’agosto di quell’anno a dichiarare i suoi problemi di salute e un assoluto bisogno di riposo. E in quella libertà scrisse la Pentesilea. Ci vollero quasi due anni perché, durante quel periodo detentivo, il suo capolavoro vedesse la luce, ma noi moderni non possiamo che essergli grati.

Pentesilea Bernd Heinrich Wilhelm von Kleist
Bernd Heinrich Wilhelm von Kleist, autore della tragedia Pentesilea / Penthesilea. Immagine tratta dalla rivista Die Gartenlaube (Ernst Keil, Lipsia, 1858, p. 221), in pubblico dominio

Protagonista della sua opera è proprio la regina delle Amazzoni, ma il poeta prussiano non ha voluto riproporre la versione ufficiale del mito, ma una minore, passata sotto silenzio e riconducibile alla persona di Tolomeo Chenno, scrittore greco vissuto a cavallo tra l’età traianea e adrianea. In questa versione poco nota non è Achille a risultare vincitore nel duello con Pentesilea, bensì l’amazzone. Insomma, un enorme scarto rispetto ad una tradizione ben consolidata che vedeva l’inaffondabile Achille ancor una volta trionfante, prima della sua disfatta. Eppure, tra tutte le novità introdotte da Kleist, probabilmente questa risulta essere la meno audace.

Però, prima di addentrarci nelle particolarità della tragedia, è bene specificare che non si tratta di un’opera femminista. Il suo autore non ha voluto rappresentare una donna combattente, forte, militaresca per spingere le sue lettrici e spettatrici ad immedesimarsi e ad imitare per quanto possibile l’oggetto della sua opera più bella. In tanti sono caduti in questo inganno, dimenticando che Kleist, da uomo del suo tempo, ritenesse che una donna dovesse innanzitutto essere una moglie e una madre. Non una comandante forte, combattente e autonoma, ma nulla più di quello che la società già le riservava.

Achille e Pentesilea su una kylix attica a figure rosse (470-460 a. C.), opera del Pittore di Pentesilea, ritrovata a Vulci e conservata presso lo Staatliche Antikensammlungen di Monaco di Baviera, Inv. 2688 (= J 370). Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio
E Kleist presenta, un po’ come facevano i Greci, due mondi antitetici, ma li rappresenta come due esempi sbagliati. Se le Amazzoni sono donne guerriere, spesso etichettate come “vergini”, totalmente avverse alla logica della guerra ma solamente interessate a fare prigionieri per perpetrare la propria stirpe, i Greci sono l’incarnazione della logica guerriera, finalizzata alla conquista di terre e alla soppressione dei nemici. In questo frangente, Ulisse finisce con diventare simbolo assoluto della ragione e Protoe, fedele alleata di Pentesilea, rampollo della genia amazzonica e del loro fine prettamente biologico.

Ad emergere sin dai primi versi, quindi, è la disapprovazione nei confronti di tutto ciò che si allontana dalle loro visioni, rappresentato splendidamente dell’amore dissoluto e insensato tra Achille e Pentesilea. Queste due figure emblematiche dell’antichità rendono talamo la battaglia stessa, la guerra un luogo erotico, dominato da giochi di potere e di dominazione. E sono, infatti, i corpi a lanciarsi in questa sfida, ad inseguirsi, a scontrarsi, paragonati ad animali feroci, forze della natura incontrollabili, esseri dominati dal puro istinto.

Paolo Finoglio, Tancredi affronta Clorinda nel ciclo della Gerusalemme liberata a Palazzo Acquaviva, Conversano. Foto di Velvet, in pubblico dominio

Tra Achille e Pentesilea nasce e si sviluppa un amore, quindi, puramente fisico, una lotta simile al duello tra Tancredi e Clorinda nella Gerusalemme Liberata di Tasso. Non vi sono spade o colpi di lama, lance o scudi, ma corpi che si toccano e si respingono, in un gioco di spinte feroci e corse a perdifiato, che mirano alla sopraffazione dell’altro, alla vittoria sul combattente, fino alla sua totale distruzione. È un amore sadico, ma che ha momenti masochistici, perché sia Achille sia Pentesilea desiderano essere colpiti e deturpati proprio dall’oggetto del loro amore perverso.

L’amazzone sogna che Achille faccia di lei quello che ha fatto con il corpo di Ettore, desidera essere legata, umiliata e farlo a sua volta, traendo piacere dalla violenza. Ricorda per molti versi la Salomè di Oscar Wilde, che desidera a sua volta la testa di San Giovanni Battista, solo per poterla baciare ardentemente e piangere sulla sua morte. Sono dinamiche che saranno, poi, grandemente studiate e sfruttate nel Novecento per rappresentare la tensione erotica tra due nemici. E, infatti, non appena Achille sarà sconfitto, a Pentesilea non resterà che uccidersi con un pugnale, sul modello di Romeo e Giulietta, la tragedia shakespeariana amatissima da Kleist e riproposta in maniera diversa nella prima tragedia di Kleist, La famiglia Schroffenstein.

E molto shakespeariano è il modo in cui viene presentata Pentesilea, sul modello della descrizione che fa Enobarbo a Cleopatra. Come Shakespeare, Kleist affida questo delicato compito al membro più eloquente dello schieramento greco, ma con un’importante differenza: se Enobarbo è affascinato e innamorato della regina egiziana, Ulisse osserva e descrive tutto quello che vede con il suo sguardo clinico e prepara lo spettatore a quello che vedrà, a quest’amore dai tratti sadomasochistici che, da sempre, caratterizza due nemici in lotta in quel talamo che è da sempre la battaglia. E in questo, specialmente in questo, Kleist mostra la sua grande modernità.

Pentesilea ed Achille su un cratere a campana lucano a figure rosse del Pittore di Creusa (tardo V secolo a. C.). Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, CC BY 2.5

Riferimenti bibliografici:

Bosco, Metà furia metà grazia. Il classicismo weimariano e la Pentesilea di Heinrich von Kleist, Pensa Multimedia, Lecce 2009.

Von Kleist, Opere, a cura e con un saggio introduttivo di A.M. Carpi, Mondadori, Milano 2011

Saviane, Kleist, Olschki Editore, Firenze 1989.Szondi, Saggio sul tragico, traduzione di G. Garelli, con una postfazione di S- Givone e uno scritto di F. Vercellone, Aestetica, Milano 2019.

Szondi, Saggio sul tragico, traduzione di G. Garelli, con una postfazione di S- Givone e uno scritto di F. Vercellone, Aestetica, Milano 2019.


Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel (1970) - recensione

Come si è posta la cosiddetta cultura occidentale di fronte alla questione femminile? In che termini è stata descritta la condizione delle donne? I “classici” del pensiero hanno fornito strumenti all’emancipazione o alla conservazione del potere patriarcale?

Carla Lonzi Sputiamo su Hegel
Carla Lonzi. Foto (anni sessanta, Università delle donne) in pubblico dominio

A queste domande, ma non solo, tenta di rispondere Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel, saggio del 1970, frutto del lavoro del collettivo Rivolta Femminile. Come è facile intuire, uno degli obiettivi polemici è il filosofo di Jena.

“Il rapporto hegeliano servo-padrone è un rapporto interno al mondo maschile, e ad esso si attaglia la dialettica nei termini esattamente dedotti dai presupposti della presa del potere” (C. Lonzi, Sputiamo su Hegel, p. 28).

In questo breve estratto cogliamo già i principali problemi della concettualizzazione classica: parzialità maschiocentrica e subordinazione alla lotta di classe. La filosofia parla agli uomini degli uomini. Quella tra servi e padroni è una lotta tra uomini, che esclude le donne e ha come obiettivo la conquista del potere. Pertanto,

“far rientrare il problema femminile in una concezione di lotta servo-padrone quale è quella classista è un errore storico” (Ivi, p. 29).

La schiavitù femminile è trasversale, riguarda tutti i livelli sociali. Tant’è che questa discriminazione è presente anche nel marxismo, che designa, come soggetto rivoluzionario, la classe operaia maschile e, allo stesso tempo, non considera le donne né come oppresse né come portatrici di futuro. Tornando ad Hegel, Carla Lonzi analizza la sua idea del rapporto uomo-donna che

“non è un dilemma: ad esso non si prevede soluzione in quanto non viene posto nella cultura patriarcale come un problema umano ma come un dato naturale” (Ivi, 28).

Qui ravvisiamo un altro errore metodologico, che smaschera la connivenza della filosofia hegeliana con il dominio maschile: l’essenzializzazione di una situazione storica. Il fatto che la donna sia stata oppressa per secoli non significa che lo sia per natura. Hegel, però, sostiene che la donna sia fondamentalmente incapace di superare la soggettività immediatamente universale, poiché si identifica definitivamente con la famiglia e non compie il salto che le permetterebbe, attraverso l’autocoscienza e il distacco dal nucleo d’origine, di ottenere l’universalità potenziata, tipica del cittadino.

Viene operata qui un’inversione: l’effetto della discriminazione diventa la sua stessa causa. La donna è schiacciata dall’uomo: ciò non soltanto avviene concretamente, ma è anche necessario che avvenga.

“Nel principio femminile Hegel ripropone l’a-priori di una passività nella quale si annullano le prove del dominio maschile” (Ivi, p. 30),

cioè, se si considera l’essere dominata come un attributo essenziale della donna, e non come il risultato dell’oppressione operata dall’uomo, costui, dominando, ossequia l’essenzialità del dover essere, non commette un abuso.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, foto di Muesse, dallo Hegelmuseum Stuttgart, di una incisione di F. W. Bollinger da Chr. Xeller, CC BY 3.0

Carla Lonzi fa un’ipotesi controfattuale: se Hegel avesse riconosciuto l’origine storica, e non essenzial-divina, dell’oppressione femminile, probabilmente avrebbe trattato la questione attraverso la dialettica servo-padrone. Come già accennato in precedenza, la liberazione della donna non può essere descritta in questi termini, perché:

“sul piano donna-uomo non esiste una soluzione che elimini l’altro, quindi si vanifica il traguardo della presa del potere” (Ivi, p. 31).

Ecco il punto fondamentale: mentre il servo e il padrone mirano alla distruzione reciproca, la donna e l’uomo non possono. La soluzione di questo rapporto non sta, come nel caso della figura hegeliana, nella sostituzione dell’oppressore con l’oppresso, ma nella fine dell’oppressione stessa. Il femminino, considerato come eterna ironia della comunità, cerca di allearsi con il giovane e dileggia il vecchio. Lo farebbe per ragioni legate alla logica patriarcale: il giovane sarebbe più abile in guerra.

“In realtà noi”, commenta la Lonzi, “attraverso questo gesto della donna, vediamo in trasparenza il potere del patriarca su di lei e sul giovane” (Ivi, pp. 30-31).

Si prefigura, dunque, un’intesa tra il giovane anarchico, che rifiuta il paternalismo e il ricatto, sentendo su di sé l’angoscia del dominio, e la donna. Senza questo accordo, egli potrebbe cedere alla lotta organizzata di massa, dimenticando l’emancipazione dell’intera umanità, di cui anche le donne fanno parte, diventando così “rivoluzionario nei confronti del capitalismo, ma riformista nei confronti del sistema patriarcale” (Ivi, p. 33).

Carla Lonzi Sputiamo su Hegel Francesca Giannuzzi
La copertina del saggio di Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel, edizioni et al., foto di Francesca Giannuzzi

Riferimenti bibliografici

Carla Lonzi, Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale, Gammalibri, Milano 1982.

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, Fenomenologia dello spirito, Bompiani, Milano 2000.


Nadia Fusini Possiedo anima Virginia Woolf

Una biografia tutta per sé: Virginia Woolf e le stanze dell’anima

Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, Feltrinelli  - recensione

La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli. Foto di Bianca Sorrentino

Le vite degli altri: esemplari, paradigmatiche, ma in fondo sempre inconoscibili. È possibile, tuttavia, avvicinarsi talvolta al loro mistero; lo dimostra un libro importante dell’anglista Nadia Fusini, edito per la prima volta nel 2006 da Mondadori e ora ripubblicato da Feltrinelli: Possiedo la mia anima. Il segreto di Virginia Woolf. Tenendo ferma nel vento una mappa fatta di frammenti (i diari, le lettere, i romanzi, i saggi della scrittrice novecentesca), la studiosa orienta la sua bussola e lascia che ai piedi del lettore si dispieghi un cammino avventuroso; con una scrittura vivida e sempre significante, Fusini traccia una nuova strada maestra che deve fungere da modello per chi si occupa di divulgazione, per chi intende la biografia non come sterile encomio, ma come percorso di avvicinamento alla verità, ammesso che ve ne sia una sola.

In ascolto dei dettagli, della poesia delle cose penultime, l’autrice lascia emergere i nodi insoluti dell’infanzia, ricostruisce antiche ferite che ancora sanguinano, rivela bisogni, libertà e pudicizie; Fusini non si limita cioè a sviscerare il noto, a obbedire alla dittatura della curiosità morbosa, ma con senso di responsabilità affronta le ombre di Virginia Woolf e, tenendosi alla giusta distanza da quegli abissi, ne tratteggia la vertigine, avvertendone insieme il pericolo e la fascinazione.

L’esistenza della scrittrice inglese, così raccontata, non è mai ridotta a oggetto da analizzare al microscopio con freddezza, anzi pretende partecipazione convinta: il lettore sente di essere chiamato in causa in prima persona, perché è l’autrice stessa a rivolgerglisi facendo appello a quelle intime fragilità che costituiscono il sostrato comune che rende simili gli esseri umani. È proprio Fusini a riconoscere l’ascendenza di un tale paradigma: rispetto alle vite dei santi, questa biografia di Virginia Woolf potrebbe in effetti essere il corrispettivo «laico di un bisogno antico di guida». Attraverso l’esperienza di un’altra, è come se anche noi avessimo la possibilità di vivere intensamente, di respirare per un po’ l’ebbrezza della moltitudine, di rivendicare l’unità dell’esistenza che nello smarrimento del quotidiano non riusciamo ad afferrare.

La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli. Foto di Bianca Sorrentino

L’insegnamento più significativo che si ricava dalle pagine di questo volume ha a che fare con la conquista di sé, con la padronanza del proprio destino: monito, questo, che risuona in tutta la sua gravità in questo tempo che ci condanna ad essere spesso spettatori della nostra stessa vita, nonostante la bolla generata dai social ci illuda di essere invidiati protagonisti. Nel vortice inarrestabile della malattia, fiaccata da ripetuti inciampi ma mai davvero rassegnata alla resa, Virginia Woolf compie un piccolo, grande passo verso la ricerca di sé, che è anche un passo verso la libertà: il proprio personale, metaforico cammino verso il faro.

«Per quel che riguarda Virginia è sempre più chiaro che quel simbolo lo possiede scrivendo. Possiede se stessa scrivendo. E diventa sempre più quel che è, cioè una vera donna. […] E se scrivere è la cura, è perché le offre il tempo logico in cui le viene restituito quel tempo che, in senso cronologico, la vita le ruba, ci ruba».

Nulla è reale per Virginia Woolf, se non quando scrive; ed è sulla pagina letteraria che con pienezza si ricompone la molteplicità sfaccettata della sua esistenza: una storia di abbandoni e strappi, dall’infanzia violata a Kensington alla giovinezza nel quartiere bohémien di Bloomsbury, dal matrimonio solido con Leonard al legame viscerale con Vita; e poi il femminismo, l’androginia, lo sguardo sempre rivoluzionario sul mondo e sulla letteratura; la vulnerabilità, le insicurezze, ma anche il coraggio e l’indipendenza intellettuale, fino al trionfo della morte, un inesorabile dir di sì alle acque fatali. In ogni cosa risuona Virginia con le sue contraddizioni senza rimedio, risuona quel segreto inafferrabile che Nadia Fusini magistralmente ci esorta ad ascoltare.

Nadia Fusini Possiedo la mia anima Virginia Woolf
La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Stai zitta Michela Murgia

Del perché non conviene dire "Stai zitta" a una donna

Michela Murgia, Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più (2021) - Recensione

Michela Murgia scrive, parla, intervista, spiazza. Lo fa da anni.

Da anni la conosco e ne ho visto la crescita e la progressiva occupazione di spazi, che detta così sembra una guerra.

In effetti sotto alcuni punti di vista è una guerra. Una guerra per riuscire a trovare i propri spazi e canali e non essere relegata a ruoli in cui lei non ha intenzione di farsi relegare: madre, donna che sta zitta, donna in secondo piano dove in primo piano può stare solo un uomo. Perché? Perché è ovvio che un uomo debba stare in primo piano mentre la donna è una sua appendice. O meglio, è qualcosa che non essendo uomo non può avere la minima autorevolezza per poter discutere alla pari, a volte persino meglio, di un uomo.

Stai zitta, un saggio di poche pagine - si legge in poche ore, sperimentato - , riporta puntualmente ciò a cui va incontro qualsiasi donna che si permetta di non voler essere relegata a ruoli stabiliti da maschi convinti che la femmina sia in fondo un'anomalia di sistema, e che non si debba permettere di provare ad avere una sua autonomia nel sistema stesso.

Il titolo prende spunto proprio dalla reazione scomposta di Raffaele Morelli, incalzato dalle domande di Michela Murgia sul 'femminile innato' di cui stava parlando durante un'intervista radiofonica di cui è ancora disponibile il filmato in rete.

Stai zitta Michela Murgia
La copertina del saggio Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più di Michela Murgia, pubblicato da Giulio Einaudi Editore (2021) nella collana Super ET Opera viva

È un saggio che non dice nulla di nuovo, se si è stati bene attenti a ciò che succedeva negli ultimi anni a donne che gradualmente stanno dimostrando di non avere nulla da invidiare agli uomini che primeggiano nei loro stessi settori.

Vengono citate Samantha Cristoforetti e Vera Gheno, Rita Levi Montalcini, Liliana Segre.

La stessa Murgia racconta le sue esperienze personali, da cui in effetti prendono vita tutti i capitoli o quasi del libro. Sono tutte esperienze di cui si trova traccia in rete, verificabili. In rete si trova anche il chiacchiericcio di fondo che hanno scatenato, ma i fatti esistono ancora e si possono cercare.

Ogni capitolo parla di una frase che qualsiasi donna prima o poi ha incontrato nella vita.

Spesso se le è sentite rivolgere e le ha sentite rivolgere ad altre donne. A volte le ha rivolte lei stessa.

Sono tutte frasi tipiche di una cultura patriarcale. Oddio, il patriarcato. Che brutta parola. Ormai parlare di patriarcato fa venire i brufoli.

E invece è il caso di chiamare le cose con il loro nome. Sì, lo dice Michela ma la prima volta che ho sentito dire questa cosa non mi interessava il femminismo, perché pensavo di non averne bisogno e perché avevo altri problemi da risolvere. La prima volta che l'ho sentito ero seduta sulla poltrona della mia analista. Che ha detto anche un'altra cosa: quando dai un nome a qualcosa allora quella cosa esiste. Diventa reale. Paradossalmente diventa anche affrontabile.

Quindi chiamiamola col suo nome, questa cosa che ci portiamo dietro da quando nasciamo, tutti, indistintamente.

Perché il patriarcato non riguarda solo gli uomini.

 

View this post on Instagram

 

A post shared by Michela Murgia (@michimurgia)

Riguarda anche le donne che vi sono cresciute in mezzo e che a causa del patriarcato si sono sentite dire ogni giorno della loro vita che un uomo conta di più, sempre e comunque.

Allora a una donna si può dire di stare zitta, quando sta parlando un uomo. Si può dire che può raggiungere tutti i risultati professionali che vuole ma se non ha un compagno e dei figli - soprattutto dei figli, perché una donna deve assolvere il suo compito primario di incubatrice - la sua vita non è abbastanza. Si può spiegare tutto, a una donna, anche quello che conosce già e spesso molto meglio dell'interlocutore, come se fosse una bambina da educare. Questo si chiama mansplaining, minchiarimento nella sua traduzione italiana per cui ringraziamo ora e sempre un amico di Giulia Blasi.

Si può dire, alle donne, che ogni riferimento volgare al loro corpo è un complimento di cui non devono lamentarsi. Perché le donne sono sempre a disposizione, in ogni momento. Anche quando vengono premiate per il loro lavoro. Anche quando sono sul lavoro. Anche quando camminano per strada e qualche uomo le nota e decide di esprimere apprezzamenti sul loro culo, o sulla loro persona. Spesso sono le donne stesse a difendere questi presunti complimenti, perché esistono donne a cui fanno piacere. Hanno imparato a farseli piacere. Aspirano a sentirli. Come se fossero davvero convinte che il loro unico scopo nella vita sia sentirsi fare un complimento volgare in un momento estemporaneo da uno sconosciuto.

Non dice nulla di nuovo, Michela Murgia. Eppure è un non dire niente di nuovo che ha un peso enorme. Perché è un niente di nuovo che per troppo tempo non è stato chiamato col suo nome.

E adesso che finalmente viene chiamato con il suo nome infastidisce soprattutto chi ha tutto l'interesse a non sentirlo mettere in discussione soprattutto da una donna.

Quindi sarebbe il caso di leggere questo libro che non dice nulla di nuovo ma lo dice a voce alta e con parole precise e puntuali.

Serviva, questa messa in fila di niente di nuovo. Serviva a me che spesso non trovo le parole giuste per esprimermi e serve soprattutto a chi non ha ancora trovato una definizione per questo niente di nuovo.