poeti giapponesi

Poeti giapponesi: scoprire la modernità attraverso i versi della nuova tradizione letteraria

Poeti giapponesi: scoprire la modernità

attraverso i versi della nuova tradizione letteraria

intervista a Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi

Lo splendido volumetto Poeti giapponesi, edito per la collezione di poesia di Einaudi, è un'occasione unica per confrontarsi con la letteratura del Sol Levante. Un'occasione, ripeto, per conoscere la caratura artistica di alcuni autori che difficilmente possono essere conosciuti nel nostro Paese.

A differenza della narrativa romanzata, dei saggi storici o artistici, le forme poetiche nipponiche che spesso pervengono nel nostro Paese sono di deriva:zione medievale-moderna. Tale limite porta al lettore a pensare che ben poco sia stato prodotto dopo il 1800 in Giappone, quando in realtà, l'apertura dei nuovi spazi e delle nuove frontiere e poi a seguito della sciagura atomica del '45 hanno permesso all'arcipelago di codificare nuove forme poetiche del tutto caratterizzate e svincolate da altre particelle poetiche più classiche.

Ma credo sia molto più interessante lasciare la parola ai curatori dell'antologia Poeti giapponesi, che rispondendo al sottoscritto hanno preparato una splendida introduzione al mondo nipponico e alle sue intense sfumature.

 

Ringraziamo Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi, curatori dell'antologia Poeti giapponesi, che hanno risposto alle domande di ClassiCult.

Peoti giapponesi
La copertina dell'antologia Poeti giapponesi, a cura di Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi, pubblicata da Giulio Einaudi Editore

Questa antologia conferma che a volte il punto di vista occidentale conserva ancora oggi una dimensione prospettica distorta, perché si è popolarmente soliti incasellare la poetica giapponese soltanto nella sua forma breve di Haiku, e i più esperti si fermano al Tanka. Quanto considerate importante esplorare la contemporaneità letteraria giapponese e come si colloca l'antologia Poeti giapponesi, in tal senso?

Forse parlare di dimensione prospettica “distorta” è eccessivo. La poesia classica giapponese (tanka, haiku e altri generi) ha una tradizione e una dimensione tale da giustificare la posizione di rilievo che occupa in un’ottica internazionale. Se però la preferenza che viene accordata a questo genere dipende da un pregiudizio che vede nella poesia tradizionale (e solo in quella) lo “spirito”, l’“anima” del Giappone e ritiene che la poesia moderna in verso libero sia una semplice “imitazione” di quella occidentale, allora certo si può parlare di un errore di interpretazione, quanto meno. Non esiste una simmetria tra il modo in cui la cultura poetica occidentale ha recepito lo haiku e quello con cui quella giapponese si è appropriata del verso libero. Nel primo caso infatti si tratta di un apprezzamento che sfiora appena - o forse non sfiora affatto - quella evoluzione di sensibilità, criteri e stili che trova spazio nella storia della letteratura. Nel secondo, si è trattato di un processo talmente profondo e generalizzato da trasformare permanentemente non solo la forma espressiva (il linguaggio), ma anche il messaggio poetico. La poesia in verso libero, introdotta alla fine dell’Ottocento si è inserita perfettamente nello spazio culturale giapponese del XX secolo, si è sviluppata in modo autonomo, originale e ha raggiunto risultati tali da giustificare perfettamente la proposta di una antologia. Certo, coprire tutto il Novecento avrebbe richiesto uno spazio ben più ampio di quello che ci è stato concesso e allora abbiamo preferito limitare le nostre scelte ad un arco di tempo che andasse dalla fine degli anni ’50 ai giorni nostri, ampliando però nei limiti del possibile il numero dei poeti inclusi, dai più famosi alle generazioni più giovani ancora poco conosciute.

Il fungo atomico di Hiroshima. Foto di George R. Caron - National Archives and Records Administration - National Archives Identifier (NAID) 542192, in pubblico dominio

Quanto ha inciso la storia bellica nell'immaginario nipponico? Possiamo parlare di una sensibilità giapponese post-atomica anche nelle sue forme espressivo-poetiche?

La presenza della guerra del Pacifico, del bombardamento atomico e più in generale delle armi nucleari occupa un posto ben definito e conta su nomi di grandi scrittori, primo fra tutti Ōe Kenzaburō, premio Nobel 1994. Nel campo specifico della poesia, forse la riflessione più immediata e più carica di partecipazione emotiva è stata sviluppata soprattutto nei primi anni del dopoguerra (e quindi non è rientrata nei limiti nell’antologia), portata avanti da poeti che sono stati testimoni diretti e anche vittime dell’esplosione: Tōge Sankichi o Kurihara Sadako. Successivamente la prospettiva si è ampliata, spostandosi dal passato al futuro dell’era nucleare. La fusione della centrale atomica di Fukushima dopo il terremoto e lo tsunami del marzo 2011 ha drammaticamente riproposto la questione e ha visto impegnati poeti e scrittori giovani e meno giovani. Le poesie di Wagō Ryōichi, presenti nell’Antologia rappresentano un esempio di come ci si sforzi, anche attraverso lo sperimentalismo, di tradurre in poesia, con tutto il suo bagaglio di simboli e di rimandi, tragici fatti di cronaca sfuggendo al rischio da un lato della retorica e dall’altro della banalizzazione.

Mike Weightman esamina il reattore 3 a Fukushima, come leader del team IAEA. Fukushima è uno dei temi più frequenti nei lavori dei poeti giapponesi contemporanei. Foto Flickr copyright: IAEA Imagebank, Credit: Greg Webb / IAEA, CC BY-SA 2.0

Quanto è importante la figura di Lafcadio Hearn per comprendere il patrimonio mito-poietico e folklorico giapponese? Ovviamente anche nella sua accezione di "divulgatore"

Curiosa la comparsa di Lafcadio Hearn in questo set di domande, visto che appunto il suo apporto è riconosciuto nel campo della prosa e della divulgazione della tradizione folcloristica giapponese, almeno nel suo profilo di produttore e non di fruitore. Una risposta pertinente ci porterebbe lontano dai nostri ambiti, ma nello stesso tempo è una coincidenza felice, in quanto Lafcadio Hearn viene citato indirettamente in una poesia dell’Antologia, “Nashte Moonen” (Nasty morning) dell’autrice Itō Hiromi. E la citazione ha a che vedere con un aspetto importantissimo della poesia in verso libero: la scoperta delle immense possibilità della lingua nonché l’approfondirsi del mistero che si accompagna a questa scoperta. Lafcadio Hearn e la moglie Setsu, nel cercare di avvicinarsi l’uno alla lingua dell’altra furono capaci di creare una sorta di “terra di mezzo”, in cui le due lingue si mescolavano in maniera del tutto irregolare eppure armoniosa, senza mai arrivare ad appartenere del tutto ad uno dei due versanti. Il risultato che possiamo leggere negli scambi epistolari è nel vero senso della parola una “nuova possibilità”, in cui la lingua dell’altro, pur restando misteriosa, non distanzia; anzi (nella lettura di Itō) attraverso una trasfigurazione di forte impatto sensuale diventa un’appendice di conoscenza, non un’antenna metallica e solitaria, piuttosto un morbido tentacolo che avvolge l’altro, lo solletica, lo penetra e si fa penetrare.

Lafcadio Hearn/Koizumi Yakumo e sua moglie Sestu. Foto di ignoto (pre-1904) su testo, in pubblico dominio

Lafcadio Hearn, che scrisse in giapponese senza conoscere realmente la lingua, è un simbolo efficace per uno degli aspetti più ricorrenti tra le tematiche dell’antologia: il costante interrogativo legato alla ricerca del “linguaggio giusto” in cui gli autori – e non limitatamente a quelli che sono dislocati all’estero o di etnia diversa da quella locale – si confrontano con l’unico strumento che hanno tra le mani cercando di capire volta per volta come meglio adattarlo a delle problematiche (personali o socialmente condivise) in continua evoluzione, probabilmente senza mai raggiungere una risposta definitiva.

 

Quali sono le ragioni che hanno portato a una tardiva risposta femminile? Ad esempio, il boom di produzione poetica relativa si colloca soltanto verso gli anni '80 del secolo scorso

Direi che quella femminile forse più che tardiva è stata un’avanzata più sommessa, all’inizio rimasta un po’ nell’ombra, non tanto nei confronti della produzione poetica maschile, quanto piuttosto rispetto alla clamorosa e inarrestabile avanzata di autrici “sorelle” che sceglievano di scrivere opere in prosa. Poi il movimento femminista ha in qualche modo aiutato a dare una spinta in questo senso, mettendo in luce quanto le voci femminili, non solo nella prosa ma anche nella poesia, potessero essere libere, meno condizionate, più spregiudicate e combattive della controparte maschile.

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Kamo no Chōmei, in una raffigurazione di Kikuchi Yōsai in pubblico dominio

Tradizione e progresso: la poesia nipponica contemporanea come si schiera tra queste due correnti di sensibilità sociali?

Si può dire che le abbracci entrambe. Ma non nell’abusata percezione di un Giappone che si rinnova conservando la tradizione nel cuore della modernità. La poesia a verso libero, dopo le prime spinte nell’immediato dopoguerra a raggiungere un’autonomia chiaramente percepibile dal filone tradizionale, non ha mai mostrato particolare ostilità per l’immenso patrimonio di temi e di sensibilità che gli forniva il bacino della poesia classica. E di questo offrono ottima testimonianza numerose composizioni all’interno dell’antologia (in realtà molte di più di quelle presenti, se non che si è scelto di dare preferenza a temi più immediatamente riconoscibili al lettore non specialista): da quelle che traggono ispirazione da temi centrali della tradizione classica come le mitologie della fondazione o i “Ricordi del mio eremo” di Kamo no Chōmei, o ancora dall’apparire all’interno del verso libero di cadenze ritmiche basate sulla combinazione di 5 e 7 more, oggi molto conosciute grazie alla diffusione dello haiku. Nelle sue migliori espressioni, la poesia contemporanea bilancia con grande abilità i prestiti dal passato senza che questo metta in discussione la sua identità. Non si tratta di “hommages”, cioè tributi dovuti o di una attualizzazione della tradizione, la possibilità di applicarla al mondo contemporaneo: una delle cose più piacevoli nel comporre questa antologia è stata la scoperta di quanto il gioco, il trastullo, il divertissement fine a se stesso guidi ancora la mano di autori che pure sono capaci di investigare realtà molto complesse, perché la libertà del “verso libero” è arrivata a coinvolgere molto più della sola metrica.

La copertina dell'antologia Poeti giapponesi, a cura di Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi, pubblicata da Giulio Einaudi Editore

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 

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Vi avevo detto: scrittori suicidi o poesie giapponesi? Facciamo metà e metà. ⠀ Kawabata è stato uno dei più grandi scrittori della storia nipponica e quando vinse il premio nobel per la letteratura disse “la scrittura è un preludio all'abisso“. Mai parole furono più vere visto che ci lasciò nel 1972, probabilmente morendo volontariamente soffocato dal gas della sua cucina. ⠀ Perché parlo di suicidio e poesia? No non voglio romanticizzare la morte di qualcuno, bensì narrarvi l'ansia che provo dietro quel gesto. Quando uno scrittore muore suicida io sono sempre molto interessato, perché costui mi ha privato delle sue storie? Forse c'è un ultima storia, un'ultima poesia, un ultimo frammento di carta che racconta la Fine. Ma non lo sapremo mai. Mi affascinano queste persone, perché abbandonano questo mondo, ma le loro parole mai. Tranne le ultime. Non so se mi spiego. ⠀ Tra le tante poesie che amo in questa raccolta sono rimasto sedotto dalla Fiamma di Mikato ⠀ ⛩chi mi tocca solleva grida di terrore ma io non lo so se sono calda o fredda perché non sono mai ferma nello stesso posto e quello che ero un attimo prima già non c'è più Per me bruciare è il continuo ripetersi dell'addio ⠀ Se volete conoscere bene i dettagli di questa pubblicazione su @classicultit ci sarà un articolo specialistico sulla poesia giapponese dove ho intervistato i curatori italiani dell'antologia. ⠀ Intanto vi saluto dicendo che da ora in avanti con l'hastag troverete tutti i miei futuri post a tema suicidio letterario. Oggi era una presentazione ⛩ ⠀ Fatemi sapere se vi interessano questi temi, che tratterò con delicatezza, e se amate la poesia. Buon inizio settimana 📝

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Foto di Hong Daewoong

Il coraggio di Irene. Viaggio nella Calabria di "Le tre notti dell'abbondanza"

Stavolta vi porto in un piccolo paese della Calabria, ed esattamente a Fosco, un borgo “accecato dalla luce, a dispetto del nome che era uno straccio di cotone buttato sulle case”. Siamo negli anni ’80.

Di seguito, la recensione procede con accenni alla trama del romanzo.

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La Rivoluzione delle donne giacobine: le Nocturnales di Beatrice Da Vela

Il notturlabio è uno strumento che serve per la misurazione degli astri, un corrispettivo dell'astrolabio.

Dal notturlabio Beatrice Da Vela prende il titolo per il suo Nocturnales (Triskell Edizioni), la storia di quattro donne giacobine rimaste a portare avanti la memoria della rivoluzione terminata nel Termidoro 1794, con la morte di Robespierre e dei suoi ultimi sostenitori.

Notturlabio francese del Seicento, presso lo Oxford University Museum of the History of Science. Foto Flickr di takomabibelot, CC BY 2.0

Le Nocturnales sono Eléonore, Babette, Henriette: donne che credono nella rivoluzione e nei loro uomini e costrette a fare i conti con la fine dell'ideale giacobino quando tutto finisce.

A loro si aggiunge Charlotte, sorella di Robespierre, che degli avvenimenti è una vittima: non le interessa la politica, vorrebbe forse una vita normale, ma il suo cognome la costringe a prendersene carico.

Siamo in presenza di un romanzo storico, preciso nel suo racconto, puntuale nelle descrizioni e nella ricerca delle fonti, dove ha potuto trovarle perché sulle donne della Rivoluzione Francese c'è stata una rimozione lunga duecento anni.

Ma siamo soprattutto in presenza di una storia femminista.

E non è un modo di dire.

All'inizio vediamo quattro donne rimaste sole dopo la morte o la carcerazione dei loro uomini: donne che resistono alla prigione con tutti i mezzi a loro disposizione, nel caso di Charlotte anche cedendo a un ricatto. O con un matrimonio che restituisce moralità, nel caso di Henriette.

Nocturnales Le ultime giacobine Beatrice Da Vela
La copertina di Nocturnales - Le ultime giacobine, di Beatrice Da Vela. Foto di Giuliana Dea

Eppure queste donne sole hanno qualcosa che le accomuna, volenti o meno: hanno condiviso l'ideale di un mondo più equo ereditato dai loro uomini e possono ancora contare sull'aiuto reciproco.

C'è un grandissimo balzo in avanti nella coscienza di queste quattro donne, evidente anche nel racconto. Finché sono costrette a misurare le parole come si conviene ai veri rivoluzionari sono soggetti passivi delle loro vite. Tutto ruota intorno alle grandissime personalità, destinate anche alla memoria nei libri di storia, di Robespierre, Saint-Just, Le Bas.

Quando i loro uomini spariscono dall'orizzonte devono sopravvivere da sole.

E ci riescono, con l'aiuto reciproco. Non sono più gli uomini i protagonisti delle loro vite, ma le loro scelte.

Henriette - l'amante di Saint-Just - sceglie il male minore, un matrimonio senza amore che però le permette di tornare là dove può essere circondata dalle sue simili: la Parigi della rivoluzione, anche se la rivoluzione non è più. Ma è pur sempre il luogo dove succedono le cose e dove può essere sé stessa, almeno fuori dalla casa coniugale.

Babette, giovane vedova con un figlio, scopre di poter amare ancora e di non doversi rintanare dietro uno status di eterna vedovanza.

Charlotte, per chi scrive il personaggio più sfortunato, riesce a lasciarsi dietro le convezioni che la tenevano imprigionata, comprende che l'amore può anche non avere una certificazione ufficiale e riesce a riconciliarsi con la compagna del fratello e con Maxime stesso cominciando a tenere traccia scritta dei suoi ricordi.

Eléonore, la più difficile da decifrare, resta per molto tempo legata alla sua ossessione per Robespierre. Ne esce prima del baratro, e a salvarla sarà di nuovo una donna, Marianne, l'unico personaggio inventato pur se costruito su basi reali (è un miscuglio di caratteri).

Alla fine del romanzo queste quattro donne non avranno più bisogno degli uomini per esistere come individui. Non vivranno più in funzione dei loro compagni e fratelli.

Da soggetti passivi diventeranno soggetti attivi.

E prenderanno la decisione di tramandare il ricordo della Rivoluzione a chi verrà dopo di loro.

Siamo davanti a un romanzo storico che racconta delle donne di una modernità sconcertante, che potrebbero essere nostre contemporanee e che probabilmente vorremmo avere accanto molto più dei loro compagni nei momenti di difficoltà.

Se non è femminismo questo tipo di sorellanza, chi scrive non ha capito nulla del femminismo.

Nocturnales
La copertina del romanzo storico Nocturnales - Le ultime giacobine, di Beatrice Da Vela, pubblicato da Triskell Edizioni

Bombshell: la bomba del #metoo

Bombshell è il nuovo film diretto da Jay Roach che sarebbe dovuto arrivare nelle nostre sale questa primavera grazie a 01 Distribution. Sfortunatamente l'emergenza sanitaria dovuta al COVID-19, ha portato alla chiusura di tutte le sale cinematografiche, quindi si potrà vedere Bombshell sulla piattaforma streaming di Amazon Prime. Gli spettatori italiani potranno gustarsi questo nuovissimo film e scoprire una vicenda prettamente americana poco conosciuta in Europa. Il film di Roach racconta lo scandalo avvenuto nel 2016 nella sede di Fox News che diede il via al movimento femminista noto con il nome di #metoo.

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"Piccole Donne" di Louisa May Alcott: la riscoperta di un classico

Il Robinson Crusoe di Defoe canonizzò un preciso genere letterario, ovvero quello del racconto avventuroso e dai risvolti negativi, che venivano puntualmente appianati dall'ingegno e dalla forza del protagonista anglo-americano. Tale tradizione novellistica ricevette l'epiteto di “robinsonade” per sottolineare i topoi e le costruzioni narrative estrapolate di sana pianta dal capolavoro di Defoe. Nel Nord America la “robinsonade” si trasformò, nel corso del diciannovesimo secolo, in “edisonade” (termine desunto ovviamente dall'inventore statunitense Thomas Edison). Le “edisonate” sono romanzi/racconti colorati da una forte tinta semi-tecnologica e fantascientifica e determinano il primo passo fondamentale all'interno della letteratura steampunk.

Così gli States sono sconquassati dalle bizzarre peripezie di improbabili inventori e scienziati pazzi e allietano le giornate dei lettori più giovani. La juvenile literature presenta quindi una connotazione prevalentemente avventurosa, con personaggi quasi picareschi che si tuffano in situazioni pericolose quanto comiche/goliardiche, ovviamente tale produzione narrativa fu destinata prevalentemente a un pubblico maschile, fruitore dei boys' books.

Su questa scia si incanalerà anche la produzione di Mark Twain che usò i giovani americani come personaggi dei suoi scritti. Il merito di Twain fu quello di stigmatizzare la figura moralista e positivista dei Good Boy (premiati ovviamente con lieti fine) per “innalzare” i bad boys, personaggi scavezzacollo e teppisti del sud, al ruolo di (anti)eroi. Twain non punisce i suoi young men ma, mediante l'uso della parodia, dimostra quanto sia semplice smontare la recita puritana-americana allestita dagli intellettuali del tempo, profondi debitori della sensibility vittoriana. Così la maschera di un'America perfetta, terra dei sogni/nuovo mondo, viene banalmente gettata via per lasciare spazio a un terreno, per quanto brullo e arido, molto più interessante. A fertilizzare le sterminate pianure del mid-west arrivò proprio il neo-linguaggio di Twain che portò alla letteratura americana un pesante impiego di termini gergali, utili alla costruzione di una narrativa nazionale autonoma senza la patina della “madre-patria” britannica.

Piccole Donne Louis May Alcott D'altro canto meno rosea e più fossilizzata è la produzione dei girls' book, testi stilati da autrici donna e che sintetizzano la vita, l'istruzione, le norme comportamentali e il modus operandi delle “giovani americane”. Tali “prodotti” (le scrittrici del tempo scrivevano, saranno molte ad ammetterlo in prima persona, soprattutto per soddisfare i propri bisogni economici, dando uno slancio “industriale” al romanzo giovanile per il pubblico femminile. Ne deriva la giustificazione del termine prodotto) gravitavano principalmente a plasmare la fanciulla in una creatura del focolare domestico, istruita non in quanto “persona” ma nella sua natura di donna ovvero relegata al ruolo di madre e guardiana del nucleo familiare.

Per la stessa ragione era sconsigliato, per non dire vietato, alle giovani donne di leggere i testi destinati ai giovani uomini, così da scongiurare qualsiasi tipo di “corruzione” morale. La letteratura si sobbarca i medesimi obiettivi delle tutrici o dei genitori del tempo, ovvero educare le girls alla pudicizia e preservare la loro casta innocenza. Tale polarizzazione didascalica di stampo patriarcale renderà ancora più evidente la fragile posizione della donna all'interno della società statunitense. Infatti l'accento paternalistico degli editori e degli scrittori d'oltre oceano imponeva di scegliere le letture più adatte alle donne, cristallizzando la loro crescita culturale e personale. Come accennato poc'anzi non interessa a nessuno modellare una “cittadina americana” bensì una moglie ideale, una madre esemplare e una tutrice delle norme comportamentali dell'ambiente domestico. Tale leitmotiv è reso evidente dalla genesi di nuove “figure” cardine del tessuto sociale americano, infatti nasce una mitologia della nursery, ovvero il primeggiare all'interno dei girls' books di quelle protagoniste che sono semplicemente le victorian good girls, figure dall'estetica sobria e graziosa, dal contegno puritano e completamente estranee alla sfere sessuali della vita, che nella età adulta diventano esempi tangibili di morale granitica e dedizione alla propria famiglia.

Piccole Donne Louis May Alcott La Alcott diede alle stampe il suo capolavoro Little Women nel 1868, quattro anni dopo la morte di Hawthorne, fervido critico delle scribbling women che sfornavano romanzi da “scribacchine”, poveri di arte e ispirazione. Piccole Donne non si allontana drasticamente dalle istanze canoniche dei girls' books e dei romanzi di formazione classici della letteratura anglo-americana, ma ha il merito di arricchire un genere univocamente debitore del mondo puritano e domestico. Alcott connota le sorelle March di una verve comica pungente, di un ventaglio di emozioni e sensibilità che spaziano dal sentimento amoroso al carisma magnetico di attore protagonista della american society. Non vuote figure passive della narrazione, bensì entità attive non arrendevoli al pathos peripatetico dei romanzi precedenti di altre autrici.

La fortuna di Louisa May Alcott si concretizza in primis nel tratteggiare nella “letterature per giovinette” un ruolo essenziale nell'adolescenza, che non viene vista come un pallido periodo per lo sviluppo fisico-psichico (declinato al negativo nelle sue accezioni sentimentalmente vuote, ovvero la corsa al marito perfetto) bensì la pubertà si eleva a tornio che affila l'identità personale e proietta le donne nel dibattito politico. Alcott si distacca da chi l'ha preceduta e porta le sorelle March sul palcoscenico del dibattito americano e del ruolo della donna. Le sue protagoniste diventano le casse di risonanza di tutte quelle donne e fanciulle costrette al silenzio nelle prigioni domestiche.

Piccole Donne Louis May Alcott La critica letteraria Lisa Pual sostenne che la juvenile literature femminile occupava un ruolo marginale all'interno del canone letterario statunitense, fossilizzato nel mainstream della white middle-class americana. In parte è vero, quanto la Alcott venne maggiormente analizzata negli anni '80 del secolo scorso, sorte simile alla Montgomery con la sua Anna dai capelli rossi o alla Travers e Mary Poppins. Comunque è doveroso sottolineare che senza l'apporto di tali scrittrici oggi gli studi di genere e l'emancipazione femminista non sarebbero gli stessi, o forse non esisterebbero affatto. Infatti le lotte della Alcott sono evidenziate dalla statura carismatica delle sue protagoniste che al contrario delle statiche “false eroine” del periodo vittoriano non si sviluppano in senso orizzontale (assenza di evoluzione e formazione) ma in natura verticale, raggiungendo uno stadio di profondità personale, sociale e culturale fin da quel momento inedita.

In conclusione credo che la presente edizione data alle stampe da Oscar Vault (ricca di elementi estetici di pregio e accorgimenti tipografici) non sia una semplice riproposizione di un classico della letteratura dell'infanzia (famoso anche per le sue atmosfere natalizie) ma un'occasione importante per riallacciare i rapporti con una sensibility femminile, banalmente edulcorata in passato da una critica letteraria maschilista e insensibile alle evoluzioni della produzione intellettuale femminile.

Piccole Donne Louis May Alcott
La copertina della prima edizione Oscar Draghi di Piccole Donne di Louisa May Alcott, con traduzioni di Chiara Spallino Rocca e Luca Lamberti

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.