Nadia Fusini Possiedo anima Virginia Woolf

Una biografia tutta per sé: Virginia Woolf e le stanze dell’anima

Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, Feltrinelli  - recensione

La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli. Foto di Bianca Sorrentino

Le vite degli altri: esemplari, paradigmatiche, ma in fondo sempre inconoscibili. È possibile, tuttavia, avvicinarsi talvolta al loro mistero; lo dimostra un libro importante dell’anglista Nadia Fusini, edito per la prima volta nel 2006 da Mondadori e ora ripubblicato da Feltrinelli: Possiedo la mia anima. Il segreto di Virginia Woolf. Tenendo ferma nel vento una mappa fatta di frammenti (i diari, le lettere, i romanzi, i saggi della scrittrice novecentesca), la studiosa orienta la sua bussola e lascia che ai piedi del lettore si dispieghi un cammino avventuroso; con una scrittura vivida e sempre significante, Fusini traccia una nuova strada maestra che deve fungere da modello per chi si occupa di divulgazione, per chi intende la biografia non come sterile encomio, ma come percorso di avvicinamento alla verità, ammesso che ve ne sia una sola.

In ascolto dei dettagli, della poesia delle cose penultime, l’autrice lascia emergere i nodi insoluti dell’infanzia, ricostruisce antiche ferite che ancora sanguinano, rivela bisogni, libertà e pudicizie; Fusini non si limita cioè a sviscerare il noto, a obbedire alla dittatura della curiosità morbosa, ma con senso di responsabilità affronta le ombre di Virginia Woolf e, tenendosi alla giusta distanza da quegli abissi, ne tratteggia la vertigine, avvertendone insieme il pericolo e la fascinazione.

L’esistenza della scrittrice inglese, così raccontata, non è mai ridotta a oggetto da analizzare al microscopio con freddezza, anzi pretende partecipazione convinta: il lettore sente di essere chiamato in causa in prima persona, perché è l’autrice stessa a rivolgerglisi facendo appello a quelle intime fragilità che costituiscono il sostrato comune che rende simili gli esseri umani. È proprio Fusini a riconoscere l’ascendenza di un tale paradigma: rispetto alle vite dei santi, questa biografia di Virginia Woolf potrebbe in effetti essere il corrispettivo «laico di un bisogno antico di guida». Attraverso l’esperienza di un’altra, è come se anche noi avessimo la possibilità di vivere intensamente, di respirare per un po’ l’ebbrezza della moltitudine, di rivendicare l’unità dell’esistenza che nello smarrimento del quotidiano non riusciamo ad afferrare.

La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli. Foto di Bianca Sorrentino

L’insegnamento più significativo che si ricava dalle pagine di questo volume ha a che fare con la conquista di sé, con la padronanza del proprio destino: monito, questo, che risuona in tutta la sua gravità in questo tempo che ci condanna ad essere spesso spettatori della nostra stessa vita, nonostante la bolla generata dai social ci illuda di essere invidiati protagonisti. Nel vortice inarrestabile della malattia, fiaccata da ripetuti inciampi ma mai davvero rassegnata alla resa, Virginia Woolf compie un piccolo, grande passo verso la ricerca di sé, che è anche un passo verso la libertà: il proprio personale, metaforico cammino verso il faro.

«Per quel che riguarda Virginia è sempre più chiaro che quel simbolo lo possiede scrivendo. Possiede se stessa scrivendo. E diventa sempre più quel che è, cioè una vera donna. […] E se scrivere è la cura, è perché le offre il tempo logico in cui le viene restituito quel tempo che, in senso cronologico, la vita le ruba, ci ruba».

Nulla è reale per Virginia Woolf, se non quando scrive; ed è sulla pagina letteraria che con pienezza si ricompone la molteplicità sfaccettata della sua esistenza: una storia di abbandoni e strappi, dall’infanzia violata a Kensington alla giovinezza nel quartiere bohémien di Bloomsbury, dal matrimonio solido con Leonard al legame viscerale con Vita; e poi il femminismo, l’androginia, lo sguardo sempre rivoluzionario sul mondo e sulla letteratura; la vulnerabilità, le insicurezze, ma anche il coraggio e l’indipendenza intellettuale, fino al trionfo della morte, un inesorabile dir di sì alle acque fatali. In ogni cosa risuona Virginia con le sue contraddizioni senza rimedio, risuona quel segreto inafferrabile che Nadia Fusini magistralmente ci esorta ad ascoltare.

Nadia Fusini Possiedo la mia anima Virginia Woolf
La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Stai zitta Michela Murgia

Del perché non conviene dire "Stai zitta" a una donna

Michela Murgia, Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più (2021) - Recensione

Michela Murgia scrive, parla, intervista, spiazza. Lo fa da anni.

Da anni la conosco e ne ho visto la crescita e la progressiva occupazione di spazi, che detta così sembra una guerra.

In effetti sotto alcuni punti di vista è una guerra. Una guerra per riuscire a trovare i propri spazi e canali e non essere relegata a ruoli in cui lei non ha intenzione di farsi relegare: madre, donna che sta zitta, donna in secondo piano dove in primo piano può stare solo un uomo. Perché? Perché è ovvio che un uomo debba stare in primo piano mentre la donna è una sua appendice. O meglio, è qualcosa che non essendo uomo non può avere la minima autorevolezza per poter discutere alla pari, a volte persino meglio, di un uomo.

Stai zitta, un saggio di poche pagine - si legge in poche ore, sperimentato - , riporta puntualmente ciò a cui va incontro qualsiasi donna che si permetta di non voler essere relegata a ruoli stabiliti da maschi convinti che la femmina sia in fondo un'anomalia di sistema, e che non si debba permettere di provare ad avere una sua autonomia nel sistema stesso.

Il titolo prende spunto proprio dalla reazione scomposta di Raffaele Morelli, incalzato dalle domande di Michela Murgia sul 'femminile innato' di cui stava parlando durante un'intervista radiofonica di cui è ancora disponibile il filmato in rete.

Stai zitta Michela Murgia
La copertina del saggio Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più di Michela Murgia, pubblicato da Giulio Einaudi Editore (2021) nella collana Super ET Opera viva

È un saggio che non dice nulla di nuovo, se si è stati bene attenti a ciò che succedeva negli ultimi anni a donne che gradualmente stanno dimostrando di non avere nulla da invidiare agli uomini che primeggiano nei loro stessi settori.

Vengono citate Samantha Cristoforetti e Vera Gheno, Rita Levi Montalcini, Liliana Segre.

La stessa Murgia racconta le sue esperienze personali, da cui in effetti prendono vita tutti i capitoli o quasi del libro. Sono tutte esperienze di cui si trova traccia in rete, verificabili. In rete si trova anche il chiacchiericcio di fondo che hanno scatenato, ma i fatti esistono ancora e si possono cercare.

Ogni capitolo parla di una frase che qualsiasi donna prima o poi ha incontrato nella vita.

Spesso se le è sentite rivolgere e le ha sentite rivolgere ad altre donne. A volte le ha rivolte lei stessa.

Sono tutte frasi tipiche di una cultura patriarcale. Oddio, il patriarcato. Che brutta parola. Ormai parlare di patriarcato fa venire i brufoli.

E invece è il caso di chiamare le cose con il loro nome. Sì, lo dice Michela ma la prima volta che ho sentito dire questa cosa non mi interessava il femminismo, perché pensavo di non averne bisogno e perché avevo altri problemi da risolvere. La prima volta che l'ho sentito ero seduta sulla poltrona della mia analista. Che ha detto anche un'altra cosa: quando dai un nome a qualcosa allora quella cosa esiste. Diventa reale. Paradossalmente diventa anche affrontabile.

Quindi chiamiamola col suo nome, questa cosa che ci portiamo dietro da quando nasciamo, tutti, indistintamente.

Perché il patriarcato non riguarda solo gli uomini.

 

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Riguarda anche le donne che vi sono cresciute in mezzo e che a causa del patriarcato si sono sentite dire ogni giorno della loro vita che un uomo conta di più, sempre e comunque.

Allora a una donna si può dire di stare zitta, quando sta parlando un uomo. Si può dire che può raggiungere tutti i risultati professionali che vuole ma se non ha un compagno e dei figli - soprattutto dei figli, perché una donna deve assolvere il suo compito primario di incubatrice - la sua vita non è abbastanza. Si può spiegare tutto, a una donna, anche quello che conosce già e spesso molto meglio dell'interlocutore, come se fosse una bambina da educare. Questo si chiama mansplaining, minchiarimento nella sua traduzione italiana per cui ringraziamo ora e sempre un amico di Giulia Blasi.

Si può dire, alle donne, che ogni riferimento volgare al loro corpo è un complimento di cui non devono lamentarsi. Perché le donne sono sempre a disposizione, in ogni momento. Anche quando vengono premiate per il loro lavoro. Anche quando sono sul lavoro. Anche quando camminano per strada e qualche uomo le nota e decide di esprimere apprezzamenti sul loro culo, o sulla loro persona. Spesso sono le donne stesse a difendere questi presunti complimenti, perché esistono donne a cui fanno piacere. Hanno imparato a farseli piacere. Aspirano a sentirli. Come se fossero davvero convinte che il loro unico scopo nella vita sia sentirsi fare un complimento volgare in un momento estemporaneo da uno sconosciuto.

Non dice nulla di nuovo, Michela Murgia. Eppure è un non dire niente di nuovo che ha un peso enorme. Perché è un niente di nuovo che per troppo tempo non è stato chiamato col suo nome.

E adesso che finalmente viene chiamato con il suo nome infastidisce soprattutto chi ha tutto l'interesse a non sentirlo mettere in discussione soprattutto da una donna.

Quindi sarebbe il caso di leggere questo libro che non dice nulla di nuovo ma lo dice a voce alta e con parole precise e puntuali.

Serviva, questa messa in fila di niente di nuovo. Serviva a me che spesso non trovo le parole giuste per esprimermi e serve soprattutto a chi non ha ancora trovato una definizione per questo niente di nuovo.


Il femminismo è per tutt*, parola di Giulia Blasi

Giulia Blasi è femminista.

Si occupa da anni di femminismo e del modo migliore per cercare di spiegare il femminismo alle nuove generazioni.

La copertina del Manuale per ragazze rivoluzionarie di Giulia Blasi, pubblicato da Rizzoli (2018) nella collana Varia

Lo aveva fatto con il Manuale per ragazze rivoluzionarie, già due anni fa, che ho letto e consigliato di leggere a chiunque nonostante il rosa shocking della copertina. Perché il rosa non è un colore per donne, è un colore per chi gli piace. Un po’ come il femminismo che non è una cosa da donne, è una cosa per chiunque sia interessat* a essere femminista (nota a margine: da qualche tempo sto cercando di usare un linguaggio più inclusivo. In questo caso ho scelto l'asterisco, che è facilmente reperibile su qualsiasi tastiera. Di solito prediligo lo schwa, un simbolo fonetico che amo molto perché  lo pronuncio alla napoletana. Per qualsiasi informazione sullo schwa e sul dibattito sul linguaggio inclusivo vi consiglio di seguire, leggere e commentare Vera Gheno, un’altra femminista che parla con competenza di linguistica essendo una sociallinguista).

Giulia Blasi Rivoluzione Z femminismo
La copertina di Rivoluzione Z di Giulia Blasi, pubblicato da Rizzoli (2020) nella collana Varia

In Rivoluzione Z Giulia Blasi diventa molto più esplicita. Anzitutto si rivolge alle generazioni di giovani adolescenti, diciamo dai 13 anni in poi. Alle ragazze, da principio. Anche se non parla solo alle ragazze di 13 anni.

Per tutta la prima parte di questo manuale ho avuto la netta sensazione che parlasse direttamente alla me degli anni 80, quando l’adolescenza, magari non a 13 anni ma a 15 di sicuro, era la mia.

Giulia parte dalla sua esperienza di inadeguatezza alle richieste che venivano fatte allora a noi con i cromosomi XX. Ecco, per molti versi la sua inadeguatezza è stata anche la mia, incluso il suo essere quella che i maschi vedevano come una pari.

Forse per questo motivo a partire più o meno dalla metà del manuale si rivolge direttamente ai maschi. Qualsiasi maschio, pure quello a cui piacciono gli uomini o che non ha ancora deciso cosa gli piace e forse non ha nemmeno tanta intenzione di decidere.

Una seconda parte che a una come me fa pensare 'Finalmente'.

Sì, perché qui partiamo sempre dalla convinzione che i maschi non siano vittime del patriarcato, che loro ne siano immuni, anzi.

E invece esiste una buona fetta di femminist* che sanno alla perfezione come il patriarcato provoca danni non solo alle donne che devono essere in quel modo perché sono un'appendice del maschio, ma agli uomini stessi che non si adeguano all'idea di maschio che viene propagata di continuo.

E i danni peggiori che perpetra il patriarcato cominciano a radicarsi per bene proprio in adolescenza.

L'infanzia è ancora un momento in cui bambine e bambini sono più o meno alla pari, dipende sempre dalla condizione socioeconomica e culturale della famiglia, ma esiste un lunghissimo limbo in cui in infanzia molto spesso le differenze tra i due generi non sono in apparenza così marcate o almeno sono sostenibili. Certo, magari non discutiamone con una famiglia di Rozzano vecchia o della Barona degli anni '80, o di qualsiasi altra periferia del mondo, perché lo scenario potrebbe cambiare completamente. Pensiamo a una situazione di ceto medio, con una condizione economica sana, due genitori con stipendi da impiegati che hanno studiato almeno fino al liceo, persino con una cultura universitaria o equipollente.

Più o meno le famiglie che frequentiamo abitualmente noi top* di libreria e biblioteca.

Appena arriva l'adolescenza (e negli ultimi anni l'adolescenza è sempre più precoce) comincia il problema reale.

Perché le aspettative su maschi e femmine diventano una prerogativa non solo della famiglia ma di tutta una comunità fatta da amici e amiche che fanno da seconda famiglia, spesso anche da seconda pelle.

E per l'adolescente diventa più complicato sfuggire alle aspettative in un contesto dove sono i suoi pari a volere un certo conformismo.

Con gli anni ci si rende conto che spesso questo conformismo è molto meno tollerante verso l'adolescente maschio.

Un'adolescente femmina che non vuole essere una femmina come la disegna qualcun altr* vive una serie di problemi, ma alla fine il massimo che può trovarsi addosso è l'etichetta di maschiaccio (in ambienti dove non esiste il disprezzo per una qualsiasi altra preferenza di genere, altrimenti si può essere apostrofate come lesbiche, e non è un complimento. Chiedetemi come lo so).

Il maschio adolescente è chiamato a dimostrare di essere uno a cui piacciono le donne senza se e senza ma, deve essere portato per i giochi rudi, o competitivi, ha da puzzare, diceva Gioele Dix nei panni di Ravanelli all'epoca di Mai dire Gol. Gentilezza? Bandita. Poesia? Manco a parlarne. Può studiare, eh, ma a una certa deve per forza uscire per andare a giocare a calcio con gli amici. E deve fare apprezzamenti su tette e culo. Di qualsiasi ragazza.

Altrimenti come minimo è gay. Pure quando non lo è. È gay lo stesso.

Giulia sa perfettamente tutte queste cose. Essendo stata l'amica dei maschi, a cui veniva raccontata qualsiasi cosa, ha recepito tutto quello che le è stato raccontato.

E a giudicare da come parla con gli adolescenti di oggi, come spiega le ragazze e il mondo in cui sono costrette a muoversi e gli ostacoli che si trova davanti un adolescente maschio del 2020, pare che i problemi siano sempre quelli. Con degli strumenti ulteriori che noi non avevamo e che se possibile li centuplicano.

I social network e l'uso che ne fanno i millennials.

Solo per questa analisi che si basa sulla conoscenza diretta dei social usati da* ragazz* vale la pena leggere Rivoluzione Z, a patto di essere interessat* alla questione 'come far sì che gli adolescenti e le adolescenti diventino persone in grado di scegliere chi vogliono essere schivando per quanto possibile i danni del patriarcato?'.

Ecco, se vi interessa, dovete leggerlo. Senza se e senza ma.

Foto tratta dalla manifestazione Friday for future del 15 marzo 2019. Foto di Giuliana Dea

poeti giapponesi

Poeti giapponesi: scoprire la modernità attraverso i versi della nuova tradizione letteraria

Poeti giapponesi: scoprire la modernità

attraverso i versi della nuova tradizione letteraria

intervista a Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi

Lo splendido volumetto Poeti giapponesi, edito per la collezione di poesia di Einaudi, è un'occasione unica per confrontarsi con la letteratura del Sol Levante. Un'occasione, ripeto, per conoscere la caratura artistica di alcuni autori che difficilmente possono essere conosciuti nel nostro Paese.

A differenza della narrativa romanzata, dei saggi storici o artistici, le forme poetiche nipponiche che spesso pervengono nel nostro Paese sono di deriva:zione medievale-moderna. Tale limite porta al lettore a pensare che ben poco sia stato prodotto dopo il 1800 in Giappone, quando in realtà, l'apertura dei nuovi spazi e delle nuove frontiere e poi a seguito della sciagura atomica del '45 hanno permesso all'arcipelago di codificare nuove forme poetiche del tutto caratterizzate e svincolate da altre particelle poetiche più classiche.

Ma credo sia molto più interessante lasciare la parola ai curatori dell'antologia Poeti giapponesi, che rispondendo al sottoscritto hanno preparato una splendida introduzione al mondo nipponico e alle sue intense sfumature.

 

Ringraziamo Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi, curatori dell'antologia Poeti giapponesi, che hanno risposto alle domande di ClassiCult.

Peoti giapponesi
La copertina dell'antologia Poeti giapponesi, a cura di Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi, pubblicata da Giulio Einaudi Editore

Questa antologia conferma che a volte il punto di vista occidentale conserva ancora oggi una dimensione prospettica distorta, perché si è popolarmente soliti incasellare la poetica giapponese soltanto nella sua forma breve di Haiku, e i più esperti si fermano al Tanka. Quanto considerate importante esplorare la contemporaneità letteraria giapponese e come si colloca l'antologia Poeti giapponesi, in tal senso?

Forse parlare di dimensione prospettica “distorta” è eccessivo. La poesia classica giapponese (tanka, haiku e altri generi) ha una tradizione e una dimensione tale da giustificare la posizione di rilievo che occupa in un’ottica internazionale. Se però la preferenza che viene accordata a questo genere dipende da un pregiudizio che vede nella poesia tradizionale (e solo in quella) lo “spirito”, l’“anima” del Giappone e ritiene che la poesia moderna in verso libero sia una semplice “imitazione” di quella occidentale, allora certo si può parlare di un errore di interpretazione, quanto meno. Non esiste una simmetria tra il modo in cui la cultura poetica occidentale ha recepito lo haiku e quello con cui quella giapponese si è appropriata del verso libero. Nel primo caso infatti si tratta di un apprezzamento che sfiora appena - o forse non sfiora affatto - quella evoluzione di sensibilità, criteri e stili che trova spazio nella storia della letteratura. Nel secondo, si è trattato di un processo talmente profondo e generalizzato da trasformare permanentemente non solo la forma espressiva (il linguaggio), ma anche il messaggio poetico. La poesia in verso libero, introdotta alla fine dell’Ottocento si è inserita perfettamente nello spazio culturale giapponese del XX secolo, si è sviluppata in modo autonomo, originale e ha raggiunto risultati tali da giustificare perfettamente la proposta di una antologia. Certo, coprire tutto il Novecento avrebbe richiesto uno spazio ben più ampio di quello che ci è stato concesso e allora abbiamo preferito limitare le nostre scelte ad un arco di tempo che andasse dalla fine degli anni ’50 ai giorni nostri, ampliando però nei limiti del possibile il numero dei poeti inclusi, dai più famosi alle generazioni più giovani ancora poco conosciute.

Il fungo atomico di Hiroshima. Foto di George R. Caron - National Archives and Records Administration - National Archives Identifier (NAID) 542192, in pubblico dominio

Quanto ha inciso la storia bellica nell'immaginario nipponico? Possiamo parlare di una sensibilità giapponese post-atomica anche nelle sue forme espressivo-poetiche?

La presenza della guerra del Pacifico, del bombardamento atomico e più in generale delle armi nucleari occupa un posto ben definito e conta su nomi di grandi scrittori, primo fra tutti Ōe Kenzaburō, premio Nobel 1994. Nel campo specifico della poesia, forse la riflessione più immediata e più carica di partecipazione emotiva è stata sviluppata soprattutto nei primi anni del dopoguerra (e quindi non è rientrata nei limiti nell’antologia), portata avanti da poeti che sono stati testimoni diretti e anche vittime dell’esplosione: Tōge Sankichi o Kurihara Sadako. Successivamente la prospettiva si è ampliata, spostandosi dal passato al futuro dell’era nucleare. La fusione della centrale atomica di Fukushima dopo il terremoto e lo tsunami del marzo 2011 ha drammaticamente riproposto la questione e ha visto impegnati poeti e scrittori giovani e meno giovani. Le poesie di Wagō Ryōichi, presenti nell’Antologia rappresentano un esempio di come ci si sforzi, anche attraverso lo sperimentalismo, di tradurre in poesia, con tutto il suo bagaglio di simboli e di rimandi, tragici fatti di cronaca sfuggendo al rischio da un lato della retorica e dall’altro della banalizzazione.

Mike Weightman esamina il reattore 3 a Fukushima, come leader del team IAEA. Fukushima è uno dei temi più frequenti nei lavori dei poeti giapponesi contemporanei. Foto Flickr copyright: IAEA Imagebank, Credit: Greg Webb / IAEA, CC BY-SA 2.0

Quanto è importante la figura di Lafcadio Hearn per comprendere il patrimonio mito-poietico e folklorico giapponese? Ovviamente anche nella sua accezione di "divulgatore"

Curiosa la comparsa di Lafcadio Hearn in questo set di domande, visto che appunto il suo apporto è riconosciuto nel campo della prosa e della divulgazione della tradizione folcloristica giapponese, almeno nel suo profilo di produttore e non di fruitore. Una risposta pertinente ci porterebbe lontano dai nostri ambiti, ma nello stesso tempo è una coincidenza felice, in quanto Lafcadio Hearn viene citato indirettamente in una poesia dell’Antologia, “Nashte Moonen” (Nasty morning) dell’autrice Itō Hiromi. E la citazione ha a che vedere con un aspetto importantissimo della poesia in verso libero: la scoperta delle immense possibilità della lingua nonché l’approfondirsi del mistero che si accompagna a questa scoperta. Lafcadio Hearn e la moglie Setsu, nel cercare di avvicinarsi l’uno alla lingua dell’altra furono capaci di creare una sorta di “terra di mezzo”, in cui le due lingue si mescolavano in maniera del tutto irregolare eppure armoniosa, senza mai arrivare ad appartenere del tutto ad uno dei due versanti. Il risultato che possiamo leggere negli scambi epistolari è nel vero senso della parola una “nuova possibilità”, in cui la lingua dell’altro, pur restando misteriosa, non distanzia; anzi (nella lettura di Itō) attraverso una trasfigurazione di forte impatto sensuale diventa un’appendice di conoscenza, non un’antenna metallica e solitaria, piuttosto un morbido tentacolo che avvolge l’altro, lo solletica, lo penetra e si fa penetrare.

Lafcadio Hearn/Koizumi Yakumo e sua moglie Sestu. Foto di ignoto (pre-1904) su testo, in pubblico dominio

Lafcadio Hearn, che scrisse in giapponese senza conoscere realmente la lingua, è un simbolo efficace per uno degli aspetti più ricorrenti tra le tematiche dell’antologia: il costante interrogativo legato alla ricerca del “linguaggio giusto” in cui gli autori – e non limitatamente a quelli che sono dislocati all’estero o di etnia diversa da quella locale – si confrontano con l’unico strumento che hanno tra le mani cercando di capire volta per volta come meglio adattarlo a delle problematiche (personali o socialmente condivise) in continua evoluzione, probabilmente senza mai raggiungere una risposta definitiva.

 

Quali sono le ragioni che hanno portato a una tardiva risposta femminile? Ad esempio, il boom di produzione poetica relativa si colloca soltanto verso gli anni '80 del secolo scorso

Direi che quella femminile forse più che tardiva è stata un’avanzata più sommessa, all’inizio rimasta un po’ nell’ombra, non tanto nei confronti della produzione poetica maschile, quanto piuttosto rispetto alla clamorosa e inarrestabile avanzata di autrici “sorelle” che sceglievano di scrivere opere in prosa. Poi il movimento femminista ha in qualche modo aiutato a dare una spinta in questo senso, mettendo in luce quanto le voci femminili, non solo nella prosa ma anche nella poesia, potessero essere libere, meno condizionate, più spregiudicate e combattive della controparte maschile.

Poeti giapponesi
Kamo no Chōmei, in una raffigurazione di Kikuchi Yōsai in pubblico dominio

Tradizione e progresso: la poesia nipponica contemporanea come si schiera tra queste due correnti di sensibilità sociali?

Si può dire che le abbracci entrambe. Ma non nell’abusata percezione di un Giappone che si rinnova conservando la tradizione nel cuore della modernità. La poesia a verso libero, dopo le prime spinte nell’immediato dopoguerra a raggiungere un’autonomia chiaramente percepibile dal filone tradizionale, non ha mai mostrato particolare ostilità per l’immenso patrimonio di temi e di sensibilità che gli forniva il bacino della poesia classica. E di questo offrono ottima testimonianza numerose composizioni all’interno dell’antologia (in realtà molte di più di quelle presenti, se non che si è scelto di dare preferenza a temi più immediatamente riconoscibili al lettore non specialista): da quelle che traggono ispirazione da temi centrali della tradizione classica come le mitologie della fondazione o i “Ricordi del mio eremo” di Kamo no Chōmei, o ancora dall’apparire all’interno del verso libero di cadenze ritmiche basate sulla combinazione di 5 e 7 more, oggi molto conosciute grazie alla diffusione dello haiku. Nelle sue migliori espressioni, la poesia contemporanea bilancia con grande abilità i prestiti dal passato senza che questo metta in discussione la sua identità. Non si tratta di “hommages”, cioè tributi dovuti o di una attualizzazione della tradizione, la possibilità di applicarla al mondo contemporaneo: una delle cose più piacevoli nel comporre questa antologia è stata la scoperta di quanto il gioco, il trastullo, il divertissement fine a se stesso guidi ancora la mano di autori che pure sono capaci di investigare realtà molto complesse, perché la libertà del “verso libero” è arrivata a coinvolgere molto più della sola metrica.

La copertina dell'antologia Poeti giapponesi, a cura di Maria Teresa Orsi e Alessandro Clementi Degli Albizzi, pubblicata da Giulio Einaudi Editore

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 

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Vi avevo detto: scrittori suicidi o poesie giapponesi? Facciamo metà e metà. ⠀ Kawabata è stato uno dei più grandi scrittori della storia nipponica e quando vinse il premio nobel per la letteratura disse “la scrittura è un preludio all'abisso“. Mai parole furono più vere visto che ci lasciò nel 1972, probabilmente morendo volontariamente soffocato dal gas della sua cucina. ⠀ Perché parlo di suicidio e poesia? No non voglio romanticizzare la morte di qualcuno, bensì narrarvi l'ansia che provo dietro quel gesto. Quando uno scrittore muore suicida io sono sempre molto interessato, perché costui mi ha privato delle sue storie? Forse c'è un ultima storia, un'ultima poesia, un ultimo frammento di carta che racconta la Fine. Ma non lo sapremo mai. Mi affascinano queste persone, perché abbandonano questo mondo, ma le loro parole mai. Tranne le ultime. Non so se mi spiego. ⠀ Tra le tante poesie che amo in questa raccolta sono rimasto sedotto dalla Fiamma di Mikato ⠀ ⛩chi mi tocca solleva grida di terrore ma io non lo so se sono calda o fredda perché non sono mai ferma nello stesso posto e quello che ero un attimo prima già non c'è più Per me bruciare è il continuo ripetersi dell'addio ⠀ Se volete conoscere bene i dettagli di questa pubblicazione su @classicultit ci sarà un articolo specialistico sulla poesia giapponese dove ho intervistato i curatori italiani dell'antologia. ⠀ Intanto vi saluto dicendo che da ora in avanti con l'hastag troverete tutti i miei futuri post a tema suicidio letterario. Oggi era una presentazione ⛩ ⠀ Fatemi sapere se vi interessano questi temi, che tratterò con delicatezza, e se amate la poesia. Buon inizio settimana 📝

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Foto di Hong Daewoong

Il coraggio di Irene. Viaggio nella Calabria di "Le tre notti dell'abbondanza"

Stavolta vi porto in un piccolo paese della Calabria, ed esattamente a Fosco, un borgo “accecato dalla luce, a dispetto del nome che era uno straccio di cotone buttato sulle case”. Siamo negli anni ’80.

Di seguito, la recensione procede con accenni alla trama del romanzo.

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La Rivoluzione delle donne giacobine: le Nocturnales di Beatrice Da Vela

Il notturlabio è uno strumento che serve per la misurazione degli astri, un corrispettivo dell'astrolabio.

Dal notturlabio Beatrice Da Vela prende il titolo per il suo Nocturnales (Triskell Edizioni), la storia di quattro donne giacobine rimaste a portare avanti la memoria della rivoluzione terminata nel Termidoro 1794, con la morte di Robespierre e dei suoi ultimi sostenitori.

Notturlabio francese del Seicento, presso lo Oxford University Museum of the History of Science. Foto Flickr di takomabibelot, CC BY 2.0

Le Nocturnales sono Eléonore, Babette, Henriette: donne che credono nella rivoluzione e nei loro uomini e costrette a fare i conti con la fine dell'ideale giacobino quando tutto finisce.

A loro si aggiunge Charlotte, sorella di Robespierre, che degli avvenimenti è una vittima: non le interessa la politica, vorrebbe forse una vita normale, ma il suo cognome la costringe a prendersene carico.

Siamo in presenza di un romanzo storico, preciso nel suo racconto, puntuale nelle descrizioni e nella ricerca delle fonti, dove ha potuto trovarle perché sulle donne della Rivoluzione Francese c'è stata una rimozione lunga duecento anni.

Ma siamo soprattutto in presenza di una storia femminista.

E non è un modo di dire.

All'inizio vediamo quattro donne rimaste sole dopo la morte o la carcerazione dei loro uomini: donne che resistono alla prigione con tutti i mezzi a loro disposizione, nel caso di Charlotte anche cedendo a un ricatto. O con un matrimonio che restituisce moralità, nel caso di Henriette.

Nocturnales Le ultime giacobine Beatrice Da Vela
La copertina di Nocturnales - Le ultime giacobine, di Beatrice Da Vela. Foto di Giuliana Dea

Eppure queste donne sole hanno qualcosa che le accomuna, volenti o meno: hanno condiviso l'ideale di un mondo più equo ereditato dai loro uomini e possono ancora contare sull'aiuto reciproco.

C'è un grandissimo balzo in avanti nella coscienza di queste quattro donne, evidente anche nel racconto. Finché sono costrette a misurare le parole come si conviene ai veri rivoluzionari sono soggetti passivi delle loro vite. Tutto ruota intorno alle grandissime personalità, destinate anche alla memoria nei libri di storia, di Robespierre, Saint-Just, Le Bas.

Quando i loro uomini spariscono dall'orizzonte devono sopravvivere da sole.

E ci riescono, con l'aiuto reciproco. Non sono più gli uomini i protagonisti delle loro vite, ma le loro scelte.

Henriette - l'amante di Saint-Just - sceglie il male minore, un matrimonio senza amore che però le permette di tornare là dove può essere circondata dalle sue simili: la Parigi della rivoluzione, anche se la rivoluzione non è più. Ma è pur sempre il luogo dove succedono le cose e dove può essere sé stessa, almeno fuori dalla casa coniugale.

Babette, giovane vedova con un figlio, scopre di poter amare ancora e di non doversi rintanare dietro uno status di eterna vedovanza.

Charlotte, per chi scrive il personaggio più sfortunato, riesce a lasciarsi dietro le convezioni che la tenevano imprigionata, comprende che l'amore può anche non avere una certificazione ufficiale e riesce a riconciliarsi con la compagna del fratello e con Maxime stesso cominciando a tenere traccia scritta dei suoi ricordi.

Eléonore, la più difficile da decifrare, resta per molto tempo legata alla sua ossessione per Robespierre. Ne esce prima del baratro, e a salvarla sarà di nuovo una donna, Marianne, l'unico personaggio inventato pur se costruito su basi reali (è un miscuglio di caratteri).

Alla fine del romanzo queste quattro donne non avranno più bisogno degli uomini per esistere come individui. Non vivranno più in funzione dei loro compagni e fratelli.

Da soggetti passivi diventeranno soggetti attivi.

E prenderanno la decisione di tramandare il ricordo della Rivoluzione a chi verrà dopo di loro.

Siamo davanti a un romanzo storico che racconta delle donne di una modernità sconcertante, che potrebbero essere nostre contemporanee e che probabilmente vorremmo avere accanto molto più dei loro compagni nei momenti di difficoltà.

Se non è femminismo questo tipo di sorellanza, chi scrive non ha capito nulla del femminismo.

Nocturnales
La copertina del romanzo storico Nocturnales - Le ultime giacobine, di Beatrice Da Vela, pubblicato da Triskell Edizioni

Bombshell: la bomba del #metoo

Bombshell è il nuovo film diretto da Jay Roach che sarebbe dovuto arrivare nelle nostre sale questa primavera grazie a 01 Distribution. Sfortunatamente l'emergenza sanitaria dovuta al COVID-19, ha portato alla chiusura di tutte le sale cinematografiche, quindi si potrà vedere Bombshell sulla piattaforma streaming di Amazon Prime. Gli spettatori italiani potranno gustarsi questo nuovissimo film e scoprire una vicenda prettamente americana poco conosciuta in Europa. Il film di Roach racconta lo scandalo avvenuto nel 2016 nella sede di Fox News che diede il via al movimento femminista noto con il nome di #metoo.

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"Piccole Donne" di Louisa May Alcott: la riscoperta di un classico

Il Robinson Crusoe di Defoe canonizzò un preciso genere letterario, ovvero quello del racconto avventuroso e dai risvolti negativi, che venivano puntualmente appianati dall'ingegno e dalla forza del protagonista anglo-americano. Tale tradizione novellistica ricevette l'epiteto di “robinsonade” per sottolineare i topoi e le costruzioni narrative estrapolate di sana pianta dal capolavoro di Defoe. Nel Nord America la “robinsonade” si trasformò, nel corso del diciannovesimo secolo, in “edisonade” (termine desunto ovviamente dall'inventore statunitense Thomas Edison). Le “edisonate” sono romanzi/racconti colorati da una forte tinta semi-tecnologica e fantascientifica e determinano il primo passo fondamentale all'interno della letteratura steampunk.

Così gli States sono sconquassati dalle bizzarre peripezie di improbabili inventori e scienziati pazzi e allietano le giornate dei lettori più giovani. La juvenile literature presenta quindi una connotazione prevalentemente avventurosa, con personaggi quasi picareschi che si tuffano in situazioni pericolose quanto comiche/goliardiche, ovviamente tale produzione narrativa fu destinata prevalentemente a un pubblico maschile, fruitore dei boys' books.

Su questa scia si incanalerà anche la produzione di Mark Twain che usò i giovani americani come personaggi dei suoi scritti. Il merito di Twain fu quello di stigmatizzare la figura moralista e positivista dei Good Boy (premiati ovviamente con lieti fine) per “innalzare” i bad boys, personaggi scavezzacollo e teppisti del sud, al ruolo di (anti)eroi. Twain non punisce i suoi young men ma, mediante l'uso della parodia, dimostra quanto sia semplice smontare la recita puritana-americana allestita dagli intellettuali del tempo, profondi debitori della sensibility vittoriana. Così la maschera di un'America perfetta, terra dei sogni/nuovo mondo, viene banalmente gettata via per lasciare spazio a un terreno, per quanto brullo e arido, molto più interessante. A fertilizzare le sterminate pianure del mid-west arrivò proprio il neo-linguaggio di Twain che portò alla letteratura americana un pesante impiego di termini gergali, utili alla costruzione di una narrativa nazionale autonoma senza la patina della “madre-patria” britannica.

Piccole Donne Louis May Alcott D'altro canto meno rosea e più fossilizzata è la produzione dei girls' book, testi stilati da autrici donna e che sintetizzano la vita, l'istruzione, le norme comportamentali e il modus operandi delle “giovani americane”. Tali “prodotti” (le scrittrici del tempo scrivevano, saranno molte ad ammetterlo in prima persona, soprattutto per soddisfare i propri bisogni economici, dando uno slancio “industriale” al romanzo giovanile per il pubblico femminile. Ne deriva la giustificazione del termine prodotto) gravitavano principalmente a plasmare la fanciulla in una creatura del focolare domestico, istruita non in quanto “persona” ma nella sua natura di donna ovvero relegata al ruolo di madre e guardiana del nucleo familiare.

Per la stessa ragione era sconsigliato, per non dire vietato, alle giovani donne di leggere i testi destinati ai giovani uomini, così da scongiurare qualsiasi tipo di “corruzione” morale. La letteratura si sobbarca i medesimi obiettivi delle tutrici o dei genitori del tempo, ovvero educare le girls alla pudicizia e preservare la loro casta innocenza. Tale polarizzazione didascalica di stampo patriarcale renderà ancora più evidente la fragile posizione della donna all'interno della società statunitense. Infatti l'accento paternalistico degli editori e degli scrittori d'oltre oceano imponeva di scegliere le letture più adatte alle donne, cristallizzando la loro crescita culturale e personale. Come accennato poc'anzi non interessa a nessuno modellare una “cittadina americana” bensì una moglie ideale, una madre esemplare e una tutrice delle norme comportamentali dell'ambiente domestico. Tale leitmotiv è reso evidente dalla genesi di nuove “figure” cardine del tessuto sociale americano, infatti nasce una mitologia della nursery, ovvero il primeggiare all'interno dei girls' books di quelle protagoniste che sono semplicemente le victorian good girls, figure dall'estetica sobria e graziosa, dal contegno puritano e completamente estranee alla sfere sessuali della vita, che nella età adulta diventano esempi tangibili di morale granitica e dedizione alla propria famiglia.

Piccole Donne Louis May Alcott La Alcott diede alle stampe il suo capolavoro Little Women nel 1868, quattro anni dopo la morte di Hawthorne, fervido critico delle scribbling women che sfornavano romanzi da “scribacchine”, poveri di arte e ispirazione. Piccole Donne non si allontana drasticamente dalle istanze canoniche dei girls' books e dei romanzi di formazione classici della letteratura anglo-americana, ma ha il merito di arricchire un genere univocamente debitore del mondo puritano e domestico. Alcott connota le sorelle March di una verve comica pungente, di un ventaglio di emozioni e sensibilità che spaziano dal sentimento amoroso al carisma magnetico di attore protagonista della american society. Non vuote figure passive della narrazione, bensì entità attive non arrendevoli al pathos peripatetico dei romanzi precedenti di altre autrici.

La fortuna di Louisa May Alcott si concretizza in primis nel tratteggiare nella “letterature per giovinette” un ruolo essenziale nell'adolescenza, che non viene vista come un pallido periodo per lo sviluppo fisico-psichico (declinato al negativo nelle sue accezioni sentimentalmente vuote, ovvero la corsa al marito perfetto) bensì la pubertà si eleva a tornio che affila l'identità personale e proietta le donne nel dibattito politico. Alcott si distacca da chi l'ha preceduta e porta le sorelle March sul palcoscenico del dibattito americano e del ruolo della donna. Le sue protagoniste diventano le casse di risonanza di tutte quelle donne e fanciulle costrette al silenzio nelle prigioni domestiche.

Piccole Donne Louis May Alcott La critica letteraria Lisa Pual sostenne che la juvenile literature femminile occupava un ruolo marginale all'interno del canone letterario statunitense, fossilizzato nel mainstream della white middle-class americana. In parte è vero, quanto la Alcott venne maggiormente analizzata negli anni '80 del secolo scorso, sorte simile alla Montgomery con la sua Anna dai capelli rossi o alla Travers e Mary Poppins. Comunque è doveroso sottolineare che senza l'apporto di tali scrittrici oggi gli studi di genere e l'emancipazione femminista non sarebbero gli stessi, o forse non esisterebbero affatto. Infatti le lotte della Alcott sono evidenziate dalla statura carismatica delle sue protagoniste che al contrario delle statiche “false eroine” del periodo vittoriano non si sviluppano in senso orizzontale (assenza di evoluzione e formazione) ma in natura verticale, raggiungendo uno stadio di profondità personale, sociale e culturale fin da quel momento inedita.

In conclusione credo che la presente edizione data alle stampe da Oscar Vault (ricca di elementi estetici di pregio e accorgimenti tipografici) non sia una semplice riproposizione di un classico della letteratura dell'infanzia (famoso anche per le sue atmosfere natalizie) ma un'occasione importante per riallacciare i rapporti con una sensibility femminile, banalmente edulcorata in passato da una critica letteraria maschilista e insensibile alle evoluzioni della produzione intellettuale femminile.

Piccole Donne Louis May Alcott
La copertina della prima edizione Oscar Draghi di Piccole Donne di Louisa May Alcott, con traduzioni di Chiara Spallino Rocca e Luca Lamberti

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.