La domus di Confuleius: una sorpresa nel cuore della Altera Roma

La domus di Confuleius: una sorpresa nel cuore della Altera Roma

Scendendo le scale all’interno di un palazzo condominiale sito a Santa Maria Capua Vetere (CE), in via Aldo Moro, lungo l’antica via Appia, potremmo avere la sorpresa di imbatterci, in luogo di un comune scantinato, nientemeno che in una domus romana risalente al I secolo a.C.

L’antica Capua è, infatti, una miniera di ricchezze, spesso lasciate sepolte o non del tutto fruibili: la domus trattata in questo articolo rientra per l’appunto in questi casi, dal momento che il sito non è visitabile salvo aperture straordinarie.

domus di Confuleius
Il primo dei due ambienti con il pozzo e la vasca. Foto di Giusy Barracca

La cosiddetta domus di Confuleius, altresì nota come Bottega del Tintore, venne scoperta nel 1955, nel corso dei lavori per la costruzione del fabbricato moderno; attraverso una scala a doppia rampa si accede a due ambienti ipogei a pianta rettangolare, ciascuno dei quali coperti da una volta a botte, in ottimo stato di conservazione.

Colpisce immediatamente la ricchezza dell’apparato decorativo, con le pareti e le volte affrescate secondo i moduli del I stile (sebbene di ciò restino poche tracce, a causa dei danni provocati dai lavori moderni), mentre impressionanti sono le decorazioni musive del pavimento: su un fondo in cocciopesto dal colore rossastro si innestano mosaici con tessere bianche e nere a comporre variegati motivi geometrici (rombi, esagoni, crocette, meandri, quadrati) e floreali.

domus di Confuleius
Iscrizione musiva. Foto di Giusy Barracca

Il primo ambiente è diviso dal secondo sul lato occidentale da una porta ad arco, al di là della quale un’iscrizione musiva pavimentale accoglie gli ospiti all’interno del triclinio:

RECTE OMNIA / VELIM SINT NOBIS

«Vorrei che ci vada tutto bene»

domus di Confuleius
Iscrizione musiva. Foto di Giusy Barracca

L’iscrizione più interessante, tuttavia, si trova proprio all’interno del secondo ambiente, dal momento che contiene preziose informazioni che consentono di identificare il proprietario della casa con il sagarius Publius Confuleius Sabbio:

P(UBLIUS) CONFULEIUS P(UBLI) (ET) M(ARCI) L(IBERTUS) SABBIO SAGARIUS/ DOMUM HANC AB SOLO USQUE AD SUMMUM/ FECIT ARCITECTO T(ITO) SAFINIO T(ITI) F(ILIO) FAL(ERNA) POLLIONE

«Publio Confuleio Sabbione, liberto di Publio e Marco, sagario, fece costruire questa casa dalle fondamenta fino alla sommità, essendone architetto Tito Safinio Pollione, figlio di Tito, della tribù Falerna»

Del padrone di casa conosciamo dunque il nome (Confuleius è un gentilizio tipicamente capuano), lo status sociale – si dichiara infatti un liberto - e la professione, ossia quella di commerciante di sagum: si tratta di un mantello di lana grezza, che veniva fissato sulla spalla attraverso una fibula, ed era utilizzato perlopiù dai soldati, in colori differenti a seconda del grado militare, ma era anche l’indumento abituale degli schiavi e, in generale, delle persone meno abbienti. È verosimile che tali stoffe, oltre che vendute, venissero anche prodotte all’interno della casa: la presenza di un pozzo e di una vasca rettangolare situate sul lato est del primo ambiente suggeriscono un’interpretazione in tal senso.

L’iscrizione testimonia il carattere redditizio di questo genere di attività, favorito dalla posizione strategica e dalla forte vocazione commerciale dell’antica Capua. Essa è, inoltre, insieme all’aspetto fastoso e autocelebrativo di tale dimora, un prezioso documento di uno spaccato della società delle città romane, nonché vivida testimonianza del modus vivendi di tutta una classe sociale – quella dei parvenu, dei nuovi ricchi – che ha fatto dell’ostentazione grandiosa della ricchezza un marchio di fabbrica, volto a celare l’umiltà delle proprie origini. Impossibile dimenticare il ritratto pittoresco che Petronio, un secolo dopo, farà nel suo Satyricon a proposito di Trimalchione, liberto (proprio come il nostro Confuleius) che da schiavo affrancato salirà i gradini della scala sociale all’insegna del benessere e del lusso più sfrenato, divenendo il simbolo di un intero ceto sociale.

Tornando a Confuleius, la sua domus è, insieme ad altri monumenti coevi, una delle testimonianze più significative di un piano di rinnovamento urbanistico che ha riguardato la città nella tarda età repubblicana e di cui si ha traccia nelle famose epigrafi capuane relative all’attività dei magistri Campani, addetti allo sviluppo architettonico e all’abbellimento monumentale cittadino. È una Capua ricca e sfarzosa quella in cui vive Confuleius, che dal canto suo è pienamente consapevole dell’importanza rivestita, in questo periodo, da quelle classi che sono in piena ascesa sociale (mercanti, artigiani, architetti), tant’è vero che, nell’iscrizione pavimentale del secondo ambiente, ci tiene a specificare anche il nome dell’architetto, un certo Tito Safinio Pollione, appartenente alla tribù Falerna.

È un peccato che una domus così importante e ben conservata sia difficilmente visitabile e che, complice la posizione sotterranea all’interno di un palazzo privato, resti sconosciuta ai più. D’altro canto, non lontano dalla domus si trovava l’antico foro, il cuore pulsante della città, e ancora oggi è possibile ammirare alcuni tra i siti più suggestivi del mondo romano: l’Anfiteatro Campano, secondo solo al Colosseo, e il Mitreo, come la domus ipogeo, solo per citarne alcuni. Solo un’adeguata promozione e valorizzazione della storia e della ricchezza culturale dell’antica Capua potrà far comprendere appieno la posizione di primo piano che essa occupava nel sistema delle città romane.

Note: la traduzione delle iscrizioni è a cura di chi scrive. Tutte le foto della domus di Confuleius sono di Giusy Barracca.

Bibliografia:

M. Pagano, J. Rougetet. La casa del liberto p. Confuleius Sabbio a Capua e i suoi mosaici, in «Mélanges de l'école française de Rome» 99.2, 1987, pp. 753-765.


Una paradossografia pseudo-aristotelica: il “De mirabilibus ascultationibus”

UNA PARADOSSOGRAFIA PSEUDO-ARISTOTELICA: IL “DE MIRABILIBUS ASCULTATIONIBUS”

Quando ci si imbatte nella lettura di Aristotele spesso l’attenzione ricade su opere come la Metafisica, Poetica, Politica etc. che, seppur pregevoli per le informazioni e ricche di spunti filologici, non mancano certo di contributi esplicativi. La situazione, però, non è omogenea, non tutte le opere, aristoteliche o presunte tali, hanno ricevuto lo stesso trattamento o, seppur emendate e commentate, non risaltano all’attenzione del lettore esperto e non.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, particolare con Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani (fonte: Web Gallery of Art), Pubblico dominio

La questione del De mirabilibus ascultationibus è degna di nota sia per le problematiche storico-filologiche sia per le informazioni, spesso stravaganti, contenute all’interno della raccolta. Come si deduce dall’intestazione, l’opera è definita pseudo-aristotelica, non a caso differenti filologi (Alessandro Giannini, per citarne uno) hanno riscontrato diverse problematiche nel ricercare l’autore di questa raccolta di eventi mirabolanti. La difficoltà nell’individuazione della paternità è connessa con la varietà dei contenuti, varietà che riguarda non solo le informazioni, ma anche e soprattutto la datazione delle stesse. Non mancano, infatti, capitoli che riferiscono eventi precedenti o, addirittura, posteriori ad Aristotele stesso: in questa circostanza, allora, come ci si dovrebbe comportare? Giunge in soccorso la tradizione del Corpus Aristotelicum. Per quanto riguarda la tradizione dei filosofi, in particolar modo Platone e Aristotele, le loro ‘scuole’ hanno giocato un ruolo fondamentale per la salvaguardia delle loro opere, nel caso di Aristotele il Liceo ha permesso che una buona parte della produzione aristotelica venisse tramandata ai posteri. All’interno di questa istituzione, il Liceo per l’appunto, definendola con una terminologia moderna, Aristotele ammaestrava i suoi allievi con le sue lezioni. Non è da escludere, quindi, che se diversi capitoli del De mirabilibus ascultationibus possano essere, con i dubbi del caso, ascritti allo Stagirita, gli altri possano avere una paternità diversa: si può ipotizzare, in questo caso, che differenti capitoli siano ascrivibili agli allievi. A confermare quest’ultima ipotesi c’è la questione della fonte o delle fonti della raccolta. Se ci si attiene alle informazioni degli studiosi, le fonti principali dell’opera paradossografica pseudo-aristotelica sono da indicare in Timeo, Teopompo e Teofrasto. Quest’ultimo, infatti, è stato allievo di Aristotele al Liceo.

Gustav Adolph Spangenberg, Die Schule des Aristoteles, affresco (1883-1888), (fonte: Hetnet.), Pubblico dominio

Connessa alla difficoltà della paternità della raccolta c’è la questione della datazione. Anche in questo caso si deve ipotizzare una pluralità di aggiunte seriori, anche se, cercando di datare quei capitoli ascrivibili ad Aristotele, si potrebbe definire come terminus ante quem il 384 a.C. (anno della nascita di Aristotele) e come terminus post quem il 322 a.C. (anno della morte dello stesso), in quest’arco di tempo, presumibilmente, va cercata l’origine di alcuni capitoli di probabile paternità aristotelica.

Le difficoltà legate alla paternità e alla datazione ricadono, anche, sulla struttura dell’opera. I capitoli non hanno una successione cronologica né tantomeno contenutistica, ma spesso risultano inseriti in maniera confusionaria e priva di una organizzazione razionale.

Dopo questa brevissima parentesi storico-filologica, è importante spiegare le ragioni che devono spingere studiosi e appassionati alla lettura del De mirabilibus ascultationibus. Come si evince dal titolo, l’opera presenta informazioni paradossali. Lo Pseudo-Aristotele (o si potrebbe definire anche Anonimo, date le suddette problematiche di paternità), tratta argomenti di vario genere: dalla zoologia alla botanica sino ai fenomeni geologici. Tutti i paradossi, eccetto rari casi, sono accompagnati dal luogo d’origine: si va dal Medio Oriente alla Grecia continentale sino all’Illiria e Italia (Sicilia e Magna Grecia).

Ogni sezione presenta delle caratteristiche principali: la sezione botanica è legata agli effetti ed usi delle diverse erbe e fiori disseminati sulla Terra (si deve tener presente che per Terra va intesa la superficie conosciuta sino al IV-III a.C.). Lo Pseudo-Aristotele (o Anonimo) parla di erbe benefiche e malefiche, di erbe legate ai culti religiosi e quelle legate alla sfera matrimoniale e, addirittura, racconta di fiori che emanano un odore acre tale da allontanare le bestie feroci.

La sezione zoologica è interessata alle dimensioni e alle funzioni di diversi animali. Si passa da bestie più grandi del normale a pesci che riescono a sopravvivere sulla spiaggia. Lo Pseudo-Aristotele tratta anche, per esempio, di locuste che, se ingerite, salvano dai morsi dei serpenti; quest’ultima informazione poteva (e può) essere utile per uno studioso di rimedi farmaceutici.

La sezione geologica è legata sia ai diversi fenomeni naturali: vengono trattati i casi di alta e bassa marea nello stretto di Messina, laghi che generano vortici e sputano una grande quantità di pesci, sia alla presenza, in diverse località, di metalli e pietre preziose. Spesso questa sezione è interessata, anche, da fenomeni mitologici: lo Pseudo-Aristotele parla, per esempio, di un evento accaduto a Catania ai due pii fratres (fratelli devoti), Anfinomo e Anapio; dopo l’eruzione dell’Etna, i due fratelli, con i loro genitori sulle spalle, furono salvati dalla lava grazie alla loro pietas (devozione), questo evento segnò così tanto i catanesi da farlo incidere sulle monete coniate tra il II e il I a.C. Quest’ultimo dato, per esempio, può risultare utile agli studiosi di numismatica.

L’intera raccolta è ricca di queste informazioni e il De mirabilibus ascultationibus, per concludere, può essere definita un’opera poliedrica: utile agli studiosi del Corpus Aristotelicum o agli appassionati e interessante anche per medici, erboristi e zoologi, antichi e non.

De mirabilibus ascultationibus Aristotele Pseudo-Aristotele
Busto di Aristotele. Copia romana di originale greco in bronzo di Lisippo, con aggiunta moderna del mantello in alabastro. Foto di Marie-Lan Nguyen (2006), Pubblico dominio

La Venere di Milo e l’Età del frammento, tra Saffo e Kavafis

La Venere di Milo e l’Età del frammento.

Tra Saffo (7 RP., 11 D. – Ath. XIII, 571d) e Kavafis (Nel mese di Athyr)

Il termine «frammento» deriva da fragmentum (trad. «frammento», «pezzo»; al plur. «resti», «avanzi», «spoglie»), dal verbo frangĕre (trad. «infrangere», «rompere», «dilaniare»). Quando si parla di frammento e di frammentarietà, o frammentismo, ci si riferisce a qualcosa di superstite, un qualcosa che ci è rimasto. È una testimonianza, parte di un tutto ch’è andato perduto. È nello stesso identico momento non solo presenza, ma anche assenza. Il frammento è presenza di se stesso e, allo stesso tempo, fantasma di qualcos’altro, di una organicità che non c’è più e che difficilmente vi sarà ancora, dunque testimonia anche, inevitabilmente, una mancanza.

Il frammentismo è uno dei tanti Titani che regge gli studia humanitatis, li nutre e li anima, eppure, dietro questo colosso sempiterno, si nasconde una Sfinge enigmatica che tormenta e pungola le pulsioni dei poeti e dei filologi. Il frammento è la buia stella che indica e confonde, è la trama di Penelope che si cuce e si scuce senza tregua, senza soluzione.

In qualsiasi forma si possano plasmare, queste particelle, nella loro incompletezza, assumono uno statuto di autorità indiscusso e imprescindibile, rivelandoci, piuttosto, le debolezze delle lebenswerk dinnanzi al Tempo, mostrandoci come l’uomo e le sue forze si risolvano in un gioco di lasciti e di perdite, inevitabile, incalcolabile né a monte e né a riva.

È il passato, l’antichità, soprattutto greca e latina, ad assumere lo statuto di paradigma involontario, e per questo ingenuo, del frammentismo. È qui, in questi resti e brandelli di dèi e guerrieri, che l’incompiuto e il carente gettano il seme profondo e vigorosissimo degli studia humanitatis. Si pensi ai grammatici e ai filologi alessandrini che nella ricca biblioteca si affaccendarono sui papiri letterari, ricercando, emendando e sistematizzando un sapere già frammentario, già problematico.

frammento frammentismo Saffo Venere di Milo Konstantinos Kavafis
Ritratto femminile, detto “Saffo”. Copia romana da originale greco dell'età classica, Musei Capitolini, Palazzo dei Conservatori. Foto di Marie-Lan Nguyen, Pubblico Dominio

Oggi, quando prendiamo un frammento di Saffo (7 RP., 11 D. – Ath. XIII, 571d), per esempio, abbiamo modo di leggerlo in questo stato:

«(…) e ora canterò questo bel canto

per la delizia delle mie compagne»

(trad. E. Mandruzzato)

L’intera opera saffica è frammentaria per nostra sfortuna, ma è anche questo che le rende una cifra estremamente originale.

Quale sarà stato il canto che Saffo avrebbe voluto intonare alle sue amiche?

L’incompletezza e la mancanza non diventano solo cifre distintive di un epoca, o di un autore, o di un genere letterario, ma entrano in noi, assimilandosi e assumendo il vuoto delle nostre mancanze. La sconnessione dall’intero, pur conservandone una parte, e, dunque, quel limite delle litterae, intrinseco alla briciola di testo, riflette le nostre più profonde mancanze e le interpreta nel modo più autentico che si possa, cioè ingenuamente.

Il frammentismo saffico si potrebbe definire “naturale”, dove naturale diventa il processo di perdita della totalità letteraria, senza filtri artistici, senza volontà dell’autore.

Cosa ben diversa avviene in questa nostra altra epoca, altra età del frammento, dove il vuoto interiore dell’animo, dell’esistenza e dell’umana essenza cerca di creare artisticamente questo monco sentire. È un frammentismo innaturale, artificiale, il nostro, perché lo si vuole evidente, artistico, dunque sentimentale.

frammento frammentismo Konstantinos Kavafis Saffo Venere di Milo
Konstantinos Kavafis. Fotografia scattata ad Alessandria d'Egitto (1929), Pubblico Dominio

Prendo come paradigma del frammentismo contemporaneo una lirica di Kostantinos Kavafis, Nel mese di Athyr:

«A malapena leggo scorrendo il marmo antico
SIGN[OR]E GESV CRISTO. Un ANI[M]A discerno.
NEL ME[SE DI] ATHYR LVCI[O] DI QVI MI[GRAV]A.
In luogo dell’età, poi: V[IS]SE EGLI ANNI –,
L’XX col VII rivela che presto ne migrava.
In mezzo alle lacune LV[I]… vedo, e ALESSANDRINO.
Dopo, tre righe restano, e mutile esse pure:
poco vi colgo ancora – L[A]CRIME NOSTRE, PIANTO
e nuovamente, LACRIME, e AI MESTI [A]MICI SV[OI].

Quel Lucio, dunque, pare che ci fosse chi lo amava.
Così, nel mese di Athyr, Lucio di qui migrava.» 

(trad. M. Scorsone)

Kostantinos Kavafis col bastone e cappello in mano. Fotografia Fettel and Bernard, Cavafy archive, scattata ad Alessandria d'Egitto (1896), Pubblico dominio

In tal modo, nella finzione poetica, Kavafis, adoperando mirabilmente le tecniche filologiche della congettura e della integrazione (ope ingenii), ci mostra il percorso poetico-esistenziale dell’artista contemporaneo, che sente il vuoto, lo percepisce, ma cerca di integrarlo con “puntelli” che, seppur fragili, restano e mantengono in piedi l’epigrafe funeraria. L’epigrafe che Kavafis si sforza di leggere, indagando un senso, facendo quadrare le lettere, cercando la coincidenza inesistente fino in fondo tra segno e significato, è la ricerca infinita della nostra epoca, rivelandoci che, forse, alla fine, il frammento è proprio dentro di noi, fin da sempre. Siamo eterne Veneri di Milo che si guardano allo specchio frantumato.

frammento frammentismo Saffo Konstantinos Kavafis Venere di Milo
Venere di Milo (o Afrodite di Milo), marmo pario, databile all'incirca al 130 a. C. e conservata al Museo del Louvre. Dettaglio, foto di Marie-Lan Nguyen (2007), Pubblico dominio

Bibliografia

Aa. Vv., Lirici Greci dell’età arcaica, (a cura di) Enzo Mandruzzato, Milano, 1994.

K. Kavafis, Che siano tanti i mattini d’estate. Il canone: poesie 1897-1933, (a cura di) Massimo Scorsone, Milano, 2012.

S. Settis, Futuro del “classico”, Torino, 2004.


Roma: i linguisti e i filologi vanno a congresso

I linguisti e i filologi vanno al congresso

Studiosi di tutto il mondo si incontrano alla Sapienza per discutere, a partire dal canone della letteratura europea, di linguistica e filologia romanza

Lunedì 18 Luglio 2016, ore 10.00

aula magna Palazzo del Rettorato
piazzale Aldo Moro 5, Roma

 800px-Innenhof_des_Palazzo_della_Sapienza

 L'aula magna della Sapienza ospiterà lunedì prossimo la prima giornata del XXVIII Congresso internazionale di Linguistica e filologia romanza. L’incontro avviene in concomitanza con la mostra “I libri che hanno fatto l’Europa”, organizzata dal dipartimento di Studi Europei, americani e interculturali della “Sapienza” e dall’Accademia nazionale dei Lincei e che sarà possibile visitare fino al 22 luglio presso la Biblioteca dell’Accademia Nazionale dei Lincei e Corsiniana.

Il congresso, che si svolgerà tra la Sapienza e l'Accademia dei Lincei dal 18 al 23 luglio, si propone di illustrare attraverso una serie di tavole rotonde le modalità di interconnessione fra linguistica e filologia, sviluppate nella ricerca degli ultimi decenni anche grazie al rapporto con altri settori disciplinari (dalla storia letteraria alla sociologia, all’ermeneutica, alla paleografia e alla teoria della comunicazione). Il tema al centro della giornata di apertura è il rapporto tra particolare e universale e tra lingua, cultura e storia nell'ambito della linguistica e della filologia romanza: un ambito che, nato in Europa e in relazione al nome della città di Roma, abbraccia ora tutti i continenti, secondo problematiche e modalità a volte originali e inedite.

I lavori saranno aperti da Roberto Antonelli, segretario generale del comitato organizzatore  del Congresso che interverrà sul tema “L’Europa e la globalizzazione: la linguistica e la filologia romanza di fronte alla crisi”.

Testi dall’Ufficio Stampa e Comunicazione Università La Sapienza di Roma.

Il cortile del Palazzo della Sapienza, foto di Anthony Majanlahti (antmoosehttp://www.flickr.com/photos/antmoose/14694803/), daWikipediaCC BY 2.0, caricata da Foundert~commonswiki.


Studiare uno stile letterario allo stesso modo delle impronte digitali

13 Gennaio 2016

Studiare uno stile letterario allo stesso modo delle impronte digitali

"Rete di relazioni stilometriche nelle scritture del famoso predicatore puritano Jonathan Ewards dai tempi dell'America coloniale". Fonte: materiali di ricerca di M.Choiński e J.Rybicki
"Rete di relazioni stilometriche nelle scritture del famoso predicatore puritano Jonathan Ewards dai tempi dell'America coloniale". Fonte: materiali di ricerca di M.Choiński e J.Rybicki
Utilizzando una speciale applicazione per il computer, si può analizzare lo stile letterario, e persino la paternità delle opere. Il metodo della stilometria è utilizzato, tra gli altri, dai ricercatori della Univesità Jagellonica che, insieme a quelli dell'Università di Yale, studiano i sermoni americani del diciottesimo secolo per confrontarli con quelli dei predicatori odierni.
Ricercatori da Cracovia, il dott. Michał Choiński e il dott. Jan Rybicki, entrambi dall'Istituto di Inglesistica presso l'Università Jagellonica, si specializzano nella stilometria, che è un'analisi stilistica innovativa dei testi letterari, attraverso l'utilizzo di metodi che fanno uso del computer. Utilizzano uno strumento creato da un altro eminente esperto di stilometria da Cracovia, il dott. Maciej Eder dall'Istituto di Lingua Polacca PAS.
"Sinners" (Peccatori) - scansione della prima pagina del più famoso sermone di Edwards, pubblicato nel 1471 nelle colonie americane. Fonte: materiali di ricerca di M.Choiński e J.Rybicki
"Sinners" (Peccatori) - scansione della prima pagina del più famoso sermone di Edwards, pubblicato nel 1471 nelle colonie americane. Fonte: materiali di ricerca di M.Choiński e J.Rybicki

"La Stilometria è simile al cercare e verificare le impronte digitali. La premessa di base del nostro studio è che ciascuno di noi scrive in uno stile assolutamente individuale. Questa individualità si basa sulle parole che l'autore utilizza più frequentemente. Se possiamo calcolare matematicamente quanto spesso certe parole appaiano in certe combinazioni, possiamo determinare chi ha scritto il testo oggetto di studio" - Così ha spiegato il dott. Choiński in un'intervista a PAP.
Il programma al computer "Stylo" utilizzato dai due ricercatori permette, per esempio, di contare le parole che capitano più di frequente, le relazioni verbali e i pattern. I metodi di stilometria sono ampiamente usati nei test della polizia – permettendo, ad esempio, di determinare sulla base dello stile, se due lettere sono scritte dalla stessa o da persone differenti. Anche i filologi usano sempre più la stilometria per confermare o confutare la paternità di testi letterari.
Nel loro precedente progetto di ricerca, Eder e Rybicki utilizzarono la stilometria per esaminare "Il buio oltre la siepe" (NdT: titolo originale "To Kill a Mockingbird") di Harper Lee. Questa autrice americana, dopo più di mezzo secolo di silenzio letterario, ha recentemente pubblicato il suo secondo romanzo, "Va', metti una sentinella" (NdT: titolo originale "Go Set a Watchman"). Infatti, questo "secondo" romanzo è risultato essere una bozza molto precoce del suo successivo bestseller.
Il libro fu ricevuto freddamente dai critici americani: alcuni dei critici delusi hanno persino dubitato la paternità del libro da parte di Harper Lee. I ricercatori di Cracovia hanno preparato un parere esperto che ha confermato in maniera conclusiva la paternità da parte di Harper Lee per entrambi i romanzi. Il mistero, ad ogni modo, rimane l'estensione del contributo dell'editor Tay Hohoff al successo de "Il buio oltre la siepe". Hohoff si occupò della preparazione della preparazione in seguito del bestseller per la stampa.
Quel team di filologi dall'Università Jagellonica sta attualmente conducendo studi di stilometria su un altro argomento: "Il linguaggio dei sermoni americani coloniali del diciottesimo secolo". Come parte del progetto si vuole creare un corpus (database di testi) di predicatori americani del diciottesimo secolo ed esaminare il loro stile, le tecniche di persuasione e i segnali di paternità. Lo studio triennale è portato avanti con l'assegno di ricerca "Opus", del Centro Nazionale della Scienza.
Secondo Choiński, i ricercatori raggiungeranno presto il punto intermedio del progetto, durante il quale coopereranno con il Centro Jonathan Edwards dell'Università di Yale.
Il risultato principale dello studio è quello di creare un corpus di centinaia di sermoni dal diciottesimo secolo in lingua Inglese. Dopo il completamento del progetto, il corpus sarà reso disponibile ai ricercatori dell'Università di Yale, così come alle persone interessate.
I ricercatori da Cracovia spiegano che in tempi coloniali in Nord America i predicatori predicavano a folle persino di 12-14 mila persone. Era un fenomeno sociologico e linguistico interessante, un importante mezzo per trasferire informazioni. È noto che il pubblico avrebbe reagito istericamente a volte, quando il predicatore disegnava immagini infernali o dell'Apocalisse davanti ai loro occhi.
"L'utilizzo della stilometria ci fornisce una visione migliore sul funzionamento della religione nella cultura americana e sullo sviluppo di una cultura della parola parlata. Con questo metodo statistico, possiamo esaminare fino a che punto i predicatori - oggi e un tempo - utilizzano testi biblici, e confrontano i loro discorsi con il testo del Vecchio e del Nuovo Testamento. Possiamo anche imparare come i pattern del linguaggio del diciottesimo secolo sono sopravvissuti nel linguaggio degli odierni +teleevangelisti+ come Billy Graham, estremamente popolare negli Stati Uniti" - nota Choiński.
Crede che relazionarsi alla stilometria nella letteratura non sia mai noioso. "È come giocare a fare il detective, è affascinante e intrigante" - ha riferito il filologo di Inglese dell'Università Jagellonica.
Gli studi di stilometria degli scienziati di Cracovia su "Il buio oltre la siepe" e sulla prosa americana contemporanea hanno catturato l'attenzione della stampa americana. Un articolo è stato pubblicato, tra gli altri, dal "Wall Street Journal".
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.
 

Morto Walter Burkert, il grande filologo e storico delle religioni

13 Marzo 2015
È morto Walter Burkert, il grande filologo e storico delle religioni, l'11 Marzo a Uster, presso Zurigo, all'età di 84 anni. Il Professore tedesco era nato a Neuendettelsau, in Baviera, il 2 Febbraio 1931.
Tra i suoi lavori più noti, tradotti anche in Italiano: Homo Necans, La Religione Greca di epoca arcaica e classica, Antichi culti misterici, Mito e Rituale in Grecia. Oltre a produrre dei testi oggi fondamentali per gli studi sull'antica Grecia, Burkert prestò notevole attenzione ai rituali sacrificali e alle influenze vicino orientali.
Link: Neue Zürcher Zeitung;