Teofrasto di Ereso botanica

Teofrasto di Ereso, il padre della botanica

Nel mondo antico l’interesse per il mondo naturale risale ai filosofi presocratici, che si interrogarono sul cosmo e sugli elementi che lo costituiscono, senza però proporre una loro classificazione. Lo studio delle piante, degli animali e delle pietre era allora parte della σοφία, un insieme di conoscenze che spaziavano dalla scienza alla filosofia e che solo pochi possedevano. Per quanto riguarda le piante, secondo Otto Kern sarebbero esistiti alcuni carmi fatti passare sotto il nome di Orfeo, giunti solo attraverso dei frammenti e riuniti inizialmente da Christian August Lobeck, poi da Eugen Abel.[1] Nonostante questi testi siano citati da autori antichi quali Galeno, Alessandro di Tralle, Plinio il Vecchio e Apuleio[2], il primo tentativo di organizzare le conoscenze sul mondo vegetale si ha con Teofrasto, passato alla storia come “padre della botanica”.

Nato ad Ereso (Lesbo) verso il 370 a.C., Teofrasto era forse figlio di un tintore e si dice che il suo vero nome fosse Tύρταμος, poi cambiato da Aristotele in Θεόφραστος. A Ereso ebbe modo di studiare presso un certo Leucippo, e quando successivamente si trasferì ad Atene fu allievo prima di Platone e poi di Aristotele. Proprio con quest’ultimo si instaurò un reciproco rapporto di stima e fiducia, così forte che dopo la morte del maestro di color che sanno Teofrasto guidò il Peripato fino al 287, anno della morte, dando alla scuola aristotelica una maggiore impostazione scientifica.[3]

Teofrasto di Ereso botanica
Teofrasto di Ereso, orto botanico di Palermo. Foto di  tato grasso modificata da Singinglemon, CC BY-SA 2.5

L’opera per cui questo autore è maggiormente conosciuto sono certamente i Caratteri, nei quali si descrivono vari modelli morali secondo uno schema ben preciso, ma il merito più grande di Teofrasto è forse il fatto che a lui si devono i più antichi trattati botanici greci. Tra questi, il più significativo è sicuramente l’Historia plantarum o Περὶ φυτῶν ἱστορία, che nei suoi nove libri (sui dieci originari) si propone di indagare in modo scientifico il mondo vegetale, come tra l’altro emerge dal termine historia o ἱστορία nel titolo.[4]

Questo scritto si apre con una riflessione metodologica in cui Teofrasto spiega che, per conoscere le differenze tra le varie specie di piante, occorre considerare le loro parti, le loro qualità, il loro modo di riprodursi e di vivere. Si suggeriscono quindi alcune classificazioni, mostrando come alcune parti della pianta siano perenni quali la radice, il tronco o i rami, mentre altre si generano attraverso la riproduzione, come le foglie, i frutti e i fiori; si distinguono poi le piante in base alla loro morfologia (alberi, arbusti, arbusti nani ed erbe), al modo in cui crescono (specie domestiche e selvatiche) e al luogo in cui si sviluppano (specie terrestri e acquatiche). In tutto questo si nota come sia difficile realizzare una classificazione precisa, dal momento che anche l’altezza, la grandezza o la durata della vita sono dei criteri da non trascurare, pertanto si può solo fare una distinzione generale:

Διὰ δὴ ταῦτα ὥσπερ λέγομεν οὐκ ἀκριβολογητέον τῷ ὅρῳ ἀλλὰ τῷ τύπῳ ληπτέον τοὺς ἀφορισμούς· ἐπεὶ καὶ τὰς διαιρέσεις ὁμοίως, οἷον ἡμέρων ἀγρίων, καρποφόρων ἀκάρπων, ἀνθοφόρων ἀνανθῶν, ἀειφύλλων φυλλοβόλων.

“Per questo motivo, per così dire, non è possibile elaborare delle classificazioni precise, ma generali. Si possono dunque fare delle distinzioni come quelle tra piante selvatiche e coltivate, con frutto e senza frutto, con fiori e senza fiori, sempreverdi e decidue”.[5]

L’introduzione metodologica costituisce un punto di riferimento per i primi otto libri, nei quali si passano in rassegna le caratteristiche delle diverse specie, mentre nel IX si riportano anche i loro utilizzi medici richiamando all’attività di ῥιζοτόμοι e φαρμακοπῶλαι[6]; secondo Max Wellmann tuttavia la fonte principale dell’opera, oltre all’osservazione diretta dell’autore, risulterebbe Diocle di Caristo, medico del IV secolo a.C. che ha offerto numerosi contributi alla medicina pratica e che è stato un modello per altri trattati successivi.[7]

Teofrasto di Ereso botanica
Dell'Historia delle piante, di Theophrasto libri tre, tradutti nouamente in lingua italiana da Michel Angelo Biondo medico. Foto biblioteca digitale BEIC e caricato in collaborazione con Fondazione BEIC, in pubblico dominio

Un'altra opera botanica di Teofrasto è il De causis plantarum[8], composto da sei libri e riguardante la riproduzione delle piante e la loro fisiologia, riprendendo le specie già menzionate nell’Historia plantarum e procedendo per classificazioni:

Τῶν φυτῶν αἱ γενέσεις ὅτι μέν εἰσι πλείους καὶ πόσαι καὶ τίνες ἐν ταῖς ἱστορίαις εἴρηται πρότερον. ἐπεὶ δὲ οὐ πᾶσαι πᾶσιν, οἰκείως ἔχει διελεῖν τίνες ἑκάστοις καὶ διὰ ποίας αἰτίας, ἀρχαῖς χρωμένους ταῖς κατὰ τὰς ἰδίας οὐσίας· εὐθὺ γὰρ χρὴ συμφωνεῖσθαι τοὺς λόγους τοῖς εὑρημένοις.

“La riproduzione delle piante, ovvero il fatto che vi sono molte specie, e quante e quali siano queste, è stata trattata precedentemente nell’Historia. Poiché non appartengono tutte a tutte le specie, è utile distinguere quelle che appartengono a ciascuna specie e per quali motivi, servendosi dei principi riguardo alla loro essenza; infatti è necessario che l’argomento si accordi direttamente con le parole che vengono dette”.[9]

Si illustra poi la generazione delle piante a partire da semi, rami o frutti, nonché i fenomeni meteorologici che influenzano la loro crescita e le operazioni culturali, comprendenti anche l’osservazione dello stato della pianta. Un altro aspetto significativo del De causis plantarum è quello dei sapori e degli odori, ai quali è dedicato il VI libro. Rifacendosi agli insegnamenti di Aristotele, Teofrasto distingue i sapori in otto classi, a loro volta suddivise in otto categorie a seconda degli effetti provocati sugli organi di senso. Gli odori sono invece legati sia ad esseri inanimati che a piante e animali; in merito alle piante – ma questo vale anche per i sapori – si evidenzia come essi si concentrino a volte nelle radici, altre volte nei rami, nelle foglie oppure nei fiori, mostrando poi come dalla loro estrazione possano essere ricavate fragranze.[10]

Questa tematica è approfondita da Teofrasto anche in un altro trattato, il De odoribus[11], che si apre con una prima distinzione tra odori dolci e aspri, poi anche piccanti, forti, deboli, dolci e pesanti, e in generale potremmo dire tra buoni e cattivi odori.[12] Una successiva classificazione è quella tra gli odori presenti in natura e quelli creati attraverso una τέχνη, un’arte, in questo caso quella della profumeria. Si mostrano a riguardo le varie combinazioni tra sostanze umide e secche che generano vini aromatici, polveri fragranti e profumi, descrivendo tra l’altro i metodi per estrarre le essenze attraverso la bollitura oppure la macerazione a freddo. Per i profumi, in particolare, si riportano le fasi della preparazione e i diversi utilizzi. Tra i più conosciuti vi è sicuramente quello di rosa, ῥόδινον[13], che nonostante sia molto leggero è capace di eliminare qualsiasi altro odore:

Πρὸς δὲ τὰς δυνάμεις σκοπουμένοις δόξειεν ἂν ἄτοπον εἶναι τὸ συμβαῖνον ἐπὶ τοῦ ῥοδίνου· κουφότατον γὰρ ὂν καὶ ἀσθενέστατον ἀφανίζει τὰς τῶν ἄλλων ὀσμὰς ὅταν προμυρισθῶσι.

“Riguardo alle virtù dei profumi esaminati, potrebbe sembrare strano quello che succede all’unguento di rosa: pur essendo infatti il più leggero e il più debole elimina gli odori degli altri profumi qualora qualcuno ne sia stato cosparso”.[14]

L’affinità del De odoribus con il De causis plantarum ha dato origine a numerosi dibattiti sulla collocazione di questo scritto all’interno del corpus di Teofrasto: a metà del XX secolo Otto Regenbogen lo ha incluso nel De causis plantarum, mentre in seguito George R. Thompson lo ha identificato con un ipotetico VIII libro che non è stato tramandato e che doveva seguire un libro su oli e vini.[15]

Da questo panorama sulle opere di Teofrasto possiamo riconoscere dunque un certo intento classificatorio, con la volontà di sistematizzare un sapere fino ad allora non organizzato. Eccetto che per gli impieghi medici descritti nel IX libro dell’Historia plantarum e nel De odoribus, ci si rivolge infatti allo studio della natura delle piante cercando di dar vita ad un’enciclopedia del mondo vegetale che fosse quanto più scientifica possibile.[16] Questo spiega la nomea di “padre della botanica”, alla quale si aggiunge anche il merito di aver reso accessibile a chiunque un sapere che prima era circoscritto. Teofrasto, in questo senso, è sia un punto di partenza che di arrivo: di partenza, perché ha permesso a tutti di apprendere e possedere la σοφία del mondo naturale; di arrivo, perché la fortuna della sua opera ha lasciato tracce nella letteratura scientifica antica e anche successiva. E, forse, questo dimostra che la sua impresa ha raggiunto pienamente l’obiettivo che si prefiggeva.

 

Bibliografia

Amigues 1988-2006 = S. Amigues (a cura di), Théophraste, Recherches sur les plantes, 2 voll., Paris 1988-2006.

Amigues 2012-2017 = S. Amigues (a cura di), Théophraste, Les Causes des phénomènes végétaux, 2 voll., Paris 2012-2017.

André 1951-1972 = J. André (a cura di), Pline l’Ancien, Histoire Naturelle, 37 voll., Paris 1951-1972.

Coulon 2016 = J.C. Coulon, Fumigations et rituels magiques, in Bulletin d’études orientales, vol. LXIV, 2016, pp. 179-248.

Fahd 1993-1998 = T. Fahd (a cura di), Ibn Waḥšiyya, al‑Filāḥa al‑nabaṭiyya [= L’agricoltura nabatea], 3 voll., Damascus 1993‑1998.

Fausti 2015 = D. Fausti, Farmaci ed amuleti: ai confini del razionale nella medicina antica, in I quaderni del ramo d’oro on-line n.7, Siena 2015, pp. 30-51.

Ferrini 2012 = M.F. Ferrini, [Aristotele], Le piante, Milano 2012.

Hornblower-Spawforth 2012 = S. Hornblower, A. Spawforth (a cura di), The Oxford Classical Dictionary, 2 voll., Oxford 2012.4

Kühn 1821-1833 = K.G. Kühn (a cura di), Claudii Galeni opera omnia, 20 voll., Leipzig 1821-1833.

Puschmann 1878-1879 = T. Puschmann (a cura di), Alexandre of Tralles, Libri duodecim de re medicina, 2 voll., Wien 1878-1879.

Scarborough 1978 = J. Scarborough, Theophrastus on Herbals and Herbal Remedies, in Journal of the History of Biology, vol. XI.2, 1978, pp. 353-385.

Scarborough 2006 = J. Scarborough, Drugs and Drug Lore in the Time of Theophrastus: Folklore, Magic, Botany, Philosophy and the Rootcutters, in Acta classica, vol. XLIX, 2006, pp. 1-29.

Squillace 2010 = G. Squillace (a cura di), Il profumo nel mondo antico. Con la prima traduzione italiana del «Sugli odori» di Teofrasto, Firenze 2010.

Squillace 2012 = G. Squillace, I profumi nel De odoribus di Teofrasto, in A. Carannante, M. D’Acunto (a cura di), I profumi nelle società antiche, Paestum 2012, pp. 247-263.

Squillace 2014 = G. Squillace, I giardini di Saffo. Profumi e aromi nella Grecia antica, Roma 2014.

Totelin 2008 = L.M.V. Totelin, Parfums et huiles parfumées en médecine, in A. Verbanck-Pierard, N. Massar (a cura di), Parfums de l'antiquité: La rose et l'encens en Méditerranée, Paris 2008, pp. 227-232.

Verzura 2011 = E. Verzura (a cura di), Orfici. Testimonianze e frammenti nell’edizione di Otto Kern, Milano 2011.

Wehrli-Wöhrle-Zhmud 2004 = F. Wehrli, G. Wöhrle, L. Zhmud, Theophrast (n. 17), in H. Flashar (a cura di), Die Philosophie der Antike, Band 3, Ältere Akademie, Aristoteles, Peripatos, vol. II, 2004, pp. 506-557.

Wellmann 1898 = M. Wellmann, Das Älteste Kräuterbuch der Griechen, in Festgabe für Franz Susemihl, Leipzig 1898, pp. 22-31.

 

[1] Per approfondimenti si tenga presente l’edizione dei frammenti orfici curata da Otto Kern, tradotta in italiano da E. Verzura: E. Verzura (a cura di), Orfici. Testimonianze e frammenti nell’edizione di Otto Kern, Milano 2011; si vedano in particolare le pp. 684-693.

[2] Cfr. Galeno, vol. XIV p. 114 Kühn; Alessandro di Tralle, vol. I, p. 565 Puschmann; Plinio, HN, XXV, 5; XXX, 2; Apuleio, Apologia, 30.

[3] Cfr. R. Sharples, s.v. Theophrastus, in The Oxford Classical Dictionary, vol. II, Oxford 20124, p. 1461.

[4] L’Historia plantarum è tramandata da dieci manoscritti, tra i quali si ricordano il Vaticanus Urbinas Gr. 61 (U), il Plut. 85.22 (M), il Parisinus Gr. 2069 (P), il Monacensis Gr. 635 (Mon.). Nel 1483 fu realizzata una traduzione latina da Teodoro Gaza, mentre l’editio princeps fu pubblicata nel 1497 da Aldo Manuzio. Per un’edizione valida, anche se non recente, cfr. S. Amigues (a cura di), Théophraste, Recherches sur les plantes, 2 voll., Paris 1988-2006.

[5] Teofrasto, HP, I, 3, 5.

[6] I ῥιζοτόμοι, “tagliatori di radici”, si occupavano della lavorazione di piante ed erbe che in seguito venivano vendute come prodotti finiti dai φαρμακοπῶλαι. Per il rapporto di Teofrasto con queste figure, cfr. Teofrasto, HP, IX, 8. In generale si tengano presenti anche Scarborough 2006, pp. 12-15; Fausti 2015, pp. 33-38.

[7] Wellmann 1898, pp. 22-31. In generale sulle fonti di Teofrasto, cfr. Scarborough 1978, pp. 355-356.

[8] L’opera è stata tramandata da vari manoscritti, i principali sono il Vaticanus Urbinas Gr. 61, il Plut. 85.22 e il Parisinus Gr. 2069 che dopo il testo dell’Historia plantarum riportano quello del De causis plantarum; anche la prima traduzione latina di Teodoro Gaza e l’editio princeps aldina comprendono entrambi gli scritti di Teofrasto. Per un’edizione recente, cfr. S. Amigues (a cura di), Théophraste, Les Causes des phénomènes végétaux, 2 voll., Paris 2012-2017.

[9] Teofrasto, CP, I, 1.

[10] Squillace 2014, pp. 73-74.

[11] Per il De odoribus cfr. G. Squillace (a cura di), Il profumo nel mondo antico. Con la prima traduzione italiana del «Sugli odori» di Teofrasto, Firenze 2010. Per quanto riguarda l’interesse nei confronti dei profumi, vi sono alcuni autori ellenistici delle cui opere sono stati tramandati solo i titoli e, nei casi più fortunati, alcuni frammenti: Apollonio Mys, medico egiziano del I secolo a.C., avrebbe scritto il Περὶ μύρων, dedicato ai diversi impieghi terapeutici e cosmetici delle sostanze aromatiche; ad un certo Apollodoro sarebbe invece attribuito un trattato sui profumi e sulle corone. Cfr. Totelin 2008, pp. 228-229.

[12] I cattivi odori secondo Teofrasto deriverebbero dalla putrefazione di esseri inanimati, animali e piante; cfr. Teofrasto, De odoribus, 1. La distinzione tra buoni e cattivi odori non era però sentita solo nel mondo greco, come emerge dall’opera araba al‑Filāḥa al‑nabaṭiyya, “L’agricoltura nabatea”, composta da Ibn Waḥšiyya tra il 291 e il 904 d.C.: in questo scritto, per quanto concerne le piante, si spiega come il buon odore provenga dal calore e dalla siccità, mentre quello cattivo dal freddo e dall’umidità. Cfr. Ibn Waḥšiyya, al‑Filāḥa al‑nabaṭiyya, I, p. 683; Coulon 2016, p. 187.

[13] Questo unguento è ricordato anche come rimedio per le orecchie a causa della presenza del sale nella sua preparazione; cfr. Teofrasto, De odoribus, 35.

[14] De odoribus, 45.

[15] Questa tesi è stata riproposta recentemente da Fritz Wehrli, Georg Wöhrle, Leonid Zhmud in Theophrast (n. 17), in H. Flashar (a cura di), Die Philosophie der Antike, Band 3, Ältere Akademie, Aristoteles, Peripatos, vol. II, 2004, pp. 506-557.

[16] Nel metodo adoperato da Teofrasto si può scorgere il modello di Aristotele, che doveva aver elaborato anche dei trattati di botanica di cui purtroppo rimane solo un opuscolo pseudo-aristotelico sulle piante: la versione che ci è stata tramandata è però una traduzione greca compiuta a partire da un testo latino, basato su una traduzione araba che a sua volta si rifà a una versione siriaca. A riguardo si veda l’edizione curata da M.F. Ferrini: M.F. Ferrini, [Aristotele], Le piante, Milano 2012.


Apollo Delfi

Una passeggiata a Delfi per scoprire il tempio di Apollo

Luogo spirituale per eccellenza, cuore pulsante della Grecia centrale, collocato nella regione della Focide, il sito di Delfi sorge sulle pendici del monte Parnaso, a 600 m di altezza, affacciandosi sul Golfo di Corinto. Questo luogo ospita il tempio sacro al dio Apollo, frequentatissimo dagli antichi Elleni che lo consideravano idealmente "l’ombelico del mondo", il centro del globo.
Il tempio si presentava come un'imponente costruzione, al cui ingresso campeggiava la famosa massima «ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ», quel "conosci te stesso" fatto proprio dalla filosofia socratica. Accoglieva l'oracolo più influente dell'epoca che, sin dal VII secolo prima della nascita di Cristo, riceveva le visite di tante persone comuni, giunte in pellegrinaggio nella speranza che il fato volgesse a loro favore. In migliaia ogni anno affrontavano l'arduo viaggio recando doni di ogni sorta, poiché senza offerte non v'era profezia. E persino i re si affidavano ai responsi divini. Guerra o pace, vittoria o sconfitta: tutto dipendeva solo dal vaticinio dell'oracolo.
Statua di Antinoo, il favorito dell'imperatore Adriano. Dal Museo Archeologico di Delfi
Il santuario di Delfi fa parte della ristretta cerchia dei luoghi cosiddetti panellenici. Era frequentato da tutti i Greci in occasione delle festività che si celebravano in onore del Lossia (epiteto di Apollo, con il quale si indicava l'ambiguità del responso oracolare) e degli agoni ginnici che qui, dal 586 a.C., si svolgevano ogni quattro anni. I giochi erano chiamati Pitici, perché Piton era il serpente o dragone che sorvegliava la località, e venivano celebrati tra i mesi di agosto e settembre. Ai vincitori era donata una corona di alloro, oltre alla gloria imperitura. La leggenda racconta che gli agoni iniziarono dopo che Apollo uccise il mostro figlio di Γη, la Terra, divinità ancestralmente venerata sin dall'età geometrica.
Statua dell'Auriga di Delfi, dal Museo Archeologico locale
Da un punto di vista archeologico, il sito di Delfi presenta due aree sacre principali, poste ai lati di una sorgente d'acqua che sgorga da una fenditura della roccia sulla parete del Parnaso, la fonte Kastàlia: oltre al santuario di Apollo, ad est si presentava quello dedicato ad Atena Pronaia, anch'esso ricco di edifici.
Per giungere al tempio di Apollo bisognava accedere da una porta a sud, dopo aver attraversato un percorso a tornanti che conduceva sul piazzale antistante l'edificio.
Delfi Apollo
Il tempio di Apollo a Delfi
Era la Via Sacra, lungo la quale ancora oggi ci si imbatte in straordinari edifici, offerte votive lasciate dai fedeli per ringraziare il dio Apollo del responso ottenuto. Questi particolarissimi edifici recano un nome ben preciso, si chiamano "thesauròi" ed hanno la forma di tempietto prostilo con due colonne tra le ante. Non superano i 25 m² ma sappiamo che al loro interno custodivano dei doni preziosissimi, fatti dalle singole città.
Tra i più rilevanti va annoverato senza dubbio il tesoro dei Sifni, edificato attorno al 530 a. C. Il tesoro dei Sifni si presenta come un piccolo edificio di ordine ionico realizzato in marmo, e la caratteristica principale sta nella presenza di due cariatidi poste in sostituzione delle colonne tra le ante. Le due figure femminili sono panneggiate secondo la tipologia della kore e vengono rappresentate con un canestro sorretto dalla testa, sulla cui sommità svetta il capitello che sorregge la trabeazione dell'edificio.
Grazie a Erodoto sappiamo che Sifnos visse un periodo di grande splendore poiché, quando si iniziò a coniare moneta, vennero sfruttate le miniere d'argento che si trovavano nell'isola. Questo thesauros venne realizzato sicuramente  entro il 524: proprio in quell'anno Sifnos venne completamente distrutta da Policrate di Samo.
Il tesoro degli Ateniesi lungo la Via Sacra che conduceva al tempio di Apollo a Delfi
Proseguendo lungo la Via Sacra è possibile incontrare il tesoro degli Ateniesi. Secondo Pausania, l'elegante edificio realizzato in marmo di Paro sarebbe stato eretto con la decima del bottino ottenuto a seguito della celebre battaglia di Maratona, combattuta nel 490 a. C.; tuttavia alcuni studiosi ritengono che possa essere più antico. L'edificio presenta una decorazione scultorea di 30 metope che circondavano la trabeazione. Ogni lato raccontava una storia tratta dal mito, i cui protagonisti erano Eracle e Teseo.
La Sfinge dei Nassi, dal Museo Archeologico di Delfi
Alcuni thesauroi hanno suscitato l'interesse di molti studiosi, a causa di un apparato decorativo scultoreo estremamente ricco ed elegante. È il caso della Sfinge dei Nassi, uno dei doni votivi che meglio hanno resistito all'usura del tempo. La città di Naxos, celebre isola delle Cicladi, aveva realizzato un'altissima colonna ionica in marmo, i cui frammenti si conservano nel Museo Archeologico di Delfi. Sopra la colonna, datata tra il 570 e il 560 a. C., vi era una Sfinge dallo sguardo enigmatico che accoglieva i fedeli in processione.
Giunti al tempio di Apollo, non si può che rimanere estasiati di fronte all'aura di sacralità che circonda l'edificio. La sua storia è tanto antica quanto travagliata. Sempre lo storiografo Erodoto ci racconta che esisteva un primo tempio eretto in pietra, che è stato distrutto nel 548 da un terribile incendio. A seguito di questo episodio, l'edificio è stato poi ricostruito grazie ai finanziamenti della famiglia degli Alcmeonidi, esiliati dalla città di Atene, dopo l'omicidio di Ipparco nel 514. Si presenta con una cella distila in antis, e un colonnato di 6×15. Un terribile terremoto finì per distruggere anche questo nel 373 a. C.
Tutte le foto di Delfi, dal Museo Archeologico, dalla Via Sacra e dal Tempio di Apollo sono di M. Cristina Provenzano
Bibliografia

G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Arte greca. Dal decimo al primo secolo a. C., Mondadori, Milano 2013
D. Musti, Storia greca, Linee di sviluppo dall'età micenea all'età romana, Editori Laterza, Roma 2006.
L. Canfora, Storia della Letteratura Greca, Editori Laterza, Roma 1986.

Creature di un sol giorno Mauro Bonazzi

Effimeri costruttori d'eterno

In tutte le cose cerchiamo di liberarci dell’opprimente senso della fine: aspiriamo faticosamente all’illimitato, rifiutiamo l’irrevocabile condanna alla comune finitudine; per quanto inermi di fronte alla morte, siamo condotti in avanti dalla forza misteriosa dell’esistenza, che egoisticamente dimentica il brivido malinconico del tramonto, rielaborandolo in slancio vitale. Su queste e altre idee medita in maniera approfondita, con risultati pienamente fruibili, Mauro Bonazzi in Creature di un sol giorno, un saggio recentemente edito da Einaudi che acquista particolare pregnanza in un momento in cui, alle paure ataviche, si sommano le istanze sollevate dalla più stringente attualità.

La riflessione dell’autore, che prende le mosse dalle considerazioni filosofiche dei Greci, giunge a conclusioni tuttora indiscutibilmente valide, poiché legate a interrogativi antichi che non smettono di tormentarci. Se la vita di ciascuno di noi è destinata all’oblio, allora quale valore ha? La minaccia della fine rischia di sottrarre senso all’esistenza, rendendola vana. Fede e scienza tentano di fornire risposte, l’una attraverso una promessa trascendente di salvezza eterna, l’altra attraverso una ricerca tecnologica finalizzata a prolungare le aspettative di vita. Eppure, restiamo irrimediabilmente creature di un sol giorno, come ricorda l’immaginifico titolo mutuato da un verso di Pindaro: la nostra è la condizione degli esseri inesorabilmente mancanti, desideranti, sempre in cerca di un completamento che ci ostiniamo a rintracciare nell’altro, ma che riguarda nel profondo solo noi stessi.

Sogni di un’ombra, siamo custodi di una tensione continua verso la conquista della felicità. E se Aristotele indica tre vie per raggiungerla – la vita nel piacere (il puro, quasi animalesco godimento), la vita politica (la condivisione di un nobile progetto comune) e la vita contemplativa (la conoscenza come piena realizzazione delle proprie potenzialità) –, Dante, mettendo Ulisse per l’alto mare aperto e proiettandolo verso un folle volo, mette a fuoco i limiti della filosofia e smaschera il fallimento della ragione umana, quando non è sorretta dalla grazia divina. Il Medioevo, pur facendo tesoro della lezione degli antichi, condanna la pretesa di poter realizzare il proprio anelito di conoscenza confidando esclusivamente nelle proprie forze e, con l’ennesimo, fatale naufragio di Ulisse – che di quella sete di sapere è simbolo – decreta la vanità dell’umana sapienza rispetto alla potenza infinita del Creatore. Le scoperte e gli studi scientifici di Copernico, Keplero e Galileo renderanno inutile la necessità di postulare l’esistenza di un ordinatore dell’universo (per dirla con Laplace, “Dio è un’ipotesi di cui non abbiamo bisogno”) e alla fine del XIX secolo Nietzsche dichiarerà, senza possibilità di appello, la morte di Dio.

Sebbene sia facile, in questo precario sconfinare, sentirsi precipitare nell’abisso, il viaggio verso la conoscenza continua: secondo Bonazzi l’eredità del filosofo, e quindi in un certo senso di Ulisse, è oggi nelle mani dello scienziato, che deve tuttavia fare i conti con le conseguenze etiche di questo cambio di prospettiva, destreggiandosi tra le domande che segnano il labile confine tra Bene e Male. Il dibattito è particolarmente acceso in questi anni, per esempio, intorno ai temi che riguardano la clonazione o l’editing genetico, così come lo è stato in passato in merito alle ricerche sulla fusione nucleare.

Le pagine più alte del saggio di Bonazzi sono probabilmente quelle dedicate alle considerazioni di Simone Weil, Rachel Bespaloff, Erich Auerbach, Hannah Arendt e Walter Benjamin, tutti pensatori ebrei o di origini ebraiche che, nel ribollire della storia novecentesca, sono stati costretti, di fronte al recupero trionfalistico del mondo classico da parte del nazismo, a spiegare la radice profonda della lezione omerica, che ha a che fare con la dignitosa consapevolezza della propria fragilità, più che con l’ostentazione invasata della forza.

Così, al cospetto della nostra umana fugacità, possiamo riconoscere che il desiderio di Bellezza che ci nutre vive della medesima forza delle pulsioni più basse che ci abitano ed è anzi in grado di soggiogarle; possiamo sforzarci di compiere un movimento di ascesa, per distinguere dietro al disordine e alla molteplicità un senso di unità che regge il tutto e gli conferisce senso; possiamo infine accettare l’idea che sia proprio la morte, con la sua ineluttabilità, ad attribuire un significato irripetibile al nostro passaggio su questa terra. Effimeri, cioè creature di un sol giorno, ma testardamente proiettati verso la dimensione dell’eterno: un pensiero di luce per questo tempo che sembra affondare nell’ombra.

creature di un sol giorno bonazzi
Copertina del saggio di Mauro Bonazzi, Creature di un sol giorno. I Greci e il mistero dell'esistenza, ET Saggi per Giulio Einaudi editore

lettera 104 Seneca

"Se vuoi liberarti dai tuoi affanni, devi essere un altro uomo": la lettera 104 di Seneca

"Come si troverebbero bene certe persone se si staccassero da sé stesse! E invece si opprimono, si affliggono, si guastano, si spaventano, tutto da soli. Traversare gli oceani, cambiare città, cosa serve? Se vuoi liberarti dai tuoi affanni non devi cambiare luogo, devi essere un altro uomo". (Lettere a Lucilio).
La lettera 104 di Seneca, una delle più celebri dell’intero epistolario rivolto a Lucilio, costituisce un particolare esempio di pensiero di stampo stoico, ma filtrato da una visione più orientata al pragmatismo.

Doppia erma con Seneca e Socrate, III secolo (da originale del I secolo), Antikensammlung de Berlin.  Foto di Calidius, CC BY-SA 3.0

È un aspetto che ritroviamo anche nella vita di Seneca: dopo l’ordine di Nerone di allontanarsi dalla vita politica, il filosofo aveva dovuto iniziare un’esistenza ritirata, in un’affermazione positiva dell’otium. L’otium è un tema affrontato a più riprese anche nel Nero e soprattutto nel De Otio, ed è presentato non solo come un’alterativa al negotium, ma anche come necessario e universale (“Incipit omnibus esse otium necessarium), in una soluzione di ritiro fortemente radicale. Ma com’è possibile che l’allontanamento dagli affari possa essere necessario, o addirittura preferibile alla vita pubblica? Semplicemente dando una giusta interpretazione della parola otium. Un’interpretazione che segue la scia di Cicerone e in particolar modo Sallustio, che era arrivato a giustificare il suo ritiro per scrivere il Bellum Iugurthinum sostenendo che fosse più utile l’otium dello storiografo che il negotium di molti politici.

Seneca risente di questa concezione di otium, e compie un passo ulteriore: l’otium non sarebbe da considerarsi come sinonimo di inattività, bensì come una forma superiore di negotium. Insomma Seneca, come Sallustio, sente il dovere di spiegare il motivo del suo distacco dalla politica, e lo fa recuperando le prerogative romane dell’agere (agire) e del prodesse (giovare), al fine di dare una sfumatura pratica anche al suo periodo di distacco dagli affari.

lettera 104 Seneca Nerone
Eduardo Barrón, Nerón y Séneca, gesso parzialmente policromo (1904), Museo del Prado. Foto di OutisnnCC BY-SA 3.0

Nelle Epistulae ad Lucilium ritroviamo questo concetto, in cui Seneca si pone come uomo destinato ad un progetto più alto di quanto non fosse lavorare per Nerone: egli decide di lavorare per i posteri (Negotium posteriorum ago). La lettera 104 di Seneca, in particolare, è ispirata al filosofo dal trasferimento dalla città al suo podere di campagna. Questo momento di lontananza, diventa uno spunto per avviare una riflessione sugli occupati, persone dedite al negotium, che non sanno vivere bene, in quanto continuamente proiettate verso un futuro che non gli appartiene. Per questa ragione soffrono di una grande insoddisfazione di se, sensazione che cercano di scacciare vagabondando da un luogo all'altro.

Secondo Seneca, gli occupati si illudono che il viaggio li allontani dai mali: ma i tormenti, le passioni e le paure vivono in ognuno, e rimarranno sempre dentro di noi.
La via proposta per riacquisire se stessi è la ricerca della saggezza attraverso lo studio della filosofia unita ad un'intensa volontà di cambiamento, nonché al soffermarsi sulla propria interiorità, tema su cui Seneca costruire un vero e proprio percorso che porta all’auto-possesso di se.


Brama: le incertezze di un'anima in frantumi

Non lo dico mai, ma questa volta devo proprio: “questo libro merita!”
Ecco l’ho detto.
Di solito non mi esalto così tanto per un libro di narrativa appena uscito. Che devo farci? Sarà che ancora non accetto più il mio status di NON-PIÙ-STUDENTESSA UNIVERSITARIA, ma mi è rimasto un debole per i super manuali da mille pagine e per i saggi, soprattutto di letteratura e filologia.
Invece devo che Brama di Ilaria Palomba, edito da Giulio Perrone Editore (pagg. 239, €16,00), mi è piaciuto davvero molto.

Bianca, la protagonista, incarna un po’ tutte le incertezze ed i timori che qualsiasi donna o uomo, ad un certo punto della vita, può provare.
La differenza è che Bianca si fa distruggere dalle sue paure e dal suo senso di inferiorità nei confronti dei genitori, soprattutto dell’inarrivabile padre, psichiatra affermato che, in fondo, non fa moltissimo per aiutare sua figlia. Certo, cerca di evitarle diversi ricoveri in psichiatria dopo dei maldestri tentativi di suicidio, cerca di starle vicino come fa anche sua moglie, in certi momenti tanto odiata da Bianca. Ma, in concreto, Bianca si perde in quel suo senso di solitudine, si autodistrugge perché, secondo lei, ormai non c’è più nulla da perdere. Anche Carlo Brama, dopo averla salvata dalla vasca da bagno in cui Bianca si era adagiata dopo aver ingoiato numerose pillole, l’aveva lasciata.
L’anima di Bianca è in frantumi: “sei il fantasma di te stesso e cammini in coda a un’infinita molteplicità di sé. I frantumi, eccoli, li vedi? Li vedete? Per me in frantumi sono i dieci sé con cui parlo in chat, scambiando poesie di Rimbaud, Rilke, Hölderlin, frammenti di parole, versi spezzati…”

Brama Ilaria Palomba
Foto di Marika Strano

Di seguito, ulteriori particolari sulla trama del romanzo e considerazioni finali

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teoria del piacere Giacomo Leopardi

Un viaggio tra gli scritti privati di Leopardi: la "teoria del piacere" parla all'uomo del XXI secolo

Giacomo Leopardi è spesso definito dai manuali scolastici il primo dei moderni tra i letterati del suo tempo. Una reputazione che gli calza a pennello, per gli occhi nuovi con cui si interessò e approcciò a tutte le sfere del sapere di cui si sia biograficamente a conoscenza, proponendo soluzioni altrettanto nuove.

Giacomo Leopardi teoria del piacere
Ritratto di Giacomo Leopardi, ad opera di Domenico Morelli (1845). Immagine in pubblico dominio

Intellettuale brillante dalla cultura impareggiabile già da ragazzo, lo si trova sui limina di tutte le correnti letterarie annoverabili tra Settecento e Ottocento, sia per suo stesso sentimento, sia guardando alla realtà dei fatti. Ed è forse questo il punto cruciale, che lo ha reso tanto inviso ai contemporanei (che pur ne riconoscevano le capacità e il potenziale) quanto interessante agli occhi di chiunque non sia immediatamente interessato a collocarlo in un compartimento stagno. È chiaro che Leopardi non sia inscrivibile in nessuna corrente letteraria a livello poetico, né tematico, né letterario e forzare tale collocazione potrebbe indurre a non giudicare di egual portata e valore tutta la sua produzione letteraria (si sa che fino agli studi di Walter Binni e Sebastiano Timpanaro, quasi esclusivamente le opere poetiche - gli idilli per lo più - venivano lette con piacere).

C’è un altro importante fattore non ancora nominato e che nella cronologia della ricezione leopardiana tendenzialmente si tese a sottostimare, quantunque fondamentale: Giacomo Leopardi fu anche e soprattutto un filosofo, e il suo pensiero filosofico (mutuato dalla corrente sensistica francese ma ben presto spogliato della sua patina ottimistica) è quella chiave di lettura delle opere inscindibile da esse che se non presa in considerazione le rende “solo” degli ottimi prodotti letterari (come sappiamo dalle recensioni di suoi amici come il Monti o il Giordani) ma talvolta incompresi nel loro intento divulgativo a tutti gli effetti (celebre è l’astio che provava per Leopardi Niccolò Tommaseo).

Vincenzo Monti, ritratto ad opera di R. Cooper (1803), tratta dalle Satire di A. Persio Flacco, p. 6. Immagine in pubblico dominio
Ritratto di Pietro Giordani, contenuto negli  Scritti editi e postumi (1856). Immagine in pubblico dominio

 

Niccolò Tommaseo. Foto in pubblico dominio

L’opera filosofica per eccellenza si sa essere le Operette Morali, ventiquattro prose di taglio satirico che Leopardi voleva smuovessero l’uomo dalle sue certezze e gli mostrassero il suo vero posto nel mondo, molto meno favorevole di quello che con i secoli aveva avuto la superbia di credere. Tuttavia esse, pubblicate in diverse edizioni dal 1827, furono tiepidamente accolte e incluse nell'Indice dei libri proibiti entro breve.

 

Ma se c’è un vero “tesoro nascosto” all'interno della produzione leopardiana sono le dissertazioni filosofiche che i lettori possono trovare sfogliando le pagine dello Zibaldone. Molte di esse sono riflessioni giovanili che colpiscono per la scelta dei temi lucidamente analizzati e le teorie di risoluzione proposte o scartate con sagacia notevole. La scrittura, nata come privata, si presenta in un tono molto più irrequieto rispetto alle opere pubbliche e alcuni temi ricorrono spesso, quasi che l’autore si renda conto di avere solo se stesso quale interlocutore alla pari per poter affrontare certi dilemmi, alla ricerca di soluzioni più convincenti e razionali (come di fatto avverrà nelle Operette).

Due parole sullo Zibaldone di pensieri, diario intellettuale cominciato nel 1817 e che ha raccolto tutta una serie di appunti fino al 1832. Purtroppo fu un tesoro effettivamente nascosto per diversi anni, affidato ad Antonio Ranieri dopo la morte dell’autore ma reso pubblico, a cura di Carducci, solo nel 1898.

Giacomo Leopardi teoria del piacere
Giacomo Leopardi, Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura (vol. VI), Successori le Monnier, Firenze 1900. Fonte Internet Archive. Foto in pubblico dominio

Questo grande quaderno di più di quattromilacinquecento fogli prende il nome dalla natura variegata e frammentaria del contenuto. Preziosissimo perché all'interno vi si possono ritrovare, oltre che appunti di natura scolastica (è noto che il giovane conte si interessasse di molte discipline: lingua  greca, latina o francese, linguistica, filologia, botanica, grammatica) considerazioni personali su usi, costumi, religione e politica contemporanea, spesso paragonati agli stessi nei tempi antichi, recensioni di opere lette. Bellissimi i veri e propri abbozzi o spunti di quelle che di lì a breve sarebbero diventate poesie e prose pubbliche. Alcuni esempi:

Dolor mio nel sentire a tarda notte seguente al giorno di qualche festa il canto notturno de’ villani passeggeri. Infinità del passato che mi veniva in mente, ripensando ai romani così caduti dopo tanto romore e ai tanti avvenimenti ora passati, ch’io paragonava dolorosamente con quella profonda quiete e silenzio della notte, a farmi avvedere del quale giovava il risalto di quella voce o canto villanesco.

(Zibaldone 50-51 – un chiaro appunto da ricordare in prospettiva della stesura de La sera del dì di festa.)

L’antico non è eterno, e quindi non è infinito, ma il concepire che fa l’anima uno spazio di molti secoli, produce una sensazione indefinita, l’idea di un tempo indeterminato, dove l’anima si perde, e sebben sa che vi sono confini, non li discerne, e non sa quali sieno. […] sebbene i confini si vedano, e quanto ad essi non vi sia indefinito, v’è però in questo, che lo spazio è così ampio che l’anima non l’abbraccia e vi si perde; e sebbene distingue gli estremi, non distingue però se non se confusamente lo spazio che corre tra loro. Come allorché vediamo una vasta campagna, di cui pur da tutte le parti si scuopra l’orizzonte.

(Zibaldone 1429-1430 – un preludio all'idillio L’infinito).

Giacomo Leopardi teoria del piacere
I primi due volumi delle Opere di Giacomo Leopardi, nell'edizione stampata da Stella (Napoli) nel 1835; a sinistra i Canti, a destra la prima parte delle Operette Morali. Foto di Roman Eisele, CC BY-SA 3.0

Tornando agli appunti di carattere filosofico, ve ne è una serie in particolare datata ancora 1820 (che anticipa quindi di circa dieci anni la pubblicazione delle Operette), la quale probabilmente più di tutto ha la capacità di far riflettere chiunque, di toccare le corde di un’anima senza età, senza genere, senza classe sociale, senza tempo. Questa si è condensata in quella che Leopardi stesso ha chiamato “Teoria del piacere” (Zibaldone 165-172 – dove non specificato diversamente, si citeranno estratti), dai toni essenzialmente negativi che non si confacevano affatto a quel "secolo decimonono" che dava il progresso come assodato, promettendo redenzione dall'infelicità. Ma il (possiamo chiamarlo così) filosofo di Recanati, farà dire qualche anno più tardi al suo alter ego Tristano nel Dialogo di Tristano e di un amico:

calpesto la vigliaccheria degli uomini, rifiuto ogni consolazione e ogn'inganno puerile, ed ho il coraggio di sostenere la privazione di ogni speranza, mirare intrepidamente il deserto della vita, non dissimularmi nessuna parte dell'infelicità umana, ed accettare tutte le conseguenze di una filosofia dolorosa, ma vera. La quale se non è utile ad altro, procura agli uomini forti la fiera compiacenza di vedere strappato ogni manto alla coperta e misteriosa crudeltà del destino umano“ [...].

Ciò a conferma non solo che nessun punto preso in esame da ragazzo era stato oggetto di ripensamenti, anzi, se possibile si era persino acuito; insomma in qualità di saggio doveva condividere le sue scoperte invece che essere dispensatore di una consolatoria non-verità.

Uno dei nodi principali della filosofia leopardiana (non potendoli affrontare tutti) che lo aveva reso presto conscio del dramma della vita umana, riguarda infatti la possibilità della felicità, secondo l’autore impraticabile. Tema dai chiari richiami epicurei e oraziani ma che, senza fare salti temporali estesi, solo qualche anno prima il romanticismo tedesco aveva analizzato elaborando il concetto di Sehnsucht, un termine difficilmente rendibile con un’unica parola ma che con una locuzione intende “intenso desiderio per una felicità irraggiungibile”: l’uomo leopardiano è comunque, come quello romantico, capace di provare un forte desiderio senza raggiungerlo mai.

Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia, olio su tela (1817 circa), attualmente alla Hamburger Kunsthalle. Immagine in pubblico dominio

Leopardi presenta immediatamente la tragicità della situazione da un punto di vista però molto più materiale che spirituale, mettendo su due piani diversi l’uomo finito e la sua anima infinita. Il desiderio, il piacere, tramite la conquista del quale l’uomo potrebbe proclamarsi “felice”, è però “congenito coll’esistenza”, senza limiti in estensione e in durata perché infinito come l’anima e dunque destinato a solleticare gli esseri umani fino alla morte. L’uomo vanamente cerca di soddisfare la sua bramosia con obiettivi e piaceri terreni, talmente tanto desiderati che una volta ottenuti, non soddisfano che per pochi attimi. Ciò perché non abbisogna di quelli, ma del desiderio in sé, un piacere di tutt'altra levatura (si vedano le teorie di Schopenhauer di quegli stessi anni a proposito della voluntas). Come tollerare allora il proprio soggiorno sulla terra? Secondo Leopardi l’uomo può, grazie alle proprie facoltà immaginative, provare a figurarsi l’entità del piacere puro e infinito e rifugiarsi nell'illusione di esso:

Considerando la tendenza innata dell’uomo al piacere, è naturale che la facoltà immaginativa faccia una delle sue principali occupazioni della immaginazione del piacere. E stante la detta proprietà di questa forza immaginativa, ella può figurarsi dei piaceri che non esistano, e figurarseli infiniti 1. in numero, 2. in durata, 3. e in estensione. Il piacere infinito che non si può trovare nella realtà, si trova così nella immaginazione, dalla quale derivano la speranza, le illusioni ec. Perciò non è maraviglia 1. che la speranza sia sempre maggior del bene, 2. che la felicità umana non possa consistere se non se nella immaginazione e nelle illusioni.” 

Questa possibilità viene considerata da Leopardigran misericordia e gran magistero della natura” e ritenuta ancora più proficua nei fanciulli e negli antichi (questi ultimi invidiati da Leopardi per la condizione di beatitudine in cui hanno vissuto, inconsci dell’illusorietà della loro ricerca - si legga a tal proposito la Storia del genere umano, che introduce le Operette), entrambi avvolti nell'ignoranza.

Joseph Mallord William Turner, Regulus, olio su tela (1828 circa), oggi alla Tate Gallery. Immagine (Art Daily) in pubblico dominio

Deleteria sarebbe allora la condizione del moderno sapiente, irrimediabilmente al corrente della realtà. Eppure Leopardi ha già suggerito in altri luoghi i mezzi per barcamenarvisi: la vaghezza e l’indeterminatezza:

alle volte l’anima desidererà ed effettivamente desidera una veduta ristretta e confinata in certi modi, come nelle situazioni romantiche. La cagione è la stessa, cioè il desiderio dell’infinito, perché allora in luogo della vista, lavora l’immaginazione e il fantastico sottentra al reale. L’anima s’immagina quello che non vede, che quell'albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe, se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’immaginario. Quindi il piacere ch’io provava sempre da fanciullo, e anche ora, nel vedere il cielo, ec. attraverso una finestra, una porta, una casa passatoia, come chiamano. Al contrario, la vastità e moltiplicità delle sensazioni diletta moltissimo l’anima. […] la moltiplicità delle sensazioni confonde l’anima, gl'impedisce di vedere i confini di ciascheduna, toglie l’esaurimento subitaneo del piacere, la fa errare d’un piacere in un altro, senza poterne approfondare nessuno, e quindi si rassomiglia in certo modo a un piacere infinito. Parimente, la vastità, quando anche non sia moltiplice, occupa nell'anima un più grande spazio, ed è più difficilmente esauribile. La maraviglia similmente rende l’anima attonita, l’occupa tutta e la rende incapace in quel momento di desiderare. Oltre che la novità, inerente alla maraviglia, è sempre grata all'anima, la cui maggior pena è la stanchezza dei piaceri particolari.

Altra dimensione importantissima è quella del ricordo, che non solo contribuisce all'incremento della poeticità di luoghi, oggetti e sensazioni (cfr “Le ricordanze” e altri vari luoghi dello Zibaldone) ma permette di ritornare con la mente alla fanciullezza:

Da fanciulli […] quel piacere e quel diletto è sempre vago e indefinito; l’idea che ci si desta è sempre indeterminata e senza limiti; ogni consolazione, ogni piacere, ogni aspettativa, ogni disegno, illusione ec. (quasi anche ogni concezione) di quell'età tien sempre all'infinito; e ci pasce e ci riempie l’anima indicibilmente, anche mediante i minimi oggetti. Da grandi, o siano piaceri e oggetti maggiori, o quei medesimi che ci allettavano da fanciulli […] proveremo un piacere, ma non sarà più simile in nessun modo all'infinito, o certo non sarà così intensamente, sensibilmente, durevolmente ed essenzialmente vago e indeterminato. […] Anzi, osservate che forse la massima parte delle immagini e sensazioni indefinite che noi proviamo pure dopo la fanciullezza e nel resto della vita non sono altro che una rimembranza della fanciullezza, […] Così che la sensazione presente non deriva immediatamente dalle cose, non è un’immagine degli oggetti, ma della immagine fanciullesca; una ricordanza, una ripetizione, una ripercussione o riflesso della immagine antica. […] In maniera che, se non fossimo stati fanciulli, tali quali siamo ora, saremmo privi della massima parte di quelle poche sensazioni indefinite che ci restano, giacché non le proviamo se non rispetto e in virtù della fanciullezza.”

Giacomo Leopardi teoria del piacere
Busto del Leopardi op.1 in gesso esposto nel Museo Tripisciano di Palazzo Moncada a Caltanissetta. Foto di OppidumNissenaeCC BY-SA 3.0

La posizione di Leopardi è insomma ben altro sia rispetto a quella dei romantici tedeschi, che vedevano in questo immenso desiderio di felicità una testimonianza del grande animo dell’uomo moderno; sia rispetto a quella di Schopenhauer, che proponeva in opposizione a questo straripante bisogno di piaceri inappagabile la noluntas, la volontà di non volere: solo traendosi fuori da ogni possibilità di tentazioni inutili e illusorie sarebbe stato possibile raggiungere il nirvana, la "vera felicità".

Ritratto (1855) di Arthur Schopenhauer ad opera di Jules Lunteschütz. Immagine in pubblico dominio

Non volendo in questa sede negare la potenzialità di alcuna delle due scuole di pensiero confrontate alla presente, non possono non colpire prepotentemente le parole del giovane Leopardi, decisamente meno astratte e a ben vedere troppo vicine alla realtà odierna.

Sforzandosi di addentrarsi in quello che non è solo un “pensiero pessimistico”, ma una presa di coscienza consapevole di quella che giorno per giorno si è rivelata essere l’oggettiva esistenza quotidiana, lo si può seguire anche oggi delle sue dissertazioni e rendersi conto della validità dei suoi ragionamenti, probabilmente con la stessa inquietudine che spinse tanti nel corso degli anni ad ignorare il suo pensiero se non a rigettarlo. L’uomo del ventunesimo secolo non si sente infatti, stando a quanto si legge su giornali o social network, parimenti solo, mai soddisfatto, sempre alla ricerca di nuovi limiti superati i quali è solo momentaneamente felice? Che sia un abbaglio la costante brama dell’ultima uscita, la rincorsa alla moda, la volontà di prevaricare? Permarrà un'arsura perenne difficilmente placabile. Si ripresenta allora la stessa domanda: come tollerare il proprio soggiorno sulla terra?

Già a scuola è insegnato come storia e letteratura siano insegnamenti. Certamente da questi appunti dello Zibaldone come da alcuni passi di dialoghi delle pluricitate Operette e soprattutto da La ginestra Giacomo Leopardi insegna a non indugiare in consumismo e piaceri terreni, di cui è meglio riconoscere futilità e fugacità, ma coltivare la persona anzitempo nonostante sembri inutile (cfr Il Parini, ovvero della gloria) e soprattutto a collaborare tra esseri umani per migliorare la società e sopportare quella “fatica della vita” (cfr il Dialogo di Plotino e di Porfirio e La Ginestra, ove è esplicato il meraviglioso concetto di “social catena”).

Giacomo Leopardi teoria del piacere
La biblioteca di Giacomo Leopardi nella sua casa a Recanati. Foto di Quinok, CC BY-SA 4.0

Fonti

“La scrittura e l’interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011.

Dizionario di filosofia, 2009

I classici Ricciardi, Introduzioni di Sergio Solmi, 1956

Il “Leopardi verde” di Timpanaro in “Belfagor”, XLII, 6; Firenze, 1987

Su Schopenhauer: Enciclopedia online, Enciclopedia italiana di Guido Calogero, 1936

Emilia Cirello, “La teoria del piacere: in cosa consiste e cos’è il piacere?” Su Eroica Fenice.

 


Addio al filosofo Emanuele Severino

Il filosofo Emanuele Severino è morto il 17 gennaio 2020 a Brescia. Dal 2005 era Professore Emerito dell'Università Ca' Foscari, dove ha tenuto per più di 30 anni la Cattedra di Filosofia Teoretica.

Il Rettore Michele Bugliesi: "Ci ha lasciati un grande protagonista del mondo della cultura e dell'accademia italiana e internazionale e uno dei nostri professori più amati. Emanuele Severino è stato uno dei pensatori di maggior rilievo della filosofia italiana del Novecento e la sua vasta opera era nota in tutto il mondo. Perdiamo un filosofo illustre e un docente appassionato, ha coinvolto, ispirato e fatto crescere generazioni di allievi.  A nome di tutto l'Ateneo esprimo il mio più sentito cordoglio ai familiari".

BIOGRAFIA (fonte www.emanueleseverino.it)

Nato a Brescia nel 1929, dopo la maturità classica si iscrive al corso di laurea in Filosofia all’Università di Pavia, presso il Collegio Borromeo. Si laurea nel 1948 con Gustavo Bontadini, discutendo una tesi su Heidegger e la metafisica.

Nel 1950 ottiene la libera docenza in Filosofia teoretica; nel 1954 viene invitato ad insegnare all’Università Cattolica di Milano, dove dal 1962 è professore ordinario di Filosofia morale. In quello stesso anno esce Studi di filosofia della prassi in cui si dice che la fede è contraddizione perché assume come incontrovertibile ciò che non si presenta come tale.
Con la pubblicazione di Ritornare a Parmenide (1964) e del relativo Poscritto (1965), la sua posizione in Cattolica si fa ancora più critica.

Nel 1970 entra nel Palazzo del Sant’Uffizio (ora Sacra Congregazione per la Dottrina della Fede) per discutere con gli esperti incaricati di esaminare i suoi scritti.
Il responso, incluso negli Acta Apostolica, dichiara la incompatibilità della filosofia di Severino con la dottrina cattolica. Cornelio Fabro, ex definitore del Sant’uffizio, ha scritto che Severino «critica alla radice la concezione della trascendenza di Dio e i capisaldi del cristianesimo come forse finora nessun ateismo ed eresia hanno mai fatto».

Recatosi a Venezia, insieme a Piero Treves (per la Storia antica), Gaetano Cozzi (per la Storia moderna), Adriano Limentani (per la Filologia romanza) e a Giorgio Padoan (per la Letteratura italiana), fonda il direttivo dell’allora istituenda Facoltà di Lettere e Filosofia. Dal 1970 al 2001 è professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università degli Studi di Venezia; fino al 1989 vi dirige l’Istituto di Filosofia, poi Dipartimento di Filosofia e Teoria delle Scienze. È professore emerito della stessa Università.
Dal 2002 collabora con la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, dove tiene il corso di “ontologia fondamentale”.

L’editrice Adelphi e la BUR dedicano una collana alla pubblicazione delle sue opere, molte delle quali tradotte in varie lingue: inglese, francese, tedesco, spagnolo, olandese, portoghese, finlandese. È collaboratore del “Corriere della Sera”.

Accademico dei Lincei, vincitore di molti premi – tra gli altri: premio Nietzsche, Tevere, Circeo, Guidarello, Columbus, premio per la filosofia 1998 della Presidenza del Consiglio, premio Grinzane Cavour-Cesare Pavese –, è Medaglia d’oro della Repubblica per i Benemeriti della Cultura e Cavaliere di Gran Croce.
Numerosi gli allievi di grande rilievo scientifico e accademico.
Nel 1951 sposa Ester Violetta Mascialino, docente di Latino e Greco nei Licei, da cui ha avuto due figli, Federico e Anna; ha un nipote, Andrea.

Emanuele Severino
Emanuele Severino. Foto di Oliynykyuri, CC BY-SA 4.0

Testo dall'Ufficio Comunicazione e Promozione di Ateneo, Università Ca' Foscari Venezia


Festival filosofia Magna Grecia Elea Velia

Il Festival della Filosofia in Magna Grecia

"Agli uomini, infatti, il Cronide dettò questa legge: è proprio dei pesci, delle fiere, dei volanti uccelli divorarsi l'un l'altro, perché non esiste giustizia fra loro; ma agli uomini diede la giustizia, che è cosa di gran lunga migliore. Se uno, conoscendo la verità, la proclama, a lui Zeus dall'ampia pupilla darà la felicità; chi invece coscientemente giurerà il falso e renderà falsa testimonianza, ingannando la giustizia commetterà irreparabile crimine e lascia 
dopo di sé la progenie sempre più oscura , mentre fiorirà la discendenza dell'uomo che ha giurato il vero".
(Esiodo, “Opere e giorni”, vv. 248-269,276-285).
Si sta svolgendo in questi giorni, precisamente dal 23 al 26 Ottobre, in Cilento, una nuova edizione dell'ormai attesissimo Festival della Filosofia in Magna Grecia, il cui tema centrale, per espresso volere degli organizzatori, è costituito dalla "Dike", termine con cui nell'antica Grecia veniva caratterizzata la Giustizia, tematica quanto mai attuale.
La manifestazione coinvolge studenti liceali provenienti da ogni parte d'Italia, i quali, nei quattro giorni della manifestazione, saranno protagonisti di incontri con filosofi, laboratori didattici e passeggiate filosofiche in un territorio, quello cilentano, che tanto ha donato nel suo glorioso passato al moderno pensiero occidentale.
I luoghi in cui sono previste queste attività, infatti, sono tra i più rappresentativi del mondo antico, almeno per quanto concerne l'ambito della Regione Campania, vale a dire il Parco Archeologico di Paestum e quello di Elea-Velia, e la deliziosa cittadina di Vallo della Lucania.
Festival filosofia Magna Grecia Elea VeliaSi è partiti Mercoledì 23 con la lezione-spettacolo a cura di Annalisa Di Nuzzo e Salvatore Ferrara, con gli attori Noemi Perfetto, Riccardo Marotta e Ilaria Cecere; prevista anche una giornata filosofica esperenziale attraverso la lettura di alcune pagine dell'Antigone di Sofocle ed il rapporto tra le leggi di Socrate e Platone.
La manifestazione prevede nei giorni 24 e 25 Ottobre anche passeggiate filosofico-teatrali negli scavi archeologici di Paestum ed Elea-Velia e dialoghi filosofici moderati da Massimo Adinolfi, ordinario di Filosofia Teoretica alla Fondazione Alario di Ascea, insieme a numerosi altri eventi tra i quali laboratori pratici coordinati da Alessio Ferrara, agorà tra docenti, Animafilosofia e concorsi  a cura di Andrea Lucisano.
"Durante il percorso filosofico-teatrale - sottolinea Annalisa Di Nuzzo - saranno definiti i fondamenti della filosofia politica. Attraverso il confronto e la libera discussione si proverà a promuovere le competenze di cittadinanza e costituzione che contribuiscono di fatto a creare un senso di appartenenza al luogo in cui si vive, al proprio paese, all'Europa ed al mondo intero, attraverso la disponibilità a partecipare al processo decisionale proprio della democrazia, cosi' imprescindibile già per gli antichi".
Per Giuseppina Russo, presidente del Festival della Filosofia in Magna Grecia, "la manifestazione ha consolidato una dimensione nazionale ed internazionale coinvolgendo oltre quarantamila liceali nelle precedenti edizioni e diffondendo la conoscenza del patrimonio culturale e archeologico dei territori della Grecia e della Magna Grecia, per i quali il festival, esaltando il genius loci, in collaborazione con gli enti locali, le istituzioni e i soggetti impegnati nella valorizzazione del territorio, è un ponte ideale tra i luoghi rappresentativi del pensiero occidentale"
Insomma, parafrasando il grande Parmenide, l'illustre filosofo vissuto tra il VI e il V sec. a.C. e nativo proprio di Elea-Velia, se è vero che "l'Essere è e il Non Essere non è", restiamo convinti che questo Festival SIA davvero una bellissima iniziativa.
Locandina del Festival della Filosofia in Magna Grecia

Una paradossografia pseudo-aristotelica: il “De mirabilibus ascultationibus”

UNA PARADOSSOGRAFIA PSEUDO-ARISTOTELICA: IL “DE MIRABILIBUS ASCULTATIONIBUS”

Quando ci si imbatte nella lettura di Aristotele spesso l’attenzione ricade su opere come la Metafisica, Poetica, Politica etc. che, seppur pregevoli per le informazioni e ricche di spunti filologici, non mancano certo di contributi esplicativi. La situazione, però, non è omogenea, non tutte le opere, aristoteliche o presunte tali, hanno ricevuto lo stesso trattamento o, seppur emendate e commentate, non risaltano all’attenzione del lettore esperto e non.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, particolare con Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani (fonte: Web Gallery of Art), Pubblico dominio

La questione del De mirabilibus ascultationibus è degna di nota sia per le problematiche storico-filologiche sia per le informazioni, spesso stravaganti, contenute all’interno della raccolta. Come si deduce dall’intestazione, l’opera è definita pseudo-aristotelica, non a caso differenti filologi (Alessandro Giannini, per citarne uno) hanno riscontrato diverse problematiche nel ricercare l’autore di questa raccolta di eventi mirabolanti. La difficoltà nell’individuazione della paternità è connessa con la varietà dei contenuti, varietà che riguarda non solo le informazioni, ma anche e soprattutto la datazione delle stesse. Non mancano, infatti, capitoli che riferiscono eventi precedenti o, addirittura, posteriori ad Aristotele stesso: in questa circostanza, allora, come ci si dovrebbe comportare? Giunge in soccorso la tradizione del Corpus Aristotelicum. Per quanto riguarda la tradizione dei filosofi, in particolar modo Platone e Aristotele, le loro ‘scuole’ hanno giocato un ruolo fondamentale per la salvaguardia delle loro opere, nel caso di Aristotele il Liceo ha permesso che una buona parte della produzione aristotelica venisse tramandata ai posteri. All’interno di questa istituzione, il Liceo per l’appunto, definendola con una terminologia moderna, Aristotele ammaestrava i suoi allievi con le sue lezioni. Non è da escludere, quindi, che se diversi capitoli del De mirabilibus ascultationibus possano essere, con i dubbi del caso, ascritti allo Stagirita, gli altri possano avere una paternità diversa: si può ipotizzare, in questo caso, che differenti capitoli siano ascrivibili agli allievi. A confermare quest’ultima ipotesi c’è la questione della fonte o delle fonti della raccolta. Se ci si attiene alle informazioni degli studiosi, le fonti principali dell’opera paradossografica pseudo-aristotelica sono da indicare in Timeo, Teopompo e Teofrasto. Quest’ultimo, infatti, è stato allievo di Aristotele al Liceo.

Gustav Adolph Spangenberg, Die Schule des Aristoteles, affresco (1883-1888), (fonte: Hetnet.), Pubblico dominio

Connessa alla difficoltà della paternità della raccolta c’è la questione della datazione. Anche in questo caso si deve ipotizzare una pluralità di aggiunte seriori, anche se, cercando di datare quei capitoli ascrivibili ad Aristotele, si potrebbe definire come terminus ante quem il 384 a.C. (anno della nascita di Aristotele) e come terminus post quem il 322 a.C. (anno della morte dello stesso), in quest’arco di tempo, presumibilmente, va cercata l’origine di alcuni capitoli di probabile paternità aristotelica.

Le difficoltà legate alla paternità e alla datazione ricadono, anche, sulla struttura dell’opera. I capitoli non hanno una successione cronologica né tantomeno contenutistica, ma spesso risultano inseriti in maniera confusionaria e priva di una organizzazione razionale.

Dopo questa brevissima parentesi storico-filologica, è importante spiegare le ragioni che devono spingere studiosi e appassionati alla lettura del De mirabilibus ascultationibus. Come si evince dal titolo, l’opera presenta informazioni paradossali. Lo Pseudo-Aristotele (o si potrebbe definire anche Anonimo, date le suddette problematiche di paternità), tratta argomenti di vario genere: dalla zoologia alla botanica sino ai fenomeni geologici. Tutti i paradossi, eccetto rari casi, sono accompagnati dal luogo d’origine: si va dal Medio Oriente alla Grecia continentale sino all’Illiria e Italia (Sicilia e Magna Grecia).

Ogni sezione presenta delle caratteristiche principali: la sezione botanica è legata agli effetti ed usi delle diverse erbe e fiori disseminati sulla Terra (si deve tener presente che per Terra va intesa la superficie conosciuta sino al IV-III a.C.). Lo Pseudo-Aristotele (o Anonimo) parla di erbe benefiche e malefiche, di erbe legate ai culti religiosi e quelle legate alla sfera matrimoniale e, addirittura, racconta di fiori che emanano un odore acre tale da allontanare le bestie feroci.

La sezione zoologica è interessata alle dimensioni e alle funzioni di diversi animali. Si passa da bestie più grandi del normale a pesci che riescono a sopravvivere sulla spiaggia. Lo Pseudo-Aristotele tratta anche, per esempio, di locuste che, se ingerite, salvano dai morsi dei serpenti; quest’ultima informazione poteva (e può) essere utile per uno studioso di rimedi farmaceutici.

La sezione geologica è legata sia ai diversi fenomeni naturali: vengono trattati i casi di alta e bassa marea nello stretto di Messina, laghi che generano vortici e sputano una grande quantità di pesci, sia alla presenza, in diverse località, di metalli e pietre preziose. Spesso questa sezione è interessata, anche, da fenomeni mitologici: lo Pseudo-Aristotele parla, per esempio, di un evento accaduto a Catania ai due pii fratres (fratelli devoti), Anfinomo e Anapio; dopo l’eruzione dell’Etna, i due fratelli, con i loro genitori sulle spalle, furono salvati dalla lava grazie alla loro pietas (devozione), questo evento segnò così tanto i catanesi da farlo incidere sulle monete coniate tra il II e il I a.C. Quest’ultimo dato, per esempio, può risultare utile agli studiosi di numismatica.

L’intera raccolta è ricca di queste informazioni e il De mirabilibus ascultationibus, per concludere, può essere definita un’opera poliedrica: utile agli studiosi del Corpus Aristotelicum o agli appassionati e interessante anche per medici, erboristi e zoologi, antichi e non.

De mirabilibus ascultationibus Aristotele Pseudo-Aristotele
Busto di Aristotele. Copia romana di originale greco in bronzo di Lisippo, con aggiunta moderna del mantello in alabastro. Foto di Marie-Lan Nguyen (2006), Pubblico dominio

Tommaso d'Aquino Summa Theologiae vita

Tommaso d’Aquino e l'inizio della vita

Da che momento possiamo parlare di persona? Il feto ha gli stessi diritti dell'individuo adulto? Interrompere volontariamente una gravidanza costituisce un omicidio?

Queste e altre domande simili animano il dibattito contemporaneo su temi come l'aborto e la fecondazione assistita ma esse non sono affatto recenti: già in epoca medioevale infatti ci si interrogava se il feto potesse essere definito una persona umana.

Per Tommaso d'Aquino, probabilmente il più importante teologo cristiano medievale, il feto non riceve da Dio l'anima intellettiva (e immortale) al momento del concepimento ma solo dopo un graduale processo di sviluppo.

Per l'Aquinate solo un corpo dotato di organi è la materia adeguata per ricevere l’anima intellettiva e prima di arrivare a questo grado di sviluppo il feto deve attraversare alcuni stadi intermedi in cui assume prima la forma vegetativa e poi sensitiva.

In altri termini, il corpo umano viene formato e disposto a ricevere l’anima in modo graduale: per cui in un primo momento, finché la sua disposizione è imperfetta, riceve prima l'anima vegetativa e poi quella sensitiva (che sono mortali); poi, quando ha raggiunto la perfetta disposizione, riceve l’anima intellettiva che comprende la sensitiva e la vegetativa.

Tommaso d'Aquino Summa Theologiae vita
Barbieri Giovan Francesco detto il Guercino, San Tommaso d'Aquino  in atto di scrivere l'Inno del Santissimo Sacramento (1662), dal transetto destro della Basilica di San Domenico a Bologna. Foto di Georges Jansoone (JoJan, 2006)

Come scrive l'Aquinate nella sua Summa Theologiae:

Bisogna ammettere che nell'embrione preesiste già l'anima, da prima vegetativa, poi sensitiva e infine intellettiva. [..] Dobbiamo perciò concludere che, al sopraggiungere d'una forma più perfetta, si opera la corruzione della forma precedente, poiché la generazione di un essere implica sempre la corruzione di un altro essere, tanto nell'uomo che negli animali: e questo avviene in maniera che la forma seguente abbia tutte le perfezioni della precedente, e qualche cosa in più. Così, attraverso varie generazioni e corruzioni, si giunge all'ultima forma sostanziale, tanto nell'uomo quanto negli altri animali. [..] Quindi bisogna affermare che l'anima intellettiva è creata da Dio al termine della generazione umana, con la scomparsa delle forme preesistenti, e che essa è insieme sensitiva e nutritiva” (ST, I, q. 118, a. 2 ad 2)

E ancora nella Summa contra Gentiles nel secondo libro al capitolo 89 si afferma:

La specie dell’essere formato non rimane la stessa: poiché dapprima ha forma di seme, poi di sangue, e così via fino a che non arriva al suo ultimo compimento. [..] Nella generazione degli altri corpi [non semplici ma complessi come l’uomo] bisogna ammettere una gradualità per le molte forme intermedie esistenti tra la forma primordiale degli elementi e l’ultima forma . Perciò l’anima vegetativa, che viene per prima, mentre l’embrione vive la vita della pianta, si corrompe e le succede un’anima più perfetta, che è insieme nutritiva e sensitiva, e allora l’embrione vive la vita dell’animale; distrutta questa, le succede l’anima razionale che viene infusa dall’esterno, sebbene le anime precedenti derivassero dalla virtù del seme”.

Quindi per Tommaso l’embrione appena concepito non può avere un'anima intellettiva, pur essendo orientato costitutivamente a riceverla da Dio, poiché non possiede un’organizzazione materiale adeguata per poter supportare eventuali atti intellettivi.

L'embrione possiede una natura umana solo virtualmente poiché vive durante il processo generativo prima la vita di un vegetale poi quella di un animale: solo alla fine, quando riceve l'anima intellettiva, diviene formalmente ciò che virtualmente è stato fin da principio cioè un essere umano.

Non si può parlare quindi di vita umana prima nell'infusione da parte di Dio dell'anima intellettiva: ne deriva che sopprimere un feto allo stadio vegetativo o sensitivo, pur essendo un grave peccato in quanto interruzione di un processo che avrebbe condotto al sorgere di una persona umana, non può essere considerato formalmente un omicidio se non in un senso puramente virtuale.

Tommaso d'Aquino Summa Theologiae vita
Bernardo Daddi, Vergine Maria tra i santi Tommaso d'Aquino e Paolo (1330 circa). Foto di Sailko, CC BY-SA 3.0

Per chi volesse approfondire il tema e le sue implicazioni nella bioetica contemporanea consiglio la lettura di Amerini, Fabrizio, Tommaso d’Aquino. Origine e fine della vita umana Pisa, Ets, 2009, pp. 250.