Mostra Longobardi MAAM Grosseto

Mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”

Mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”

L’area Maremmana è da sempre nota per le sue testimonianze di età etrusca e romana, e la mostra ospitata al MAAM di Grosseto, “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” ci permette di riscoprirne un importante passato altomedievale, quello longobardo, ad oggi ancora poco indagato e valorizzato.

La mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana

La mostra ospitata al Museo Archeologico e d’Arte della Maremma (MAAM) di Grosseto, “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”, curata da Chiara Valdambrini, Direttore Scientifico, e da Barbara Fiorini, Architetto, nasce con l’intento di narrare la grande epopea longobarda che ha caratterizzato e trasformato la penisola italiana durante i primi secoli altomedievali, focalizzandosi sull’impatto che ebbe sul territorio grossetano.

Si tratta di un progetto rivolto al grande pubblico, per rinnovare e arricchire quanto già noto sulla Tuscia altomedievale, che ha ricevuto anche un notevole apprezzamento degli addetti ai lavori, data la selezione del notevole materiale esposto.

“Due sono stati gli stimoli importanti – hanno spiegano durante l’inaugurazione della mostra la Dott.ssa Chiara Valdambrini e l'Architetto Barbara Fiorini – riprendere in mano dopo anni, in una visione d’insieme, il Ducato di Tuscia (odierna Toscana e alto Lazio) nel periodo longobardo e raccontare la storia dei suoi confini, fino a raggiungere i luoghi a noi più vicini. È proprio tra il 568 e il 774 (durata del regno longobardo) che in tutta Italia avviene il grande cambiamento: un nuovo popolo, una nuova gestione, nuovi equilibri, un percorso intriso di suggestione e domande sul quale plasmare il futuro. Una riorganizzazione generale che ha pian piano scardinato ogni certezza preesistente, verso una nuova era”

Una nuova era, infatti, che ha portato ad una graduale fusione di elementi di origine germano-barbarica e latino-cristiana, proprio come lascia intendere l'allestimento basato sull’idea dell’intreccio. Questo, infatti, se da un lato riflette la progressiva commistione di culture materiali e ideologiche di diversa origine, dall’altra graficamente va a rappresentare proprio uno dei tratti distintivi dello stile animalistico germanico che con i suoi animali nastriformi lo si ritrova a decorare le pareti delle sale e diversi manufatti longobardi esposti.

Le sezioni della mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana

La prima sezione, nella sala d’ingresso, accoglie il visitatore nella “terra di mezzo”. L’incipit dell’Origo gentis Langobardorum, un breve testo risalente al VII secolo che tramanda la storia dei Longobardi, e due mappe introducono alla scoperta di questo popolo, della sua lunghissima migrazione fino alla fondazione di un loro Regnum nella penisola italiana.

In base a quanto riportato nell’Origo e nell’Historia Langobardorum di Paolo Diacono, i Longobardi, nel I secolo d.C., iniziarono la loro migrazione partendo dalla Scandinavia meridionale, seguendo il corso del fiume Elba, arrivarono successivamente al Baltico, proseguirono fino alla Pannonia e al Norico, per poi superare le Alpi Giulie e sopraggiungere così nella penisola italiana nel 568 sotto la guida di re Alboino.

Al contrario di quanto molti pensano, i Longobardi che mossero alla conquista della penisola italiana erano tutt’altro che un gruppo tribale omogeneo, difatti al loro interno, durante la loro migrazione, confluirono contingenti Svevi, Turingi, Gepidi, Sarmati e Sassoni. Alcuni di questi gruppi si stanziarono nella penisola insieme ai componenti del gruppo longobardo più numeroso, per poi fondersi con questo, altri invece come nel caso dei Sassoni optarono per migrare in altri territori.

La gens longobarda risultava organizzata fin dalle prime fasi migratorie in fare, cioè gruppi di persone legate da vincoli familiari, che condividevano le medesime tradizioni culturali e religiose, i cui arimanni (gli uomini liberi aventi il diritto di indossare e usare le armi) furono in grado di contraddistinguersi per le spiccate qualità militari e strategiche che permisero loro di occupare e vigilare sui territori che venivano posti sotto il loro controllo. Furono proprio le fare a conquistare progressivamente tutta la Pianura Padana (l’attuale territorio ligure venne annesso da re Rotari solo nel 643) per poi spingersi sempre più a sud.

Secondo quanto riportato da Paolo Diacono nell'VIII secolo e da Agnello Ravennate nel IX secolo, i Longobardi giunsero in Tuscia intorno al 574. L’occupazione partì dai centri di Chiusi e Lucca che vennero elevati allo stato di ducati. Da queste città l’avanzata proseguì seguendo diverse direttrici. Partendo da Chiusi, posta alla confluenza delle vie Cassia e Amerina, i Longobardi si spinsero verso occidente, in direzione di Arezzo e del Monte Amiata, fino a includere anche Siena e Fiesole. Da Lucca, invece, proseguirono verso Pisa, Pistoia e Volterra, fino al territorio di Populonia, noto per le sue risorse minerarie, e Roselle. Infine a sud, dove si estendeva la prima linea di frontiera bizantina; tra il lago di Bolsena e il mare, venne fondato il Ducato di Spoleto, che arrivò ad estendersi fino a Sovana e Tuscania.

Ma non solo, i Longobardi, oltre alla Tuscia, avanzarono anche in Umbria, Marche e Sannio, arrivando così a fondare un loro Regnum, che alla sua massima estensione, nell’VIII secolo, vedeva l’occupazione dell’intera penisola, ad eccezione dei territori posti sotto il controllo del Papa, le appendici delle attuali Calabria e Puglia, oltre alle isole che rimasero sotto il controllo bizantino.

Il regno longobardo alla sua massima espansione, dopo le conquiste di Astolfo (749-756) - secondo Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, a cura di Lidia Capo, Mondadori, Milano 1992, cartina 5. Immagine di Castagna, opera derivativa di InvaderCito , CC BY-SA 3.0

Le terre così assoggettate vennero raggruppate in due grandi aree: la Langobardia Maior, che si estendeva dalle Alpi all'odierna Toscana, e la Langobardia Minor, che includeva il Piceno, buona parte dell'Umbria, la Sabina e quasi tutto il Sud d'Italia.

Dopo questa prima introduzione alla storia della gens longobarda, si passa alla seconda sala, totalmente immersiva e sensoriale, che ha come tema “Goti, Bizantini e Longobardi”, le tre popolazioni che nel corso dell’Alto Medioevo lasciarono diverse tracce della propria presenza sul territorio.

Sezione alquanto interessante che permette di percepire le diverse influenze e tradizioni, che in alcuni casi si ritrovarono a convivere, fondersi e sovrapporsi. Qui la voce di sottofondo del grossetano Fabio Cicaloni, su un evocativo tema musicale, recita l’Atta Unsar, il Padre Nostro in gotico, il cui testo, riportato su una delle pareti della sala, è giunto fino a noi grazie alla traduzione realizzata nel IV secolo dal vescovo ariano Ulfila.

𐌰𐍄𐍄𐌰 𐌿𐌽𐍃𐌰𐍂, 𐌸𐌿 𐌹𐌽 𐌷𐌹𐌼𐌹𐌽𐌰𐌼, 𐍅𐌴𐌹𐌷𐌽𐌰𐌹 𐌽𐌰𐌼𐍉 𐌸𐌴𐌹𐌽,
𐌵𐌹𐌼𐌰𐌹 𐌸𐌹𐌿𐌳𐌹𐌽𐌰𐍃𐍃𐌿𐍃 𐌸𐌴𐌹𐌽𐍃, 𐍅𐌰𐌹𐍂𐌸𐌰𐌹 𐍅𐌹𐌻𐌾𐌰 𐌸𐌴𐌹𐌽𐍃,
𐍃𐍅𐌴 𐌹𐌽 𐌷𐌹𐌼𐌹𐌽𐌰 𐌾𐌰𐌷 𐌰𐌽𐌰 𐌰𐌹𐍂𐌸𐌰𐌹.
𐌷𐌻𐌰𐌹𐍆 𐌿𐌽𐍃𐌰𐍂𐌰𐌽𐌰 𐌸𐌰𐌽𐌰 𐍃𐌹𐌽𐍄𐌴𐌹𐌽𐌰𐌽
𐌲𐌹𐍆 𐌿𐌽𐍃 𐌷𐌹𐌼𐌼𐌰 𐌳𐌰𐌲𐌰,
𐌾𐌰𐌷 𐌰𐍆𐌻𐌴𐍄 𐌿𐌽𐍃 𐌸𐌰𐍄𐌴𐌹 𐍃𐌺𐌿𐌻𐌰𐌽𐍃 𐍃𐌹𐌾𐌰𐌹𐌼𐌰,
𐍃𐍅𐌰𐍃𐍅𐌴 𐌾𐌰𐌷 𐍅𐌴𐌹𐍃 𐌰𐍆𐌻𐌴𐍄𐌰𐌼 𐌸𐌰𐌹𐌼 𐍃𐌺𐌿𐌻𐌰𐌼 𐌿𐌽𐍃𐌰𐍂𐌰𐌹𐌼,
𐌾𐌰𐌷 𐌽𐌹 𐌱𐍂𐌹𐌲𐌲𐌰𐌹𐍃 𐌿𐌽𐍃 𐌹𐌽 𐍆𐍂𐌰𐌹𐍃𐍄𐌿𐌱𐌽𐌾𐌰𐌹,
𐌰𐌺 𐌻𐌰𐌿𐍃𐌴𐌹 𐌿𐌽𐍃 𐌰𐍆 𐌸𐌰𐌼𐌼𐌰 𐌿𐌱𐌹𐌻𐌹𐌽;
𐌿𐌽𐍄𐌴 𐌸𐌴𐌹𐌽𐌰 𐌹𐍃𐍄 𐌸𐌹𐌿𐌳𐌰𐌽𐌲𐌰𐍂𐌳𐌹
𐌾𐌰𐌷 𐌼𐌰𐌷𐍄𐍃 𐌾𐌰𐌷 𐍅𐌿𐌻𐌸𐌿𐍃 𐌹𐌽 𐌰𐌹𐍅𐌹𐌽𐍃.
𐌰𐌼𐌴𐌽

Nella sala si trovano esposte le ricostruzioni di due sepolture femminili con corredo provenienti da Chiusi (Santa Mustiola e Ospedale Pubblico). Entrambi i loro crani presentano una particolare deformazione artificiale che permette di ricollegare i resti a dei personaggi femminili di elevato status sociale di origine germanico-orientale.

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
Ricostruzione di una delle sepolture femminili con cranio deformato rinvenuta nell’area dell’ex ospedale I Forti a Chiusi, risalente alla seconda metà del VI-inizi VII secolo. Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

Sappiamo infatti, che tali modificazioni corporee furono introdotte in Europa solo tra il IV e il V secolo, quando gli Unni, popolazione barbarica di origine asiatica, si insediarono nel bacino dei Carpazi. Gli Unni in realtà furono dei trasmettitori e non gli sviluppatori di questa tradizione, in quanto l’acquisirono durante la loro permanenza nelle terre d’Oriente, per poi diffonderla tra le popolazioni dell’Europa centrale con cui entrarono in contatto nel periodo del loro dominio. Le élite germaniche orientali adottarono pertanto le abitudini degli Unni (tra cui l’intenzionale deformazione cranica), con l’intento di integrarsi nel loro Impero, adattandosi in tal modo ai conquistatori.

Il costume di deformare il cranio, allungadolo, si diffuse pertanto in Europa occidentale fino al VII secolo, con modalità diverse e seguendo diverse direttrici, giungendo anche nelle zone delle Alpi orientali attraverso il popolo dei Goti, stirpe di cui fanno parte i resti dei due individui femminili presenti nella mostra. La loro presenza nel territorio di Chiusi è per altro alquanto significativa, in quanto la copresenza di elementi riconducibili all’ambito goto e alla prima fase d’occupazione longobarda, come dimostrato dai corredi provenienti dalla necropoli dell’Arcisa, mostrano un’interessante continuità insediativa.

Non solo, tra i manufatti esposti in questa sala, si hanno degli elementi simbolo della progressiva fusione dei costumi barbarico-germanici e latino-cristiani. Ne è ad esempio testimonianza il cosiddetto tesoro di Galognano, un corredo eucaristico probabilmente nascosto durante gli anni della guerra greco-gotica (535-553) composto da una serie di sei oggetti in argento databili al VI secolo: quattro calici, una patena ed un cucchiaio. Su alcuni dei calici si ha la presenza dei nomi delle due donatrici, HIMNIGILDA e SIVEGERNA di chiara origine ostrogota.

Ma anche l’anello-sigillo di Faolfus, in prestito dal Museo Nazionale del Bargello di Firenze, proveniente dal colle dell'Arcisa, fonde in sé il concetto dell’anello-sigillo di tradizione romana unito ad un’iconografia e un nome inciso di origine “barbarica”. Sicuramente simbolo di prestigio e di ostentazione di ricchezza, ancora oggi è alquanto acceso il dibattito se questa tipologia di anelli (in ambito italiano se ne sono ritrovati nove) possano essere stati realmente impiegati dai funzionari regi come anelli sigillari per sottoscrivere documenti ufficiali o se fossero un mero simbolo di prestigio politico-sociale. Ci si interroga anche sul soggetto ivi raffigurato, un uomo con ricche vesti, che potrebbe rappresentare lo stesso possessore dell’anello o il sovrano che gli ha delegato il potere.

La medesima commistione di elementi propri della tradizione barbarica e latina la si ritrova anche nella famosa e molto dibattuta lamina di Agilulfo, ricordata anche come lamina di Valdinievole (dal luogo di ritrovamento in provincia di Pistoia), anch’essa presente nella mostra e proveniente dal Museo Nazionale del Bargello di Firenze. Si tratta nello specifico di una lamina in bronzo dorato decorata a sbalzo, rinvenuta nel 1891, e che un tempo doveva decorare un reliquiario o il frontale di un elmo.

Lamina di Agilulfo. Foto di Paolo Monti, disponibile nella biblioteca digitale BEIC e in collaborazione con Fondazione BEIC. L'immagine proviene dal Fondo Paolo Monti, di proprietà BEIC e collocato presso il Civico Archivio Fotografico di Milano, CC BY-SA 4.0

Il manufatto presenta al centro una figura maschile frontale, riccamente vestita, seduta in trono, raffigurata con la mano destra alzata in posizione di adlocutio, tipico degli imperatori romani, mentre con la sinistra stringe il fodero della spada. Alle sue spalle si hanno due guerrieri barbuti, in posizione da parata, con elmo, corazza, scudo e lancia. Ai lati due vittorie alate che recano in una mano dei corni potori o delle cornucopie, mentre nell’altra un labaro con la scritta VICTVRIA (vittoria). Infine si hanno due gruppi di figure disposte simmetricamente. Di questi, i due personaggi in primo piano indicano la figura centrale seduta in trono, mente chi li segue reca tra le mani una corona con un globo sormontato da una croce.

La presenza di un’iscrizione a punzonatura posta ai lati del personaggio centrale

D(omi)NO AGILU(lf) REGI (“Al signore re Agilulfo”)

se originale, permetterebbe di riconoscere in questo il sovrano longobardo Agilulfo (591-616), e nella rappresentazione il momento della sua incoronazione avvenuta nel 591 a Milano. Le corone con globi rappresenterebbero pertanto le corone di sovrano dei Longobardi e dell’Italia bizantina. Si tratta di un’inconsueta commistione di elementi alcuni dei quali si rifanno all’iconografia tardoantica e bizantina (organizzazione della scena e simboli raffigurati) ed altri presentano una forte connotazione barbarica (costume dei personaggi) che nel loro insieme riflettono l'ideologia politica messa in atto dal sovrano longobardo e dalla sua consorte Teodolinda.

Mostra Longobardi MAAM Grosseto
Dalla mostra“Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”, sezione dedicata a “Goti, Bizantini, Longobardi”, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

La terza sezione è dedicata nello specifico al Ducato di Tuscia e ad alcuni temi generali sul popolo longobardo. In questa sala si trova la gran parte degli oggetti protagonisti della mostra. Al centro ci sono i reperti provenienti da Roselle, affiancati da quelli del territorio maremmano (Salica, Casette di Mota, Grancia, Talamone, Saturnia, Semproniano, Podere Macereto, San Martino sul Fiora, Pitigliano, Vetricella, Castiglione della Pescaia), alcuni dei quali esposti per la prima volta.

Il quadro poi si completa con i manufatti provenienti dal resto del Ducato: Luni, Fiesole, Lucca (le decorazioni dello scudo di Villa Guinigi), Volterra, Pisa, area senese (Aiano-Torraccia di Chiusi, Sovicille), Arezzo, Chiusi, Pistoia, la Maremma toscana e alto laziale, Chiusa del Belli (Farnese), Bolsena, Perugia e Isola del Giglio e Formiche.

È in questa sezione che emerge più delle altre l’idea della Tuscia quale “terra di mezzo”, posta com’era al limite con i territori ancora in mano bizantina e sottoposta alle influenze di origine latino-cristiane.

Come tipico dell’occupazione longobarda, il controllo territoriale ebbe come epicentro le città e i castra preesistenti, luoghi dove si andarono ad insediare i gastaldi, i funzionari regi che gestivano l’amministrazione del territorio per conto del sovrano, anche attraverso l’impiego di gruppi di arimanni che avevano il compito di controllare le vie di comunicazione e di commercio tramite dei presidi armati.

Dalla mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana”, sezione dedicata al Ducato di Tuscia, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

Sono giunti fino a noi alcune sepolture di prestigio riconducibili proprio a questa aristocrazia guerriera, ne è un esempio la famigerata tomba del “Longobardo d’oro”, rinvenuta nel 1874, nel ripiano dell'Arcisa, durante alcuni scavi clandestini. La storia della scoperta (e il successivo “smistamento” del corredo di eccezionale valore) è alquanto travagliata, ciò che sappiamo è che aveva come copertura un’epigrafe romana di reimpiego, e che al suo interno si erano rinvenuti i resti di un inumato con un ricchissimo corredo funerario databile fra il VI e il VII secolo. Ad oggi tali elementi si trovano conservati al Metropolitan Museum (New York), al Musée des Antiquitatés Nationales de Saint Germain-en-Laye (Parigi) e al Museo Archeologico Nazionale di Chiusi.

Ciò che è stato possibile ricondurre a questo ricco corredo sono diciassette placchette in oro di una cintura a guarnizioni multiple (di cui 2 a New York e 15 a Parigi); quattro placche dell’impugnatura aurea di una spatha (di cui 2 a Parigi e 2 a New York); le guarnizioni auree del fodero di un pugnale (a New York); un bottone d’oro con volto umano inciso (a New York); una fibbia d’oro di cintura (a New York); un set da calzature costituito da due fibbie, due puntalini e due contro-placche (a New York); un anello con pietra intagliata raffigurante tre guerrieri (a New York) e cinque crocette auree (a New York). A tali oggetti se ne devono aggiungere altri, purtroppo andati dispersi, nonché gli unici acquistati dal Museo locale, cioè un umbone di scudo, una spatha, uno scramasax (coltellaccio con la lama ad un solo taglio), due bacini di rame, un vaso di vetro e una fibbia d’argento.

Un’ulteriore tomba di prestigio di età longobarda risalente alla metà del VII secolo è quella del cosiddetto vir magnificus rinvenuta nel 1859 davanti alla chiesa di Santa Giulia, in Piazza del Suffragio, a Lucca. Anche in questo caso diversi oggetti recuperati al momento della scoperta sono purtroppo andati perduti, in particolare quelli in materiale non prezioso come la spatha, la cuspide di lancia, un vaso di vetro, i resti osteologici, sia relativi all’inumato sia quelli di una presunta mandibola di cavallo, che avrebbero potuto fornire importanti informazioni. I reperti giunti fino a noi riguardano cinque crocette in lamina d’oro prive di decorazioni, le guarnizioni auree di una cintura multipla per la sospensione delle armi, i resti metallici di uno scudo da parata, una piccola croce enkopion in oro, un coltello e uno scramasax. Ciò che si è conservato del corredo è esposto al Museo di Villa Guinigi a Lucca.

In prestito alla mostra si ha lo scudo da parata, presenta un umbone centrale con intorno cinque lamine in bronzo dorato a forma di testa equina e al margine della ricostruzione della base lignea, dei motivi decorativi di chiara tradizione paleocristiana, il kantharos tra i pavoni e quello che si presume essere Daniele - raffigurato armato mentre regge un’asta crucigera si cui è posata la colomba dello Spirito Santo - nella fossa dei leoni. L’umbone reca inciso “Domine ad adiuvandum me festina” (“Signore vieni presto in mio aiuto”), un verso che potrebbe testimoniare l’avvenuta conversione del possessore dello scudo alla fede cristiana.

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
Crocetta in lamina aurea, Chiusi, loc. Il Colle, VII secolo, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Simone Moretti

All’interno della mostra troviamo pertanto accanto ad elementi di chiara origine germanico-barbarica - come ad esempio la splendida fibula femminile a staffa in argento dorato rinvenuta a Chiusi, o i motivi animalistici che decorano le placchette e i puntali delle cinture per la sospensione delle armi -, dei manufatti riconducibili alla moda romano-bizantina, (orecchini a cestello), elementi che si rifanno ad un’ideologia romana tardoantica come l’anello-sigillare e la raffigurazione presente sulla lamina di Agilulfo, o per finire dalla forte valenza cristiana come le guarnizioni dello scudo da parata di Villa Guinigi.

L’ultima sezione, infine, si caratterizza per la presenza di due punti multimediali, uno con il corto-promo della mostra e un video-documentario, con narratrice la scrittrice e divulgatrice Galatea Vaglio, che ripropone lo storytelling di alcuni episodi e personaggi chiave della storia longobarda, l’arrivo di Alboino in Italia, la storia della regina cattolica Teodolinda e la figura di Paolo Diacono, per terminare con le riproduzioni di alcuni capi di abbigliamento longobardi, uno maschile e uno femminile, muniti di accessori, realizzati dall'associazione di Cividale del Friuli La Fara.

 

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
Riproduzioni di abiti longobardi, Museo Archeologico e d'Arte della Maremma, foto di Luca Deravignone e Francesco Rossi

Cos’altro aggiungere sulla mostra…

La mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” ha il merito di esporre al suo interno alcuni dei reperti toscani di età longobarda che si contraddistinguono per l'eccezionale valore materiale, culturale, simbolico e propagandistico, noti già da tempo alla comunità scientifica, ma non solo, accanto a questi si ha una pregevole raccolta e selezione di testimonianze archeologiche che permettono di avere un quadro quanto più completo su un periodo storico, quello altomedievale, alquanto rilevante per la storia del territorio.

La Tuscia, che solitamente viene associata alla presenza etrusca e romana, in queste sale presenta al visitatore parte di questo suo importante passato, ancora poco indagato e valorizzato, mostrando anche come la cultura longobarda si andò ad “intrecciare” progressivamente con quella locale, gettando così progressivamente le basi per la piena età medievale.

mostra MAAM Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana
La playlist sulla mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” è al seguente link: https://youtu.be/jOwrI7DmDQk?list=PL9hz0jsM-MwkvFnEI-H0s3nX7eBTfaMCN

 

La mostra “Una terra di mezzo. I Longobardi e la nascita della Toscana” si è tenuta a Grosseto, al MAAM – Museo Archeologico e d’arte della Maremma, fino al 6 gennaio 2022.

Sito web del Museo Archeologico e d'Arte della Maremma

Orario

Martedì-Venerdì | 9:00-13:30

Sabato-Domenica e festivi | 10:00-13:00 e 16:00-19:00

Chiuso il lunedì

Info

Tel. 0564 488752

Mail

[email protected]


Da Matera a Pompei un viaggio alla scoperta della bellezza nel mondo antico

La bellezza delle donne antiche si svela attraverso reperti, ori, gioielli nella nuova mostraDa Matera a Pompei. Viaggio nella bellezza” inaugurata presso il Museo Nazionale di Matera Domenico Ridola e in programma fino al 30 giugno 2022. Obiettivo della mostra esaltare i numerosi reperti provenienti da tempi e contesti lontani nello spazio e nella cronologia ma uniti nell’espressione universale del gusto estetico. Da una lato la Basilicata, dall’altro Pompei e l’area vesuviana in un confronto dialogico tra il mondo greco coloniale e lo stile e il gusto romano di I secolo d.C.

Mostra Matera Pompei
Mostra “Da Matera a Pompei. Viaggio nella bellezza”. Foto: Museo Nazionale Matera

A guidare i visitatori nel percorso, un vaso a figure rosse della collezione Rizzon del Museo di Matera che nell’iconografia riproduce monili e ornamenti e due straordinari reperti in prestito da Pompei: un affresco con Vittoria alata riccamente ornata e una statua di Venere da Oplontis.

Mostra Matera Pompei
Mostra “Da Matera a Pompei. Viaggio nella bellezza”. Foto: Museo Nazionale Matera

La mostra prosegue poi con un dialogo più serrato fra i numerosi reperti; per il contesto materano a parlare sono i ricchi corredi funerari femminili provenienti dai siti di Timmari, Montescaglioso, Matera e Tricarico dove i preziosi mostrano la particolare cura al dettaglio e alla ricercatezza che i locali avevano per l’estetica sin dai tempi più antichi.

A costituire dei veri e propri status symbol per le donne più raffinate delle elite locali sono i preziosi ornamenti in pasta vitrea, argento, oro prodotti sia in ambito magno-greco sia nel Mediterraneo orientale. Ma ancora più ricercati per la lontana provenienza i gioielli in ambra che era estratta nell’area del Mar Baltico e lavorata da artigiani etrusco-campani a indicare un florido commercio e una richiesta e ricerca di materiali sempre più esclusivi.

Mostra Matera Pompei
Mostra “Da Matera a Pompei. Viaggio nella bellezza”. Foto: Museo Nazionale Matera

Seguono reperti per la cosmesi e la cura, rinvenuti nelle tombe femminili della necropoli di Striano (VIII-VII a.C.) e ornamenti di età arcaica e classica provenienti dalle necropoli di S. Maria delle Grazie a Stabia che accompagnavano il viaggio delle defunte nell’aldilà.

Nelle vetrine successive la bellezza si lega al sacro con gioielli e profumi dedicati agli dei come ex voto per chiedere particolari favori o grazie, oggetti per l’igiene personale e set da bagno, toelette femminili, pissidi e spatolette per amalgamare trucchi e cosmetici. Tante anche le boccettine in vetro che contenevano unguenti pregiati e profumi orientali, il cui uso era legato all’Egitto faraonico e la cui moda si era diffusa in tutto il Mediterraneo.

Mostra Matera Pompei
Mostra “Da Matera a Pompei. Viaggio nella bellezza”. Foto: Museo Nazionale Matera

Ricchi e pregevoli anche gli ori da Pompei che ornavano i corpi delle matrone della città: armille, orecchini, collane e anelli sono proprio quelli che voluttuosi si vedono nelle numerose raffigurazioni femminili negli affreschi pompeiani. Inoltre vengono presentati alcuni esempi di collane, da quella preziosa in oro massiccio da cui pende una statuetta di Iside-Fortuna e che è chiusa da un gancio a forma di serpente portafortuna, a quella in oro e smeraldi, piccola ma elegante, a quella più diffusa, costituita da semplici vaghi costolati celesti in pasta vitrea, che ogni pompeiana, anche la più povera, poteva permettersi.

Mostra Matera Pompei
Mostra “Da Matera a Pompei. Viaggio nella bellezza”. Foto: Museo Nazionale Matera

Molto interessante anche il corredo di Pithia Rufilla, la cui tomba era ubicata al centro del recinto familiare dei Barbidii nella necropoli di Porta Nocera a Pompei. La donna era probabilmente la moglie del capofamiglia Lucius Barbidius che costruì il monumento funebre per sé, per sua moglie e per i due figli, come indica la lapide all’ingresso del recinto. Si tratta di un corredo di I sec. d.C. che offre uno spaccato interessante degli oggetti cari all’anziana defunta e che l’accompagnarono nell’aldilà: una bottiglietta di vetro al cui interno era una spatolina d’argento, conchiglie come amuleti contro la sterilità; alcuni piccoli monili; una serie di oggetti miniaturistici in osso, ambra e ceramica, giocattoli della sua infanzia e porta-fortuna.

Mostra Matera Pompei
Mostra “Da Matera a Pompei. Viaggio nella bellezza”. Foto: Museo Nazionale Matera

Oggetti simbolo di una bellezza effimera ma importanti testimoni di rotte e viaggi spesso non canonici. E in più storie ancora più tragiche che vengono raccontate attraverso i monili portati ancora indosso dalle vittime dell’eruzione, incredibili tesori di inestimabile valore e ultimi testimoni di vanità.

Ma i contesti della mostra si dilatano nel tempo e nello spazio e allora si racconta l’appassionata attività di ricerca condotta da Ridola nel Materano che si deve la scoperta di numerose tombe a tumulo a sud-ovest di Matera, in particolar modo in contrada Santa Lucia al Bradano, presso Masseria Zagarella, in località Due Gravine. Nella fase iniziale dell’Età del Ferro e fino all’VIII secolo a.C. i corredi femminili sono composti pressoché esclusivamente da spille (fibule), bracciali (armille), collane e pendenti in bronzo e ferro di produzione locale, in rari casi da monili in ambra come la collana qui esposta, chiaro segno di precoci contatti con il mondo egeo e del conseguente impiego di risorse non locali.

Mostra Matera Pompei
Mostra “Da Matera a Pompei - Viaggio nella bellezza”. Foto: Museo Nazionale Matera

Con la nascita di una forte articolazione sociale, a partire dallo scorcio dell’VIII secolo a.C., la posizione della donna che appartiene ai ceti emergenti è connotata dalla ricchezza dei complessi funerari, nell’ambito dei quali gli ornamenti personali assumono una rilevanza sempre maggiore. A partire dagli inizi del VII e per tutto il VI secolo a.C. le ricche indigene comprendono oggetti preziosi sia per la fattura che per i materiali impiegati, come l’ambra e la pasta vitrea qui presentate, che denunziano non solo manifattura magno-greca, ma anche importazioni da ambiti culturali orientali ed etruschi.

Mostra “Da Matera a Pompei - Viaggio nella bellezza”. Fibule ad occhiali in bronzo da Santa Lucia al Bradano, tomba 2. Foto: Museo Nazionale Matera

Passano i secoli e le elite di aristocratici ricercano reperti ancora più particolari come a Melfi nella necropoli di loc. Pisciolo, tomba 43 (seconda metà V sec. a.C.). In questa necropoli si distinguono due sepolture monumentali in cui fu deposta una coppia di rango principesco. Accanto alle ceramiche di importazione, in entrambi i corredi sono presenti lo strumentario metallico destinato al banchetto funerario e il carro da parata, ma anche eccezionali ambre figurate e gioielli in oro e argento. La presenza del carro anche in tombe femminili, così come di monili in tombe maschili quali quelli qui presentati, testimonia un mutamento di costumi dovuto in particolar modo ai contatti con il mondo etrusco-campano famoso per la sua raffinatezza.

Non solo gioielli… Oltre a contenitori di belletti e profumi (gli alabastra), è frequente l’uso dello specchio in bronzo che sulle raffigurazioni vascolari è sempre prerogativa femminile. Di particolare rilievo quello proveniente dalla tomba 58 della necropoli meridionale  di Herakleia, con manico raffigurante una donna seduta tra due amorini e con un vaso per trasportare acqua (hydria) ai piedi. A completare il corredo i preziosi gioielli indossati dalla defunta: una piccola collana in oro e argento e una coppia di orecchini in oro a protome leonina.

Mostra “Da Matera a Pompei - Viaggio nella bellezza”. anello sigillo in oro da Herakleia, Via Agrigento, tomba 22 . Foto: Museo Nazionale Matera

Bellezza, eleganza, fascino, denominatori comuni che hanno sempre caratterizzato le donne di tutte le epoche e i numerosi reperti, unici testimoni che ci vogliono raccontare una, cento, mille storie di donne, bambine, anziane che anche nel loro ultimo istante di vita ci hanno permesso di guardare ogni aspetto della loro vita quotidiana.


Correndo coi lupi running with the wolves mostra Lacco Ameno

“Correndo coi lupi” (“Running with wolves”), mostra a Lacco Ameno

CORRENDO COI LUPI / RUNNING WITH WOLVES
Mostra e workshop gratuito di grafica a Villa Arbusto, Lacco Ameno
 
Si intitola  “Correndo coi lupi” (“Running with wolves”) la mostra delle opere di illustratori provenienti da Estonia, Lettonia, Lituania scelte dall’artista estone Viive Noor, che si inaugura il 7 ottobre, ore 18:00, a Villa Arbusto in Lacco Ameno.
Promossa dal CEiC - Istituto di Studi Storici e Antropologici di Ischia nell’ambito delle sue attività di ricerca sui patrimoni narrativi tradizionali, la mostra resterà aperta fino al 2 novembre.
Mercoledì 6 ottobre, ore 16:00, l’artista estone Viive Noor terrà un workshop gratuito sulla grafica e l’illustrazione (prenotazioni inviando una mail a: [email protected] o collegandosi alla pagina Facebook @CeicIschia). Giovedì 7 ottobre alle 18:00 si aprirà la mostra con gli interventi di Viive Noor, di Ulle Toode (Centro Studi Baltici), Carla Tufano (Vice Sindaco di Lacco Ameno e Delegata alla Cultura), Marco Cortese (architetto, grafico d’arte e fotografo), Massimo Ielasi (esperto d’arte e gallerista), Ugo Vuoso (direttore Istituto CEiC e docente all’Università di Salerno).
Correndo coi lupi running with the wolves mostra Lacco Ameno
 
Il filo conduttore delle opere - tutte illustrazioni di libri per bambini - è il lupo, figura importantissima nelle tradizioni popolari e nelle fiabe europee.
Il lupo è simbolo di sopravvivenza, di confronto con le proprie paure, di collaborazione e convivenza, ma anche di forza e di potere in tante culture, in tutto il mondo. Nel mondo nordico è considerato simbolo di saggezza e indipendenza, di collaborazione e protezione. Nelle culture nord-europee sono molto diffuse le leggende sulla Donna-Lupa. Nell’antica tradizione estone esiste la credenza, secondo cui ogni donna porti dentro di sé lo spirito selvaggio della lupa che crea un’energia potente e vitale e lo esprima a diretto contatto con la natura. Non è un caso che in Estonia nel Medioevo la maggior parte dei processi alle streghe coinvolgessero donne accusate di possedere lo spirito del lupo e la saggezza di questo animale - totem per la gente del Baltico. La lupa sa di essere la matriarca del branco e sa guidare il suo gruppo, e nel contempo può diventare la leader per gli altri, senza timore né complessi, e impara dall’esperienza prendendo cura di se stessa.
 
Secondo le credenze popolari estoni vedere un lupo porta fortuna. La studiosa di folklore Marju Kõivupuu dice:
“Per questo a chi parte si augura: “Che tu abbia fortuna sul tuo cammino, e che un lupo ti venga incontro!””
La mostra “Correndo coi lupi” intende promuovere l’illustrazione come forma d’arte che accompagna l’uomo dalla nascita e che sa educare alla libertà, ai sentimenti e alle emozioni. La curatrice Viive Noor è già conosciuta in Italia per varie mostre che ha organizzato in collaborazione con l’Associazione Italia Estonia negli anni tra il 2014 e il 2019, come per esempio quella dal titolo “C’era una volta” dedicato alle illustrazioni delle fiabe dei fratelli Grimm.
 
Il progetto "Correndo coi lupi" è promosso dal Centro per la Letteratura Estone per Bambini di Tallinn, in collaborazione con l'Associazione Italia Estonia e il centro Studi sul Baltico presso l’Università della Sapienza di Roma, dal Ministero della Cultura in Estonia, dalle Ambasciate di Estonia, Lettonia e Lituania a Roma, dal Laboratorio di Antropologia “A. Rossi” Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università degli Studi di Salerno.  
Correndo coi lupi running with the wolves mostra Lacco Ameno
Testo e foto dal CEiC - Istituto di Studi Storici e Antropologici di Ischia

Buio di Anna Kańtoch, un oscuro realismo magico polacco

Vincitore del premio Żuławski, Buio di Anna Kańtoch, si rivela come una delle perle della letteratura fantastica in Polonia. Non c'è da stupirsi che a portare in Italia questo libro atipico sia Carbonio Editore, eccezionale realtà editoriale ben presente già su Classicult con innumerevoli libri recensiti. Ed è proprio la missione dell'editore, quella di cercare dei testi "outsiders" ma di estremo valore letterario e culturale.

Tradotto con perizia da Francesco Annichiarico, il romanzo è un cosmo bizzarro, un luogo infestato da suggestioni e numerosi rimandi a sentimenti torbidi maledetti.  La storia di una protagonista senza nome prende piede da un sanatorio situato tra le gelide sponde del mar Baltico, dove la donna cerca di curare le sue nevrosi. Ma per sanare i traumi che attanagliano la nostra narratrice senza nome non bastano le sterili cure di una clinica qualsiasi, e forse questa storia del 1935 ha radici ben diverse, e tutte risalgono a Buio, l'atavica residenza di famiglia.

Buio di Anna Kańtoch
La copertina di Buio di Anna Kańtoch, nell'edizione italiana pubblicata da Carbonio Editore (2020) nella collana Cielo Stellato, traduzione di Francesco Annichiarico

La storia si dipana su un'altra linea temporale negli anni '30 della Polonia: questa dilatazione narrativa permette di approfondire la caratura psicologica infusa dalla Kańtoch nel suo romanzo, che permette di donare a vita a un'archeologia del ricordo e all'esegesi della memoria, andiamo così a impantanarci col miasma inquinato dei ricordi rarefatti e dell'infanzia della protagonista.  Tutto risale a Buio, alle dinamiche familiari bislacche, a una bellissima attrice di nome Jadwiga che è una delle numerose amanti del padre, che con il suo fascino esplosivo plasma e modella una nuova femminilità ambigua e onirica nel corpo della protagonista senza nome. Buio è un libro di anti-formazione, una collezione di fotogrammi mnemonici rovinati dal passare del tempo. Tra le fratture, gli interstizi e in quei vacuum psichici risaltano mitologie magiche e maledette e anche la storia di una Polonia che corre verso l'abisso della disillusione totale.

C'è una prosa elegante, perpetrata da intagli evocativi e tetri che invocano le terre del subconscio. Un consultorio spiritista guida la nostra protagonista verso labirinti junghiani, un ritorno al passato permette all'esploratrice del tempo e della memoria di (dis)conoscere la famiglia che tanto aveva reputato perfetta, di confrontarsi con un non-alter ego infantile che non sembra essere ciò che era. Ma la realtà è reale? Con questo dubbio hyper-amletico la Kańtoch ci abbandona nella sua  riflessione e disorienta il lettore in questo limbo magico e stregato.  La Kańtoch calibra e usa molti ingredienti, dal terrore fantascientifico fino ai riti cerimoniali di occulti processi di iniziazione sessuale. Buio è un mix-up di riferimenti e perversioni dell'Io, un classico moderno del fantastico.

8 Febbraio 2020 - Evento organizzato dall’Istituto Polacco di Roma e da Carbonio Editore sulla piattaforma Microsoft Teams
Con la partecipazione di:
Alessandro Mezzena Lona, giornalista e scrittore, dialoga con Anna Kańtoch, collegata da Katowice
Interpretariato dal polacco di Francesco Annicchiarico, traduttore del libro e co-fondatore di Nova Books AgencyModera Bogumiła SerwińskaSaluti di Łukasz Paprotny, direttore dell'Istituto Polacco di Roma, e di Fortunata De Martinis, presidente di Carbonio Editore

Evento: https://www.facebook.com/events/326759625340234/

 

Foresta polacca. Foto di Jarosław Deluga-Góra

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


VENUSTAS: Pompei si racconta con la bellezza femminile

VENUSTAS: bellezza, raffinatezza, lusso e vanità, una sola parola latina dalle mille sfumature per riassumere la pluralità dei temi della nuova mostra inaugurata presso il Parco Archeologico di Pompei nell’ala ovest della Palestra Grande, area già da tempo immaginata per accogliere un lungo percorso di esposizioni ed eventi.

Questa mostra, che può considerarsi un approfondimento di un percorso di ricerca già avviato lo scorso anno con il progetto di VANITY immagina un percorso ricco di oggetti e gioielli che, partendo dalla sfera del sacro, vuol far conoscere al visitatore la ritualità dell’offerta al divino fino alla più carnale e sensuale cura del corpo soprattutto femminile.

E allora le forme del bello si intrecciano con oggetti quotidiani che raccontano la meticolosa cura per il corpo e l’attenzione delle donne per i dettagli e le forme, ma anche amuleti in ambra che testimoniano lunghi viaggi e commerci con le lontane coste del Baltico. Ma la bellezza carnale per quanto seducente è effimera, fragile e allora bisogna elevare lo spirito a forme più alte. Ce lo ricordano le muse, Polimnia ed Erato, sacre protettrici della poesia sacra ed amorosa le cui statue, fuori vetrina, rammentano la bellezza della mente.

Oltre 300 i reperti accuratamente selezionati che delineano in un excursus cronologico i gusti estetici delle popolazioni dell’area vesuviana dall’epoca protostorica e fino al I secolo d.C. quando l’eruzione del Vesuvio cancellò per sempre la memoria di questi luoghi. 19 le vetrine, alcune rappresentanti dei siti di Longola Poggiomarino con i fragili reperti in bronzo ed osso, pettini e spilloni, fibule con ambra e oggetti a forma animale con una specifica funzione apotropaica.

spille in bronzo2©luigispina
spille in bronzo ©luigispina

Seguono reperti per la cosmesi e la cura, rinvenuti nelle tombe femminili della necropoli di Striano (VIII-VII a.C.) e ornamenti di età arcaica e classica provenienti dalle necropoli di S. Maria delle Grazie a Stabia che accompagnavano il viaggio delle defunte nell’aldilà.

Nelle vetrine successive la bellezza si lega al sacro con gioielli e profumi dedicati agli dei come ex voto per chiedere particolari favori o grazie, oggetti per l’igiene personale e set da bagno, toelette femminili, pissidi e spatolette per amalgamare trucchi e cosmetici. Tante anche le boccettine in vetro che contenevano unguenti pregiati e profumi orientali, il cui uso era legato all’Egitto faraonico e la cui moda si era diffusa in tutto il Mediterraneo.

mostra Venustas Pompei
Unguentario (aryballos) in vetro con elementi in bronzo per sospensione ©luigispina

Fragranze e aromi voluttuosi i cui centri di produzione si spostarono rapidamente anche nei centri campani di Napoli, Capua, Paestum e di Pompei. Il costo era elevato e ben presto l’uso di queste sostanze divenne un vero e proprio status symbol.

mostra Venustas Pompei
diadema ©luigispina

Ricchi e pregevoli anche gli ori da Pompei che ornavano i corpi delle matrone della città: armille, orecchini, collane e anelli; come non ricordare il prezioso bracciale d’oro che dà il nome anche all’omonima domus in cui fu rinvenuto dall’incredibile peso di 610 grammi e trovato ancora indosso alla vittima o la preziosa armilla da Moregine con all’interno un’incisione assai particolare: “DOMINUS ANCILLAE SUAE”, “il padrone alla sua schiava”, un bracciale anch’esso in oro dalla testa di serpente e dono speciale di un dominus alla sua ancella.

mostra Venustas Pompei
bracciale in oro ©luigispina

Oggetti simbolo di una bellezza effimera ma importanti testimoni di rotte e viaggi spesso non canonici. E in più storie ancora più tragiche che vengono raccontate attraverso i monili portati ancora indosso dalle vittime dell’eruzione, incredibili tesori di inestimabile valore e ultimi testimoni di vanità.

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Foto della mostra VENUSTAS: Courtesy of Press Office Parco Archeologico di Pompei


L'ambra siciliana arrivò prima di quella dal Baltico nell'Europa occidentale

Secondo un nuovo studio, pubblicato su PLOS One, l'arrivo dell'ambra siciliana nell'Europa occidentale precedette quello dell'ambra dal Baltico di almeno 2.000 anni

L'ambra 'baltica" dalla Scandinavia è spesso considerata come uno dei materiali chiave a circolare nell'Europa preistorica. Un nuovo studio, pubblicato su PLOS ONE, presenta ora prove archeologiche provenienti dalla penisola iberica, che dimostrerebbero l'esistenza di estese reti di scambio del materiale nel Mediterraneo della tarda preistoria.

Esempio di veste con ambra e conchiglie dal tholos di Montelirio. Credits: M. Murillo-Barroso e Alvaro Fernandez Flores

La preziosa resina fossile dalla Sicilia avrebbe dunque viaggiato attorno al Mediterraneo occidentale almeno a partire dal quarto millennio a. C. e cioè almeno 2.000 anni prima dell'arrivo di qualsiasi ambra baltica in Iberia.

Credits: Murillo-Barroso et al., 2018

Secondo la dott.ssa  Mercedes Murillo-Barroso dell'Università di Granada, le nuove prove presentate nello studio permettono di rivedere le datazioni sull'approvvigionamento e lo scambio della resina fossile nell'Iberia preistorica, indicando l'arrivo di ambra siciliana almeno dal quarto millennio a. C.

Ed è interessante notare che i primi oggetti in ambra ad essere prodotti in Sicilia (qui nota come simetite, dal nome del fiume Simeto; si tratta di una varietà rara e pregiata) risalgano proprio a quell'epoca. Eppure non vi sono prove che indichino uno scambio diretto tra Sicilia e Iberia per quel periodo; tuttavia è nota l'esistenza di legami tra penisola iberica e Nord Africa. Parrebbe dunque plausibile che l'ambra siciliana sia arrivata in Iberia per questo tramite.

Credits: Murillo-Barroso et al., 2018

Per la dottoressa è anche importante notare che la resina fossile appaia in siti dell'Iberia meridionale, con una distribuzione simile a quella degli oggetti in avorio; entrambi i materiali potrebbero essere dunque arrivati grazie agli stessi canali.

Collocazione dei ritrovamenti della resina fossile. Credits: M. Murillo-Barroso

Per il professor Marcos Martinón-Torres, del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Cambridge, anche lui tra gli autori dello studio, solo a partire dalla tarda Età del Bronzo che l'ambra proveniente dal Baltico avrebbe raggiunto un gran numero di siti iberici. Pure lì appare più probabile sia arrivata attraverso il Mediterraneo, che non per il tramite di uno scambio diretto con la Scandinavia. A indicare il Mediterraneo sarebbe soprattutto l'associazione della resina fossile con ferro, argento e ceramiche.

A permettere agli studiosi di giungere a queste conclusioni è stata l'analisi effettuata con la spettroscopia infrarossa su 22 campioni di ambra portoghese e spagnola, datati tra il 4000 e il 1000 a. C.

L'ambra è una pietra preziosa, una resina fossile utilizzata già dalla Preistoria, con reti di scambio che precedenti studi hanno ricondotto al Tardo Paleolitico. Insieme ad altri materiali come giada, ossidiana e cristallo di rocca costituì un'importante materia prima per oggetti ornamentali.

Gli studiosi concludono che rimangono ancora aspetti inesplorati, meritevoli di investigazione futura, come la presenza della resina fossile in contesti nord-africani dello stesso periodo, oltre a quelli relativi all'introduzione e diffusione dell'ambra baltica in Iberia.

Credits: M. Murillo-Barroso and Alvaro Fernandez Flores

Testi dal Dipartimento di Archeologia dell'Università di Cambridge e dalla Public Library of Sciences.

Lo studio Amber in prehistoric Iberia: New data and a review, di Mercedes Murillo-Barroso, Enrique Peñalver, Primitiva Bueno, Rosa Barroso, Rodrigo de Balbín, Marcos Martinón-Torres, è stato pubblicato su PLOS ONE.


Paesi Bassi: una cocca del quindicesimo secolo da Kampen

10 - 12 Febbraio 2016
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Una nave mercantile del quindicesimo secolo è stata sollevata dal letto del fiume IJssel, nei pressi della città di Kampen, nei Paesi Bassi.
Si tratta di una cocca, una nave con un solo albero apparsa per la prima volta nel decimo secolo, e il cui più celebre esemplare è quello di Brema, risalente agli anni ottanta del quattordicesimo secolo. Queste navi erano i "muli" del commercio marittimo verso il Mar Baltico, per le città della Lega Anseatica.
La nave di Kampen, ribattezzata IJsselkogge, misurava venti metri di lunghezza per otto di larghezza. È in un eccellente stato di conservazione.


Link: Sky NewsThe History Blog; IJsselkogge.nlNational Geographicnos.nl; model.de.
Modello di cocca (sulla base della cocca da Brema risalente al 1380), foto di  Heinz-Josef Lücking, da WikipediaCC BY-SA 3.0 de.


I relitti del Golfo di Danzica sono online

10 Febbraio 2016

I relitti del Golfo di Danzica a disposizione online

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Gli artefici del "Museo Virtuale dei Relitti" vi invitano a esplorare le sei navi affondate nel Golfo di Danzica. I modelli presentati sono ricostruzioni dettagliate dei veri e propri relitti sul fondo del Mar Baltico.
"L'obiettivo principale e scopo del progetto è quello di preparare una documentazione 3D fotogrammetrica dei relitti delle navi in legno dal Golfo di Danzica" - ha affermato il dott. Tomasz Bednarz, archeologo subacqueo presso il Museo Marittimo Nazionale (National Maritime Museum - NMM), che supervisiona il lavoro. Gli altri membri del team coinvolti nella preparazione della documentazione fotogrammetrica 3D sono Janusz Różycki, Wojciech Joński e Zbigniew Jarocki.
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Gli archeologi sottomarini vedono i relitti sottomarini delle profondità in un modo che ora chiunque può visionare sullo schermo del suo computer. Gli impiegati del Museo hanno notato, ad ogni modo, che durante un'immersione i sommozzatori non sono in grado di vedere l'intero relitto a causa della visibilità sottomarina, che non supera i 2-3 metri - mentre gli utenti di Internet possono farlo. Inoltre, gli utenti possono manipolare l'immagine attorno al suo asse. Secondo gli autori, le preparazioni per il lancio del progetto di un museo virtuale hanno richiesto più di un anno. Durante quel periodo ci sono volute più di 60 mila fotografie di oggetti sottomarini, che hanno permesso di presentarli in forma tridimensionale.
"Al Museo Marittimo Nazionale, per oltre due anni abbiamo sviluppato il metodo della documentazione subacquea, che è collegato alla realizzazione di modelli fotogrammetrici 3D dei relitti, e in un certo senso siamo esperti del campo. Per ogni oggetto scattiamo diverse migliaia di fotografia, che un computer poi combina in un modello 3D dettagliato" - così spiega Tomasz Bednarz.
Il risultato del lavoro degli scienziati è un museo virtuale, nel quale si possono vedere i più importanti relitti del Golfo di Danzica. Al momento ci sono 6 relitti, ma per la fine dell'anno altri 13 saranno aggiunti. Negli anni a seguire, il "museo" sarà sistematicamente esteso con ulteriori vascelli. In aggiunta ai modelli 3D, il sito contiene informazioni dettagliate sui vascelli affondati - dati sulle circostanze della scoperta, utilizzo del vascello, oggetti scoperti durante la ricerca sottomarina. Attualmente, il database contiene molti velieri dal diciottesimo e diciannovesimo secolo. La nave più antica è la Solen che affondò durante la battaglia di Oliwa nel 1627.
Gli utenti di smartphone possono anche guardare ai relitti utilizzando apparecchiature di realtà virtuale come Google Cardboard o Oculus DK1 e DK2. "Questo rende più intensa l'esperienza 3D dei siti sottomarini presentati" - questo l'incoraggiamento degli autori.
La creazione del sito web http://www.wsw.nmm.pl/ è parte di un progetto di ricerca biennale "Museo Virtuale dei relitti del Golfo di Danzica. Registrazione e inventario del patrimonio archeologico subacqueo", che ha ricevuto sussidi dal Ministero della Cultura e del Patrimonio Culturale Nazionale.
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione. Foto: Materiali per la stampa del NMM.

‘Riciclo’ effettuato durante la Riforma Protestante potrebbe aver salvato un raro dipinto dalla distruzione

27 Novembre 2015

Il ‘riciclo’ effettuato durante la Riforma Protestante potrebbe aver salvato un raro dipinto dalla distruzione

Dettaglio dal Bacio di Giuda Credit: Fitzwilliam Museum, Cambridge
Dettaglio dal Bacio di Giuda
Credit: Fitzwilliam Museum, Cambridge

Un raro dipinto medievale, che ritrae il tradimento di Cristo da parte di Giuda, potrebbe essere sopravvissuto alle distruzioni per mano degli iconoclasti del sedicesimo secolo, dopo esser stato ‘riciclato’ per elencare invece i Dieci Comandamenti.

Ora in mostra al Fitzwilliam Museum, Il Bacio di Giuda è una delle opere d'arte più rare del suo genere. Al tempo della Riforma Protestante e durante la Guerra Civile Inglese, i dipinti delle chiese furono distrutti a migliaia. Pochi sopravvissero nel Regno Unito, e di quelli che rimangono molti sono stati deturpati. Si crede che fino al 97% dell'arte religiosa inglese sia stata distrutta durante e dopo la Riforma Protestante.
Il pannello in legno, dipinto briosamente e con dettagli scelti su foglie d'argento e d'oro, data al 1460 circa ed è ancora più sorprendente in quanto ritrae il momento del tradimento del Cristo, ad opera di Giuda Iscariota. I devoti parrocchiani cattolici spesso graffiavano e scavavano l'odiata figura di Giuda, e quindi il dipinto sarebbe stato a rischio da parte delle congregazioni di Cattolici e Protestanti alla stessa maniera, nei secoli intercorsi.
Il Bacio di Giuda, Scuola Britannica, da Coventry? Olio su tavole di quercia, altezza 173 cm, larghezza 74.3 cm, 1470 circa. Iscrizione; u.c.; dipinto; IHC; monogramma sacro, ripetuto quattro volte. Iscrizione; l.c.; dipinto; Jhesu mercy and eue[r] mercy Ffor in thy mercy fully trust. Foto di Chris Titmus dell'Hamilton Kerr Institute, Fitzwilliam Museum, Cambridge.
Il Bacio di Giuda, Scuola Britannica, da Coventry? Olio su tavole di quercia, altezza 173 cm, larghezza 74.3 cm, 1470 circa. Iscrizione; u.c.; dipinto; IHC; monogramma sacro, ripetuto quattro volte. Iscrizione; l.c.; dipinto; Jhesu mercy and eue[r] mercy For in thy mercy fully trust. Foto di Chris Titmus dell'Hamilton Kerr Institute, Fitzwilliam Museum, Cambridge.
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Svezia: il relitto della nave da guerra Solen presso Karlskrona

8 Ottobre 2015
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Scoperto il relitto della nave da guerra del diciassettesimo secolo Solen, presso Karlskrona nella provincia svedese di Blekinge. Fu costruita nel 1669 a Lubecca e affondata intenzionalmente nel 1694. La nave aveva 72 cannoni e una stazza lorda di 1.400 tonnellate.
Link: The Local.se; Sjöhistorika 1, 2
Vista di Karlskrona, foto di Boatbuilder, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Entheta.