Vita e opere del Boccaccio: un sentiero verso il Decameron

Il 21 dicembre 1375 moriva a Certaldo, gravemente malato, Giovanni Boccaccio (n. 1313).

Giovanni Boccaccio
Giovanni Boccaccio, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri (1450) di Andrea del Castagno, conservato presso la Galleria degli Uffizi di Firenze

Nominato al fianco di Dante e Petrarca Terza Corona Fiorentina fu il primo grande esempio di narrativa in una letteratura che si stava plasmando ma, al di fuori di prose di tipo cronachistico, si esprimeva principalmente in versi. Il suo più grande capolavoro, il Decameron, ebbe infatti fortuna immediata e, tradotto nelle principali lingue europee, venne conosciuto in tutto il mondo, contribuendo a portare grande lustro alla nostra letteratura.

Dante Alighieri in una statua di Emilio Demi, sita a Firenze presso la Galleria degli Uffizi (si noti come l'epigrafe riporti la lezione arcaicizzante del cognome, Allighieri)

 

Francesco Petrarca in una statua ottocentesca a Firenze, sulla facciata del palazzo degli Uffizi.
Foto di Frieda, CC BY SA 3.0

La produzione del Boccaccio è davvero molto vasta e variegata, legata a doppio filo con le sue esperienze di vita e gli ideali di letteratura, di intellettuale, ma soprattutto di morale, che ne ricavò.

L’elaborazione del Decameron si colloca proprio nel solco di un processo di continua sperimentazione.

Per quanto molti tacciarono ciò come un difetto (si dovette difendere più o meno velatamente da queste accuse – vedi Decameron, IV, Intr.), egli preferì lasciarsi ispirare dalle proprie vicende personali, come la felice parentesi della giovinezza napoletana (1327-1340), il rientro a Firenze, poi l’amicizia con il Petrarca (1350), la riscoperta della lingua greca, l’attività politica, per riversarle all’interno di una produzione letteraria che ne fosse uno specchio altrettanto ricco.

Le opere della giovinezza napoletana sono all’insegna dello sperimentalismo, sia in volgare che in latino (epistole). Il pubblico destinatario, la corte di Roberto d’Angiò, apprezzò particolarmente queste produzioni “mescolate” dai titoli grecizzanti, innovative nei temi, nei metri e nella composizione.

Ad esempio la Caccia di Diana (1335-1337) è un poemetto mondano-mitologico in terza rima, ispirato probabilmente alla perduta epistola in sirventese in cui Dante passava in rassegna le sessanta più belle donne di Firenze. Il poemetto però non si limita ad un’elencazione di bellezze femminili, napoletane in questo caso, ma vede anche un loro ribellarsi alla castità imposta loro dalla dea della caccia e il loro appellarsi invece alla dea Venere, che trasforma le prede catturate dalle donne durante la caccia negli uomini amati.

Teseida (1339-1340) è un breve poema epico, ispirato alla Tebaide di Stazio che Boccaccio aveva riscoperto proprio durante la stesura dell’opera e a fonti francesi. Questa opera è invece dedicata a Fiammetta, presunta figlia di Roberto d’Angiò (si pensa si chiami Maria) per la quale Boccaccio provava un amor cortese, secondo un mito letterario da lui creato in cui idealizzava l’elemento erotico e quello autobiografico. L’opera vede Teseo dover decidere come risolvere una lite tra due giovani, Arcita e Palemone, per l’amore di Emilia: si opta per un torneo dove vince Arcita ma al prezzo di una ferita mortale e che dunque, con generosità, cede la sua sposa al rivale. Il poema si conclude con il funerale di Arcita e il matrimonio di Palemone e Emilia.

Miniatura di un manoscritto del 1460 circa che ritrae Emilia nel roseto

Col senno di poi sono evidenti i debiti che Boiardo e Ariosto hanno con quest’opera, che per prima utilizza l’ottava del poema eroico e gli schemi narrativi tipici del genere eroico.

Degna di nota è la versione che dà il Boccaccio di una delle storie d’amore più famose a livello europeo, quella tra Florio e Biancifiore, raccontata in cinque libri in un romanzo in prosa chiamato Filocolo (1336-1339). Le fonti sono molteplici: Chrétien de Troyes, il poemetto francese Floire et Blanchefleur, il toscano Cantare di Florio e Biancifiore con sovrapposto lo schema del romanzo greco alessandrino, forse anche le Mille e una notte. Ovviamente una storia d’amore ostacolata dalle vicende della vita ben si sposava con l’autobiografia idealizzata del Boccaccio, che immagina la narrazione di questa storia come richiestagli da una “gentilissima donna”, la figlia del re, Maria (Fiammetta) e nel proemio dichiara di aver accolto la richiesta affinché “la memoria degli amorosi giovani” e la “gran costanza de' loro animi” fosse “esaltata da' versi d'alcun poeta”. I protagonisti sono due bambini, Florio e Biancifiore, innamoratisi sulle pagine dell’Ars Amandi di Ovidio (“Credo che la virtù de’ santi versi, che noi divotamente leggiamo, abbia accese le nostre menti di un nuovo fuoco, e adoperato in noi quello che già veggiamo che in altrui adoperarono”, Fil, II 4. richiamo evidente ad Inferno V) e poi separati dal padre di lui, il re spagnolo Felice, e vicende più disparate. Ma Florio, il “filocolo” (“colui che fatica per amore”, sempre in greco approssimativo) resterà fedele al suo amore negli anni e cercherà Biancifiore, iniziando la sua quête e arrivando in Italia, a Napoli, dove parteciperà alle “questioni d’amore” dirette da Fiammetta (preludio al Decameron), e finalmente ad Alessandria, dove libererà Biancifiore da una torre grazie all’aiuto dello zio. I due amanti potranno finalmente sposarsi, ricevere il battesimo a Roma potrà avvenire una riconciliazione tra Florio e il padre.

Miniatura (particolare) del Filocolo di Giovanni Boccaccio, in un manoscritto per Ludovico III Gonzaga, Mantova, 1463-64. Oggi è conservato presso la Biblioteca Boldeiana dell'Università di Oxford.

Come si notava già dalle fonti, motivi epici, lirici, persino elegiaci si mescolano continuamente in questa opera e rendono sottilissimo il confine tra narrazione, allusioni a vicende personali dell’autore, non si sa quanto fittizie, e forse cronache della vita di corte.

Conclude il proficuo periodo napoletano il Filostrato (1340, alcuni la retrodatano al 1335), che è forse l’opera nella quale si intravede una vera e propria svolta al di là di metri o trame. Il titolo è un’italianizzazione del greco “vinto dall’amore”, secondo le conoscenze approssimative che aveva il Boccaccio. La trama è molto semplice: Troiolo, un giovane principe troiano, si innamora perdutamente di Criseida, una prigioniera greca, ed è ricambiato; solo che pare basti uno scambio di prigionieri e il ritorno di lei al campo greco, perché Criseida si dimentichi delle promesse di fedeltà fatte all’amato e si conceda ad un altro uomo.

Manoscritto del XIV secolo del Filostrato boccacciano, conservato presso l'ex Bibliotheca Gymnasii Altonani di Amburgo.
Foto del Dr Folke Gernert

L’assoluta novità del Boccaccio sta nell’apertura verso Criseida e l’assoluta non-condanna del suo comportamento, nel quale egli vede aspetti calcolatori e opportunistici, atteggiamento senza dubbio anacronistico da parte dello scrittore e che lo vede già mirare ad una nuova morale, più laica e borghese, rispetto a quella di Guido delle Colonne, che aveva curato la traduzione in latino dell’opera originale di Benoît de Sainte-Maure, dalla quale è certo Boccaccio abbia appreso la storia.

Se si dovesse descrivere con una sola parola questa prima produzione del Boccaccio, tenendo conto che si parla di un ragazzo che per la maggior parte è autodidatta e scrive queste prime opere tra i venti e i ventisette anni, chi scrive sceglierebbe “padronanza”: padronanza della lingua, delle tematiche, dei metri e dei generi ai quali attinge per forza di cose ma plasma per fare in modo che obbediscano ai messaggi che egli vuole trasmettere, ma soprattutto padronanza del pubblico e conoscenza delle sue esigenze e dei suoi gusti. Tutto ciò, unito ad uno sguardo attento alla psicologia dei personaggi (vedi Criseida o anche Arcita) rivela un Boccaccio giovanissimo ma già promettente, nuovo.

Quando fu richiamato a Firenze dal padre nel 1341, la nostalgia di Napoli si fece sentire sotto diversi aspetti. Ma il Boccaccio d’altro canto non ebbe paura di misurarsi con una realtà dunque un pubblico diverso, borghese, con una ricca tradizione letteraria in cui egli voleva inserirsi a modo suo. Non abbandonò il suo sperimentalismo, aggiungendo nuovi temi, come il genere allegorico-didattico, e nuove soluzioni formali, come la terza rima o la terza rima alternata alla prosa.

La prima opera da menzionare è la Commedia delle Ninfe fiorentine (altrimenti conosciuta come Ninfale d’Ameto, 1341-1342), caratterizzata da prosa alternata a versi in terzine di endecasillabi. La vicenda è ambientata in Toscana, nei pressi dell’Arno, e vede protagonista Ameto, un rozzo pastore innamorato di una ninfa, Lia. Il giorno della festa di Venere Lia ed altre sei ninfe si riuniscono e raccontano ad Ameto storie d’amore, ma anche storie antiche: Lia racconta le origini di Firenze, Fiammetta quelle di Napoli. Alla fine dei racconti il pastore Ameto fa un bagno purificatore, ne esce ingentilito e comprende che quelle ninfe in cui si era imbattuto non erano altro che le quattro virtù cardinali e le tre teologali, per mezzo delle quali ora potrà giungere alla conoscenza di Dio. Insomma, sempre tramite la tecnica del “mescolato”, elementi didattici, epico-celebratici, allegorici fanno da involucro a quello che viene considerato dai critici l’embrione del futuro Decameron nonché la parte più viva dell’opera: l’elemento novellistico e romanzesco, la magia della parola che cattura l’attenzione di Ameto, quando non prevale la bellezza sovrannaturale delle ninfe.

Desco da parto con ritratte scene della Commedia delle ninfe fiorentine. Questo oggetto era una sorta di piatto dipinto su entrambi i lati ed era usanza durante il periodo rinascimentale donarlo alle donne in maternità affinché su di esso fossero portati loro cibo e bevande. Quello in foto è di un maestro del 1416 (italiano, fiorentino, attivo all'inizio del XV secolo).

Meno riuscito sembra essere stato Amorosa visione (1342-1343), un poema suddiviso in cinquanta canti di terzine dantesche, che di dantesco riprende anche alcune immagini. Il poeta immagina di visitare con una “donna lucente in vista e bella”, in sogno, un castello al quale si accede per due porte, una bassa e stretta che "mena a via di vita", l'altra aperta e facile che promette "ricchezza, dignità... gloria mondana". Egli attraversa la seconda e accede a un salone ricco di affreschi e statue raffiguranti allegoricamente virtù e vizi. Incontra anche grandi personaggi del passato, come Socrate, Aristotele, Boezio, Tolomeo, Orfeo (come non pensare a Inferno IV). Uscito da questo castello incontra la donna amata, Fiammetta, con la quale non riesce a giacere per il ritorno in scena della guida, che gli raccomanda di perseguire il cammino della virtù, se vuole conquistare davvero la sua donna. Come è evidente l’opera è macchinosa e contorta, ma resta interessante da leggere per notare come tutte le lettere iniziali dei versi delle terzine siano un acronimo di tre sonetti: i primi due indirizzati a "madama Maria", cioè a Fiammetta, il terzo ai lettori.

Questo sarebbe il volto che Cilly Mully von Oppenried avrebbe dato a Fiammetta, in un dipinto del 1881

Passando invece al Ninfale fiesolano (1344-1345), esso vuole in un certo senso ampliare il racconto della ninfa Lia e cantare le origini di Firenze e Fiesole, in un poemetto di 473 ottave. Il racconto è molto semplice e la trama si riallaccia un po’ a quelle delle opere napoletane. Il pastore Africo scorge tra le ninfe la giovanissima Mensola e se ne innamora. Anche se la loro relazione è ostacolata da più fronti (il padre di Africo tenta di dissuaderlo dalla passione per una ninfa, consacrata a Diana; Mensola sa quali sono i suoi doveri e non vuole disobbedire alla dea) i due si incontrano due volte e giacciono insieme. In Mensola nasce il senso di colpa e la paura, così si rifiuta di incontrare nuovamente il pastore, che si uccide e cade nel fiume. Ma la ninfa non sa di essere rimasta incinta, e per quanto terrà nascosta la gravidanza fino all’ultimo, verrà scoperta dalla dea della caccia e trasformata in un fiume (richiamo alle Metamorfosi ovidiane). Boccaccio ricollega quindi i nomi dei fiumi che scorrono tra Firenze e Fiesole, Africo e Mensola, proprio a questo mito. In ultimo, resta il figlio dei due, Pruneo, futuro fondatore di Fiesole e liberatore delle ninfe dai loro vincoli con Diana in favore di quelli con Venere.

Il torrente Affrico nel punto in cui confluisce nell'Arno. In queste acque, secondo il mito, il corpo del giovane pastore sarebbe caduto dopo il rifiuto di Mensola e il suicidio. Foto di AlebufoCC BY-SA 3.0

Se con il Filostrato una svolta era accennata, con l’Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344) il Boccaccio si supera. Finalmente Boccaccio dà prova di quella maturità artistica latente anche nella tematica, scegliendone una che sembra già sentita ma in realtà è totalmente svestita, analizzata in maniera impersonale e oggettiva e riconsegnata al pubblico in una veste che non ne faccia risaltare troppo la “scandalosa modernità” (Muscetta). Partendo dal titolo, esso è esplicativo riguardo lo stile ma non il metro, che secondo la definizione datane da Dante nel DVE è “lacrimevol” ma basso e umile; il testo invece è in prosa e con una retorica profonda. La protagonista è Fiammetta, per la prima volta sola, che parla in prima persona della sua storia in una lunga lettera. Ella, donna sposata, è stata innamorata per lungo tempo di Panfilo (“tutto amore”, pseudonimo dell’autore e personaggio che si ritroverà nel Decameron) e nulla ha potuto distoglierla da questo amore cominciato in chiesa (analogie con la Vita nova).  Tuttavia i cattivi presentimenti che avvertiva riguardo questa passione sbagliata si sono avverati quando Panfilo è partito per Firenze e non ha fatto più ritorno, diversamente da come aveva promesso. Fiammetta non ha sue notizie finché non le giunge voce di un tradimento. La disperazione è immensa ma non può esternare il vero motivo del suo dolore al marito, che invano tenta di curarla. Dopo aver provato a togliersi la vita, a Fiammetta non è rimasta che una serie interminabile di giorni per meditare sulla sua sfortuna. Così si rivolge a tutte le donne innamorate come lei, chiedendo pietà, confessandosi non per ricevere perdono ma comprensione: qui è la vera novità dell’Elegia. Non solo si vede un capovolgimento di ruoli nella relazione tra i due amanti, ma si vede una donna che non ha paura di raccontare il proprio dramma e la propria passione, che ha affrontato  coraggiosamente, nonostante la sconfitta.

Altro meraviglioso manoscritto riccamente decorato che riporta l'incipit dell'Elegia di Madonna Fiammetta. È conservato presso la Biblioteca Bodleiana di Oxford.

È evidente la stratificazione di diversi generi, il già citato elegiaco, quello epistolare, persino una sorta di trattato d’amore, di cui si descrivono gli effetti (“E mi corsero mille pensieri che la mente in uno momento, e quasi tutti terminavano in uno, cioè che egli, amando altra donna, contra voglia dimorasse in tal modo. Le mie parole furono più volte infino alle labbra per domandarlo qual fosse la sua noia; ma, dubitando che vergogna non gli porgesse l'esser da me trovato piagnendo, si ritraevano indietro; e similmente trassi gli occhi più volte da riguardarlo, acciò che le calde lagrime cadenti da quelli, venendo sopra di lui, non gli dessero materia di sentire ch'egli fosse da me veduto.”, cap. II; qui Fiammetta e Panfilo sono appena stati insieme e la donna ha velocemente perso quella sensazione di appagamento, travolta invece dall’ansia che Panfilo la stia per lasciare per sempre).

Questa è invece letteralmente la visione che Dante Gabriel Rossetti ha della donna amata da Boccaccio in questo olio su tela, A Vision of Fiammetta (1878)

Questo primo decennio dell’attività fiorentina di Boccaccio si conclude con due avvenimenti importanti: l’imperversare della peste a Firenze nel 1348, che uccide non solo il padre e la matrigna, ma anche alcuni suoi amici letterati, come il cronista Giovanni Villani; l’incontro con il Petrarca, che segna l’inizio di un’amicizia decisiva per le sorti della letteratura italiana.

La peste di Firenze del 1348Wellcome Collection gallery (2018-03-24), CC BY 4.0

La peste lo portò alla scrittura, in appena tre anni, del Decameron (1348-1351), una perfetta sintesi di tutte le sperimentazioni, tematiche, strutturali e stilistiche, che il Boccaccio aveva adottato nelle opere precedenti. Innanzitutto ci si trova di fronte ad una già usata struttura a cornice (Filocolo, Commedia delle Ninfe fiorentine) portata al massimo livello di organicità e funzionalità: si racconta di come sette ragazze, Pampinea ("la rigogliosa"), Filomena ("amante del canto", oppure "colei che è amata"), Neifile ("nuova amante"), Fiammetta, Elissa (altro nome di Didone), Lauretta (diminutivo di Laura; chissà che Boccaccio non abbia chiamato una delle giovani così in memoria della Laura petrarchesca, morta durante la peste), Emilia e tre ragazzi, Panfilo (che infatti racconterà spesso novelle ad alto contenuto erotico), Filostrato ("vinto dall'amore") Dioneo ("lussurioso", da Diona, madre di Venere), decidano di sfuggire al probabile contagio e rifugiarsi in campagna. Arrivano di mercoledì in un bel palazzo con un giardino e vi soggiornano per due settimane. Qui per trascorrere il tempo decidono di eleggere ogni giorno un re o una regina affinché scelga un tema per la giornata, su cui dovranno basarsi delle novelle, una raccontata da ciascun membro di questa onesta brigata. Poiché questo iter non si segue il venerdì e il sabato, in totale i ragazzi racconteranno dieci novelle al giorno per dieci giorni, dunque cento novelle in tutto.

I giovani novellatori del Decameron in un dipinto di John William Waterhouse, A Tale from Decameron (1916) esposto alla Lady Lever Art Gallery di Liverpool

A questa struttura va aggiunta una sorta di super-cornice, ove l’autore è il narratore e introduce la sua opera con un Proemio, che esordisce con la celeberrima frase “Umana cosa è aver compassione degli afflitti, e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richesto li quali giá hanno di conforto avuto mestiere ed hannol trovato in alcuni; tra li quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno o gli fu caro o giá ne ricevette piacere, io sono un di quegli.” Frase, proemio, opera intera, che Boccaccio dedica alle donne, poiché le sa sofferenti per amore ma impossibilitate a sfogarsi come fanno gli uomini con le loro attività e distrazioni (la politica, gli affari). Il poeta ammette di aver sofferto anch'egli un tempo per amore, ma guarda a quel periodo con un atteggiamento di pacata superiorità e ora, smorzate le passioni, è ben lieto di dilettare chi ancora ne è soggiogato. Segue l’Introduzione alla Prima giornata, in cui descrive l’occasione che ha permesso ai dieci giovani di incontrarsi nella Chiesa di Santa Maria Novella. Si tratta anche dettagliatamente, ma con un pacato distacco, della peste e della morte che porta con sé.

I dieci novellatori dell'onesta brigata in un dipinto, olio su tela di Franz Xaver Winterhalter, The Decameron (1837)

Riguardo il contenuto delle novelle (a livello narrativo, considerabili come il "terzo livello"), rispecchiano quella scioltezza narrativa che si era già vista nel Ninfale Fiesolano; la narrazione resta obiettiva e alleggerita da allusioni autobiografiche o da sfoggi eruditi. In ultimo, dall’Elegia di Madonna Fiammetta è ripresa la superba capacità di analizzare la psicologia dei personaggi, che hanno una loro peculiarità, intelligenza e caparbietà, qualunque sia la loro estrazione sociale o provenienza culturale.

E se si stava facendo un resoconto di in che cosa il Decameron guarda ancora indietro, ecco in cosa guarda appunto molto avanti: nel suo essere una “commedia sociale”, che mette in luce ogni aspetto esistente nell’Italia del Trecento e che Boccaccio aveva vissuto. Il poeta poteva aver sì nostalgia degli antichi valori sperimentati alla corte di Napoli, ma i nuovi costumi laici della borghesia mercantile (cui di fatto lui apparteneva) esistevano e andavano conciliati gli uni con gli altri. Ecco come possono coesistere senza difficoltà all'interno del Decameron i personaggi più disparati, a rappresentare l'ampio ventaglio delle espressioni dell'animo umano: il pessimo Ser Ciappelletto, l'ingenuo ma fortunato Andreuccio, lo scaltro stalliere del re Agilulfo, la coraggiosa Ghismunda, la devota Elisabetta, il generoso Federigo degli Alberighi, l'ingegnoso Chichibio, la martire Griselda.

In questo dipinto di William Holman Hunt (1867), Elisabetta, protagonista della quinta novella della giornata IV, piange la testa del suo amato Lorenzo, che conserva in un vaso di basilico di nascosto dai fratelli.

Ovviamente non mancarono le critiche a questo modo di vedere del Boccaccio, che dovette difendersi apertamente, come si diceva, nell’Introduzione alla Quarta giornata, ma qui come nelle Conclusioni restano saldi molti concetti. Primo fra tutti quello di plurilinguismo e pluristilismo, obbligatori, soprattutto quelli più umili e realistici, qualora le novelle lo richiedano. Segue quello di morale, aperta e problematica: quando Boccaccio afferma che è inutile per l’essere umano adattarsi ad essa ma deve essere la morale ad adattarsi alle sue pulsioni naturali, di fatto esistenti, afferma che bisogna rispettare l’istanza del piacere, e fare in modo che la morale sia un continuo gioco di equilibri, che vari a seconda delle situazioni. In ultimo ma non per importanza concetti come quelli di onestà e gentilezza, virtù rispettivamente sociale e individuale e come quello di ingegno, che può essere messo a servizio della virtù come della malvagità.

Ovviamente un’opera vasta e complessa come questa meriterebbe una trattazione a parte, ma basti ribadire che ebbe un successo immediato tra i membri del ceto mercantile, mentre gli intellettuali inizialmente ne diffidarono. La fortuna del testo arrivò quando dapprima il Botticelli si interessò alla rappresentazione di alcune novelle, e poi Pietro Bembo, nelle Prose della volgar lingua (1525) lo innalzò a modello di stile e lingua prosastica.

Boccaccio Sandro Botticelli Nastagio degli Onesti Museo del Prado Madrid
La novella di Nastagio degli Onesti illustrata da Sandro Botticelli (1483) e oggi conservata al Museo del Prado di Madrid

Nel 1350 Boccaccio conobbe Petrarca e la sua vita ebbe una svolta. Cominciò ad intrattenere una fitta corrispondenza con lui e sviluppò un nuovo ideale di intellettuale, dedito agli interessi umanistici. Mentre il Comune di Firenze gli assegnò diversi incarichi che lo portarono a Napoli, ebbe modo di visitare la biblioteca di Montecassino e trascrivere alcuni codici. In questa occasione, si può affermare che avvenne tramite lui la riscoperta in tutta Italia del greco dopo i secoli bui del medioevo: cominciò ad intrattenere dei rapporti con il grecista Leonzio Pilato (1359), un discepolo di Barlaam (un monaco calabrese dal quale Boccaccio aveva appreso i rudimenti del greco quando si trovava a Napoli) e lo invitò all'università di Firenze perché vi tenesse delle lezioni di greco antico (sembra sia il primo insegnamento ufficiale in Europa) e perché traducesse in prosa latina l’Iliade e l’Odissea.

Dopo un periodo di ritiro a Certaldo, in cui si dedicò ad opere erudite in latino e ad un’opera di stampo un po’ misogino, il Corbaccio, dal 1365 collaborò di nuovo con la Repubblica fiorentina e soprattutto al rientro del papa a Roma da Avignone. A livello letterario curò un suo codice autografo del Decameron (1370) e un’edizione completa delle opere di Dante, cui premette un Trattatello in laude di Dante, abbozzato nel 1351. L’ultimo dono che fece al Comune fiorentino fu tenere delle letture pubbliche, nella Chiesa Santo Spirito in Badia, della Commedia: ma l’obesità e la scabbia lo costrinsero a interrompersi al canto XVII dell’Inferno. Morirà pochi mesi dopo.

La fortuna di Boccaccio non è stata costante nei secoli, tutt’altro. Se come si diceva subito non fu compreso e poi con Bembo fu preso a modello, è pur vero che quasi contemporaneamente in Europa ma soprattutto in Italia divagò la Controriforma, che censurò il Decameron linguisticamente e tematicamente. In particolare furono due le edizioni gravemente manomesse, quella del 1573 e quella del 1582 dell’editore Giunti. Anche il Barocco, rifiutando il classicismo, rifiutò l’opera boccacciana. Nel Settecento i pareri furono discordanti (Parini non lo apprezzò ad esempio), mentre nell’Ottocento Foscolo scrisse un appassionato Discorso storico sul testo del Decameron (1825), individuando nell’autore il preveggente della crisi addirittura del Rinascimento. Una visione diversa invece, più vitalistica e, a ragion veduta, “boccaccesca”, hanno Pirandello e Pasolini nel loro riprendere il poeta rispettivamente nelle Novelle per un anno, nel teatro e nei romanzi (la critica giudica Pirandello il più geniale continuatore di Boccaccio) e nel film Decameron del 1971.

Franco Citti interpreta ser Ciappelletto da Prato in una scena de Il Decameron di Pasolini (1971)
Fotogramma catturato da Gawain78

Fonti

“La scrittura e l’interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011.

Treccani, Enciclopedia online

"I Classici Ricciardi" di Natalino Sapegno, 1952


Ovidio mostra Roma

Ovidio in mostra alle Scuderie del Quirinale tra amori, miti e altre storie

Come sarebbe cambiata la nostra percezione di letteratura e mitologia se non ci fosse pervenuta l’opera più celebre di Publio Ovidio Nasone, le Metamorfosi? Qual è il segreto di quest’opera dal potere così suggestivo?

Al termine delle celebrazioni per il Bimillenario Ovidiano, le Scuderie del Quirinale ospitano fino al 20 gennaio 2019 la mostra “Ovidio. Amori, miti e altre storie”. L’esposizione, curata da Francesca Ghedini, è dedicata all’opera del celebre poeta e ai rimandi artistici antichi e moderni che presero spunto proprio dall’opera letteraria. L’obiettivo è far dialogare testi antichi, arte, immagini e parole, creando una connessione e un rimando tra i diversi linguaggi.

In mostra ci sono 250 opere concesse in prestito da circa 80 musei tra italiani e internazionali: il percorso è scandito da celebri capolavori provenienti da grandi collezioni pubbliche come il Louvre di Parigi, la National Gallery di Londra, gli Uffizi di Firenze, il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, fino a preziose rarità provenienti dalla Biblioteca di Gotha in Germania, dal Museo Archeologico di Eretria in Grecia, dalla Royal Danish Library di Copenaghen.

Le opere accompagnano la fitta trama di eventi che da poeta di corte fanno precipitare Ovidio nella cerchia di personaggi invisi ad Augusto che lo manderà in esilio sulle rive del Mar Nero. A Tomi, il poeta visse una sventura capitale, tentò di implorare più volte il princeps che non gli concesse mai il perdono e la grazia del ritorno. Augusto fu irremovibile. Le cause sono indicate dallo stesso Ovidio in una elegia: un carmen e un error. Il carmen era l’Ars Amatoria, opera troppo “spinta” per il moralizzatore Augusto, quanto all’error, si pensa ad un episodio moralmente riprovevole a cui Ovidio assistette per sua sventura e che ebbe probabilmente protagonista Giulia minore.

Sala dopo sala si rianimano anche i versi delle Metamorfosi con i suoi protagonisti e con la sua prospettiva rovesciata del mondo divino e umano. I miti di Dafne ed Apollo, Narciso ed Eco, Ermafrodito e Salmacide, sono pressoché sconosciuti nel mondo greco arcaico e classico ma cari ad Ovidio che, affascinato, recupera fonti orientali e rielabora i racconti che divennero poi straordinariamente amati dai Romani. La loro fortuna, in letteratura così nell’arte, è legata alla materia del mito che offre uno spunto di riflessione per l’esplorazione dell’animo dell’adolescente e del passaggio verso la maturità sessuale.

Ovidio mostra Roma
Affresco con Amore e Psiche, 60-79 d.C. (IV stile), intonaco dipinto da Pompei, Casa VII 2, 6, esedra (b), Napoli, Museo Archeologico Nazionale

La metamorfosi rappresenta il punto di rottura e il contrasto tra un animo proiettato verso la maturità sessuale, esplicitato da un corpo attraente e un animo ancora fanciullesco e riluttante verso le lusinghe dell’amore. Le divinità del Pantheon (Venere, Apollo, Diana, Giove) invece, diventano nel mondo ovidiano vittime di amori tanto veementi quanto illegittimi o artefici di violenti vendette e atroci punizioni, come si vede nella tragica vicenda di Niobe, figlia di Tantalo, costretta a vedere uccisi i propri figli e rappresentata in mostra da sculture provenienti da uno straordinario gruppo statuario di recente scoperta.

Ovidio mostra Roma
Alessandro Filipepi detto Sandro Botticelli (Firenze, 1445 - 1510), Venere pudica, tempera e olio su tavola trasferita su tela (1485-1490 circa), Torino, Musei Reali - Galleria Sabauda

Il percorso espositivo attraversa i secoli e si snoda tra affreschi provenienti da Pompei, sculture d’età imperiale, circa trenta antichi testi - tra cui preziosissimi manoscritti - e capolavori come la “Venere pudica” di Botticelli o la “Venere callipigia” del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. E ancora, raffigurazioni delle storie ovidiane ad opera di artisti moderni dal Quattrocento al Settecento come Benvenuto Cellini, Tintoretto, Ribera, Poussin, Batoni fino a una straordinaria incursione nel contemporaneo con l’installazione al neon di Joseph Kosuth, ispirata ai testi ovidiani, che accoglie il visitatore in entrata.

Ovidio mostra Roma
Statua di Venere “Callipigia”, metà del II secolo d.C., marmo bianco (insulare?), Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Chi visita Pompei, sepolta dall’eruzione del Vesuvio appena sei anni dopo la morte del poeta, può farsi un’idea esatta del peso della mitologia nella vita quotidiana dell’età di Augusto. Molte domus possono essere inserite in un itinerario del mito classico in cui pullulano figure, statue e pitture di personaggi mitici e mitiche storie. I temi mitologici non costituivano solo un espediente decorativo, ma anche simbolico e culturale, per cui l'ambiente che ospitava le decorazioni pittoriche era abbellito e valorizzato e alludeva alle aspirazioni culturali del proprietario. Era così vezzo e vanto di ogni ricco possessore di una domus, mostrare ai suoi ospiti la sontuosità delle decorazioni della casa e allo stesso tempo la sua sensibilità culturale nella scelta dei temi mitologici, oltre al valore artistico che questi quadri potevano avere. La mitologia ovidiana è viva, il mondo è abitato da mito e i miti restano storie di uomini, anche se dei, spinti come tutti da passioni violente.

Ovidio mostra Roma
Joseph Kosuth, Maxima Proposito (Ovidio), neon colorato, misure variabili (2017), Maxima Proposito (Ovidio) #25, Pescara, Collezione Donatelli

Da più di duemila anni, Ovidio e la sua opera affascinano, stimolano e ispirano non solo la letteratura ma anche i diversi campi dell’arte. Le Metamorfosi sono un abbandono alla fantasia, Ovidio accarezza e racconta ogni mito scherzando su quanto la mitologia sia invenzione; i miti racchiudono strabilianti bugie di antichi poeti, cose mai esistite e che mai esisteranno. Tuttavia, se l’obiettivo del poeta era solamente quello del racconto, ben presto con il cambiamento del gusto, il mito sarebbe caduto nel dimenticatoio. La forza motrice, la spinta eterna dell’opera sta proprio nel rianimare una mitologia già “morta “ da tempo, non qualche mito sparuto, ma raccogliendo tutti i miti nella sua interezza e scegliendo di raccontare una forma di passaggio molto particolare.

In un suo libro, il filologo tedesco Hermann Frankel si pose il problema della particolare scelta del poeta: “la metamorfosi, in un mito, è elemento che nasce dal bisogno di spiegare le cose umane in termini extraumani e dall’idea che esistano possibilità di transizione fra i regni della natura; e Ovidio scelse i miti metamorfici sia perché attratto dal loro carattere fantastico e utopico, sia perché in un’epoca inquieta come la sua (il cristianesimo stava man mano diffondendosi nell’impero), poteva così elaborare una logica migliore di quella offerta dalla brutale realtà e illustrare i fenomeni di una identità incerta e sfuggente, di un io scisso in sé o trapassante in un altro”. Alla luce di questa riflessione e con la consapevolezza che la materia del mito era già esistente da secoli, perché Ovidio scelse proprio questi particolari temi? La metamorfosi resta il motivo che spiega e giustifica, una volta morti i miti e perdutosi il loro valore socio-religioso, l’intreccio tra mondo divino, umano e mondo della natura, dando così la possibilità di esprimere la propria visione del mondo e dell’uomo.

Il suo dominio sulla parola e la musicalità della poesia hanno saputo creare un caleidoscopio d’immagini che nei secoli è stato fonte d’ispirazione per numerosi artisti e ha contribuito a delineare i contorni della cultura occidentale. Un’influenza che si riflette non solo nelle immagini ma anche nelle parole. Sono da ricondurre alla sua penna, ad esempio, espressioni comuni come: “non posso vivere con te né senza di te” e “in amor vince chi fugge”. E non parleremmo di “narcisismo” se il suo Narciso non avesse avuto tanta fortuna.

La mostra alle Scuderie del Quirinale intende raccontare la complessità, il piacere e l’attualità dell’universo ovidiano e offre, per tutto il periodo della mostra, un percorso ricco di proposte per coinvolgere il pubblico con numerosi incontri, letture e approfondimenti.

Ovidio mostra RomaIl perché di una mostra. A parlare è la curatrice Francesca Ghedini

Perché Ovidio e perché una mostra?

Questa è la domanda che ci è stata fatta più di frequente in questi lunghi mesi passati a selezionare gli oggetti, scegliere un percorso e decidere le sequenze più idonee a far comprendere i diversificati messaggi che Ovidio può comunicare. Raccontare un poeta attraverso le immagini non è impresa facile, ma diventa addirittura una sfida quando quelle stesse immagini vengono spiegate attraverso le sue stesse parole. Eppure il cantore di Sulmona, per la capacità evocativa dei suoi versi, si presta a questo gioco di specchi tra la parola e l’immagine.
E, quindi, la risposta alla domanda non è poi così difficile: perché Ovidio? Perché la mostra Ovidio. Amori, miti ed altre storie è il culmine di un progetto decennale portato avanti presso l’Università di Padova, assieme a Isabella Colpo e Giulia Salvo e a tanti colleghi di varie discipline, letterati, storici dell’arte e della miniatura, e poi dottorandi, assegnisti e studenti; un progetto dedicato a uno dei più prolifici poeti dell’antichità, inarrivabile cantore di sentimenti universali (l’amore, l’odio, il risentimento, la vendetta), che visse e fu testimone di uno dei momenti cruciali della storia di Roma, quando la forte personalità di un giovane condottiero, Ottaviano, divenuto poi Augusto, trasformò la Repubblica in un Impero sotto le mentite spoglie di una restaurazione del passato. E Ovidio fu testimone di questa “rivoluzione”, che riguardò non solo la forma di governo, ma anche i costumi pubblici e privati, una “rivoluzione” che il poeta non condivise, al punto da osteggiarla più o meno apertamente.
la sua poesia sopravvisse e lo rese immortale: sopravvisse alle ingiurie del tempo, al confino, all’ostracismo decretato contro le sue opere, sopravvisse alla volontà del reggitore dell’Impero di annientare quel “contestatore” ante litteram, capace di ferire con la sua ironia dissacrante, con il suo gusto per il paradosso, con quel suo gioco un po’ perverso di mettere gli déi alla berlina. Condannato per un reato di opinione? Condannato per la sua libertà di parola o per le sue frequentazioni? Non lo sapremo mai; ciò che è certo è che Ovidio ha vinto la sua battaglia più grande ed è ancora fra noi.

Ovidio mostra Roma
Cammeo con Leda e il cigno, III secolo d.C., agata onice, Napoli, Museo Archeologico Nazionale inv. 25967

È ancora fra noi, perché ha suggellato con la sua poesia una tradizione mitica che era il frutto di secoli di elaborazione, da Omero ai tragici greci ai poeti ellenistici ai letterati romani.
È ancora fra noi, perché la sua poesia è arrivata al mondo moderno grazie ai pazienti amanuensi che nel chiuso dei loro cenobi hanno copiato anche i suoi versi più audaci (la mente corre ai segreti di quel monastero benedettino descritto con insuperabile forza evocativa dal grande Umberto Eco ne Il nome della rosa), illustrandoli con fantasiose immagini che hanno poi fornito ispirazione a tutti i grandi del Rinascimento. Senza Ovidio non avremmo il Narciso “caravaggesco” che eternamente si specchia nella fonte; senza Ovidio non avremmo la diafana Dafne del Bernini che tende al cielo le mani già coperte di foglie; senza Ovidio non avremmo tanti cicli di affreschi di ville e palazzi rinascimentali.
È ancora fra noi perché certe formule proverbiali attinenti al mondo dell’amore o del quotidiano sono sue: quella frase che tutti noi abbiamo pronunciato o pensato almeno una volta: ti odierò se potrò, altrimenti, pur controvoglia, ti amerò (odero, si potero, si non, invitus, amabo) oppure La donna è un male così dolce…ma anche vedo il meglio e l’approvo ma seguo il peggio, sono tutte parole del poeta di Sulmona.
È ancora fra noi perché ha influenzato anche il nostro lessico: senza il suo Narciso non avremmo il narcisismo, il male dell’anima che impedisce, a chi ne è affetto, di amare altri all’infuori di se stesso, oppure avremmo bisogno di un’altra parola per indicare l’ermafroditismo se la storia di Ermafrodito e Salmacide, i cui corpi si sono fusi per sempre in uno, non si fosse imposta all’immaginario moderno; e G.B. Shaw avrebbe dovuto cercare un nome diverso per l’austero professore che trasforma la fioraia in una lady, se Pigmalione, lo scultore di Cipro, non avesse creato con la sua arte raffinata una statua che poi diventa fanciulla.
La scelta di riparlare di Ovidio a duemila anni dalla sua scomparsa è stata dettata dal desiderio di comunicare frammenti di questo grande della letteratura latina che ha segnato indelebilmente la cultura europea, nell’auspicio che ogni visitatore possa portare con sé un’informazione, un’immagine, uno scorcio della società del tempo, a seconda della sua sensibilità e della sua cultura: qualcuno, mi auguro, avrà più chiari i motivi del conflitto con Augusto, altri comprenderanno meglio l’importanza che il paziente lavoro degli abili copisti ed illustratori ha avuto per formare la cultura occidentale; qualcuno uscirà riesumando vecchie memorie scolastiche sulle eroine dell’epos e del mito, altri si chiederanno perché certi racconti, crudeli e sanguinari, ornavano i cassoni che contenevano il corredo che le giovani spose portavano in dote; alcuni, infine, saranno incuriositi, attirati, affascinati da uno o più degli straordinari oggetti esposti in mostra, dalla loro storia, dal loro significato e dal valore che essi rivestono per ricostruire un’epoca o un mito.

 


Da confini del mondo alla patria di Ovidio. Merci, uomini e idee

Da confini del mondo alla patria di Ovidio. Merci, uomini e idee

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Apre al pubblico il 25 febbraio alle 18 presso il  la mostra "Dai confini del mondo alla patria di Ovidio". Il consueto appuntamento al Museo Civico Archeologico, proposto da Soprintendenza Archeologia dell'Abruzzo e Comune di Sulmona, si basa quest’anno sull’individuazione di quei reperti esposti nelle tre sezioni museali che documentano la capillare circolazione di merci, idee e uomini lungo le strade che anche in area peligna aprivano l’antica società sulmonese al mondo allora conosciuto, esteso tra Mediterraneo, Asia e Paesi “europei”.
L’idea della mostra nasce dalla opportunità di fornire una nuova consapevolezza delle radici storiche della realtà sulmonese da sempre permeabile ai traffici commerciali e alla circolazione di idee e persone, favorendo il rilancio del patrimonio archeologico museale anche come raccordo all'attuale spinta all'integrazione tra cultura locale e le culture altre presenti oggi sul territorio.
Non si espongono capolavori, ma normali oggetti oggi divenuti reperti archeologici che dichiarano la propria esistenza in una rete di relazioni che espande il mondo di Sulmo allo spazio di terra e di mare allora percorso da navi, carri, dromedari. Dunque una piccola mostra ma dai vasti orizzonti.
Non si pretende di sintetizzare così l’enorme e straordinaria complessità di una società lontana, ma di esporre alcuni documenti archeologici che attestano la capacità di relazioni che caratterizza la nostra terra da più di duemila anni.
La mostra sarà aperta al pubblico dal martedì alla domenica dalle ore 9 alle 13 e dalle 15,30 alle 18,30, fino al 31 maggio 2016.
 Come da MiBACT, Redattore Giuseppe La Spada.

 
Museo Civico Archeologico di Sulmona, foto di Ra Boe (selbst fotografiert DigiCam C2100UZ) da WikipediaCC BY-SA 2.5.