Spoleto: Festival dei Due Mondi, ucciso fu il Minotauro

In quel particolare momento era esattamente la musica che ci si aspettava di udire, sentire addosso, dentro, entrare, restare. È con Arianna, Fedra, Didone che la compositrice Silvia Colasanti chiude il cerchio della triade dedicata ai personaggi greco-romani ed iniziata con le opere Minotauro e Proserpine. Ieri sera, sabato 22 agosto 2020, i tre monodrammi sono andati in scena nell’ambito del Festival dei Due Mondi di Spoleto: nella terza serata di questa sessantatreesima edizione si è vista calcare il palco – richiamata infine per ben tre volte, fra gli scroscianti applausi - l’attrice Isabella Ferrari, a lei il compito di interpretare le protagoniste con i loro lamenti e tributi d’amore su testo tratto dalle Epistulae Heroidum di Ovidio, accompagnata dall’Orchestra Giovanile Italiana diretta dal maestro Roberto Abbado e dal coro femminile dell’International Opera Choir diretto da Gea Garatti.

Spoleto Minotauro
Isabella Ferrari; Arianna, Fedra e Didone. Photo Maria Laura Antonelli/AGF

Siamo tornati in piazza Duomo con quel classico che sembra esser servito a Colasanti per raggiungere la maturità del suono: a compimento della trilogia si rintraccia nel fraseggio la stessa intensità che le riconosce il pubblico e, mentre il coro riempie le pause sospese, gli archi e i corni resistono ed investono sulla ferocia delle parole. Instancabili come la ricerca della verità, nella musica e nella poesia.

“Lettere immaginarie d’amore, di lontananza, di morte, improntate al tema dell’assenza dell’amato, caratterizzate dal tono nostalgico per un passato felice e dal disperato desiderio di riviverlo – aveva spiegato la compositrice a proposito di questo lavoro – L’attrice interpreta le tre donne, ciascuna con una storia e un carattere a sé stante, tracciando però al tempo stesso un meraviglio affresco dell’universo femminile. In alcuni casi la voce la voce della protagonista – concludeva Colasanti – è affidata a un Coro di donne (che canta il testo originale in latino) nel quale l’attrice può specchiarsi, guardandosi dall’esterno, indagando le sue diverse anime, o amplificando i ricordi passati rendendoli reali e vicini”.

Saluti finali per Arianna, Fedra e Didone. Photo Cristiano Minichiello/AGF

Difficile presagire quanto, malgrado il periodo Covid-19, avessimo ancora la pazienza e la benevolenza di restare ad ascoltare i versi, ad esempio, di una Didone che ingannata dall’immagine di Enea che da lei si distanzia raccoglie in sé quei sentimenti di tempesta che l’orchestra ben restituisce con una mimesis melodica. Un melologo dove, anche nel preludio dell’accordatura, quegli inquieti timori si distendono: in Proserpine interpretati da archi post-wagneriani finiscono qui per uccidere il Minotauro, sovrapposto per amore alla metafora e al pensiero.

Spoleto Minotauro
Foto di Valentina Tatti Tonni

 

 


Spoleto Orfeo

A Spoleto la pietà di Orfeo

Cosa faresti se potessi portare indietro l’amore della tua vita? Orfeo, scortato da Poliziano, Virgilio e Ovidio, sfida persino gli inferi per Euridice ma poi, proprio quando la sua musica sembra aver vinto sulla morte, ha un dubbio, un cedimento. Mentre la conduce verso la luce, nella piazza fumosa si volta a guardarla e “per troppo amore” la perde nuovamente. Ade che era stato lusingato dalla sua voce, controcanto di violino, tromba e arpa della centrale Accademia Bizantina guidata dal maestro Ottavio Dantone, perde in lui la fiducia e ad Orfeo rimane la disperazione.

L'Orfeo di Claudio Monteverdi alla sessantatreesima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto. Foto copyright Maria Laura Antonelli/AGF

È con l’Orfeo di Monteverdi che ieri sera, giovedì 20 agosto 2020, si è aperta la sessantatreesima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto che, a causa dell’emergenza sanitaria da COVID-19, vedremo allestito in questo e nel prossimo fine settimana in Piazza Duomo e al Teatro Romano con complessivi otto spettacoli.

Una piazza Duomo non gremita, ieri, dove il pubblico era composto e distante: erano circa 750 i posti a sedere rispetto ai 2200 degli anni scorsi. Una riduzione sensibile a cui la Fondazione Festival ha cercato di porre rimedio con le dirette streaming della maggior parte delle serate fruibili sul proprio sito e su piattaforme partner.

L’opera lirica del mito composta da Claudio Monteverdi su libretto di Alessandro Striggio, in principio formata di cinque atti, fu presentata alla corte dei Gonzaga nel 1607. All’inizio del periodo barocco fu la prima partitura a servirsi della polifonia e di un linguaggio più figurativo che riusciva a combinarsi con la storia la cui trama venne affidata al clavicembalo che aveva il compito di orientare gli archi, i fiati e i cantanti in scena. Dantone così ben esegue il ruolo, insieme al coro Costanzo Porta e al maestro Antonio Greco, in un’orchestra che al pubblico appare fin da subito protagonista perché posta al centro del palco, sotto l’illuminazione suggestiva degli archi della cattedrale.

Al lato, invece, all’entrata che conduce al Teatro Caio Melisso, nell’incontro con gli interpreti giungono dalle scalinate ballerini in bicicletta con abiti velati bianchi e neri, sotto la regia, le scene e i costumi di Pier Luigi Pizzi. “Ho scelto di raccontarlo con la massima semplicità e in perfetta sintonia con questo La favola di Orfeo, come l’ha pensata Poliziano, tocca temi universali – aveva raccontato il regista – ai quali Monteverdi fa dono di una unità musicale interiore. Si passa attraverso la morte, in un tempo così rapido e breve che neppure si riesce a realizzare, dalla felicità assoluta al dolore straziante del distacco e della solitudine. La morale – aveva concluso – insegna che da ogni dura prova si esce rafforzati. È ciò che abbiamo appena vissuto, e che ha duramente colpito e segnato tanta parte dell’umanità”.

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L'Orfeo di Claudio Monteverdi alla sessantatreesima edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto. Foto copyright Maria Laura Antonelli/AGF

Una vita che dipende da un’altra, ecco la metafora contemporanea che dal mito riconduce alla nostra realtà quotidiana. Una similitudine che il pubblico non ha potuto non notare con apprezzamento e applausi, gli stessi che ne avevano anticipato le gesta con i saluti istituzionali da parte del sindaco di Spoleto Umberto De Augustinis e da parte del direttore del Festival Giorgio Ferrara che, a compimento dei suoi tredici anni di mandato (in particolare ha dedicato questa edizione a Carla Fendi, Franca Valeri e Luca Ronconi), per l’occasione “con riconoscenza e lungimiranza” è stato insignito del Premio Fondazione Carispo 2020 dal suo presidente Sergio Zinni.


tirannide

La nascita della tirannide: da capi del popolo a lupi famelici

LA NASCITA DELLA TIRANNIDE

da capi del popolo a lupi famelici

Nella Grecia antica, il tiranno era colui che si proclamava signore di una città, assumendone qualsiasi tipo di potere, sia civile che militare. Il termine è probabilmente di origine anatolica e significa appunto signore. La parola, che non è presente nei poemi omerici, ricorre, ad esempio, in Archiloco, Semonide, Solone, Alceo e Teognide. Nelle Storie di Erodoto, il lemma τύραννος non ha ancora l’accezione negativa che acquisirà in seguito.

A partire dalla seconda metà del V secolo a.C., il termine allude ad un dominio esercitato senza il consenso dei cittadini. Si inizia ad identificare con τυραννίς ogni forma di regime non fondata su un libero patto costituzionale e sorta in modo rivoluzionario.

La tirannide era percepita ad Atene come un disvalore assoluto e la paura del tiranno era un sentimento diffuso, che contribuiva al rafforzamento dell'identità collettiva della πόλις.

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I tirannicidi Armodio e Aristogitone uccidono Ipparco. I liberatori, col loro martirio divennero simboli della riacquistata democrazia in contrasto col precedente stato di tirannide. Da uno stamnos attico (470-450 a. C.) del pittore di Siriskos, immagine dalla tav. 12 del vol. XLI (1883) di Archäologische Zeitung, Deutsches Archäologisches Institut, a cura di Eduard Gerhard, Ernst Curtius, Max Fränkel; Berlino, 1884.

Le tirannidi nacquero e si svilupparono principalmente nel corso del VII secolo a.C., un periodo di forti trasformazioni sociali, in cui vari fattori contribuirono al diffondersi di idee nuove, significative per la crescita dello spazio pubblico nella gestione cittadina.

I tiranni si inserirono entro il contesto delle lotte per il potere delle varie aristocrazie, di cui facevano parte, ma dalle quali erano generalmente emarginati. Trovarono spesso appoggio nel ceto degli opliti e grazie a questi riuscirono ad instaurare un potere fortemente personale. La tirannide ebbe successo perché i suoi rappresentanti seppero sfruttare il desiderio di riscossa sociale del popolo e delle classi meno abbienti, che, ad esempio, non venivano incluse nella ridistribuzione delle terre.

Anche se non furono né dei legislatori né dei veri e propri riformatori, i tiranni favorirono l'isonomia ed accelerarono la crisi dei regimi aristocratici ed oligarchici. Ciò non toglie, comunque, che alcuni tiranni diedero un taglio dispotico al loro regno.

Platone tratta a fondo il tema della tirannide nella Repubblica. In maniera particolare, nell’VIII libro, alcune sezioni sono dedicate interamente alla nascita di questa forma di governo (562a-566d). In questo libro, Glaucone chiede a Socrate di riprendere il discorso interrotto all’inizio del V libro. Socrate, infatti, stava per illustrare i differenti tipi di costituzione in relazione ai diversi tipi di personalità umana, sulla base del principio che la giustizia per il singolo ha il medesimo significato della giustizia per la πόλις. Ci sono tante specie di uomini quante costituzioni, perché le πολιτειαι nascono dai costumi dei cittadini (Resp., VIII, 544d). All’aristocrazia, la πολιτεία migliore, si aggiungono quattro forme costituzionali degeneri: la timocrazia, l’oligarchia, la democrazia e la tirannide. Quest’ultima, secondo Socrate, nascerebbe proprio dalla democrazia (Resp., VIII, 562a).

Incalzato dal suo interlocutore, Socrate spiega che la trasformazione della democrazia in tirannide sia dovuta, come nel caso dell’oligarchia, al bene fondamentale che i cittadini si propongono di tutelare. L’oligarchia viene instaurata per privilegiare la ricchezza, ma sono proprio l’insaziabilità di ricchezza e la negligenza di ogni altra cosa per la dedizione agli affari a causarne la rovina. Allo stesso modo, la democrazia, nata per tutelare la libertà, muore per l’eccesso di questo bene, aprendo la strada alla tirannide (Resp., VIII, 562b-c).

Socrate rimpingua il discorso di immagini straordinarie, descrivendo una città democratica assetata di libertà, ma guidata da governanti simili a cattivi coppieri, incapaci di mescere il vino, metafora della stessa libertà, e, di conseguenza, responsabili dell’ubriacatezza della comunità, non più in grado di farsi guidare dalla ragione e volta ad accusare i capi di essere abominevoli oligarchi. Se la libertà non viene mescolata con l’autorità, inoltre, i cittadini coprono di insulti coloro che obbediscono ai governanti, definendoli schiavi e nullità. Vorranno, al contrario, governanti simili a sudditi e sudditi simili a governanti (Resp., VIII, 562d).

Aristofane
Aristofane, busto dalle Gallerie degli Uffizi, Firenze. Foto in pubblico Dominio

Se il principio di libertà efferata viene esteso a tutto, viene generata l’anarchia, destinata a radicarsi nelle case e a diffondersi persino tra gli animali (Resp., VIII, 562e). Glaucone appare scettico e chiede a Socrate di esemplificare quanto enunciato. Socrate, di conseguenza, si sofferma su una situazione ben presente soprattutto ai commediografi attici del V secolo e, in particolare, ad Aristofane nelle Nuvole. Espone, infatti, l’annullamento di una presunta gerarchia sociale, tanto da parlare di padri che diventano simili ai ragazzi e che temono i figli, che, a loro volta, non temono e non rispettano i loro genitori. In questa situazione, anche i meteci, stranieri di condizione libera che risiedevano nella πόλις, ma senza godere di importanti diritti riservati ai cittadini, si eguagliano ai cittadini con pieni diritti e viceversa, come accadrà per gli stranieri (Resp., VIII, 563a).

Appare certamente evidente, soprattutto in merito al rovesciamento dei ruoli in ambito familiare, il parallelo con i personaggi aristofanei di Strepsiade e Fidippide. Il ragazzo perdigiorno e amante delle corse di cavalli arriverà a picchiare Strepsiade, il padre, e a dimostrare che ciò sia giusto, in virtù di nuovi valori introiettati per mezzo della lezione dei Sofisti, rappresentati, paradossalmente, da Socrate e dalla sua scuola, che, alla fine della commedia, tra le grida del coro, Strepsiade incendierà.

Socrate, in questo passo platonico, descrive e condanna una situazione degenere, che, però, come si è visto, sarà accusato di aver favorito dal punto di vista aristofaneo.

Continua a presentare gli esiti negativi di un governo democratico e, nel farlo, parla di maestri che temono gli alunni e li adulano e, in questo modo, di allievi che non tengono in nessun conto i maestri e i pedagoghi. I giovani, poi, competono con gli anziani e i vecchi imitano i ragazzi per compiacerli (Resp., VIII, 563a-b).

L’estremo limite della libertà di massa, per Socrate, viene raggiunto quando gli schiavi non sono poi meno liberi di chi li ha acquistati e quando le donne, a livello legale, eguagliano gli uomini (Resp., VIII, 563b). Da queste parole sulla condizione servile, emerge la chiara critica conservatrice che aleggia sull’Atene democratica e che è ben riportata in Pseudo-Senofonte Costituzione di Atene I 10-11. Anche Strepsiade, nel prologo delle Nuvole, lamenta l’eccessiva sfrontatezza degli schiavi, determinata da una libertà ormai invalsa nell’Atene democratica e sostenuta dalle vicende della guerra del Peloponneso. Il discorso viene spostato sugli animali domestici, esasperando, con immagini bizzarre, un eccesso di libertà che pervade tutti gli ambiti e caratterizza negativamente la città. Il riferimento al capoluogo attico è confermato dai lapidari interventi di Glaucone (Resp., VIII, 563d).

Questa insaziabilità di libertà porta al fatto che i cittadini non rispettino più le leggi, esecrando qualsiasi grado di asservimento e ritenendolo intollerabile (Resp., VIII, 563d). E’ proprio da qui che nasce la tirannide. Ecco che la democrazia, per via di un eccesso di licenza, viene trasformata in schiavitù. L’eccesso di libertà viene paragonato, con un’immagine molto suggestiva, ad una malattia, che uccide le costituzioni (Resp., VIII, 563e-564a). Socrate, dunque, si sofferma sul concetto, basilare per comprendere questa parte di dialogo, che da una estrema libertà non possa che emergere una estrema schiavitù. La tirannide, dunque, è annidata nei regimi democratici (Resp., VIII, 564a).

A questo punto, Socrate, ritornando su un quesito formulato da Glaucone in 563e5, entra nel vivo della questione, soffermandosi sull’esatta natura della malattia che riduce la democrazia in schiavitù.

Socrate, nella fattispecie, individua due gruppi letali. Tra uomini oziosi, si riconosce una categoria più coraggiosa, composta da fuchi1, e una categoria meno virile, priva, cioè, di pungiglione. Una volta nati, in qualsiasi forma costituzionale, questi gruppi arrecano non pochi disturbi al corpo dello stato (Resp., VIII, 564b-c). Nel riferimento al flegma e alla bile che ammorbano una città paragonata ad un corpo, si riconosce la celebre metafora fisiologica che tanta fortuna avrà nel mondo greco e nel mondo latino. Si ricordi, a tal proposito, il celebre apologo di Menenio Agrippa in Livio II, 32 o l’immagine adoperata da Marco Terenzio Varrone per descrivere l’ultimo secolo della Res publica romana, infettata da una ferita sanguinolenta causata dalla frattura della civitas, martoriata dai conflitti fra le varie factiones e stremata dalle guerre civili. Socrate vede la πόλις bisognosa di cure da parte del buon medico e del legislatore, paragonando il loro operato a quello del saggio apicoltore, che deve eliminare sul nascere ogni pericolo per il suo alveare (Resp., VIII, 564c).

A questo punto, ricorrendo ad una tripartizione tracciata in Euripide Supplici 238-45, Socrate divide la città democratica in tre gruppi (Resp., VIII, 564d-565a). Identifica i parassiti che cercano di arricchirsi con la vita politica, i ricchi e il δῆμος, la massa del popolo composta da persone che lavorano, non si occupano di politica e non hanno grandi proprietà, ma che, quando si radunano, rappresentano il gruppo più numeroso e potente.

Nel primo gruppo, Socrate riconosce, con qualche eccezione, il motore principale della democrazia. Tra questi personaggi, viene individuata un’ala più dedita all’azione e un’ala composta dalla claque demagogica, che non ammette posizioni diverse dalla propria (Resp., VIII, 564d).

Il primo gruppo ottiene l’appoggio del δῆμος contro i ricchi, per impossessarsi delle loro sostanze (Resp., VIII, 565a). I ricchi, a loro volta, cercando di difenderle, diventano oligarchici, se già non lo erano prima. A quel punto, sorgono denunce, processi e controversie in gran numero e il popolo concede poteri straordinari ad un solo capo (Resp., VIII, 565b-c). Il προστάτης riesce ad imporsi all’attenzione collettiva ed è da questo personaggio che sorgerà il tiranno. In 565d, Socrate afferma esplicitamente di individuare l’origine del tiranno nella radice del capo del popolo. Per spiegare la trasformazione da capo a tiranno, Socrate ricorre, allusivamente, al mito raccontato a proposito del santuario di Zeus in Arcadia (Resp., VIII, 565d). Si fa riferimento al mito di Licaone, riportato anche da Publio Ovidio Nasone nelle Metamorfosi, che narra la triste vicenda del re Licaone, punito da Zeus con la trasformazione in lupo per aver sacrificato un bambino. Questo mito, tra l’altro, è stato messo in rapporto con i sacrifici umani che si svolgevano in Arcadia in onore di Zeus Liceo.

Si mette dunque in relazione la trasformazione di Licaone in lupo alla trasformazione di un capo del popolo in tiranno. Il capo del popolo, infatti, avendo ottenuto il controllo di una folla docile, manda a morte uomini, esilia e compie ogni tipo di nefandezza, adombrando una condotta scellerata e tenendo aggiogato il popolo con promesse di remissioni di debiti e spartizioni di terre. Dopo aver commesso questi crimini, la trasformazione in tiranno/lupo è assolutamente inevitabile (Resp., VIII, 565e-566a). La potenza dirompente di queste parole e l'incisività atemporale delle immagini ricreate si insinuano nelle crepe del nostro presente, rintracciando meccanismi disgraziatamente familiari e troppe volte trascurati. Costantemente nutriamo i lupi di cui ci parla Platone con la nostra stessa carne. Alimentiamo la nostra rovina e, illusoriamente, crediamo di allontanare retaggi totalitari, senza considerare le nubi nere che sovrastano i nostri tempi. Acclamiamo chi ci spinge, giorno dopo giorno, verso il baratro, implorando libertà da spietati carcerieri. Platone ci riguarda. L'antichità ci riguarda. Non possiamo dirci contemporanei del nostro presente senza lasciarci guidare dalle voci distinte di mondi passati, che rivivono nei passi della Storia.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, particolare con Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani (fonte: Web Gallery of Art), Pubblico dominio

Nel dialogo platonico, la descrizione di una massa del tutto inerme e influenzabile, sobillata dalle angherie di capi dall’agire ferino, richiama alla memoria immagini esopiche, associabili al contesto e alla sfera semantica ricreata da Socrate. Il προστάτης, evidentemente, cercherà di approfittare della sua posizione per arricchirsi a scapito degli altri e per schiacciare i propri avversari. Si farà dei nemici che cercheranno di ucciderlo e questo sarà il pretesto col quale chiederà al popolo una guardia personale (Resp., VIII, 566b). Non si può omettere, a questo punto, l’esplicito riferimento alla celebre richiesta da parte di Pisistrato, rintracciabile in Erodoto I 59.4-5 e in Aristotele Costituzione di Atene 14.2. Il popolo, concedendo una guardia armata al tiranno, non fa altro che innescare un clima golpista, segnato da violenza e sangue, mirato ad eliminare cittadini per espropriarli delle proprie ricchezze. Nell’argomentazione socratica, viene ripreso l’oracolo della Pizia citato in Erodoto I 55.2 (Resp., VIII, 566c).

Anfora attica a figure nere (530-525 a. C.), con la guardia di Pisistrato. Museo Archeologico Nazionale di Atene, inv. no. 15111. Foto di Zde, CC BY-SA 4.0

Il προστάτης non è più un cittadino come gli altri, perché dispone di una forza armata personale. Egli, di conseguenza, non giace al suolo come Patroclo, colpito letalmente da Ettore in Iliade XVI 776, ma, trionfante, si erge sul carro, avendo sbaragliato le ultime resistenze e portato a compimento la trasformazione da capo a tiranno (Resp., VIII, 566d).

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Pisistrato torna ad Atene, al suo fianco una donna travestita da Atena (come narrato da Erodoto). Illustrazione di M. A. Barth, da Vorzeit und Gegenwart, Augsbourg, 1832, in pubblico dominio

L’esito della democrazia è dunque, per Platone, la violenza della tirannide. Sta a noi impedire che questa degenerazione avvenga, accogliendo moniti pericolosamente ignorati e mai come adesso imploranti ascolto.

James Barry (1741-1806), Crowning the Victors at Olympia, terzo della serie 'The Progress of Human Culture and Knowledge', dettaglio del carro, con Gerone I di Siracusa, c.1777-84 (olio su tela). Immagine © R.S.A, London, UK; The Bridgeman Art Library

1 564d2, trad. Di M. Vegetti, in M. Vegetti (a cura di), Platone. La Repubblica, Rizzoli, Milano, 2006.


Fuoriclassico diventa format online: si parte con Luciano Canfora

Fuoriclassico: la rassegna sulla contemporaneità ambigua dell'antico diventa format online
Dal 6 maggio, tutti i mercoledì, sulla pagina Facebook del MANN, gli  incontri da non perdere
Si parte con Luciano Canfora, che parla di Aristofane e Tucidide
Si continua con Massimo Cacciari, Cristina Cattaneo, Mariangela Gualtieri e tanti altri
L’agorà digitale si rivolge anche alle scuole ed alle Università
Con la prospettiva, in autunno, di una programmazione inedita per integrare l’offerta didattica
 
 
2 maggio. Un’agorà virtuale per conoscere grandi Maestri della cultura contemporanea: ogni mercoledì, dal prossimo 6 maggio, la rassegna “Fuoriclassico. La contemporaneità ambigua dell’antico” sarà presentata sulla pagina Facebook del Museo Archeologico Nazionale di Napoli.
Un appuntamento online per ritrovare gli eventi più significativi delle edizioni 2018 e 2019 della manifestazione: “Fuoriclassico incarna alla perfezione l'identità del nostro Museo,  raccontando il mondo degli antichi in un dialogo coinvolgente e curioso con il contemporaneo” dichiara Paolo Giulierini, Direttore del MANN, “abbiamo deciso di aprire alla fruizione online di questi contenuti, immaginandoli  anche come  supporto ed ulteriore stimolo per i tanti studenti impegnati nella preparazione a distanza”.
La rete tra le associazioni culturali A voce alta ed Astrea. Sentimenti di giustizia e l’organizzazione dell’Ufficio Museologia e Documentazione storica del MANN, hanno creato, nel corso di un triennio,  un interessante dialogo tra mondi, tempi e linguaggi spesso destinati a non entrare in contatto (letteratura, filosofia, diritto, teatro, musica, storia antica, archeologia, cinema, arti visive).
Un’occasione da  cogliere al volo non soltanto per chi non ha potuto assistere agli incontri o per chi vuole ritrovare le riflessioni di grandi pensatori contemporanei, nel magico (e adesso virtuale) scenario del Toro Farnese del MANN: la versione web di “Fuoriclassico” potrà configurarsi come format di approfondimento anche per allievi della scuola secondaria di secondo grado e dell’Università.
Luciano Canfora al MANN (marzo 2018). Foto credits: Carlo Arace

 

Taglio (digitale) del nastro, mercoledì prossimo, con la video-lezione di Luciano Canfora: dalla storiografia di Tucidide alla commedia di Aristofane, un percorso imperdibile per comprendere, grazie ad una voce autorevole e colta, la perenne attualità dei classici.

A seguire, la programmazione continuerà ad essere ricchissima: spazio a letteratura, teatro e filosofia, con Massimo Cacciari, che racconterà l’Eneide anche grazie all’intensa interpretazione di Anna Bonaiuto (l’evento sarà online 13 maggio).
La meditazione su nostos/reditus sarà affidata a Hisham Matar e Rossana Valenti, con un reading di Enzo Salomone (20 maggio), mentre il dramma dei migranti sarà rappresentato nel confronto multidisciplinare tra il medico legale ed anatomopatologa Cristina Cattaneo (Direttrice del Centro LABANOF dell’Università degli Studi di Milano ed autrice del libro “Naufraghi senza volto”), la giornalista e scrittrice Cristina Soffici, il fotografo Antonio Biasiucci (27 maggio).
Giustizia ed immoralismo saranno le parole chiave dell’incontro web (3 giugno) con Gennaro Carillo ed Ulderico Pomarici; sotto il segno di Ovidio, sarà condotta la lezione di Alessandro Barchiesi, con letture di Elena Bucci (10 giugno).
Dalla stagione 2019-2020, che aveva come filo conduttore il corpo, saranno riproposti gli incontri con la poetessa Mariangela Gualtieri, i professori Victor Stoichita e Corrado Bologna, per concludere con una meditazione sulle Antigoni nella lettura di Elena Bucci e Diana Matar.
In autunno, con la riapertura delle scuole, la proposta online di Fuoriclassico si arricchirà di lezioni ed interventi inediti, ad integrazione di una didattica che, speriamo, si possa finalmente svolgere di nuovo ‘in presenza’.

 

Fuoriclassico Luciano Canfora MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Luciano Canfora al MANN (marzo 2018). Foto credits: Carlo Arace

Testo, video e immagini dall'Ufficio Stampa del Museo Archeologico Nazionale di Napoli


Ritratto della giovane in fiamme

Ritratto della giovane in fiamme: gli sguardi di Orfeo ed Euridice

Ritratto della giovane in fiamme è l’ultimo film della regista francese Céline Sciamma, nota al pubblico per i film Water Lilies (2007) e Tomboy (2011). Presentato alla 72esima edizione del Festival di Cannes, Ritratto della giovane in fiamme ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura e, in seguito, la Palma d’oro Queer. La pellicola è arrivata nelle sale italiane il 19 dicembre del 2019, distribuita dalla Lucky Red nei circuiti d’essai riuscendo ad incassare 90,9 mila euro nella prima settimana di programmazione.

 

UNA TRAMA A COLORI

Francia, 1770. Marianne (Noémie Merlant), una giovane pittrice parigina, viene ingaggiata da una contessa (Valeria Golino) per ritrarre la figlia Héloïse (Adele Haenel) prossima alle nozze. Héloïse, tuttavia, rifiuta questo matrimonio e, di conseguenza, rifiuta di posare. Marianne sarà costretta a dipingere Héloïse di nascosto, mentre finge di essere la sua nuova dama di compagnia. Il rapporto tra le due protagoniste evolverà fino al nascere di una travolgente storia d’amore.

Il perno centrale del film è l’eccelso equilibrio tra immagine e parola.

Ritratto della giovane in fiammeLa fotografia di Claire Mathon gioca fondamentalmente con tre tinte di colore: il rosso, il verde e il blu. Il rapporto rosso e verde, colori complementari, dona una sensazione di armonia allo spettatore. Il blu ha una valenza più spirituale e tende a rappresentare il mondo dell’introspezione personale. Il film, come la relazione tra le protagoniste, cresce e muta come i colori di cui sopra. Nel primo atto, quando Marianne non rivela la propria identità, Héloïse indossa un abito blu mentre la pittrice indossa il solito abito rosso.

Di fatti, nel primo atto, Marianne non è capace di comprende e rappresentare la vera Héloïse, perché la loro relazione non è sincera e, di conseguenza, i colori non possono essere complementari. Nel secondo atto, quando Marianne butta via la maschera ed Héloïse decide volontariamente di posare per lei, i colori mutano. La contessa parte per fare visita ad un’amica, pretendendo di trovare il nuovo dipinto al suo ritorno. Marianne resta con il suo abito rosso, mentre Héloïse indossa un tessuto verde. Il rapporto tra le due protagoniste non è più sbilanciato e, quindi, anche il colore trova nuovamente equilibrio.


I dialoghi danno il ritmo finale al film fungendo, il più delle volte, da analisi della vicenda che le protagoniste vivono. Le prime conversazioni tra Marianne e la contessa o tra Marianne ed Héloïse sono fugaci e non comunicano molto allo spettatore, perché i personaggi non riescono a comunicare tra loro.

Nel secondo atto anche le parole assumono un peso differente, soprattutto perché aiuteranno Marianne ed Héloïse a comprendere e condividere l’amore che provano l’una per l’altra. Cèline Sciamma compone una storia che non parla solo d’amore, ma omaggia l’arte e le donne con i continui riferimenti all’arte pittorica e letteraria. Infine, la pellicola è una tagliente riflessione sul ruolo della donna nella società e nel contemporaneo mondo delle immagini.

Ritratto della giovane in fiamme
La locandina del film Ritratto della giovane in fiamme (titolo originale Portrait de la jeune fille en feu), regia e sceneggiatura di Céline Sciamma, distribuito in Italia da Lucky Red

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Mater Matuta Foro Boario

Il culto di Mater Matuta nelle fonti antiche

IL CULTO DI MATER MATUTA NELLE FONTI ANTICHE

Il culto di Mater Matuta figura tra i più importanti nella religione romana arcaica, tanto che alla dea era dedicato un tempio situato nell’area sacra di Sant’Omobono, una zona a forte vocazione commerciale ricadente all’interno del Foro Boario, l’antico mercato dei buoi, nei pressi del Portus Tiberinus.

La storia del tempio si intreccia con quella della Roma monarchica, e specificamente la Roma dei Tarquini: lo storico Livio colloca la fondazione dell’edificio sacro nel 580 a.C. ad opera di Servio Tullio, e riferisce della sua ricostruzione avvenuta nel 396 a.C. per mano del dictator Furio Camillo, dopo la conquista di Veio1. Si sa che l’edificio consacrato a Mater Matuta era affiancato da un tempio della Fortuna, anch’esso fondato da Servio Tullio: le ricerche archeologiche hanno portato alla luce i resti dei due edifici templari esclusivamente per la fase alto repubblicana (V secolo a.C.), mentre per la fase arcaica è stata attestata per il momento la presenza di un solo tempio, probabilmente quello di Matuta.

tempio di Mater Matuta Roma
Ricostruzione del tempio di Mater Matuta. Ai Musei Capitolini - Palazzo dei Conservatori a Roma. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Ma chi era Mater Matuta? Il culto di questa dea affonda le proprie radici nella ricerca da parte dell’uomo degli elementi ancestrali dell’esistenza, e nell’eterno rapporto con la terra quale strumento di vita e di benevolenza, nonché con i misteri che caratterizzano la natura in un equilibrio da venerare e conservare.

Per comprendere le funzioni della divinità, occorre innanzitutto partire dal nome. Il termine Matuta, secondo una delle interpretazioni più diffuse, sarebbe una forma sincopata di matutinus: si tratta, dunque, di un nume astrale, nella fattispecie l’Aurora, legata anche alla navigazione e all’orientamento2. In Festo, invece, si legge che Matuta è così chiamata dagli antichi «ob bonitatem», a causa della sua bontà e della sua capacità di rendere maturi i frutti della terra (associando, così il termine matutus con maturus)3. La Mater Matuta è, quindi, garante della fecondità delle messi e, per estensione, della fertilità delle donne, ed è per questo preposta al parto e alle nascite. Le due interpretazioni summenzionate, sebbene apparentemente diverse, sono in realtà complementari: in quanto Aurora, essa determina l’inizio del giorno; in quanto dea della terra, presiede al ciclo della vita e della natura. Matuta è perciò mater (madre) di ogni cosa.

Ricostruzione presso il Museo della Civiltà Romana dell'area che va (dal basso verso l'alto) dal Foro Boario al Foro Olitorio al Campo Flaminio (in alto). Foto di Alessandro57, pubblico dominio

Le festività in onore della dea, i Matralia, si svolgevano l’11 giugno e prevedevano dei riti particolari, che ci sono stati tramandati da Ovidio e Plutarco. Il primo, rifacendosi all’interpretazione tradizionale che identifica Mater Matuta con la greca Ino/Leucotea, spiega l’origine del culto attraverso un lungo mito eziologico:

Andate, buone madri (vostra è la festa dei Matralia), e offrite alla dea tebana4 le bionde focacce […] Chi sia la dea, perché tenga le schiave lontane dalla soglia del tempio […] e richieda focacce cotte, se quella è anche casa tua, o Bacco dai capelli ornati di grappoli e d’edera, guida l’opera del poeta. Semele era morta bruciata per la condiscendenza di Giove5: Ino6 ti accolse, o fanciullo, e ti nutrì con grandissima premura. Giunone si adirò, per il fatto che allevava il bambino strappato alla rivale: ma egli era il figlio della sorella. Di qui, Atamante7 cadde in preda alla follia e ad ingannevoli visioni, e tu, piccolo Learco, moristi per mano di tuo padre. La madre di Learco, addolorata, lo aveva seppellito e aveva reso ogni onore al triste rogo. Questa poi […] si precipitò su di te, Melicerte, e ti portò via dalla culla. Stretta da un breve spazio, c’è una terra che fronteggia due mari e, cosa unica, è battuta da una duplice acqua8: qui si recò, stringendo folle il figlio tra le braccia, e con lui si gettò giù dall’alto giogo, nelle profondità del mare. (Ov. fast. 6, 475-498)

Il racconto continua illustrando il salvataggio dei due ad opera delle Nereidi e il loro arrivo presso la foce del Tevere: qui, perseguitate dalle Baccanti, vengono messi in salvo da Ercole e ospitati dalla sacerdotessa Carmenta, che li accoglie nella loro casa:

Si racconta che la sacerdotessa Tegea, dopo aver preparato in fretta delle focacce con le sue stesse mani, le fece cuocere immediatamente sul fuoco. Ancora oggi, nelle feste dei Matralia, le focacce sono gradite alla dea. (Ivi, 531-533)

L’usanza di recare in offerta delle focacce, oltre ad essere riportata nel mito, è invero testimoniata dal rinvenimento, nell’area archeologica del tempio, di molte focacce votive. Il racconto ovidiano si conclude con la profezia di Carmenta:

«Annuncerò eventi felici: gioisci, Ino, libera dagli affanni» disse «e sii sempre benigna verso questo popolo. Tu sarai una dea del mare: anche tuo figlio abiterà il mare. Assumete un nome diverso nelle vostre acque: Leucotea sarai chiamata dai Greci, Matuta dai nostri; tuo figlio avrà piena giurisdizione sui porti, quello che noi chiamiamo Portuno, la sua lingua chiamerà Palemone». (Ivi, 541-547)

Tempio di Portuno
Il tempio di Portuno nel Foro Boario di Roma. Foto di Mac9, CC BY-SA 2.5

Dal mito derivano, inoltre, altri due aspetti del culto assai rilevanti per il dibattito che hanno suscitato: innanzitutto, l’accesso al tempio consentito esclusivamente alle univirae (donne che erano sposate una sola volta) e proibito alle schiave; vi era poi il rito della “cacciata” dal tempio di una schiava a suon di percosse, seguito dall’abbraccio dei propri nipoti. Di questo rituale ci rende testimonianza Plutarco:

Per quale motivo il tempio di Leucotea è inaccessibile alle schiave e le donne, conducendovi dentro solo una, la colpiscono sulla testa e la percuotono? […] Alle altre invece impediscono di entrare per via del mito. Si dice infatti che Ino, ingelositasi di una serva a causa di suo marito, abbia sfogato la sua pazzia sul figlio. (Plu. q. Rom. 16)

La schiava in questione, una certa Antifera di stirpe etolica, avrebbe intrattenuto una relazione con Atamante e sarebbe stata all’origine della gelosia coniugale di Ino: di qui deriva il divieto rituale di partecipare ai Matralia esteso a tutte le schiave. Ancora in Plutarco:

Perché al cospetto di questa dea non pregano per i propri figli ma per quelli delle sorelle? Forse perché Ino amava la sorella e nutrì il figlio di lei, ma lei stessa fu sventurata riguardo ai propri figli. (Ivi, 17)

Si è già letto in Ovidio come Ino, sorella di Semele, si fosse presa cura del nipote Bacco dopo la morte di lei. I Matralia, di fatto, pongono al centro del rito le materterae: la zia materna, considerata a tutti gli effetti una seconda madre (mater altera) riveste un ruolo cruciale nell’educazione dei nipoti, spesso addirittura in competizione e in sostituzione con la nutrice, ruolo, quest’ultimo, ricoperto principalmente dalle schiave. Un’approfondita analisi antropologica del rapporto madre-zia-nipoti nelle società antiche è offerta da Bettini, che propone di leggere il rito in questa chiave: la matertera, percuotendo e scacciando la schiava (la nutrix) e poi abbracciando i suoi nipoti, si approprierebbe della funzione di nutrice per dedicarsi alla loro cura esclusiva9. Tale ipotesi, tuttavia, è in contrasto con quella avanzata da Dumézil, il quale, associando la matertera all’aurora e la schiava alla notte, di fatto rimarca la funzione propria di Mater Matuta che, scacciando la notte, garantisce il rinnovarsi del giorno10.

Lastra in pietra con iscrizione, dal tempio di Mater Matuta a Satricum. Ora al Museo Nazionale Romano - Terme di Diocleziano di Roma. Foto di Szilas, pubblico dominio

La devotio verso Mater Matuta non è attestata solo a Roma, ma affonda le sue radici in un passato preromano e in un contesto più ampio: diverse sono infatti le tracce del culto sparse nel territorio italico, e in particolar modo nella città volsca di Satricum, dove venne fondato un tempio consacrato a Matuta, di cui restano significative evidenze archeologiche.

Le matres capuane del Museo Campano di Capua. Foto di Giusy Barracca

Infine, proprio in relazione al culto, non si può non menzionare la ricchissima - nonché unica nel suo genere - collezione di matres conservate presso il Museo Campano di Capua (CE), la cui scoperta avvenne durante gli scavi ottocenteschi effettuati nel cosiddetto Fondo Patturelli a Curti. Si tratta di ex voto che raffigurano la dea seduta recante in braccio uno o più neonati e che coprono un arco temporale compreso tra il VI e il I secolo a.C.

Le madri capuane testimoniano la presenza nel luogo di rinvenimento, in prossimità di una dei più importanti centri dell’antichità, cioè Capua, di un santuario dedicato ad una divinità legata alla sfera della fertilità e della nascita, dotata cioè di quelle caratteristiche che ne consentirebbero un’immediata associazione con la Matuta romana: appare evidente il richiamo ad un culto sviluppatosi attorno al mito della sacralità ancestrale, italica e preromana, connessa con la maternità e il mistero della vita.

Mater Matuta matres capuane Museo Campano di Capua
Le matres capuane del Museo Campano di Capua. Foto di Giusy Barracca

Note:

1 Liv. 5, 19; 23.

2 Cfr. Prisc. gramm. 2, 76, 18; Lucr. 5, 656-662.

3 Fest. p. 109 L.

4 Nella mitologia greca, Ino era figlia di Cadmo, re di Tebe.

5 Giove, acconsentendo alla richiesta avanzata da Semele, sua amante, di manifestarsi col suo vero aspetto, ne provocò involontariamente la morte, folgorandola.

6 Sorella di Semele.

7 Marito di Ino.

8 L’Istmo di Corinto.

9 M. Bettini, Su alcuni modelli antropologici della Roma più arcaica: designazioni linguistiche e pratiche cultuali (II), in Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici, 2 ,1979, pp. 9-41.

10 G. Dumézil, Mythe et Épopée, Paris 1968.


Warburg su Botticelli: la Nascita di Venere e la Primavera

Warburg su Botticelli:  la Nascita di Venere e la Primavera 

La Nascita di Venere e la Primavera sono le emblematiche opere del Rinascimento italiano, tante volte oggetto di vagheggiate interpretazioni ed espressione di una visione estetizzante, che alimentano l’ammirazione nei confronti della loro iconografia e del loro artista, Botticelli. Tra le interpretazioni che si sono susseguite, una di maggior influenza fu quella di Aby Moritz Warburg, grande critico d’arte vissuto tra ‘800 e ‘900. Nel 1889, durante un viaggio a Firenze improntato sullo studio della Cappella Brancacci e sulle innovazioni di Masaccio in confronto al fare arte di Masolino, il giovane Warburg viene attirato dall’arte del Botticelli. In una nota di viaggio egli scrive: “Se è certo che dall’inizio del Quattrocento in poi l’esigenza dominate nella rappresentazione della figura umana fu quella della fedeltà alla natura, è lecito considerare ogni deviazione arbitraria da questa fedeltà come il risultato di desideri insoddisfatti provocati dalla visione del mondo di quel periodo, e rivolti al godimento della vita”; da qui la necessità di fissare una fisionomia storica a siffatte caratteristiche e considerare i prodotti dell’arte come parte della vita di un’epoca. Partendo da queste considerazioni Warburg sceglie di approfondire il tema botticelliano facendone l’argomento della sua tesi di dottorato. Egli ripercorre la genesi artistica e iconografica della Nascita di Venere e della Primavera legandole alle corrispondenti idee della letteratura poetica e delle teorie estetiche, al fine di sottolineare come gli artisti vedessero negli antichi un modello soprattutto nell’ambito del movimento. In questo modo Aby Warburg ne approfitta per sottintendere alla sua opera una polemica e una sfida a quella visione estetizzante, alimentata dall’arte preraffaellita e dall’Art Nouveau,  che il pubblico moderno era portato a vedere.

Sandro Botticelli, La nascita di Venere, tempera su tela (172.5×278.9 cm, 1483-1485), Galleria degli Uffizi. Immagine Google Art Project modificata, in pubblico dominio

La Nascita di Venere (1485) sarebbe direttamente collegata a ciò che Poliziano descrive nella Giostra (1478). Il soggetto è quello della nascita di Venere raccontato nel secondo Inno omerico dedicato alla dea, ripreso da Poliziano nella sua opera e descritto sotto forma di bassorilievo. Sembrerebbe che il Botticelli abbia accolto l’immagine donata dal poeta e ne abbia  realizzato qualcosa di concreto; i capelli mossi dal vento come il manto che la vestirà, la  figura femminile coperta di fiori, i “due zefiri con le gote gonfie”, sono tutte immagini che già Poliziano aveva scritto in versi nella Giostra. Leon Battista Alberti consiglia nel liber de pictura (1435) di realizzare capelli e vesti mossi dal vento di uno Zefiro o di un Austro che soffi tra le nuvole. Pochi anni dopo, Agostino di Duccio dava alla figure nei bassorilievi del Tempio Malatestiano di Rimini (cantiere affidato allo stesso Alberti), un movimento dei capelli e delle vesti così intensificato quasi da diventare manierismo. La matrice non è altro che l’arte classica: l’Ora veduta da tergo presente sul Cratere di Pisa (modello anche di Nicola Pisano e di Donatello), la composizione simile a quella che si può trovare sui sarcofagi romani e le figure delle menadi. Poliziano a sua volta guarda all’elemento artistico classico unendolo a quello poetico: egli trae spunto dalle descrizioni dello stesso soggetto che ne danno Ovidio nelle Metamorfosi e Claudiano nel Ratto  di Proserpina. A ciò si unisce la considerazione tipica degli artisti e poeti rinascimentali secondo i quali per seguire il criterio di classicità, oltre alla mobilità esterna delle figure e delle vesti, si dovesse elevare il trattamento degli accessori, come quella bucolica cintura della figura femminile che corre a coprire le nudità della dea. La Nascita di Venere, secondo Warburg, non sarebbe null’altro che la riproposizione di tutti questi elementi sia letterari che artistici insieme. 

Sandro Botticelli, La Primavera, tempera su tavola (207 x 319 cm, circa 1482), Galleria degli Uffizi. Immagine Google Art Project in pubblico dominio

Un simile percorso viene ricostruito da Warburg anche per la Primavera (1480). L’opera unisce nuovamente elementi provenienti dal mondo letterario e dal mondo artistico. Topos è l’inseguimento erotico tra Flora e Zeffiro, già presente nel Ninfale Fiesolano di Boccaccio, nell’idillio Ambra di Lorenzo de' Medici e raccontato nella Giostra da Poliziano, ma le cui fonti sono i Fasti e le Metamorfosi di Ovidio con il dio Apollo che insegue Dafne. Accanto appare la dea della Primavera che secondo Warburg avrebbe un modello diretto in una statua di  Flora (Pomona) testimoniata dal Vasari a Palazzo Pitti. Sull’altro lato le tre Grazie condotte dall’Ermete che scaccia le nubi, con una sola veste “sciolta e discinta”, sorelle dalle mani giunte: una dà, una riceve e una rende il beneficio. Così le descrisse Seneca nel De Beneficiis (I.3) accompagnate da Mercurio “non quia beneficia ratio commendat vel oratio, sed quia pictori ita visus est” (non perché il linguaggio o la ragione accrescono il valore del beneficio, ma perché così sembrò opportuno al pittore, Omero). Al centro domina la dea Venere signora del bosco-giardino, come in un’Ode di Orazio e simbolo, secondo Lucrezio, della vita della natura che ogni anno si rinnova. 

Aby Moritz Warburg (1866-1929), foto Kunsthistorisches Institut in Florenz, Max-Planck-Institut [1], in pubblico dominio
Nel fare l’analisi della Primavera di Botticelli, per la prima volta Warburg sottolinea una  questione che accrescerà ulteriormente la fortuna dell’opera. Secondo il critico, dietro all’iconografia della Primavera, si celerebbe il ritratto di Simonetta Cattaneo. Nel secondo libro del poema di Poliziano, composto all’incirca nello stesso periodo dell’opera di Botticelli, il poeta fa esplicito riferimento alla morte di Simonetta avvenuta il 26 aprile del 1476. Vasari attesterebbe che Botticelli avesse conosciuto Simonetta dal momento che un ritratto di profilo della donna, realizzato dal pittore, si trovasse nel guardaroba del Duca Cosimo e che "essa fosse l’innamorata di Giuliano de’ Medici fratello di Lorenzo”. Confrontando alcuni ritratti di profilo di Simonetta, soprattutto quello in cui la donna è immaginata come Cleopatra colpita dal morso dell’aspide riportante l’iscrizione “Simonetta Juanuensis Vespuccia”, il volto della Primavera non sarebbe un'idealizzazione ma la riproduzione dei lineamenti di Simonetta. Il legame con la famiglia Medici, probabile committente dell’opera, sarebbe oltretutto attestata dal fatto che lo stesso Lorenzo de’ Medici in quattro sonetti lamenta la scomparsa prematura della donna e l’angoscia della morte che lo strugge.

Botticelli Warburg
Al centro della Primavera di Sandro Botticelli, la figura che per Aby Warburg rappresentava Simonetta Cattaneo. Immagine Web Gallery of Art in pubblico dominio

Ed è qui che Warburg arriva all’interpretazione di quello sguardo serio e di quel gesto ammonitore di Venere, apparentemente incomprensibile in tal idillio. La dea stessa in mezzo alle creature eternamente giovani del suo regno, rivolgendosi allo osservatore, fa propri i versi del Magnifico: 

                                                      Quant’è bella giovinezza

                                                      che si fugge tuttavia!

                                                      Chi vuol essere lieto, sia: 

                                                      di doman non c’è certezza. 


Palazzo Barberini

Riallestimento di Palazzo Barberini: nuova immagine per la sezione seicentesca delle Gallerie Nazionali di Arte Antica

Riallestimento di Palazzo Barberini: nuova immagine per la sezione seicentesca delle Gallerie Nazionali di Arte Antica

Palazzo Barberini
Foto di Alberto Novelli

Si vestono di nuovo le Gallerie Nazionali di Arte Antica, con dieci sale dell’Ala Nord totalmente rinnovate nell’estetica e nel criterio espositivo, così come era stato effettuato in aprile per l’Ala Sud. Cinquecentocinquanta metri quadri che vengono restituiti all’area espositiva, a seguito di operazioni di rinnovamento e restauro che hanno riguardato l’architettura, l’illuminazione, la grafica e gli ausili educativi. Ciò ha consentito l’ottimizzazione del palazzo, la valorizzazione dei Barberini e della loro storia, mostrando chiaramente anche l’impatto rivoluzionario che Caravaggio apportò alla pittura italiana ed europea.

Da venerdì 13 dicembre si è così avviato un inedito percorso cronologico e geografico che procede dal tardo Cinquecento al Seicento, seguendo il progetto di allestimento ideato da Enrico Quell. Flaminia Gennari Santori, Maurizia Cicconi e Michele Di Monte hanno curato la mostra, scegliendo ottanta opere da ammirare lungo un itinerario circolare da cui osservare anche i giardini da finestre appositamente riaperte dopo tanto tempo. Un ripensamento degli spazi che congiunge gli assi visivi da un’ala all’altra dello stabile, come gli scaloni del Bernini e di Borromini.

Dalla sala iniziale sul tardo manierismo romano ed internazionale (espresso dall’arte di Pietro Francavilla, Marcello Venusti, Jacob de Backer e Joseph Heintz) alla sala sui veneti del tardo Cinquecento (racchiusi nelle produzioni di Tintoretto e nella Scuola di Tiziano col dipinto di Venere e Adone), si giunge poi alla Galleria: restaurata al fine di rivalorizzare gli affreschi di un tempo, contiene esemplari di pittura di genere, tra i quali tele inedite di Frans Francken il Giovane ed un raro “Diluvio Universale” appartenente alla Scuola di Jacopo Bassano.

Jacopo Bassano, bottega di (Bassano del Grappa 1515-Venezia 1592), Il Diluvio universale, 1580-1590. Olio su tela, 215 x 311 cm

Si procede in una sala minuta, aperta per la prima volta e contenente esclusivamente l’Altarolo portatile di Annibale Carracci, affiancata da una sala altrettanto inedita ricca di affreschi tardo cinquecenteschi e pitture di paesaggi ritraenti i Feudi Mattei per mano di Paul Bril. Ma lo spettacolo maggiore si ha nelle tre sale seguenti relative al Caravaggio: nella prima sala l’inconfondibile “Giuditta e Oloferne” è accostata ad opere di Giovanni Baglione ed Orazio Borgianni, nella seconda sala il celebre “Narciso” è affiancato da opere di Ribera e Simon Vouet, nella terza “San Francesco” meditante si affianca ad opere di Bartolomeo Manfredi e Orazio Gentileschi. Le vaste sale finali concludono la sezione con dipinti di caravaggeschi europei (Bigot, de Boulogne, Serodine, Stom) ed esponenti della scuola bolognese di pittura (Domenichino e Guercino).

Il palazzo originariamente apparteneva agli Sforza, i quali nel 1585 fecero decorare la volta del soffitto dell’attuale sala 19: pittori quali Niccolò Circigliani e Baldassarre Croce raffigurarono il patriarca Giuseppe e gli stemmi dei cardinali per indicare la protezione divina della famiglia ed i successi conseguiti. L’affresco “Carro di Apollo con le quattro stagioni” (1693 circa) dell’odierna sala 20 appartiene a Giuseppe Chiari e ritrae la nascita del giorno con Aurora alla guida del carro del sole, in riferimento al matrimonio del principe Urbano Barberini. La galleria, che adesso corrisponde alla sala 21, era riservata ad Anna Colonna Barberini: le decorazioni, fondate su un disegno di Pietro da Cortona ma realizzato dai suoi allievi, ritraggono in particolar modo le origini mitiche di Palestrina, possedimento del principe Taddeo Barberini, marito di Anna. La sala 23 era invece l’anticamera della cappella, anch’essa decorata per volere degli Sforza: aveva un quadro al centro raffigurante la natività, immagini di profeti e sibille con libri simboleggianti l’avvento del Messia.

Jacob De Backer (Anversa, 1555 ca-Anversa, 1585 ca), Cristo morto sorretto da un angelo, 1580-1585 ca. Olio su tela, 158 x 118

Del resto, tra le opere ivi esposte ve ne sono molte di carattere biblico e mitologico, in un periodo in cui le immagini di culto subivano una minuziosa attività di ermeneutica visiva che incise sulla seguente storia dell’arte. Andiamo ad analizzarne alcune. Il dipinto ad olio su tela di Jacob de Backer “Cristo Morto sorretto da un angelo” (1555-1585 circa) presenta l’immagine elegante del Cristo in una dimensione immateriale raccolto da angeli adoranti che ne incrementano l’icona di culto. “Diana e Atteone”, opera in olio su rame, copia della più nota opera di Joseph Heintz il Vecchio appartenuta all’imperatore e mecenate Rodolfo II, descrive la storia di Ovidio sulla punizione di Atteone che fu tramutato in cervo per aver violato lo spazio sacro alla dea Diana presso la fonte con le sue ninfe. Le due terrecotte di “Mosé” e “Aronne” realizzate del 1585 da Pietro de Francqueville, allievo di Giambologna, sono di chiara ispirazione michelangiolesca: il Mosè assorto fu scelto in accostamento al cardinale Agnolo Niccolini, diplomatico prima e sacerdote poi, parimenti alla figura biblica coinvolta nelle questioni sia temporali che spirituali. La raffigurazione ascetica di “Cristo portacroce” (1561) compiuta da Girolamo Muziano concentra totalmente l’attenzione sulla figura dominante di Cristo, dal volto rassegnato sotto il peso della croce. “Giuditta e Oloferne” (1540-1550) è un dipinto ad olio su tavola di Jan Massijs che ritrae l’eroina biblica in veste di ammaliatrice che inganna e decapita il generale nemico, di cui brandisce la testa con abiti trasparenti e sguardo ammiccante.

Queste sono solo alcune tra le notevoli opere raccolte nel rinnovato sito. Ulteriori progetti di riallestimento sono previsti nel 2020 per la sezione dedicata al Cinquecento e nel 2021 per le sale del piano terra, in vista di una sempre migliore offerta al visitatore, in termini di fruibilità e comprensibilità, garanzie di innalzamento qualitativo.

Palazzo Barberini
Foto di Alberto Novelli

Giorni e orari di apertura: martedì-domenica 8,30-19,00. Chiusura il 25 dicembre e il 1° gennaio.

Biglietto: intero 12 euro, ridotto 2 euro (giovani dai 18 ai 25 anni d’età), gratuito per i minorenni e categorie specifiche di docenti e studenti universitari, giornalisti, guide turistiche, portatori d’handicap e accompagnatori, insegnanti e scolaresche.


Notte Saffo Luigi De Luca

La notte è al mezzo; e io...

«Tramontata è la luna, / e tramontate le Pleiadi; la notte / è al mezzo; l’ora ormai è trascorsa / e io dormo sola»: con questi versi entrati nel mito, Saffo ha celebrato in un afflato immortale la mezzanotte come il tempo della poesia; nell’impermanenza delle ore che scorrono, solo chi è disposto ad ascoltarsi riesce a cogliere l’intensità dell’istante d’ispirazione e a concentrare, nell’attimo di solitudine, l’autenticità del proprio sentire.

I Greci, che impararono a dare un nome alle proprie paure per arginarle, venerarono la tenebra come una divinità ancestrale e la chiamarono Notte per distinguerla dal fratello Erebo, che indicava il buio eterno, quello degli inferi, che imprigionò in un’oscurità senza scampo l’eterea Euridice e fece risaltare per sempre, ma invano, l’intima luce di quella creatura diafana. Al contrario le ombre della sera sono circoscritte a un periodo limitato, poiché, in quell’alternarsi ciclico che scandisce il tempo dell’universo, dovranno presto lasciar spazio al chiarore. Non è un caso che la fervida immaginazione degli antichi abbia voluto che la Notte fosse madre di Etere, il bagliore puro, e di Emera, il giorno, quasi a significare che persino le parentesi più cupe sono capaci di generare una scintilla di splendore.

Paradigmatici sono alcuni momenti del mito immersi in un’atmosfera notturna: l’Agamennone di Eschilo si apre nel buio fitto del cielo di Argo, rischiarato soltanto dalle stelle sovrane di luce, unico sollievo per la sentinella che dalla torre della reggia scruta l’orizzonte, in attesa di un segnale che annunci la vittoria e il ritorno del re. Il fatto che il lungo monologo della guardia abbondi di immagini riconducibili al tema dell’oscurità, contrapposte sapientemente a quelle afferenti all’idea del luminoso, si spiega con una questione legata alla scena teatrale: nell’Atene del V secolo a.C., gli agoni drammatici avevano luogo in pieno giorno, fino al tramonto, quindi la notte veniva evocata attraverso la parola; solo in questo modo gli spettatori potevano distinguere il tempo reale dal tempo scenico. Un risvolto comico di questa circostanza si ha nel teatro shakespeariano, in particolare nel Sogno di una notte di mezza estate: quando gli artigiani rappresentano una versione goffa della tragedia di Piramo e Tisbe, uno di loro addirittura interpreta il ruolo del ‘chiaro di luna’.

Tuttavia è opportuno sottolineare che la tenebra richiamata nella tragedia eschilea va ben oltre la convenzione scenica stipulata tra drammaturgo e pubblico, caricandosi in effetti di pregnanti significati simbolici: le fiamme che d’improvviso lampeggiano – in una scenografica staffetta ideata da Clitemnestra per venire a conoscenza del trionfo degli Achei nell’arco di una sola notte – sono emblema della crepitante insurrezione che si prepara nella casa reale; se per la sentinella esse proclamano la pace e l’auspicato ritorno all’ordine, per il «cuore di donna che da uomo decide» (con quest’espressione viene definita l’adultera moglie di Agamennone che si macchierà d’omicidio) esse danno l’allarme per il tumulto che da lì in poi agiterà gli animi e sconvolgerà il sonno con macabri incubi.

È senz’altro significativo che, nella rilettura novecentesca del mito atride ad opera del poeta greco Ghiannis Ritsos, l’atmosfera lugubre che grava sulla reggia sia riscattata dalla levità della luna, onnipresente nei monologhi dei protagonisti, per conferire uno slancio di sogno e bellezza alla mediocrità di un dramma che nel relativismo del secolo breve non può più dirsi tragedia. Così accade che la sua Crisotemi ancora bambina giochi a rincorrersi con la bianca Selene («Faccia a faccia, noi due. La sua guancia fresca / sulla mia guancia; e il suo sorriso pieno – glielo strappavo e via di corsa»), suscitando la glaciale disapprovazione della madre, Clitemnestra: «Stupida, non crescerai mai». Chi è abituato ad abitare il nero, non sa rassegnarsi a immaginare squarci di luminosità.

Ambiguità e doppiezza caratterizzano dunque la notte di Argo, quella in cui la ferocia prende il sopravvento sulla civiltà. Barbara è però anche la tenebra della Colchide, nel cui arco solenne Medea consuma i suoi terribili sortilegi. Nell’inno magico che la donna volitiva celebra all’interno delle Metamorfosi di Ovidio, la prima divinità a essere chiamata all’appello è appunto la Nox, definita come l’amica fidata dei misteri. Se è vero che ne La Tempesta, celebre play shakespeariano, Prospero, il protagonista, pronunciando la sua abiura alla rozza magia, ricalca alla lettera (rovesciandola) l’invocazione della Medea ovidiana, non deve tuttavia stupire la mancata menzione della notte nella riscrittura inglese: il demiurgo seicentesco non ha infatti bisogno di agire nelle tenebre, dal momento che adopera la magia bianca, a differenza della strega del mito che, per realizzare i suoi scopi, non esita a ricorrere alle arti oscure.

In preda a una passione che ignora i vincoli sociali, la straniera Medea non teme di attraversare il buio dei suoi tormenti laceranti e, al termine della notte madre del crimine più turpe, a bordo del carro del Sole ascenderà finalmente alla sfolgorante dimensione del mito.

Notte Saffo Luigi De Luca
Luigi De Luca (Naples 1857 - Naples 1938), Sappho. Foto di Carlo Raso

Questo articolo è comparso originariamente sulla rivista Midnight.


Vita e opere del Boccaccio: un sentiero verso il Decameron

Il 21 dicembre 1375 moriva a Certaldo, gravemente malato, Giovanni Boccaccio (n. 1313).

Giovanni Boccaccio
Giovanni Boccaccio, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri (1450) di Andrea del Castagno, conservato presso la Galleria degli Uffizi di Firenze

Nominato al fianco di Dante e Petrarca Terza Corona Fiorentina fu il primo grande esempio di narrativa in una letteratura che si stava plasmando ma, al di fuori di prose di tipo cronachistico, si esprimeva principalmente in versi. Il suo più grande capolavoro, il Decameron, ebbe infatti fortuna immediata e, tradotto nelle principali lingue europee, venne conosciuto in tutto il mondo, contribuendo a portare grande lustro alla nostra letteratura.

Dante Alighieri in una statua di Emilio Demi, sita a Firenze presso la Galleria degli Uffizi (si noti come l'epigrafe riporti la lezione arcaicizzante del cognome, Allighieri)

 

Francesco Petrarca in una statua ottocentesca a Firenze, sulla facciata del palazzo degli Uffizi.
Foto di Frieda, CC BY SA 3.0

La produzione del Boccaccio è davvero molto vasta e variegata, legata a doppio filo con le sue esperienze di vita e gli ideali di letteratura, di intellettuale, ma soprattutto di morale, che ne ricavò.

L’elaborazione del Decameron si colloca proprio nel solco di un processo di continua sperimentazione.

Per quanto molti tacciarono ciò come un difetto (si dovette difendere più o meno velatamente da queste accuse – vedi Decameron, IV, Intr.), egli preferì lasciarsi ispirare dalle proprie vicende personali, come la felice parentesi della giovinezza napoletana (1327-1340), il rientro a Firenze, poi l’amicizia con il Petrarca (1350), la riscoperta della lingua greca, l’attività politica, per riversarle all’interno di una produzione letteraria che ne fosse uno specchio altrettanto ricco.

Le opere della giovinezza napoletana sono all’insegna dello sperimentalismo, sia in volgare che in latino (epistole). Il pubblico destinatario, la corte di Roberto d’Angiò, apprezzò particolarmente queste produzioni “mescolate” dai titoli grecizzanti, innovative nei temi, nei metri e nella composizione.

Ad esempio la Caccia di Diana (1335-1337) è un poemetto mondano-mitologico in terza rima, ispirato probabilmente alla perduta epistola in sirventese in cui Dante passava in rassegna le sessanta più belle donne di Firenze. Il poemetto però non si limita ad un’elencazione di bellezze femminili, napoletane in questo caso, ma vede anche un loro ribellarsi alla castità imposta loro dalla dea della caccia e il loro appellarsi invece alla dea Venere, che trasforma le prede catturate dalle donne durante la caccia negli uomini amati.

Teseida (1339-1340) è un breve poema epico, ispirato alla Tebaide di Stazio che Boccaccio aveva riscoperto proprio durante la stesura dell’opera e a fonti francesi. Questa opera è invece dedicata a Fiammetta, presunta figlia di Roberto d’Angiò (si pensa si chiami Maria) per la quale Boccaccio provava un amor cortese, secondo un mito letterario da lui creato in cui idealizzava l’elemento erotico e quello autobiografico. L’opera vede Teseo dover decidere come risolvere una lite tra due giovani, Arcita e Palemone, per l’amore di Emilia: si opta per un torneo dove vince Arcita ma al prezzo di una ferita mortale e che dunque, con generosità, cede la sua sposa al rivale. Il poema si conclude con il funerale di Arcita e il matrimonio di Palemone e Emilia.

Miniatura di un manoscritto del 1460 circa che ritrae Emilia nel roseto

Col senno di poi sono evidenti i debiti che Boiardo e Ariosto hanno con quest’opera, che per prima utilizza l’ottava del poema eroico e gli schemi narrativi tipici del genere eroico.

Degna di nota è la versione che dà il Boccaccio di una delle storie d’amore più famose a livello europeo, quella tra Florio e Biancifiore, raccontata in cinque libri in un romanzo in prosa chiamato Filocolo (1336-1339). Le fonti sono molteplici: Chrétien de Troyes, il poemetto francese Floire et Blanchefleur, il toscano Cantare di Florio e Biancifiore con sovrapposto lo schema del romanzo greco alessandrino, forse anche le Mille e una notte. Ovviamente una storia d’amore ostacolata dalle vicende della vita ben si sposava con l’autobiografia idealizzata del Boccaccio, che immagina la narrazione di questa storia come richiestagli da una “gentilissima donna”, la figlia del re, Maria (Fiammetta) e nel proemio dichiara di aver accolto la richiesta affinché “la memoria degli amorosi giovani” e la “gran costanza de' loro animi” fosse “esaltata da' versi d'alcun poeta”. I protagonisti sono due bambini, Florio e Biancifiore, innamoratisi sulle pagine dell’Ars Amandi di Ovidio (“Credo che la virtù de’ santi versi, che noi divotamente leggiamo, abbia accese le nostre menti di un nuovo fuoco, e adoperato in noi quello che già veggiamo che in altrui adoperarono”, Fil, II 4. richiamo evidente ad Inferno V) e poi separati dal padre di lui, il re spagnolo Felice, e vicende più disparate. Ma Florio, il “filocolo” (“colui che fatica per amore”, sempre in greco approssimativo) resterà fedele al suo amore negli anni e cercherà Biancifiore, iniziando la sua quête e arrivando in Italia, a Napoli, dove parteciperà alle “questioni d’amore” dirette da Fiammetta (preludio al Decameron), e finalmente ad Alessandria, dove libererà Biancifiore da una torre grazie all’aiuto dello zio. I due amanti potranno finalmente sposarsi, ricevere il battesimo a Roma potrà avvenire una riconciliazione tra Florio e il padre.

Miniatura (particolare) del Filocolo di Giovanni Boccaccio, in un manoscritto per Ludovico III Gonzaga, Mantova, 1463-64. Oggi è conservato presso la Biblioteca Boldeiana dell'Università di Oxford.

Come si notava già dalle fonti, motivi epici, lirici, persino elegiaci si mescolano continuamente in questa opera e rendono sottilissimo il confine tra narrazione, allusioni a vicende personali dell’autore, non si sa quanto fittizie, e forse cronache della vita di corte.

Conclude il proficuo periodo napoletano il Filostrato (1340, alcuni la retrodatano al 1335), che è forse l’opera nella quale si intravede una vera e propria svolta al di là di metri o trame. Il titolo è un’italianizzazione del greco “vinto dall’amore”, secondo le conoscenze approssimative che aveva il Boccaccio. La trama è molto semplice: Troiolo, un giovane principe troiano, si innamora perdutamente di Criseida, una prigioniera greca, ed è ricambiato; solo che pare basti uno scambio di prigionieri e il ritorno di lei al campo greco, perché Criseida si dimentichi delle promesse di fedeltà fatte all’amato e si conceda ad un altro uomo.

Manoscritto del XIV secolo del Filostrato boccacciano, conservato presso l'ex Bibliotheca Gymnasii Altonani di Amburgo.
Foto del Dr Folke Gernert

L’assoluta novità del Boccaccio sta nell’apertura verso Criseida e l’assoluta non-condanna del suo comportamento, nel quale egli vede aspetti calcolatori e opportunistici, atteggiamento senza dubbio anacronistico da parte dello scrittore e che lo vede già mirare ad una nuova morale, più laica e borghese, rispetto a quella di Guido delle Colonne, che aveva curato la traduzione in latino dell’opera originale di Benoît de Sainte-Maure, dalla quale è certo Boccaccio abbia appreso la storia.

Se si dovesse descrivere con una sola parola questa prima produzione del Boccaccio, tenendo conto che si parla di un ragazzo che per la maggior parte è autodidatta e scrive queste prime opere tra i venti e i ventisette anni, chi scrive sceglierebbe “padronanza”: padronanza della lingua, delle tematiche, dei metri e dei generi ai quali attinge per forza di cose ma plasma per fare in modo che obbediscano ai messaggi che egli vuole trasmettere, ma soprattutto padronanza del pubblico e conoscenza delle sue esigenze e dei suoi gusti. Tutto ciò, unito ad uno sguardo attento alla psicologia dei personaggi (vedi Criseida o anche Arcita) rivela un Boccaccio giovanissimo ma già promettente, nuovo.

Quando fu richiamato a Firenze dal padre nel 1341, la nostalgia di Napoli si fece sentire sotto diversi aspetti. Ma il Boccaccio d’altro canto non ebbe paura di misurarsi con una realtà dunque un pubblico diverso, borghese, con una ricca tradizione letteraria in cui egli voleva inserirsi a modo suo. Non abbandonò il suo sperimentalismo, aggiungendo nuovi temi, come il genere allegorico-didattico, e nuove soluzioni formali, come la terza rima o la terza rima alternata alla prosa.

La prima opera da menzionare è la Commedia delle Ninfe fiorentine (altrimenti conosciuta come Ninfale d’Ameto, 1341-1342), caratterizzata da prosa alternata a versi in terzine di endecasillabi. La vicenda è ambientata in Toscana, nei pressi dell’Arno, e vede protagonista Ameto, un rozzo pastore innamorato di una ninfa, Lia. Il giorno della festa di Venere Lia ed altre sei ninfe si riuniscono e raccontano ad Ameto storie d’amore, ma anche storie antiche: Lia racconta le origini di Firenze, Fiammetta quelle di Napoli. Alla fine dei racconti il pastore Ameto fa un bagno purificatore, ne esce ingentilito e comprende che quelle ninfe in cui si era imbattuto non erano altro che le quattro virtù cardinali e le tre teologali, per mezzo delle quali ora potrà giungere alla conoscenza di Dio. Insomma, sempre tramite la tecnica del “mescolato”, elementi didattici, epico-celebratici, allegorici fanno da involucro a quello che viene considerato dai critici l’embrione del futuro Decameron nonché la parte più viva dell’opera: l’elemento novellistico e romanzesco, la magia della parola che cattura l’attenzione di Ameto, quando non prevale la bellezza sovrannaturale delle ninfe.

Desco da parto con ritratte scene della Commedia delle ninfe fiorentine. Questo oggetto era una sorta di piatto dipinto su entrambi i lati ed era usanza durante il periodo rinascimentale donarlo alle donne in maternità affinché su di esso fossero portati loro cibo e bevande. Quello in foto è di un maestro del 1416 (italiano, fiorentino, attivo all'inizio del XV secolo).

Meno riuscito sembra essere stato Amorosa visione (1342-1343), un poema suddiviso in cinquanta canti di terzine dantesche, che di dantesco riprende anche alcune immagini. Il poeta immagina di visitare con una “donna lucente in vista e bella”, in sogno, un castello al quale si accede per due porte, una bassa e stretta che "mena a via di vita", l'altra aperta e facile che promette "ricchezza, dignità... gloria mondana". Egli attraversa la seconda e accede a un salone ricco di affreschi e statue raffiguranti allegoricamente virtù e vizi. Incontra anche grandi personaggi del passato, come Socrate, Aristotele, Boezio, Tolomeo, Orfeo (come non pensare a Inferno IV). Uscito da questo castello incontra la donna amata, Fiammetta, con la quale non riesce a giacere per il ritorno in scena della guida, che gli raccomanda di perseguire il cammino della virtù, se vuole conquistare davvero la sua donna. Come è evidente l’opera è macchinosa e contorta, ma resta interessante da leggere per notare come tutte le lettere iniziali dei versi delle terzine siano un acronimo di tre sonetti: i primi due indirizzati a "madama Maria", cioè a Fiammetta, il terzo ai lettori.

Questo sarebbe il volto che Cilly Mully von Oppenried avrebbe dato a Fiammetta, in un dipinto del 1881

Passando invece al Ninfale fiesolano (1344-1345), esso vuole in un certo senso ampliare il racconto della ninfa Lia e cantare le origini di Firenze e Fiesole, in un poemetto di 473 ottave. Il racconto è molto semplice e la trama si riallaccia un po’ a quelle delle opere napoletane. Il pastore Africo scorge tra le ninfe la giovanissima Mensola e se ne innamora. Anche se la loro relazione è ostacolata da più fronti (il padre di Africo tenta di dissuaderlo dalla passione per una ninfa, consacrata a Diana; Mensola sa quali sono i suoi doveri e non vuole disobbedire alla dea) i due si incontrano due volte e giacciono insieme. In Mensola nasce il senso di colpa e la paura, così si rifiuta di incontrare nuovamente il pastore, che si uccide e cade nel fiume. Ma la ninfa non sa di essere rimasta incinta, e per quanto terrà nascosta la gravidanza fino all’ultimo, verrà scoperta dalla dea della caccia e trasformata in un fiume (richiamo alle Metamorfosi ovidiane). Boccaccio ricollega quindi i nomi dei fiumi che scorrono tra Firenze e Fiesole, Africo e Mensola, proprio a questo mito. In ultimo, resta il figlio dei due, Pruneo, futuro fondatore di Fiesole e liberatore delle ninfe dai loro vincoli con Diana in favore di quelli con Venere.

Il torrente Affrico nel punto in cui confluisce nell'Arno. In queste acque, secondo il mito, il corpo del giovane pastore sarebbe caduto dopo il rifiuto di Mensola e il suicidio. Foto di AlebufoCC BY-SA 3.0

Se con il Filostrato una svolta era accennata, con l’Elegia di Madonna Fiammetta (1343-1344) il Boccaccio si supera. Finalmente Boccaccio dà prova di quella maturità artistica latente anche nella tematica, scegliendone una che sembra già sentita ma in realtà è totalmente svestita, analizzata in maniera impersonale e oggettiva e riconsegnata al pubblico in una veste che non ne faccia risaltare troppo la “scandalosa modernità” (Muscetta). Partendo dal titolo, esso è esplicativo riguardo lo stile ma non il metro, che secondo la definizione datane da Dante nel DVE è “lacrimevol” ma basso e umile; il testo invece è in prosa e con una retorica profonda. La protagonista è Fiammetta, per la prima volta sola, che parla in prima persona della sua storia in una lunga lettera. Ella, donna sposata, è stata innamorata per lungo tempo di Panfilo (“tutto amore”, pseudonimo dell’autore e personaggio che si ritroverà nel Decameron) e nulla ha potuto distoglierla da questo amore cominciato in chiesa (analogie con la Vita nova).  Tuttavia i cattivi presentimenti che avvertiva riguardo questa passione sbagliata si sono avverati quando Panfilo è partito per Firenze e non ha fatto più ritorno, diversamente da come aveva promesso. Fiammetta non ha sue notizie finché non le giunge voce di un tradimento. La disperazione è immensa ma non può esternare il vero motivo del suo dolore al marito, che invano tenta di curarla. Dopo aver provato a togliersi la vita, a Fiammetta non è rimasta che una serie interminabile di giorni per meditare sulla sua sfortuna. Così si rivolge a tutte le donne innamorate come lei, chiedendo pietà, confessandosi non per ricevere perdono ma comprensione: qui è la vera novità dell’Elegia. Non solo si vede un capovolgimento di ruoli nella relazione tra i due amanti, ma si vede una donna che non ha paura di raccontare il proprio dramma e la propria passione, che ha affrontato  coraggiosamente, nonostante la sconfitta.

Altro meraviglioso manoscritto riccamente decorato che riporta l'incipit dell'Elegia di Madonna Fiammetta. È conservato presso la Biblioteca Bodleiana di Oxford.

È evidente la stratificazione di diversi generi, il già citato elegiaco, quello epistolare, persino una sorta di trattato d’amore, di cui si descrivono gli effetti (“E mi corsero mille pensieri che la mente in uno momento, e quasi tutti terminavano in uno, cioè che egli, amando altra donna, contra voglia dimorasse in tal modo. Le mie parole furono più volte infino alle labbra per domandarlo qual fosse la sua noia; ma, dubitando che vergogna non gli porgesse l'esser da me trovato piagnendo, si ritraevano indietro; e similmente trassi gli occhi più volte da riguardarlo, acciò che le calde lagrime cadenti da quelli, venendo sopra di lui, non gli dessero materia di sentire ch'egli fosse da me veduto.”, cap. II; qui Fiammetta e Panfilo sono appena stati insieme e la donna ha velocemente perso quella sensazione di appagamento, travolta invece dall’ansia che Panfilo la stia per lasciare per sempre).

Questa è invece letteralmente la visione che Dante Gabriel Rossetti ha della donna amata da Boccaccio in questo olio su tela, A Vision of Fiammetta (1878)

Questo primo decennio dell’attività fiorentina di Boccaccio si conclude con due avvenimenti importanti: l’imperversare della peste a Firenze nel 1348, che uccide non solo il padre e la matrigna, ma anche alcuni suoi amici letterati, come il cronista Giovanni Villani; l’incontro con il Petrarca, che segna l’inizio di un’amicizia decisiva per le sorti della letteratura italiana.

La peste di Firenze del 1348Wellcome Collection gallery (2018-03-24), CC BY 4.0

La peste lo portò alla scrittura, in appena tre anni, del Decameron (1348-1351), una perfetta sintesi di tutte le sperimentazioni, tematiche, strutturali e stilistiche, che il Boccaccio aveva adottato nelle opere precedenti. Innanzitutto ci si trova di fronte ad una già usata struttura a cornice (Filocolo, Commedia delle Ninfe fiorentine) portata al massimo livello di organicità e funzionalità: si racconta di come sette ragazze, Pampinea ("la rigogliosa"), Filomena ("amante del canto", oppure "colei che è amata"), Neifile ("nuova amante"), Fiammetta, Elissa (altro nome di Didone), Lauretta (diminutivo di Laura; chissà che Boccaccio non abbia chiamato una delle giovani così in memoria della Laura petrarchesca, morta durante la peste), Emilia e tre ragazzi, Panfilo (che infatti racconterà spesso novelle ad alto contenuto erotico), Filostrato ("vinto dall'amore") Dioneo ("lussurioso", da Diona, madre di Venere), decidano di sfuggire al probabile contagio e rifugiarsi in campagna. Arrivano di mercoledì in un bel palazzo con un giardino e vi soggiornano per due settimane. Qui per trascorrere il tempo decidono di eleggere ogni giorno un re o una regina affinché scelga un tema per la giornata, su cui dovranno basarsi delle novelle, una raccontata da ciascun membro di questa onesta brigata. Poiché questo iter non si segue il venerdì e il sabato, in totale i ragazzi racconteranno dieci novelle al giorno per dieci giorni, dunque cento novelle in tutto.

I giovani novellatori del Decameron in un dipinto di John William Waterhouse, A Tale from Decameron (1916) esposto alla Lady Lever Art Gallery di Liverpool

A questa struttura va aggiunta una sorta di super-cornice, ove l’autore è il narratore e introduce la sua opera con un Proemio, che esordisce con la celeberrima frase “Umana cosa è aver compassione degli afflitti, e come che a ciascuna persona stea bene, a coloro è massimamente richesto li quali giá hanno di conforto avuto mestiere ed hannol trovato in alcuni; tra li quali, se alcuno mai n’ebbe bisogno o gli fu caro o giá ne ricevette piacere, io sono un di quegli.” Frase, proemio, opera intera, che Boccaccio dedica alle donne, poiché le sa sofferenti per amore ma impossibilitate a sfogarsi come fanno gli uomini con le loro attività e distrazioni (la politica, gli affari). Il poeta ammette di aver sofferto anch'egli un tempo per amore, ma guarda a quel periodo con un atteggiamento di pacata superiorità e ora, smorzate le passioni, è ben lieto di dilettare chi ancora ne è soggiogato. Segue l’Introduzione alla Prima giornata, in cui descrive l’occasione che ha permesso ai dieci giovani di incontrarsi nella Chiesa di Santa Maria Novella. Si tratta anche dettagliatamente, ma con un pacato distacco, della peste e della morte che porta con sé.

I dieci novellatori dell'onesta brigata in un dipinto, olio su tela di Franz Xaver Winterhalter, The Decameron (1837)

Riguardo il contenuto delle novelle (a livello narrativo, considerabili come il "terzo livello"), rispecchiano quella scioltezza narrativa che si era già vista nel Ninfale Fiesolano; la narrazione resta obiettiva e alleggerita da allusioni autobiografiche o da sfoggi eruditi. In ultimo, dall’Elegia di Madonna Fiammetta è ripresa la superba capacità di analizzare la psicologia dei personaggi, che hanno una loro peculiarità, intelligenza e caparbietà, qualunque sia la loro estrazione sociale o provenienza culturale.

E se si stava facendo un resoconto di in che cosa il Decameron guarda ancora indietro, ecco in cosa guarda appunto molto avanti: nel suo essere una “commedia sociale”, che mette in luce ogni aspetto esistente nell’Italia del Trecento e che Boccaccio aveva vissuto. Il poeta poteva aver sì nostalgia degli antichi valori sperimentati alla corte di Napoli, ma i nuovi costumi laici della borghesia mercantile (cui di fatto lui apparteneva) esistevano e andavano conciliati gli uni con gli altri. Ecco come possono coesistere senza difficoltà all'interno del Decameron i personaggi più disparati, a rappresentare l'ampio ventaglio delle espressioni dell'animo umano: il pessimo Ser Ciappelletto, l'ingenuo ma fortunato Andreuccio, lo scaltro stalliere del re Agilulfo, la coraggiosa Ghismunda, la devota Elisabetta, il generoso Federigo degli Alberighi, l'ingegnoso Chichibio, la martire Griselda.

In questo dipinto di William Holman Hunt (1867), Elisabetta, protagonista della quinta novella della giornata IV, piange la testa del suo amato Lorenzo, che conserva in un vaso di basilico di nascosto dai fratelli.

Ovviamente non mancarono le critiche a questo modo di vedere del Boccaccio, che dovette difendersi apertamente, come si diceva, nell’Introduzione alla Quarta giornata, ma qui come nelle Conclusioni restano saldi molti concetti. Primo fra tutti quello di plurilinguismo e pluristilismo, obbligatori, soprattutto quelli più umili e realistici, qualora le novelle lo richiedano. Segue quello di morale, aperta e problematica: quando Boccaccio afferma che è inutile per l’essere umano adattarsi ad essa ma deve essere la morale ad adattarsi alle sue pulsioni naturali, di fatto esistenti, afferma che bisogna rispettare l’istanza del piacere, e fare in modo che la morale sia un continuo gioco di equilibri, che vari a seconda delle situazioni. In ultimo ma non per importanza concetti come quelli di onestà e gentilezza, virtù rispettivamente sociale e individuale e come quello di ingegno, che può essere messo a servizio della virtù come della malvagità.

Ovviamente un’opera vasta e complessa come questa meriterebbe una trattazione a parte, ma basti ribadire che ebbe un successo immediato tra i membri del ceto mercantile, mentre gli intellettuali inizialmente ne diffidarono. La fortuna del testo arrivò quando dapprima il Botticelli si interessò alla rappresentazione di alcune novelle, e poi Pietro Bembo, nelle Prose della volgar lingua (1525) lo innalzò a modello di stile e lingua prosastica.

Boccaccio Sandro Botticelli Nastagio degli Onesti Museo del Prado Madrid
La novella di Nastagio degli Onesti illustrata da Sandro Botticelli (1483) e oggi conservata al Museo del Prado di Madrid

Nel 1350 Boccaccio conobbe Petrarca e la sua vita ebbe una svolta. Cominciò ad intrattenere una fitta corrispondenza con lui e sviluppò un nuovo ideale di intellettuale, dedito agli interessi umanistici. Mentre il Comune di Firenze gli assegnò diversi incarichi che lo portarono a Napoli, ebbe modo di visitare la biblioteca di Montecassino e trascrivere alcuni codici. In questa occasione, si può affermare che avvenne tramite lui la riscoperta in tutta Italia del greco dopo i secoli bui del medioevo: cominciò ad intrattenere dei rapporti con il grecista Leonzio Pilato (1359), un discepolo di Barlaam (un monaco calabrese dal quale Boccaccio aveva appreso i rudimenti del greco quando si trovava a Napoli) e lo invitò all'università di Firenze perché vi tenesse delle lezioni di greco antico (sembra sia il primo insegnamento ufficiale in Europa) e perché traducesse in prosa latina l’Iliade e l’Odissea.

Dopo un periodo di ritiro a Certaldo, in cui si dedicò ad opere erudite in latino e ad un’opera di stampo un po’ misogino, il Corbaccio, dal 1365 collaborò di nuovo con la Repubblica fiorentina e soprattutto al rientro del papa a Roma da Avignone. A livello letterario curò un suo codice autografo del Decameron (1370) e un’edizione completa delle opere di Dante, cui premette un Trattatello in laude di Dante, abbozzato nel 1351. L’ultimo dono che fece al Comune fiorentino fu tenere delle letture pubbliche, nella Chiesa Santo Spirito in Badia, della Commedia: ma l’obesità e la scabbia lo costrinsero a interrompersi al canto XVII dell’Inferno. Morirà pochi mesi dopo.

La fortuna di Boccaccio non è stata costante nei secoli, tutt’altro. Se come si diceva subito non fu compreso e poi con Bembo fu preso a modello, è pur vero che quasi contemporaneamente in Europa ma soprattutto in Italia divagò la Controriforma, che censurò il Decameron linguisticamente e tematicamente. In particolare furono due le edizioni gravemente manomesse, quella del 1573 e quella del 1582 dell’editore Giunti. Anche il Barocco, rifiutando il classicismo, rifiutò l’opera boccacciana. Nel Settecento i pareri furono discordanti (Parini non lo apprezzò ad esempio), mentre nell’Ottocento Foscolo scrisse un appassionato Discorso storico sul testo del Decameron (1825), individuando nell’autore il preveggente della crisi addirittura del Rinascimento. Una visione diversa invece, più vitalistica e, a ragion veduta, “boccaccesca”, hanno Pirandello e Pasolini nel loro riprendere il poeta rispettivamente nelle Novelle per un anno, nel teatro e nei romanzi (la critica giudica Pirandello il più geniale continuatore di Boccaccio) e nel film Decameron del 1971.

Franco Citti interpreta ser Ciappelletto da Prato in una scena de Il Decameron di Pasolini (1971)
Fotogramma catturato da Gawain78

Fonti

“La scrittura e l’interpretazione” di Luperini, Cataldi, Marchiani, Marchese; Palermo, 2011.

Treccani, Enciclopedia online

"I Classici Ricciardi" di Natalino Sapegno, 1952