Piccole Donne Carolina Capria Louis May Alcott

Le parole che aiutano a crescere, secondo Louisa May Alcott e Carolina Capria

Per parlare del mondo di Piccole Donne bisogna partire da Piccole Donne.

Il romanzo di formazione per ragazze più famoso che esista.

Scrivo 'per ragazze' mio malgrado, perché è un classico e i classici non dovrebbero essere letti da ragazzi o ragazze. Dovrebbero essere letti da tutti.

Nel caso di Piccole Donne il discrimine è forse dato dal suo essere un romanzo che parla di quattro sorelle che vivono a Concorde, Stati Uniti, durante la guerra di secessione.

La guerra è l'espediente che serve per giustificare l'assenza del padre e fare emergere i caratteri di quattro sorelle adolescenti di età diverse.

Quattro caratteri peculiari.

E di donne è piena la storia, perché tutto ruota, per una volta, intorno a loro, alla signora March, la mamma, ad Hanna, la fedele governante, e in un certo senso anche al personaggio di Zia March, la donna eccentrica.

Sì, ci sono il signor Lawrence e Laurie, e il signor Brooke che servono a raccontare il rapporto con il mondo di fuori e con l'altro sesso.

Ma in effetti queste donne potrebbero benissimo fare a meno delle appendici maschili. Gli uomini mostrano esclusivamente il privilegio dato appunto dal loro essere uomini in un mondo che vede le donne in un'unica funzione: sposate o angeli del focolare.

Il bello di Piccole Donne è che queste ragazze hanno delle vite che si reggono anche da sole. Non sono ancora nell'età in cui devono per forza accasarsi e sono libere di essere quel che vogliono nella casa in cui vivono grazie anche all'educazione che hanno ricevuto.

Quando noi donne del ventesimo e ventunesimo secolo abbiamo letto Piccole Donne non ci siamo rese conto che queste ragazze vivevano in un mondo dove le donne erano delle appendici. Erano nostre sorelle, nostre pari.

Forse per questo ha molto senso il libro di Carolina Capria, Nel mondo di Piccole donne, che oltre a spiegare alle ragazze del 2020 perché fa bene leggere un classico mai invecchiato, spiega anche a noi ex ragazze come mai non ci siamo rese conto della sua modernità e del motivo per cui quando lo rileggiamo non ci sembra parlare del passato, ma di nostre contemporanee.

Carolina ragiona per parole chiave.

Prende le protagoniste e il protagonista e le descrive partendo dal loro aspetto fisico usando le parole di Louisa May Alcott e alcune delle loro peculiarità.

Non dà mai un'accezione negativa a queste caratteristiche.

Stiamo parlando di personaggi che sono raccontati a tutto tondo, quindi hanno pregi e difetti.

Anche quel che potrebbe sembrare un difetto insormontabile viene sviscerato, spiegato, analizzato senza un giudizio, ma mostrando come quello che sembra un difetto può trasformarsi in una possibilità per migliorare.

Anche la rabbia e l'invidia in questa narrazione vengono elaborate e trasformate in momenti di riflessione, e mai negate.

Perché tutte abbiamo provato invidia, anche se non ci piaceva, e tutte siamo state arrabbiate.

La cosa importante è capire cosa fare poi con quell'invidia che non ci piaceva e come elaborare la rabbia.

Un'altra peculiarità del lavoro di Carolina sui personaggi è che riesce a farceli amare tutti, anche se per tutta la vita abbiamo avuto la nostra sorella preferita e quella che avremmo volentieri preso a ceffoni.

Viene rispettata ogni individualità, perché non c'è un unico modo di essere donne realizzate, per Louisa May Alcott. Ogni scelta fatta consapevolmente per lei ha una dignità.

E queste piccole donne, presto o tardi, faranno le loro scelte consapevoli.

Anche se a noi non piacciono o non le riconosciamo come nostre.

Non a caso una delle parole chiave indicata nel libro è sorellanza. Quella cosa che ti permette di sentire vicine anche persone che non hanno le tue stesse ambizioni o i tuoi stessi gusti, ma su cui puoi contare nei momenti più difficili.

Carolina ne ha anche per Laurie, che è il classico maschio bianco etero ricco, il più privilegiato di tutti, insomma.

Laurie non percepisce il suo privilegio perché nessuno glielo ha mai messo con evidenza sotto il naso.

Imparerà molto anche lui da questa famiglia così anticonformista, come dovrebbe fare qualunque maschio bianco etero privilegiato a cui non hanno mai fatto leggere Piccole Donne perché è un libro da donne.

Se posso dare un consiglio, regalate Piccole Donne corredato dal libro di Carolina a chiunque, inclusi gli uomini che conoscete.

Cominciamo a sfatare il mito che non sia una lettura da uomini, facciamolo diventare un classico per tutti come dovrebbe essere in un mondo dove i libri non vengono scelti in base al genere ma in base a quanto possono insegnare al singolo individuo, uomo, donna, intersex e tutto quello che vogliamo per essere il più inclusivi possibile.

piccole donne Capria
La copertina del volume di Carolina Capria, Nel mondo di Piccole donne, con illustrazioni di Elisa Macellari, pubblicato da De Agostini

Si ringrazia De Agostini per le illustrazioni di Elisa Macellari che potrete ritrovare all'interno del libro di Carolina Capria, Nel mondo di Piccole donne.


Gli incubi di Shirley Jackson: la riscoperta della regina del gotico americano

GLI INCUBI DI SHIRLEY JACKSON:

La riscoperta della regina del gotico americano

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Nel 1980, in esergo al suo romanzo L'incendiaria, Stephen King pose la seguente dedica: In ricordo di Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce. In questo modo il maestro dell'horror statunitense intendeva rendere omaggio a una grande autrice, da molti ritenuta l'iniziatrice del gotico a stelle e strisce. Autrice che, fino a pochi anni fa, in Italia era praticamente sconosciuta: quasi nulla della sua produzione era pervenuto nel nostro Paese, a parte le traduzioni di due suoi romanzi apparse fugacemente tra gli anni '80 e i '90; per amor di cronaca è opportuno citare il film del 1999 Haunting- Presenze, che all'epoca della sua uscita riscosse un certo successo: pur dichiaratamente ispirato a una delle sue opere più famose, esso non rispecchia alcunché della poetica della Jackson, che i lettori italiani hanno potuto conoscere davvero solo in tempi recenti.

La casa editrice Adelphi ha infatti intrapreso la pubblicazione sistematica dei suoi testi proprio a partire da L'incubo di Hill House (già pubblicato da SIAD nel 1979 come La casa degli invasati), dal quale era stato tratto il lungometraggio; successivamente sono stati rilasciati anche Abbiamo sempre vissuto nel castello (edito nel 1990 da Mondadori col titolo Così dolce, così innocente), Lizzie (apparso nelle nostre librerie nel 2014, a sessant'anni dalla prima uscita americana) e diverse raccolte di racconti brevi.

La ribalta italiana di Shirley Jackson va inquadrata nel contesto di una generale riscoperta dell'autrice: in America, dove la sua fama non è mai venuta meno, di recente sono stati pubblicati ben tre volumi di racconti rimasti finora inediti e curati dal figlio Laurence, l'ultimo dei quali, La luna di miele della signora Smith, sarà nelle nostre librerie in autunno, sempre per Adelphi; nel 2018 sono stati inoltre prodotti una serie (The Haunting) e un film (Mistero a castello Blackwood) tratti dalle sue opere, mentre da qualche settimana è disponibile sulle piattaforme streaming Shirley, un gustoso film a metà tra biopic e thriller che vede Elizabeth Moss nei panni della scrittrice.

A quasi sessant'anni dalla sua morte, dunque, Shirley Jackson sta raggiungendo l'apice della sua fama; stupisce peraltro la velocità con la quale le sue opere hanno cominciato a trascendere la dimensione letteraria per invadere altri media. Le ragioni di questo tardivo (ma meritato) successo sono molteplici: tra di esse c'è di certo il rinnovato interesse per il genere gotico/horror, che in questi anni sta vivendo una peculiare e multimediale evoluzione. Tuttavia sarebbe riduttivo ricondurre l'intera poetica di Shirley Jackson a un solo genere: le sue opere sono veri e propri capolavori d'ingegno, accessibili a qualunque lettore per via della prosa accattivante e scorrevole ma al tempo stesso dotati di estrema profondità, che li rende complessi al pari della personalità dell'autrice.

La biografia della Jackson è in tal senso paradigmatica: nata nel 1916 a San Francisco, Shirley soffrì sin da piccola del mancato amore di sua madre, che non perse mai occasione di sopprimere i suoi sogni e la sua personalità; dopo un'adolescenza trascorsa tra emarginazione e bullismo, sposò Stanley Hyman, che a sua volta la sottopose a continue infedeltà. Bisogna poi considerare il non facile periodo storico in cui ella visse, nel quale al finto benessere ostentato dalla società americana faceva da contrappunto il terrore per l'imminenza di una guerra: tutti questi drammi portarono la sua psiche a frequenti cedimenti, improvvise crisi di nervi e lunghi periodi di depressione. La donna riversò il patimento per la propria vita nella scrittura, per la quale aveva dimostrato una precoce inclinazione: nel corso della sua breve vita (morì a soli quarantotto anni) produsse sei romanzi e un'enorme quantità di racconti brevi, saggi e memoriali.

Shirley Jackson
Nel racconto che le guadagnò l'attenzione del pubblico, The Lottery, Shirley Jackson aveva in mente luoghi come North Bennington. Foto Flickr di Mark Barry, CC BY 2.0

Sarebbe fin troppo facile attribuire l'efficacia delle opere di Shirley Jackson alla sua travagliata vicenda umana, sebbene ciò risponda al vero: in effetti si può affermare che in questo caso l'autrice e la sua opera siano assolutamente inscindibili. L'ansia sociale, la paranoia, la divisione della personalità, i complessi familiari non risolti e la costante sensazione di pericolo sono di casa nelle sue storie, resi con una capacità descrittiva incredibilmente efficace; eppure non è solo questo a renderla unica.

Elisabeth Moss e Odessa Young (Rose Nemser/Paula) nel film Shirley. Foto Courtesy NEON

Il mondo in cui si svolgono i racconti della Jackson è instabile e insicuro; forze oscure tessono i fili delle angosce dei protagonisti, ma a dispetto di quanto ci si potrebbe aspettare esse non si palesano mai direttamente agli occhi del lettore: al massimo le si potrà percepire in minimi segnali - porte che sbattono, ombre dietro un angolo, ricordi remoti di un delitto - i quali non diventeranno mai lampanti; al termine della lettura la domanda che ci si pone può essere una soltanto: quella che abbiamo finito di leggere è davvero una storia dell'orrore, o siamo stati tratti in inganno dalle nostre stesse paure? La Jackson è stata tra le prime a intuire che non ci può essere orrore che tenga di fronte alla capacità della mente umana di interpretare le proprie paure e dar loro un volto; è inutile dare in pasto al lettore demoni, fantasmi e jumpscare: è invece molto meglio orchestrare sottili ed eleganti inganni che lo porteranno inevitabilmente a scontrarsi con sé stesso.

A questo punto non sorprende che queste storie stiano conoscendo apprezzamento e diffusione nel periodo che stiamo vivendo, in cui ciascuno di noi è nel suo piccolo una Shirley Jackson: oggi siamo chiamati di continuo a incontrarci e scontrarci con la nostra parte più oscura, a guardare in faccia le nostre paure e a trovare da soli il modo di combatterle e/o esorcizzarle; tutti, a diversi livelli, temiamo di non essere all'altezza dell'altro, della società, di ciò che ci riserva il futuro: questo è ciò che prende forma nelle pagine dell'autrice americana, adatte a qualsiasi palato.

Shirley Jackson
Michael Stuhlbarg (Stanley Edgar Hyman) ed Elisabeth Moss nel film Shirley. Foto Courtesy NEON

La Rivoluzione delle donne giacobine: le Nocturnales di Beatrice Da Vela

Il notturlabio è uno strumento che serve per la misurazione degli astri, un corrispettivo dell'astrolabio.

Dal notturlabio Beatrice Da Vela prende il titolo per il suo Nocturnales (Triskell Edizioni), la storia di quattro donne giacobine rimaste a portare avanti la memoria della rivoluzione terminata nel Termidoro 1794, con la morte di Robespierre e dei suoi ultimi sostenitori.

Notturlabio francese del Seicento, presso lo Oxford University Museum of the History of Science. Foto Flickr di takomabibelot, CC BY 2.0

Le Nocturnales sono Eléonore, Babette, Henriette: donne che credono nella rivoluzione e nei loro uomini e costrette a fare i conti con la fine dell'ideale giacobino quando tutto finisce.

A loro si aggiunge Charlotte, sorella di Robespierre, che degli avvenimenti è una vittima: non le interessa la politica, vorrebbe forse una vita normale, ma il suo cognome la costringe a prendersene carico.

Siamo in presenza di un romanzo storico, preciso nel suo racconto, puntuale nelle descrizioni e nella ricerca delle fonti, dove ha potuto trovarle perché sulle donne della Rivoluzione Francese c'è stata una rimozione lunga duecento anni.

Ma siamo soprattutto in presenza di una storia femminista.

E non è un modo di dire.

All'inizio vediamo quattro donne rimaste sole dopo la morte o la carcerazione dei loro uomini: donne che resistono alla prigione con tutti i mezzi a loro disposizione, nel caso di Charlotte anche cedendo a un ricatto. O con un matrimonio che restituisce moralità, nel caso di Henriette.

Nocturnales Le ultime giacobine Beatrice Da Vela
La copertina di Nocturnales - Le ultime giacobine, di Beatrice Da Vela. Foto di Giuliana Dea

Eppure queste donne sole hanno qualcosa che le accomuna, volenti o meno: hanno condiviso l'ideale di un mondo più equo ereditato dai loro uomini e possono ancora contare sull'aiuto reciproco.

C'è un grandissimo balzo in avanti nella coscienza di queste quattro donne, evidente anche nel racconto. Finché sono costrette a misurare le parole come si conviene ai veri rivoluzionari sono soggetti passivi delle loro vite. Tutto ruota intorno alle grandissime personalità, destinate anche alla memoria nei libri di storia, di Robespierre, Saint-Just, Le Bas.

Quando i loro uomini spariscono dall'orizzonte devono sopravvivere da sole.

E ci riescono, con l'aiuto reciproco. Non sono più gli uomini i protagonisti delle loro vite, ma le loro scelte.

Henriette - l'amante di Saint-Just - sceglie il male minore, un matrimonio senza amore che però le permette di tornare là dove può essere circondata dalle sue simili: la Parigi della rivoluzione, anche se la rivoluzione non è più. Ma è pur sempre il luogo dove succedono le cose e dove può essere sé stessa, almeno fuori dalla casa coniugale.

Babette, giovane vedova con un figlio, scopre di poter amare ancora e di non doversi rintanare dietro uno status di eterna vedovanza.

Charlotte, per chi scrive il personaggio più sfortunato, riesce a lasciarsi dietro le convezioni che la tenevano imprigionata, comprende che l'amore può anche non avere una certificazione ufficiale e riesce a riconciliarsi con la compagna del fratello e con Maxime stesso cominciando a tenere traccia scritta dei suoi ricordi.

Eléonore, la più difficile da decifrare, resta per molto tempo legata alla sua ossessione per Robespierre. Ne esce prima del baratro, e a salvarla sarà di nuovo una donna, Marianne, l'unico personaggio inventato pur se costruito su basi reali (è un miscuglio di caratteri).

Alla fine del romanzo queste quattro donne non avranno più bisogno degli uomini per esistere come individui. Non vivranno più in funzione dei loro compagni e fratelli.

Da soggetti passivi diventeranno soggetti attivi.

E prenderanno la decisione di tramandare il ricordo della Rivoluzione a chi verrà dopo di loro.

Siamo davanti a un romanzo storico che racconta delle donne di una modernità sconcertante, che potrebbero essere nostre contemporanee e che probabilmente vorremmo avere accanto molto più dei loro compagni nei momenti di difficoltà.

Se non è femminismo questo tipo di sorellanza, chi scrive non ha capito nulla del femminismo.

Nocturnales
La copertina del romanzo storico Nocturnales - Le ultime giacobine, di Beatrice Da Vela, pubblicato da Triskell Edizioni

Almarina Valeria Parrella

Almarina, un'esperienza quasi onirica

Ho letto Almarina di Valeria Parrella senza aver volutamente letto recensioni e neppure la trama, perché volevo scoprire da sola cosa si nascondesse dietro l'elegante copertina Einaudi.

Ho trovato un libro che mi ha affascinato fin dalla prima pagina per la scrittura densa e immaginifica. Almarina è la storia del rapporto tra la protagonista, Elisabetta, una docente di matematica nel carcere minorile di Nisida, e una giovane detenuta di origine rom, Almarina. Elisabetta, la cui vita personale è stata sconvolta dalla perdita del marito e dal rimpianto di una maternità mancata, dà tutta se stessa al suo lavoro e soprattutto alle e ai giovani del carcere, facendosi assorbire dalla trappola del lavoro-missione. La sua storia, come al centro del romanzo fa presente il direttore del carcere, potrebbe essere quella di tante persone che entrano in contatto con la realtà carceraria e che a un certo punto si convincono di poter salvare che è dentro, offrendo una vita diversa e forse una strada di redenzione. Ma Elisabetta ha una resistenza e una tenacia che la rendono eccezionale: la forza del legame materno e viscerale che la lega sempre di più ad Almarina la porteranno a perseguire, come in una favola, il suo obiettivo di redenzione e liberazione.

Ma liberazione di chi? Perché in questo racconto, forse quella più libera è Almarina, che trova un suo spazio di autonomia proprio all'interno del carcere, lontana da un passato doloroso, da una vita di privazione e di stenti, da un padre violento. E forse è questo che attira Elisabetta sopra ogni altra cosa, la prospettiva di trovare un senso anche alla propria libertà attraverso il rapporto con la giovane.

Non è un caso che le protagoniste siano entrambe donne, perché c'è un altro politico filo rosso che percorre questo romanzo di sommesso impegno civile, quello del rapporto di sorellanza, che anche fra generazioni e classi diverse, lega le donne, poiché, anche se con diversi gradi di coscienza, patiscono la medesima oppressione da parte della società.

Il romanzo, però, pur scrivendo una storia tanto plausibile da sembrare ordinaria, racconta le vicende con una scrittura che produce immagini e sogni, proprio come un racconto sospeso nel tempo del "c'era una volta". Lo stile è proprio il punto di forza che fa dell'esperienza delle protagoniste, documentata quasi quanto un reportage giornalistico (Valeria Parrella inserisce persino stralci di composizioni scritte da giovani detenuti durante un laboratorio che lei ha tenuto in carcere), una storia che parla di tutte e tutti.

Almarina è una lettura densa, ma allo stesso tempo tanto affascinante che si legge in un fiato perché è quasi impossibile non rimanere incantate/i dalla sinergia tra storia e stile.

La copertina del romanzo Almarina, di Valeria Parrella, pubblicato da Giulio Einaudi Editore (2019) nella collana Supercoralli

Almarina di Valeria Parrella è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.


Tutto chiede salvezza: delicatezza per una storia complessa

Uno dei più acclamati fra i dodici candidati al Premio Strega 2020 è il secondo romanzo di Daniele Mencarelli, Tutto chiede salvezza, uscito per Mondadori il 25 febbraio 2020.

Il libro tratta con tatto ed efficacia un tema delicato e quanto mai complesso, quello della malattia mentale: si tratta, infatti, della cronaca, giorno per giorno, dei sette giorni del TSO a cui viene sottoposto il protagonista (nella finzione, omonimo dell’autore), un ventenne che soffre di depressione e attacchi di rabbia. Ed è proprio dopo un’esternazione particolarmente violenta e devastante di questa rabbia che il giovane è costretto ad un trattamento sanitario obbligatorio, in una caldissima settimana dell’estate 1994, nei giorni d’esordio dei mondiali di calcio in USA.

L’autore non è nuovo a questo tipo di tema. Nel suo primo romanzo, La casa degli sguardi, Mencarelli ci raccontava di un altro giovane (ancora una volta Daniele), affetto da depressione, e del suo tentativo di dare un senso alla propria vita. Entrambi gli omonimi protagonisti hanno a che fare con la poesia. Quello de La casa degli sguardi il poeta lo fa di professione, mentre il Daniele di Tutto chiede salvezza scrive poesia nel tempo libero, condividendola solo con sua madre, e, nel piccolo frangente costituito dal suo TSO, ad un certo punto, anche con i compagni di reparto.

Non è un caso che Daniele Mencarelli, prima ancora che romanziere, sia un poeta. È forse proprio la poesia a conferirgli il tatto e la delicatezza con cui raccontare storie tanto dolorose e spesso controverse, se si pensa ai pregiudizi e alle idee distorte che sono ancora drammaticamente diffuse riguardo i problemi di salute mentale.

La trama è estremamente semplice, leggiamo il resoconto giornaliero del TSO, fatto in prima persona dal protagonista. I personaggi, che conosciamo attraverso il filtro della percezione di Daniele, sono molto ben delineati. I “compagni di prigionia” (per quanto totalmente improprio sia il termine prigionia) sono esempi della varietà di ragioni per cui si può finire in un ospedale psichiatrico.

I compagni più vicini a Daniele sono due: Gianluca, un giovane uomo con disturbo bipolare, costretto ad un TSO da un episodio di depressione maggiore, e la cui madre bigotta collega il problema psichiatrico del figlio alla sua omosessualità; e Giorgio, un gigantesco e muscoloso trentenne, vittima del proprio autolesionismo e di violentissimi attacchi di rabbia, in seguito al trauma della perdita della madre, che non poté vedere un’ultima volta, dopo la morte improvvisa, quando lui era solo un bambino.

Sebbene queste siano le personalità più definite e approfondite (perché più vicine al protagonista), le storie degli altri pazienti risultano altrettanto ben delineate. Abbiamo Mario, un maestro in pensione, apparentemente “normale” nel presente, ma vittima di un passato atroce, Alessandro, affetto da catatonia, e “Madonnina”, un ragazzo, ormai incapace di rispondere di sé, che ripete la straziante preghiera “Maria ho perso l'anima, aiutami Madonnina mia”.

Ma non sono questi gli unici personaggi della storia. Uno dei meriti di Mencarelli è quello di aver saputo ricostruire un intero microcosmo, che include pazienti, medici e infermieri. Abbiamo infermieri anestetizzati dall’abitudine di un lavoro così aspro, altri infermieri, invece, ben più capaci di stabilire un rapporto empatico con i pazienti. Poi abbiamo i medici, alcuni più distaccati, altri più attenti. Non ci troviamo di fronte a una realtà dalle tinte necessariamente chiarissime. Non ci sono pazienti buoni e medici cattivi, né medici buoni e pazienti cattivi. Ci sono esseri umani con storie diverse. Esseri umani che, come da titolo, chiedono salvezza, apertamente (come Daniele) o in silenzio, quasi nascondendolo (come Mario, o perfino Alessandro). Esseri umani capaci di sentire la vita con più o meno forza, capaci di percepire tanto o poco, troppo o niente. Capaci o incapaci di curare o curarsi.

Va detto: in questo romanzo non succede moltissimo. Sono pochi gli episodi veramente drammatici, che contribuiscono al dipanarsi della trama. Eppure sono lì, e mantengono la propria forza, senza sconfinare in eccessi o drammi irreversibili. Questa diffusa semplicità (nella trama, negli episodi salienti) si ritrova nei dialoghi – un po’ in italiano, un po’ in romanesco – e nella lingua della narrazione, che è asciuttissima, essenziale, quasi non letteraria. Non so dire se è questo tratto a farmi apparire il romanzo, nel suo complesso, poco incisivo. Qualcosa manca, qualcosa sfugge. Se, da un lato, questa delicatezza (e torno a ripetere questo termine, quasi fino alla nausea) è sicuramente meritevole di elogio, dall’altro è come se stemperasse la letterarietà e la forza del romanzo.

È, comunque, in sostanza, una prova letteraria interessante, quella di Mencarelli con Tutto chiede salvezza. È tempo che si scriva di più (e bene) anche in Italia – perché in altri paesi, già lo si fa di più e da più tempo – su temi di questo tipo, e Daniele Mencarelli sembra aver trovato il suo personale ed efficace linguaggio per farlo.

 

tutto chiede salvezza Daniele Mencarelli
La copertina del romanzo Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli, pubblicato da Mondadori

 

Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.  


L'ascesa del campione Francesco Battaglia

L'ascesa del campione di Francesco Battaglia, la fantasia è l'epica moderna.

Nel campo del fantastico l'Italia sta vivendo un vero rinascimento, anche per svincolare l'editoria attuale dal monopolio commerciale dell'emisfero anglosassone. Per questa ragione ClassiCult è orgogliosa di presentare un testo che si contraddistingue all'interno del panorama Sword & Sorcery, perché prende il meglio della tradizione classica e la innova con classe e verve, usando schemi più anticonvenzionali. Parlo del breve romanzo L'ascesa del Campione del giovane Francesco Battaglia, pubblicato nella collana Heroic Fantasy Italia da Delos Digital.

Battaglia - nome che è tutto un programma - ci catapulta nel mondo delle storie di Nigmàr, universo narrativo creato da lui stesso. Una trama classica che si erge su fondamenta atipiche, Bront è uno gnomo e deve lottare ardentemente per conquistarsi la carica (celebrativa, simbolica e di potere) di Campione e per spodestare l'attuale campione, Grost il Perfetto, conosciuto meglio come il vero tiranno della comunità gnomica.

Gli gnomi sono certamente tra le creature più usate nella novellistica fantastica, dai tales delle fantasticherie britanniche ai romanzi protofantasy ottocenteschi, per passare al ciclo di Dragonlance e affini. Ma gli gnomi citati sono creature rubiconde, dedite ai lavori manuali e alle canzoni, allo stretto rapporto osmotico con la natura e gli istinti; non sono creature bellicose, anzi sono molto timide e appartate.

Non nel mondo di Nigmàr di Francesco Battaglia, che manipola i tropi del fantastico e li edulcora con provata maestria, con l'ossatura del mito ellenico e romano. I paesaggi descritti, le sezioni dedicate ai combattimenti, infatti, sono un bel esempio di come scorci virgiliani e tolkieniani possano convivere; ma non per questo mancano l'irruenza e la testardaggine di eroi monolitici come La leggenda di Druss di David Gemmell, o altri di cimmera memoria come Conan di Robert E. Howard.

Siamo di fronte a un mix molto ben dosato di vicende avventurose, scontri epici e analisi psicologiche. Ho molto apprezzato l'intelaiatura psicologica dei personaggi di Francesco Battaglia, il quale non cade nel tranello del fantasy di serie B ma è grado di proiettare profondità in tutti i suoi attori narrativi, che non sono semplici ammassi di carne condannati alla mattanza. Seppur la trama sia abbastanza prevedibile, effetto ovviamente voluto dall'autore poiché ripercorre schemi archetipi già convalidati, l'ascesa dello gnomo Gront è ben architettata e compensa il finale telefonato con colpi di scena interni. Del resto trovo molto più interessante proporvi questa ricca chiacchierata con l'autore che si è evoluta in un vero approfondimento culturale che sottolinea le correnti telluriche del fantasy, non mera evasione ma indagine speculativa, antropologica e storica con il medium dell'immaginazione.

Francesco Battaglia

Il tuo romanzo breve, L'ascesa del campione, è  figlio  del fantasy classico,  ma allo stesso tempo è completamente innovativo perché va a ribaltare gli stilemi di un immaginario collettivo ben consolidato. Insomma, non mi aspettavo minimamente di trovare uno gnomo così combattivo, figlio diretto di la leggenda di Druss di Gemmell. Sono abituato a placide creature dalla fantasia cangiante o appassionate di artigianato! Parlaci di questa genesi atipica.

A costo di essere impopolare, credo che certe cose sia meglio dirle subito. Per me, il fantasy è Tolkien, e qualunque altra produzione dovrà giocoforza confrontarsi con lui, sia questo confronto pacifico o meno. Tolkien è stato il padre e tutti noialtri siamo i figli, nanerottoli dai piedi pelosi sulle spalle del gigante.

Personalmente, sia nella vita che nella scrittura, non sono mai stato un “figlio ribelle”. Con “papà Tolkien” ho sempre avuto un rapporto di ammirazione e rispetto affettuoso; non mi sono mai vergognato di dire in pubblico che gli voglio bene. Con il tempo ho esteso questo sentimento anche ai classici che ho avuto il piacere e l’onore di proporre a scuola.

Ma rispettare la tradizione – è bene ricordarlo – non significa lasciarsi soffocare dal suo abbraccio. Un figlio, per crescere, deve imparare a rapportarsi adeguatamente con i patres. Sapersi avvicinare e distaccarsene con uguale serenità. Dei classici, come i genitori, bisogna capire i tempi, le scelte e anche gli sbagli. Sono radice e lezione necessaria per ogni figlio che va in cerca della propria strada.

Il mio fantasy, in definitiva, insegue questa cerca e la traduce in un atto d’amore e sfida alla letteratura già fatta, già celebrata. Se la ribalta, non lo fa per sconfiggerla – quello è il desiderio degli adolescenti – ma per rinnovarla, cogliendola attraverso nuove angolazioni, sfaccettature e prospettive.

Il mondo di Nigmàr è il punto di raccordo di questo processo. Innovativo ma classico, culturale ma innato, è un crocevia di strade, mondi e modelli importanti. Da un lato l’Arcadia idealizzata dai Greci, i pascoli delle Bucoliche, la contea tolkieniana, la nekuya omerica e dantesca, l’apollineo e l’utopia platonica. Dall’altro i boschi tenebrosi e primitivi tipici delle iniziazioni arcaiche, e quell’altro lato della mitologia greca, il più taciuto ma autentico, che trabocca di selvaggio e irrazionale. La Riva arcana, con i suoi fauni (più simili ai satiri, in verità) e streghe, incarna perfettamente questo lato grezzo e dionisiaco che contraddistingue il mito e la fiaba e li rende, nel loro sostrato comune, fratello e sorella.

Lo stesso Bront, lo gnomo protagonista del romanzo, combattivo e tormentato, rivendica la sua autoaffermazione in una riscoperta incessante, dolorosa, di radici e fato personale. Il pastore diventa guerriero, è vero, ma solo per riscoprirsi, alla fine di tutto, pastore di guerrieri e in pace con i suoi patres e i suoi demoni.
L’ascesa del Campione è la storia di una foresta che diventa città, ma anche di una città che ritorna foresta, e in questo ritorno si salva. Lo stesso Bront, a uno sguardo attento, si rivela a sua volta un insospettabile contenitore di suggestioni contraddittorie ma in fondo armoniose in cui convergono il mondo hobbit, nanico, biblico, mitologico, fiabesco, storico e preistorico. Anche umano, poiché profondamente umane sono le forze, le ragioni e i sentimenti che muovono il protagonista. Ma il mondo di Nigmàr non è di questo mondo, non è di questi uomini. Piuttosto, è il mondo verso cui tutti gli uomini potrebbero tendere, io autore per primo, in cerca di rifugio, destino o consolazione. E vi assicuro che qualcuno di loro, in futuro, ci arriverà.

Pur essendo un discendente dello sword and sorcery classicheggiante, il tuo Bront non eredita la "debole" caratterizzazione di alcuni personaggi fantasy del secolo scorso, in particolare del ventennio '60 - '80, con gli imitatori di Conan il Barbaro e con il proliferare del fantastico da tavolino: ovvero i romanzi marchiati Dungeons & Dragons. Ecco, ho apprezzato moltissimo che Bront non è solo un eroe, ma è anche umano (per non dire gnomico), con le sue paure, idiosincrasie e debolezze. Non è nato leggenda ma si autodetermina. E per questo il tuo lavoro è molto più vicino al "mito", alla tradizione poetica scaldica e  perché no, mediterranea. Si lega al concetto antropologico del rito di passaggio, il tuo eroe come i grandi delle ballate poetiche deve superare diverse prove soffrendo realmente. Spiegaci la tua visione del dolore come maestro di vita.

Quando scrivo, cerco sempre di conferire ai miei personaggi una caratterizzazione psicologica profonda e intensa. Mi piace pensare che ogni grande eroe (o anti-eroe) non nasca tale, ma lo diventi passando attraverso tensioni e sentimenti sovraumani. Il dolore è il maestro che manda in pezzi l’equilibrio interno del personaggio (homo fictus) e lo ricrea, producendo in lui fratture insanabili e semi di grandezza.

L’energia primitiva liberata durante questo processo, sintesi ineffabile di tragedia e bellezza, fuoriesce all’esterno e si traduce nell’azione eroica. Proprio per questo ritengo che epica esteriore e psiche interiore non si escludano ma siano l’una il riflesso dell’altra. Le numerose scene oniriche e tribali a cui ricorro spesso evidenziano il groviglio inestricabile tra inconscio e realtà. Ugualmente inestricabili appaiono i concetti di libero arbitrio e destino, con cui non solo ogni eroe, ma ogni uomo deve, prima o poi, fare i conti.

Ascendere a Campione, per Bront, significa spezzare le proprie catene ma anche adempiere al suo fato. Autodistruggersi infinite volte e ricostruirsi altrettante, in una sintesi matura (non priva di ombre) tra Foresta e Città. Sopravvivere a questa iniziazione – quante ne sapevano i Greci! – è farsi exemplum. Un Campione, appunto! Qualcuno che ha vissuto sulla propria pelle l’estremo e ce lo mostra aprendoci un varco, fittizio ma autentico, verso esperienze conoscitive, emotive o di svago altrimenti fuori dalla nostra portata.

Sparsi per il romanzo ci sono altri richiami alla cultura classica, al folklore e ovviamente al fantastico; spesso ho notato un attento studio della materia. Ti piacerebbe dirci quali sono i tuoi modelli  di scrittura e soprattutto gli archetipi narrativi che cerchi di restituire nel racconto?

Per quanto riguarda i classici antichi, attingo a piene mani dall’epica classica, soprattutto quella omerica. Ammiro i sentimenti di grandezza che a distanza di tante epoche riesce ancora a suscitare nei lettori; la visività possente e il linguaggio vibrante, ricco di formule e sentenze definitive, che come un’asta di bronzo ti trafiggono il cuore e ci restano. Attingo a Virgilio, maestro di bellezza nelle Bucoliche, di cui i pascoli di Nigmàr sono un riflesso.

Tra i medievali prediligo Dante, di cui non sono degno di parlare, e il poema Beowulf, che mi conduce a Tolkien. Tra i suoi capolavori, quello che sento più mio è Il Silmarillion, suo “dono postumo”, in cui cosmogonia ed eroismo tragico generano e innervano il Fantasy. Leggo e rileggo i Poemi conviali di Giovanni Pascoli e i Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, straordinarie rivisitazioni oniriche, commosse e spietate del mito. Anche il mio Fantasy è un ritorno alle origini. È scavare oggi i miti di ieri e scoprire se hanno ancora senso.

Se lo studio della parola, l’eroismo narrato e la musicalità possono conquistarci ancora. Perché se è vero che gli archetipi narrativi sapranno sempre chi siamo, è altrettanto vero che sta a noi sfidarli ponendo loro le domande giuste.

Nel caso del Campione, sicuramente ci sono strutture interne tipiche della fiaba e del romanzo di formazione (il pastore che diventa principe, il bosco come luogo di smarrimento e crescita, la strega e il vecchio come figure sapienziali); epiche (l’eroe che compie il suo fato e matura attraverso il dolore e la perdita, attraversamento degli inferi, forgiatura di armi straordinarie, antagonista invincibile) a cui ho aggiunto volutamente, come asse strutturale portante, il tema narrativo della “black-list”, cioè la scalata graduale di Bront attraverso una serie di scontri minori, a difficoltà crescente, che culminano nel duello finale con Grost il Perfetto, che si è nel frattempo caricato di pathos e significati ulteriori. Poiché il rischio maggiore era la prevedibilità, ho utilizzato tale meccanismo liberamente, in maniera plastica e tutt’altro che costrittiva; ho seminato indizi e suggestioni attraverso le scene oniriche e spinto al massimo con una scrittura tagliente, “assoluta” e capace di inchiodare il lettore.

ascesa del campione Battaglia L'ascesa del campione Francesco Battaglia
La copertina del romanzo breve L'ascesa del campione di Francesco Battaglia, pubblicato da Delos Digital nella collana Heroic Fantasy Italia, con copertina di Gino Carosini, illustrazioni interne di Anna Schillirò e Piero Rotelli; a cura di Alessandro Iascy e Giorgio Smojver


Dimenticami Trovami Sognami

Dimenticami, trovami, sognami: la fantascienza riscrive la storia

Nell'editoria indipendente italiana trovo sempre delle realtà bellissime, che investono nei loro progetti con grande passione e professionalità. Una di queste è senza ombra di dubbio Zona42, casa editrice specializzata nella fantascienza (italiana e straniera) e che sta riscuotendo diversi riconoscimenti, come il romanzo di Nicoletta Vallorani, Avrai i miei occhi (candidato al Premio Campiello) e l'imminente trasposizione cinematografica di Real Mars, scritto da Alessandro Vietti.

Un altro titolo italiano è degno di nota e sicuramente riscuoterà l'interesse dei lettori di ClassiCult: parlo di Dimenticami Trovami Sognami, nato dalla giovane penna di Andrea Viscusi.

Il romanzo è una cornucopia di citazioni letterarie e non, un vero viaggio nella fantascienza speculativa ed emotiva, un titolo non semplice da sintetizzare e perciò mi limiterò a segnalarne alcuni aspetti.
Il protagonista è un aspirante astronauta che viene coinvolto in un progetto altamente segreto e a dir poco sperimentale: viaggiare nello spazio con i propri sogni. A quanto pare è possibile, un'equipe di scienziati, psicologi, ingegneri spaziali e astronomi hanno orchestrato un medium che permette alla coscienza umana di superare qualsiasi velocità mai conosciuta e di esplorare i confini dell'universo. Dorian, questo il suo nome, è costretto a lasciare la sua fidanzata, e a sposare un universo di infiniti algoritmi onirici.

Quando si risveglia dalla stasi sono passati dodici anni e non è invecchiato. Gli interrogativi lo distruggono.
Dopo la prima parte, Dimenticami, entriamo nella seconda - a mio parere - la più bella del romanzo, ovvero Trovami. Questa sezione del romanzo è scritta in forma di diario e come un dialogo tra due persone. Il Dottor Novembre, specializzato in sogni, e il suo atipico paziente Mosè Astori. I due non fanno altro che intessere un macro-racconto che va a solleticare l'origine dell'universo, a mettere in dubbio ogni scoperta fisica e razionale. Tutto questo grazie alla retcon. Nella narrativa, “retconizzare” gli eventi è del tutto normale: si tratta di uno strumento dello storytelling (soprattutto ma non esclusivamente televisivo), per cui qualcosa che è avvenuto nel passato viene modificato a posteriori. Serve all'autore per generare diverse idee e di piegare gli eventi precedentemente descritti in altri lavori al punto di giustificare coerentemente le nuove idee.

Da questo assunto Viscusi mette in bocca ai suoi personaggi la postulazione di un universo retconizzante, ovvero che si evolve, distorce, sovrascrive grazie alla retcon. Basta esercitarsi, dominare la retcon per modellare il proprio presente e futuro, al punto che anche il passato viene rimodellato. Tutto quello che succede nel romanzo è probabilmente derivato da un primordiale effetto retconizzante?

Vi invito a leggere il romanzo per scoprirlo. Un meraviglioso tour nella fantascienza delle emozioni e che specula non solo sulla realtà scientifica bensì quella filosofica. Per questa ragione ho letteralmente interrogato Andrea Viscusi in un'intervista che trovo a dir poco interessante.

Dimenticami Trovami Sognami
Foto di Gerd Altmann

Dimenticami Trovami Sognami è un romanzo che deve molto ai suoi antenati letterari, i cui riferimenti sono sparsi in varie citazioni e tributi diretti. La mia domanda verte su una componente visiva: quando lo scrivevi avevi in mente anche qualche film o serie tv ? Visto che ci siamo, mi spiegheresti anche il tuo rapporto con Futurama?

Considera che la prima stesura del romanzo risale al 2013, quindi anche se le serie tv giravano, non c'era l'esplosione di oggi con i canali streaming, per lo più si trattava di prodotti stagionali con episodi settimanali. Penso di poter dire che l'unica che mi abbia colpito in quel periodo sia Lost: al contrario della maggior parte del pubblico, posso dire di aver apprezzato anche l'ultima stagione. Non penso però di poter dire che abbia avuto un'influenza diretta, di sicuro non a livello visivo su quello che ho scritto, così come nessun film in particolare.

Poi in realtà molte opere mi hanno sicuramente condizionato nel profondo e qualcosa di queste si ritrova nel mio romanzo, ma è un effetto quasi involontario, di cui io non mi ero nemmeno accorto, e che ho notato quando mi è stato segnalato dai lettori. Penso ad esempio a Eternal Sunshine of the Spotless Mind oppure La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo (da cui è stato tratto anche un film, ma trascurabile).

Riguardo Futurama, semplicemente credo che sia il miglior connubio tra la (buona) fantascienza e l'umorismo: è come se Douglas Adams non fosse morto a cinquant'anni e avesse continuato a scrivere. Pur sfruttando tutti i cliché del genere, Futurama è riuscita a reinterpretarli in modo credibile e coinvolgente, a sviluppare archi narrativi epici, e dare vita a personaggi coerenti. L'unico paragone possibile è con l'opera di Terry Pratchett, ma ci si sposta nel fantasy. Nella fantascienza non ci sono altri esempi dello stesso livello. Ok, Rick & Morty ci arriva vicino, ma non ha quel senso di leggerezza e ingenuità che ti fanno godere di ogni episodio, sembra sempre che voglia dimostrarti quanto sa essere più furbo di te.

Sarei curioso di capire quale tipo di documentazione scientifica hai usato per pennellare le teorie a matrice retcon. In sintesi, ti sei basato solo sulla tua immaginazione o hai attinto da qualche fonte particolare (esclusa la narrativa sopracitata)?

Risposta deludente, ma in effetti non ho attinto a nessuna documentazione per quella idea. È stato un puro esercizio di speculazione teorica, il what if più estremo possibile. Lo spunto è sicuramente arrivato da letture come quelle che cito nel libro, ma ho voluto spingerlo al massimo. Non ho sentito la necessità di integrare con teorie scientifiche anche perché sostanzialmente siamo nel campo della metafisica, in cui ricerca vera non esiste.

Romanzo tripartito e ogni sezione presenta dei pregi ammirevoli, ho apprezzato meno la prima parte a causa dell'alternanza dei capitoli presente/passato. C'è qualcosa del tuo lavoro che oggi - dopo la pubblicazione - modificheresti?

Da quando ho scritto questo libro ho scritto molto altro e soprattutto studiato scrittura e progettazione delle storie. Quindi ne farei sicuramente una scrittura completa per adattarla ai miei nuovi standard. Ma non cambierei la struttura: l'alternanza presente/passato è obbligata, perché ogni sezione del libro mostra questo tipo di contrapposizione: presente/passato – diario/registrazione – sogno/realtà. Questo non è in discussione. Probabilmente rimettendoci mano cercherei di aumentare il conflitto di Dorian nei confronti del Progetto e rafforzerei il legame con Simona. Ma modifiche superficiali, l'essenza della prima parte rimarrebbe quella. Sorry not sorry.

Foto di Darwin Laganzon

Nella seconda parte, Trovami, andiamo a conoscere una sorta di Demiurgo, anzi un uomo che all'inizio sembra un mitomane, un delirante affetto di titanismo egocentrico e narcisistico. Anche se molto simpatico. La mia domanda è: in Trovami andiamo a scontrarci con l'ontologia e la teologia e scopriamo la (plausibile) esistenza di un'intelligenza primeva. Un ente cosmico e infinito, svincolato però da ogni responsabilità etico-morale. Nessuno dei tuoi personaggi ha mai un complesso teodiceo, è come se nel tuo universo Leibniz fosse stato messo a tacere. Forse con la retcon lo hai fatto davvero. Come mai, quindi, nessuno si pone la domanda "che cos'è il bene e il male?"

Quesito interessante, e mi è capitato di rifletterci a posteriori, dopo aver già completato il romanzo. In effetti quando si va a toccare argomenti come l'origine del cosmo siamo sempre portati ad agganciarci al nostro concetto di divinità e pertanto ricollegarci a tutto il carico etico che questo si porta dietro. Ma in Dimenticami Trovami Sognami di tutto questo non c'è traccia, e la ragione è in realtà molto semplice: la retcon è un semplice fenomeno fisico, non ha quindi un intrinseco valore morale. Sarebbe come volersi chiedere se il fatto che l'acqua evapori abbia delle implicazioni etiche.

Bisogna poi considerare che Mosè Astori, che è appunto il punto di accesso alla retcon di tutti i personaggi coinvolti, ha proprio questo atteggiamento scientifico “trial and error” nei confronti del fenomeno. A lui non interessano le conseguenze della sua scoperta, vuole solo capire come funziona questa forza sconosciuta. Gli altri personaggi saranno più tormentati nel loro approccio alla retcon, ma essendo coinvolti a livello personale non hanno l'occasione di porsi questo tipo di domande. Comunque, questo è un aspetto di sicuro interesse e ammetto di averlo preso in considerazione quando ho accarezzato l'idea di un possibile sequel o spin-off.

Mi riaggancio a Leibniz, lui già postulava l'esistenza di infiniti mondi riciclabili, che in divenire auspicano alla miglior esistenza possibile. Anzi, noi ci troviamo già nel migliore dei mondi possibili. Ma la retcon riesce a fare qualcosa di molto intelligente, ovvero annichilire qualsiasi di queste premesse della teodicea, non esistono mondi migliori o peggiori, ma soltanto mondi che si trasformano retroattivamente. Senza nessuna griglia etica o volontà soprannaturale-divina. E quindi, se il verbo ha dato origine alla creazione, possiamo ammettere che la volontà ha dato origine al verbo?

Esatto, il punto è proprio quello: non esistono versioni qualitativamente o moralmente migliori dei vari universi (che poi rimane sempre uno solo), ma soltanto la versione più “recente” che è un prodotto di tutte le volontà. Non c'è nessun intento teleologico in questo processo, e nemmeno una selezione di tipo darwiniano: di nuovo, il paragone migliore è quello con una qualsiasi legge della fisica, che risponde a delle regole ma rimane sempre neutrale rispetto all'osservatore.

Questa però è un'arma a doppio taglio, perché ci mette di fronte alla necessità di confrontarci con quello che crediamo e vogliamo davvero, al di là di cosa ci illudiamo di credere e volere. Il dottor Novembre incarna proprio questo aspetto di indeterminazione, l'incapacità di indirizzare la propria volontà in modo corretto, cosa che invece Astori era riuscito a fare. In questo senso quindi la retcon diventa davvero un modo di affermare una scala di valori, ma solo a livello personale, non a livello macroscopico.

Queste oscure materie, secondo me il capolavoro di Pullman si trova anche nel tuo romanzo. Non è una domanda, ma una discussione!

A dire la verità ho letto Queste oscure materie diversi anni dopo aver scritto Dimenticami Trovami Sognami, quindi ogni affinità è assolutamente involontaria. Ma a posteriori devo ammettere che si possono trovare degli aspetti in comune. Anche se in Dimenticami Trovami Sognami non esiste la stessa teoria del Multiverso che è alla base della serie di Pullman, ci sono delle similitudini nel modo in cui i personaggi scoprono che il mondo in cui vivono non è l'unico possibile e che esiste una forza nascosta che ci può rivelare la Verità. Si potrebbe anche paragonare l'Intelligenza Primeva all'Autorità, un Creatore sconosciuto il cui potere è stato usurpato. Ma Queste oscure materie a sua volta è ispirato al Paradiso perduto di Milton, che si trascina dietro tutta una cosmogonia biblica, quindi alla fine si ritorna lì, all'origine di tutto, al verbo che si è fatto carne, ovvero le storie che sono diventate reali.

Dimenticami Trovami Sognami Andrea Viscusi
Il romanzo Dimenticami Trovami Sognami di Andrea Viscusi, pubblicato da Zona 42 con introduzione di Elvezio Sciallis


Giovanissimi di Alessio Forgione: un vero romanzo italiano

Un evento letterario inusitato del 2019 è stata la pubblicazione da parte di Adelphi, per la seconda volta soltanto nella sua storia editoriale, di un’opera prima, ovverosia del romanzo Benevolenza Cosmica di Fabio Bacà. Inutile dire che le aspettative erano altissime, ragion per cui, di fianco a opinioni entusiastiche che elogiavano la novità, l’originalità e la brillantezza del romanzo, una pacata delusione per l’ardita scelta di Adelphi ha preso piede fra i lettori.

Cosa non andava nel lavoro di Bacà? Semplicemente, sembrava uno strano romanzo scritto in italiano da un autore americano. Mi spiego: com’è stato fatto notare benissimo da altri recensori (cito un’ottima analisi di Vincenzo Politi da Goodreads), Bacà, verosimilmente affascinato dalla ruggente ed estremamente vitale letteratura americana contemporanea, ne ha importato i toni e gli stili, che però deve aver conosciuto solo attraverso delle traduzioni, e li ha impiantati nel contenitore-romanzo italiano. Il risultato è, però, leggermente grottesco, se il nostro autore, pur ispirato dai grandi narratori statunitensi degli ultimi decenni, decide di ambientare la sua storia in una Londra irreale (in cui forse è stato solo da turista?), senza evidentemente conoscere a sufficienza l’inglese, se ad un certo punto il protagonista discute sul darsi del lei o del tu. Un vero peccato, perché l’idea di fondo del romanzo era anche interessante, un po’ distopica alla Carrère.

Ma questo articolo, malgrado il verboso paragrafo iniziale, non è una recensione a Benevolenza Cosmica, e l’opera prima di Bacà ci serviva solo ad introdurre un’importante riflessione sull’editoria nostrana, a cui il tipico romanzo italiano – o all’italiana – non piace più tanto, se per essere pubblicati da Adelphi dobbiamo strizzare l’occhio a David Foster Wallace.

Alessio Forgione

Verrà da chiedersi, allora, che cosa sia un romanzo italiano. Ce lo spiega, o meglio, ce lo ricorda, Alessio Forgione, autore di Giovanissimi, in lizza fra i dodici finalisti per il LXXIV Premio Strega, divenuto noto dopo il successo del suo primo romanzo Napoli Mon Amour.  La storia è semplicissima: ci troviamo davanti a un breve romanzo di (incompiuta) formazione che ha per protagonista un quattordicenne napoletano, ed è ambientato negli anni ’80. Il giovane protagonista non è un prodigio, o un talento, o un genio, né un totale reietto, o un caso perso, o un rifiuto della società. Non è neanche un vero e proprio mediocre, né è un poveraccio. È solo un ragazzino (Marco, detto Marocco per i capelli scuri e ricci) mediamente intelligente ma niente affatto brillante, figlio di un semplice e onesto lavoratore stipendiato e di una donna che lo ha abbandonato quando aveva 9 anni, e dal cui abbandono è rimasto comprensibilmente segnato. Marocco gioca a calcio a livello agonistico, non studia quasi, inizia a spacciare nei bagni della scuola, in principio riluttante ma poi decisamente convinto dal suo migliore amico Lunno (un mezzo ragazzaccio non poi davvero cattivo), e ad un certo punto si innamora dell’angelica e deliziosa Serena, una brava ragazza che per la prima volta lo fa sentire amato.

Insomma, gli ingredienti del romanzo italiano ci sono tutti. Perché a differenza della Francia, dell’Inghilterra, della Russia, i cui romanzi ottocenteschi e del primo novecento hanno fatto la storia della letteratura mondiale, l’Italia, da sempre perlopiù patria di poeti (fatte pochissime eccezioni), ha davvero conosciuto la sua grande stagione del romanzo nel secondo dopoguerra. Il romanzo italiano è un romanzo che parla di poveri, di vinti, di gente normale, spesso un po’ sfortunata (come Marocco, la sua famiglia e i suoi amici), in opposizione ai grandi romanzi americani, pullulanti di self-made men, di rincorse al sogno capitalista (da Gatsby, allo Svedese di Pastorale Americana), o ai romanzi inglesi, dai protagonisti aristocratici e di buona famiglia (da Wilde, alla Woolf, a McEwan).

Alessio Forgione

L’italiano di Forgione è pulitissimo, e, pur nella sua chiarezza così netta e distinta, si sa presentare con convinzione come l’italiano di un quattordicenne. I pensieri del giovane Marocco non sono mai filtrati da una voce autoriale, e l’unico vero “filtro” è necessità del narratore di renderli in un italiano esatto, preciso. Non incontriamo mai la verbosità, talvolta futile, e la ridondanza di dialoghi di certi romanzi italiani contemporanei di grande successo (si pensi alla lunga saga della Ferrante).  La semplicità dello stile di questo romanzo si identifica con la semplicità dei fatti che racconta: la Napoli presentata da Forgione è una Napoli di gente comune, dove la malavita esiste (e non risulta edulcorata), ma la cui descrizione non ruba la scena alla vita semplice dei protagonisti; abbiamo poche azioni, azioni poco memorabili, banali, quotidiane; molti pensieri e riflessioni spontanee, decisamente e meravigliosamente comuni. E un finale brusco, agghiacciante, aperto e allo stesso tempo non aperto, in una sorta di climax che non si sa se ascende o discende.

Chi vincerà il Premio Strega è sempre difficile dirlo con largo anticipo, ma sarebbe innegabilmente bello che quest’anno lo vincesse un vero romanzo italiano.

Giovanissimi di Alessio Forgione
La copertina del romanzo Giovanissimi di Alessio Forgione, pubblicato da NN Editore

Giovanissimi di Alessio Forgione è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Le foto di Alessio Forgione sono state cortesemente fornite dall'Ufficio Stampa NN Editore

Napoli in una foto di Orna Wachman

 


Il colibrì: una promessa mantenuta di Sandro Veronesi

Il colibrì è l'ultimo, ispirato romanzo di Sandro Veronesi. Un romanzo che dalla prima pagina investe il lettore con un qualcosa di inebriante, una promessa che, per voler essere cauti, ci si aspetterebbe di non veder mantenuta. Eppure non accade. Veronesi lancia una promessa e la mantiene, anzi la conferma fino in fondo.

I nomi dei capitoli rappresentano le fasi della vita di Marco Carrera, con le date di riferimento, ma non sono in ordine cronologico. La narrazione inizia, in un certo senso, a metà della vita, con uno sconosciuto che chiude la porta dell'ambulatorio di Marco, oculista quarantenne.

«La membrana che separava il dottor Carrera dal più potente urto emotivo di una vita ricca di altri potenti urti emotivi è caduta. Preghiamo per lui.»

Infatti non è che l'inizio di una nuova prospettiva di vita, e allo stesso tempo un pretesto per riflettere sul passato. Ma chi è Marco Carrera?

Marco è una persona ordinaria, posata, di un buon livello culturale, felice di essersi realizzato nella sua professione e nella famiglia. Una persona la cui ultima aspirazione è ambire alla straordinarietà. Eppure qualcosa di straordinario lo possiede, suo malgrado.
Andando a fondo nei suoi trascorsi, nei suoi pensieri e nei suoi rapporti, non occorre molto per rendersi conto che la vita di Marco Carrera è stata sferzata duramente dall'orrore di molti di dolori, troppi da sopportare per una persona comune.

È un eroe? No, è un colibrì. "Colibrì", il nome affettuoso con cui veniva amorevolmente chiamato da sua madre quando era piccolo, diventa la sintesi della sua esistenza. Marco non è un eroe, è costretto a sopportare perché non ha altra scelta. Ciò che spera di più non avviene, e quanto più non avviene, tanto più vi si attacca con una sorta di tensione romantica verso qualcosa di irraggiungibile.
Ma ciò che è al di fuori di ogni immaginazione lo colpisce, mandando in pezzi la sua placida indole che, nonostante tutto, rimane sempre fedele a se stessa.

«In realtà io sono così, sono sempre stato così, fin da ragazzo: sono cambiato veramente poco. [...] Non c'è mai nulla di nuovo, in me, semmai è questo che mi si può rinfacciare.»

Marco rimane fisso, instancabilmente saldo, mentre ogni cosa attorno a lui cambia e si disgrega, la speranza dell'amore, la famiglia, le amicizie infantili.
Nell'universo caotico in cui vive, Marco non ha punti fermi a cui aggrapparsi se non se stesso. Non ha bisogno di strane manie da accumulatore come il padre, né ha una personalità fragile che necessità di uno psicanalista, come quasi tutte le persone a lui care.

Nessuna stranezza, nessun passo falso, nessuna dipendenza. Tutto ciò potrebbe far pensare che come personaggio rimanga un po' sottotono di fianco ad alcune memorabili figure che lo circondano. Come l'Innominabile, inquietante compagno di disavventure, o Luisa, il suo impossibile e sfuggente amore.
Sembra che Marco rifugga dal compiere gesti plateali come Irene, sua sorella maggiore, e dall'azione in generale. Ironicamente, proprio lui che da oculista si è occupato dello studio dell'occhio, non può che osservare ciò che la vita gli presenta. Almeno nella superficie. Appena sotto lo specchio dell'apparenza, che così pochi vogliono scorgere, vi è lo sforzo di chi, come un colibrì, tenta di stare immobile, che usa tutta la sua energia per stare fermo, per non lasciarsi trascinare dalle ingiustizie del Tempo, per essere lui stesso il punto di riferimento per qualcun altro.

colibrì Sandro Veronesi
Sandro Veronesi nella foto di Marco Delogu

Andando avanti nel romanzo, si può avere l'impressione che la vita di Marco sia presentata come un collage di episodi, qualcuno rilevante, qualcuno trascurabile, in un ordine non cronologico, casuale. In realtà, Veronesi compie una scelta accuratissima e ragionata per dare un valore particolare allo scorrere del tempo. Ciascun capitolo ha una sua precisa collocazione temporale, e ciascuno si presenta le forme più diverse. Ci sono liste, sms, lettere e  dialoghi mai scambiati. Vi sono i lunghi monologhi che lasciano senza fiato - letteralmente senza fiato visto che non hanno punteggiatura - ma che colpiscono con l'immediatezza di un flusso di coscienza.

La natura episodica del romanzo lascia spazio ad un nutrito numero di citazioni letterarie (Vargas Llosa, Philip K. Dick, Beppe Fenoglio, Luigi Pirandello, Samuel Beckett), cinematografiche, musicali senza pur togliere alla narrazione una leggerezza spontanea. Una leggerezza che fa sì che gli eventi raccontati siano nuovi ma familiari, e i personaggi non siano compatiti come vittime o al contrario elevati a eroi.

 

colibrì Sandro Veronesi La nave di Teseo
La copertina del romanzo Il colibrì di Sandro Veronesi, pubblicato da La nave di Teseo

Il colibrì di Sandro Veronesi è candidato alla LXXIV edizione del Premio Strega.

Foto di Domenic Hoffmann

arrivo delle missive Aliya Whiteley

L'arrivo delle missive: fantascienza dell'incanto con Aliya Whiteley

Ogni volta che parlo di bei libri spesso parlo dei titoli di Carbonio Editore, e oggi torniamo alla fantascienza, firmata Aliya Whiteley, con L'arrivo delle missive

Siamo nell'Inghilterra di epoca post-vittoriana, ai tempi del regno di Giorgio V, reduce della Prima Guerra Mondiale. In un piccolo paradiso rurale, tipico “quadretto” della campagna inglese, una storia di atipica distopia prende vita dalla voce della giovanissima protagonista Shirley Fearn. La storia è lentamente costruita sulle pulsioni di Shirley, ragazza testarda, agguerrita e innamoratissima del signor Tiller, e succube di una società patriarcale e conformista.

Un amore sbagliato - data anche la differenza d'età -  , non sempre ricambiato, funge come da motore per mettere in atto le strane vicende che la Whiteley tratteggia con una delicatezza tale da ricordare un romanzo inglese ottocentesco. Il signor Tiller invece è innamorato della giustizia, del senso civico e del dovere morale, ideali che propugna e che porta avanti con una tempra tale da ignorare tutte le altre persone; anzi l'umanità sembra qualcosa da manipolare e controllare per Tiller.

In realtà Tiller nasconde un grande segreto, proprio sotto la sua aurea da inglese perfetto, sulla sua pelle c'è una ferita. Una ferita davvero, davvero unica di cui tutto il paese vocifera. La particolarità dello scritto della Whiteley è di incarnare la bellezza idilliaca dei femen romance e fonderla all'intelligenza riflessiva dei lavori di speculative fiction che ricordano i capolavori di Margaret Atwood.

Assistiamo a un romanzo che unisce la rivalsa femminista, lo spirito di ribellione adolescenziale all'apocalisse fantascientifica e che conferma l'autrice come una delle penne più originali del panorama della letteratura di genere, degna erede anche degli autori cardine della letteratura inglese; i parallelismi a Jane Austen, alle sorelle Brontë o a James Joyce infatti sono d'obbligo perchè la Whiteley è capace di creare una piccola epopea britannica che trascende il realismo e che diventa effige di una fantascienza sobria, intrigante e magnetica.

Autrice da tenere d'occhio, un po' come il personaggio di Shirley che una volta diventata donna non può far altro che prendere le redini del proprio destino e autodeterminarsi.
Tornando a Tiller, apprendiamo che nel suo corpo si nasconde una creatura aliena che gli trasmette il dono della preveggenza ed è in contatto con la signorina Fearn attraverso delle missive. La fantascienza della Whiteley si macchia di weird incantato e non è connotata da una tecnocrazia asfissiante, una vera boccata d'aria fresca in un panorama cristallizzato nei soliti cliché.

arrivo delle missive Aliya Whiteley
Il romanzo L'arrivo delle missive di Aliya Whiteley, pubblicato da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato, nella traduzione di Olimpia Tellero