Buio di Anna Kańtoch, un oscuro realismo magico polacco

Vincitore del premio Żuławski, Buio di Anna Kańtoch, si rivela come una delle perle della letteratura fantastica in Polonia. Non c'è da stupirsi che a portare in Italia questo libro atipico sia Carbonio Editore, eccezionale realtà editoriale ben presente già su Classicult con innumerevoli libri recensiti. Ed è proprio la missione dell'editore, quella di cercare dei testi "outsiders" ma di estremo valore letterario e culturale.

Tradotto con perizia da Francesco Annichiarico, il romanzo è un cosmo bizzarro, un luogo infestato da suggestioni e numerosi rimandi a sentimenti torbidi maledetti.  La storia di una protagonista senza nome prende piede da un sanatorio situato tra le gelide sponde del mar Baltico, dove la donna cerca di curare le sue nevrosi. Ma per sanare i traumi che attanagliano la nostra narratrice senza nome non bastano le sterili cure di una clinica qualsiasi, e forse questa storia del 1935 ha radici ben diverse, e tutte risalgono a Buio, l'atavica residenza di famiglia.

Buio di Anna Kańtoch
La copertina di Buio di Anna Kańtoch, nell'edizione italiana pubblicata da Carbonio Editore (2020) nella collana Cielo Stellato, traduzione di Francesco Annichiarico

La storia si dipana su un'altra linea temporale negli anni '30 della Polonia: questa dilatazione narrativa permette di approfondire la caratura psicologica infusa dalla Kańtoch nel suo romanzo, che permette di donare a vita a un'archeologia del ricordo e all'esegesi della memoria, andiamo così a impantanarci col miasma inquinato dei ricordi rarefatti e dell'infanzia della protagonista.  Tutto risale a Buio, alle dinamiche familiari bislacche, a una bellissima attrice di nome Jadwiga che è una delle numerose amanti del padre, che con il suo fascino esplosivo plasma e modella una nuova femminilità ambigua e onirica nel corpo della protagonista senza nome. Buio è un libro di anti-formazione, una collezione di fotogrammi mnemonici rovinati dal passare del tempo. Tra le fratture, gli interstizi e in quei vacuum psichici risaltano mitologie magiche e maledette e anche la storia di una Polonia che corre verso l'abisso della disillusione totale.

C'è una prosa elegante, perpetrata da intagli evocativi e tetri che invocano le terre del subconscio. Un consultorio spiritista guida la nostra protagonista verso labirinti junghiani, un ritorno al passato permette all'esploratrice del tempo e della memoria di (dis)conoscere la famiglia che tanto aveva reputato perfetta, di confrontarsi con un non-alter ego infantile che non sembra essere ciò che era. Ma la realtà è reale? Con questo dubbio hyper-amletico la Kańtoch ci abbandona nella sua  riflessione e disorienta il lettore in questo limbo magico e stregato.  La Kańtoch calibra e usa molti ingredienti, dal terrore fantascientifico fino ai riti cerimoniali di occulti processi di iniziazione sessuale. Buio è un mix-up di riferimenti e perversioni dell'Io, un classico moderno del fantastico.

8 Febbraio 2020 - Evento organizzato dall’Istituto Polacco di Roma e da Carbonio Editore sulla piattaforma Microsoft Teams
Con la partecipazione di:
Alessandro Mezzena Lona, giornalista e scrittore, dialoga con Anna Kańtoch, collegata da Katowice
Interpretariato dal polacco di Francesco Annicchiarico, traduttore del libro e co-fondatore di Nova Books AgencyModera Bogumiła SerwińskaSaluti di Łukasz Paprotny, direttore dell'Istituto Polacco di Roma, e di Fortunata De Martinis, presidente di Carbonio Editore

Evento: https://www.facebook.com/events/326759625340234/

 

Foresta polacca. Foto di Jarosław Deluga-Góra

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


miele sul coltello romeo çollaku

La dolcezza e la lama: l’ironia della parola

La dolcezza e la lama: l’ironia della parola

Miele sul coltello, romanzo di Romeo Çollaku

miele sul coltello
La copertina del romanzo Miele sul coltello di Romeo Çollaku, tradotto da Eda Derhemi e Francesco Ferrari e pubblicato da Besa Muci (2020) nella collana Passage. In copertina, opera di Luciano Ricci, Aletheia, incompiuto, olio su tela 1990.

Parola come arma che dilania; parola come balsamo che cura. Parola come ornamento che seduce; parola come sterile orpello che raggela. Il linguaggio che usiamo definisce il nostro mondo, ne plasma i contorni, ne modella la sostanza: sebbene questo tempo sia contaminato dal veleno della fretta e dell’approssimazione, il modo in cui ci esprimiamo condiziona la nostra capacità di comunicare autenticamente ciò che sentiamo e influisce dunque sulle nostre relazioni con gli altri. Contraltare rispetto alla parola pronunciata, la disposizione all’ascolto ha altrettanto valore nella costruzione di un dialogo fertile, perché consente di dismettere per un attimo la smania di affermare e apre orizzonti di possibilità non ancora intravisti.

Suscita riflessioni di questa natura la lettura di Miele sul coltello, romanzo corale dello scrittore albanese Romeo Çollaku (Besa 2020) che fa del multilinguismo la sua forza espressionista. Caricature di se stessi eppure intimamente pregni della loro verità, i personaggi che affollano la scena sono vittime delle proprie idiosincrasie e, rivelandosi al lettore nella loro genuinità multiforme, gli permettono di riconoscere le contraddizioni di cui anch’egli è preda. Inizialmente l’identità dei protagonisti sembra infatti scolpita nella pietra, tanto da imprigionare queste strampalate creature in un destino già scritto; e invece l’energia del mutamento travolge ciascuno di loro: l’inesorabile vento della metamorfosi soffia e scompiglia l’aria stantia del piccolo villaggio arroccato su una montagna del Sud. Nel particolare, nel luogo in cui pettegolezzi e risate ingiuriose spadroneggiano, va in scena l’universale, la grande commedia umana di chi addita il diverso e non si accorge di assomigliargli, perché l’apparenza abbaglia e cela l’intima radice dell’essenza.

L’ardita prova di traduzione, portata avanti con sapienza e coraggio da Eda Derhemi e Francesco Ferrari, restituisce la “Babele” linguistica cui queste pagine fanno da scrigno: sfida vinta, dunque, quella di dare giustizia al mistilinguismo di Çollaku, fatto di arcaismi, dialetti, parlate, suoni e coloriture. Alla base delle scelte compiute vi è una appassionata riflessione di cui si dà conto nelle due stimolanti note dei traduttori, una meditazione sul significato del vertere, del condurre i lettori da una riva all’altra del Mediterraneo, muovendosi sul crinale delle suggestioni, degli accenti, delle armonie.

Le considerazioni sulla parola, allora, investono più livelli: se, da una parte, esse riguardano le vicende dei protagonisti (che parlano a sproposito, sono condannati al silenzio, si esprimono solo per iscritto o in una lingua straniera), dall’altra parte si riferiscono alla densa materia linguistica con cui la narrazione di Çollaku è modellata («la vischiosa materia-miele della parola che si può assaporare senza che si lasci però mai afferrare del tutto», per usare la felice definizione di Ferrari). Il lavoro dei traduttori si spinge dunque verso una ricerca accurata della misura, dell’equilibrio che scongiuri il rischio dell’incomprensione e della perdita di frammenti di significato. Al cospetto di questa vertigine linguistica, il lettore pronuncia il suo sì a un’esperienza travolgente, polifonica, in cui voci e pensieri dissonanti affollano il suo orecchio e lo incalzano con mille interrogativi, suggerendogli che la chiave per trovare possibili risposte è sempre l’ironia. È la parola il miele sul coltello del titolo: sta a noi scegliere se aver paura della lama o assaporare la dolcezza del nettare, consapevoli del rischio della ferita che ogni parola porta con sé.

miele sul coltello Romeo Çollaku Mjaltë në teh
La copertina dell'edizione albanese del romanzo di Romeo Çollaku, Mjaltë në teh, pubblicata da Zenit

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi

Lino Guanciale è il "Commissario Ricciardi"

Lino Guanciale è il "Commissario Ricciardi"

Sei prime serata su Rai1 da lunedì 25 gennaio
Lino Guanciale Il Commissario Ricciardi
Il Commissario Ricciardi, Lino Guanciale, al Teatro San Carlo

Lino Guanciale torna protagonista su Rai1 nell’attesissima serie tv “Il Commissario Ricciardi”, sei prime serate tra poliziesco, noir, mystery e melò, tratte dagli omonimi romanzi di Maurizio de Giovanni (editi da Einaudi), in onda in prima visione da lunedì 25 gennaio.

Una coproduzione Rai Fiction-Clemart srl, prodotta da Massimo Martino e Gabriella Buontempo, per la regia di Alessandro D’Alatri e sceneggiature firmate dallo stesso scrittore napoletano Maurizio de Giovanni insieme a Salvatore Basile, Viola Rispoli e Doriana Leondeff.

Un viaggio a ritroso nel tempo in una Napoli degli anni Trenta, teatro di crimini efferati e assassini difficili da assicurare alla giustizia, ma anche territorio d’azione di Luigi Alfredo Ricciardi, giovane e integerrimo commissario della Regia Questura nel capoluogo campano. Introverso e solitario, Ricciardi ha un intuito e una determinazione particolari per le indagini, una vera ossessione alimentata da quello che lui chiama “il Fatto”, una particolare dote ereditata dalla madre che tiene segreta a tutti. È in grado di vedere gli spettri delle vittime di morte violenta che gli svelano, ripetendo ossessivamente, l’ultima frase detta o pensata prima di essere uccisi. Un “dono” pesante che se da una parte gli consente di portare a termine il suo lavoro di poliziotto come nessun altro, dall’altra, nella vita privata, si dimostra una vera e propria dannazione.

Nel cast: Antonio Milo, nel ruolo del brigadiere Maione, amico e uomo fidato di Ricciardi; Enrico Ianniello in quello dell’anatomopatologo Bruno Modo; Serena Iansiti nei panni Livia, una ricca e bellissima ex cantante lirica determinata a conquistare il cuore del commissario e Maria Vera Ratti in quelli di Enrica, la dolce e timida vicina di casa di Ricciardi, una bellezza non appariscente ma intrigante per l’introverso poliziotto. E ancora, Mario Pirrello è l’ambizioso e arrivista vicequestore Garzo; Nunzia Schiano interpreta Rosa, l’anziana tata che si occupa di Ricciardi come un figlio; Fabrizia Sacchi veste i panni di Lucia, la moglie del brigadiere Maione; Adriano Falivene quelli di Bambinella, confidente di Maione, Marco Palvetti è Falco e Peppe Servillo Don Pierino.

NOTE DI REGIA

Quando iniziai l’avventura Ricciardi dichiarai che sarebbe stato il progetto più complesso della mia carriera. Avevo ragione. Devo però ringraziare il commissario Luigi Alfredo per avermi mostrato quanto sia importante non arrendersi mai e che sarebbe stato sufficiente fidarsi di lui e restare fedeli a sè stessi davanti alle avversità. La sua flemma nella solitudine, lo sguardo attento, le poche ma risolutive parole nell’azione, nonostante i rischi, sono diventate mie linee guida. Lo ringrazio.

Credo che per un regista non ci sia esperienza migliore come la condivisione con i personaggi.
È stata un’esperienza unica vivere giorno per giorno quel fascino e magnetismo grazie alla generosa interpretazione di Lino Guanciale: spettacolo era già vederlo aggirare sul set pensieroso, elegantemente sofferente, distante dalla nostra modernità per poi ritrovarlo perfettamente a suo agio nelle ambientazioni dell’epoca.

Un percorso reso ancor più gradevole dalla compagnia di una moltitudine di attori quanti i colorati personaggi generati dalla penna di Maurizio de Giovanni. Li ringrazio profondamente, poiché il loro “calore” ha restituito ulteriore vita a tutta la serie. Un coinvolgimento emotivo, non frequente, cui la troupe si è lasciata andare rendendo possibile una indimenticabile sinergia artistica tra i reparti: location, arredi, costumi, trucco, pettinature, fotografia, suono, e tutti quei collaboratori che non appaiono mai nelle cronache ma che sono determinanti per la buona resa del progetto hanno interagito sempre nel nome di Luigi Alfredo Ricciardi: e quando ne parlavano era un “Lui” pieno di entusiasmo e rispetto. Posso affermare che il propellente più importante di questa serie mi sembrò l’entusiasmo. Un sentimento che percepii già nel maggio 2018 quando mi arrivarono le prime stesure delle sceneggiature e che riscontrai sin dalle prime riunioni con la Produzione e la
struttura di Rai Fiction.

Molti sarebbero gli aneddoti da raccontare rispetto a questo lungo viaggio, ma se c’è una cosa che non potrò mai dimenticare è la quantità di straordinari avvenimenti che hanno trasformato un personaggio di fantasia in una presenza “vivificata”. È allora che ho capito che l’energia che ha reso possibile tutto questo non può chiamarsi semplicemente entusiasmo: bensì amore. Ricciardi ci ha ricambiato ogni giorno vivendo grazie a quell’amore. Lo stesso che verrà consegnato al pubblico.
Concludo citando proprio un suo dialogo sull’amore:

LIVIA
E in che cosa credete?
RICCIARDI
(un tempo)
Alla fame e all'amore. Ma soprattutto alla fame.
LIVIA
Eppure non sembrate né affamato, né innamora- to. Soltanto triste.
RICCIARDI
Non si tratta di ciò che vivo, ma di ciò per cui vedo
vivere; e soprattutto morire.
LIVIA
Non si muore per amore, ma per mancanza
d'amore.

Alessandro D’Alatri

I PERSONAGGI

LUIGI ALFREDO RICCIARDI
Cilentano, commissario di Polizia nella Napoli degli anni ‘30. Una capacità investigativa fuori dal comune, basata sulla comprensione delle vite e delle passioni umane e su una profonda empatia. La sua strana dote (che nessuno conosce): vedere l'ultimo istante delle vittime di morte violenta e ascoltare il loro ultimo pensiero. Una maledizione che lo ha costretto a chiudere le porte all'amore. Vive una vita solitaria, accudito dalla vecchia tata, Rosa, che lo ama come se fosse un figlio.

ENRICA
Abita nel palazzo di fronte a quello di Ricciardi. Giovane, slanciata, dai lineamenti delicati e di una bellezza non appariscente, ama Ricciardi, anche se lo vede solo attraverso la finestra del suo appartamento. Con silenzioso pudore, attende la prima mossa del commissario e, intanto, gli è fedele, come gli fosse promessa. A nulla valgono le insistenze di sua madre che si ostina a presentarle nuovi pretendenti nel tentativo di darle marito.
Enrica sa che Ricciardi la ama, anche se non capisce per quale motivo non si faccia avanti. Il suo confidente e alleato è suo padre, l'unico ad aver intuito l'amore silenzioso che la lega al misterioso dirimpettaio.

LIVIA
Bellissima, affascinante soprano ritiratasi dalle scene, Livia si traferisce a Napoli dopo aver conosciuto Ricciardi in occasione dell'indagine condotta dal commissario sull'omicidio di suo marito, il celebre tenore Arnaldo Vezzi. Livia vuole conquistare Ricciardi ad ogni costo ed è sicura di riuscirci per via della sua bellezza travolgente e del suo carattere volitivo.
Ben inserita nel jet set romano, vanta amicizie potenti tra gli esponenti del regime fascista: è una donna abituata a ottenere tutto, ma nasconde una profonda fragilità.

ROSA
È la vecchia tata di Ricciardi, che lo ha visto nascere e crescere. Lo ha accudito sin da piccolo e se ne è fatta carico dopo la morte della madre, che di fatto glielo ha affidato. Si ostina a preparargli pesanti cene cilentane e lo incita a trovarsi una moglie, perché una brava ragazza dovrà pur occuparsi del suo "figlioccio" quando lei non ci sarà più.

RAFFAELE MAIONE
Brigadiere, è l'ombra fidata di Ricciardi. Alto, grosso, un po' goffo, è un uomo dal cuore d'oro e dalla battuta sagace. Ha vissuto il dolore più grande: la morte del figlio primogenito, Luca, agente di polizia ucciso in servizio. Una perdita che ha portato il dolore e il silenzio nella sua famiglia, perché sua moglie Lucia da quel giorno ha smesso di sorridere. Maione, però, riuscirà a cambiare le cose.
Ammira Ricciardi per come conduce le indagini e per l’empatia che lo anima e gli è profondamente devoto. Fu proprio il commissario a scovare i colpevoli della morte del figlio e a rivelargli che Luca lo amava tanto da dedicargli il suo ultimo pensiero. Maione non si è mai chiesto come facesse il commissario a saperlo. Ma gli ha creduto.

BRUNO MODO
Anatomopatologo, antifascista dai modi cinici, ironici e schietti. È amico fidato di Ricciardi, che stima profondamente, anche se non capisce per quale motivo il commissario conduca una vita così appartata e non sorrida quasi mai. Amante del vino e delle belle donne, non disdegna di frequentare i bordelli napoletani e non resiste a esternare battute ironiche nei confronti di Mussolini, suscitando la preoccupazione di Ricciardi. In qualità di anatomopatologo, nel corso delle indagini è un valido e fidato alleato del commissario, che ammira
l’umanità e il profondo rispetto con cui “studia” i morti.

GARZO
È il diretto superiore di Ricciardi. Arrivista e legato al regime, sopporta a stento l'autonomia del commissario e la sua incorruttibilità, che lo spingono spesso a indagare su personaggi dell'alta società che lo stesso Garzo teme e ossequia, nel tentativo di fare carriera. Allo stesso tempo, però, si ammanta dei successi del commissario per mettersi in vista con le autorità e si circonda di figure mediocri che non possano intralciarlo, come Ponte, il suo servile usciere.

BAMBINELLA
“Femminiello” napoletano, è confidente fisso del brigadiere Maione che, per averlo “graziato” durante una retata, lo consulta all’occorrenza durante le indagini. Bambinella sa sempre tutto di tutti e con la sua parlantina e la sua affettuosità irriverente, che riversa sul brigadiere facendolo imbufalire, è una miniera di informazioni.

RAI Fiction

presenta

Lino Guanciale in Il Commissario Ricciardi

Regia di
Alessandro D’Alatri

una coproduzione Rai Fiction-Clemart srl

Serie tv in 6 episodi da 100’
in prima visione su Rai1
dal 25 gennaio

 

Per ulteriori approfondimenti si veda il link NewsRai dedicato.

 

Testo e foto dall'Ufficio Stampa RAI


Terra d'ombra ombra Mariano Rizzo Paolo Finoglio

I turbamenti di Paolo Finoglio: Terra d'ombra di Mariano Rizzo

I turbamenti di Paolo Finoglio: Terra d'ombra di Mariano Rizzo

Recensione a cura di Esther Celiberti

Terra d’ombra, pubblicato sul finire del 2020 da Edizioni di Pagina, è l’avvincente romanzo di Mariano Rizzo costruito intorno alla figura del pittore campano Paolo Finoglio (1590-1645), noto in Puglia per aver dipinto le volte della camera nuziale del castello di Conversano e il ciclo della Gerusalemme Liberata su committenza di Giangirolamo II d’Acquaviva d’Aragona, il “Guercio delle Puglie”.

Lungo un asse binario e chiaroscurale la trama si snoda alternando parti scritte in prima persona ed altre in terza, con slittamenti non esplicitati ma visibili grazie alla cifra stilistica della sfumatura; si passa così dal piano introspettivo e onirico, lo “scuro” della nuova moda caravaggesca, a quello “chiaro” del reale, all’imitazione del naturale, dal fantastico alla “prosa del mondo”.

Nella prima pagina Rizzo scrive:

[...] Poiché un quadro non è che una storia, un racconto di tela e pigmento, allora il pittore è egli stesso un narratore, che prima di tutto deve avere ben chiaro nella sua mente cosa emergerà dal buio e come dosare correttamente la luce”.

Questa scelta imprime movimento alla narrazione attenuando alcune ridondanze. 

Terra d'ombra ombra Mariano Rizzo Paolo Finoglio Edizioni di Pagina
L'autore Mariano Rizzo con una copia del suo romanzo Terra d'ombra (2020), pubblicato da Edizioni di Pagina

Il ritratto che di Finoglio si tratteggia prende le mosse dall’apprendistato napoletano, prosegue a Lecce, ci riconduce a Napoli per poi concludersi in Terra di Bari, a Conversano. La salda struttura del testo si scompone in quattro parti, che come l'intero romanzo recano il nome di un pigmento: Bianco d’ossa (Napoli,11604-1612), Blu d’oltremare (Lecce,1613-1623), Rosso di Marte (Napoli,1623-1632), Nero di vite (Conversano,1635-1645). Queste sono a loro volta suddivise in capitoletti che hanno come titolo un dipinto e gli incipit smussano le suddivisioni grazie alle malìe delle immagini suggerite. Gli spazi sono ben descritti, soprattutto quelli urbani, unitamente al microcosmo della cittadina/corte di Giangirolamo II, alle botteghe e ai fondachi, luoghi deputati alla ideazione di tele religiose e scene profane ove coniugare trionfo della Fede e successo mondano.

Nell’alunnato di Finoglio i maestri dei quali è stato allievo si mescolano al racconto delle forti influenze di icone come Caravaggio e Artemisia Gentileschi, risonanti di grandezza. La pittura, i problemi della rappresentazione e delle tecniche emergono nella storia così come la ricerca di una via personale, più libera dall’obbedienza alle convenzioni che, però, tenga conto della duttilità necessaria a fronteggiare le richieste dei committenti. Incontreremo la famiglia dell’artista, i pochi amici, gli intermediari, le autorità e una lunga teoria di figuranti da presepe.

Emerge il tema del femminile legato alla figura materna, ai suoi amori, alla misericordia del mito di Cimone e Pero. Le molteplici valenze di una quête simile a quella del Santo Graal conducono il protagonista ai turbamenti dell’eros, ad un infruttuoso tentativo di ricomposizione delle tante tessere del mosaico dell’altro sesso, in infinite sequenze di volti sfuggenti, identità imprecise e lontane sempre in dissolvenza. Di scorcio giocano un ruolo importante il mistero, l’irrazionale, i regni sotterranei e inferi, forse proprio quelle “terre d’ombra” suggerite dal titolo, il buio oscillante fra sogno e incubo alla Fussli.

Mariano Rizzo, che ha esordito nel 2019 con la raccolta Storie di tenebre nella Storia di Puglia, mosso da una vena passionale ha scritto questo romanzo grazie anche a un puntuale lavoro di studio e documentazione, ove qualche falla va ascritta ad alcune stonature espressive, ingenuità o a non sempre riuscite caratterizzazioni psicologiche.

Nel bell’autoritratto di Finoglio, riprodotto sulla copertina, raffiguratosi a mezzobusto, il pittore campeggia tra velature e tonalità terrose, in compagnia di un’ombra/seno, forse eco arcaica di quel regressus ad uterum sotteso al plot. E l’espressione malinconica dell’artista lo sigla come appartenente a quella genìa di “nati sotto Saturno” che spesso presiede alla creatività.

Terra d'ombra ombra Paolo Finoglio Mariano Rizzo
Ritrae Paolo Finoglio la copertina del romanzo storico Terra d'ombra, di Mariano Rizzo, pubblicato da Edizioni di Pagina (2020) nella collana lebellepagine

L'amante del vulcano, storie settecentesche all'ombra del Vesuvio

L'amante del vulcano di Susan Sontag (Edizioni Nottetempo, Milano, 2020), pubblicato per la prima volta nel 1992 negli Stati Uniti, è giunto in Italia nel 1995, edito da Mondadori e tradotto da Paolo Dilonardo.

L’autrice statunitense, filosofa e storica, docente universitaria e prolifica scrittrice, riflette in questo romanzo i diversi ambiti dei suoi interessi, delle sue conoscenze e, forse, anche delle sue travagliate esperienze di vita.

L'amante del vulcano è un romanzo storico che racchiude al suo interno molteplici tematiche, così come molteplici si rivelano, anche, i punti di vista attraverso cui avviene la narrazione.

amante del vulcano L'amante del vulcano romanzo storico di Susan Sontag
L'amante del vulcano, romanzo storico di Susan Sontag, Edizioni Nottetempo (2020). Foto di Annapaola Digiuseppe.

Protagonisti del romanzo, ambientato nel Regno di Napoli alla fine del Settecento, sono i celebri personaggi coinvolti in quello che oggi definiremmo un sexgate, ossia uno scandalo a sfondo sessuale riguardante uomini politici. I loro nomi, passati indelebilmente alla storia, pur con implicazioni ben differenti, sono quelli di Sir William Hamilton, Emma Hart e Horatio Nelson.

Nelle pagine del romanzo, tuttavia, Susan Sontag si riferirà a loro quasi esclusivamente attraverso appellativi: Lord Hamilton, quindi, è “il Cavaliere”; Emma Hart è, all’inizio, semplicemente “la ragazza”, poi “la moglie del Cavaliere”; l’ammiraglio Nelson è “l’eroe”.Leggere di più


Il mio nome è Mostro Katie Hale

Il mio nome è mostro: intervista a Katie Hale

Il mio nome è mostro, un romanzo pandemico e femminista - Intervista a Katie Hale

Una trama cesellata nella disperazione e nella desolazione, così appare il gioiello arido di Katie Hale, Il mio nome è Mostro. Un futuro sconfitto dall'epidemia e dalle guerre, è il palcoscenico post apocalittico nel quale compie il suo viaggio di sangue e caligine l'ultimo essere umano sopravvissuto: una giovane donna. Gli stereotipi del genere vengono ribaltati o epurati. Nessuna evoluzione fantastica o incubi lovecraftiani, il mondo dipinto dall'angosciante penna della Hale è la nostra Terra, nel suo crudo realismo, nelle sue verità disincantate. Morte, fame, dolore, il vuoto tutto intorno. Mostro, questo è il nome della sopravvissuta, arranca in una catastrofe personale che si fonde all'apocalisse. Ma un giorno incontra una bambina. Una creatura debole e primitiva, eppure l'unica che ha incontrato nel Nord.

La chiamerà proprio Mostro. Mentre lei sarà la Madre. Dio ha cacciato gli uomini dal paradiso terrestre, Eva non ha visto Adamo. Eva sopravvive con i mostri, i mostri sono forti e non hanno bisogno di dio. Una sofferta Genesi biblica, controcanto della Creazione. Questa la storia che ho assaporato con la sofferenza a languire nel mio corpo. Flashback puntuali modellano il passato dei Mostri, pallide creature assediate dalla società e dalla famiglia. Raffinata ricostruzione di una biografia della malinconia, il dolore come strumento narrativo. Il mio nome è Mostro è una storia potente, uterina, femminista, ma non ricca di falsa retorica. È una ferita che perde pus e sangue. Come un parto difficile. Sullo sfondo di un cielo perennemente assediato dal vuoto della morte una ragazzina e una madre riscoprono cosa significa essere vive, nonostante la fine del mondo. Un romanzo mostruoso, che insegna che la parola "mostro" deriva dal latino, dove indica anche un Prodigio, meraviglia del non-creato.

Con una prosa funambolica che oscilla pericolosamente tra il lirismo evocativo e la grezza rappresentazione visiva, mi sono innamorato di un'esordiente brillante.

Ringraziamo Katie Hale, autrice del romanzo Il mio nome è Mostro, per aver risposto alle domande di ClassiCult.

Il mio nome è Mostro Katie Hale
Katie Hale. Credits Phil Rigby

 

 

Hai sensibilmente cambiato uno stereotipo del genere post-apocalittico, ovvero, hai scritto un “last woman novel” invece di un “last man novel”. Apprezzo molto la tua scrittura, la tua visione del mondo e il tuo lirismo crudo. Volevi scrivere la tua personale (e biografica) apocalisse invece di una catastrofe prevedibile?

Penso che siamo così abituati a film in cui l’unico sopravvissuto è un uomo iper-mascolino, che di solito sopravvive attraverso atti di violenza, quella brutalità che è diventata parte della nostra comprensione culturale di cosa significa sopravvivere. Volevo capovolgerlo – perché mentre Monster non ha paura di usare la violenza se necessario, quello che le permette di sopravvivere è la sua praticità e il suo pragmatismo, insieme al suo allontanamento dalle altre persone. Volevo esplorare quello che diventa importante alla nostra sopravvivenza e successo, una volta che quelle strutture di potere dominate dagli uomini non esistono più: indipendenza, perseveranza, l’abilità di far crescere le cose.

Albrecht Dürer, I quattro Cavalieri, incisione (circa 1496/1498). Foto National Gallery of Art [Open Access Policy] Ferdinand Lammot Belin Fund and William Nelson Cromwell Fund, CC0

L’epidemia nel tuo romanzo rimane un elemento di sfondo disturbante. Leggere quest’opera durante la pandemia è stata un’esperienza davvero potente, pensi di essere stata un po’ profetica?

Spero di non aver accidentalmente richiamato la pandemia in qualche modo! Ma penso che tutti gli elementi per il declino dell’umanità siano già presenti nella nostra società. Ne siamo consapevoli (cambiamento climatico, malattie, batteri resistenti agli antibiotici, la minaccia di una guerra nucleare) ma il più delle volte guardiamo altrove. Ma parte del ruolo dello scrittore è di esplorare non solo i singoli personaggi e i loro difetti, ma anche guardare alle nostre colpe come specie: come quelle mancanze risiedono accanto ai nostri amori, gioie e relazioni personali, e come navighiamo nel nostro stesso futuro, o nella mancanza di esso.

Niente mostri o strane presente, nessun incubo. Puro realismo sospeso in una terra desolata contemporanea. Qual è la tua relazione con gli elementi soprannaturali della letteratura?

Per me, il soprannaturale è qualcosa che esiste dentro tutti noi. È nelle storie che raccontiamo nelle notti buie – sia per spaventare che per confortare noi stessi. È parte del linguaggio che usiamo per relazionarci con gli altri, per dare senso alla nostra esperienza comune come specie umana. Quindi persino quando non vi è un elemento esplicitamente soprannaturale, come in My Name is Monster, penso ci sia qualcosa di soprannaturale – qualcosa di quasi misterioso – nel modo in cui entriamo in contatto gli uni con gli altri.

Il mio nome è Mostro Katie Hale
La copertina della prima edizione italiana del romanzo distopico Il mio nome è Mostro, di Katie Hale, pubblicato da Liberilibri (2020) nella traduzione di Carla Maggiori

Quanto è importante essere un mostro? Quanto è importante essere una madre?

Entrambe le identità riguardano diverse visioni di cosa significa essere una donna, e differenti aspettative del ruolo della donna nella società. Spesso sono presentati come archetipi binari: le donne possono essere sia ‘soft’ e materne, o possono adottare tratti ‘mascolini’ e pensare solo alla carriera – un mostro di ‘successo’. Sono dei binari che esistono nelle fiabe (le splendide principesse contro le streghe malvage) – ma le fiabe sono state tradizionalmente usate come meccanismo per controllare il comportamento delle donne, e nel mondo reale le figura del ‘mostro’ e della ‘madre’ non sono binarie quanto il genere stesso. In My Name is Monster, ‘monster’ arriva a rappresentare il sopravvissuto solitario e indipendente, mentre ‘mother’ riguarda la creazione di relazioni interpersonali di cui abbiamo bisogno per poter sopravvivere emotivamente. Per me, personalmente, sono entrambi elementi necessari per orientarsi nella vita e in tutte le sue difficoltà – come confermato dall’attuale pandemia.

Per contrasti o somiglianze mi hai ricordato vari scrittori, persino alcuni poeti. Chi sono i tuoi mentori o la tua fonte di ispirazione?

In apparenza, My Name is Monster è una rivisitazione di Robinson Crusoe e Frankenstein, quindi è giusto dire che entrambi i libri hanno avuto un’enorme influenza nella scrittura di questo particolare romanzo. Ma sono anche influenzata in modo più ampio da numerosi altri scrittori, inclusi poetesse come Fiona Benson e Liz Berry, entrambe molto interessanti quando si tratta di narrare l’esperienza femminile e rivisitare storie di racconti popolari e mitologici.

Parliamo del tuo stile di scrittura. Spesso molto evocativo, delicato, in altri momenti invece c’è molto dolore, malinconia e smarrimento. Mi piace il tuo stile, è una prosa emozionante. Tu che ne pensi?

Scrivo poesie oltre che narrativa, quindi spero che lo stile del romanzo rifletta alcune di quelle. Il romanzo tratta ampiamente anche il linguaggio, chi può controllarlo e sul potere che il linguaggio ci dà. Il linguaggio può essere usato come strumento di oppressione ma può anche essere sovversivo. Attraverso i diversi approcci di Madre e Mostro al linguaggio, e attraverso le loro diverse voci, ho voluto esplorare come il linguaggio può essere qualcosa di bello e potente, come possiamo perderci in esso e tuttavia usarlo come mezzo di scoperta. Spero che tutto questo sia presente nello stile del romanzo così come nel suo contenuto.

Madri e figli. Volevi scrivere in una Genesi biblica? Una metafora apocalittica di come Eva non ha bisogno di nessun Dio ma di qualcosa per cui combattere?

È interessante che tu abbia scelto l’esempio di Eva e Dio come creato e creatore – specialmente perché in questo caso, semmai, è Adamo quello di cui Eva non ha bisogno, non Dio. Ma quando stavo pensando al ruolo del creatore, stavo pensando più al personaggio di Victor Frankenstein e alla creatura che ha creato (o, come è conosciuto dalla pubblicazione del libro, il ‘mostro’). C'è qualcosa di veramente interessante nel romanzo di Shelley, in cui il personaggio di Frankenstein viene rivelato e sviluppato attraverso le sue risposte alla creatura che ha creato; in altre parole, la creatura creata a sua volta diventa una specie di creatore. È qualcosa che penso ogni genitore abbia sperimentato: come nel crescere un figlio, tu stesso vieni cambiato dalle risposte di quel bambino al mondo. Semmai, la genesi di My Name is Monster è circolare, di creato e creatore in costante simbiosi.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


La Splendente di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia: "La Splendente" di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia – La Splendente di Cesare Sinatti

C’è una regola per parlare di ciò che è già stato detto senza offendere gli dèi: non avere paura della profondità. Se ci ritroviamo a parlare del mito, a riscriverlo, è perché siamo stati chiamati a far emergere dalle sue ombre quello che ci raggiunge nel modo più luminoso, che da esso affiora in noi come una sapienza somatica. Una verità presente occultamente, latente finché non è avverata da qualcuno.

Quale filo sostiene la narrazione del mito in questo romanzo, in che modo è ricucito nella Splendente di Cesare Sinatti (Feltrinelli, 2018) il ciclo troiano? La linea strutturalmente più evidente sembra essere una sorta di idea karmica della sofferenza: come se le forze superiori che governano intorno e sopra di noi non permettano di perpetrare il dolore impunemente, senza pagarne il prezzo a propria volta. La storia di Troia e i suoi prodromi, per come è narrata nella Splendente, sembra dirci che il sacrificio non si esaurisce in sé stesso, non è mai solo un sacrificio: porta con sé, nel peso insostenibile dell’atto, la linea spezzata della vita, che segna come una vena d’opale il mondo e non permette più di abitarlo come prima. Qualcosa di enorme ha invaso la vita conosciuta, qualcosa di sproporzionato rispetto alle aspirazioni dei comandanti che hanno mosso guerra. Ma non era solo il loro orgoglio a suscitare la guerra e la sua lunga coda: tutto era scritto nel destino da tempo immemorabile.

Così Agamennone che vuole portare la guerra di Troia a compimento più di chiunque altro, sarà chi più ne pagherà lo scotto, sebbene di quella guerra sarà poi il vincitore. Subito si manifesta quella forza equilibratrice, cosmica, nella sua vicenda: lo squilibrio che lo porterà a realizzare la sofferenza collettiva della guerra di Troia, ricadrà con tutto il peso su di lui. Uccidere la cerva sacra a Diana, mentre si aggira nel bosco sacro col fratello Menelao, è stata solo la prima avvisaglia di una lunga sventura - l’inizio di una bruciatura, uno strappo, che lo porterà a perdere sua figlia Ifigenia di sua mano e poi a venire assassinato da sua moglie Clitemnestra al ritorno da dieci anni di guerra.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

L’idea di destino come assegnazione si accompagna nel libro al colpo di coda di un prezzo invisibile da pagare anche per la fortuna che non si è richiesta: come se il dono esigesse inevitabilmente un pegno, come obbedendo a un’ineluttabile legge fisica. E il prezzo di cui si parla è tutto tragicamente umano: si identifica in ultima istanza col pathos, il sentire che è un soffrire unitario di tutti i sensi, delle viscere. La vita stessa a un certo punto sembra coincidere col pathos – e, se non la vita tout-court, di certo l’esperienza umana. L’uomo diventa il suo sentire, il suo soffrire. Il dolore è un punto di non ritorno, segna la linea di demarcazione dell’esperienza sulla terra, è a suo modo un rinascere che instaura una nuova relazione tra noi e le cose. Ciò che nel mondo ha vita propria all’infuori di noi, quasi al punto da sembrare non riguardarci - i fatti terribili della storia che sembrano farsi da soli – in realtà ci coinvolge tanto da produrre una reazione emotiva, da sollecitare in noi, cioè, l’esperienza patetica. A un punto tale che non risulta poi più scindibile da noi.

La Splendente è un libro che si fatica a commentare – una fatica che è traccia di un merito, perché testimonia una compattezza eccezionale del racconto in cui non si può inserire una parola di più. E al contempo è una scrittura che attinge alle fonti del mistero inesauribile, trascinando inevitabilmente dietro di sé l’ispirazione che sempre accompagna la bellezza. Ma non è solo il canale che si presta a un flusso, è anche capace di un peso specifico, di mettere punti fermi come croci sui monti del mito. Le tracce della nostra modernità si mescolano arm0nicamente con le storie ancestrali degli eroi classici. Se si trattasse in laboratorio questo libro con una soluzione apposita che lasciasse emergere dal tutto solo le prime, quale sarebbero i tratti peculiari che la nostra storia, per mezzo della voce di Sinatti, ha tracciato sul volto del mito? Cosa comporta il filtro del nostro tempo su di esso? Come lo trasfigura?

La paura del dolore dell’eroe Achille è l’eredità più forte in questo senso, la più originale. Tanto forte da far risultare la nostalgia di un altro eroe centrale, Odisseo, quasi come una sua ramificazione, una gemma della stessa pianta. L’umanità di questi eroi è l’eredità moderna del libro, la sua portata più figlia del nostro presente, che non può più concepire la guerra come diversa dalla sofferenza infernale dopo il Novecento.

L’altro elemento che risulta innestato su una comprensione di tipo moderno è l’immagine della storia nel testo. La guerra di Troia segna per antonomasia l’ingresso nella storia, l’inizio della storia stessa: la percezione di un confine che è stato inequivocabilmente varcato ritorna ossessivamente nel testo, sotto forma del vago terrore dei diversi personaggi per la sventura imminente. Quasi a significare che il processo della storia abbia per sua natura molto a che fare con la paura e l’attrazione per il dolore. La storia, sembra dirci la stella di Achille, è la ferita.

La Splendente di Cesare Fiorini
La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La storia nel libro ha un duplice volto: la storia personale come perdita coatta dell’infanzia e del suo Eden, e quella collettiva e mostruosa che inizia con la fine di Ilio. In questo libro si fa chiaro, nella parabola degli eroi, un sospetto latente di tutti: cioè che il dolore di crescere, di perdere i beni della felicità degli albori, coincida con l’inizio degli orrori storici. Tutti i protagonisti del ciclo troiano coinvolti in questo punto cruciale del tempo, individuale e collettivo, sentono lo stacco dal prima al dopo, uno scatto delle coordinate, un mutamento dei paralleli del globo. Qualcosa di simile devono aver provato le generazioni coinvolte nel primo conflitto mondiale, con addosso la percezione di un’enormità di cui vedevano muoversi l’ombra incombente sulle proprie teste, senza vederne la fine nel tempo. Ma Sinatti sembra suggerirci che l’orrore storico non è iniziato con la modernità, che non c’era un prima intonso né per i soldati del primo Novecento né per chi ha combattuto sotto le mura di Ilio. Dalla follia di Tantalo, dal sangue corrotto e da quello versato, dal destino scritto nella notte dei tempi, da sempre, è preparata per noi la sofferenza: la potenza del nostro occhio non copre una distanza abbastanza colossale da disperdere le tracce del dolore sul cammino che abbiamo alle spalle.

Questa considerazione ci porta ancora due passi più lontano. Da una parte notiamo che, se l’origine di tutto si può imputare alla follia di Tantalo, allora significa che la violenza privata si irradia concentricamente, come da un sasso che abbia bucato l’acqua – per riprendere un’immagine dell’autore – fino a produrre onde ciclopiche. Dall’altra parte, però, ci rendiamo conto anche che è capzioso ricercare l’origine della sofferenza storica in un fatto, in un atto preciso, perché da sempre ci è appartenuta, già giaceva nella mente degli dèi, come se da sempre stesse “accadendo in qualche istante del futuro”[1].

Il tempo era cominciato così, con un mela gettata tra loro con disprezzo, come il seme di un futuro doloroso. I cerchi degli eventi s’increspavano intorno a questo gesto semplice, sollevando onde imprevedibili, decidendo i destini degli uomini al di là e al di qua del mare.[2]

Un senso di ineluttabile, “una tristezza volta a ciò non può essere evitato”[3] coglie Peleo al banchetto delle sue nozze con Teti, dopo che il futuro è stato maledetto dal pomo della discordia che contiene nel suo nocciolo, come una maledizione, il futuro di Troia. Ma è come se il braccio che ha lasciato cadere quella mela nel mezzo di quei destini, n0n fosse altro che la mano stessa del fato, una necessità solo travestita da accidente.

Questo libro non può essere evitato, perché contiene una questione improcrastinabile. La questione del male, che è una cosa sola con la storia. La storia che ci perseguita come un debito, una profezia di sventura, una bufera – per usare un termine di Montale – che minaccia di distruggerci la casa mentre dormiamo. La grazia di questa scrittura fa sì che il libro si legga tutto di un fiato, ma è il riconoscimento della ferita del tempo continuamente toccata in queste pagine che ci porta a ritornare di nuovo sui punti caldi di quel dolore comune.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La vediamo ripetersi come una maledizione della stirpe umana, questa attrazione per la violenza, per la ferita, che emerge naturalmente nei bambini. Il bisogno di ferire che è un impulso di conoscenza, come in Achille che è tanto richiamato dalla ferita quanto più è incapace, per la sua natura semidivina, di provarne il dolore su di sé. Il gesto di chi non conosce il dolore non può esser che un gesto giovane, come pure è quello di Teseo all’atto di rapire Elena bambina come fosse “l’ennesimo gioco” di ragazzi[4].

Nella stella di Achille abita una possibile luce su questo enigma del dolore. “Il destino era quella malattia”, gli dice Teti all’indomani della guerra: quella che Achille presentiva come un logorio lento dentro il suo corpo, non era altro che il destino della morte che, dagli oracoli, si avvicinava sempre più al suo presente. Tutto questo sembra suggerire che il destino è il dolore, e che non c’è un Eden da cui questo resti fuori. Il destino è stato creato insieme alla storia, e la loro separazione non è che un’illusione.

Sua madre gli aveva detto che solo se non sarebbe mai partito non sarebbe morto. Ma Achille sapeva che le profezie […] non giungono per caso alla bocca degli oracoli.[5]

Perché siamo nati se dobbiamo soffrire? La domanda è mal formulata, e Achille se ne accorge, ce lo dimostra. Il punto di rottura è il dialogo con Patroclo all’indomani della partenza:

Il destino della nostra generazione è ingrato, ma si deve combattere lo stesso. Fuggire di fronte ai tumulti di quest’epoca significa rinunciare a vivere.[6]

Un’esortazione che non può essere un inno di entusiastica esaltazione alla guerra, ma consapevolezza che storia e destino non sono alternativi, sono uno. La vita che si intestardirà su questa domanda rovinerà, dispererà. Ancora una volta, la divisione tra vita e dolore è solo un’illusione. La sofferenza non è una scelta, come non lo è il destino – il destino che passa anche dalle porta più strette, sbaragliando il calcolo delle probabilità. Così accade quando Odisseo sta per uccidere Palamede con l’ingann0, e questo annienta il suo gioco di astuzie con la più netta delle verità:

Vuoi sedurmi aumentando le mie possibilità di vincere. Come se credessi che io non sappia che il caso è ovunque. Avere più alte possibilità di vittoria non esclude mai che si possa perdere.[7]

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La bellezza della vita non è separabile dal suo dolore, non è ipotizzabile senza, perché sono una cosa sola, come due organi vitali dello stesso animale. Così è un inganno della mente poter pensare di lasciare prima del tempo le mura di Ilio, anche dopo nove anni di battaglie senza compimento, poter decidere quello che è già deciso. Odisseo, sebbene sia quello “che desiderava più di ogni altro tornare alla sua isola”[8], ha ben chiaro quanto sia inutile ribellarsi al fato:

Pensavano che sarebbe bastato salpare senza accorgersi che le catene delle profezie li avrebbero trattenuti nei veli in cui il fato aveva occultato la città di Ilio, che solo scavalcando un momento nel tempo, non un punto nello spazio, avrebbero potuto fare ritorno.[9]

Un’affermazione che può valere anche rovesciata: Ilio aveva occultato il fato con i suoi veli, dando la propria forma al destino degli uomini che attraverso di lei si sarebbe compiuto.

La sofferenza non si può evitare, nel tempo o nello spazio, perché permea tutte le nostre coordinate e categorie. Una presa di coscienza che nel romanzo non assume mai il tono del lamento, del compianto della propria sorte, ma piuttosto quello dell’agnizione lirica, che fa echeggiare nella memoria i versi del coro dell’Antigone di Sofocle quando, nel secondo stasimo, canta la sventura dei mortali:

"E nel tempo prossimo e nel futuro,/ come nel passato, avrà forza/ questa legge: nessun eccesso/ viene senza sventura alla vita dei mortali".[10]

Non c’è grandezza che non comporti sventura – come per Achille messo davanti alla scelta tra una lunga vita al prezzo dell’oblio e una gloria inesauribile al prezzo della morte. Come per Agamennone, la cui vittoria in guerra si accompagna alla perdita di ogni gioia della vita personale. Ma forse non sarà tendenzioso leggere in questo canto della rovina anche una verità in doppiofondo: e cioè che la sofferenza è la traccia di un’elezione, l’unico fasto capace di generare, per vie squisitamente umane, grandezza divina nell’uomo.

La Splendente Cesare Sinatti
La copertina del romanzo La Splendente di Cesare Sinatti, pubblicato da Giangiacomo Feltrinelli (2018)

[1] Cesare Sinatti, La Splendente, Milano, Feltrinelli, 2018, p. 31.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 38.

[5] Ivi, p. 101.

[6] Ivi, p. 117.

[7] Ivi, p. 202.

[8] Ivi, p. 176.

[9] Ibidem.

[10] Sofocle, Edipo re. Edipo a Colono. Antigone, Milano, Mondadori, 2016.

 

 

Tutte le foto sono di Sofia Fiorini, copertina eccettuata.


Autobiografia del Rosso Anne Carson Eracle Gerione

Autobiografia del contemporaneo: un cortocircuito con il mito

Autobiografia del contemporaneo: un cortocircuito con il mito

Sarcofago di epoca romana da Perge (odierna Turchia). Al centro Eracle e Gerione. Foto Mourad Ben Abdallah / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Accade frequentemente di celebrare il potere salvifico della bellezza: la letteratura e l’arte come un viatico che permette di accedere a una dimensione nobile, pura, e aspirare così a una versione migliore di sé e del mondo; a ben vedere, si tratta talvolta di una forma di compiacimento, talvolta della ricerca di una qualche rassicurazione. La poesia, tuttavia, non è quasi mai pacificante – e di certo non lo è il mito, che, lungi dall’essere consolatorio, sa far vibrare il mostruoso e il perturbante che abitano le nostre vite inquiete. Il romanzo in versi della canadese Anne Carson, Autobiografia del Rosso, recentemente ripubblicato da La nave di Teseo, con il suo cortocircuito tra classico e contemporaneo non promette scampo, anzi incoraggia l’irrequietezza, il dubbio, la necessità di prestare ascolto anche a ciò che è controverso e perciò ci agita.

La fonte della folgorante riscrittura è la Gerioneide di Stesicoro, opera pervenuta in forma frammentaria e che tramanda (dal punto di vista della vittima e non dell’eroe) la vicenda del mostro a tre teste Gerione ucciso dall’invincibile Eracle, il quale giunge fino ai confini del mondo per rubare al gigante i buoi e dare così compimento a un’altra delle sue fatiche. Memorabile, secondo Anne Carson, è l’uso che il poeta greco fa degli aggettivi, segnando il passo rispetto alla tradizione: nei poemi omerici essi sono ancora epiteti ricorrenti, espressione della rigidità di un codice attraverso il quale si ribadisce che ogni cosa deve occupare saldamente il suo posto nel mondo – per Omero, cioè, gli aggettivi sono «cardini dell’essere»; Stesicoro, con rinnovato impeto, smonta quei cardini e di colpo libera l’essere. Egli è in effetti il poeta della ritrattazione, della smentita, ovvero della palinodia, il canto intonato di nuovo, in una forma altra.

Anfora attica attribuita a un Pittore del Gruppo E. Foto Metropolitan Museum of Art, Image and Data Resources Open Access Policy, CC0

Anne Carson è fedele all’istinto ribelle di Stesicoro: nel solco di quella rivolta antica, anche lei tradisce la tradizione, plasmando la figura vermiglia di Gerione, il Rosso del titolo, intorno alle ansie del nostro tempo. Il suo protagonista è un adolescente goffo dalla sensibilità spiccata, custode di timidezze e profondità vertiginose, imprigionato in una diversità che per gli altri è un marchio infamante; le sue ali ingombranti impacciano i suoi movimenti e paradossalmente ostacolano i suoi voli. Eracle, non più rivale ma oggetto d’amore, è colui che con l’arroganza della bellezza e della gioventù, sconvolge l’esistenza di Gerione, colmando i suoi vuoti (o forse solo illudendolo che così sia), facendogli sentire fin dentro la pelle il significato del desiderio, della gelosia, del dolore. Figura ambigua, ma determinante per la crescita del protagonista, Eracle vorrebbe infondere in lui il bisogno di libertà di cui egli stesso si nutre; «Io non voglio essere libero / io voglio essere con te», ribatte Gerione dal fondo cavo della sua inerme purezza. Non sarà l’imprendibile Eracle a pronunciare le parole dell’amore, non sarà lui a confessargli: «Vorrei vederti usare quelle ali». Da un'altra voce giungerà quell’esortazione a compiere un corpo a corpo con l’identità.

Lo slancio narrativo dell’opera non impedisce alla sua autrice di accordare afflato lirico al dettato. Attraverso gemme poetiche uniche, Anne Carson impartisce ai lettori una lezione impagabile sulla distanza, sulla necessità di fermarsi sul «limitare / di ciò che può essere amato» – che resta inconoscibile. Siamo «creature che salgono una collina», scrive l’autrice, «a varie distanze […]. A distanze che mutano costantemente. Non possiamo aiutarci l’un l’altro né gridare»: ognuno compie il proprio viaggio, secondo il proprio passo, adempiendo l’irrevocabile comandamento della lontananza. «Stavo pensando al tempo – annaspa – / tipo a quanto sono divise le persone nel tempo, contemporaneamente unite e divise», sentenzia Gerione in uno dei suoi momenti di illuminazione oracolare. La sua autobiografia è in effetti tutta una questione di luce: il Rosso non ferma la sua vita in un fluire prorompente di parole, ma la immortala attraverso fotogrammi scelti. Ecco la poesia, quella capacità di dare un nome a ciò che sfugge, quel coraggio di dire l’indicibile. Nella percezione che Gerione ha del mondo non esistono confini tra rumori, odori e colori: tutto si tiene, anche se appartiene a sfere sensoriali diverse, nel nome della sinestesia e dell’immaginazione, nel nome dei poeti testimoni, «coloro che andarono e videro e tornarono».

«La realtà è un suono, cerca di coglierlo invece di star lì a sbraitare»: non vi è promessa di salvezza nelle pagine di Anne Carson, ma un’esortazione ad attraversare la notte prestando attenzione ai segni, ai dettagli, alle scintille; nel cortocircuito straniante col presente, attraverso le parole della scrittrice, oggi il mito ci insegna cioè a non sprecare quegli istanti in cui ognuno di noi possiede se stesso.

«Noi siamo esseri stupefacenti, / sta pensando Gerione. Noi confiniamo col fuoco. / E adesso il tempo si precipita verso di loro / lì dove stanno ritti uno accanto all’altro con le braccia che si sfiorano, immortalità sul volto, / notte alle spalle».

Anne Carson Autobiografia del Rosso Stesicoro Gerioneide Eracle
La copertina del romanzo in versi Autobiografia del Rosso di Anne Carson, nell'edizione pubblicata da La nave di Teseo nella traduzione di Sergio Claudio Perroni

La prima edizione del romanzo in versi Autobiography of Red di Anne Carson risale al 1998, la prima edizione italiana di Autobiografia del Rosso è di due anni successiva, del 2000.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Attrice Anne Enright

L’attrice di Anne Enright: tra biografia, autobiografia, fiction e autofiction

La squisita penna di Anne Enright, una delle più talentuose scrittrici irlandesi, torna ancora una volta a raggiungere il pubblico italiano grazie all’ottima traduzione che La Nave di Teseo ci propone della sua ultima fatica “Actress”, L’attrice (2020).

L’attrice non è solo oggettivamente un “bel romanzo”, in senso canonico – per l’indibutabile eleganza della scrittura e per la storia che, pur scorrendo, si lascia seguire con attenzione – ma è anche e soprattutto un romanzo interessante per la fitta e raffinata sperimentazione di genere che l’autrice ha operato. Anne Enright ha infatti fuso sapientemente narrativa, autofiction, biografia, autobiografia, memoir e scrittura saggistica in un unico avvincente e convincente pastiche letterario.

Di seguito, la recensione procede con accenni alla trama del romanzo.

Leggere di più


il libro della creazione Sarah Blau

L'esoterismo erotico de Il libro della creazione di Sarah Blau

La prosa di Sarah Blau è fisica, corporea, quasi anatomica fino a diventare organica. L'autrice israeliana calibra in maniera precisa e lucida, forse azzardata per alcuni suoi connazionali, una miscela alchemica dai risvolti femministi, indagatori dell'estremismo eterodosso e soprattutto grotteschi fino ad accarezzare significati esoterici.

Oltre tutto ciò la Blau sa infondere un profondo disagio nel lettore, scolpendo così un tutto tondo dei suoi personaggi che affogano in continui stati ansiogeni, a partire dalla protagonista che è vincolata alle sacre scritture della Bibbia. La Blau fa brancolare il suo personaggio principale in una vacua malinconia o in una ricerca, grottesca, di erotismo che serve a scardinare il rigido sistema patriarcale israeliano. L'autrice de Il libro della creazione intende cogliere istanze sociali del suo paese d'origine per dare al ruolo della donna un nuovo significato e per ridisegnare la mitologia ebraica e il folclore cananeo nei tempi moderni.

Sarah Blau
Sarah Blau. Foto: www.stephan-roehl.de di Heinrich-Böll-Stiftung, CC BY-SA 2.0

L'esoterismo cabalistico prende piede attraverso la creazione del golem, il costrutto argilloso che per antonomasia simboleggia il popolo ebraico, ma in questa veste inedita il golem è più un compagno di letto che il reliquiario dei nomi di Dio.  Il golem è un fragile feticcio sessuale che ottenebra le carni della protagonista, la spinge a riflettere sul suo essere donna e sulle debolezze dei dogmi religiosi e folclorici. Un sesso malato, eretico, sfacciato e ultra-carnale, così la Blau genera un erotismo esoterico che affronta ogni particella del mondo ebraico, demolendo l'interiorità della protagonista (per darle poi una nuova vita) e ogni assolutismo vigente.

 

Sarah Blau allora scrive un fantasy atipico e anticonformista nel quale l'elemento magico serve a dissacrare, a rendere affascinante e "più vera" la contemporaneità, con la lente d'ingrandimento del fantastico.

La copertina del romanzo Il libro della creazione di Sarah Blau, tradotto da Elena Loewenthal e pubblicato da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato

 

Siete pronti per una grande festa della lettura?
Da GIOVEDÌ 22 ottobre 2020 a DOMENICA 25 vi aspettiamo ONLINE su #BookPrideLink 2020!
Visitate il nostro stand virtuale e soprattutto... PRENOTATEVI per partecipare alle nostre presentazioni di questa domenica (distanziamento garantito, in attesa di poter tornare a incontrarci e dialogare fisicamente!)
Lo scrittore Marco Malvaldi dialoga con Renato de Rosa, autore di OSVALDO, L'ALGORITMO DI DIO
ore 18.00 - sulla piattaforma Book Pride Link
La libraia e lit-blogger Mariana Marenghi dialoga con Sarah Blau, autrice de IL LIBRO DELLA CREAZIONE
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ore 19.00 - sulla piattaforma Book Pride Link
Che cos'è Book Pride Link?
"Un tentativo di ripristinare, dopo il confinamento degli scorsi mesi, legami non solo virtuali per creare nuovi nodi che mantengano viva e fertile la connessione tra librerie indipendenti, editori indipendenti e lettori, costruita negli anni attraverso le cinque edizioni della fiera."
Noi ci siamo, e siamo pronti!
Voi ci sarete?

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.