I "lazzari" e le tre giornate del 1799

Per decenni ce l’hanno descritta come un’occasione mancata, come il miraggio di una (fantomatica) libertà acquisita e persa in pochi mesi per la pseudo ignoranza e scelleratezza dei cosiddetti «lazzari», fedeli ad un Re tiranno e oscurantista.

Contributo fondamentale, nell’ottica di accrescere la rivoluzionaria mitopoietica partenopea del 1799, è stata dato finanche dalla letteratura, dal romanzo storico, col celebre Il resto di niente di Enzo Striano, giusto per citare un esempio.

Agli inizi del gennaio 1799, l’armata francese agli ordini del generale Championnet trova libera la strada per piombare su Napoli e defenestrare Re Ferdinando IV di Borbone. La notizia si diffonde in pochissimo. Il popolo, fedele alla Corona, comincia ad organizzarsi per opporre resistenza. I lazzari, al grido «Serra Serra!» chiamano a raccolta tutti quelli che hanno a cuore la difesa di Napoli e cominciano una strenua resistenza contro l’invasore nemico e i giacobini napoletani che avevano spalancato le porte all’esercito francese. Nella notte tra il 14 e 15 gennaio avviene la spontanea mobilitazione del popolo napoletano: ai lazzari, i cavatori di tufo della Sanità, gli ortolani e i fruttaioli del Mercato, i marinai e i pescatori di Santa Lucia, il più borbonico dei quartieri cittadini. Nella giornata del 15 la folla in tumulto, pur senza la guida di veri capi militari, occupa tutti i punti strategici di Napoli. S’impadronisce così delle porte e delle fortificazioni, issando il vessillo reale a castel Nuovo, castel Sant’Elmo, forte del Carmine, castello dell’Ovo. Poi disarma i 12.000 uomini della milizia civica, rifornendosi quindi di fucili, munizioni e perfino di cannoni. Infine dà l’assalto alle carceri, liberando 6.000 prigionieri, in gran parte ladri. Nella logica dei lazzari quest’ultimi meritano la libertà perché hanno rubato ai borghesi, che sono tutti traditori, prima verso il re ed ora verso la città.

Si crea un vero e proprio esercito di quarantamila uomini che giurano dinanzi alle sante reliquie di San Gennaro di morire in difesa della Patria. Simbolo della lotta sarà una bandiera nera con la scritta «Evviva il Santo Iannuario nostro generalissimo». L’esercito francese, dopo aver crudelmente raso al suolo Pomigliano D’Arco, dispone la sua armata su quattro colonne: è l’inizio della mattanza.

Dopo tre giorni di guerra feroce, in cui i lazzari riescono a tener testa a formidabili strateghi come il giovane Kellerman, il popolo napoletano deve temporaneamente arrendersi al nemico.

Il cardinale Fabrizio Ruffo. Immagine in pubblico dominio

La Repubblica Partenopea ha inizio, ma è destinata a frantumarsi pochi mesi dopo, grazie al Cardinale Ruffo e alla sua armata, inneggiando la celebre «Canto dei Sanfedisti», quale inno di ribellione e libertà.

lazzari 1799
Silvestro Bossi, Lazzari giocano a carte (1824), litografia acquarellata di Cucianiello. Immagine in pubblico dominio

 


Vathek: il gioiello orientale del gotico inglese

Dal 1759, sulla scia di Samuel Johnson, autore del romanzo "orientale" Rasselas, si assiste a un proliferare della narrativa di stampo esotico, ovviamente modellata in futuro con la sensibility e l'estetica gotica. Il romanzo vede come protagonista un principe d'Abissinia ed è ambientato in un'Africa fuori dal tempo, che ospita le avventure di questo principe etiope, alla ricerca di una risposta alla domanda "Che cosa è la felicità?" Il romanzo dagli intenti edificanti e moraleggianti è un racconto filosofico che spoglia, utilizzando la satira, la società inglese dei suoi costumi perbenisti, andando alla ricerca della nuda verità di una vita semplice.

Ben presto il gusto per l'Oriente misterioso si accentuò, perdendo le connotazioni filosofiche e satiriche per riacquistare (o scoprire) quel sense of wonder che caratterizza il volume presentato oggi. Nello stesso anno, il 1785, Horace Walpole e Clara Reeve pubblicarono rispettivamente I racconti geroglifici e La storia di Charoba, regina d'Egitto. Interessante notare come i due scrittori si interessarono all'Egitto misterioso e magico ancor prima che la stele di Rosetta venisse scoperta e tradotta (ovvero tra il 1799- 1801): un avvenimento che fece divampare gli interessi anglo-francesi e accese una "corsa all'oro" per la terra delle piramidi.

Vathek William Beckford
La copertina del Vathek di William Beckford nell'edizione della collana SKIRA GOTICA, con traduzione di Aldo Camerino e Ruggero Savinio

I due autori, popolari per i già citati romanzi gotici, sviluppano un profondo interesse per l'Oriente esoterico, soprattutto Walpole (che probabilmente lesse il trattato ermetico di Orapollo sui geroglifici). L'Egitto è una terra tanto conosciuta quanto ricca di misteri, culla di una civiltà millenaria che conobbe il dominio persiano, macedone, romano e poi arabo. Il fascino primordiale e primitivo risvegliò una sensazione indefinibile, ma naturalmente congenita nell'essere umano: Walpole la chiamerà wildness. Le terre egiziane evocano la ferocia, un incontrollabile istinto animale e allo stesso tempo la genuinità che seduce l'uomo occidentale, fin troppo inglobato in una prigione burocratica e illuminata. Forse in Oriente c'è una luce diversa, un bagliore che mette in risalto le ombre di antichi dei e segreti sepolti dalle sabbie.

Non sorprende come gli stessi autori che per primi scrissero romanzi gotici ricercassero in Oriente la trasgressione, il sublime e la rottura con il reale che già avevano descritto nel Castello di Otranto e nel Vecchio Barone inglese. L'Oriente ha un'immensa tradizione narrativa, orale e non legata implicitamente al corpus delle Mille e una Notte, che libera la fantasia e l'immaginazione degli scrittori inglesi. Il gotico e l'Oriente non sono mai stati così vicini, perché entrambi sono i palcoscenici dove si esibiscono i protagonisti del soprannaturale. E all'unisono con lo spirito romantico c'è l'attacco al mondo neoclassico di Horace Walpole: «Leggi Sindbad e troverai Enea mortalmente noioso».

William Thomas Beckford in un dipinto di Sir Joshua Reynolds, olio su tela (1782) alla National Portrait Gallery (NPG 5340). Immagine in pubblico dominio

Ci pensò definitivamente William Beckford ad unire il genere gotico al racconto orientale. Infatti, tra il 1785 e il 1786, ispirato probabilmente dalle letture di Walpole e Reeve, scriverà il Vathek, una delle opere più singolari della letteratura inglese. Istrionica figura, del tutto simile al Trimalcione di Petronio, Beckford coltivò fin da giovanissimo l'amore per l'Oriente, leggendo Le Mille e una notte e dipingendo scene esotiche. I familiari, disperati dagli atteggiamenti del proprio pupillo, che si mostrava assetato di avventura e estremamente curioso, pregarono i tutori del ragazzo di proibire la lettura delle novelle arabe. Il "danno" ormai era fatto e tutte le scene erotiche, selvagge e meravigliose delle storie di Sindbad o dei Jinn e dei ghul erano annidate dentro il suo animo. La carriera politica a cui era predestinato non sarebbe mai sopraggiunta.

Beckford stesso ci racconta che scrisse il Vathek in tre giorni e due notti, ispirato dalle feste in maschera che lui organizzava a Fonthill House. Le famosissime feste a casa Beckford hanno sicuramente lasciato il segno. Aiutato da scenografi, esperti di luci e effetti speciali, trasformò la vetusta residenza familiare in un complesso sfarzoso orientale, ispirato alla complessità labirintica delle Mille e una notte. In seguito rase al suolo Fonthill House per ricostruirci sopra Fonthill Abbey, un edificio ispirato all'arte gotica con pittoreschi inserti orientali. Infatti fu soprannominato il "Califfo di Fonthill".

Esiliato dall'Inghilterra per anni - con le accuse di sodomia, incesto e depravazione - Beckford scrisse numerosi resoconti di viaggio e altre opere singolari, ma che furono sempre oscurate dal successo di Vathek. Il protagonista eponimo del romanzo è un principe abbaside, cresciuto tra le braccia della perfida madre, la strega Carathis.

Vathek William Thomas Beckford
Incisione di Isaac Taylor, sulla base di un disegno di Isaac Taylor junior, dalla terza edizione del Vathek di William Thomas Beckford, Londra (1816)

Di seguito, la trama con la conclusione del romanzo e alcune considerazioni finali.

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straniera Claudia Durastanti

Straniera ovunque, novunque

L’altro giorno, mentre alla stazione Termini stavo aspettando uno degli innumerevoli treni su cui dovrò salire questo mese, una signora mi si avvicina e, in un inglese molto stentato, mi chiede se quello fosse il treno diretto ad Orbetello. Rispondo di sì, e la signora mi risponde con un sentito grazie, in italiano, come se le avessi rivelato uno dei Segreti di Fatima. Allora, chiama a sé i suoi tre bambini, mi guarda e mi dice, in un italiano altrettanto stentato: “brutto essere stranieri qui, nessuno risponde. Scusa per mio italiano!”

Le ho sorriso e, dopo averle risposto che ho capito benissimo quello che mi ha detto in italiano, le ho chiesto scusa a nome di tutte quelle persone che non si sono fermate per perdere trenta secondi per darle conferma che quello fosse il treno per Orbetello.

Quindi salgo sul treno, mi siedo e prendo il libro di Claudia Durastanti, La Straniera, dal mio zaino per leggere le ultime pagine. Confesso di averlo letto tutto d’un fiato. Non stupisce affatto che questo libro sia rientrato tra i finalisti del Premio Strega 2019.

Questo mese, una lettura del genere ci voleva proprio: la protagonista di questo libro, infatti, si pone tantissimi degli interrogativi che mi pongo io in questo periodo. Durante le mie continue peregrinazioni di questi giorni, infatti, mi sento più straniera che mai, anche se mi sono allontanata relativamente poco dalla mia terra di origine, la Sicilia. Leggere dei continui viaggi e spostamenti dell’autrice di questo splendido libro, edito da La nave di Teseo (pp. 285, € 18,00), non solo mi aiuta a riflettere, ma mi fa sentire molto meno sola.

In fondo, almeno una volta nella nostra vita ci sentiamo tutti stranieri. Stranieri in un paese diverso dal nostro, stranieri nei confronti di persone che, seppur nostri conterranei, scelgono esperienze totalmente diverse dalle nostre. E non capita, talvolta, di sentirsi stranieri in famiglia, perché non capiti o forse non sempre accettati? Ed è per questo, quindi, che, come la protagonista de La Straniera, cerchiamo di mettere radici in altri luoghi… Dovunque, in nessun posto… “novunque”.

Negli anni dopo il divorzio, mia madre ha continuato a camminare e a scappare, a volte prendendomi in ostaggio. Invece di mandarmi a scuola durante la stagione primaverile mi faceva indossare una tuta acetata, metteva delle caramelle nel marsupio e mi costringeva a seguirla a piedi da un paese all’altro. Io andavo, camminavo senza prenderla per mano con il fiato rotto e le scarpe da ginnastica immerse negli stagni pronta a schiacciare i girini, tiravamo avanti per otto ore prima di fare marcia indietro. Serviva a lei stare là fuori, non a me, ma io camminavo lo stesso”.

Non smette mai di camminare - per fortuna - la protagonista di questo romanzo, sia per le vie di piccoli paesini della Basilicata, sia in America, dove si trova a dover vivere per certi periodi della sua vita. Nonostante le avversità che le riserva la vita, non si arrende ed è grazie alla letteratura, ad altri viaggi (che la ragazza può intraprendere grazie ai suoi libri) che non perde mai la curiosità, il desiderio di sapere e di conoscere nuove persone e luoghi.

L’autrice del romanzo, attraverso la sua protagonista, è capace di affrontare il tema della sordità di entrambi i genitori di quest’ultima in maniera mai banale. Non si ha l’impressione di leggere delle (dis)avventure di due persone disabili, tutt’altro. Con estrema abilità, la Durastanti non trasforma l’adolescenza ed il turbolento matrimonio di quella coppia nel solito triste e melodrammatico cliché, ma parla della disabilità se non come una delle caratteristiche fisiche di quell’uomo e quella donna che forse non si sono neanche amati davvero, ma solo perché avevano entrambi quella caratteristica fisica e si sa che “la somiglianza viene prima di tutto”, in fondo.

Quindi, forse, si sono scelti perché con qualche altra persona, probabilmente, si sarebbero sentiti esclusivamente degli estranei, degli stranieri. Anche la disabilità, nonostante si sia nel 2020, purtroppo ti rende diverso. O forse, sono semplicemente gli occhi delle persone che lo fanno.

L’autrice decide di non raccontare gli eventi della protagonista e della sua famiglia, in particolare modo della madre, con la quale non ha di certo il classico rapporto madre-figlia, in ordine cronologico. Come se volesse farci cogliere quanto l’animo della protagonista stessa dovesse sentirsi frastagliato in quel turbinio di situazioni, di eventi, di viaggi e di emozioni; non ci fornisce un elenco di eventi preconfezionato, deve essere il lettore a ricomporre quelle vicende, a trovare un ordine dove, probabilmente, regna solo un po’ di caos.

Caos non riprodotto a livello lessicale. L’autrice, con scelte lessicali apparentemente semplici, ma curate, riesce a coinvolgere il lettore dalla prima all’ultima parola, e riesce a trasportare nelle “stranezze” del mondo della protagonista. Del resto, non tutte le emozioni, non tutti i sentimenti possono essere espressi con le parole. A volte, il linguaggio potrebbe rivelarsi una trappola, una catena da cui è difficile liberarsi. Se ci si ferma un secondo a pensare, non riusciamo quasi mai ad esprimere i nostri momenti più belli o più brutti con delle semplici, banali, parole.

E allora come fa il linguaggio burocratico a svincolare quello che il linguaggio amoroso non ha mai legato?” si chiede la protagonista, a proposito del divorzio dei genitori.

Come avrà fatto, la figlia di due genitori sordi, ad esprimersi in modo “adeguato” alla società?

Più i nostri genitori parlavano in maniera volgare e volutamente fastidiosa, più noi eravamo precisi, convinti che essere corretti nel lessico, avrebbe implicato essere corretti anche nella vita, finalmente liberi dalle loro stranezze.”

La Durastanti, con queste parole, offre un importantissimo spunto di riflessione. Chi parla in maniera “diversa”, è straniero, estraneo, un po’ strano.

Per non sentirci così diversi, quindi, cerchiamo di parlare “meglio”, di fare sparire delle caratteristiche fonologiche dialettali ed avvicinarci ad un uso della lingua più “standard”, dimenticando che così facendo, molto spesso, si perdono dei piccoli pezzettini di quelle che sono le nostre radici.

Emigrare non significa forse “convivere con tutti questi se del sé, sperando che nessuno prenda il sopravvento sull’altro”?

straniera Claudia Durastanti
Copertina del romanzo La straniera di Claudia Durastanti, edizione La nave di Teseo

 

Foto di Marika Strano, ove non indicato diversamente.


America Llosa

"Sogno e realtà dell'America Latina" di Vargas Llosa

Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa

Mitologia e distopia di un continente

Il pamphlet Sogno e realtà dell'America Latina, del premio Nobel per la letteratura del 2010 Vargas Llosa, è una preziosa opportunità per riflettere sulle tematiche trasversali che incatenano tutt'oggi l'America Latina in una griglia di costruzioni stereotipate. A tale ragione non possiamo che rendere grazie alla casa editrice maceratese Liberilibri, che dimostra nuovamente la cura e l'importanza del proprio catalogo.

Come in un mio precedente contributo per ClassiCult sul mito di Eldorado, si ritorna ancora ad esplorare le cause innescate dalla nostra immaginazione e che proiettano nel continente sudamericano le ansie, le paure, le tradizioni folkloriche e il repertorio mitologico del cosiddetto Vecchio Mondo. Come avevo già sottolineato, questi comportamenti maturarono in seno alla letteratura odeporica e grazie alla florida circolazione di notizie e leggende che attecchirono facilmente sul suolo di Brasile, Messico e Caraibi; nacque così la prova tangibile dell'esistenza del famoso paese della Cuccagna, delle mirabili località dorate descritte da Marco Polo in Asia e del regno aureo del Prete Gianni.

In sintesi il medioevo europeo riversò tutto se stesso nelle Americhe, distorcendo l'architettura religiosa, etnica, sentimentale e storica dei popoli conquistati; il risultato non fu una forzata integrazione o ibridazione di vinti e vincitori, bensì l'accentuarsi di una cesura del “noi” e del “loro”. Segnò pure l'avvento di un sensazionalismo esotico che influenzò pesantemente l'immaginario della madre patria e tutte le classi sociali. Hidalgos, mercenari, gesuiti o membri di altri ordini religiosi, semplici contadini o borghesi benestanti accorsero a colonizzare le nuove ricche terre di Eldorado.

Mario Vargas Llosa, dettaglio dalla foto di power axle, XIII Prix Diálogo - Ceremonia de entrega

Vargas Llosa parte da questo assunto e lo sviluppa con la sua solita intelligenza in senso verticale, smascherando la dura realtà che avvolge pesantemente il suo continente d'origine. La sua trattazione, com'è giusto che sia, inizia dalle antiche cronicas dei numerosi compilatori (degli ordini religiosi e non) che accompagnarono condottieri e vice-regnanti nelle Indie americane. Costoro, come ho accennato sopra, si lasciarono sedurre dai racconti favolosi di quelle terre misteriose e spesso la realtà storica venne messa in secondo piano. “La finzione, l'amore per le cose rare e peregrine, predominano sul gusto del reale e del comune” (p. 4); così affermò lo storico peruviano Raùl Porras Barrenechea, riferendosi proprio a queste tendenze immaginifiche che alimentarono il proliferare di scritti macchiettistici sulle Indie.

Llosa procede nell'analisi, valendosi del rinomato scritto del professor Irving A. Leonard: Los libros del conquistador. In questo passaggio è ancora più netta la sovrascrittura tra il mondo reale e quello letterario, poiché l'Europa ammantò di amor “cavalleresco” quelle terre esotiche appena scoperte, paragonandole a quelle immaginarie, descritte nei pomposi romanzi cavallereschi tanto in voga nelle corti iberiche.

Gli uomini di Francisco de Orellana mentre costruiscono un piccolo brigantino, il San Pedro. Dipinto, immagine in pubblico dominio

A ragione di ciò basti portare alcuni esempi. La Foresta amazzonica e il Rio delle Amazzoni devono il loro nome alle donne guerriere del mito greco, che vennero spesso usate come antagoniste o come orpelli narrativi di fascinazione nei romanzi epici delle corti ispaniche. Il missionario domenicano fra' Gaspar de Carvajal e il conquistador Francisco de Orellana esplorarono le foreste amazzoniche e dichiararono proprio di aver visto delle donne bellicose con dei seni recisi: Erodoto non avrebbe saputo descriverlo meglio. Il topos mitologico ellenico, già al servizio dei romanzieri iberici e italiani, subì un pesante revival proprio agli antipodi della sua terra d'origine.

Fu il celebre romanzo Las sergas de Esplandián a inculcare negli avventurieri spagnoli il mito delle Amazzoni, ma non si limitò a questo. L'esploratore portoghese Juan Rodríguez Cabrillo, al servizio della Spagna e divoratore di romanzi cavallereschi (tra i quali proprio Las sergas de Esplandiàn), esplorò nel 1542 una "nuova" terra, alla quale diede il nome dell'isola in cui regnava la sovrana delle Amazzoni Calafia nel romanzo, ovvero California.

Nelle pagine successive, Vargas Llosa procede con meticolosità alla decostruzione delle cataratte ideologiche che promuovono biecamente la cecità intellettuale occidentale e anche latinoamericana. Tale processo parte dal libercolo di Régis Debray Rivoluzione nella rivoluzione? (1967) e dai movimenti politici della Cuba dei “barbudos” di Castro, dalla mancata idealizzazione di un autentico marxismo latinoamericano, non pallida emulazione di quello europeo. La mitologia cubana della rivoluzione di Castro si erge a monumento utopico e leggendario, noncurante delle reali contingenze storiche.

Con tali edulcorazioni, il continente latinoamericano subì una neonata distorsione contemporanea, da paradiso mitologico aureo e esotico divenne il continente perfetto nel quale potevano avverarsi le sperimentazioni politiche del socialismo e del marxismo europeo, sperimentazioni volte a soffocare in nuce parte dello spirito rivoluzionario originario di matrice latinoamericana. Così il continente subì un'evoluzione, o un'involuzione, una realtà distopica non tanto diversa dall'immaginifica mitologia dei conquistadores.

America Llosa Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa
Copertina di Sogno e realtà dell'America Latina di Vargas Llosa, nell'edizione Liberilibri.

"Le ateniesi" di Alessandro Barbero: un dramma nella commedia

Quando si parla di Atene e del suo imperium si resta quasi basiti dinanzi alla grandezza ed efficienza del suo governo democratico, soprattutto se si esamina l’età classica, ovvero il periodo più ricco e prolifico, sia dal punto di vista socio-politico che letterario. Ma anche Atene, alla pari delle altre città-stato, non era esente da storture e da una politica non in linea con i dettami democratici.

Nel romanzo Le ateniesi di Alessandro Barbero (Mondadori 2015) si ha la possibilità di esaminare proprio quelle storture che rendono Atene una città-stato comune e non idealizzata.

Alessandro Barbero al Festival della Comunicazione di Camogli (2015). Foto di Alessio Jacona, Festival della Comunicazione. CC BY-SA 2.0

Lo storico medievista mette in scena tre storie differenti che, ambientate in un periodo cruciale della storia ateniese del V a.C., il 411 a.C., tracciano uno spaccato della realtà dell’Atene di epoca classica.

Il 411 a.C. è, si potrebbe dire, un anno ‘spartiacque’ che vede Atene lacerata dal conflitto peloponnesiaco e distrutta dall’infelice spedizione siciliana e, ancor prima, dalla sciagurata sconfitta a Mantinea nel 418 a.C. Ma il 411 a.C. è anche l’anno del tentativo di colpo di stato, organizzato da un esiguo numero di ricchi oligarchi, teso ad abbattere il governo democratico, ormai obsoleto, in favore di una nuova forza politica potenzialmente garante di una maggiore stabilità imperiale: l’oligarchia.

Proprio il golpe oligarchico è alla base di una delle tre storie raccontate nel romanzo. Nei primi capitoli, Barbero, dopo aver presentato i personaggi principali del racconto, mette in scena un lussuoso banchetto, a casa di Eubulo, un ricco ateniese, cui prendono parte i più ragguardevoli tra gli antidemocratici del tempo, tra questi Crizia, personaggio emblematico e zio di Platone. Durante la lussuosa cena, i diversi convitati discutono sulla fattibilità del colpo di stato oligarchico e su come convincere il popolo ateniese dell’impraticabilità della democrazia. Con l’aiuto di Crizia, Eubulo, personaggio sul quale aleggia una luce fortemente negativa, e i diversi convitati decidono di abbattere la democrazia con il regime del ‘terrore’: commettere diversi omicidi e imputare alla democrazia stessa una scarsa sorveglianza del popolo di Atene. Il progetto oligarchico riceve consenso tra i convitati che, dopo essersi inebriati col vino e aver goduto di schiave e giovanotti, abbandonano la casa di Eubulo sicuri che il loro piano riuscirà a procurargli il consenso popolare.

Accanto a questi personaggi e intrecciate al golpe oligarchico, Barbero racconta, nei capitoli centrali e finali del romanzo, due storie che viaggiano parallelamente tra di loro per farle incrociare, poi, nel finale del romanzo.

A fare da contraltare ad Eubulo e Crizia, Barbero presenta Polemone e Trasillo, due reduci di guerra, sopravvissuti alla disfatta di Mantinea e ormai dediti al lavoro dei campi. I due personaggi sono presentati con connotati positivi: instancabili lavoratori e onesti padri di famiglia.

Durante le feste in onore di Dioniso, Polemone e Trasillo decidono di recarsi in città per assistere alla rappresentazione di una commedia di Aristofane, la Lisistrata. Nei capitoli relativi alla rappresentazione scenica vien fuori l’estro geniale di Barbero che non solo riporta fedelmente alcuni spezzoni della commedia aristofanea, ma ne ripropone, in chiave moderna, una sorta di ‘parafrasi’. Lo storico medievista è ricercato nei dettagli e accurato nelle descrizioni degli attori sulla scena, ma non soltanto, Barbero riporta, anche, i giudizi del pubblico seduto in platea che non si sarebbe mai aspettato la messa in scena di una commedia così fortemente polemica: sia nel V a.C. che nel romanzo, la Lisistrata è accolta da pareri contrastanti; l’idea di Aristofane, seppur ricercata e ingegnosa, di permettere alle donne di ‘prendere il potere’ e porre fine alle ostilità tra Atene e Sparta con lo sciopero del sesso, era, nell’antichità, ed è, nel romanzo, una trovata comicamente fantasiosa.

Parallelamente al racconto della rappresentazione della commedia di Aristofane, Barbero espone la terza ed ultima storia che vede come protagoniste Charis, figlia di Polemone, e Glicera, figlia di Trasillo.

L’Atene classica era una società fortemente maschilistica, votata a rendere le donne degli oggetti mira delle passioni e dei desideri più sfrenati dei giovani ateniesi. Barbero non si sottrae nel raccontare, anche, una vera e propria tragedia che vede protagoniste, per l’appunto, le figlie di Polemone e Trasillo.

Charis e Glicera, stanche delle oppressioni paterne, decidono di contravvenire agli ordini dei propri padri, accettando l’invito a casa di un giovincello, Cimone, figlio dell’antidemocratico Eubulo, dove ha luogo un vero e proprio massacro. Cimone e i suoi compagni, Argiro e Cratippo, sui quali l’autore spende parole di vero e proprio sprezzo, inebriati dal vino, seviziano le due ragazze, riducendole quasi in fin di vita.

I capitoli relativi al dramma di Charis e Glicera sono raccontati da Barbero con una tale perizia di particolari tale da permettere al lettore di immaginarsi la scena dinanzi ai suoi occhi.

Il dramma che si consuma nella casa di Cimone sottolinea come in una società, quale che era Atene, le donne non avevano la benché minima possibilità di riscatto rispetto alla supremazia maschile che, nella sua più sprezzante e terribile forma, abbatteva ogni tentativo di libertà femminile.

Di seguito, alcune considerazioni circa le conclusioni del romanzo, con l'intreccio delle tre diverse storie, al fine di illustrare le soluzioni magistralmente congegnate dall'Autore.

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Fabrizio Pasanisi ci accompagna nella Dublino di James Joyce

Come potrebbe esistere Joyce senza Dublino, e, oggi, come potrebbe esistere Dublino senza Joyce?”

È con questo punto interrogativo con cui Fabrizio Pasanisi decide di aprire il suo libro, A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore, edito da Giulio Perrone Editore (pp. 204, €15,00).

Al liceo o alla scuola superiore, se non anche all’università, ci hanno spiegato che uno dei cardini fondamentali della produzione letteraria di Joyce è proprio il rapporto con la sua terra, l’Irlanda, è quell’odi et amo che lo scrittore prova nei confronti della sua isola a dare vita alle sue opere, tanto amate, ma al tempo stesso anche odiate, perché non sempre comprese, dagli studenti.

Perché dovrei studiare Joyce?”

Cosa mi importa del suo rapporto con l’Irlanda?”

Alzate la mano se non ve lo siete mai chiesti almeno una volta, a scuola o in un’aula universitaria.

Ebbene, Pasanisi sembra rispondere in maniera chiara, ma esaustiva, alle nostre domande:

Joyce, come chiarito in una lettera, intendeva raccontare non come si viva a Dublino, ma come viviamo, noi tutti e dovunque, come sono fatti gli esseri umani e quali siano i loro caratteri, loro storie.”

Quindi non è solo un viaggio, un errare di carattere fisico tra le vie di Dublino per noi ed il nostro autore: il tutto si traduce in un errare della nostra mente che deve perdersi un po’ per potersi ritrovare tra le righe delle opere di Joyce.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Henrietta Street a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Infatti, come ci spiega bene Pasanisi, per Joyce “la letteratura non serve a rassicurare, distrarre, o almeno non serve solo a questo.La letteratura può diventare enciclopedia, dove ogni sapere si mischia, e può diventare specchio in cui ognuno può ritrovarsi, scoprendo persino come funziona il proprio corpo.”

Nel libro dello scrittore napoletano non troviamo semplicemente un macchinoso riassunto della vita e delle opere di Joyce, ma abbiamo un quadro completo degli itinerari che Joyce compie nella sua Dublino durante i primi 22 anni vissuti nella capitale irlandese, dalla nascita all’”esilio forzato”, cominciato il 10 ottobre del 1904.

Pasanisi, nella prima parte del libro, quella dedicata proprio agli anni di Dublino, passa in rassegna tutti gli spostamenti ed i cambi di residenza che James, sin dai primi anni della sua infanzia, fu costretto a compiere per colpa delle ristrettezze economiche che colpirono la famiglia, anche in seguito alla perdita del lavoro come esattore fiscale da parte del padre, persona certo non incline al risparmio e ad una vita opulenta.

I continui cambi di casa non sono, per il nostro giovane James, l’unica occasione per girare quella che da lui veniva considerata la “mia cara, sporca Dublino”: o da solo, o con il caro fratello Stanislaus o con la giovane Nora, altro punto di riferimento fondamentale per Joyce, egli non faceva altro che trarre spunto e ispirazione dalle quelle strade, da quei luoghi, da cui nasceranno capolavori come Gente di Dublino, Un ritratto dell’artista da giovane, Ulisse e Finnegans Wake.

Nella seconda parte del libro, dedicata alla Dublino dei libri di James Joyce, Pasanisi ci parla di quali itinerari compiono, questa volta, i personaggi delle opere di Joyce.

L’autore parte dai primi esperimenti narrativi dello scrittore irlandese, le Epifanie e le poesie, per arrivare a tracciare una mappa dei luoghi percorsi dai protagonisti di Gente di Dublino, opera che “ritrae la classe sociale più vicina al giovane, quella della borghesia povera, fatta di insegnanti o piccoli commercianti, oltre alle tante figure del popolo.”

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Il numero 15 di Usher's Quay a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Pasanisi parte da Great Britain Street, con il racconto Sorelle, per concludere il suo itinerario ad Usher’s Island, sfondo de I morti, dove Dublino “È ancora una città del passato, dove” le carrozze rimangono il mezzo di trasporto, “scomode e gelate, anche nella parte protetta destinata ai clienti.”

Il ponte James Joyce sul fiume Liffey ad Usher's Island. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Il libro di Pasanisi diventa un’ottima guida per il lettore, soprattutto per chi è alle prime armi con uno scrittore del calibro di Joyce, quando l’autore ripercorre i passi di Leopold Bloom, protagonista dell’Ulisse.

Il James Joyce Museum con la Torre Martello a Sandycove. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

In quel 16 giugno 1904 in cui l’opera si svolge, dalle otto di mattina e le prime ore del giorno successivo, cioè in quella stessa data in cui Jensen ora passeggiarono per la prima volta insieme, la fantasia si mischia alla testimonianza biografica, il sapere alla semplice osservazione, i personaggi che affollano la narrazione sono frutto di invenzione o di trasposizione, dalla vita alla pagina. Tutto è citazione, riferimento, simbolo.”

Usher's Quay a Dublino. Foto di Giuseppe Milo (Pixael), CC BY

L’autore napoletano decide di far terminare il nostro viaggio tra le pagine di Finnegans Wake, dove chi ha il coraggio di intraprendere questo folle percorso non fa altro che perdersi tra le righe di quelle non-parole di una non-lingua (che sembra racchiudere tutte le lingue del mondo) per ritrovarsi, forse ancor più smarrito di prima, tra le vie di quella amata e odiata Dublino, dalla quale Joyce non sembra mai essersi allontanato.

Fabrizio Pasanisi A Dublino con James Joyce
Copertina del libro di Fabrizio Pasanisi, A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore

"Riti Notturni" di Colin Wilson: ritorno a Whitechapel

Ho conosciuto la Carbonio Editore proprio nel corso del 2019 grazie al volume I Poteri delle Tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato. Un testo fondamentale per approfondire il capolavoro gotico di Stoker e che assume una nuova veste grazie alla traduzione dall'inglese all'islandese di Valdimar Ásmundsson, il quale plasmò il romanzo Dracula in una maniera del tutto inaspettata sancendo di fatto un romanzo diverso dall'originale. Il volume in questione mi colpì molto, non solo per la cura editoriale del “prodotto”, ma per la ricchezza dell'apparato critico del ricercatore e curatore Hans Corneel de Ross, in sintesi un romanzo-saggio brillante e coinvolgente. L'incontro con Carbonio Editore fu più dei rosei quindi e oggi non posso non parlarvi dell'ultima novità sfornata da questa meritevole casa editrice.

Riti Notturni (1960) è il volume che inaugura la Gerard Sorme's Trilogy, serie di romanzi fondamentali all'interno dell'opera di Colin Wilson (1931-2013), autore dai mille interessi e che padroneggiò diversi stili narrativi e generi. Già nell'Outsider, saggio scritto da giovanissimo nel 1954 (pubblicato nel 1956) tra i saloni del British Museum e quasi in contemporanea con Riti Notturni, dimostra la sua capacità nel navigare nei mari più perigliosi della fantascienza, del thriller noir, degli scritti esoterici o del fantastico classico, riuscendo a tratteggiare la figura dell'outsider. L'outsider è quell'individuo che si avventura nei reami della psiche, noncurante delle convinzioni sociali: un vero psiconauta della ragione e dell'irrazionalità. La sua esplorazione porta una presa di coscienza della libertà individuale dell'essere umano e smaschera il velo che occulta la realtà stabilendo che esistono other worlds oltre i banali precetti contemporanei; l'outsider è colui “che vede troppo e troppo lontano”.

Così anche in Riti Notturni i protagonisti sono degli outsider che spiccano, con macabra raffinatezza, tra gli anonimi attori passivi della Londra degli anni '60 e fin troppi immersi nella quotidianità borghese della società britannica. A Wilson interessano gli esclusi, coloro che parlano un linguaggio comprensibile a pochi, i poeti che si perdono ai margini dei libri o gli artisti che affogano tra le dolci e tetre pennellate e gli assassini profeti di forze apocalittiche. Come disse Nietzsche “Le cose grandi ai grandi, gli abissi ai profondi, le finezze ai sottili e le rarità ai rari.”

Gerard Sorme è il “protagonista” di questo thriller metafisico dalla potenza offuscante, un intellettuale che ambisce a diventare uno scrittore ma che ristagna nel sottobosco dell'indifferenza londinese. Ovvero un alter ego dello stesso Colin Wilson, figura della letteratura underground che specula sulla voluttuosità creativa della morte e della violenza.

De facto, Gerard è sedotto dalle morti che scuotono la tranquillità della capitale inglese, poiché risvegliano la pallida coscienza ibernata degli abitanti. Una coscienza che rivive gli incubi di Jack lo Squartatore, celebre serial killer che disseminò cadaveri per le strade del quartiere Whitechapel, lo stesso nel quale sono realizzati questi nuovi barbari omicidi. Wilson/Sorme metabolizza nella barbarie una nuova forma d'arte, la furia omicida diventa una tela da analizzare per carpirne i più reconditi segreti, il sangue è la nuova ambrosia di cui si nutrono gli dèi moderni.

Ma la curiosità di Sorme non è meramente alimentata dalle notizie vociferate dai passanti o lette di sfuggita dai giornali, ma è fomentata dalla suadente figura di Austin Nunne. Ricco dandy omosessuale, scrittore a tempo perso, critico d'arte, cultore musicale e del balletto, nonché famigerato amante dagli smodati appetiti sessuali; le parole per descrivere Austin Nunne sono troppe e probabilmente in nessun dizionario di tutte le lingue del mondo esiste un vocabolo consono a descrivere il nuovo amico di Gerard Sorme, completamente ammaliato dal carisma magnetico e misterioso dell'aristocratico gay.

Riti Notturni si sviluppa tra le case di Londra, i vicoli grondanti di sangue, le sale da tè e i locali dove gli alcolici scorrono come fiumi. Il mondo è un palcoscenico che mette in atto il dramma di un nuovo Jack lo Squartatore, rabbioso artista del coltello che si esibisce per i pochi eletti in grado di capirlo, sgominarlo e forse aiutarlo?

Colin Wilson nel 1984. Foto di Tom Ordelman, CC BY-SA 3.0

Con una scrittura sopraffina Colin Wilson abbozza un'Inghilterra disillusa, che ha da poco iniziato a suturare le ferite del secondo conflitto mondiale. Dipinge crudeli protagonisti in bilico tra il Paradiso Perduto di Milton e le illustrazioni di William Blake, facendo esasperare il lettore fino alla domanda finale: sto con il mostro di Whitechapel o con le belve di questo mondo che cade a pezzi?

Dopo Un dubbio necessario e La gabbia di vetro (altri romanzi di Wilson che ho apprezzato enormemente) Riti Notturni è l'ennesimo romanzo wilsoniano che si erge a Necronomicon inglese, manuale occulto per evocare le turbe più grottesche dell'animo umano. Ma tra queste tinte fosche e laceranti non bisogna pensare che il romanzo sia una vuota sequenza di scene sessuali o omicidi, bensì è il lato psicologico a risaltare, è l'indagine para-psichica a costruire un ponte tra il carnefice, la vittima e gli outsider che ambiscono a comprendere cosa si cela sotto il sangue degli innocenti. Nascono dubbi, ansie, domande irrisolte e alla fine si volta l'ultima pagina con la consapevolezza che c'è bisogno di rileggere il romanzo. Perché l'ultimo carattere stampato non è mai la fine, perché le chiavi di lettura sono molteplici e i mister di Whitechapel infiniti.

Riti Notturni Colin Wilson
La copertina di Riti Notturni di Colin Wilson, nell'edizione Carbonio Editore

Artemide Szac

Il Romanzo di Artemide di Murielle Szac: una mitologia moderna del femminino ribelle

Il Romanzo di Artemide di Murielle Szac
Una mitologia moderna del femminino ribelle

Se dovete recuperare dei regali di Natale da consegnare con imperdonabile ritardo ai vostri cari io vi consiglio un pregiato volume cartonato della Ippocampo Edizioni, Il Romanzo di Artemide di Murielle Szac.

La scrittrice francese narra in chiave episodica, trasformando l'antica rapsodia degli aedi greci in una serie TV, la nascita e la crescita di Artemide la dea dei boschi, della giovinezza e della caccia. Il romanzo è un testo che consiglio sia a un pubblico giovane che più maturo, senza distinzione di sesso perché la storia intessuta dalla Szac è un'opportunità per creare un dialogo tra uomini e donne, per poi stabilire i ponti di una sana convivenza che è necessario costruire fin dalla più tenera età.

Il testo, mirabilmente illustrato dai cangianti disegni di Olivia Sautreuil e tradotto da Fabrizio Ascari, segue le vicende interiori e avventurose di Artemide, giovane dea che si ribella alla gerarchia cristallizzata degli dèi olimpici. Già dalla nascita dal ventre di Latona la nostra eroina è costretta a subire un'offesa dal suo sommo padre, Zeus. Infatti Zeus si reca dalla sua amante Latona, nascondendo l'adulterio - come sempre - alla sua “amata” Era, e promette dei doni meravigliosi al gemello di Artemide il neonato Apollo e non si preoccupa di regalare alla figlia qualcosa di altrettanto prezioso, se non un “arrivederci”. Artemide si sente immediatamente trascurata e tradita dalla prima figura maschile che arriva nella sua vita e decide di autodeterminarsi, tant'è che compie la sua personale ascesa in maniera del tutto individuale, senza appellarsi all'aiuto paterno o materno. Artemide è sola, svincolata dalla gabbia paternalistica e genitoriale, uno spirito libero che cerca il proprio posto nel mondo, si fa profetessa di una ribellione del femminino sacro e in perfetta sintonia con le istanze moderne che lottano per delineare i ruoli e le ambizioni delle donne.

La donna moderna, come la più tenera delle fanciulle, vedrà nell'Artemide della Szac una forza archetipica che plasma la forza del genere femminile. Artemide non si limita ad essere la divinità dei boschi ma diventa una potenza primordiale ingiustamente relegata alla sfera maschile della vita, ovvero personifica la caccia. Artemide è uno dei primi esempi queer della storia umana, una donna che si “comporta da uomo” e che si avvicina indistintamente ad entrambe le sfere della sessualità, provando affetto per gli uomini e per le donne.

La costruzione emotiva di Artemide è costruita con sensibile perizia, infatti sappiamo che la giovane dea “rinuncia all'amore” proprio perché è spaventata dagli uomini, poiché quest'ultimi ricordano il dolore che gli ha inflitto suo padre. Artemide inizialmente rinuncia all'amore e per contrappasso diviene anche dea della fertilità e della maternità, questo non la spaventa perché una donna è in grado di essere se stessa anche se non porta a termine una gravidanza. L'avventura di Artemide che si snoda per numerosi episodi simbolici è un meraviglioso viaggio alla scoperta di s'è stessi, tra eroi greci, prodigi magici, incontri edificanti e disegni bellissimi.

 

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Pescando dai numerosi racconti della mitologia greca, Murielle Szac è riuscita a creare un romanzo, presentato a episodi, a mò di serie TV, che onora una delle più accattivanti dee dell'Olimpo: quella della natura e della caccia, preposta alle nascite e agli adolescenti. Artemide rifiuta i destini prestabiliti e segue un suo personale cammino, tra i capricci degli dei e i drammi degli umani. Intorno a questa donna libera gravitano straordinari personaggi che presentano le molteplici facce del femminile e del maschile. Scopri “Il romanzo di Artemide”, in tutte le librerie! #bookoftheday #bookstagram #booklover #bookworm #mithology #artemide #mitologia #mitologiagreca

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Artemide è una divinità femminile e ribelle, perché insegna a essere sempre se stessi.

Il Romanzo di Artemide Maurielle Szac
Copertina del volume Il Romanzo di Artemide di Murielle Szac, Ippocampo Edizioni.

Black White Shiner

Black & White di Lewis Shiner: razzismo, esotismo e folklore di un'epopea americana

Black & White di Lewis Shiner

Razzismo, esotismo e folklore in un'epopea americana

Nel 2019 ho prestato attenzione alla scoperta di nuove realtà editoriali, lontane dal mainstream e più libere di osare nella proposta dei titoli. Tra le varie case editrici scoperte in questo tour libresco segnalo con molto piacere la Giulio Perrone Editore che si è distinta per un catalogo originale, fresco (e allo stesso tempo classico, si veda il libro di Joyce) e molto ben curato sotto il profilo estetico. Cosa che un mero materialista come me apprezza moltissimo. Della collana Hinc Joe di narrativa americana, curata e diretta dal magistrale Joe R. Lansdale, ho letto il romanzo Black & White di Lewis Shiner. L'autore è principalmente conosciuto per i suoi romanzi fantascientifici e fantastici, ma in questo testo proposto da Giulio Perrone Editore, Shiner rimane legato a un contesto “realista”: ero perciò molto curioso di conoscere il passaggio dal genere fantastico a quello più “tradizionale” compiuto dallo scrittore americano e sono rimasto piacevolmente sorpreso del risultato.

D'altro canto Black & White presenta delle apparenti contaminazioni magiche e fantastiche, al limite del grottesco, che danno al titolo una flebile etichetta di realismo magico, ma il tutto è così saggiamente contestualizzato che è un piacere immergersi in questa storia vera, misteriosa e cruda.

Inizio anni 2000, Michael Cooper è il nostro protagonista, un giovane uomo tormentato da una carriera brillante ma che gli sta troppo stretta, quella del fumettista di super eroi come Batman o Luna. Se la sfera lavorativa non lo soddisfa in pieno Michael sul versante familiare è completamente distrutto perché sta assistendo agli ultimi giorni di vita di suo padre, malato di cancro. Michael raggiunge la famiglia in North Carolina, precisamente nella multi-etnica città di Durham che storicamente è sempre stata una culla per i discendenti degli schiavi africani impiantati nelle isole caraibiche come Haiti, infatti uno dei quartieri (abitato dalla popolazione di colore) si chiamata Hayti.

Fayetteville St., Hayti, attorno al 1940. Courtesy of the Durham County Library, NC Collection. Foto di Alex Rivera The Durham County Library, GFDL

Michael si ritrova a confrontarsi con suo padre, che sul punto di morte sembra volergli confessare un segreto. La rivelazione tarda ad arrivare ma Michael sente che all'interno della sua famiglia ci sono troppi segreti, cose non dette, veri misteri. Il tutto sembra accentuato dalla strana atmosfera che aleggia sopra il quartiere di Hayti, dove una chiesa cristiana al posto della croce sul suo tetto ha uno strano simbolo voodoo africano. Indagando Michael scopre il passato del padre e quello della città di Durham, una frontiera abitata da bianchi capitalisti e gente di colore osteggiata dai violenti razzisti. Gli anni sessanta sono gli anni del libertinismo sessuale, delle proteste di Martin Luther King, delle sostanze stupefacenti, delle sperimentazioni musicali e artistiche e soprattutto del boom economico americano post bellico e dell'era della tirannia congressuale ed edilizia. Su uno sfondo così complesso e ricco di elementi pericolosi la popolazione di colore di Hayti è guidata dal carismatico leader popolare Barrett Howard che combatte contro la supremazia bianca, in difesa delle proprie tradizioni e del benessere del suo quartiere. Indagando tra le macerie di quel decennio, Michael scopre proprio che Barrett Howard è stato ucciso e il suo cadavere nascosto in una colata di cemento all'interno di un cavalcavia autostradale. E suo padre lavorava al cantiere stradale proprio quarant'anni prima: il padre di Michael è coinvolto nell'omicidio di uno dei più grandi rivoluzionari di Durham.

Black & White è un romanzo crudo, violento e allo stesso tempo delicato, viaggia attraverso linee temporali con i suoi protagonisti maschili tormentati e quelli femminili forti ma ugualmente fragili. Shiner tratteggia un arazzo politico culturale spettacolare, per bocca dei personaggi secondari e con le opportune citazioni storiche. Assistiamo alla Durham del presente, in bilico con gli eredi di coloro che lottavano per la supremazia della propria razza, e ci perdiamo nella Hayti degli anni '60 dove il principale obiettivo degli abitanti afroamericani era quello di essere riconosciuti, rispettati e integrati. Nel sottobosco narrativo striscia il voodoo, atavica forza magica dal cuore africano e dal sangue caraibico, che alimenta con le sue proprietà stregate la popolazione di Hayti. Sintomatico questo parallelismo di Shiner, da un lato la civiltà occidentale prettamente coadiuvata dallo slancio industriale e politico dall'altro la civiltà afromericana (civiltà sincretica, ibrida, mista) che si appella ai lati reconditi dell'irrazionalità umana e si affida al fantastico e magico mondo del voodoo spiritico. Tale parallelismo può sembrare l'ennesimo tentativo di affibbiare a una popolazione ritenuta “inferiore” delle credenze superstiziose e inutili, ma Shiner non si lascia sedurre dagli stereotipi dell'esotismo narrativo ( tendenza, come per l'orientalismo, di metabolizzare un'altra cultura con meccanismi di percezione distorsiva) ma contestualizza il tutto in una densa storia che viene accennata a piccole dosi tra le diverse sezioni temporali e narrative.

Amori, tradimenti, violenze, satira politica e mosaico ambizioso, perfino documento storico per descrivere la storia di Durham. Black & White è tutto questo, una storia di famiglia che si incastra nella storia della società americana. Inoltre, Shiner sdogana anche la subdola etichetta di autore di fantasy e fantascienza, la quale incolpa gli autori di questi generi di non essere capaci di scrivere altro. Una delle letture più affascinanti del 2019 e lo dico in tutta sincerità... o sono sotto il controllo di un sortilegio voodoo?

Black & White Lewis Shiner.
Copertina del romanzo Black & White di Lewis Shiner.

L'arte e il fantastico: Dalì e Jacovitti alle prese con Alice e Pinocchio

Tra le novità del catalogo Morcelliana Scholè segnalo due importantissimi testi cardine del fantastico, il capolavoro di Collodi Pinocchio e il pilastro dello juvenile fantasy Alice nel Paese delle Meraviglie. Il vero pregio delle edizioni menzionate risiede soprattutto sulle tavole e le illustrazioni che arricchiscono il testo dei romanzi.
Infatti il capolavoro di Lewis Carroll (1832-1898) Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie (1865) è corredato da dodici eliografie, una per ogni capitolo, firmate dalla mano di Salvador Dalì (1904-1989), il celebre artista spagnolo del surrealismo. Seppur non si siano mai incontrati, i due “padri” di questa neonata edizione, sono uniti in un sottile ma evidente rapporto simbiotico basato sul no-sense, ovvero quella infantile e fantasiosa visione del mondo che traduce la realtà in nuove e giocose forme dell'immaginazione. Non per forza positive e ottimistiche, il no-sense artistico-letterario è capace di mascherarsi con una veste tanto sfarzosa quanto puerile per nascondere un profondo dissidio interiore o un'anima tormentata dalla schizofrenia o malattie.

L'introduzione, curata da Franco Leonati, si appoggia sull'apparato critico del testo curato da Martin Gardner per Rizzoli Libri (2015). Leonati si sofferma anche sulla vita privata di Carroll, pseudonimo di Charles Dodgson, e ne accenna i bizzarri comportamenti dovuti alla poco sobria condotta dello scrittore nei confronti di Alice Liddell (1852-1934), musa ispiratrice e plausibile fiamma erotico-sentimentale dell'autore. Seppur le accuse di pedofilia risultino plausibili non sono del tutto accertate, visto che alcuni “indizi” si basano su rumors e maldicenze, poiché Carroll era visibilmente e dichiaratamente asessuato. Tralasciando tali accuse dobbiamo comunque sottolineare il ruolo centrale di Alice Liddell all'interno della vita e dell'opera di Carroll, infatti nel 1862 i due si trovarono a fare una gita in barca e la giovane fanciulla di dieci anni chiese a Carroll di raccontare una storia, da lì fu posto il primo mattone del castello onirico e fiabesco di Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie. Mi preme sottolineare che ci fu un altro profondo incontro nella vita di Carroll che condizionò le sue opere. Sempre rimanendo nel sottobosco della fantasy inglese di periodo vittoriano, in cui i preraffaeliti e William Morris evocavano un medioevo utopistico, ci fu un autore scozzese religiosissimo che scriveva storie fantasiose in other worlds fiabeschi. Parlo ovviamente di George MacDonald (1824-1905), autore di Lilith o La Principessa e i Goblin (Lindau), il quale conservò sempre un atteggiamento appartato e schivo seppur inserito, a forza, nei circoli intellettuali dei salotti letterari inglesi organizzati da Costance Lloyd (1859-1898) moglie di Oscar Wilde (1854-1900). I due autori di fantasticherie si conobbero e Carroll presentò allo scozzese un manoscritto abbozzato con le avventure di una fantomatica Alice, MacDonald incoraggiò il conoscente a continuare il suo romanzo e placò con saggi consigli i suoi numerosi dubbi e le crisi di autostima. Quindi se oggi riusciamo a goderci questa stupenda avventura nei meandri del fantastico Paese delle Meraviglie dobbiamo ringraziare un autore purtroppo men conosciuto.

Salvador Dalì invece fu arruolato dalla Press-Random House di New York nel 1969 per corredare con dodici eliografie il capolavoro del narratore inglese pubblicato con una tiratura limitata e in chiave deluxe. L'edizione Morcelliana è la prima versione italiana del sodalizio Carroll-Dalì e dopo cinquant'anni porta ai lettori del Bel Paese un prodotto di qualità ed estro fantastico. Il libro, di cui mi preme sottolineare il prezzo modesto a fronte di una carta pregiata con illustrazioni a colori, è un intrigante monumento ai due autori che si incontrano nel campo dei giochi (il)logici, delle bizzarrie, dei mondi onirici e della sovra-posizione dei piani astrali dell'immaginazione e del reale. I mondi fisici dei due autori possono collidere, implodere o unirsi in un magma cangiante e coloratissimo, un quasar di potenza narrativa inedito e unico nel panorama editoriale e che può contagiare e emozionare il lettore più giovane fino a quello più rodato.

Molto più classica, ma non per questo meno suggestiva, è la versione Morcelliana del capolavoro di Collodi illustrato dall'immortale Jacovitti, artista presente e vicino ai movimenti cattolici italiani tra gli anni 60 e 70. Questa edizione è molto più vicina al pubblico più giovane ma non per questo è scevra di contenuti critici, tra cui segnalo l'interessantissima introduzione di Giuseppe Lupo, volta ad esaminare i parallelismi tra la storia di Pinocchio e quella di Gesù.

Dalì Jacovitti Alice Pinocchio

La speculazione è nata in ambito cardinalizio ai tempi di Monsignor Giacomo Biffi (1928-2015). Citando Giuseppe Lupo:

Sono figli di falegnami e appartenenti a famiglie anomale, entrambi con un padre putativo, uno però ha la madre certa, l'altro no. L'idea funziona. Come Cristo, infatti, anche Pinocchio ha avuto la sorte del profeta Giona, rimasto tre giorni nel buio chiuso di una balena. In un certo modo, perfino la parentela esplicita con il legno è un elemento che li avvicina moltissimo, arrivando quasi a sovrapporne l'epilogo: tutti e due muoiono per rinascere a nuova vita. Se è vero che Cristo e Pinocchio condividono un destino parallelo, a questo punto nulla vieta di spingersi ancora un poco oltre il semplice accostamento e giungere a un'ipotesi altamente fantasiosa, per quanto paradossale. Pinocchio potrebbe essere stato un oggetto creativo di un Gesù in una fase non ancora epifanica del suo mandato – un Gesù non del tutto consapevole di diventare Cristo-, un adolescente che nel suo apprendistato artigiano, in un tempo precedente gli anni cruciali della predicazione, si sarebbe dedicato a elaborare un sogno fanciullesco: quello di regalare a un pezzo di legno l'imitazione del corpo umano fino ad avviarlo verso una natura di carne. Il vero artefice di Pinocchio non sarebbe Geppetto, ma Gesù.

[Collodi, Le avventure di Pinocchio, introduzione di G. Lupo, Morcelliana, 2019, p. 5]

Tale visione teologica e cristologica è intrinseca a quella evangelica del noto pedagogista Franco Nembrini ed è sicuramente fonte di interesse e ulteriori approfondimenti1. Visione in lotta con l'anticlericalismo di Collodi, anima incendiaria e ribelle ma non per questo lontana dalla redenzione e dalla riflessione cattolica. In accordo con Lupo c'è anche la mia opinione di inserire Pinocchio in un corpus di “vangeli dell'infanzia” ma non di relegarlo a testo pro-scuola (visto che ha poco a cui spartire) come il più bonario Cuore di Edmondo de Amicis. Inoltre la verve di Collodi proietta Pinocchio in mondi fantastici, in geografie asettiche e che nutrono il dubbio del lettore quanto quello del burattino; dubbio come motore della trasfigurazione e della crescita personale di Pinocchio, il quale senza una auto-indagine non rincorre a nessuna trasformazione dell'io morale.

Jacovitti funge da artista e allo stesso tempo da mediatore, in sintonia con la fiaba di Collodi e a cui dona un ulteriore ritmo narrativo, come recita la nota dell'editore Morcelliana -Nel Pinocchio di Jacovitti il tradizionale rapporto testo/immagine si inverte: sono le tavole a dare il ritmo alla narrazione in base al particolare punto di vista scelto dal disegnatore, che opera una precisa scelta di campo a favore della vitalità e dell'energia espressa da Pinocchio.-

Il Pinocchio presentato è quello più classico e seppur siano passati tanti anni dalla redazione del testo e dalle tavole di Jacovitti conserva un nucleo di “autenticità” di “genuinità” del tutto inossidabile.

Per le foto si ringrazia l'Ufficio Stampa Morcelliana Scholè