Madonna Benois

Fabriano: "Leonardo. La Madonna Benois dalle collezioni dell'Ermitage"

Fabriano (AN) dal 1/06: "LEONARDO.La Madonna Benois dalle collezioni dell'Ermitage". Il capolavoro giovanile di Leonardo arriva in Italia dopo 35 anni

 

Leonardo
LA MADONNA BENOIS
DALLE COLLEZIONI DELL’ERMITAGE

IL CAPOLAVORO VINCIANO, DI NUOVO IN ITALIA DOPO 35 ANNI, SARÀ IN MOSTRA DAL 1° AL 30 GIUGNO A FABRIANO IN OCCASIONE DELLA XIII UNESCO CREATIVE CITIES NETWORK ANNUAL CONFERENCE

Madonna BenoisMilano, 10 maggio – È stato presentato a Milano, nella Sala Weil Weiss del Castello Sforzesco, l’evento espositivo Leonardo. La Madonna Benois, dalle collezioni dell’Ermitage. Nell’anno dell’anniversario dei 500 anni dalla sua morte, il capolavoro giovanile del Maestro toscano torna in Italia, dopo 35 anni dalla sua unica esposizione, in occasione della XIII Unesco Creative Cities Network Annual Conference di Fabriano. L’Ermitage sceglie dunque, a differenza di altri, di celebrare il genio del grande artista italiano proprio nel suo Paese natale, con prestiti eccezionali a cominciare da quello della “Madonna Benois” a Fabriano, ove la preziosa opera sarà in mostra presso la Pinacoteca comunale della città marchigiana dal 1° al 30 giugno 2019.

Presenti all’incontro al Castello Sforzesco: Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano, che ospita la presentazione alla stampa; Maria Francesca Merloni, UNESCO Goodwill Ambassador for Creative Cities, promotrice e ideatrice dell’evento di Fabriano; Irina Artemieva, conservatore dell’Ermitage; Maurizio Cecconi, Segretario Generale di “Ermitage Italia” e
Carlo Bertellicuratore insieme a Tatiana Kustodieva dell’esposizione, organizzata da Il Cigno GG Edizioni e Villaggio Globale International.

A Fabriano, l’esposizione di quest’opera straordinaria costituisce il principale evento del programma culturale della XIII UNESCO Creative Cities Conference, il più importante appuntamento internazionale del network che riunisce i comuni che hanno identificato nella creatività un fattore strategico di sviluppo.

Madonna BenoisIl meeting, ospitato nella città marchigiana dal 10 al 15 giugno 2019, darà vita a un ampio dibattito sulle sfide delle città nel XXI secolo e rappresenterà un’occasione unica per mostrare al mondo il meglio del sistema italiano della creatività.

“Siamo onorati e molto felici” ha dichiarato Maria Francesca Merloni.
“È un grande privilegio esporre “La Madonna Benois” in occasione della XIII UNESCO Creative Cities Network Annual Conference. Le Città Creative si inchinano al genio di Leonardo,  al suo messaggio di bellezza, che edifica e riscatta, all’apertura al mistero che un’opera così preziosa reca in sé”.

“Abbiamo scelto di portare questo capolavoro di Leonardo a Fabriano - spiega da San Pietroburgo il prof Michail Piotrovsky Direttore Generale  del Museo Statale Ermitage - perché in Italia non esistono città che non meritano grandi capolavori, costellata com’è di borghi che conservano opere d’arte uniche; tanto più che quest’anno proprio piccoli centri come Matera e Fabriano sono stati scelti dall’Unione Europea o dall’Unesco per ospitare eventi culturali internazionali. Questa però è anche la grande differenza dell’Ermitage rispetto ad altri musei che chiedono per le celebrazioni di ospitare dei Leonardo. Noi scegliamo di donare, dando la possibilità ai diversi Paesi - ma soprattutto all’Italia con cui abbiamo forti legami - di rivedere in Patria grandi capolavori dei massimi artisti mondiali. Lo abbiamo fatto con Canaletto a Venezia, con Michelangelo a Roma, lo faremo con Raffaello. Per quanto riguarda Leonardo Fabriano è l’inizio. Un magnifico inizio. La Madonna Benois poi andrà a Perugia mentre a Milano arriverà la Madonna Litta. Questa è la politica culturale scelta dall’Ermitage”.

Madonna Benois“La Madonna Benois” icona conosciuta nel mondo, è un’opera chiave del giovane Leonardo da Vinci. Realizzata probabilmente tra il 1478 e il 1480, segna la sua indipendenza dallo stile e dalla formazione di Verrocchio, nella cui bottega il Maestro era entrato circa 10 anni prima: un manifesto di quella “maniera moderna” di cui Leonardo fu iniziatore.

Al suo secondo impegno su uno dei temi religiosi più diffusi, all’età di ventisei anni, l’artista rompe con la tradizione e inventa una nuova figura di Maria: non più l’imperturbabile Regina dei cieli ma una semplice madre che gioca con il proprio figlio.

Tatiana Kustodieva spiega in catalogo (edizione congiunta Il Cigno/Skira): “in Verrocchio era assente ciò che in Leonardo rappresenta l’elemento principale e cioè la parentela spirituale, l’unità esistente tra una madre e il suo bambino”.
“Leonardo – scrive Carlo Bertelli - non ha creato un’immagina statica e devozionale, ha solo fermato un momento”; “non ha dipinto una scena di genere, ma ha immesso nella quotidianità significati profondi” come quello cui rimanda la piantina  che Maria fa roteare tra le dita, incuriosendo il figlio: una comune - ma premonitrice – crucifera.

Anche la semioscurità in cui egli immette le due figure sacre - un luogo chiuso e semibuio, privatissimo - al contrario dello spazio aperto e pieno di sole della tradizione fiorentina, accresce gli interrogativi, introducendo secondo alcuni attesa e mistero, e distingue questa “primizia leonardesca, tanto carica di sviluppi futuri”.

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LA MADONNA BENOIS, IL CAPOLAVORO GIOVANILE DI LEONARDO

Sono pochissime le opere pittoriche di Leonardo: l’interesse e impegno del Da Vinci anche in campo scientifico e tecnico, la sua convinzione che il pittore per comprendere la natura debba avere diverse cognizioni - dalla prospettiva
ai principi dell’ottica, fino all’anatomia – fanno sì che egli alla fine realizzi pochi dipinti, preso da mille speculazioni, spesso lasciando allo stadio embrionale le sue innovative idee figurative. I motivi riconducibili a un’invenzione del maestro sono dunque ben più numerosi delle poche opere autografe giunte fino a noi.

“La Madonna Benois” entrò nelle collezioni dell’Ermitage nel 1914 e fu certamente la più importante acquisizione del Museo di San Pietroburgo negli anni immediatamente precedenti la Rivoluzione. Un evento “nazionale”, nato dal coraggio dell’allora Conservatore della pittura dell’Ermitage, grande esperto dell’arte italiana Ernest Karlovič von Liphart, e dall’amore di patria della proprietaria Marija Aleksandrovna Benois (Benua, nata Sapožnikova), moglie del celebre architetto pietroburghese Leontij Nikolaevič Benua (Benois). Marija Aleksandrovna nel 1880 aveva ricevuto dal padre la “Madonna con il fiore” come regalo di nozze, già parte dei beni del nonno paterno, tale Aleksandr Petrovič Sapožnikov, mercante in Astrachan’.
Nel novembre del 1913 la rivista Starye gody scriveva: “Tutti gli amanti dell’arte e tutti gli interessati possono congratularsi per un evento felice della nostra vita artistica: la Madonna Benois è stata acquistata dall’Ermitage Imperiale... Impossibile non ricordare qui con gratitudine i sentimenti della proprietaria, Marija Aleksandrovna Benois, per aver voluto rinunciare a una parte del prezzo di vendita per poter conservare il dipinto in Russia.”
Nonostante la leggenda sulla provenienza dell’opera, che per molto tempo si ritenne fosse stata acquistata dal nonno di Marija Aleksandrovna da una compagnia di attori girovaghi, il prezioso, piccolo dipinto (48 x 37 cm), come fu
chiarito alla fine degli anni Settanta, apparteneva in realtà alla splendida collezione del generale Korsakov, il più antico proprietario finora conosciuto del capolavoro leonardesco.
L’opera fu messa all’asta dal collezionista nel 1822; Sapožnikov attese pazientemente che i prezzi scendessero e tra il 1823 e il 1824 comprò il dipinto, già allora indicato come di Leonardo.
Nel registro dei quadri del nuovo proprietario compilato nel 1827, si legge “Al n. 1 dell’elenco troviamo una “Madre di Dio con l’Eterno Infante sul braccio sinistro”. Originariamente dipinta su tavola a causa della sua vetustà, nel 1824 era stata
trasportata su tela 
dall’accademico Korotkov. La parte alta è centinata: Autore, Leonardo da Vinci. Il trasporto su tela ha rivelato un disegno a inchiostro, e anche un Bambino con tre mani, da cui fu ricavato un disegno litografico. Dalla collezione del generale Korsakov”.

Una giovane Marija Aleksandrovna Sapožnikova Benois

Tutti i proprietari dell’opera hanno sempre creduto nella paternità leonardesca ma il mondo accademico non si era ancora espresso.
Bisognerà attendere un’esposizione del 1908 curata dalla rivista Starye gody la tenacia di Liphart, che nell’occasione approfittò di un suo articolo dedicato alla sezione italiana per affermare: “Sul lato opposto del palco c’è una piccola Madonna che io attribuisco con decisione a Leonardo da Vinci (1452-1519), nonostante tutto il clamore che sarà provocato da questa mia affermazione...

Di fatto le reazioni non mancarono, ma una volta superata una serie di dubbi e incertezze, gli studiosi riconobbero la paternità di Leonardo che oggi risulta indiscutibile.

Come ricorda Tatiana Kustiodieva nel suo bellissimo saggio, Adolfo Venturi al tempo scrisse: “Io sottoscritto con ciò confermo che il quadro della famiglia Benois raffigurante una “Madonna col Bambino” e attribuita a Leonardo è inconfutabilmente una sua opera giovanile. L’ho studiata attentamente in occasione del mio ultimo viaggio in Russia.
Il volto della Vergine col suo aspetto puro e infantile, così come la ricerca dell’essenza delle forme, sono una dimostrazione chiarissima di questo genere di caratterizzazione.
Il Gesù Bambino, ancora di tipo verrocchiesco, per le sue grandi proporzioni non corrisponde a una madre così giovane e così particolare: tutto questo parla di una data precoce della creazione di quest’opera. Qui si può riscontrare la confluenza tra antiche forme preconfezionate e una ricerca nuova, che con grande vivacità e freschezza si incontrano nell’originale volto della madre-bambina. Tutto questo insieme fa sì che io, sottoscritto, affermi che questo lavoro debba essere considerato tra le rare opere di un genio agli inizi. Anche i disegni giovanili di Leonardo, se paragonati alla “Madonna Benois”, mi obbligano a considerare questo meraviglioso dipinto un suo lavoro, e ammetto che meriti un posto in un qualunque museo d’Europa”.

La sala dei Leonardo all'Ermitage
(immagine risalente agli anni immeditamente precedenti la Rivoluzione)

Quando nel 1913 Marija Nikolaevna Benois decise di mettere in vendita il dipinto le fu offerta da un antiquario parigino una somma maggiore di quella che era in grado di pagare il governo russo; la proprietaria voleva però che il quadro di Leonardo rimanesse in Russia e concordò di cederlo, anche a rate, per il prezzo relativamente modesto di 150000 rubli (rinunciando in questo modo a circa 37000 rubli).
L’opinione pubblica svolse un’ampia campagna a favore dell’acquisizione del quadro da parte dell’Ermitage e finalmente nel 1914 l’opera varcò le soglie del museo imperiale.

Anche “La Madonna Benois”, come pure altre opere leonardesche, è il risultatodi una lunga ricerca, come dimostrano alcuni disegni riconducibili al dipinto. In essi l’artista cerca, sulla base di un oggetto unificante, la relazione più convincente
tra le figure, relazione che può essere un vaso di frutta, oppure un gatto che il bambino allontana o stringe a sé.

Ancora oggi, più si osserva il quadro, più risulta affascinante la spontaneità e il fascino della madre bambina.

“La Madonna è scesa dal trono su cui gli artisti di Quattrocento l’avevano posta – scrive Kustodieva - e si è andata a sedere su una panca, in una stanza di una casa abitata. È rimasta la tradizionale tenda che scende dietro la schiena di Maria, che da segno di un cerimoniale, oppure simbolo delle alte sfere, è diventato un tessuto ricoprente lo schienale di una sedia. La stanza è descritta con grande parsimonia, ma Leonardo rende omaggio al suo tempo considerando con l’attenzione di un quattrocentista dettagli come i riccioli di Maria, la spilla, i fragili petali del fiore, le testine dei chiodi nella cornice della finestra. Ciascun oggetto non esiste per se stesso e grazie alla luce partecipa di un unico ambiente.
A differenza dei suoi contemporanei Leonardo concentra l’attenzione su ciò che è fondamentale, poiché: “Un buon pittore - annota Leonardo nel “Trattato della Pittura” - deve dipingere due cose principali: l’uomo e la rappresentazione della sua anima. Il primo è facile, il secondo è difficile, poiché deve essere rappresentato da gesti e movimenti delle membra del corpo”.

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LEONARDO DA VINCI

1452, Vinci – 1519, Amboise

Scuola fiorentina

Madonna col Bambino o Madonna del fiore MADONNA BENOIS

Olio su tela (trasferito da tavola nel 1824 dal restauratore E. Korotkij 49,5 X 33 cm, centinata

Durante il trasferimento sulla tela nella parte bassa del quadro è stata fatta un’aggiunta di 1,5 cm.

La mestica originale non si è conservata.

Sul telaio è incollato un pezzetto di tela con la scritta: Trasferito da tavola da E. Korotkij anno 1824.

Sulla nuova tela iscrizione: Ripetuta nell’anno1924 a Leningrado. Iv. Vasil’ev

Provenienza: pervenuto all’Ermitage nel 1914,

acquistato presso М. А. Benois per 150 000 rubli a Pietrogrado.

In precedenza: fino al 1821 nella collezione del generale A.I. Korsakov, San Pietroburgo; acquistato dalla famiglia Sapožnikov negli anni 1823-1824 per 14000 rubli; collezione della famiglia Sapožnikov, Astrachan; dal 1880 – collezione М. А. Benois, San Pietroburgo

La Madonna Benois rientra nello scarno gruppo delle creazioni originali del giovane Leonardo. Questo indiscutibile capolavoro porta a termine tutte le ricerche dei pittori fiorentini del Quattrocento, differenziandosi allo stesso tempo per la novità dell’impostazione compositiva e semantica.

All’inizio del XX secolo sono state pubblicate informazioni alquanto contraddittorie sulla provenienza dell’opera. Liphart (1908) scriveva che “il quadro faceva parte dell’antica collezione dei pincipi Kurakin e ora appartiene a М.А. Benois, coniuge del famoso architetto”. Alcuni anni più tardi egli ricordava che “il suocero del sig. Benois lo aveva comprato [il quadro] da alcuni santimbalchi italiani passando per Astrachan’” (v. Archivio Ermitage). Questa versione era sostenuta da Vrangel’ (1914, p. 11), che aggiungeva: “Secondo altre notizie il quadro si trovava un tempo nella collezione della famiglia Konovnitsyn”, senza tuttavia indicare la fonte dell’informazione.

Tutte le incertezze sulla provenienza della Madonna leonardesca ebbero fine quando nel 1976 Markov pubblicò il “Registro dei quadri del sig. Aleksandr Petrovič Sapožnikov, compilato nell’anno1827”, conservato nell’Archivio di Stato della regione di Astrachan’. Sotto il primo numero del registo figura “Madre di Dio che tiene sul braccio sinistro il Bambino divino.” Dapprima dipinta su tavola, ma la superficie di quella è stata trasferita su tela dall’accademico Korotkov nell’anno 1824. Arrotondata nella parte alta. Maestro Leonardo da Vinci. Durante il trasferimento su tela nel disegno è risultata una sagoma con i contorni a inchiostro e il Bambino aveva tre mani; del tutto è stato eseguito una litografia che l’accompagna. Dalla collezione del generale Korsakov”.

Il generale Aleksej Ivanovič Korsakov (1751/53-1821), eletto nel 1794 membro onorario dell’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo, era stato senatore dal 1803 al 1811 e aveva collezionato quadri e rarità.

Alla sua morte, nel 1821, si era tenuta la vendita della sua pinacoteca: una serie di quadri fu acquistata dall’Ermitage e da privati. Nell’articolo “La vendita della pinacoteca di A.I. Korsakov” (“Otečestvennye zapiski”, čast’ 10, 1822, p. 442) si scriveva che a quel tempo la Madre di Dio col Bambino divino, un quadro di Leonardo da Vinci, non era ancora stata venduta.

I mercanti Sapožnikov la acquistarono alcuni anni dopo: A.A. Sapožnikov ne fece dono di nozze a sua figlia, М.А. Benois (nata Sapožnikov), nel 1880. Se si accetta l’ipotesi che sia proprio il quadro dell’Ermitage quello descritto nel 1591 da Francesco Bocchi come esistente “nela casa di Matteo e Giovanni Botti,” ne consegue che la Madonna con il fiore nel XVI secolo si trovava a Firenze: “una tavoletta colorita a olio di mano di Lionardo da Vinci di eccessiva belezza: dove è dipinta una Madonna con sommo artifizio, e con estrema diligenza: la figura di Cristo, che è bambino, è bella a maraviglia: si veda in quella un’alzar del volto singolare: è mirabile, lavorato nella dificulta dell’attitudne con felice agevolezza, come era usato di fare questo maraviglioso artifice, e raro” (Bocchi 1677, p. 173).

La famiglia Sapožnikov aveva sempre ritenuto di possedere un originale di Leonardo da Vinci, ma nel catalogo della mostra organizzata a San Pietroburgo nel 1908 dalla rivista “Starye gody” il nome di Leonardo era accompagnato da un punto interrogativo. In questa esposizione il quadro avrebbe dovuto essere presentato per la prima volta al grande pubblico, ma la mostra non venne inaugurata.

Il primo studioso a riconoscere senza riserve la paternità di Leonardo fu Liphart (1908 p. 710), che comprese molto bene la responsabilità che comportava tale attribuzione, e come non sarebbe stata accettata in modo univoco dagli esperti. Una volta superata tutta una serie di dubbi, i maggiori studiosi dell’inizio del Novecento condivisero il punto di vista di Liphart.

L’analisi ai raggi infrarossi ha mostrato che era stato tracciato un secondo contorno intorno alla testa del Bambino: evidentemente il pittore intendeva realizzarne una di maggiori dimensioni. È stata modificata anche la pettinatura della Madonna: nell’immagine ai raggi infrarossi sono visibili ciocche di capelli che ricadono lungo le guance e coprono l’orecchio destro, ben visibile nel quadro. Inizialmente il risvolto della manica di Maria era largo e al posto del ciuffo di erba teneva nella mano sinistra un fiore.

La data di realizzazione del quadro comunemente accettata è il 1478-1480, che si ricava da una nota vergata dal maestro da Vinci su uno dei fogli conservati nel Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, Firenze: “[…]bre 1478 iniziai due Vergini Maria” (Beltrami 1919, p. 6, n 13). Cook (1911-12) per primo mise in relazione la data di questa nota con il nostro dipinto.

Esiste una serie di disegni preparatori al quadro; due, eseguiti a penna e bistro, sono conservati in un foglio al British Museum, Londra (inv. 1860.6.16.100): sul verso, nella parte sinistra, vi è lo schizzo di una mezza figura femminile con bambino, la cui posa corrisponde a quella di Gesù nella variante finale. Nella parte destra sono riportate due figure nella stessa posizione che ritroviamo nella versione pittorica, ma Maria è presentata a figura intera. E qui è segnato il profilo centinato della tavola. Sul recto vi

  • una raffigurazione affine del gruppo della Madonna a figura intera con il Bambino. Il primo a notare il legame tra il disegno e il quadro fu Colvin (1911-12); Clark (1940) confrontò con la Madonna Benois il disegno a penna di Leonardo Madonna della fruttiera (Louvre, Parigi, inv. RF 486). Sono vicini alla Madonna Benois anche due disegni (recto e verso) provenienti dal British Museum di Londra (inv. 1856-6-21-1), nei quali l’artista elabora una analoga composizione centinata, con le figure della madre e del figlio che tiene in mano un gattino.

Nella Madonna Benois Leonardo ha sottolineato l’aspetto quotidiano della scena, fondandolo su osservazioni concrete dal vero: la giovane madre gioca con il figlio e si diverte a guardare come questi cerca di prendere in mano il fiore. L’immagine della Madonna è spogliata di qualsiasi forma di idealizzazione, i tratti del suo volto sono concreti, ed è vestita e pettinata secondo la moda dell’epoca. Allo stesso tempo Leonardo ha reso omaggio alla simbologia tradizionale: il fiore con quattro petali allude alla croce, alla futura crocifissione; non si tratta di un mughetto, come ritenevano Levi d’Ancona (1977) e Dalli Regoli (Leonardo e il leonardismo…1983), ma di un cardamine pratensis (“crescione dei prati” della famiglia delle “crucifere”).

Alle spalle di Maria ricade con ampie pieghe una tenda, simbolo del cerimoniale o della sfera celeste, che comunque viene percepita come una stoffa consistente che copre lo schienale della poltrona sulla quale è seduta la Vergine. Risulta difficile concordare con Pedretti (La Madonna Benois 1984, p. 21 nota), il quale considerava il quadro una possibile allegoria politica, essendo stato realizzato nell’anno della congiura dei Pazzi (1478), quando Leonardo aveva eseguito il disegno di uno dei congiurati, Bernardo Baroncelli, impiccato (Musée Bonnat, Bayonne). Pedretti riteneva che il Bambino guardasse non il fiore ma i balenii di luce attorno al gambo di questo che si riflettono sulla spilla appuntata sul petto di Maria: secondo Pedretti i balenii rotondi simboleggiano le palle, emblema della famiglia Medici. Innanzitutto non esiste alcuna sicurezza che si tratti di balenii di luce: i punti chiari sarebbero piuttosto dei boccioli chiusi. Inoltre non persuade che una tale ipotesi possa essere costruita su un dettaglio di secondo piano così poco visibile. La spilla che orna il vestito della Vergine, in cristallo trasparente entro una cornice di perle, potrebbe essere il simbolo della sua purezza.

  • opinione comune che la Madonna Benois si ispiri alla Madonna col Bambino di Andrea Verrocchio (Gemäldegalerie, Berlino), che fu maestro di Leonardo. Liphart (1922) indicò un legame tra la Madonna Benois e la Madonna Panciatichi di Desiderio da Settignano (Museo Nazionale del Bargello, Firenze): un rilievo che Liphart attribuiva a Francesco Ferrucci. Valentiner (1932) notò l’influsso delle opere di Desiderio da Settignano sui lavori di Leonardo; il suo parere fu condiviso da Passavant (1969).

La Madonna Benois è un’opera che aveva incantato i contemporanei, come dimostrano le numerose copie che ne trassero pittori italiani e olandesi; Gronau (1912) riporta una decina di repliche. Innanzitutto occorre ricordare la Madonna del garofano di Raffaello, che a sua volta sarà copiata più volte da altri maestri. Fino a poco tempo fa si riteneva che il quadro di Raffaello non si fosse conservato: oggi ne rivendica l’autencità un esemplare dalla National Gallery di Londra. La derivazione più affine alla Madonna Benois è la Madonna col Bambino e Giovanni Battista di Lorenzo di Credi (Staatliche Kunstsammlungen, Dresda). All’Ermitage è conservata una replica delle stesse dimensioni dell’originale (ma l’immagine è in controparte), attibuita ad ignoto maestro fiorentino del XV secolo, dove compare anche la figura di Giovanni Battista. Altre composizioni legate alla Madonna Benois sono la Madonna col Bambino della bottega di Joos van Cleve (Kulturhistorisches Museum, Magdeburgo), la Madonna col Bambino di Filippo Lippi (Galleria Colonna, Roma), la Madonna col Bambino della cerchia di Albertinelli (collezione di Lord Spencer, Altrop Park, Gran Bretagna), e altre. In alcuni casi i pittori combinavano motivi del quadro di Leonardo con prestiti da altri artisti: Zeri (1976), ad esempio, segnalò come il cosiddetto imitatore di Lippi-Pesellino nel suo tondo (Museo Statale di Arte Medievale e Moderna, Arezzo) unì figure prelevate da Leonardo con il Giovanni Battista preso in prestito da Lippi. E. Fahy attribuiva a Bernardino Fungai la Madonna col Bambino passata all’asta Christie’s (London, 14 dicembre 1990, lotto 5), notando che il Bambino e il braccio sinistro della Madonna risalivano (in controparte) alla Madonna Benois.

Dal catalogo realizzato da “Ermitage Italia”

Museo Statale Ermitage. La Pittura italiana dal XIII al XVI secolo - Catalogo della collezione -

A cura di Tatiana Kustodieva, Skira 2010

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Madonna BenoisSCHEDA INFORMATIVA

Periodo

Dal 1 al 30 giugno 2019

Sede

FABRIANO, (AN) Pinacoteca Bruno Molajoli

Piazza Giovanni Paolo II

Orari di apertura:

10 – 13 / 15 - 18

lunedì chiuso

Dal 10 al 16 giugno

10 – 23

lunedì aperto

Dal 17 al 30 giugno

10 - 13 / 15 - 20

Info

pinacoteca.molajoli@comune.fabriano.an.it

segreteria@unescofabriano.org

T. 0732 250658

La Pinacoteca Bruno Molaioli di Fabriano offre una qualitativa immagine della produzione pittorica fabrianese e centro appenninica dal ‘200 al ‘500, con rari aspetti della pittura romanica uniti agli organici cicli di opere dei maestri Allegretto Nuzi e Antonio da Fabriano, senza trascurare la collezione degli arazzi del XVI e XVII secolo.

Inoltre grazie alla donazione di Ester Merloni Duca è possibile ammirare opere di alcuni tra i più importanti protagonistidel ‘900 italiano nella collezione denominata “La casa di Ester”

  • Balla, De Chirico, Savinio, De Pisis, Turcato, Dorazio, Capogrossi, Burri, Fontana, Manzù, Mannucci, Afro, Arnaldo Pomodoro, Manzoni.

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XIII UNESCO CREATIVE CITIES NETWORK ANNUAL CONFERENCE

FABRIANO 10 - 15 GIUGNO 2019

Sarà ospitata a Fabriano dal 10 al 15 giugno 2019 la XIII edizione dell’Unesco Creative Cities Network Annual Conference, il più importante evento internazionale organizzato dal Network delle Città Creative UNESCO, la rete che riunisce i comuni del mondo che hanno identificato nella creatività un fattore strategico di sviluppo.

Con il coinvolgimento dei sindaci delle 180 città creative, del Segretariato UNESCO e di circa 500 ospiti tra delegati, istituzioni e personalità del mondo della cultura, l’evento - a cui è stato riconosciuto per la prima volta lo status delle grandi discussioni ONU con la denominazione di Conference – darà vita a un dibattito internazionale sulle sfide delle città nel XXI secolo: emergenza ambientale, intolleranza, perdita d’identità e sviluppo sostenibile.

Sindaci provenienti dalle città di tutto il mondo - dal Giappone agli Stati Uniti, passando per l’Iran, la Siria e i Paesi europei - discuteranno su come costruire insieme un futuro che sia ispirato ai valori condivisi di cultura, solidarietà e inclusione. Tra i partecipanti anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala.

Al centro del confronto il tema della città come “Luogo Comune”- comunità di persone, frontiera di conoscenza, di accoglienza e di inclusione - e il concetto di “Città Antifragile”, una città che reagisce ai disastri naturali e alle violenze umane con determinazione e resilienza, capace di rinascere e anche di migliorarsi.

IL FORUM DEI SINDACI. Momento principale della Conference sarà, il 12 giugno, il Forum dei Sindaci: una giornata interamente dedicata al confronto tra gli amministratori delle città creative, con la partecipazione anche di rappresentanti dei Comuni esterni al Network, portatori di buone pratiche. L’appuntamento, moderato dal direttore del magazine 7 - SETTE Beppe Severgnini, darà vita a un dibattito sul futuro delle città, allo scopo di elaborare insieme proposte concrete nella prospettiva di una ridefinizione delle politiche e dei processi di urbanizzazione, alla luce degli obiettivi dall’Agenda ONU 2030.

PADIGLIONI DELLA CREATIVITÀ. Fabriano si trasformerà in un laboratorio a cielo aperto sulla creatività, ospitando nelle sue sedi storiche i sette padiglioni rappresentativi delle categorie in cui è suddiviso il Network: Design, Gastronomia, Musica, Cinema, Artigianato e Arti popolari, Media Arts e Letteratura. Ciascun padiglione avrà il compito di presentare la ricchezza e le peculiarità delle città che compongono il cluster attraverso molteplici strumenti tra cui immagini, prodotti e contenuti multimediali. Anche le altre città italiane del Network - Bologna, Torino, Parma, Roma, Alba, Carrara, Milano e Pesaro - collaboreranno a rendere più ambiziosi gli obiettivi dei padiglioni attraverso iniziative di cooperazione internazionale con i Comuni della rete.

Progetto speciale è il Padiglione RINASCO, uno spazio dedicato al racconto dei luoghi che hanno saputo reagire alle difficoltà innescando un circuito virtuoso. Il Padiglione ospiterà le città dell'Appennino insieme ad Haiti, Kobe (Giappone), Palmira (Siria), Aleppo (Siria), Mosul (Iraq) e Bamiyan (Afghanistan).

EVENTI CULTURALI. L’appuntamento sarà arricchito da un fitto calendario di eventi che contribuirà a trasformare la manifestazione in un’occasione unica per mostrare al resto del mondo il meglio del sistema italiano della creatività. Il programma culturale, impreziosito dalla prestigiosa esposizione del capolavoro giovanile di Leonardo La Madonna Benois presso la Pinacoteca comunale, offrirà numerosi appuntamenti che vedranno la partecipazione di importanti personalità dell’arte, della cultura e dello spettacolo. Tra queste: il pianista e compositore Nicola Piovani, il musicista Paolo Fresu, il filosofo Massimo Cacciari e l’architetto Antonio Forcellino.

CITTÀ DELL’ORSA. La manifestazione uscirà dai confini di Fabriano con “Le città dell’Orsa”, il progetto che unirà i Comuni delle Marche, come in una costellazione, sotto il segno della creatività. I delegati dei singoli cluster si riuniranno l’11 giugno nelle diverse città alle quali, in pieno spirito UNESCO, è stata affidata una categoria creativa: ad Ancona il Cinema; ad Ascoli Piceno il Design; a Fermo l’Artigianato e le Arti popolari; a Macerata le Media Arts; a Pesaro la Musica; a Recanati la Letteratura e a Senigallia la Gastronomia. A partecipare anche Urbino, il cui centro storico è patrimonio UNESCO. Un grande evento riunirà poi in contemporanea le città coinvolte con iniziative diffuse nei teatri e nelle piazze, riprese e condivise grazie ad una sapiente regia e alle migliori tecnologie a disposizione.

Maggiori informazioni sull’evento sono disponibili al sito internet: www.unescofabriano2019.org

I NUMERI

180 città invitate

72 paesi interessati

5 continenti

9 città marchigiane coinvolte

400 rappresentanti delle città UNESCO

8 città italiane coinvolte nel progetto

7 categorie della creatività

7 padiglioni della creatività

1 padiglione RINASCO

oltre 30 eventi culturali

 

Testi e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International


Sogno d’amore: Napoli celebra l'inconfondibile stile di Chagall

L’arte di Marc Chagall (1887-1985) - anticonformista per eccellenza - si caratterizza per l’opposizione tanto al realismo quanto all’astrattismo. Parimenti avverso al cubismo e all’espressionismo, ambiva a veicolare in maniera palese e diretta non la mera realtà, bensì il suo fantasioso modo di recepirla. Una resa immediata delle emozioni attraverso la libera azione della creatività: questo era il suo modus operandi, e lo applicava con risultati davvero d’impatto.

Uno stile inconsueto che rifletteva comunque la sua cultura d’origine, veicolando i concetti della comunità ebraica in maniera elegante e singolare. Il suo percorso artistico lo vede muoversi dalla Bielorussia, sua terra natìa, all’attivissima Parigi che diede i natali alla sua prima mostra personale del 1912, all’interno del Salon des Indépendants. Qui fornisce il proprio contributo con un’arte fiabesca, onirica, raffinata e popolare al tempo stesso, ma mai volgare. Ed è il sogno che le fa da padrone, il cui bisogno dinnanzi alla realtà spesso infelice costituisce un sentimento comune nelle comunità italiane del sud, come quella partenopea che ne accoglie la mostra nella Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum sino al 30 giugno.

La location scelta per la mostra, dalle fondamenta greco-romane e cristiane unitamente all’architettura barocca, rievoca il medesimo senso religioso della vita. Chagall appartiene alla cerchia di artisti che veicolano il messaggio dello Spirito, mostrandone la presenza nella Storia. Il suo è un inno al mondo interiore, caratterizzato da una sensibilità e da una religiosità ebraica che lo vede errante perenne in cerca di una meta. In qualità di ebreo avrebbe dovuto seguire il precetto di Mosè che vieta di ritrarre figure, ma fortunatamente decide di dipingere seguendo la cultura russa ricca di immagini religiose. Questa concezione spirituale del vivere gli ha concesso di mantenere entrambe le identità, ebrea e russa, riprendendo gli elementi tipici dei tradizionali ornamenti dei manoscritti nonché le icone religiose e quelle popolari dei luboki. Al tempo stesso si evince altresì l’influsso della cultura occidentale, mediante artisti d’avanguardia che frequentava assiduamente.

Decora le vetrate delle chiese, raffigura oggetti ed anime dai colori accesi, tratta tematiche delicate e tetre in maniera paradossalmente leggera, così come solo i migliori artisti sanno fare. Punto fermo del suo operato è la celebrazione dell’amore in tutte le sue sfaccettature: per la sua donna, per Dio e per la natura. Sua moglie Bella viene ritratta frequentemente, arricchendo un folto numero di opere: ben centocinquanta dipinti, acquerelli, disegni ed incisioni, alcuni dei quali abbastanza rari in quanto provenienti da collezioni private.

A cura di Dolores Duràn Ucar e con il prezioso contributo della Fondazione Cultura e Arte, l’esposizione si fonda su cinque diverse sezioni che riassumono gli elementi cardine della vita dell’artista russo:

  • infanzia e tradizione russa;

  • sogni e fiabe;

  • il mondo sacro, la Bibbia;

  • un pittore con le ali da poeta;

  • l’amore sfida la forza di gravità.

Un percorso che coniuga poesia, spiritualità e guerra in contesti colorati animati da personaggi concreti o fittizi prodotti dalla creatività chagalliana. Viene rievocata la sua fanciullezza correlata alla cultura russa, il senso del sacro rinvenibile nei soggetti biblici, la relazione con letterati e poeti, la passione per la natura e la fauna, il fascino bohémien del mondo circense, il tutto racchiuso nella tematica che sottostà in tutto il suo operato, ossia l’amore.

Marc Chagall. Sogno d'amore Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum di Napoli
Marc Chagall, Ritratto di Vava, 1953-56.
Olio su cartone, 27x22 cm
Private Collection, Swiss
© Chagall®, by SIAE 2019

Viene compiuto un lavoro espositivo atto a ripercorrere l’esperienza artistica di Chagall dal 1925 sino alla sua morte, sebbene l’itinerario museale vada oltre la mera descrizione cronologica per promuovere la narrazione tematica. Viene ben descritto l’impatto del periodo infantile sul suo operato, narrato nell’autobiografia “La mia vita” e rinvenibile in varie tele tra le quali la presente “Villaggio russo” (1929) ambientata a Vitebsk: città oggetto di più dipinti, è qui visibile in una strada innevata che separa due edifici lignei, uno rosso e l’altro azzurro, sormontate da un vitello che trascina una slitta nel cielo uggioso mentre sullo sfondo si scorgono le torri di una chiesa.

Marc Chagall. Sogno d'amore Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum di Napoli
Marc Chagall, Villaggio russo, 1929.
Olio su tela, 73x92 cm,
Private Collection, Swiss
© Chagall®, by SIAE 2019

L’aspetto onirico viene espresso particolarmente nella Parigi degli anni Venti, dove gli viene commissionata l’illustrazione delle celebri Favole di La Fontaine, incarico nel quale applica fantasiosamente icone della tradizione russa ed immagini di animali tipici della sua infanzia. Per quanto concerne l’aspetto religioso vi era un progetto di incisioni sulla storia dell’Esodo del popolo ebraico ed un altro che prevedeva la realizzazione di incisioni della Bibbia: avuto inizio con la stesura di sessantasei stampe (1931-1939) interrotte dalla morte del gallerista Vollard, fu ripreso dall’editore Tériade che ne ha consentito la pubblicazione in due volumi (1956) con centocinque incisioni, alcune delle quali sono presenti alla mostra unitamente alla particolare gouache di Davide e Golia.

Marc Chagall. Sogno d'amore Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum di Napoli
Marc Chagall, Il clown, 1967. Gouache su carta, 31,2x23,5 cm.
Private Collection, Swiss.
© Chagall®, by SIAE 2019

Durante la Seconda Guerra Mondiale si rifugia negli Stati Uniti, per poi far ritorno in Francia dove assiste frequentemente a spettacoli circensi e li ritrae in molteplici disegni che mostrano il suo spiccato senso del colore e geometrico, come il guazzo “Le clown” e Il pittore e l’acrobata. Ma è soprattutto l’amore al centro della sua arte, ritraendo spesso coppie in un’atmosfera paradisiaca: un dolce bacio all’ombra di floridi fiori in “Le Réve”, una carezza illuminati dalla luna e protetti da un asino blu in “Les amoureux à l’âne bleu” ed il matrimonio quale unione fortemente spirituale in “Les mariés et l’ange”.

Marc Chagall. Sogno d'amore Basilica della Pietrasanta – Lapis Museum di Napoli
Marc Chagall,
Gli innamorati con l’asino blu, 1955 ca.
Olio su tela, 30x27 cm
Private Collection, Swiss
© Chagall®, by SIAE 2019

La mostra ambisce a concretizzare “L’Arte della Solidarietà”, progetto del Gruppo Arthemisia che vuole introdurre il bello e l’arte nella quotidianità dei soggetti in difficoltà: infatti l’acquisto dei biglietti consentirà di avviare progetti solidali, come quello dell’organizzazione no profit “Susan G. Komen Italia” a sostegno delle donne nella lotta contro il tumore al seno, favorendo visite gratuite preventive. In tal modo si congiunge diletto ed aiuto verso il prossimo, narrando lo stupefacente universo chagalliano dal labile confine tra sogno e realtà.

Svariati sono gli enti che hanno consentito la realizzazione dell’evento: patrocinato dalla Regione Campania e dal Comune di Napoli, organizzato da Arthemisia, promosso dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, ha tra i suoi partner anche il Museo Archeologico Nazionale di Napoli oltre ai numerosi sponsor. La mostra si inserisce anche nel programma “Valore Cultura” di Generali Italia, che ambisce a diffondere in tutta Italia arte e cultura tramite agevolazioni che la rendano fruibile ad un pubblico ampio e differenziato. Progetti nobili che si spera diventino col tempo una stabile e piacevole ordinarietà.

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Venezia: la mostra"Futuruins" fino al 24 marzo 2019 a Palazzo Fortuny

Oltre 250 opere di cui 80 dal Museo Statale Ermitage, dall’antichità all’arte contemporanea, per riflettere sul senso e sui significati delle rovine;  sulla costruzione del futuro, attraverso la consapevolezza dell’imprescindibile legame con il passato.
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Dalla collaborazione tra la Città di Venezia, la Fondazione Musei Civici di Venezia e il Museo Statale Ermitage di San Pietroburgo – rafforzata dagli accordi siglati negli scorsi anni e dalla presenza di “Ermitage Italia” nella città lagunare – è nato su proposta di Dimitri Ozerkov il progetto espositivo “Futuruins” che, fino al 24 marzo, sarà allestito a Palazzo Fortuny.
Curata da Daniela Ferretti e Dimitri Ozerkov con Dario Dalla Lana,
la mostra riflette sul tema della rovina: allegoria dell’inesorabile scorrere del tempo, sempre incerta e mutevole, contesa com’è tra passato e futuro, vita e morte, distruzione e creazione, tra Natura e Cultura.
L’estetica delle rovine è elemento cruciale nella storia della civiltà occidentale.
La rovina simboleggia la presenza del passato ma contemporaneamente contiene in sé la potenzialità del frammento: un lacerto che ci arriva dall’antichità, ricoperto dalla patina del tempo, per i suoi risvolti culturali
e simbolici diventa anche valida “pietra di fondazione” per costruire il futuro.

Essa viene dal passato, conferisce ricchezza di senso al presente, dona consapevolezza ai progetti futuri. La rovina ci ricorda anche la forza simbolica della pietra, insita nella sua durezza e peso, tanto più in contrapposizione alla fragilità e alla debolezza del corpo umano.
Di quest’ultimo alla fine rimane una “rovina” anch’essa minerale: lo scheletro. “Ruderizzazione” e disfacimento del corpo sono analoghi.
Pensiamo al mito di Deucalione e Pirra, che dalle pietre crearono la loro discendenza; e pensiamo a Prometeo che con un impasto di terra e acqua creò i primi uomini. Le pietre sono formate da Gea, la Terra, e, nati da pietre, i mortali alla Terra ritorneranno.

Le oltre 250 opere provenienti dai Musei Civici veneziani e dal Museo Statale Ermitage, oltre che da collezioni pubbliche e private, italiane e internazionali, illustrano i molteplici significati assunti dalle rovine attraverso i secoli: dai resti architettonici e scultorei delle civiltà greco–romana, egizia,
assiro-babilonese e siriana, all’arte contemporanea che guarda alle rovine fisiche e morali della società attuale. Rovine delle sue architetture, di città e periferie, ma anche di uomini e idee, frutto del tempo, dell’incuria,
della degenerazione, di tragedie naturali o politiche come guerre e terrorismo.

Tale percorso contemporaneo si apre con la straordinaria installazione ambientale di Anne et Patrick Poirier, seguita dalle opere di Acconci Studio, Olivio Barbieri, Botto & Bruno, Alberto Burri, Sara Campesan,
Ludovica Carbotta, Ugo Carmeni, Lawrence Carroll, Giulia Cenci, Giacomo Costa, Roberto Crippa, Lynn Davis, Giorgio de Chirico, Federico de Leonardis, Marco Del Re, Pietri, Jean Dubuffet, Tomas Ewald, Cleo Fariselli, Kay Fingerle, Maria Friberg, Paola De Pietri, Jean Dubuffet, Tomas Ewald, Luigi Ghirri, Gioberto Noro, John Gossage, Thomas Hirschhorn, Anselm Kiefer, Francesco Jodice, Wolfgang Laib, Hiroyuki Masuyama, Jonatah Manno, Mirco Marchelli, Steve McCurry, Ennio Morlotti, Sarah Moon, Margherita Muriti, Claudio Parmiggiani, Lorenzo Passi, Fabrizio Prevedello, Dmitri Prigov, Judit Reigl, Christian Retschlag, David Rickard, Mimmo Rotella, Anri Sala, Alberto Savinio ed Elisa Sighicelli.

In linea con la tradizione delle mostre al Fortuny, sono presenti anche una serie di lavori appositamente ideati per “Futuruins” che offrono nuovi stimoli alla riflessione sul presente: le opere di Franco Guerzoni, Christian Fogarolli, Giuseppe Amato, Renato Leotta e Renata De Bonis. Quest’ultima, con Sounds after Caspar David Friedrich. The Dreamer, ha voluto captare i suoni odierni del luogo immortalato dal grande artista tedesco nel celeberrimo dipinto de Il sognatore, uno dei capolavori giunti da Ermitage per questa mostra e vera icona del gusto ottocentesco per le rovine.
Tra i due poli temporali della mostra, ci sono capolavori trasversali – dipinti, sculture, arti applicate, opere grafiche – a suggerire i grandi temi trattati.
Numerosi sono stati selezionati nelle raccolte veneziane – dalle meduse di Arturo Martini e Franz von Stuck ai ruderi notturni e infuocati di Ippolito Caffi e alle ceramiche urbinati con i temi della genesi e della morte – altri provengono da musei e collezioni private e più di 80 sono le opere prestate dal
Museo Statale Ermitage, con lavori, tra gli altri, di Albrecht Dürer, Monsù Desiderio, Giovanni Paolo Pannini, Jacopo e Francesco Bassano, Parmigianino, Veronese, Jacob van Oost il Vecchio, Arturo Nathan, Alessandro Algardi.


La necessità di lavorare sui concetti evocati delle rovine è evidente anche alla luce della storia recente, caratterizzata da guerre in cui spicca l’aspetto iconico e simbolico (il crollo delle Torri gemelle, la devastazione del museo di Baghdad, Palmira…) e dai sempre più estremi cambiamenti climatici del nostro pianeta. Le rovine possono essere un’eredità gravosa, un monito paralizzante, un memento mori che ci ricorda che tutto è vanità; oppure, al contrario, la loro presenza può essere uno stimolo a riscoprirne
il messaggio, rinnovando la loro capacità di generare senso.
È grazie alla loro presenza, come ci ricorda Salvatore Settis, che possono avvenire i rinascimenti. Ma è necessario sapere ascoltare la loro voce e quella di chi le ha già interrogate, decodificarle tramite la riflessione e lo studio.
Sulla scorta di una rinnovata consapevolezza, l’io presente potrà così progettare, aprirsi al futuro, confrontarsi con l’alterità.
Il catalogo della mostra, a cura di Daniela Ferretti con Dario Dalla Lana e Davide Daninos, contiene un saggio di Dimitri Ozerkov e, ad affiancare la sequenza delle immagini, una selezione di citazioni: spunti per offrire differenti chiavi di lettura al tema, incrociando letteratura, storia dell’arte, archeologia, pittura, scultura, architettura, filosofia.

Testo e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International


Parte la mostra “Venezia e San Pietroburgo. Artisti, principi e mercanti”

Venezia e San Pietroburgo. Artisti, principi e mercanti mostre Mestre Centro Culturale Candiani

Oltre 70 opere dall’Ermitage di cui 20 dipinti dei grandi maestri veneti,
dal Cinquecento al Settecento, tornano in laguna dopo secoli.
In dialogo con disegni e dipinti provenienti dalle collezioni civiche veneziane
rivelano “cortocircuiti” collezionistici tra Venezia e San Pietroburgo.

Da Veronese a Tiziano, fino a Tiepolo, Canaletto e Guardi.
Opere mai esposte prima d’ora in Italia
e talvolta mai uscite dall’Ermitage in mostra a Mestre,
tra cui due inediti Carlevarjs e una singolare opera tarda di Jacopo Tintoretto.

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C’è un filo rosso che da oltre tre secoli lega Venezia a San Pietroburgo, due città riflesse nell’acqua che guardandosi si riconoscevano l’una nell’altra.
Una trama fatta di architetti, musicisti, artisti, principi, mercanti, ambasciatori e di centinaia e centinaia d’opere d’arte che seguendo vie e vicende diverse, hanno lasciato negli anni la città lagunare e i territori della Serenissimaper raggiungere le terre russe e la magica città nata dal sogno di Pietro il Grande.
Oggi il Museo Statale Ermitage custodisce una delle più ricche collezioni di arte veneziana al mondo e la formazione di questa raccolta è uno fra i più avvincenti capitoli della storia del collezionismo, capace ancora di sorprenderci con nuove scoperte e straordinari ritrovamenti.

A riannodare i fili della relazione tra le due città, a raccontare le mille storie sottese in queste raccolte, a riportare - sia pure temporaneamente - nella terra natia alcuni dei capolavori veneti emigrati in Russia, giunge un’emozionante mostra resa possibile grazie agli importanti accordi di collaborazione siglati da alcuni anni tra le due città e costruita congiuntamente dalla Fondazione Musei Civici di Venezia e dal Museo Statale Ermitage, con la collaborazione di Ermitage Italia.

“Venezia e San Pietroburgo. Artisti, principi e mercanti”, curata da Irina Artemieva e Alberto Craievich con la direzione scientifica di Gabriella Belli (allestita a Mestre nel Centro Culturale Candiani dal 18 dicembre al 24 marzo 2019) documenta, grazie a 70 tra dipinti e disegni di grandi maestri veneti dal Cinquecento al Settecento provenienti dall’Ermitage - in alcuni casi mai esposti prima e qui in dialogo con opere delle collezioni civiche veneziane -, non solo i percorsi che hanno condotto l’arte della Serenissima nel museo russo, ma anche inediti intrecci culturali tra le raccolte delle due città.

Veri e propri cortocircuiti del collezionismo e forse del destino.
È il caso degli album Beurdeley, di proprietà del Museo di San Pietroburgo, e Gatteri del Gabinetto disegni e stampe del Museo Correr: ossia i più bei quaderni di disegni su carta azzurra di Giambattista e Giandomenico Tiepolo. In questa occasione, per la prima volta, alcuni fogli dei due quaderni saranno esposti insieme.
Oppure è il caso dei dipinti di Pietro Longhi appartenuti a Giovanni Grimani, divisi tra l’Ermitage e i Musei Civici di Venezia e ora riuniti nella mostra di Mestre.

Un altro parallelismo proposto è quello fra le due più importanti collezioni di grafica dell’artista veneziano Pietro Antonio Novelli, eccelso soprattutto in questo genere, ma in Russia stimato anche come pittore.
Quasi tutti i disegni di Pietro Antonio Novelli (Venezia, 1729 - 1804) conservati all’Ermitage (novantatré su novantacinque) provengono dalla celebre collezione dei principi Jussupov.  Dopo la chiusura del Museo di Palazzo Jussupov nel 1925 l’intero patrimonio d’arte pervenne all’Ermitage, facendo confluire anche quella che era la più vasta raccolta privata di grafica, con oltre 2500 opere di importanti e diversi artisti.

Fu il Settecento il secolo d’oro della passione russa per l’arte veneziana,
quando San Pietroburgo divenne una delle mete più ricercate dagli artisti soprattutto veneti, mentre singolari personaggi si fecero promotori e mediatori degli acquisti della casa imperiale e di tanti membri della nobiltà russa.

A testimoniare tutto ciò vi è la straordinaria selezione in mostra di oltre venti dipinti dei maggiori artisti veneti dal XVI al XVIII secolo – da Tiziano, Tintoretto e Veronese, a Canaletto, Tiepolo, Guardi, Bellotto - ognuno dei quali riassume, nella propria vicenda, un episodio specifico nella formazione della raccolta veneziana del museo russo.

Alcuni dipinti sono notissimi, come la Veduta di San Giovanni dei Battuti a Murano di Canaletto o la Veduta di San Giorgio Maggiore con la punta della Giudecca di Francesco Guardi, quest’ultima acquistata proprio dal Principe Jussupov, amico dell’artista; altri, invece, sono recenti scoperte nelle sterminate collezioni dell’Ermitage, che vengono presentate al pubblico e agli studiosi per la prima volta, come due inediti Capricci di Luca Carlevarijs (Capriccio con l’Ercole FarneseCapriccio con il Ponte rotto) qui affiancati all’opera analoga di Ca’ Rezzonico, entrambi procurati alla zarina da Anton Psaro “Capitano luogotenente della flotta” e inviato russo a Malta.

Una novità assoluta anche la singolare coperta di Spinetta opera di
Jacopo Tintoretto
, già segnalata dal Ridolfi, alla metà del Seicento, in collezione Barbarigo. Il soggetto – Perseo e le Muse – non fu scelto a caso giacché il dipinto decorava uno strumento musicale, e cioè un
clavicordio. “Liberato dai numerosi strati di precedenti verniciature e ritocchi, questo lavoro della maturità – scrive Irina Artemieva - dimostra l’eccezionale maestria compositiva di Tintoretto unita all’esecuzione virtuosistica dei particolari (...) Nel cinquecentesimo anniversario dalla
nascita del maestro veneziano, abbiamo ritenuto opportuno mostrare al pubblico per la prima volta un lavoro tanto raro e insolito”.

La mostra si chiude con un omaggio a San Pietroburgo e a uno dei suoi artefici principali: quell’architetto tanto amato da Caterina II che fu il bergamasco Giacomo Quarenghi. Appassionata di architettura e di giardini, in possesso di una personale raccolta di disegni architettonici, Caterina II arrivò a definire Quarenghi il “suo” architetto. Tra i numerosi edifici e interventi realizzati nella città sulla Neva ricordiamo il Teatro dell’Ermitage, la progettazione degli interni di rappresentanza del Palazzo d’Inverno, come la Sala grande del trono e la cosiddetta Loggia di Raffaello. Tra i disegni esposti, quelli relativi al Palazzo della Borsa e al Palazzo di Alessandro a Zarskoe Selo.
Alcuni suoi disegni presenti in mostra provengono, inoltre, dal poco noto album del Gabinetto dei disegni e delle stampe del Museo Correr.

ARTISTI, PRINCIPI, MERCANTI...
E CAPOLAVORI DELL'ARTE VENETA.

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Dunque dipinti giunti di rado in Italia e alcuni mai usciti dalle sale dell’Ermitage;dipinti che ci raccontano di mille personaggi e intrecci che animavano la vita della città sulla Neva nel XVIII secolo.
Le vie di San Pietroburgo e gli ambienti della corte imperiale e del suo entourage furono infatti frequentati da artisti e personaggi, avventurieri e pionieri, partiti dalla laguna per raggiungere la capitale del Nord, come Bartolomeo Tarsia pittore e scenografo - tra i primissimi veneziani ad accettare di operare al servizio del governo Russo - Francesco Algarotti, Baldassare Galuppi, Giacomo Casanova, i pittori Pietro Rotari, Francesco Fontebasso e Andrea Urbani.
Le residenze imperiali extraurbane di Petergof, Zarskoe Selo, Oranienbaum furono arricchite dai lavori di maestri veneti invitati da Caterina II a decorarne le sale, come Jacopo Guarana, Giambattista Pittoni, Domenico Maggiotto, Francesco Zugno, Gaspare Diziani, Francesco Fontebasso.

Oltre a questo genere di contatti con alcuni artisti viventi, si continuò comunque ad acquistare le opere dei maestri veneziani dei secoli passati: il loro confluire nelle collezioni russe fu vivacemente promosso sia dall’intraprendenza dei rappresentanti della locale colonia italiana, che da
ingegnosi commercianti alla scoperta di quel nuovo mercato.
Musicisti, attori, architetti residenti a San Pietroburgo – pensiamo a
Domenico Dall’Oglio, illustre violinista dell’orchestra imperiale, o ai noti architetti Rastrelli e Quarenghi – portavano spesso, dai loro soggiorni in patria, quadri da rivendere agli aristocratici russi. Tra gli avventurieri e mercanti va segnalato il degno successore del console Smith: John Udney, che i contemporanei descrivono come un uomo avido e propenso ai più equivoci metodi pur di impadronirsi delle opere desiderate.
Poi ci furono il Marchese Pano Maruzzi e il pittore inglese Thomas Jenkins, conosciuto in Italia anche come intenditore di antichità.

Con tutti Caterina II ebbe un atteggiamento abbastanza sprezzante,
anche in considerazione della sua apertura alla nuova moda e al gusto neoclassico; ciononostante Udney riuscì a piazzare ben sessanta dipinti di cui i migliori sono ancora all’Ermitage, come Venere e Marte di Paris Bordon qui esposto.

Tra le opere acquistate a Venezia da Maruzzi nel 1767 figuravano il San Sebastiano e Santa Irene di Antonio Molinari e il Tarquinio e Lucrezia di Palma il Giovane inclusi in mostra. Il primo fu inizialmente ceduto all’ex favorito della sovrana Grigorij Orlov.

Tra le conquiste più significative di Caterina la Grande va ricordata anche l’eccezionale raccolta di opere del Bellotto, parte della galleria dei quadri del conte Brühl acquistata a Dresda. Di Bellotto – artista che non raggiunse mai San Pietroburgo, pur avendo accettato l’invito della zarina, decidendo di fermarsi a Varsavia - viene proposto a Mestre un vero capolavoro: la Veduta di Pirna dalla riva destra dell’Elba, sopra la città.

Anche Pietro Antonio Novelli piaceva alla zarina.
Il rigido clima della Moscovia lo indusse a non recarvisi, ma egualmente ottenne una commissione specifica per la realizzazione di un dipinto a soggetto libero che fu particolarmente apprezzato (“La Famiglia di Enea”).

La ricerca di opere dei grandi artisti del Rinascimento non rappresentò certo un problema per la corte russa: grazie al collaudato sistema su cui si fondavano gli acquisti delle grandi collezioni d’arte celebri in tutta Europa – quali Brühl, Crozat o Walpole – Caterina riuscì ad ottenere alcune eccellenti testimonianze del Rinascimento veneziano. Senz’altro più difficile fu entrare in possesso di opere di Giorgione, Tiziano, Tintoretto, Veronese.
I rappresentanti dell’antica aristocrazia – i principi Jussupov e Kurakin – e la nuova nobiltà, il conte Stroganov e il principe Bezborodko, si impegnarono allora ad acquistare, in quel periodo, le rare tele disponibili sul mercato di quei sommi artisti veneziani come la Diana di Veronese.

Alla fine del Settecento il mercato veneziano, complice le difficoltà di molte famiglie dell’antico patriziato, è particolarmente vivace.
I principali agenti in città in quel momento sono inglesi o russi. Tra le figure più interessanti vi è il mercante di antichità Nicola Leonelli che già durante il regno di Caterina II risiedette a San Pietroburgo. Vi ritornò nel 1800 portando con sé autentiche meraviglie come il “Banchetto di Cleopatra” di Giambattista Tiepolo acquistato poi dall’imperatore Paolo I e inserito dal Brenna nel soffitto di una delle sale della nuova residenza reale, il castello Michajlovskij (di san Michele). Alla morte del Leonelli, avvenuta nella città russa nel 1817, le numerose tele che gli appartenevano si sparsero nelle collezioni private cittadine per confluire in un secondo momento e seguendo diversi percorsi nelle collezioni dell’Ermitage. Tra queste, due delle opere esposte: l’Endimione dormiente di Pietro Liberi e la rara veduta muranese di Canaletto.

Infine un altro evento fu determinante per l’arricchimento delle collezioni d’arte veneziana dell’Ermitage: l’acquisto integrale nel 1850 della famosa e spesso contesa collezione Barbarigo - di Palazzo Barbarigo della Terrazza sul Canal Grande - su disposizione di Nicola I: l’unico affare di questo genere deciso dalla corte russa dopo gli acquisti operati a suo tempo da Caterina II.

“Fu un evento che suscitò molto scalpore sia a Venezia che a San Pietroburgo” nota Artemieva. Per Venezia significò la perdita dell’ultima grande collezione privata di pittura, in possesso di un’unica famiglia per quasi trecento anni.
A San Pietroburgo, una volta giunta, molti dipinti provocarono delusione - a causa soprattutto del cattivo stato di conservazione - con la conseguenza della loro successiva vendita all’asta o trasferimento dall’Ermitage
ad altri musei.

Negli ultimi anni all’Ermitage è stata eseguita con sistematicità un gran lavoro di ricerca e pulizia delle opere dei più importanti artisti, un tempo presenti nella collezione Barbarigo. Tra questi, oltre al Tintoretto già citato, è di grande interesse poter ammirare, commissionato dai fratelli Barbarigo a Matteo Ponzone, il Ritratto di Carlo Ridolfi: l’autore del “Le maraviglie dell’arte, ovvero le vite degli illustri pittori veneti e dello Stato”, e il primo ad aver compilato l’inventario della nobile collezione nel 1627.

 

Testo e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International


A Roma "L'adolescente" di Michelangelo dall'Ermitage

Il 14 dicembre nel nuovo rhinoceros, sede della Fondazione Alda Fendi –Esperimenti, verrà esposto in via straordinaria L’Adolescente di Michelangelo, proveniente dal Museo Statale dell’Ermitage di San Pietroburgo.

L’esposizione, che si terrà dal 14 dicembre 2018 al 10 marzo 2019, sancisce l’inizio della collaborazione triennale tra la Fondazione Alda Fendi – Esperimenti e il celeberrimo museo russo. Un accordo nato dal desiderio d’incrementare i rapporti culturali tra la Russia e l’Italia, tramite l’istituzione di borse di studio, l’ospitalità a ricercatori russi, il sostegno di attività scientifiche e culturali congiunte e l’esposizione di capolavori provenienti dall’Ermitage di San Pietroburgo a Roma nel palazzo rhinoceros, prospiciente l’Arco di Giano e l’area del Foro Romano, recentemente restaurata e riqualificata grazie alla Fondazione Alda Fendi – Esperimenti che ha incaricato Vittorio e Francesca Storaro per l’illuminazione dell’Arco di Giano e Jean Nouvel
per il restauro del palazzo.


La prima delle opere che arriveranno nella Capitale, con cadenza annuale, è L’Adolescente di Michelangelo, capolavoro ormai definitivamente assegnato al geniale scultore, esposto per la prima volta a Roma.
Per l’occasione, questo enigmatico e incompiuto giovane accovacciato così vibrante e intenso, verrà sapientemente illuminato da Vittorio e Francesca Storaro, a evidenziare la potenza creativa del grande artista. Promossa dalla Fondazione Alda Fendi–Esperimenti e dal Museo Statale Ermitage con la collaborazione di “Ermitage Italia”, l’esposizione, curata dal professor Sergej Androsov, direttore del Dipartimento d’Arte dell’Europa Occidentale dell’Ermitage, è stata organizzata da Il Cigno GG Edizioni in collaborazione con Villaggio Globale International.

Michelangelo Buonarroti L'adolescente (Ragazzo accosciato) Ermitage San Pietroburgo
Michelangelo Buonarroti (Caprese, 1475 - Roma, 1564) L'adolescente (Ragazzo accosciato) Statua in marmo, h.54 cm San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage Photograph © The State Hermitage Museum, 2018 Ph.: Vladimir Terebenin

 

Testo e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International


Piero della Francesca Ermitage Russia San Pietroburgo mostre

La mostra "Piero della Francesca. Monarch of painting" all'Ermitage di San Pietroburgo

7/12/2018 - 10/03/2019

SAN PIETROBURGO
MUSEO STATALE ERMITAGE
Sala del Picchetto, Palazzo d' Inverno

Al Museo Ermitage il grande omaggio all’artista simbolo del Rinascimento con la più ampia mostra mai realizzata su Piero della Francesca
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Sarà interamente dedicata a Piero della Francesca (1412 – 1492), tra i capisaldi della pittura italiana del XV secolo, la mostra “Piero della Francesca. Monarca della pittura” che s’inaugura al Museo Statale Ermitage il prossimo 6 dicembre, in occasione dei festeggiamenti per il compleanno del museo fondato da Caterina II.

Piero, con la sua pittura nobile e umile a un tempo, razionale e austera quanto lirica e poetica, può essere definito senza esagerazione l’artista simbolo del Primo Rinascimento, capace come fu di rivoluzionare la pittura del tempo, trasfondendo nelle sue opere complessi calcoli matematici e una personale visione del mondo.

Fu tra i primi a scoprire le regole della prospettiva sia lineare che atmosferica (a cui Leonardo da Vinci prestò poi puntuale e fattiva attenzione) e la sua arte ebbe un ruolo chiave nello sviluppo del ritratto rinascimentale. 

Ciononostante in Russia non si conservano opere di Piero, di cui in generale rimangono solo straordinari cicli di affreschi e non più di una ventina di dipinti, per lo più considerati inamovibili e conservati salvo poche eccezioni in Italia, in siti lontani delle principali rotte turistiche della penisola come Perugia, Monterchi, Arezzo o nella vicina Sansepolcro ( al tempo, Borgo San Sepolcro) , dove egli nacque.

Curata da Tatiana Kustodieva capo ricercatore del Dipartimento dell'Arte europea occidentale all'Ermitage, promossa dal Museo Statale Ermitage con la collaborazione di “Ermitage Italia” e di Villaggio Globale International, l'esposizione - che ha come sponsor generale ROSNEFT e partner in Italia INTESA SANPAOLO - si propone dunque come un evento eccezionale.
Da diverse collezioni italiane ed europee giungeranno un nucleo di opere dell’artista mai così consistente prima d’ora in una mostra temporanea, 11 dipinti e 4 manoscritti autografi, offrendo la rara opportunità di far conoscere Piero della Francesca in Russia.

Nella prestigiosa Sala del Picchetto, nel Palazzo d’Inverno, in un allestimento che rievoca  le architetture prospettiche dei dipinti di Piero, si potranno ammirare, giunti dall’Italia, grazie anche alla sensibilità del Ministero ai Beni e alle Attività Culturali italiano, straordinari e iconici capolavori come la “Madonna di Senigallia” dalla Galleria Nazionale delle Marche a Urbino, “l’Annunciazione” , mai prestata prima d’ora, dalla Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia e il “San Girolamo e un devoto” dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia, ai quali si aggiungono il “San Nicola da Tolentino” del Museo Poldi Pezzoli di Milano e due affreschi con “San Giuliano” e “San Ludovico” dalla natia Sansepolcro. Quindi il “San Michele” prestato per l’evento dalla National Gallery di Londra, il “Ritratto di Sigismondo Malatesta” eccezionalmente dal Musée du Louvre di Parigi, il “Ritratto di giovane” - presumibilmente Guidobaldo da Montefeltro - dal Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, Il “Sant'Agostino” dal Museo Nazionale d’Arte Antica di Lisbona e la giovanile “Madonna col Bambino” già in collezione Contini Bonacossi.

Quindi il Piero matematico, a ricordare l’importante attività teorica che egli svolse,m congiuntamente alla pittura, per tutta la vita: la ricerca di regole scientifiche che governino la realtà, e dunque la costruzione interna dei dipinti, il bisogno di armonia, lo studio delle proporzioni costituiranno del resto una costante della sua ricerca artistica.

In mostra: il giovanile Trattato d’abaco, proposto nella versione autografa della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, l’Archimede di spiralibus, raccolta di trattati del matematico greco  in cui è stata riconosciuta nel 2004 la mano dell’artista toscano, e infine il De prospectiva pingendipresentato attraverso le uniche due testimonianze quattrocentesche in volgare esistenti al mondo: quella interamente autografa nel testo e nei disegni, prestata della Biblioteca Palatina del Complesso Monumentale della Pilotta a Parma e il manoscritto Reggiano della Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia, con correzioni e annotazioni di Piero.

Fu proprio il De Prospectiva pingendi, universalmente noto, a formare intere generazioni di pittori, che non si limitarono a trarre ispirazione dai dipinti del grande Maestro, ma studiarono il suo testo per imparare quello che sarebbe divenuto il linguaggio comune e condiviso dell’arte occidentale per almeno quattro secoli, fino alla rottura avvenuta nell’Ottocento.

“Si è paragonata l’arte di Piero alla musica di Mozart e alla poesia di Wordsworth” ha scritto lo storico dell’arte russo Michail Alpatov. “Ma la sua capacità di abbracciare il mondo con uno sguardo può essere raffrontata anche al talento di Tolstoj di ammirare, come in Guerra e Pace, la curva delle spalle d’una avvenente mondana o d’inchinarsi alla saggezza del contadino Karataiev”.

Così appare dunque Piero: raffinato frequentatore delle principali corti italiane (Perugia, Firenze, Ferrara, Rimini, Roma, Urbino), coltissimo nell’elaborare composizioni prospettiche innovative, costruzioni geometriche dal perfetto equilibrio e figure monumentali ieratiche e potenti, quanto sincero cantore della nobiltà dell’uomo e della bellezza del paesaggio, caparbiamente legato alle sue terre e al borgo natale, ove conservò sempre la sua bottega.

Piero non fu mai pittore di corte, mantenendo autonomia di vita e di pensiero, eppure riuscì a innovare profondamente e a segnare in maniera indelebile il percorso dell’arte italiana ed europea, traghettandola dal medioevo all’età moderna. 

Da Domenico Veneziano, con il quale lavorò prima a Perugia e poi a Firenze, Piero aveva appreso l’importanza e il valore delle gamme cromatiche, della composizione e della prospettiva nelle sue prime applicazioni; durante il soggiorno nel capoluogo toscano (1439), allora nevralgico centro culturale, aveva conosciuto l'arte d'avanguardia del suo tempo - la scultura di Donatello, gli affreschi di Masaccio, le concezioni architettoniche di Leon Battista Alberti e di Filippo Brunelleschi – e aveva ammirato la corte bizantina. 

A Ferrara, dove si presume sia stato intorno al 1450, e poi a Urbino, aveva conosciuto l’arte fiamminga e il gusto d’oltralpe, traendone l’attenzione per la resa naturalistica dei dettagli.

Suggestioni e influenze che, accanto agli interessi scientifici, alla capacità immaginifica e alla profonda sensibilità per le vicende politiche, hanno consentito a Piero una cifra artistica assolutamente originale, portandolo a creare opere di una tale altezza intellettuale e spirituale da influenzare profondamente, con la riscoperta ottocentesca, anche l’arte del XX secolo.

La mostra è accompagnata da catalogo Skira/Museo Statale Ermitage, in edizione russa e italiana, con saggi di Carlo Bertelli, Tatiana Kustodieva, Antonio Natali, Piergiorgio Odifreddi, Antonio Paolucci, Paola Refice.

Testo e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International.


Il MANN protagonista del Forum Internazionale della Cultura a San Pietroburgo

Il MANN protagonista del Forum Internazionale della Cultura a San Pietroburgo. 
Con 4 capolavori all’Ermitage anteprima della grande mostra della primavera 2019 
Il Direttore Paolo Giulierini alla tavola rotonda “Italian cultural revolution” 
sulla riforma e sulle novità di gestione dei musei italiani.
 
Per l' omaggio dell'Italia al Forum, arrivano da Napoli il marmo della statua della “Pax augustea” gli affreschi con “Achille e Sciro” e “Eracle e Onfale” e un busto bronzeo dell’Imperatore Tiberio.
Sempre più stretto il dialogo con l'Ermitage, aspettando la grande mostra su Canova
 
San Pietroburgo, Museo Statale Ermitage, 15 e 16 Novembre 2018
Forum Internazionale della Cultura San Pietroburgo MANN Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Prosegue intenso il dialogo tra il MANN e il grande Museo Statale Ermitage
Se infatti l’Italia è il Paese ospite della VII edizione del Forum Internazionale della Cultura che si svolge a San Pietroburgo dal 15 al 17 novembre - a dimostrazione delle relazioni proficue e delle sinergie da anni sviluppate in questo ambito tra di due Paesi - il Museo Archeologico Nazionale di Napoli è tra i protagonisti di queste intense giornate, che vedranno centinaia di personalità da tutto il mondo riunite nella città di Pietro il Grande.
 Busto di Tiberio
Paolo Giulierini, Direttore del MANN – Museo che come sappiamo ha siglato un importante accordo quadriennale di collaborazione con il Museo russo, in relazione ad Ermitage Italia, insieme alla Soprintendenza di Pompei - sarà infatti ospite dell’organizzazione del FORUM per alcuni degli eventi in programma all’Ermitage, legati al nostro Paese, e per inaugurare, in questa occasione così importante, un’anteprima, un assaggio, di quella che sarà la grande mostra su Pompei che aprirà al Museo Statale Ermitage la prossima primavera.
Una vetrina straordinaria per lanciare un evento che porterà nelle spettacolari sale del museo di Caterina II la storia e la vita dell’antica città romana sepolta dalle ceneri del Vesuvio di cui il MANN
conserva testimonianze straordinarie; una nuova opportunità di promozione del Museo nel mondo e un riconoscimento internazionale del valore delle sue collezioni.
Eracle e Onfale
Il primo appuntamento che ha visto coinvolto Paolo Giulierini è stato oggi alla Tavola Rotonda promossa dal Museo Ermitage, tra i dibattiti dedicati a diverse emergenze nell’ambito museale, in un confronto internazionale: “Italian cultural revolution”.
Tre anni fa infatti il sistema museale statale italiano è stato interessato da una profonda riforma che ha comportato nuove autonomie gestionali e finanziarie per alcuni grandi musei con nuove procedure di selezione e la nomina di nuovi direttori, anche provenienti dall’estero; nonché una diversa distribuzione delle funzioni rispetto ai beni culturali territoriali. Una riforma incisiva, di cui si possono ora discutere i risultati positivi, i problemi irrisolti e per i quali si stanno avviando nuovi interventi, le ricadute sul piano nazionale e internazionale.
Achille a Sciro
Proprio questa riforma ha portato Paolo Giulierini alla direzione del MANN e ha permesso il rilancio del Museo napoletano.
Alla Tavola rotonda hanno preso parte accanto al professor Michail Piotrovsky, Direttore dell’Ermitage: come moderatore Maurizio Cecconi (Segretario Generale di “Ermitage Italia” e AD di Villaggio Globale International), Antonio Lampis (Direttore Generale dei Musei del Ministero per i Beni e le Attività Cultuarli italiano), James Bradburne (Direttore Generale della Pinacoteca di Brera a Milano), Simone Verde (Direttore del Complesso Monumentale Della Pilotta di Parma, Paolo Giulierini (Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli) e Daniela Tisi (Consigliere del Ministero Italiano per i Beni e le Attività Culturali, per i progetti inerenti la gestione complessa del patrimonio culturale attraverso reti e sistemi museali territoriali).
Altro appuntamento che vedrà il MANN coinvolto, sarà sempre oggi alle ore 19.30, la presentazione del volume “Antonio Canova, Il segno della bellezza” di Giuseppe Pavanello, tra i più noti e importanti studiosi del grande scultore e curatore dell‘attesissima mostra che si terrà a fine marzo 2019 al MANN, co-promossa proprio con il Museo Statale Ermitage.
Quest‘ultimo contribuirà con prestiti eccezionali a rendere assolutamente unico questo evento, già entusiasmante per l‘insieme delle opere che concesse dall’Italia e dall’estero
 e per l‘unicità di un percorso che consente di mettere in dialogo per la prima volta le creazioni del sommo Maestro con le opere antiche per lui fonte di ispirazione e di tensione alla perfezione e alla bellezza.
Il libro della serie UTET Grandi Opere è un preziosissimo volume da collezione, in tiratura limitata e numerata, di cui è stata realizzata anche una versione TOP in 99 esemplari che riproduce in copertina un bassorilievo
 in marmo di cm 27 x 41 raffigurante Le tre danzatrici realizzato dal Maestro Luciano Massari da un originale di Antonio Canova in gesso conservato presso la Gipsoteca di Possagno.
Quindi domani 16 novembre alle ore 15.00, ancora una volta nella splendida sala del Patio Romano, Paolo Giulierini insieme a Massimo Osanna Soprintendente di Pompei, parteciperà all’inaugurazione di questa “anteprima” pompeianaomaggio dell’Italia al Forum realizzato con il sostegno dell‘Ambasciata italiana in Russia e dell‘Istituto Italiano di Cultura di San Pietroburgo
e sorta di "teaser“ dell‘evento primaverile, con 4 opere prestate dal MANN e 4 opere che giungno dal Parco Archeologico di Pompei, rappresentative dei tanti capolavori che il pubblico dell’Ermitage potrà ammirare prossimamente.
Dal MANN sono giunti nell’occasione a San Pietroburgo il bellissimo marmo della statua della “Pax augustea” di oltre due metri, gli affreschi monumentali con “Achille a Sciro” e “Eracle e Onfale” e un busto bronzeo dell’Imperatore Tiberio.
“Il MANN- ha commentato Paolo Giulierini - con la partecipazione al FORUM e l’anteprima e’l’annuncio delle mostre di Pompei e Canova, in questo contesto internazionale - consolida il proprio primato di Museo che ha un rapporto privilegiato con l’Ermitage, il più grande museo al mondo.
Ricerca, esposizioni e confronto sono le nostre parole d’ordine”.
Testo e immagini da Ufficio Stampa Villaggio Globale International

 


Rivoluzione d'Ottobre Palazzo d'Inverno Pietrogrado Russia

Rivoluzione d'Ottobre: la presa del Palazzo d'Inverno #AccaddeOggi

Il 7 novembre 1917 (25 ottobre secondo il calendario giuliano) avvenne la presa del Palazzo d'Inverno a Pietrogrado da parte dei Bolscevichi: l'atto simbolo della Rivoluzione d'Ottobre.

“Ai cittadini della Russia

Il Governo Provvisorio è stato rovesciato. Il potere statale è passato nelle mani dell’organo del Soviet dei deputati degli operai e dei soldati di Pietrogrado, – il Comitato militare rivoluzionario, alla testa del proletariato e della guarnigione di Pietrogrado.
La causa per la quale il popolo ha lottato, – un’immediata proposta di pace democratica, l’abolizione dei diritti dei latifondisti sulla terra, il controllo sulla produzione da parte degli operai, la creazione di un governo sovietico – questa causa è assicurata.

Viva la rivoluzione degli operai, dei soldati e dei contadini!”

Il Comitato militare rivoluzionario proclama la deposizione del Governo provvisorio

Con queste parole, alle ore dieci del 7 novembre 1917 (corrispondente al 25 ottobre secondo il calendario giuliano), il Comitato militare rivoluzionario proclamava trionfalmente il rovesciamento del Governo provvisorio in Russia.
Momento simbolo della Rivoluzione d’Ottobre fu l’assalto al mal difeso Palazzo d’Inverno, avvenuto senza spargimento di sangue: nessuna delle due parti intendeva ricorrere a misure estreme, il bombardamento inflisse pochi danni, parte dei difensori cedette alla propaganda o fu disarmata. Il difensore Kishkin si lamentava: “Che genere di partito non è in grado di mandarci almeno trecento uomini armati?” In generale l’insurrezione fu assai meno sanguinosa dei fatti dei mesi precedenti, della Rivoluzione di febbraio e delle Giornate di luglio.

Il primo periodo di governo bolscevico non si ricorse ad esecuzioni sistematiche, anche se non mancarono episodi di violenza da parte della folla in tutto il Paese. Non mancarono neppure i primi segni di disaccordo tra i rivoluzionari.
Durante i primi mesi della sua esistenza, il regime sovietico dava alle masse ciò che volevano: al soldato il diritto di abbandonare le trincee, al contadino di ottenere ciò che voleva dalla spoliazione dei latifondisti, al lavoratore nella città un intossicante senso di potere sull’odiato burzhui.

Fonte: William Henry Chamberlin, The Russian Revolution. I: 1917–1921, 1935, pp. 306-333.

Boris Kustodiev, Il bolscevico, olio su tela (1920, 101x141), dalla Galleria Tretyakov a Mosca.

Mosca: presentazione del libro «I partigiani sovietici in Italia» di Massimo Eccli

Il 21 settembre 2018, presso la Biblioteca Statale Russa, si terrà la presentazione del libro «I partigiani sovietici in Italia». Il libro apre una pagina ignota della storia della Seconda Guerra Mondiale, sulla partecipazione dei cittadini sovietici, nel movimento della Resistenza italiano.

In alcune centinaia tra città e paesi dell'Italia vi sono sepolture di soldati sovietici. Le maggiori sono a Torino, Cuneo, Genova, Firenze, Milano, Bologna e Verona. I locali portano fiori sulle tombe, malgrado ciò, spesso esse sono ignote. Una di queste tombe di soldati sovietici si trova nel cimitero di San Zeno di Montagna, in provincia di Verona ed attirò l'attenzione dello storico Massimo Eccli. Egli decise di trovare testimonianze su questa persona e trovare i suoi parenti. Durante queste ricerche, egli trovò informazioni sui destini dei cittadini sovietici deportati durante la Guerra, in Italia, egli decise di sistematizzarle. Risultato finale di questo lavoro è il libro «I partigiani sovietici in Italia», pubblicato dalla casa editrice «Veche».

Secondo Massimo Eccli, molti soldati sovietici, arrivati in Italia negli anni di guerra, ancora oggi sono considerati dagli archivi sovietici come dispersi. Durante il lavoro sul libro, si riuscì a ricostruire alcuni dei loro nomi.

In Italia, durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale, molti soldati furono prigionieri dei campi di lavoro. Solamente i soldati dell'Armata Rossa, furono più di 20.000. Coloro che riuscirono a fuggire si unirono al movimento della Resistenza ed ai distaccamenti partigiani. Alcuni nostri connazionali, sono leggendari membri della Resistenza italiana: Fjodor Poletaev, Nikolaj Bujanov, Daniil Avdeev, Fore Mosuligvili, furono insigniti della più alta decorazione italiana, per le prodezze sul campo di battaglia, la medaglia d'oro «al Valor Militare». Vennero premiati con il titolo di «Eroe dell'Unione Sovietica»: Fjodor Poletaev, Fore Mosulisvili, Daniil Avdeev e Nikolaj Bujanov. Molti ricevettero le più alte onoreficenze sovietiche soprattutto ad Memoriam.

 

Nell'ambito della presentazione nella sala espositiva Rosa della RSL, si terrà anche l'apertura della mostra internazionale «Sotto il cielo d'Italia e Russia». Il progetto, iniziò nel 2014, durante l'anno incrociato del turismo Russia — Italia ed è un'iniziativa del'Unione Creativa Giovanile «Le due capitali Mosca - San Pietroburgo» e del Movimento internazionale giovanile «Amici» Italia - Russia. I lavori presenti alla mostra, sono stati eseguiti dai partecipanti al progetto «La longevità Moscovita» dello studio «Cobalt» del centro «Arbat - Tverskoj».

Alla presentazione si esibirà il cantante lirico Luca Lattanzio. Il 9 maggio 2018 egli si esibì al Cremlino, durante la festa per il Giorno della Vittoria.

Alla presentazione prenderanno parte i parenti dei partigiani sovietici, rappresentanti dell'Ambasciata d'Italia, delle organizzazioni culturali ed educative della Russia e dell'Italia: l'Associazione Dante Alighieri, la scuola «Italo Calvino», il liceo «Paolo Diacono», il «Fotozentr» di Gogolevskij Boulevard e Dom íumalista.

Testo dal servizio stampa della Biblioteca Statale Russa

La Biblioteca Statale Russa, foto di Vladimir TokarevCC BY-SA 3.0, da Wikipedia.


Un'adolescente con madre Neanderthal e padre Denisova

Fino a quarantamila anni fa, almeno due gruppi di ominidi abitavano l'Eurasia: i Neanderthal ad Occidente e i Denisovani ad Oriente. I due gruppi, attualmente estinti, si separarono circa 390 mila anni fa, costituendo i "parenti" più prossimi dei moderni umani attualmente viventi.

Credit: B. Viola, MPI f. Evolutionary Anthropology

Un nuovo studio, pubblicato su Nature, ha presentato il sequenziamento del genoma di un frammento osseo proveniente dalla Grotta di Denisova, presso i monti Altai in Siberia, dove fu ritrovato nel 2012.

"Sapevamo da precedenti studi che Neanderthal e Denisovani dovevano aver occasionalmente avuto figli insieme", afferma Viviane Sloan, ricercatrice presso l'Istituto Max Planck per l'Antropologia Evolutiva. "Ma non avrei mai pensato potessimo essere così fortunati da ritrovare effettivamente un discendente dei due gruppi."

Credit: T. Higham, University of Oxford

L'individuo (Denisova 11) al quale apparteneva il frammento in questione doveva avere attorno ai 13 anni, e visse 50 mila anni fa circa. L'adolescente aveva una madre Neanderthal e un padre Denisova, che a sua volta presentava però tracce della stirpe Neanderthal.

"Un aspetto interessante di questo genoma è che ci permette di comprendere elementi relativi alle due popolazioni: i Neanderthal da lato della madre e i Denisova dal lato del padre", spiega Fabrizio Mafessoni, anche lui dell'Istituto Max Planck.

Il padre proveniva da una popolazione alla quale appartenne anche un altro Denisova ritrovato nella grotta. La madre proveniva da una popolazione che era più vicina a quella dei Neanderthal che in seguito vissero in Europa, che non a quella dell'altro Neanderthal ritrovato nella stessa grotta. Importante anche l'aver verificato nell'osso la presenza di percentuali grosso modo eguali di DNA Neanderthal e Denisova.

Disegno della madre Neanderthal col padre Denisova e la giovinetta, presso la grotta. Credit: Petra Korlević

La scoperta è di grandissimo rilievo e segna una nuova tappa nella nostra comprensione dei rapporti intercorsi tra questi gruppi di antichi umani, suggerendo che potesse essere comune la commistione tra loro nel Tardo Pleistocene.

Svante Pääbo, Direttore del Dipartimento di Genetica Evolutiva dell'Istituto, conclude: "Neanderthal e Denisova non dovevano avere molte occasioni di incontrarsi. Ma quando lo facevano, devono essersi accoppiati frequentemente, molto più di quanto pensassimo in precedenza."

 

 

Lo studio The genome of the offspring of a Neandertal mother and a Denisovan father, opera di Viviane Slon, Fabrizio Mafessoni, Benjamin Vernot, Cesare de Filippo, Steffi Grote, Bence Viola, Mateja Hajdinjak, Stéphane Peyrégne, Sarah Nagel, Samantha Brown, Katerina Douka, Tom Higham, Maxim B. Kozlikin, Michael V. Shunkov, Anatoly P. Derevianko, Janet Kelso, Matthias Meyer, Kay Prüfer, Svante Pääbo, è stato pubblicato su Nature il 22 Agosto 2018.