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Yiddish: il viaggio millenario di una lingua e del suo popolo

YIDDISH: IL VIAGGIO MILLENARIO DI UNA LINGUA E DEL SUO POPOLO

Introduzione all'argomento con la professoressa Marisa Ines Romano

 

Parlare di lingua e cultura yiddish implica, inevitabilmente, il fatto che ci si occupi della lunga e travagliata storia del Popolo ebraico. Facciamo infatti riferimento ad una cultura millenaria, che affonda le sue radici nel X secolo.

Ad introdurci in questo mondo estremamente affascinante e variegato è stata la professoressa Marisa Ines Romano, docente di Lingua e Letteratura Yiddish presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Laureatasi nel 1993 in Lingue e Letterature Straniere Moderne (cum laude), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Letterarie (Letterature Moderne Comparate) con una tesi dal titolo Le saghe familiari di Isaac Bashevis Singer, Israel Joshua Singer e Der Nister in rapporto di scambio con il canone di genere europeo e come specchio delle tensioni culturali e delle dinamiche sociali nel mondo yiddish del XX secolo. Da quel momento l’intera attività di ricerca della Professoressa è stata dedicata allo studio e alla divulgazione della cultura yiddish.

La sua ricca produzione scientifica, comprendente articoli, saggi, recensioni e conferenze, vanta svariate traduzioni dallo Yiddish, come Acquario verde di Avrom Sutskever (La Giuntina, Firenze 2010), Quando Yash è partito di Yankev Glatshteyn (La Giuntina, Firenze 2017) e Yiddish. Lingua, Letteratura e Cultura. Corso per principianti di Sheva Zucker (La Giuntina, Firenze 2007). Quest’ultimo testo, inoltre, rappresenta l’unico manuale in circolazione in Italia per l’apprendimento della lingua yiddish.

Col presente articolo andiamo alla scoperta dello straordinario mondo della cultura Yiddish assieme alla professoressa Marisa Ines Romano, che ha messo gentilmente a disposizione del pubblico di ClassiCult la sua conoscenza.

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Laprofessoressa Marisa Ines Romano sullo sfondo dell'Università di Bari. Collage di Chiara Torre, foto del riquadro di Marisa Ines Romano; foto dell'Università di Bari di Laura Beato, CC BY-SA 4.0

 

Non si può comprendere quanto importante sia questa cultura per le nostre radici se non si conosce a fondo la sua storia. Lo Yiddish nasce nel cuore dell’Europa e con l’Europa. Si sviluppa dalla peculiarità dell’ebraismo europeo, che vede il suo epicentro sulle rive del Reno, intorno a Mainz (Magonza), proprio nella zona di confluenza tra il Reno e il Mosella, che sarà anche punto di diramazione del Sacro Romano Impero. Come si vede, la cultura europea e quella ebraico-europea condividono il medesimo luogo e tempo di nascita e sviluppo. Va altresì ricordato che la lingua yiddish è classificata come lingua neogermanica, contraddistinta, dunque, da una doppia anima ebraico-europea.

Gli Ebrei erano arrivati in Europa dalla Palestina tempo addietro, in seguito alla grande diaspora, determinata dalla sconfitta dei rivoltosi ebrei all’epoca di Tito (I sec. d. C.). L’assoggettamento della Palestina da parte dei Romani era malvisto dalla popolazione ebraica, che si organizzò e diede origine a delle tremende rivolte, sedate nel sangue, e identificabili come guerre giudaiche, descritte dallo storico Yosef ben Matityahu, meglio conosciuto come Giuseppe Flavio. La sorte riservata ai rivoltosi sconfitti fu, nella maggior parte dei casi, la schiavitù, che è testimoniata dallo stesso arco di Tito, nel rilievo del quale riconosciamo una scena di deportazione di schiavi ebrei. Lo stesso Anfiteatro Flavio, simbolo della romanità, fu realizzato grazie alla manodopera servile ebraica.

I tesori di Gerusalemme, particolare dall'Arco di Tito. Foto di Jebulon, CC0

Prima ancora della diaspora, però, Roma conteneva al suo interno una comunità ebraica non poco rilevante, se si pensa che già nel II sec. d.C. gli Ebrei incidevano per il dieci per cento sul totale della popolazione urbana. Interessante sottolineare come una delle vie privilegiate della grande diaspora fu proprio la Puglia. Ci sono testimonianze di insediamenti ebraici lungo la via Appia: a partire da Brindisi, importanti tappe del percorso degli Ebrei su suolo italico furono Oria, Bari e Trani (solo per fare alcuni esempi). Notevole anche il caso di Benevento e di Venosa, città a maggioranza ebraica in alcuni periodi della sua storia.

Per raggiungere il cuore dell’Europa centrale, gli Ebrei seguirono le espansioni romane e il progressivo allargamento del limes, interagendo con le popolazioni locali. A questa spinta da sud e sud-est, si unisce tempo dopo la direttrice determinata dai flussi provenienti dall’Impero Romano d’Oriente. Lì gli Ebrei si erano stanziati, dopo la grande diaspora, presso le rive del Mar Nero e nelle città della Grecia. A Costantinopoli, la quantità di Ebrei era estremamente elevata e in città di dimensioni inferiori, come Smirne, raggiungeva, se si includono oltre ai circoncisi anche i cosiddetti giudeizzanti, il cinquanta per cento del totale degli abitanti.

Non va dimenticato neanche che l’Ebraismo esercitava un forte potere attrattivo soprattutto tra i ceti più umili, per il suo rigore e le sue regole chiare. Gli stessi Greci ne subirono il fascino e vi fu un’influenza reciproca tra la cultura greca e quella ebraica, in una fase in cui il paganesimo era entrato in forte crisi. L’altra alternativa, il Cristianesimo, risultava maggiormente attraente per i ceti intermedi, capace poi di espandersi fino alle vette del potere politico con conseguenze ben note. L’Ebraismo, nella sua radicalità, risultava però più diretto ed immediato e attirava i ceti più umili, facendo incrementare esponenzialmente il numero dei proseliti giudaizzanti ed entrando in competizione con il Cristianesimo stesso. Tra popolazione strettamente ebraica e giudaizzante, la percentuale di Ebrei nell’Impero Romano d’Oriente era considerevole.

Man mano che il Cristianesimo assumeva prestigio, diventando poi la religione di stato dell’Impero sotto Costantino, gli Ebrei furono colpiti da una serie di duri editti restrittivi e furono costretti ad abbandonare le grandi città per dirigersi più ad Est, verso le attuali aree di Crimea e Moldavia. Con le invasioni barbariche e la conseguente occupazione di questi territori da parte di gruppi di popolazioni scito-sarmatiche, gli Ebrei si trovarono a dividere lo spazio con popoli che subivano il fascino dei loro precetti, dando vita a delle interazioni tra le diverse culture e allo spostamento verso l’Europa centrale della lingua e della cultura ebraica, a causa della migrazione di questi popoli. Gli Ebrei provenienti dall’Europa orientale, portati nella parte centrale sotto la spinta delle popolazioni slave, chiamarono sé stessi aschenaziti (da Ashkenaz, nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno). La lingua di questi Ebrei, per ovvie ragioni, entrò in contatto con quella germanica già presente.

Essendo una lingua neogermanica, lo Yiddish risulta fondamentale per comprendere le tappe dello sviluppo del tedesco, poiché ha fotografato la situazione della lingua tedesca non più recepibile, se non attraverso lo studio delle strutture yiddish. Questa lingua, peraltro, si è fatta anche veicolo di miti tipicamente germanici, come il mito di Kudrun, oggi attestati esclusivamente in Yiddish. Gli Ebrei hanno fuso la loro lingua a quella tedesca, dando vita ad un mosaico linguistico estremamente interessante, avente per base il tedesco con termini ebraici e slavi.

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Piastrelle in ceramica da Caltagirone. foto di Andrewb1990, in pubblico dominio

Per la scrittura, inoltre, venivano utilizzati i caratteri ebraici. Il fattore di riprendere le lingue locali e unirle all’idioma ebraico è comprovabile analizzando altri casi. Ad esempio, è stata rintracciata una parlata siculo-ebraica, che aveva per base il dialetto siciliano scritto in caratteri ebraici e contenente termini afferenti alla fede e alla quotidianità ebraica. Inoltre, ci sono testimonianze di ebraico livornese, ma si potrebbe continuare a lungo. Gli Ebrei che si stabilirono in Spagna, diedero vita al cosiddetto giudeo-spagnolo, detto anche judezmo o giudesmo. In spagnolo, la lingua è definita ladino, da non confondersi con il ladino dolomitico, ed è parlata ancora oggi dagli Ebrei sefarditi. In questo ricco panorama di varietà linguistiche, siamo in grado di rintracciare una tipicità: da un lato, emerge la volontà di interagire con le popolazioni circostanti per ragioni di natura economico-sociale, dall’altro, c’è il chiaro obiettivo di conservare una lingua distintiva, un socioletto, parlato e comprensibile soltanto da un gruppo specifico. Pertanto è questo il contesto in cui vanno inserite le parlate giudaiche e lo Yiddish, nate da una spinta centrifuga e centripeta al tempo stesso.

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Dal Makhazor di Worms, il testo yiddish è in rosso. Foto di joystick, in pubblico dominio

Un manoscritto ritrovato a Magonza, il Makhazor di Worms, risalente al 1272, conserva la più antica glossa in lingua yiddish, una piccola benedizione che recita: Colui che porta questo Makhazor nella sinagoga sia gratificato di una buona giornata.

Lo Yiddish dovette faticare molto prima di assumere la dignità di una lingua letteraria, sulla falsa riga di quanto accadde per il volgare italiano. Lo Yiddish, infatti, era sovrastato dal prestigio dell’Ebraico, la lingua sacra di un popolo legato visceralmente alle proprie tradizioni.

Si può dire che i primi esperimenti di produzione letteraria yiddish risalgano al XV/XVI secolo, quando iniziarono ad essere composte opere di carattere omiletico, destinate a fornire spiegazioni accessibili a tutti delle 613 mitzvòt, i precetti ebraici, che per i fedeli era necessario conoscere alla perfezione. Si diffusero anche versioni in Yiddish delle narrazioni della Torah, rivolti alle donne e a chi non aveva i mezzi per comprendere autonomamente i testi sacri. Tra il XVII e il XVIII secolo, si diffondono opere che imitano la letteratura europea. È proprio in questo periodo che la mobilità del popolo ebraico in Europa si intensifica, a seguito di vari fenomeni non slegati da ondate di antisemitismo. Si verificò un grande spostamento verso est e verso la parte meridionale del Regno di Polonia. A causa di questo travaso, nella lingua yiddish aumentarono gli elementi slavi.

Colonie di commercianti ebrei tedeschi si stanziarono anche nel Nord Italia, fino all’Emilia Romagna. Si trattava di individui attratti dalla Penisola per ragioni commerciali e non è un caso che uno degli esponenti principali di letteratura yiddish rinascimentale sia stato Elia Levita, nativo di Ipsheim, nei pressi di Norimberga, e trasferitosi ben presto nell’Italia settentrionale. Svolse l’attività di grammatico e interagì con il cardinale e umanista Egidio da Viterbo, che divenne suo amico e mecenate. Scrisse le 650 stanze in ottava rima del Bovo-Bukh, basato sul popolare romanzo Buovo d'Antona, a sua volta tratto dal romanzo normanno Sir Bevis of Hampton. Oltre ad essere la prima opera letteraria laica in Yiddish, il Bovo-Bukh è il più popolare romanzo cavalleresco scritto in Yiddish e adeguato alla dimensione della vita ebraica.

Una letteratura yiddish vera e propria, però, nasce con l’Illuminismo. L’Illuminismo yiddish nacque sulla falsa riga dell’Illuminismo francese e tedesco, grazie a Moses Mendelssohn, amico di Christoph Friedrich Nicolai e Gotthold Ephraim Lessing. Mendelssohn aveva tradotto la Torah in tedesco con l’intenzione di valorizzare una lingua considerata superiore, ma suo malgrado veicolò la lingua yiddish, in quanto la redasse in caratteri ebraici, proprio per farsi comprendere da un pubblico quanto più ampio possibile.

Jean-Pierre-Antoine Tassaert, busto di Moses Mendelssohn, presso la Neue Synagoge di Berlino; foto di Yair Haklai, CC BY-SA 4.0

Nacquero così le varie correnti fino ad arrivare ai fondatori della moderna letteratura yiddish: Mendele Moykher Sforim, Sholem Aleichem e Yitskhok Leybush Peretz. Si tratta di autori abbastanza tradotti in lingua italiana, ma le maggiori traduzioni sono state realizzate in lingua inglese. Questo è dovuto agli avvenimenti della fine del XIX secolo.

Il 1881, in particolare, è un anno cruciale per gli ebrei che vivevano nell’Impero russo. Peraltro, la Russia, in quegli anni, era riuscita ad appropriarsi di gran parte della Polonia, inglobando i territori maggiormente abitati dagli Ebrei. Ci fu una tremenda scossa di odio antisemita quando, nel 1881, Alessandro II fu vittima di un attentato da parte di un giovane ebreo anarchico. Questa vicenda scatenò una campagna di pogrom, attacchi di una violenza inaudita ed indiscriminata nei confronti della popolazione ebraica, caratterizzati da saccheggi, incendi, razzie e stupri.

Molti Ebrei decisero di emigrare e, tra il 1881 e gli anni Trenta del Novecento, gli Stati Uniti d’America accolsero oltre tre milioni di profughi. Questa cospicua immigrazione in un paese anglosassone fece in modo che si creasse un’interazione speciale con la lingua inglese e si traducessero molte opere dallo Yiddish. Pur rimanendo discriminati e vittime di pregiudizi, negli Stati Uniti gli Ebrei non subirono le violenze sistematiche perpetrate ai loro danni in Europa. Dopo la Shoah e la Seconda guerra mondiale, l’Europa risultò praticamente svuotata dagli Ebrei e molti superstiti decisero di raggiungere l’America. Altri, invece, raggiunsero la Palestina, aspirando alla creazione dello stato di Israele. Oggi gli Ebrei si trovano in gran parte distribuiti tra queste due realtà e in Europa ne è rimasto soltanto un milione, contro i 12 milioni  che vi abitavano agli inizi del Novecento.

A causa del nazismo, l’Europa ha divelto le proprie radici ebraiche, perdendo una cultura millenaria che sul suo suolo si era espansa, godendo degli apporti delle altre culture e donando menti geniali, in uno scambio vitale e prolifico. Se, per fortuna, il popolo ebraico è rinato e si è risollevato dalla catastrofe dell’Olocausto, la civiltà di lingua yiddish è pressoché scomparsa. Alcuni gruppi sociali ben definiti, però, utilizzano ancora lo Yiddish come lingua ufficiale. Gli ultraortodossi parlano in Yiddish nella quotidianità per non profanare l’ebraico biblico, la lingua sacra. In Israele, un gran numero di Ebrei parla lo Yiddish e a New York esiste una comunità che lo utilizza regolarmente, proprio per non dover adoperare l’inglese in alternativa all’ebraico. Appare quasi paradossale il fatto che lo Yiddish venga oggi usato dagli ultraortodossi, mentre un tempo aveva contraddistinto una letteratura laica, proletaria, nata dalle lotte sociali. Lo Yiddish, però, è usato oggi come seconda lingua da molti Ebrei in America e in Israele: una serie tv distribuita da Netflix, Shtisel, ben dipinge lo scenario bilingue del mondo ebraico ed ebraico-ortodosso. In forme meno specialistiche, il cinema mondiale continua a mostrare interesse per la lingua e la cultura yiddish. Come non menzionare, a tal proposito, l’incipit di A Serious Man di Ethan e Joel Coen.

I fratelli Coen. Foto di Rita Molnár, CC BY-SA 2.5

In Europa, lo Yiddish è parlato specialmente in Francia, dove si trovano Ebrei aschenaziti arrivati in seguito all’ondata migratoria che, nel 1905, li fece riparare lì dalla Russia. Non a caso, il più grande centro di studi per la lingua yiddish si trova proprio a Parigi. L’Inghilterra, terra di transito per molti Ebrei in fuga dalla Mitteleuropa tra le due guerre, ospita un risicato numero di parlanti yiddish, perlopiù anziani.

In ambienti universitari e di ricerca, la lingua, la letteratura e la cultura yiddish vengono ancora insegnate, ma, con il passare del tempo, sempre meno costantemente. Nelle università italiane ci sono stati più o meno significativi avvicinamenti allo Yiddish negli anni Novanta, quando Moni Ovadia iniziò la sua carriera teatrale. Ovadia è stato un grande divulgatore di questa cultura, mediante i suoi lavori e i suoi spettacoli, tra i quali è bene ricordare Golem (che ha portato in tournèe a Bari, Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York), Oylem Goylem (con cui si è imposto all’attenzione del grande pubblico, unendo musica klezmer, umorismo ebraico, storielle e barzellette), Dybbuk (spettacolo sull’Olocausto), Taibele e il suo demone, Diario ironico dall’esilio, Ballata di fine millennio, Il caso Kafka, Trieste… ebrei e dintorni, La bella utopia. Nei suoi spettacoli, l’ebreo è l’estraneo per eccellenza e si guarda alla tradizione del popolo ebraico dell’Europa centro-orientale con la piena consapevolezza della distanza da quel mondo e dell’impossibilità di resuscitarne le vite e le forme. Quello dell’artista è uno sguardo strabico: fisso nostalgicamente sul passato e al contempo puntato ostinatamente sul futuro.

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La professoressa Marisa Ines Romano e Moni Ovadia. Foto courtesy Marisa Ines Romano

A ridosso del grande interesse per lo Yiddish nato tra gli ultimi anni Novanta e i primi anni Duemila, nelle università di Roma, Milano, Bologna, Venezia, Torino, Trieste (grazie a Claudio Magris, uno dei primi ad occuparsi di letteratura yiddish) nacquero degli esperimenti. Anche l’esperienza di studio della Professoressa Romano risulta legata a Moni Ovadia, preziosa fonte di ispirazione per una ricerca che avesse attinenza con la dimensione europea e delle letterature comparate. La lingua e la letteratura yiddish, avendo interagito con le varie culture, ben si prestavano al lavoro di comparazione portato avanti da Marisa Romano, specializzatasi in Lingua e Cultura Yiddish presso The Oxford Institute for Yiddish Studies e successivamente presso AEDCY/Bibliotheque Medem (Parigi). Nei suoi anni di formazione, è stata supportata dal professor Giuseppe Farese, Emerito dell’Università di Bari, grande germanista e principale studioso italiano dell'autore austriaco Arthur Schnitzler, di cui ha tradotto le opere. Farese appoggiò immediatamente il campo di indagine della Professoressa Romano, dimostrando grande interesse per lo Yiddish e introducendone a Bari l’insegnamento. Altri colleghi, come il professor Domenico Mugnolo, il professor Pasquale Guadagnella e la professoressa Marie Thérèse Jacquet, ex Presidi della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, hanno poi sostenuto la presenza dell’insegnamento.

A partire dal 1998, prima di diventare Professore a contratto di Lingua e Letteratura Yiddish (L/LIN/13) presso l’Università degli Studi di Bari, la Professoressa Romano ha tenuto corsi presso l’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Bari, ambiente culturalmente vivace che ha accolto  con entusiasmo la sua ricerca. Un suo ambito di studio è quello della canzone yiddish colta, dove sussiste un’interazione diretta tra il mondo letterario e quello della musica. A tal proposito, occorre annoverare, tra i numerosi progetti realizzati, la traduzione, introduzione e cura di diverse liriche yiddish, racchiuse nei lavori Betàm Soul (CD, Digressione Music, 2010), Far Libe (CD, Digressione Music, 2012) e Mirazh: le città inaudite (CD, Digressione Music, 2014).

Diversamente da quanto è accaduto per gli altri ambienti accademici italiani, il caso barese nell’insegnamento della Lingua e della Letteratura Yiddish ha avuto una longevità e una costanza che rappresentano un unicum in ambito universitario. Da ben dodici anni, lo Yiddish attira presso l’Ateneo barese centinaia di studenti, incuriositi da questa cultura e desiderosi di apprenderne le principali caratteristiche e peculiarità. Solo nel corso di quest’anno accademico, il Seminario ha potuto vantare più di 180 iscritti, quota che stupisce persino i principali Maestri esteri di questo campo di ricerca. Per la Professoressa, un tale interesse per l’insegnamento si spiega alla luce del rapporto tra la Puglia e l’Ebraismo, che è stato documentato da vari percorsi e progetti, come un documentario realizzato da RAI 3 L’ebraismo a Bari, a cura di Enzo Del Vecchio, a cui la stessa Romano ha collaborato. La Professoressa, inoltre, ha realizzato per due volte di seguito un progetto patrocinato dalla Regione Puglia, Mai Più, consistente in un ciclo di sei seminari per docenti e alunni degli istituti superiori pugliesi, comprendente l’allestimento delle mostre Il treno della memoria, viaggio ad Auschwitz e SHOAH. Fotografie, Video storici, Documenti, Installazioni Incontri e Testimonianze. Grazie a queste iniziative, la Puglia ha assunto consapevolezza della sua importanza per il popolo ebraico. Non va dimenticato che la Puglia fu una terra di transito cruciale per gli Ebrei in fuga dalla Palestina nel corso della grande diaspora e le città pugliesi hanno ospitato importanti insediamenti.

La Sinagoga Scolanova a Trani. Foto di Tommytrani, CC BY-SA 3.0

A Trani è ancora presente una piccola comunità e le due sinagoghe presenti su quel territorio attirano gli Ebrei sparsi per tutta la Puglia. Il numero degli Ebrei in Puglia attualmente non è minimamente paragonabile a quello registrato in passato. Verso la metà del XVI secolo, in seguito alla cacciata dei Semiti da parte dei cattolicissimi re di Spagna, gli Ebrei vennero banditi anche dall’Italia meridionale e alcuni si convertirono, pur rimanendo legati alle proprie tradizioni (cf. Marranesimo). Anche in tempi più recenti, la Puglia ha rappresentato un punto di passaggio fondamentale per gli Ebrei. Dopo il 1943, molti Ebrei in fuga dai nazisti si imbarcarono per la Palestina dai porti pugliesi. Vennero creati diversi campi per rifugiati, come quello di Nardò o quello nei pressi di Barletta. Una grande comunità di sopravvissuti ha trovato accoglienza ed ospitalità in queste terre, conservando ricordi splendidi della sua permanenza. Furono celebrati qui molti matrimoni tra gente che aveva perso tutto e voleva rinascere, cominciare una nuova vita.

Angelo Fortunato Formiggini in una cartolina postale degli anni venti, dalla serie "Cartoline Parlanti"; dalla Collezione privata di Tony Frisina - Alessandria. Immagine di Tony Frisina, in pubblico dominio

Interessante anche occuparsi della diffusione e della traduzione della letteratura yiddish in Italia. Pioniere in tal senso fu, negli anni Venti del Novecento, l’editore modenese di origini ebraiche Angelo Fortunato Formiggini, fondatore dell’omonima casa editrice. Tra le collane principali, è bene ricordare Profili, Classici del ridere, Apologie, Medaglie e Guide radio-liriche. Formiggini pubblicò per la prima volta classici della letteratura yiddish in italiano a partire dalle traduzioni inglesi, poiché non disponeva di traduttori dallo Yiddish. Diede alle stampe, per la collana Classici del ridere, diverse opere di Sholem Aleichem, come La storia di Tewje il lattivendolo (1928) e Marienbad (1918). Angelo Fortunato Formiggini è stato un personaggio di spicco nel panorama editoriale e culturale italiano dei primi del Novecento, ma la sua tragica vicenda biografica pose ben presto fine al suo progetto. Nel 1938, il regime fascista proclamò le leggi razziali, accompagnate da una terribile propaganda antisemita, e Formiggini fu costretto a mutare proprietà e nome della Casa editrice per cercare di evitare l’espropriazione. Il 29 novembre del 1938, stremato su più fronti, decise di mettere in atto il suicidio che premeditava da tempo e si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena. La casa editrice continuò ad esistere fino al 1941, quando fu posta definitivamente in liquidazione.

In tempi più recenti, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, altre traduzioni sono state fatte dallo Yiddish, per conto di case editrici specializzate nella diffusione di letteratura ebraica, come la casa editrice La Giuntina di Firenze. Anche la casa editrice Adelphi ha pubblicato titoli fondamentali in materia, essendo stata fondata dagli editori ebrei Luciano Foà, Alberto Zevi e Roberto Olivetti nel 1962 ed essendosi avvalsa di collaboratori del calibro di Roberto Bazlen, Giorgio Colli, Sergio Solmi, Claudio Rugafiori, Franco Volpi, Roberto Calasso e Giuseppe Pontiggia. Le figlie di Zevi, Elisabetta e Susanna, continuano a tradurre tuttora opere letterarie dallo Yiddish e dall’Ebraico. Susanna Zevi, in particolare, cura le opere di Meir Shalev, Haim Baharier e del grande Moshe Idel.

Una lingua straordinaria, che rispecchia la storia del popolo più antico. Una lingua ricca, variegata, pregna di storia. La lingua di voci immortali, che continuano a riverberarsi in pagine uniche. Una cultura che merita attenzione e che è necessario conoscere, anche per recuperare l’essenza di un popolo massacrato (per citare il poeta polacco Itzhak Katzenelson, ucciso ad Auschwitz nel 1944). Ritengo sia importante concludere il percorso tracciato in questo articolo, reso possibile dalla competenza e dalla disponibilità della Professoressa Romano, con le parole del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer, che, a proposito dello Yiddish, scrive:

C'è chi chiama lo Yiddish una lingua morta, ma così venne chiamato l'ebraico per duemila anni. È stato riportato in vita ai giorni nostri in modo sbalorditivo, quasi miracoloso. L'aramaico è certamente stata una lingua morta per secoli, ma poi ha dato alla luce lo Zohar, un'opera mistica di sublime valore. È un fatto che i classici della letteratura yiddish sono anche i classici della letteratura ebraica moderna. Lo Yiddish non ha ancora pronunciato la sua ultima parola. Serba tesori che non sono ancora stati rivelati agli occhi del mondo. Era la lingua di martiri e santi, di sognatori e cabalisti – ricca di spirito e di memorie che l'umanità non potrà mai dimenticare. In senso figurato, lo Yiddish è l'umile e sapiente linguaggio di noi tutti, l'idioma dell'umanità che teme e spera.

 

 

Si informano i lettori che la Summer School del Centro per la Cultura Yiddish di Parigi quest'anno (2021) si terrà su Zoom, risultando dunque facilmente accessibile da qualsiasi punto del globo.

Quest'anno sono disponibili molte borse di studio per studenti fino a 30 anni, che coprono fino all'intero importo della tassa di partecipazione (normalmente 680 o 450 euro per 3 settimane, a seconda del numero delle ore che si intende frequentare).

Registrazione: https://www.yiddishparis.com/registration/

Borse di studio: https://www.yiddishparis.com/fr/inscription/

Link al sito: https://www.yiddishparis.com/yi/aynshraybn/


Liliana Segre mare indifferenza

La memoria come cura per l'indifferenza

Nel 2019 esce per una casa editrice appena nata nel panorama editoriale un piccolo libro che raccoglie le parole di Liliana Segre e del suo impegno per mantenere viva la memoria contro l'indifferenza.

Lo cura Giuseppe Civati, che della giovane casa editrice è tra i fondatori.

Sono poche pagine, è un volumetto che può essere benissimo infilato senza sforzo tra un tomo e l'altro per lo spazio fisico che occupa.

Per lo spazio morale ed etico invece potrebbe occupare un intero scaffale e strabordare.

Facciamo un passo indietro. Anzi due.

Liliana Segre mare nero indifferenza
La copertina della nuova edizione del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza, a cura di Giuseppe Civati, che è stato pubblicato da People (2020) nella collana Storie

La prima volta che ho sentito nominare Liliana Segre è stato nel 2017. Forse l'avevo già sentita nominare prima ma il suo cognome per me si confondeva con quello di un altro Segre, anzi, uno con l'accento sulla e. Un fisico che faceva parte del gruppo dei Ragazzi di Via Panisperna. Il gruppo che lavorò agli studi sull'atomo negli anni '30. Prima delle leggi razziali che costrinsero la maggior parte di quei fisici alla fuga dall'Italia.

Emilio Segrè, come ti sbagli, era ebreo.

Per me Segrè fino a qualche anno fa era lui.

Da quel 19 gennaio 2017 i Segre, con o senza accento sulla e, nella mia memoria sono aumentati.

Da quel mattino in cui Milano ha cominciato a fare i conti con la sua memoria. Era il giorno in cui venne posta la prima pietra d'inciampo in città.

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Le pietre poste davanti al palazzo in Corso Magenta 55, in ricordo del padre Alberto, del nonno Pippo e della nonna Olga. Foto di Giuliana Dea

Quel giorno c'erano Gunter Demnig, il sindaco Sala e l'unica sopravvissuta della famiglia ebrea che abitava in Corso Magenta 55 fino al 1943: Liliana Segre.

La prima pietra d'inciampo milanese era dedicata a suo padre Alberto.

Alberto Segre non è più tornato da Auschwitz. È morto nel maggio 1944.

Eppure Alberto Segre continua a esistere nei racconti e nella memoria di sua figlia, scampata per caso allo sterminio. Dico per caso perché dagli stessi racconti di Liliana si capisce che non c'è stato qualcosa di straordinario nel suo essere sopravvissuta. Come non c'è stato per nessuno dei sopravvissuti.

Ricordo del convoglio partito da Milano su cui hanno viaggiato Liliana e suo padre. Ce n'è una per ogni viaggio. Foto di Giuliana Dea

Per caso finisce nel gruppo di 31 donne che non vengono mandate subito alle docce al loro arrivo al campo. Per caso dimostra più dei suoi 13 anni compiuti pochi mesi prima. Le ragazze di 13 anni venivano mandate subito alle docce.

Per caso non le tagliano i capelli per qualche tempo, finché non arrivano i pidocchi. Per caso è ancora viva quando Auschwitz viene smantellato dai tedeschi.

Per caso non muore di stenti durante la marcia della morte cui i carcerieri costringono lei e le altre donne sopravvissute.

Quando torna a casa è una ragazza troppo grande rispetto alle sue coetanee. E si trova davanti un mondo che non vuole sentire raccontare la sua storia. E lei non la racconta, per tanto tempo. Fino agli anni 90.

 
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La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Allora comincia a parlare. Racconta ai bambini. I bambini sono quelli che hanno meno contatto con i ricordi della guerra. Negli anni 90 il fascismo, le leggi razziali, la deportazione, lo sterminio, sembrano lontani.

Chi non ha i nonni che hanno visto la guerra e la raccontano non ha idea di quello che è stato quel periodo. Sembra distante.

Eppure è dietro l'angolo. Perché l'unica cosa che impedisce alla storia di ripetersi è la memoria collettiva. E quella memoria comincia già a non essere più diffusa.

Il racconto dei testimoni è fondamentale.

Questo è quello che fa Liliana per anni. Racconta quello che successe molto prima della deportazione. A partire dalle leggi razziali.

Quando le scuole del Regno vengono chiuse a chiunque sia ebreo. Insegnanti e studenti. Professori universitari. I senatori ebrei, per una concessione regia, mantengono la loro carica. Ma non potranno più entrare al Senato. Questo fino alla fine del regime e della guerra, che porta all'abolizione delle leggi razziali.

Nel 1938 l'Italia fascista mostra in pieno la sua anima razzista che fino a quel momento era stata sottovalutata, perché in fondo cosa poteva importare agli italiani della popolazione slovena o delle popolazioni abissine?

Non erano italiane.

Gli ebrei erano italiani. A tutti gli effetti. Alberto Segre e suo fratello avevano combattuto nell'esercito italiano durante la Prima Guerra mondiale. Lo zio Alfredo era fascista. Un convinto fascista. Come tanti altri ebrei.

Improvvisamente questi italiani vengono privati della loro cittadinanza, dei loro diritti, delle loro attività.

Vengono privati delle loro amicizie, perché gli italiani non possono avere contatti con gli ebrei.

E molti italiani, troppi, si voltarono dall'altra parte.

Italiani di qualsiasi età, estrazione sociale e cultura.

Dalle compagne di scuola di Liliana, che all'epoca ha 8 anni, a persone laureate, o con un titolo di studio. Come la sua maestra, che dice al padre della sua piccola allieva 'non sono io a fare le leggi'. Con un'indifferenza per la sorte di una bambina senza nessuna colpa che fa rabbrividire, nei racconti della senatrice.

Quelle leggi razziali non sono un unico errore come spesso vuole far credere una retorica ancora convinta dei valori fascisti. Non sono nemmeno una responsabilità esclusiva dei tedeschi. Anzi, gli italiani sono i primi a cacciare gli ebrei dalle scuole. Nella Germania nazista in questo erano ancora indietro. Anche se di poco.

Le leggi razziali del 1938 rendono evidente che gli italiani non sono affatto brava gente, per legge.

Al contrario gli italiani sembrano non vedere l'ora, in quel momento e in altri della storia più recente, di dimostrare che non hanno nessuna grande qualità umana a contraddistinguerli dal resto del mondo.

Ne parla il libro, ma anche senza averlo letto arrivi a questa scritta e capisci cosa significa la scritta 'vietato il trasporto di persone' per treni che portano ebrei ad Auschwitz o ai campi di smistamento. Foto di Giuliana Dea

In questo piccolo volume, aggiornato nel 2020 con la discussione in Senato intorno alla Commissione Segre, si parla di passato e soprattutto di presente. Perché la sorte che è toccata agli ebrei italiani in quegli anni sembra essere identica a quella che si vorrebbe per i migranti del nuovo millennio.

La differenza è che stavolta esiste una coscienza democratica diffusa, che sotto il fascismo non poteva esserci per forza di cose.

Ma non basta lo stesso, perché i rigurgiti di odio e indifferenza verso esseri umani in fuga per ragioni di sopravvivenza, persecuzione e quant'altro tornano anche in questi anni. In nome della prevalenza di chi è italiano per diritto di nascita. Come se davvero contasse qualcosa ai fini dell'umanità il posto dove sei venuto al mondo e non fosse solo una questione di fortuna o sfortuna.

indifferenza Liliana Segre il mare nero dell'indifferenza
La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Questo piccolo volume curato da Giuseppe Civati ha una serie di appendici. Una in particolare mi colpisce. Racconta il percorso che Giuseppe Civati fa da Corso Magenta alla scuola di via Ruffini. Il percorso che faceva Liliana tutti i giorni fino alle leggi razziali.

Sono pochi passi. E il percorso fino a San Vittore dove è stata incarcerata con il padre tra la fine del 1943 e l'inizio del 1944, sempre a poca distanza dalla sua casa nel salotto buono di Milano. E infine al Binario 21, da dove partivano i treni in direzione Auschwitz. Da dove sono partiti anche Liliana e suo padre. Oggi il Binario 21 è il Memoriale della Shoah.

Mi colpiscono, i percorsi di Liliana, perché Corso Magenta fin da quando ero bambina è sempre stato un luogo della memoria, delle passeggiate con mia madre. I miei nonni abitavano a poca distanza. Bastava percorrere tutto Corso Vercelli per arrivare all'inizio di Corso Magenta, percorrerlo tutto, passando davanti a Santa Maria delle Grazie e al refettorio dei frati dove viene conservato il Cenacolo. Posti noti anche ai turisti, ma per chi è milanese hanno un significato diverso. E ancora diverso per chi è milanese e li ha percorsi da quando era bambino.

L'idea di ciò che è successo a una famiglia in un palazzo di quel salotto buono, quella via tranquilla, fa rabbrividire e pure un po' vergognare, anche se non siamo stati noi a firmare le leggi razziali e a deportare la famiglia Segre.

Per questo è importante leggere le parole di Liliana, così come le ha pronunciate negli anni, come fa Civati. Perché quell'indifferenza che ha permesso un abominio non si ripeta più. Per nessuno.

Consiglio anche la lettura di Fino a quando la mia stella brillerà, di Daniela Palumbo e Liliana Segre, tra le fonti citate in Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza.

Liliana Segre il mare nero dell'indifferenza
La copertina del libro di Liliana Segre, Il mare nero dell'indifferenza. Foto di Giuliana Dea

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Quando il cielo cadde: la strage di Rignano nelle opere di Lorenza Mazzetti

Quando il cielo cadde:

la strage di Rignano nelle opere di Lorenza Mazzetti

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Il Giorno della Memoria ha il triste compito di perpetuare negli anni il ricordo delle pagine più angosciose della storia umana: il fatto stesso che ciò sia necessario dovrebbe portarci quantomeno a riflettere sugli errori del passato, perché non si ripetano mai più. La maggior parte di noi associa questa giornata alle sconvolgenti immagini di Auschwitz e Theresienstadt, al rastrellamento dei ghetti, alla questione ebraica in generale; tuttavia è bene ricordare che questi terribili avvenimenti sono solo l'apice di un vortice di sangue e follia che trova la sua origine nella discriminazione sociale, e più in generale nell'irrazionalità dell'animo umano. Molti avvenimenti, come l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema e la strage del Duomo di san Miniato, sono tuttora privi di spiegazione, se anche una spiegazione dovesse servire; altri sono invece stati praticamente dimenticati, e sopravvivono solo nella memoria e nelle parole di chi, suo malgrado, ha dovuto esserne testimone.

Nel suo trascorrere impietoso, il tempo ha spento molte di queste voci: tra le altre, abbiamo di recente perduto Lorenza Mazzetti, scomparsa il 4 gennaio 2020 all'età di 92 anni. Fine intellettuale dalla mente poliedrica, versata in molte arti quali la pittura e la cinematografia, la si ricorda soprattutto come autrice di una serie di libri che lei stessa definiva “una biografia a tappe”, i quali ripercorrono i suoi anni d'infanzia e adolescenza, imperniati attorno a un drammatico evento: lo sterminio della sua famiglia a opera della Wehrmacht.

L'alba nella campagna a Rignano sull'Arno. Foto di Anna Massini, CC BY-SA 4.0

La zia paterna di Lorenza Mazzetti, Cesarina, era sposata con Robert, cugino dello scienziato Albert Einstein, col quale condivideva il cognome e la nazionalità; fu a loro che il padre, rimasto vedovo, affidò Lorenza e la sua gemella Paola, poco più che bambine: le due furono accolte nella villa degli Einstein a Rignano sull'Arno, nelle campagne intorno a Firenze. Il 3 agosto del 1944, dopo mesi di intensa attività bellica nella zona, un plotone delle SS fece irruzione nella villa degli Einstein e fucilò Cesarina e le sue figlie, per poi dar fuoco alla villa. Il rapporto delle SS giustificava l'eccidio indicando le vittime come giudei, ma ciò non era vero: l'unico di religione ebraica era Robert, che al momento dell'assalto era già fuggito da diversi giorni; sua moglie e le figlie erano invece cristiane cattoliche. Con ogni probabilità l'eccidio doveva servire da avvertimento per Albert Einstein, colpevole di collaborazionismo con gli alleati: questo spiegherebbe perché fu sterminato solo il nucleo familiare a lui direttamente collegato, mentre altri membri della famiglia furono risparmiati. Per crudele ironia tra i superstiti ci fu lo stesso Robert, ma il dolore per la perdita della sua famiglia lo portò a togliersi la vita pochi mesi dopo.

Lorenza Mazzetti Rignano
Lorenza Mazzetti, testimone della strage di Rignano. Foto di Tommaso Guarducci, in pubblico dominio

Lorenza Mazzetti, che insieme a sua sorella Paola fu testimone diretta della strage, per molti anni tentò di soffocarne il tragico ricordo: dopo la Seconda Guerra Mondiale si trasferì in Inghilterra e si interessò alla cinematografia, diventando in breve tempo acclamata regista di cortometraggi. Sul finire degli anni '50 tornò in Italia per quello che credeva sarebbe stato un breve periodo di vacanza: invece la memoria di quanto accaduto a Rignano la travolse nuovamente, causandole una lunga crisi depressiva. Forse anche per esorcizzare i fantasmi del suo passato, ella decise di restare nel suo Paese e tradurre i propri ricordi in un'opera letteraria; decise tuttavia che, a fronte di una totale aderenza alla realtà dei fatti, in vista di un'eventuale pubblicazione avrebbe adottato uno stile parzialmente romanzato, cambiando inoltre tutti i nomi dei protagonisti: diede a sé stessa il nome Penny e Paola divenne Baby; zia Cesarina fu ribattezzata Katchen e Robert fu cambiato in Wilhelm, mantenendo però il cognome Einstein, quasi a voler rimarcare il vergognoso e arbitrario collegamento che aveva causato la strage.

Il risultato fu sorprendente: Il cielo cade, uscito nel 1961 per i tipi di Garzanti, presentava una prosa cruda, essenziale, perfettamente bilanciata tra le suggestioni dell'età infantile e gli orrori inspiegabili della guerra. A questo romanzo ne seguirono altri due, Con rabbia (1963) e Uccidi il padre e la madre (1969, noto anche col titolo Mi può prestare la sua pistola per favore?), nei quali la Mazzetti narrò gli anni successivi alla strage di Rignano, ponendo particolare accento su una domanda: come tramandare il ricordo di questo tremendo avvenimento? Questione non da poco, in effetti: ai tempi in cui lei scriveva l'eccidio era caduto in un silenzioso e imperdonabile oblio, dal quale sarebbe uscito solo in tempi recenti. In seguito alla scoperta dell'Armadio della Vergogna, avvenuta esattamente sessant'anni dopo la strage, è stato possibile fare un po' di luce su moventi e dinamiche; molte cose restano però da chiarire, come ad esempio i nomi degli esecutori materiali della fucilazione.

Fino all'ultimo giorno della sua vita, Lorenza Mazzetti non ha cessato di battersi perché la sua famiglia ottenesse giustizia: la sua voce non è rimasta inascoltata, visto che le sue opere godono tuttora di grande diffusione. Il cielo cade, attualmente ristampato da Sellerio, nel 2000 è diventato un film diretto dai fratelli Frazzi, con Isabella Rossellini nel ruolo di Katchen e Jeroen Krabb in quello di Wilhelm; gli altri due libri della trilogia sono invece stati ripubblicati dalla Nave di Teseo. In essi, Lorenza Mazzetti affronta tra l'altro tematiche molto forti come la rabbia di fronte alla propria impotenza, il desiderio di vendetta, la difficoltà nell'elaborazione di un lutto inspiegabile: tutte sensazioni che nel Giorno della Memoria (ma non solo) dovrebbero essere universalmente condivise. È il potere della letteratura che si fa veicolo di ricordo.

il cielo cade Lorenza Mazzetti
La strage di Rignano al centro del libro Il cielo cade di Lorenza Mazzetti, qui nell'edizione Sellerio (2002)

Lo spazio bianco

Che suono ha il silenzio? Me lo domando sfogliando lentamente questo libro consunto, le cui pagine si tengono insieme grazie a un filo di cotone sottile che resiste ostinato alle angherie del tempo, mentre la carta, ingiallita e sfatta, reca tracce del passaggio delle nostre mani. Prima edizione, 1947, di Se questo è un uomo. Ricordo di averlo letto a dodici anni, in una estate afosa e interminabile trascorsa al mare, alternando nuotate e compiti per le vacanze, solfeggi parlati e cantati e risoluzioni di accordi. Ricordo l’odore di quelle pagine, sopravvissute a numerosi traslochi e all’aria salmastra che le aveva rese umide e grevi, come la terra di un cimitero. Seguivo le macchie di muffa disegnando nella mente figure senza senso. E leggevo cose incomprensibili. Scritte con parole nude, spoglie, prive di orpelli. Soppesate al milligrammo, con una bilancia di precisione, stilistica e morale, che impedisse l’esubero, il superfluo, il sentimentale.

Se questo è un uomo, copertina della prima edizione, Fair use

Parole che giungevano al limite e improvvisamente tacevano, arretrando di fronte alle fauci spalancate del silenzio. Pagine costellate di spazi vuoti, cicatrici del testo che non potevano rimarginarsi e continuavano ad esporre la loro nudità ai miei occhi impreparati, alla mia mente incapace di comprendere ciò che non si può comprendere.

Lunghe pause che racchiudevano l’indicibile in un vuoto sospeso e atemporale, un punto coronato che interrompeva la narrazione con una dissonanza stridente e impossibile da risolvere. In quella voragine di bianco il senso più profondo dell’opera, il vuoto che nessuna parola può colmare, l’abisso di non senso in cui precipitare per tentare di sopravvivere a una realtà feroce, sconcertante, incomprensibile.

Nelle edizioni successive, probabilmente per esigenze tecniche, gli spazi bianchi si sono ridotti fin quasi a scomparire. La parola ha ritrovato il suo flusso tranquillizzante, il silenzio è stato relegato a chiudere, come una doppia stanghetta, ogni singolo capitolo. Un tentativo di normalizzazione, di ricercato ordine, di ripristinata consuetudine. Il tempo passa e leviga ogni spigolo, attenua i contrasti, ricopre le contraddizioni e gli errori con una coltre spessa di polvere. Che tuttavia non cancella dalla mia mente quella lingua paralizzata e impietrita, fatta di frammenti aguzzi di vetro trasparente, di sangue vivo e pulsante.

Schegge che si conficcano nella carne e restano sotto pelle, ferite sotterranee di una coscienza collettiva che tenta invano di ignorarle, relegandole in una parentesi della storia e illudendosi che mai si ripeterà.
C’era un silenzio irreale a Dachau. Era il 4 luglio del 2014, lo ricordo bene. Camminavo nell’enorme spiazzo assolato, nel quale erano asserragliati plotoni di studenti provenienti da ogni angolo d’Europa. E scalpitavano, annoiati e accaldati, desiderosi che la visita finisse prima possibile. Li osservavo camminare in fila senza guardarsi attorno, intenti a giocare con i telefonini e a fare battute tra loro. Anche davanti ai forni del crematorio nuovo non hanno fatto una piega, quasi fosse normale, assodato, banale che in quelle bocche spalancate avessero trovato la morte a migliaia.

Campo di concentramento di Dachau, Krematorium. Foto di Erik DrostCC BY 2.0

Un silenzio della ragione soffocato dal continuo brusio, dal chiacchiericcio osceno, dalle urla improvvise e trattenute a stento. Un silenzio che aveva il suono del vento tra le foglie e l’odore aspro e pungente della resina, il colore screziato dei sassi e il sapore di sangue rappreso. Come se i boschi avessero voluto ingoiare quello squarcio di terra e di morte, occultandolo nell’erba spessa, tra i fitti rami verdissimi. E le risate leggere, feroci come pugnalate. Dissonanti, abnormi, mostruose. Pietre ovunque, piccole, tonde, colorate. E canti di uccelli tutto attorno. La natura che sopravvive all’orrore. Alberi giganteschi, le cui radici si fanno largo tra le ossa.

Dachau, MemorialePubblico Dominio

pietra piuma silenzio Giornata della memoria Giorno della memoria

La pietra e la piuma. Noterelle ondivaghe sul tema del silenzio

Dove le parole finiscono

inizia la musica.

Heinrich Heine

La pietra e la piuma.

Noterelle ondivaghe sul tema del silenzio.

Divagazioni disorganiche e incoerenti da leggere a bassa voce.

Di fronte al candore lattiginoso di questa pagina bianca provo un certo sgomento. Mi accingo a scrivere parole - nere, fitte, rassicuranti - per lasciare un segno, una traccia, un’ombra. Lo spazio bianco è silenzioso e gelido, non invita ad entrare ma a restare sulla soglia. Attendere un tempo infinito. Desistere. Arretrare arrendevolmente di fronte all’impossibilità di coglierne pienamente il senso. Nel mio immaginario cromatico, l’inferno è una stanza vuota, le pareti bianche, le finestre cieche. Impossibile uscire, impossibile pensare, impossibile respirare. Il bianco mi paralizza. È una cicatrice, uno squarcio che non si rimargina e resta lì, a urlare in silenzio il suo candore. È uno spazio apparentemente innocente, come la neve che occulta il sangue rappreso sotto la sua coltre avvolgente. Come le foreste, che crescono indifferenti, affondando le radici nel marcio delle ossa. Che fine fa il bianco quando si scioglie la neve?

Campo di concentramento di Dachau, Kommandatur. Foto di Michael RoseCC BY-SA 3.0

C’era il sole quella mattina di luglio a Dachau. Un sole abbacinante che tingeva di oro i sassi del piazzale del campo. Tanti piccoli sassolini rotondi che rilucevano come coriandoli, riflettendo bagliori blasfemi. Un chiacchiericcio in sottofondo, risate mostruose di scolaresche in gita, telefonini per scattare fotografie di gruppo. Un cielo azzurro senza vergogna. Un campo di sterminio è un luogo paradossalmente affascinante. Immerso nel silenzio, abbracciato dai boschi. Costruito con criteri razionali, quasi armoniosi. Non c’è niente fuori posto, ogni cosa ha la sua funzione, logica e aberrante al tempo stesso. Ciascun elemento architettonico esprime austerità e rigore. A dominare l’immaginario geometrico il parallelepipedo: baracche, uffici, lunghi viali tra un blocco e l’altro. Le camere a gas sono defilate, per non rovinare il paesaggio con l’opprimente sentore di morte misto al puzzo di veleno per topi. I forni nelle immediate adiacenze, per velocizzare la metamorfosi in cenere. Ordine, disciplina, nessuna stortura evidente. Se non fosse per quel tacito e immane sfregio che aleggia silenzioso sulle nostre coscienze e che fatichiamo ad accantonare perché non appartiene più, ormai, solo al passato. Ritorna, riemerge, galleggia. Ma nessuno ha il coraggio di chiamarlo col suo nome. Perifrasi, lunghi giri di parole per evitare quelle giuste, quelle vere, quelle che feriscono come schegge di vetro conficcate nella carne. È il pudore degli spettatori, dei sopravvissuti, degli ignari eredi di colpe altrui.

"Grave of many thousand unknown." Foto di Alexandre GilbertCC BY-SA 4.0

Le parole sono pietre. Concrete, materiche, pesanti. Talvolta aguzze. Nella loro scabra nudità esprimono un potenziale abnorme, sottinteso nello scarto tra significante e significato, che si traduce in atto quando sono chiamate a creare, o ricreare, il mondo. Ma anche le pietre hanno un limite. Il loro peso è di ostacolo al volo. Si affacciano sulla soglia dello spazio bianco e restano sospese, immobili. Avvizziscono in attesa di un senso, che si sfilaccia sempre più di fronte all’esperienza estrema del male. Eppure innumerevoli sono le testimonianze che hanno descritto il lager, restituendoci il suo orrore senza fine in modo che potesse concretizzarsi ai nostri occhi per non dimenticare. Parole comuni, nude, secche come rami. Parole quotidiane, non particolarmente alate né leggere, radunate insieme per raccontare l’indicibile. Senza orpelli, senza infingimenti. Parole-corpi, parole-cadaveri. Parole morte che implorano memoria. Ma la memoria è labile e il tempo ingoia ogni cosa in un enorme sbadiglio universale.

A che servono più le parole? Feticci dell’intelletto, macerie della coscienza. Detriti trascinati via dalla corrente. Lingua spezzata quella che non può più infrangere il silenzio, violare il biancore di un foglio immacolato. Lingua che si muta in suono, che si appropria di un altro codice, di un altro alfabeto, di nuovi segni per colmare la voragine. Musica che, sola, valica lo spazio bianco tentando una ricomposizione del mondo. E se le parole si sono spogliate delle loro vesti più lussuose, rinunciando ad effetti speciali e a parrucche audaci, anche il linguaggio musicale si converte ad un regime di austerità sostanziale e formale, abbandonando un sentiero melodico ormai abusato e percorrendo strade secondarie, sterrate e irte di vicoli ciechi. I due blocchi etico-musicali rilevati da Adorno nella Filosofia della musica moderna non sono che la semplificazione (apparente) di ciò che resta dell’arte dopo lo squarcio mostruoso della seconda guerra mondiale. Auschwitz rappresenta il punto di non ritorno, ma anche il punto di partenza per una nuova sperimentazione dagli esiti assolutamente inattesi. Due mondi distinti, Strawinsky e Schöenberg: da un lato l’universo sonoro totalitario che schiaccia e reprime l’individuo, limitando le sue libertà, dall’altro la solitudine dell’uomo inerme che deve confrontarsi con “tutta la tenebra e la colpa del mondo”. E nel mezzo, un linguaggio musicale che risorge dalle sue stesse ceneri e crea nuove combinazioni, nuove possibilità. Si fa largo la deframmentazione melodica, l’uso della dissonanza sospesa, irrisolta; l’incedere seriale, la variazione ritmica, l’estremizzazione degli effetti dinamici. Ogni elemento strutturale esprime l’esigenza di ricostruzione, la ricerca di un equilibrio perduto che non potrà mai essere ritrovato e di cui, nel mondo dei sopravvissuti alla Storia, non resta che qualche traccia luminosa e minima da utilizzare come portafortuna.

Invito alla prima del Quatuor pour la fin du Temps, realizzato da un detenuto dello Stalag di Görlitz. Foto di Badinguet 42CC BY-SA 4.0

Lo spazio bianco è il silenzio di una pagina vuota, di una pausa di semibreve su cui aleggia un punto coronato. Sospensione ad libitum, senza fine. Silenzio denso di presagi e di occasioni perdute, di omissioni e pudori. Silenzio che è bocca spalancata avida di sangue. Ma anche bocca ammutolita di fronte alla possibilità, pur remota, di redenzione. La sequenza del Quatuor pour la fin du Temps di Olivier Messiaen appare dominata da un’idea sinestetica in cui si fa labile il confine tra suono e colore, luce e riflesso. Scandita in otto episodi musicali, che ripercorrono le tappe di un viaggio metafisico verso altezze siderali, si apre con la liturgia del cristallo: «Entre 3 et 4 heures du matin, le réveil des oiseaux: un merle ou un rossignol soliste improvise, entouré de poussières sonores, d’un halo de trilles perdus très haut dans les arbres. Transposez cela sur le plan religieux: vous aurez le silence harmonieux du ciel»1. Improvvisi bagliori luminosi, piume leggere che si librano in volo, un senso di leggerezza che si proietta verso il cielo. Suoni trasparenti, impalpabili, che scivolano tra le dita, oltrepassando i limiti della battuta, irrefrenabili, liquidi. Il ritmo sincopato, singhiozzante, tenuto a bada dal pianoforte sorregge il canto del violoncello, che si intreccia disarmonico con il violino e il clarinetto. Quartetto anomalo di destini che si incrociano nello Stalag VIII A di Görlitz, dove nel 1941, davanti a un pubblico di prigionieri del campo di lavoro, si tiene la prima esecuzione dell’opera, rielaborata e in parte composta durante la prigionia e adattata all’organico disponibile. La Préface di Messiaen contiene numerosissime indicazioni: scelte stilistiche, musicali, filosofiche, teologiche; citazioni a cui l’autore si è ispirato nel comporre e progettare la struttura dell’opera. Ciò che colpisce è la presenza di indicazioni cromatiche, visive, immaginifiche ben lontane dalla mera disquisizione tecnico-compositiva. Ancora una volta ritorna l’immagine della pietra, con la sua concretezza materica. «Musique de pierre, formidable granit sonore; irrésistible mouvement d’acier, d’énormes blocs de fureur pourpre, d’ivresse glacée»2. Il suono prende forma di acciaio, di granito, di ghiaccio. Il furore si colora di rosso vivo, il canto si eleva ad altezze inimmaginabili: il clarinetto, l’uomo che cerca il suo paradiso, si invola; il pianoforte tenta invano di bloccarne l’ascesa, gli archi si tendono nello sforzo di sfuggire alla tirannia del ritmo incalzante che straripa, inonda, travolge. E ancora gli uccelli, con le loro piume leggere, traccia infinitesimale, frammento di vetro trasparente. Ma c’è qualcosa di più potente della musica ed è l’assenza, l’anello che non tiene, la tessera mancante che non permette di completare il mosaico: quello che emerge dall’analisi della partitura è la sua struttura lipogrammatica. Ci sono note che non vengono suonate mai, neppure mai scritte. Una contrainte metaforica, determinata dalla contingenza (nel campo mancavano determinate chiavi e c’era penuria di corde per cui gli strumenti erano necessariamente ‘monchi’), che diviene emblema del mondo contemporaneo. Il lipogramma è qualcosa di perduto, mancante, assente. È la cicatrice, il buco, la voragine. È il silenzio bianco di una pagina su cui nessuno ha ancora osato scrivere.

pietra piuma silenzio Giornata della memoria Giorno della memoria
Foto di cocoparisienne

1 O. Messiaen, Préface au Quatuor pour la fin du temps, 1941. «Tra le tre e le quattro del mattino, il risveglio degli uccelli: un merlo o un usignolo solista improvvisa, circondato da polveri sonore, da un alone di trilli perduti tra le alte fronde degli alberi. Spostandosi sul piano religioso si otterrà il silenzio armonioso del cielo». (traduzione mia).

2 Ivi, «Musica di pietra, formidabile granito sonoro; irresistibile movimento d’acciaio, di enormi blocchi di furore porpora, di ebbrezza ghiacciata». (traduzione mia).


Settimana della Memoria alla Casa della Memoria e della Storia di Roma

Settimana della Memoria

21 gennaio – 1 febbraio 2019

Casa della Memoria e della Storia di Roma

 Settimana della memoria 2019 Casa della Memoria e della Storia

Il 27 gennaio 1945, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, ha fatto conoscere al mondo e alla storia questo abisso della civiltà, lo sterminio del popolo ebraico, dei Sinti e Rom, degli omosessuali, dei Testimoni di Geova e l’eliminazione dei deportati militari e politici nei campi nazisti.

Anche quest’anno la Casa della Memoria e della Storia conferma il suo ruolo di primo piano a Roma per le celebrazioni intorno al “Giorno della Memoria”, il 27 gennaio, istituito nel 2000 dal Parlamento Italiano proponendo, dal 21 gennaio al 1 febbraio,  un  ricco e diversificato programma di attività con presentazioni di libri, proiezioni, spettacoli dal vivo , letture, testimonianze, conferenze, laboratori e, fino al 1° febbraio, la mostra  “Don’t kill -1938” con opere di Fabrizio Dusi.

Gli eventi realizzati, con il prezioso e significativo apporto delle Associazioni residenti (ANPI, ANED, ANEI, ANPC, ANPPIA, FIAP, IRSIFAR e Circolo G. Bosio) e delle Biblioteche di Roma, sono inseriti nel progetto coordinato di Roma Capitale “Memoria genera Futuro”.

 L’iniziativa è a cura delle Associazioni residenti e della Biblioteca della Casa della Memoria e della Storia con il coordinamento organizzativo di Roma Capitale Dipartimento Attività Culturali, Servizio Attività Spazi Culturali Dipartimentali, in collaborazione con Zètema Progetto Cultura.

 In apertura delle iniziative, la mattina di lunedì 21 gennaio, all’incontro di Lia Levi con gli studenti per dialogare sui temi del suo ultimo libro “Questa sera è già domani” seguiranno, nel pomeriggio, letture di approfondimento su alcune tematiche care a Primo Levi, in occasione del centenario della sua nascita.

 Nella giornata di martedì 22 gennaio, dopo l’incontro in mattinata con Lia Tagliacozzo “Le date della memoria”, un’iniziativa a cura di Biblioteche di Roma per le scuole superiori, nel pomeriggio si terrà la presentazione del libro di Costantino Di Sante “Criminali del campo di concentramento di Bolzano”, sui delitti compiuti dai nazisti durante la gestione di quel luogo di detenzione. Al laboratorio per le scuole sul tema Gli ebrei italiani dalle leggi antiebraiche alle deportazioni seguirà, nel pomeriggio del 23 gennaio, la proiezione della parte di docufilm “Diaspora, ogni fine è un inizio”, di Marina Piperno e Luigi Faccini, che narra il viaggio in Israele sulle tracce di famiglie ebree in fuga dalle leggi razziali.

Giovedì 24 gennaio un laboratorio seguirà le sorti di grandi musicisti jazz che cercarono di salvare quel genere musicale dalla censura fascista e nazista, molti dei quali furono deportati e uccisi nei campi di sterminio. Nel pomeriggio, l’incontro “Donne nei lager” si soffermerà sulle violenze di ogni tipo cui furono sottoposte le donne deportate con conseguenti gravi patologie fisiche e psichiche per quante riuscirono a tornare.

Nella mattina del 25 gennaio si svolgerà lo spettacolo “La favola di Natale”, un’amara e sottile satira storico-politica di Giovannino Guareschi mentre, nel pomeriggio, sarà affrontato il drammatico tema “Il male inascoltabile? Parlare di Shoah con i bambini”.

Nella giornata di domenica 27 gennaio "Immagini, voci, musica per la memoria" comprenderà letture di brani degli ultimi testimoni sopravvissuti allo sterminio tratte da “Buono sogno sia lo mio. La storia di Lello Di Segni” di Edoardo Gaj e da “La Shoah in me. Memorie di un combattente nel ghetto di Varsavia” di Simcha Rotem. Ancora letture nel pomeriggio con “Costruire la memoria” e concerto dei giovani di Santa Cecilia "Ensamble del Conservatorio di Santa Cecilia diretto da Roberto Galletto”.

Il 28 gennaio lo spettacolo “L’amore in guerra” di Melania Fiore racconterà l’amore e la storia di due donne ai tempi della Germania nazista e, a seguire, sarà presentato il libro “La Chiesa fiorentina e il soccorso agli ebrei. Luoghi, istituzioni, percorsi (1943-1944)” di Francesca Cavarocchi ed Elena Mazzini. Martedì 29 gennaio in programma due proiezioni: “Memorie. In viaggio verso Auschwitz” di Danilo Monte e “1945” di Ferenc Török mentre il 30 gennaio si discuterà di trasmissione e apprendimento della memoria storica nell’incontro "L’evoluzione storica tra ricordi, negazionismo e revisionismo". Nel pomeriggio, proiezione del documentario “1938 - Quando scoprimmo di non essere più italiani” di Pietro Suber.

L’iniziativa "Memorie d'inciampo a Roma: la storia, le vite" e, nel pomeriggio, la tavola rotonda dal titolo “La porta dello spavento supremo. Gli artisti di fronte all'orrore” sono gli appuntamenti previsti giovedì 31 gennaio. A conclusione della settimana, venerdì 1 febbraio, proiezione del documentario “Who will write our history”  di Roberta Grossman, una ricostruzione storica inedita del Ghetto di Varsavia attraverso il racconto di testimoni diretti. E, nel pomeriggio, il ricordo struggente delle "Vittime dimenticate. Disabili, Rom, Omosessuali, Testimoni di Geova e prigionieri di guerra IMI".

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Roma: giornata di studio "1938 - 2018. La vergogna della razza"

1938 - 2018

La vergogna della razza

Memoria e rimozione

Un incontro alla Casa della Memoria e della Storia

per ricordare il drammatico periodo storico dalle leggi razziali alla Shoah

 

L’appuntamento ad ingresso libero di martedì 30 ottobre alle 17.00 alla Casa della Memoria e della Storia è una rievocazione corale della campagna antiebraica che  ha raggiunto, ottant'anni fa, il suo apice a partire dall'estate del 1938.

Un’iniziativa e giornata di studio voluta fortemente dalle Associazioni della Casa della Memoria e della Storia che hanno invitato storici, giornalisti, e testimoni per  raccontare insieme la vergogna della razza, tra memoria e rimozione

Sarà un'ampia narrazione, dalle leggi razziali alla Shoàh; dal racconto delle disposizioni antiebraiche alla netta affermazione della scienza che le razze umane non esistono, dalle memorie di chi dalla scuola era stato bruscamente allontanato alle testimonianze.

Testimonianze che riportano alla memoria ricordi dolorosi: il censimento dell'agosto del 1938 rivolto esclusivamente alla minoranza ebraica, che nonostante venisse rappresentata come un grave pericolo rappresentava solo l'1 per mille della popolazione; le coppie miste alle quali le leggi razziali impedivano di sposarsi, creando difficili situazioni per i figli che si sarebbero protratte nel tempo; la spinta all'emigrazione in modo da allontanarsi dal luogo di nascita diventato poco a poco ostile; i diari che permettono di approfondire l'ansia per un presente oscuro, le difficoltà del presente, la speranza di un futuro più sereno.  

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“...ma poi, che cos’è un nome?” Una mostra racconta il censimento degli ebrei a Milano nel 1938

Milano è Memoria

“...ma poi, che cos’è un nome?”, una mostra racconta il censimento degli ebrei a Milano nel 1938

In Triennale fino al 18 novembre. Cocco: “Un’importante testimonianza storica a disposizione di tutti grazie alla digitalizzazione”

Milano, 23 ottobre 2018 – In occasione dell’80esimo anniversario delle Leggi antiebraiche, è stata inaugurata oggi alla Triennale di Milano la mostra “…ma poi, che cos’è un nome?” dedicata al censimento degli ebrei a Milano nell’agosto 1938.

Realizzata nell’ambito delle iniziative di “Milano è Memoria” del Comune di Milano, la mostra è promossa da Comune di Milano – Assessorato alla Trasformazione digitale e Servizi civici e realizzata da Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea CDEC in collaborazione con Università degli Studi di Milano e Fondazione Memoriale della Shoah di Milano e grazie a Easynet, che ha fornito i dispositivi informatici.

Allestita nell’atrio centrale del Palazzo della Triennale in forma di una monumentale installazione, la mostra racconta in modo originale le 10.591 biografie delle persone censite a Milano il 22 agosto 1938, private poi dei loro diritti di cittadini con i provvedimenti antiebraici del 17 novembre 1938. I “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”, infatti, misero gli ebrei al bando dalla vita pubblica del Paese imponendo il loro allontanamento dai posti di lavoro, dalle scuole, da qualsiasi ente, associazione o circolo, pubblico o privato, culturale o ricreativo e l’annullamento di ogni diritto acquisito fino alla cancellazione delle identità.

L’esposizione è stata inaugurata oggi dall’assessore alla Trasformazione digitale e Servizi civici Roberta Cocco, insieme alla senatrice a vita Liliana Segre, il presidente di Triennale Stefano Boeri, il presidente di Fondazione CDEC Giorgio Sacerdoti e il prorettore dell’Università statale di Milano, Marilisa D’Amico.

“Questa mostra è il risultato di un lavoro storico eccellente – ha commentato l’assessore alla Trasformazione digitale e Servizi civici Roberta Cocco – che ha visto la stretta collaborazione tra la Cittadella degli Archivi e il Dipartimento di Storia dell’Università Statale, ma è anche la dimostrazione di come la tecnologia possa aiutarci oggi a comprendere e interpretare i grandi eventi del passato. Grazie all’importante processo di digitalizzazione compiuto sui documenti del censimento, potremo preservare queste importanti testimonianze dall’usura del tempo”.

“La Fondazione CDEC, come principale istituto ebraico milanese e nazionale per la storia della Shoah in Italia è stato uno dei promotori di questa mostra – ha dichiarato il direttore di Fondazione CDEC, Gadi Luzzatto Voghera –. Si tratta per noi di un evento importante per la ricorrenza, l’80esimo anniversario dell’emanazione delle leggi che colpirono gli ebrei di tutta Italia, e perché ospitato in un luogo, centrale per la vita culturale della nostra città, quale è la Triennale. Il fatto che la mostra sia stata realizzata in collaborazione con l’Università degli Studi e con il Comune di Milano - sia come Cittadella degli Archivi, sia come ‘Milano è Memoria’ - amplifica ulteriormente il valore di questo evento. Come Fondazione CDEC siamo lieti che da questa occasione sia nata la possibilità di condividere le informazioni sul censimento, ampliare il patrimonio di conoscenza sulla persecuzione degli ebrei a Milano e così avviare nuovi filoni di ricerca e studio”.

La mostra nasce dalla ricerca dello storico Emanuele Edallo del Dipartimento di Studi storici dell’Università degli Studi di Milano e dalla collaborazione con Laura Brazzo e Daniela Scala dell’Archivio della Fondazione CDEC.

La documentazione sul censimento, su cui si è basata la ricerca storica e ora la mostra, è stata rinvenuta nel 2007 nei depositi del Comune di Milano ed è conservata oggi presso la Cittadella degli Archivi.

Gli esiti della ricerca vengono resi pubblici per la prima volta con questa mostra permettendo di ricostruire, come in una mappa, la fisionomia dell’ebraismo milanese del 1938: i nomi, le provenienze, le professioni. Con le informazioni provenienti dalla decennale ricerca della Fondazione CDEC sulle vittime della Shoah in Italia, è stato possibile ricostruire anche il destino di queste persone dopo l’8 settembre 1943: chi fu arrestato e deportato e chi invece riuscì a salvarsi.

La narrazione visuale delle oltre diecimila micro-illustrazioni biografiche costituisce l’anima della mostra ed è opera della graphic designer Giorgia Lupi e del suo studio Accurat di Milano. Con questa opera vengono restituiti i dettagli della ricerca storica in una rappresentazione d’insieme di forte impatto visivo ed emotivo che s’integra alla struttura allestitiva progettata dagli architetti Annalisa de Curtis e Guido Morpurgo dello studio Morpurgo de Curtis ArchitettiAssociati, che riproduce l’effetto della “cesura” nelle vite come nella storia.

All’interno della mostra è possibile consultare l’applicazione digitale realizzata dall’Unità SIT Centrale e Toponomastica del Comune di Milano che permette la navigazione e la ricerca dei dati essenziali del censimento sulla mappa della Milano del 1938.

I documenti dell’archivio del censimento sono proposti in formato digitale mentre alcuni significativi esemplari sono esposti in originale. Il supporto digitale è utilizzato anche per presentare una galleria di ritratti fotografici provenienti dall’archivio CDEC, accompagnati da brevi profili biografici.

La mostra rimarrà aperta al pubblico sino al 18 novembre 2018. Ingresso libero.

Come da Comune di Milano.


Milano: a Palazzo Marino la mostra “Polvere di stelle”

Milano è memoria

A Palazzo Marino la mostra “Polvere di stelle”

Inaugurazione in Sala Arazzi giovedì alle ore 12. L'esposizione fino al 2 febbraio con ingresso libero e visite guidate per le scuole.

Milano, 24 gennaio 2018 – Nell’ambito delle iniziative di “Milano è memoria” in ricordo delle vittime della Shoah, su iniziativa del Consiglio comunale, dal 25 gennaio al 2 febbraio Palazzo Marino ospiterà la mostra fotografico-pittorica “Polvere di stelle”, realizzata dagli artisti Tom Porta e Lorenzo Franzoni.

In Sala Arazzi saranno allestite venti opere con immagini tratte dai campi di concentramento unite a squarci di cielo, rappresentazione di un paesaggio vero del vissuto di dolore e di speranza.

Come spiegato dal documento che accompagnerà l’esposizione, si tratterà di un percorso artistico in grado di suscitare nuove emozioni e quei grandi sentimenti indispensabili per non dimenticare e fare della memoria un palpitante aiuto quotidiano.

La mostra sarà visitabile dal lunedì al venerdì dalle ore 9:30 alle ore 17 e il sabato dalle ore 9:30 alle ore 14. Non sarà visitabile la domenica. L’entrata è libera con ingresso dal portone principale di Palazzo Marino e accrediti in portineria. Sono previste visite guidate con le scolaresche milanesi.

La mostra sarà inaugurata domani, giovedì 25 gennaio, alle ore 12.

Come da Comune di Milano.


Venezia: mostra "Gli Ebrei a Shanghai"

GLI EBREI A SHANGHAI.

IN MOSTRA A VENEZIA LA VICENDA DELLO ’SCHINDLER’ CINESE E DELL’ESODO DI 18MILA EBREI IN ESTREMO ORIENTE

L’esposizione, dal 10 marzo al Museo ebraico di Venezia, è organizzata da Ca’ Foscari e dall’Istituto Confucio. Inaugurazione il 9 marzo alle 17.30

VENEZIA – La mostra ‘gli Ebrei a Shanghai’ è dedicata a uno degli eventi meno noti e studiati della Shoah. Lettere, documenti e fotografie raccontano gli aspetti storici e le vicende dell’esodo di 18mila ebrei europei nell’Estremo Oriente, a Shanghai, negli anni ’30 in seguito all'Anschluss.
L’esposizione, aperta al pubblico dal 10 al 31 marzo presso il Museo ebraico di Venezia ( Cannaregio 2902/b), è organizzata dal Dipartimento di Studi sull'Asia e sull'Africa Mediterranea di Ca’ Foscari, dall’Istituto Confucio presso l'Università Ca' Foscari, con lo Shanghai Jewish Refugees Museum, l’Istituto Italiano di Cultura, il Consolato Generale d’Italia a Shanghai. Con il patrocinio di: Comunità Ebraica Venezia, Coopculture e Museo Ebraico di Venezia.
L’inaugurazione pubblica della mostra si terrà giovedì 9 marzo 2017, ore 17.30, al Museo ebraico di Venezia, Cannaregio 2902/b, 30121, Venezia. Saranno presenti rappresentanti dell'Istituto Confucio presso l'Università Ca' Foscari Venezia e del Museo ebraico di Venezia.
Spicca nella vicenda dell’esodo ebraico verso Oriente il Console generale della Cina a Vienna, il dottor Ho Feng Shan, che giocò un ruolo decisivo: si schierò contro l’antisemitismo e concedette numerosi visti agli ebrei offrendo loro una via di fuga verso l'estremo oriente. Questa figura, una sorta di “Schindler cinese”, è stata in seguito insignita del titolo di Giusto tra le Nazioni.
Dal 1933 al 1940, gran parte dei rifugiati si spostarono in Italia per imbarcarsi su navi da crociera salpate dai porti di Genova e Trieste; altri fuggirono nei Paesi dell’Europa Settentrionale e partirono dai porti sull’Atlantico.
Il massiccio afflusso terminò nel 1941 a seguito della dichiarazione di guerra dell’Italia alla Francia e alla Gran Bretagna, che sancì la chiusura della rotta verso la Cina, e del bombardamento giapponese di Pearl Harbour, nel dicembre 1941, che diede il via alla guerra del Pacifico.
Nella seconda parte della mostra viene  presentata la vita dei rifugiati ebrei a Shanghai.
Dopo un periodo di libertà in cui gli ebrei avviarono proprie attività commerciali fino a creare una ”Piccola Vienna”" nel distretto di Hongkou a Shanghai, l’invasione giapponese della Cina nel 1942 portò a nuova situazione di persecuzione.
I Giapponesi proclamarono l’istituzione di un ghetto nell’area di Tilanqiao, nel distretto di Hongkou (Shanghai) e obbligarono tutti i rifugiati ebrei a stabilirvisi.
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