Inaugurato il nuovo Museo delle navi di Fiumicino

Si amplia l’offerta del Parco Archeologico di Ostia Antica con la suggestiva apertura di una delle più importanti collezioni di navi romane del Mediterraneo. Cinque relitti sono accolti nel rinnovato Museo delle Navi di Fiumicino in un percorso di visita a due livelli in cui si potranno ammirare carene e chiglie, due grandi navi fluviali a diversi livelli di altezza e in più materiali archeologici ritrovati vicino ai relitti e negli scavi dell’antico complesso portuale di Ostia-Portus.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Il Museo delle Navi prima dei recenti lavori di ristrutturazione – anno 2020 (foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

“La più grande nave caudicaria della collezione del museo – annuncia D'Alessio – è attualmente interessata da una fase di restauro che non la sottrarrà alla vista del pubblico: si potranno anzi osservare le operazioni dei restauratori, vedere come si interviene per conservare il legno giunto a noi dopo un viaggio sotterraneo di quasi duemila anni. Uno spettacolo da non perdere”.

“Le imbarcazioni custodite nel Museo hanno molto da raccontarci,” continua il Direttore D'Alessio “i visitatori resteranno impressionati dal prodigio tecnologico e organizzativo dei nostri antenati romani: in esposizione vediamo tre imbarcazioni fluviali, quelle del tipo caudicaria. Ebbene, non si tratta di sporadici exploit artigianali, bensì di prodotti che oggi definiremmo industriali: prue e poppe realizzate in serie per essere saldate con corpi centrali di diverse grandezze.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Ricostruzioni dei Relitti Fiumicino 1, Fiumicino 4 e Fiumicino 5 (modello 3D Pierre Poveda, CNRS, CCJ e Daniela Peloso, Ipso Facto)

Giganti lignei in grado di trasportare anche 70 tonnellate di merce. Insieme a questi abbiamo una quarta nave capace di affrontare il mare e infine una barca da pesca unica nel suo genere, una navis vivaria, con un acquario per mantenere vivo il pescato. Un esempio della tecnologia romana capace di abbreviare le distanze fra le sponde del Mediterraneo e di generare rapporti culturali e commerciali, benessere e sviluppo: forse il più riuscito esempio di nation building della storia”.

STORIA DEL MUSEO

Il Museo delle Navi di Fiumicino è stato realizzato nel luogo stesso in cui le navi furono ritrovate, all’interno dell’antico bacino portuale di Claudio e Traiano, il Portus Ostiensis Augusti. L’insieme dei 5 relitti formano un insieme davvero eccezionale per la storia del trasporto e del commercio antico: tre imbarcazioni fluviali per il trasporto di merci lungo il Tevere tra Portus e Roma, una nave da trasporto marittimo e una rara barca da pesca di età romana con acquario centrale per la conservazione in vivo del pescato.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Il Relitto Fiumicino 5 in corso di scavo, 1959 (foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Durante i lavori per la costruzione dell’aeroporto “Leonardo Da Vinci” e della connessa viabilità, a partire dal 1957, cominciarono a venire alla luce imponenti resti di una parte del porto imperiale, il molo monumentale e la “Capitaneria” che ospita una volta affrescata con la raffigurazione del faro di Portus. Nel corso delle ricerche vennero scoperti anche i resti di otto imbarcazioni:

la prima (Fiumicino 2), una nave fluvio-marittima (navis caudicaria) per il trasporto sul Tevere e nei canali dei bacini portuali, fu rinvenuta nel 1958, mentre tra il 1959 e il 1961 si portarono alla luce altre due navi caudicarie, le Fiumicino 1 e Fiumicino 3, la barca da pesca Fiumicino 5 (navis vivara), e due parti di fiancata che appartenevano ad altre navi (Fiumicino 6 e Fiumicino 7). L’ultimo scafo recuperato, quello della Fiumicino 4, apparteneva a un piccolo veliero destinato probabilmente al commercio regionale lungo costa. Un ulteriore relitto (Fiumicino 8) non venne scavato a causa del pessimo stato di conservazione.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Ricostruzione di Portus (Credits: 3DS Max, Mental Ray, Photoshop per Portus Project)

L’acqua, depositi di limo e sabbia hanno permesso che molte delle parti delle navi si conservassero bene per un buon stato di lettura, soprattutto di chiglie e carene. I relitti giacevano a ridosso del molo settentrionale del porto di Cluadio in cui si venne a creare un vero e proprio cimitero di navi molte delle quali troppo vecchie o mal ridotte per la navigazione e quindi abbandonate.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. Uno dei relitti in corso di scavo – anni ’60 (foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Lo step successivo è stato quello di salvarle dal rapido degrado una volta a contatto con l’aria per cui si è reso necessario costruire delle strutture in legno per sorreggerne le fiancate e recuperare i relitti nella loro interessa. Il recupero fu coordinato dall’ingegnere del Genio Civile Otello Testaguzza che progettò nell’area del rinvenimento un luogo dove le navi vennero trasportate per il recupero e i primi interventi di restauro.

PERCORSO ESPOSITIVO

Il nuovo percorso espositivo che riapre dopo vent’anni si articola intorno ai cinque relitti recuperati durante gli scavi. La presenza di tre navi caudicarie, imbarcazioni fluvio-marittime destinate al trasporto lungo il Tevere, ha permesso infatti uno studio approfondito di questa tipologia di battelli, rivelandone il sistema seriale di costruzione, per cui alla prua e alla poppa veniva assemblato un corpo centrale di maggiore o minore dimensione, a seconda delle necessità.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. I relitti esposti al Museo delle Navi di Fiumicino (Foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Le tre caudicarie di Fiumicino potevano trasportare rispettivamente ca. 70, 50 e 30 tonnellate. Anche la cd. “barca del pescatore”, naves vivara, è un reperto eccezionale nel suo genere e per stato di conservazione: l’acquario centrale per mantenere vivo il pescato era dotato di fori sul fondo per il ricambio dell’acqua, chiusi con tappi di pino.

La lunga esposizione all’aria aperta, il successivo spostamento nell’hangar (poi museo), le innumerevoli sollecitazioni climatiche e meccaniche subite dai relitti in questi sessant’anni, hanno evidenziato uno stato conservativo fortemente alterato che rende necessario un ampio intervento di restauro, al fine di ristabilire le condizioni adeguate nell’area espositiva e sui manufatti, in modo da consentirne la fruizione al pubblico.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. I relitti esposti al Museo delle Navi di Fiumicino (Foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

I lavori di restauro saranno effettuati in sito, concepiti come un “work in progress”, senza smontare le navi dai supporti e grazie alla messa in opera di una sorta di teca trasparente all’interno della quale gli interventi di restauro potranno essere direttamente osservati dal pubblico.

Museo delle Navi di Fiumicino
Museo delle Navi di Fiumicino. I relitti esposti al Museo delle Navi di Fiumicino (Foto Archivio Fotografico Parco archeologico di Ostia antica)

Ai cinque relitti che formano il corpo principale del museo si aggiunge una selezione di materiali sulla struttura e sul funzionamento delle navi, sulla vita di bordo, sulla struttura portuale, sui commerci.

INFO VISITE

Il Museo apre gratuitamente al pubblico a partire da martedì 12 ottobre da martedì a domenica dalle ore 10 alle 16. Per raggiungere il Museo, sarà disponibile una linea autobus del Comune di Fiumicino, e  un servizio di navetta grazie ad un accordo con Aeroporti di Roma.


Emergono colonne di marmo dal letto del Tevere ad Ostia antica

Emergono colonne di marmo dal letto del Tevere ad Ostia antica

"Non poteva essere più fortunato il battesimo del nuovo servizio di tutela archeologica subacquea del Parco di Ostia antica." Queste le parole del direttore del Parco archeologico di Ostia antica, Alessandro D'Alessio.

Alessandro D'Alessio, Direttore del Parco Archeologico di Ostia Antica. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Infatti, durante la prima campagna subacquea della dottoressa Alessandra Ghelli, neo responsabile del Servizio tutela del patrimonio subacqueo, appena istituito dal Parco Archeologico di Ostia antica, congiuntamente al Nucleo dei Carabinieri subacquei di Roma e del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale di Roma, sono state individuate nel fiume Tevere tre grandi fusti di colonne marmoree di più di due metri di diametro e due metri e mezzo di lunghezza. I reperti  si trovavano a cinque metri di profondità, completamente interrate nell'argine del fiume.

colonne marmo Tevere Ostia Antica Parco Archeologico di
Alessandra Ghelli, archeologa e Responsabile del Servizio tutela patrimonio culturale subacqueo del Parco Archeologico di Ostia Antica. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

L'operazione di ricognizione subacquea ha avuto inizio dalla foce del Tevere, risalendo poi il corso della Fossa Traiana, il canale di Fiumicino realizzato dagli architetti imperiali.

I mezzi impiegati. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Difatti, durante l'Impero, Roma rappresentava l'approdo più ambito, dove giungevano navi e merci provenienti da ogni terra affacciata sul Mar Mediterraneo. Parte di queste merci durante il trasporto fluviale poteva essere persa nelle acque, in particolar modo con carichi pesanti come le colonne del Testaccio.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

"Le attività nel mese di maggio si sono concentrate sui fondali della Fossa Traiana ovvero del canale artificiale scavato dall'imperatore Traiano per mettere in collegamento il porto, il suo porto, con il Tevere e che corrisponde all'odierno canale di Fiumicino.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

 

Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Sebbene i fusti di colonna siano di grandi dimensioni, trovarli e individuarli è stato difficoltoso, è stato un lavoro prettamente tattile, soprattutto per il grado di visibilità che sul fondale è pari a zero. Ma l'altra difficoltà è costituita sempre dalla presenza delle correnti, per cui quando si lavora in immersione nel Tevere ci si deve ancorare sul fondale in maniera molto solida e si deve risalire la corrente quasi come fossimo dei granchi". " spiega Alessandra Ghelli.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Difatti, l'elevata densità del limo in questo fiume risulta davvero problematica per l'individuazione dei reperti archeologici, nonostante la profondità massima di dieci metri, la vista degli operatore del Nucleo dei Carabinieri è pari a zero in queste condizioni e l'unica soluzione è il supporto tattile, tastando il fondo nella speranza del recupero dei materiali.

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Le colonne sono state fotografate e riprese, secondo la necessità di ottenere una documentazione archeologica, grazie al supporto del Nucleo dei Carabinieri con macchine fotografiche di altissima qualità, in grado di cogliere ciò che ad occhio nudo è invisibile.  Queste sono poi state censite all’interno della Banca dati del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, in modo da conoscerne l'esatta posizione per poter permetterne la tutela al Nucleo dei Carabinieri TPC da furti e reati.

Subacqueo in azione. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

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Parco Archeologico di Ostia antica, colonne di marmo di epoca romana scoperte sul letto del Tevere. Foto dall'Ufficio Stampa del Parco Archeologico di Ostia antica

Splendi come vita Maria Grazia Calandrone

Splendi Come Vita, Maria Grazia Calandrone e la poetica dell'amore mai perduto

Ieri ho preso, finito, assorbito, ma non metabolizzato Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone.

Che libro. Denudato dalla prosa, spogliato dal concetto di trama, crudo e lirico come solo la vita stessa sa rendere. Un (non) romanzo che balla con la magia dell'amore e il disincanto della tragedia. Poesia viva. Lettera d'addio e ritrovamento.

L'autrice, Maria Grazia Calandrone, nasce da una relazione extraconiugale, illegittima e "criminale" negli anni '60. Sua madre viene dalla provincia molisana, l'amante di lei è un commerciante che gira l'Italia. Entrambi tradiscono il proprio partner e lo confessano subito, non si nascondono e scappano insieme verso un'altra vita. Poi incombono le denunce per abbandono del tetto coniugale (i divorzi non c'erano), vengono bollati come criminali e tra la vergogna e le accuse nascono problemi economici non sopportabili. Abbandonano Maria Grazia quando ha solo 8 mesi, su uno dei giardini di Villa Borghese a Roma.

Valle dei Platani a Villa Borghese. Foto di Alessandro.P.76, CC BY-SA 4.0

E poi, insieme, sua madre e suo padre si uccidono gettandosi nel Tevere. Lasciano un biglietto per la questura, per i posteri, dove si scusano e cercano di affidare il frutto del loro amore a chi vorrà adottarla. E Maria Grazia troverà Consolazione.

Consolazione detta Ione, una donna di mezza età, sposata con un partigiano-operaio, eroe di mille fatiche. Professoressa di lettere, Consolazione nutre sua figlia adottiva a poesie: Maria Grazia ha così tre nascite. Quella biologica, quella adottiva e la glossogenesi. Perché Maria Grazia vive attraverso il verso, oltre il significato e il significante. Bambina di parole, donna fatta  di epica della famiglia.

Ma qualcosa si spezza. La madre confessa alla giovanissima Maria che è stata adottata, ma una bambina di 4 anni può forse comprendere davvero questo fatto? La bambina risponde "sei tu, mia madre". Ma nasce una distanza perché Consolazione vede fantasmi e immagina tragedie dove non sono, pensa che sua figlia ha smesso di amarla quando semplicemente non è vero. Che questo disamore non è reale ma un incubo, un attacco di panico lungo una vita. Pazzia, amore, casa. Luoghi di infanzia e cose perdute.

Per me, Splendi come vita è la testimonianza che si può sconfiggere l'autoreferenzialità del romanzo autobiografico e andare oltre: un esperimento di duecento pagine. Ognuna una poesia, un microromanzo. Ma che significa amare davvero un genitore?

Genitori si diventa ma non si apprende niente, non ci sono istruzioni, è un lavoro senza tirocinio e apprendistato. Ma nemmeno essere figli è semplice. Abbiamo sempre, costantemente, paura di deludere. Dai dieci ai quarant'anni. Siamo sempre bambini, siamo figli - parafulmine perché amiamo e ci prendiamo anche il peggio, come i genitori sono il nostro airbag di vita. Il nostro primo cuscino.

Ho pianto, lo ammetto, e io odio i romanzi familiari, odio l'autobiografia, odio gli standard narrativi. Ma ho amato tanto, in maniera irresistibile e irrefrenabile.

Gli spazi bianchi, gli a capo delle poesie, i paragrafi che nuotano nel nulla, le parole abbandonate al sogno della pagina bianca, ma come me lo spiega un critico letterario che intorno a un ammasso di segni grafici, lemmi, parole, sillabe, accenti e chissà cos'altro c'è la forza gravitazionale in cui orbita un mondo?

Il mondo perduto delle persone che ci lasciano.

Eppure, Madonna se ci sono ancora.

Fa così male per tutta la bellezza.

Splendi come vita Maria Grazia Calandrone
La copertina del romanzo autobiografico Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone, pubblicato da Ponte alle Grazie nella collana Scrittori

Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Marchio del Patrimonio Europeo Parco Archeologico di Ostia Antica

Al Parco Archeologico di Ostia Antica il “Marchio del Patrimonio Europeo”

Lo scorso 31 marzo la Commissione Europea ha riconosciuto al Parco Archeologico di Ostia Antica il prestigioso titolo di “Marchio del Patrimonio Europeo”.

Ciò è stato possibile grazie al programma di rilancio del parco, attuato negli ultimi anni sotto la supervisione della dirigente, l’archeologa Mariarosa Barbera, la quale ha così commentato il conferimento del “Marchio del Patrimonio Europeo”: “Ostia risponde con entusiasmo e con la convinzione che questo periodo in cui restiamo tutti a casa, possa essere un momento di approfondimento di una cultura che deve portare tutti noi al progresso civile”.

Ostia Antica risulta al primo posto nella classifica dei dieci siti che quest’anno si sono aggiudicati la prestigiosa nomina, unica italiana nella rosa dei paesi in testa alla graduatoria.

Il “Marchio del Patrimonio Europeo” è un premio istituito per la prima volta nel 2013 e che, ad oggi, ha premiato ben 48 siti europei: il riconoscimento di quest’ anno è stato assegnato da Mariya Gabriel, Commissario per l’Innovazione, la Ricerca, la Cultura, l’Educazione e la Gioventù della Commissione Europea.

Ulteriori approfondimenti sono disponibili sul sito della Commissione Europea e su quello del Parco Archeologico di Ostia antica.

L’area archeologica di Ostia è caratterizzata dai resti di un antico insediamento romano posto alla foce del Tevere che, a causa del naturale processo di erosione costiera, si trova oggi a 4 km dal mar Tirreno. All’epoca della sua fondazione, nel VI a. C., l’insediamento aveva il compito di controllare la foce del fiume, data la sua posizione geografica: con il tempo divenne il principale porto di Roma e assunse un importante ruolo commerciale e strategico nel Mediterraneo.

A causa dell’emergenza nazionale dovuta al COVID-19, il parco archeologico non è attualmente aperto al pubblico, ma rimane comunque visitabile online, offrendo numerose iniziative quali approfondimenti e conferenze. Per rimanere sempre aggiornati sulle attività in corso ad Ostia Antica, vi rimandiamo al sito ufficiale del parco, costantemente aggiornato.


Mater Matuta Foro Boario

Il culto di Mater Matuta nelle fonti antiche

IL CULTO DI MATER MATUTA NELLE FONTI ANTICHE

Il culto di Mater Matuta figura tra i più importanti nella religione romana arcaica, tanto che alla dea era dedicato un tempio situato nell’area sacra di Sant’Omobono, una zona a forte vocazione commerciale ricadente all’interno del Foro Boario, l’antico mercato dei buoi, nei pressi del Portus Tiberinus.

La storia del tempio si intreccia con quella della Roma monarchica, e specificamente la Roma dei Tarquini: lo storico Livio colloca la fondazione dell’edificio sacro nel 580 a.C. ad opera di Servio Tullio, e riferisce della sua ricostruzione avvenuta nel 396 a.C. per mano del dictator Furio Camillo, dopo la conquista di Veio1. Si sa che l’edificio consacrato a Mater Matuta era affiancato da un tempio della Fortuna, anch’esso fondato da Servio Tullio: le ricerche archeologiche hanno portato alla luce i resti dei due edifici templari esclusivamente per la fase alto repubblicana (V secolo a.C.), mentre per la fase arcaica è stata attestata per il momento la presenza di un solo tempio, probabilmente quello di Matuta.

tempio di Mater Matuta Roma
Ricostruzione del tempio di Mater Matuta. Ai Musei Capitolini - Palazzo dei Conservatori a Roma. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro, CC BY-SA 4.0

Ma chi era Mater Matuta? Il culto di questa dea affonda le proprie radici nella ricerca da parte dell’uomo degli elementi ancestrali dell’esistenza, e nell’eterno rapporto con la terra quale strumento di vita e di benevolenza, nonché con i misteri che caratterizzano la natura in un equilibrio da venerare e conservare.

Per comprendere le funzioni della divinità, occorre innanzitutto partire dal nome. Il termine Matuta, secondo una delle interpretazioni più diffuse, sarebbe una forma sincopata di matutinus: si tratta, dunque, di un nume astrale, nella fattispecie l’Aurora, legata anche alla navigazione e all’orientamento2. In Festo, invece, si legge che Matuta è così chiamata dagli antichi «ob bonitatem», a causa della sua bontà e della sua capacità di rendere maturi i frutti della terra (associando, così il termine matutus con maturus)3. La Mater Matuta è, quindi, garante della fecondità delle messi e, per estensione, della fertilità delle donne, ed è per questo preposta al parto e alle nascite. Le due interpretazioni summenzionate, sebbene apparentemente diverse, sono in realtà complementari: in quanto Aurora, essa determina l’inizio del giorno; in quanto dea della terra, presiede al ciclo della vita e della natura. Matuta è perciò mater (madre) di ogni cosa.

Ricostruzione presso il Museo della Civiltà Romana dell'area che va (dal basso verso l'alto) dal Foro Boario al Foro Olitorio al Campo Flaminio (in alto). Foto di Alessandro57, pubblico dominio

Le festività in onore della dea, i Matralia, si svolgevano l’11 giugno e prevedevano dei riti particolari, che ci sono stati tramandati da Ovidio e Plutarco. Il primo, rifacendosi all’interpretazione tradizionale che identifica Mater Matuta con la greca Ino/Leucotea, spiega l’origine del culto attraverso un lungo mito eziologico:

Andate, buone madri (vostra è la festa dei Matralia), e offrite alla dea tebana4 le bionde focacce […] Chi sia la dea, perché tenga le schiave lontane dalla soglia del tempio […] e richieda focacce cotte, se quella è anche casa tua, o Bacco dai capelli ornati di grappoli e d’edera, guida l’opera del poeta. Semele era morta bruciata per la condiscendenza di Giove5: Ino6 ti accolse, o fanciullo, e ti nutrì con grandissima premura. Giunone si adirò, per il fatto che allevava il bambino strappato alla rivale: ma egli era il figlio della sorella. Di qui, Atamante7 cadde in preda alla follia e ad ingannevoli visioni, e tu, piccolo Learco, moristi per mano di tuo padre. La madre di Learco, addolorata, lo aveva seppellito e aveva reso ogni onore al triste rogo. Questa poi […] si precipitò su di te, Melicerte, e ti portò via dalla culla. Stretta da un breve spazio, c’è una terra che fronteggia due mari e, cosa unica, è battuta da una duplice acqua8: qui si recò, stringendo folle il figlio tra le braccia, e con lui si gettò giù dall’alto giogo, nelle profondità del mare. (Ov. fast. 6, 475-498)

Il racconto continua illustrando il salvataggio dei due ad opera delle Nereidi e il loro arrivo presso la foce del Tevere: qui, perseguitate dalle Baccanti, vengono messi in salvo da Ercole e ospitati dalla sacerdotessa Carmenta, che li accoglie nella loro casa:

Si racconta che la sacerdotessa Tegea, dopo aver preparato in fretta delle focacce con le sue stesse mani, le fece cuocere immediatamente sul fuoco. Ancora oggi, nelle feste dei Matralia, le focacce sono gradite alla dea. (Ivi, 531-533)

L’usanza di recare in offerta delle focacce, oltre ad essere riportata nel mito, è invero testimoniata dal rinvenimento, nell’area archeologica del tempio, di molte focacce votive. Il racconto ovidiano si conclude con la profezia di Carmenta:

«Annuncerò eventi felici: gioisci, Ino, libera dagli affanni» disse «e sii sempre benigna verso questo popolo. Tu sarai una dea del mare: anche tuo figlio abiterà il mare. Assumete un nome diverso nelle vostre acque: Leucotea sarai chiamata dai Greci, Matuta dai nostri; tuo figlio avrà piena giurisdizione sui porti, quello che noi chiamiamo Portuno, la sua lingua chiamerà Palemone». (Ivi, 541-547)

Tempio di Portuno
Il tempio di Portuno nel Foro Boario di Roma. Foto di Mac9, CC BY-SA 2.5

Dal mito derivano, inoltre, altri due aspetti del culto assai rilevanti per il dibattito che hanno suscitato: innanzitutto, l’accesso al tempio consentito esclusivamente alle univirae (donne che erano sposate una sola volta) e proibito alle schiave; vi era poi il rito della “cacciata” dal tempio di una schiava a suon di percosse, seguito dall’abbraccio dei propri nipoti. Di questo rituale ci rende testimonianza Plutarco:

Per quale motivo il tempio di Leucotea è inaccessibile alle schiave e le donne, conducendovi dentro solo una, la colpiscono sulla testa e la percuotono? […] Alle altre invece impediscono di entrare per via del mito. Si dice infatti che Ino, ingelositasi di una serva a causa di suo marito, abbia sfogato la sua pazzia sul figlio. (Plu. q. Rom. 16)

La schiava in questione, una certa Antifera di stirpe etolica, avrebbe intrattenuto una relazione con Atamante e sarebbe stata all’origine della gelosia coniugale di Ino: di qui deriva il divieto rituale di partecipare ai Matralia esteso a tutte le schiave. Ancora in Plutarco:

Perché al cospetto di questa dea non pregano per i propri figli ma per quelli delle sorelle? Forse perché Ino amava la sorella e nutrì il figlio di lei, ma lei stessa fu sventurata riguardo ai propri figli. (Ivi, 17)

Si è già letto in Ovidio come Ino, sorella di Semele, si fosse presa cura del nipote Bacco dopo la morte di lei. I Matralia, di fatto, pongono al centro del rito le materterae: la zia materna, considerata a tutti gli effetti una seconda madre (mater altera) riveste un ruolo cruciale nell’educazione dei nipoti, spesso addirittura in competizione e in sostituzione con la nutrice, ruolo, quest’ultimo, ricoperto principalmente dalle schiave. Un’approfondita analisi antropologica del rapporto madre-zia-nipoti nelle società antiche è offerta da Bettini, che propone di leggere il rito in questa chiave: la matertera, percuotendo e scacciando la schiava (la nutrix) e poi abbracciando i suoi nipoti, si approprierebbe della funzione di nutrice per dedicarsi alla loro cura esclusiva9. Tale ipotesi, tuttavia, è in contrasto con quella avanzata da Dumézil, il quale, associando la matertera all’aurora e la schiava alla notte, di fatto rimarca la funzione propria di Mater Matuta che, scacciando la notte, garantisce il rinnovarsi del giorno10.

Lastra in pietra con iscrizione, dal tempio di Mater Matuta a Satricum. Ora al Museo Nazionale Romano - Terme di Diocleziano di Roma. Foto di Szilas, pubblico dominio

La devotio verso Mater Matuta non è attestata solo a Roma, ma affonda le sue radici in un passato preromano e in un contesto più ampio: diverse sono infatti le tracce del culto sparse nel territorio italico, e in particolar modo nella città volsca di Satricum, dove venne fondato un tempio consacrato a Matuta, di cui restano significative evidenze archeologiche.

Le matres capuane del Museo Campano di Capua. Foto di Giusy Barracca

Infine, proprio in relazione al culto, non si può non menzionare la ricchissima - nonché unica nel suo genere - collezione di matres conservate presso il Museo Campano di Capua (CE), la cui scoperta avvenne durante gli scavi ottocenteschi effettuati nel cosiddetto Fondo Patturelli a Curti. Si tratta di ex voto che raffigurano la dea seduta recante in braccio uno o più neonati e che coprono un arco temporale compreso tra il VI e il I secolo a.C.

Le madri capuane testimoniano la presenza nel luogo di rinvenimento, in prossimità di una dei più importanti centri dell’antichità, cioè Capua, di un santuario dedicato ad una divinità legata alla sfera della fertilità e della nascita, dotata cioè di quelle caratteristiche che ne consentirebbero un’immediata associazione con la Matuta romana: appare evidente il richiamo ad un culto sviluppatosi attorno al mito della sacralità ancestrale, italica e preromana, connessa con la maternità e il mistero della vita.

Mater Matuta matres capuane Museo Campano di Capua
Le matres capuane del Museo Campano di Capua. Foto di Giusy Barracca

Note:

1 Liv. 5, 19; 23.

2 Cfr. Prisc. gramm. 2, 76, 18; Lucr. 5, 656-662.

3 Fest. p. 109 L.

4 Nella mitologia greca, Ino era figlia di Cadmo, re di Tebe.

5 Giove, acconsentendo alla richiesta avanzata da Semele, sua amante, di manifestarsi col suo vero aspetto, ne provocò involontariamente la morte, folgorandola.

6 Sorella di Semele.

7 Marito di Ino.

8 L’Istmo di Corinto.

9 M. Bettini, Su alcuni modelli antropologici della Roma più arcaica: designazioni linguistiche e pratiche cultuali (II), in Materiali e discussioni per l’analisi dei testi classici, 2 ,1979, pp. 9-41.

10 G. Dumézil, Mythe et Épopée, Paris 1968.


Il primo re: storia della nascita di Roma tra mito e spettacolo

Dal 31 gennaio 2019 è in tutte le sale cinematografiche italiane “Il primo re”, film di Matteo Rovere girato interamente nella regione laziale. Leggere di più


Un relitto con duemila o tremila giare di garum al largo di Alassio

10 Dicembre 2015
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Duemila o tremila giare in creta, contenenti garum, sono state ritrovate al largo di Alassio.
Si tratterebbe del carico del quinto relitto ritrovato nell'area, e testimonierebbe in maniera chiara la via commerciale tra Italia, Spagna e Portogallo (dove la salsa di pesce fermentato veniva prodotta ed esportata). Due tipologie di giare ritrovate sarebbero invece produzione dell'area del fiume Tevere, forse usate per trasportare vino.
Il relitto è stato ritrovato con una ricerca attenta che è durata due anni, a seguito di una segnalazione di un pescatore. La nave avrebbe una lunghezza di circa 25 metri e sarebbe risalente al primo o secondo secolo d. C.

Link: ANSA; Repubblica - GenovaDiscovery NewsThe Local; ASKA News (Video 1, 2).
Mosaico con brocca "fiore di garum", l'iscrizione indica la provenienza dal laboratorio dell'importatore di garum, Aulus Umbricius Scaurus (il mosaico proviene dalla villa di questi a Pompei). Foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da Claus Ableiter.
 


Porticus Aemilia diventa Parco Pubblico

8 Maggio 2015

PORTICUS AEMILIA DIVENTA PARCO PUBBLICO

PROTETTO E ILLUMINATO DALLA SOPRINTENDENZA
ARCHEOLOGICA DI ROMA

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Roma - Un parco pubblico ben illuminato e delimitato da un'inferriata: le arcate monumentali dell'infrastruttura che alimentò la Roma dei consoli e degli imperatori resteranno visibili anche di notte. Aprirà al pubblico da sabato 9 maggio e offrirà ai cittadini un giardino monumentale e un laboratorio di espressioni artistiche contemporanee all'aperto.
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