Astor Piazzolla Paola Crisigiovanni

Terni, ritorna l'omaggio a Piazzolla: intervista a Paola Crisigiovanni

Terni, con TangOpera ritorna l'omaggio a Piazzolla: intervista a Paola Crisigiovanni

Fusione tra tango argentino e opera lirica, ne scrissi del 2019 su Vivo Umbria dopo che al Teatro Nuovo di Spoleto avevo assistito allo spettacolo allora inedito TangOpera. Una produzione artistica di Ag.or.à. a cura dell’associazione Amici della Lirica di Terni, con un’orchestra di dieci elementi formata dal Nuevo Tango Ensemble, ispirato a Piazzolla, (Prisca Amori al violino, Simone Marini al bandoneón, Alessandro Paris alla chitarra, Matteo Gaspari al contrabbasso, Paola Crisigiovanni al pianoforte e per gli arrangiamenti) insieme alla Estro String Orchestra (Francesco Negroni alla viola, Angelo Santisi al violoncello, Daniel Myskiv, Luca Bagagli e Francesca Sbaraglia al violino), due cantanti liriche (la soprano Désirée Giove e la mezzosoprano Ilaria Ribezzi) e due ballerini di tango argentino (Sara Paoli e Samuele Fragiacomo).

Un evento di contaminazione tra generi che ricordo al pubblico piacque, tanto è che, quando venni a sapere della replica ternana che si svolgerà il prossimo 26 agosto nell’Anfiteatro di Terni, mi incuriosii nel voler approfondire la conversazione musicale con una delle sue protagoniste: Paola Crisigiovanni.

TangOpera Astor Piazzolla Paola Crisigiovanni
Terni, ritorna l'omaggio a Piazzolla, con Paola Crisigiovanni. La locandina ufficiale dell'evento - Ag.or.à Umbria

Quando ricevetti la telefonata ero reduce dall’aver guardato un documentario sulla vita di Carly Simon e ciò che mi era rimasto più impresso della sua storia era stata la vocazione che lei ha sempre avuto per la musica. Allo stesso modo mi è sembrato, leggendo la biografia della pianista e compositrice Crisigiovanni, qui prestata alle fatiche di TangOpera. Eclettismo che ben si ravvede nelle composizioni originali di, ad esempio, Agnus Dei ma anche di Suite Mediterranea e di Moz’art jazz. Sulla sua vocazione, avendo iniziato a comporre a 10 anni, non ho dubbi ma glielo chiedo per sfatarne qualcuno:

“Sono entrata in Conservatorio che avevo dodici anni, allora era il vecchio ordinamento dove si studiava per dieci anni lo strumento. Non l’ho abbandonata mai la musica e non ho pensato mai di fare altro. Da subito ho avuto l’idea di voler scrivere e di voler suonare, contemporaneamente, fin da ragazzina. Ricordo quando sentivo le colonne sonore dei film e dicevo ‘io voglio fare questo’.”

E poi l’ha fatto, sempre con l’intento di migliorarsi, anche se come dice lei non è stata la sua attività principale. Eppure, oltreché sotto il profilo della prosa, del cinema e della base concertistica, è riuscita a soddisfare alcune collaborazioni importanti quali quella con Alessandro Preziosi, Fabrizio Bosso nonché con l’attore Stefano Fresi con cui ha avviato un progetto sul rapporto tra arte e autismo insieme alla professoressa Monica Mazza della Facoltà di Psicologia dell’Università dell’Aquila.

Astor Piazzolla Paola Crisigiovanni
Terni, ritorna l'omaggio a Piazzolla - Foto proprietà riservata Paola Crisigiovanni

Quanto credi ti abbiano influenzato le tue esperienze musicali passate in questo lavoro?

“Direi totalmente, come in ogni lavoro. Io sono stata innamorata di tutti i generi musicali che ho studiato, che ho indagato: la musica classica in primis, poi il jazz, poi le composizioni di musica etnica, popolare, ma anche la musica pop, leggera che suonavo da ragazzina, tutto ha influito. Perché poi la musica per me è una. Può essere una musica di qualità, che può piacere o che non può piacere, ma la musica è una, non mi piacciono le divisioni in musica come in generale. Per cui ha influito in maniera totale, quindi quando poi è nata anche TangOpera è stata una bella sfida: unire le arie a Piazzolla senza toccare le arie, è stata una bellissima esperienza. È stata una produzione organizzata tra l’altro in modo eccellente, ci siamo divertiti, abbiamo trovato una grande ospitalità e una grande professionalità”.

Quindi quando nella prima edizione ti hanno proposto questa cosa, come l’hai presa?

“Quando Silvia Racanicchi [responsabile Ag.or.à., n.d.r.] mi ha proposto di fare questa cosa con il tango l’ho presa benissimo, nel senso che lavorare con delle partiture preesistenti, per poi sovrapporne delle altre, mi piace molto. Ad esempio, le melodie delle arie d’Opera sono lasciate esattamente così come sono e hanno un accompagnamento strumentale che invece è diverso, anche se contiene sempre delle citazioni alle partiture originali. Questo cambia tutto, nelle armonie e nella ritmica”.

Puoi spiegare questo concetto di sovrapposizione anche ai non addetti ai lavori?

“È come se si facesse una sorta di quadro dove alcune immagini vengono prese dai grandi pittori della storia e a queste vengono sovrapposte delle altre originali. In musica a volte gli arrangiamenti consistono nel citare il tema principale del pezzo che si sta eseguendo e poi improvvisare sopra, a volte cambiando le note del canto stesso. Qui ad esempio le arie di Puccini vengono lasciate esattamente come Puccini le ha scritte, però sotto c’è una composizione nuova fatta nello stile del tango”.

Terni, ritorna l'omaggio a Piazzolla - Foto proprietà riservata Paola Crisigiovanni

Contaminazioni evidenti che le piacciono e mentre ascolto, la suggestione mi porta a Saint-Saëns e a Gillespie e allora curiosando ancora un po' le chiedo: in origine di chi fu l’idea di TangOpera?

“L’idea si è generata, forse, insieme. Nel senso che parlando di una possibile produzione che si poteva fare, io ho esposto le varie situazioni musicali di cui potevo disporre e quindi quando poi è uscito il tango argentino di Piazzolla, è uscito dalla parte di Ag.or.à la voglia di fare qualche cosa che unisse il canto lirico a produzioni nuove, allora l’idea è scaturita subito. È stata, come dire, una chiacchierata molto produttiva tra loro e il mio modo di fare la musica, perché spesso ho fatto delle elaborazioni di materiale classico (Bach, Chopin, Mozart) unendolo appunto a delle mie composizioni originali, sempre sovrapponendo i brani. Le idee convergevano abbastanza sul mio modo di scrivere ed è quello che aveva in mente Ag.or.à quando voleva produrre TangOpera”.

Terni, ritorna l'omaggio a Piazzolla - Foto proprietà riservata Paola Crisigiovanni

Un omaggio ad Astor Piazzolla, nel centenario della sua nascita, che l’Umbria dunque attende con meraviglia, ancor più di questi tempi dove tra mille ristrettezze si tornerà a fare musica dal vivo. Proprio su questo punto torna e conclude la Crisigiovanni:

“Siamo sempre felici quando ci sono delle nuove produzioni che aspirano a creare qualcosa di bello perché questo mantiene la musica viva. Oggi c’è tanta massificazione, c’è tanto apparire. Si va a vedere un concerto perché arriva il personaggio famoso, il fenomeno da baraccone, quando ci sono tantissime realtà di giovani e meno giovani che hanno tanto da dire, al di là del fatto che usino o meno i mezzi di pubblicità che oggi comanda il mercato ed è un grande pericolo”, ha un messaggio importante da ribadire e le diamo voce: “Avere persone che magari ne usufruiscano meno e che sappiano dire o dare delle cose è bene che ci sia qualcuno che li faccia parlare in qualche modo, dare spazio alle prime esecuzioni e alle produzioni di musiche originali senza chiudere con il passato”.

 

Per avere maggiori informazioni:

Sito ufficiale di Paola Crisigiovanni

Pagina Facebook di Ag.or.à.

 

 


Musja presenta le attività online del museo: giochi, musica e tanta interazione #Musjarestaacasa

Musja presenta le attività online del museo: giochi, musica e tanta interazione 

per restare insieme anche a distanza

#Musjarestaacasa

Mantenere vivo il dialogo per restare insieme anche a distanza. È lo spirito che anima le iniziative online del Museo Musja, chiuso al pubblico per le misure di contenimento dell’emergenza sanitaria in corso, ma attivo sui propri canali social con giochi, musica e tanta interazione.

Il palinsesto online è ideato nel segno del più ampio coinvolgimento, allo scopo di condividere cultura divertendosi insieme. Di giorno in giorno sarà possibile scoprire curiosità e approfondimenti sulla mostra “The Dark Side - Chi ha paura del buio?” e sulle opere della collezione Jacorossi.

Con il cruciverba si potrà giocare con le definizioni legate alla mostra e ai suoi artisti, indovinando le parole che raccontano il mondo di Musja e quello di altri musei e partner vicini e lontani.

E ancora Musj(c)a, la prima playlist del Museo su Spotify, che presenta canzoni ispirate alle opere esposte e a quelle della collezione: dal tunnel incenerito di Gregor Schneider che rievoca le note di “I’m on fire” di Bruce Springsteen, fino alle grottesche maschere di Monster Chetwynd, accostate alle note scanzonate dei Tre allegri ragazzi morti. La playlist sarà arricchita nel tempo anche con brani suggeriti dagli utenti, diventando un modo per conoscere le opere e condividere in musica le sensazioni che queste evocano.

Le iniziative online saranno animate inoltre dai contributi degli artisti, degli studiosi e dei tanti amici del Museo, compreso il pubblico che ha visitato la mostra e che sarà invitato a condividere foto, suggestioni e riflessioni sulla propria esperienza.

#Musjarestaacasa Museo Musja Testo per le iniziative #Musjarestaacasa dall'Ufficio Stampa Comin & Partners


HomeMusicians: ogni sera musica fresca sui nostri schermi

HomeMusicians: la rassegna dell’Associazione Cam.To porta ogni sera video fatti in casa di musicisti, nazionali e internazionali, sugli schermi di tutti gli italiani in quarantena

In questa parentesi in cui tutti ci troviamo, mai come in tempi passati, una buona connessione Internet fa la differenza. Tra i molti intoppi causati da questa pandemia, si annovera sicuramente una situazione di stand by del settore culturale; nello specifico, in riferimento agli spettacoli dal vivo.

In questo scenario surreale – seppur per certi versi fortunato – , inimmaginabile anche per registi di film horror, ovvero quello di uno status di “quarantena perpetua”, molti di noi trovano nei social network una finestra su di un mondo che, in maniera quasi illusoria o, se vogliamo, esorcizzante, sembra in certe cose non essersi fermato.

Così l’Associazione Cam.To (Cultura, Arte, Musica Torino) che, già da tempi non sospetti si occupa dell’organizzazione di concerti musicali, rassegne e mostre, ha deciso di lanciare una rassegna fuori dagli schemi. Con il nome “HomeMusicians”, che potrebbe già suggerire qualcosa, ovvero “Musicisti a casa”, l’Associazione ha raccolto, e raccoglie quotidianamente, video di molti musicisti che, costretti anche loro alla quarantena casalinga, hanno registrato con un semplice smartphone alcune loro performance sui propri strumenti che fortunatamente gli fanno compagnia in clausura. Alcuni, non avendo questa possibilità, hanno comunque fornito video registrati in tempi recenti.

HomeMusicians
Foto di Niek Verlaan

Ogni sera, rigorosamente in orario da concerto, alle ore 21:15, sulla Pagina Facebook “Associazione Culturale Cam.To” viene così pubblicato un video inedito di un musicista, con tanto di “lancio” al pomeriggio con una foto dello stesso.

Tanti i musicisti che hanno aderito dall’iniziativa troviamo clavicembalisti, pianisti, violinisti, organisti (solo per citarne alcuni) ma anche quartetti e duetti, come il Quartetto Effe (tre violini e un violoncello) che ha regalato al pubblico virtuale l’esecuzione di “Arrival of The Birds”, tratto dalla colonna sonora de “La teoria del tutto”, con un’esecuzione delle quattro ragazze musiciste registrata davanti al loro smartphone in quattro parti diverse d’Italia.

Molte sono state anche le risposte all’appello dell’Associazione da diverse parti del mondo; tra i musicisti che hanno sposato l’iniziativa di regalare musica di alta qualità negli schermi dei confinati troviamo anche artisti internazionali come Jiae Teresa Kwak, giovane organista di Seul, Ana Sofia Sousa, violinista ad Aveiro in Portogallo, María Márquez Torres, pianista di Malaga e Lucile Dolat, organista a Parigi.

Abbiamo scelto di non menzionare tutti i musicisti poiché la rassegna HomeMusicians proseguirà fino al termine della quarantena italiana, e pertanto se ne aggiungeranno di nuovi ogni sera, ma questo è anche un invito ad andarli a scoprire di persona. Buona visione e buon ascolto.


Adriano Lanzi

Un chitarrista potenziale: conversazione con Adriano Lanzi

Mentre fuori il cielo di Roma regala uno dei suoi memorabili acquazzoni di questo maggio travestito da novembre, Adriano Lanzi mi accoglie nel suo studio, porgendomi una tazza di caffè bollente. Deve aver intuito, dalla mia innata goffaggine, che sono alle prime armi con le interviste ad esseri umani realmente presenti davanti ai miei occhi: di solito si lavora per interposto schermo, per telefono, alla peggio via skype. Una distanza rassicurante che consente di superare l’imbarazzo con un agile balzo tecnologico. Sorride sornione – gliene saranno capitate di bizzarre eccezioni come me – e non mi resta che approfittare di questo momento di improvvisa lucidità per fargli un po’ di domande. Quella che segue è la trascrizione della mia Prima Vera Intervista.

Adriano Lanzi

Cominciamo dal principio. Come e quando si concretizza la tua ontogenesi chitarristica?

Ho cominciato a studiare un po’ la chitarra classica a undici anni, in una Scuola peraltro specializzata in musica antica, subendo abbastanza presto, per esposizione, il fascino degli strumenti e delle sonorità antecedenti al Settecento. Un corso di chitarra in quella scuola era roba quasi da modernisti, aprivi una stanza e c’era una classe di liuto, in un’altra trovavi cembali e spinette, in un’altra ancora un gruppo di musica d’insieme zeppo di flauti d’ogni registro e altre meraviglie. Sono arrivato alla chitarra in modo piuttosto banale, i miei mi chiesero se volevo imparare a suonare uno strumento, in casa c’era una chitarra “da combattimento” letteralmente appesa a un chiodo, io dissi “chitarra”, forse per pigrizia. Fui fortunato, nel senso che ho scoperto prestissimo che la amavo. È un’estensione del corpo ma non è né troppo piccola né troppo ingombrante. Un pianoforte non lo puoi abbracciare. Sinceramente, non avrei mai potuto affrontare il pianoforte senza soccombere a uno spaventoso senso di inadeguatezza, perché una pianista forte ce l’avevo in famiglia. Una prozia, Lucia Lanzi Menozzi, sorella del mio nonno paterno, era stata una concertista precocissima (ancora minorenne) a livello europeo. Dopo il matrimonio e la II Guerra Mondiale ridusse gradualmente i concerti fino a concentrarsi solo sull’insegnamento, aprì una scuola di perfezionamento da cui uscirono diversi talenti. Era molto brava e completamente matta, ho avuto la fortuna di conoscerla, ci siamo voluti bene e sicuramente è stata per me una presenza formativa, profonda.

Duo Mu (2016): Adriano Lanzi e Federica Vecchio

Mi sembra di intuire che il tuo percorso musicale non possa essere inquadrato nell’iter canonico dello studente di conservatorio…

Gli studi “classici” non li ho mai completati, fui distratto dopo qualche anno dalla chitarra elettrica e dai mondi sonori altri che mi si aprivano. Anche i miei gusti musicali da fruitore, gli ascolti, si facevano via via più particolari, ero attratto dalle cose meno classificabili, dal bizzarro, da alcune ibridazioni estetiche (non tutte), dai compositori a torto o a ragione considerati eccentrici, in generale da figure di musicisti “irregolari”. Per ultimo, nei miei anni più formativi, ammesso che si finisca mai di formarsi, è arrivato l’interesse per l’elettronica, la sintesi, il campionamento. A dispetto di queste progressive “estensioni” tecnologiche c’è da dire che ci sono momenti in cui torno molto volentieri al suono completamente acustico nel caso di una chitarra classica o folk, e a un suono appena amplificato nel caso della chitarra elettrica, senza la mediazione degli effetti o dell’elettronica in senso ampio. Insomma torno a un suono che possiamo chiamare puro, o bruto, secondo i casi. Chiamiamolo nudo, poi per capire se è puro o bruto tocca vedere che intenzioni ha quando ci si para davanti e si apre l’impermeabile.

Adriano Lanzi

Parliamo di modelli. Quali sono i tuoi riferimenti musicali? Quali le deviazioni esplorative?

Tra i miei modelli e riferimenti musicali sicuramente alcune persone di famiglia, la già citata zia e suo fratello Germano, mio nonno, che in gioventù aveva suonato il violino in complessi di quella che chiamavano “musica sincopata” (sotto il fascismo meglio non suonare jazz – non nominarlo, ancora meglio). Il mio primo insegnante di chitarra, Ezio Musumeci. Poi Ettore Mancini, batterista e didatta eccezionale, semplicemente il primo musicista professionista che conobbi quando ero ragazzino. Mi fece ascoltare alcune cose che contribuirono a sparigliare le carte, segnatamente un disco di Jim Hall. E ancor più importante mi disse altre cose, forse semplici aneddoti sulla sua attività, ma finii per volare con la fantasia su ciò che era possibile fare in uno studio di registrazione. Sicuramente mi fu di grande stimolo. Tra i musicisti con cui non ho avuto un contatto diretto, potrei fare gli stessi nomi che piacciono a chiunque. A un certo punto ho preso una sbandata fortissima per una certa scena di jazzrock inglese, la cosiddetta scena di Canterbury (che è veramente una definizione di comodo mal tollerata dai suoi stessi esponenti): dietro, dentro, ho percepito un’idea estetica forte, una sintesi di musica pop e sperimentazione, uno scontro tra rock e jazz che era all’antitesi dei cliché fusion, una straordinaria vitalità che ha alimentato per decenni altre correnti di musica sperimentale. Forse quella cotta specifica non mi è mai passata, e a parte la forma sonora cui sono affezionato, pur essendo espressione di un momento storico che non ho vissuto, quel che trovo importante è l’esempio.

A un certo punto del tuo percorso ti sei imbattuto nella Scienza delle Soluzioni immaginarie, la ’Patafisica, universo artistico dell’equivalenza, della coesistenza degli opposti e dell’Eccezione. Fascinazione momentanea o impatto con qualcosa di cui hai sentito “generalmente il bisogno”?

All’ascolto dei Soft Machine devo il mio incontro con la ’Patafisica. Era già patafisica la loro musica, era assurda, era ebbra, era allusiva ed elusiva allo stesso tempo, e in più facevano riferimenti all’universo jarryano e alle avanguardie storiche nei titoli dei loro pezzi. Viene fuori, leggendo le biografie del caso, che ne erano davvero coinvolti, ebbero pure un conferimento dell’Ordine della Grande Giduglia perché fecero le musiche di scena di un Ubu Incatenato, di cui oggi purtroppo non c’è traccia. Fu attraverso di loro che andai a cercare i testi di Jarry, che certo non si studiano alle superiori, per poi avvicinarmi al lavoro di altri patafisici illustri. L’impatto con la Scienza delle Soluzioni Immaginarie mi segnò per sempre, è un interesse che coltivo tuttora. È molto difficile per me parlare di deviazione dai miei modelli, perché l’animale affamato di musica, per di più onnivoro, credo che nei primi anni abbia deviato un numero imprecisato di volte, zigzagando, per trovare un qualche principio unificante molto tempo dopo, non tanto nel predominio di una delle forme frequentate sulle altre o in una sintesi posticcia delle stesse quanto piuttosto in un atteggiamento, in un certo spirito, per usare una parola che detesto.

El Topo (2008): da sinistra a destra Francesco Mendolia, Omar Sodano, Andrea Biondi, Adriano Lanzi

Facciamo un po’ di storia e archeologia. Quali sono state le tue prime esperienze da musicista “professionista”, perdona l’atroce espressione, e le tue prime collaborazioni artistiche?

Dopo una primissima esperienza con un gruppo di progressive rock, l’incontro musicale più importante, quando avevo poco più di 20 anni, fu con un griot senegalese, Siriman “Pape” Kanoutè, che conobbi in una emittente radiofonica romana con cui collaboravo. Appena arrivato a Roma, era ospite all’interno del programma di musica africana. Il conduttore mi aveva chiesto in prestito un amplificatore per il suo bassista. Io arrivo in radio, li aiuto a montare, sento il suono della kora, questa incredibile arpa-liuto della tradizione mandinga dell’Africa Occidentale, me ne innamoro all’istante, e alla fine del programma ho la faccia tosta di propormi come chitarrista. Non basta una vita, per penetrare dall’esterno quei modi musicali, quelle scale, quella grammatica sonora, ma qualcosa nei sette anni che sono rimasto accanto a Kanoutè e ai suoi musicisti in qualche modo credo di averla assimilata. La collaborazione con Pape, musicista molto più maturo di me, anagraficamente e non solo, mi diede accesso ai primi palcoscenici degni di questo nome. Negli anni, con lui ho inciso dischi, suonato in dirette radiofoniche nazionali, ho tenuto concerti e musicato spettacoli teatrali. Quasi in parallelo all’esperienza afro-jazz, divenni amico di Omar Sodano, bassista di talento, con una visione musicale personale e un’eccentricità per certi versi sovrapponibile, per altri complementare alla mia, che oggi non è più con noi (è morto in circostanze tragiche e cruente nell’estate del 2014). Con Omar abbiamo sperimentato a lungo, in una sorta di laboratorio privato in cui applicavamo tecniche di post-produzione sonora a improvvisazioni registrate con ospiti provenienti dalle più diverse estrazioni musicali. La ricerca comune rafforzò la nostra amicizia e ci permise di fare errori clamorosi in più campi: la fonica, l’elettronica, la pratica dell’improvvisazione. Finii per spedire a Hans-Joachim Irmler, organista e fondatore dei Faust, storico gruppo sperimentale tedesco, per me musicalmente quasi un padre, un cd-r che sintetizzava e rielaborava buona parte di queste improvvisazioni con una tecnica di collage ora raffinata ora grezza, brutale. Una specie di monstrum trans-temporale e meta-stilistico, che in qualche modo riconosceva nel disco The Faust Tapes un antecedente nobile, se non un’ispirazione diretta. Il dischetto fu apprezzato, ci fu chiesto di partecipare a un album di remix dei Faust e poi debuttammo con un cd a nome nostro sulla loro etichetta. Dal duo sorsero gli El Topo, gruppo dalla vita breve ma di cui vado ancora fiero, con il batterista Francesco Mendolia che oggi vive in Inghilterra e il vibrafonista Andrea Biondi. Facemmo in tempo a pubblicare un solo album per un’etichetta belga e a dare un po’ di concerti, poi successe qualcosa di cui ancora oggi fatico a parlare, posso forse dire senza mancargli di rispetto che Omar perse il suo centro, si smarrì, in modo tale che mi fu impossibile sia proseguire la nostra collaborazione sia, cosa ancora più dolorosa, aiutarlo. Al gruppo fu più facile sciogliersi che andare avanti cercando rimpiazzi. Con Biondi ho avuto il piacere di continuare a collaborare in altre situazioni, negli anni.

Uno degli aspetti che maggiormente mi ha incuriosita del tuo lavoro è la sonorizzazione dei classici del cinema muto, soprattutto perché ribalta l’idea che la musica funga esclusivamente da tappeto, da contorno, da ornamento scollegato dal contesto ponendosi quasi come opera viva a sé, che respira con le immagini ma al tempo stesso se ne discosta quanto basta per giungere altrove.

Ho cominciato a cimentarmi con le sonorizzazioni dal vivo dei classici del cinema muto, prima in ottica rigorosamente elettronica, e più tardi recuperando anche il mio primo strumento, presso il cinema Azzurro Scipioni di Roma; quindi un’altra persona cui sono debitore è il regista Silvano Agosti, uomo fieramente indipendente, che tra il 2001 e il 2005 mi ha permesso di affrontare tutti quei capolavori nelle sue due sale. Quando ho cominciato a sentirmi sufficientemente sicuro di quel che facevo in quell’ambito, ho potuto proporle anche in qualche festival, in Italia e all’estero. È una pratica che mi affascina da sempre: si tratta di verificare dal vivo il rapporto tra suono e immagine, calibrare il mio intervento, cercare di non essere invasivo o eccessivo rispetto al contenuto filmico. Servirlo ma al tempo stesso fare qualcosa che non si riduca a semplice sottofondo o tappezzeria sonora. Idealmente, e con il dovuto rispetto per certe pellicole che davvero sono capolavori autosufficienti e non hanno alcun intrinseco bisogno di musica aggiunta, mia o di nessun altro, cercare di produrre una terza opera, che non sia né il film né la musica, ma l’esperienza sinestesica delle due cose insieme nella singola proiezione. Sul primo film che sonorizzai, Der Golem di Paul Wegener, sono tornato più volte negli anni, cambiando scenari sonori, dalla prima versione completamente elettronica a una del 2010 per chitarra elettrica, fino a quella attuale col mio duo Mu con Federica Vecchio, chitarra acustica e violoncello appena sporcati di un po’ di elettronica.

Quartetto 4ME, Conservatorio Ottorino Respighi, Latina 2019. Da sinistra: Gianni Trovalusci, Paolo Di Cioccio, Federica Michisanti, Adriano Lanzi

Prospettive e futurità: cosa bolle in pentola?

Tra le mie collaborazioni e gruppi attuali devo menzionare K-Mundi, con il dj e sound-artist Økapi e il percussionista filosofo Marco Ariano, con cui faccio improvvisazione elettroacustica con un’anima molto rock, piuttosto energica. Poi c’è il quartetto 4ME con la contrabbassista Federica Michisanti, il flautista Gianni Trovalusci e l’oboista Paolo Di Cioccio, con cui affianchiamo l’improvvisazione alle tecniche compositive legate all’alea, e a volte affidiamo lo svolgersi delle nostre performance all’estrazione a sorte di possibili combinazioni strumentali e di relativi comportamenti, o gesti, sonori. Una pratica oggi storicizzata, ma non mi pare un buon motivo per non ricominciare a praticarla, visto che le conseguenze di questi processi possono essere attualissime. Con Paolo ho anche un duo, Le Grand Lunaire, in cui io suono la chitarra elettrica e lui l’oboe e il theremin, e dovremmo affrontare una sonorizzazione di La Caduta della Casa Usher, di Jean Epstein, da Poe, dopo l’estate. Per i già citati MU con Federica Vecchio è in via di pubblicazione per la romana Folderol il secondo album (il primo lo ha pubblicato la britannica SLAM tre anni fa). Sarà meno improvvisato del precedente e più orientato a una sorta di musica post-classica. L’album vede la partecipazione graditissima di alcuni ospiti, da Lino Capra Vaccina, vibrafonista e compositore minimalista contemporaneo, a Amy Denio, polistrumentista di Seattle, da Økapi stesso che ha prodotto un remix al veterano della scena rockjazz inglese Geoff Leigh, amico e maestro che ci ha regalato una splendida parte di flauto, fino a Giovanna Izzo, cantante napoletana che improvvisò con noi presso l’Ex Asilo Filangieri.

Ma c’è anche un percorso da solista non meno interessante delle succitate collaborazioni artistiche.

C’è poi, in effetti, il mio repertorio solista, per chitarra acustica amplificata e “aumentata” dagli effetti elettronici, che continua a crescere, e in cui accanto a qualche mia composizione mi diverto ad arrangiare e rieseguire – con la tecnica fingerpicking e in un’ottica di folk urbano un po’ futuribile – pezzi che di chitarristico hanno poco o nulla: da Albert Ayler a Vivaldi, da Shostakovic a Thelonious Monk, da Robert Wyatt e i Soft Machine (la Canterbury che non abbandono) a Nino Rota. L’obiettivo a lungo termine, ad ogni modo, per quanto possa sembrare contraddittorio se associato a un certo eclettismo sonoro e a riferimenti che continuano a spaziare dalla musica antica fino all’elettronica, è quello di impiegare il tempo che mi resta a fare del mio meglio per non morire da postmoderno.

Più ti ascolto e più mi sembra evidente da una serie di sintomi che il tuo pensiero musicale possa trovare una collocazione nell’universo potenziale: dalla manipolazione delle forme alla combinatoria, dalla commistione di generi all’implosione di modelli, il tutto dominato da una rigorosa curiosità, da uno spirito ludico di avventura e da un’urgenza di esplorare le declinazioni teoriche del possibile.

Devo riconoscerlo, il fatto che qualcuno abbia avuto l’ardire di associarmi al mondo “potenziale”, un ambito di ricerca che si riferisce più facilmente alla letteratura, magari ad altre arti ma non tanto alla musica, un po’ mi è di conforto in questo senso. Mi viene quasi da dire “finalmente!” C’è un rigore formale anche nel giocare con le forme. Forse l’esattezza su cui insisteva Calvino è meno praticabile in musica che nella prosa, per una serie di fattori contingenti che espongono la resa sonora dal vivo a variabili sconosciute a chi chiude il proprio lavoro nella pagina scritta, per esempio. Tuttavia l’accento su una precisione di fondo, su un intento pulito che vada dal pensiero fino al gesto sonoro, anche nel veicolare l’essenziale di un pezzo pur cambiandogli abito di suono, riportare un tema free rabbioso di Albert Ayler che pure ha un’intrinseca componente spiritual, alla prateria americana, o far esplodere uno Stabat Mater di Vivaldi nello spazio, con accenti psichedelici, che è parte di quello che faccio io pur con una dose di approssimazione più ingombrante di quanto non vorrei, tutto questo forse – forse – offre uno spiraglio, un superamento cosciente del minestrone della postmodernità in cui, per come lo avverto io, tutto è semplicemente compresente, le dominanti stilistiche sembrano di volta in volta dovute a capricci del gusto e i pretesti sono troppo spesso elevati a concetti. Bisognerebbe avere ben chiara la differenza tra potenziale e possibile. È chiaro che è possibile attingere alle forme come vogliamo perché sono tutte a portata di mano, ma non mi sembra sufficiente. Rifarmi alle categorie e ai criteri della letteratura potenziale può offrire alla mia pratica musicale qualche strumento critico in più, come minimo. E qui si apre un discorso vastissimo che è impensabile esaurire in questo spazio.

 

BIOGRAFIA

Nato a Roma nel 1972, Adriano Lanzi è chitarrista, compositore, improvvisatore, performer elettronico, occasionalmente bassista. Ha pubblicato musica, come titolare o sideman, su numerose etichette discografiche italiane e europee, esordendo in duo con Omar Sodano per la tedesca Klangbad, diretta da Hans-Joachim Irmler deiFaust, storica formazione del rock europeo più avventuroso e sperimentale. Ha collaborato a lungo (1996-2003) in studio e dal vivo, con il gruppo afro-jazz del griot senegalese Siriman "Pape" Kanoutè, forse il primo e il più rigoroso divulgatore della kora e della cultura mandinga in Italia, partecipando con lui a dirette radiofoniche nazionali (Stereonotte, La Stanza della Musica) e alla realizzazione di musiche per il teatro (tra le altre Fedra da Ghiannis Ritsos, per la regia di Giuseppe Marini). E’ attualmente attivo nel duo MU con la violoncellista Federica Vecchio (www.facebook.com/muguitarandcelloduo), pubblicato su SLAM (U.K.) nel quartetto FORME (con Gianni Trovalusci ai flauti, Paolo Di Cioccio all’oboe e Federica Michisanti al contrabbasso, dedicato alle procedure compositive e di improvvisazione legate all’alea), e con il trio elettroacustico K-Mundi  (con il dj e sound artist Økapi e il batterista Marco Ariano – www.facebook.com/kmundigroup).  Collabora occasionalmente con il veterano dell’improvvisazione radicale e del rock in opposition Geoff Leigh (ex Henry Cow), con il cantautore e folk/punk rocker Stefano Giaccone (ex Franti/Kina), con la polistrumentista statunitense Amy Denio e altri musicisti della scena italiana e internazionale. Da sempre si dedica alla sonorizzazione dal vivo, in chiave elettronica o chitarristica, dei classici del cinema silenzioso, che ha presentato per anni in forma di laboratorio presso il Cinema Azzurro Scipioni di Roma e che ha portato più volte in festival italiani e europei (Montepulciano,  Schiphorst Avantgarde Festival Amburgo, Londra, tra gli altri) e recentemente alla produzione di colonne sonore per documentari.

Si esibisce spesso anche in un solo per chitarra fingerpicking, presentato a Battiti (RadioTre) dove riconduce al suo strumento pezzi non chitarristici. Il Fac Ut Ardeat dallo Stabat Mater di Vivaldi, Ghosts di Albert Ayler,  We Travel the Spaceways di Sun Ra, Pannonica di Monk, il Valzer n°2 dalla Jazz Suite di Shostakovic, tanghi di Ernesto Nazareth, pagine prog (Sea Song di Robert Wyatt), brandelli di swing (Miller, Ellington) memoria cinematografica popolare (Nino Rota), acquisiscono una veste folk urbana e futuribile.

Adriano Lanzi

DISCOGRAFIA

Lanzi & Sodano "La Vita Perfetta" (Klangbad 28) – 2004

El Topo "Pigiama Psicoattivo" (Off CD06) - 2008

Adriano Lanzi "Tana Libera Tutti" (Cd-r Ned 012) - 2011

Adriano Lanzi "You are never alone with the Lemurian Broadcasting Company" (ODG014) - 2012 

Le Borg "Flying Machines" (HKPL4303) - 2014

MU "of strings and bridges" (Slam 577) - 2016

K-Mundi "the little disaster inside us" (Off OCD032) - 2016

Le Borg IV (Valle Giovanni Edizioni BLV2696580) - 2016 

Partecipazioni selezionate:

  • V.A.: Faust – Freispiel (Remixes from “Ravvivando) (Klangbad FRR 1992) – 2001

  • V.A. : Klangbad - First Steps (Jkangbad 19) – 2002 
  • Pape Siriman Kanoutè: Keulo (Helikonia/ LUDOS LDL 14221) – 2002 (Adriano Lanzi, session player – acoustic guitar)
  • V.A. – Klangbad – Next Step (Klangbad 26) – 2004