Plinio il Vecchio attribuisce l’invenzione del profumo a maestranze persiane, i Medi, popoli di maghi e scienziati che gli conferivano valore metafisico e religioso.
Alcune notizie sempre forniteci da Plinio ci dicono che l’unguento reale usato dai notabili persiani era formato da 27 ingredienti mescolati a vino e miele. Anche i Greci importarono le conoscenze dal mondo orientale, sia tramite i commerci che attraverso i rapporti di vicinato con le colonie e ce ne danno testimonianza attraverso le pitture vascolari o attraverso la produzione di specifici contenitori porta profumo come gli aryballoi o gli alabastra in ceramica o alabastro.

https://commons.m.wikimedia.org/wiki/File:Manifattura_fenicia_o_rodia,_unguentari_in_paste_vitree,_450-250_ac._ca._09.JPG

Tra i profumi di moda nel mondo greco l’olio di rose citato da Omero e il profumo preferito del poeta Menandro, il telino, composto da olio fresco, cipero, calamo aromatico, meliloto, fieno greco, miele, origano e maggiorana. Il consumo diffuso di essenze, oltre che ad un incremento di importazioni di spezie dai paesi orientali, sviluppò produzioni artigianali di profumi in molti centri e non da ultimo anche alcune adulterazioni.

Secondo tradizione, sembra che l’introduzione del profumo in Italia si debba agli Etruschi. In realtà i centri di importazione dall’oriente dovettero essere diversi tenendo conto anche del ruolo che dovettero avere le colonie di Magna Grecia per quanto riguarda le importazioni di merci esotiche.

A diffonderne l’uso nell’Impero fu soprattutto il vetro con cui erano fatti i contenitori e la produzione industriale di balsamari e unguentari contribuì ad abbassare i costi di produzione.

https://commons.m.wikimedia.org/wiki/File:Tocador_de_una_matrona_romana_Juan_Gim%C3%A9nez_Mart%C3%ADn.jpg#mw-jump-to-license

Aspetto che vale ancora oggi: più era preziosa la sostanza contenuta e particolare la forma del contenitore, più alti erano i costi di produzione. Quello che non si sa è che anche Pompei era famosa nell’arte profumiera. Così come ci svelano diverse testimonianze archeologiche, fu particolarmente intensa l’attività commerciale legata a profumi ed unguentari esportati fino a paesi lontani.

Già negli scavi del 1750 furono trovate numerose testimonianze sull’uso e la fabbricazione di profumi nella città vesuviana, tanto che queste attività vennero impresse su alcuni cicli pittorici come nella casa dei Vettii.https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Casa_Vettii_-_amorini.jpg

Nell’affresco parietale sono raffigurati degli amorini profumieri mentre svolgono all’interno di un’officina specializzata attività come la preparazione dei profumi, la macerazione delle essenze e la vendita del prodotto finale al pubblico. Tra gli strumenti utilizzati si notano un torchio per la preparazione degli oli e dei vasi per macerare; al centro vi è un banco con il ricettario per miscelare le essenze, la bilancia per le dosi e un armadietto con piccoli contenitori che si possono ritrovare in frammenti negli scavi delle città vesuviane. Nella scena è presente anche una fanciulla seduta che odora l’essenza sul dorso della propria mano secondo un’usanza suggerita anche da Plinio in cui si saggia il prodotto sul dorso per evitare che il calore del palmo ne alteri l’odore.

L’uso del vetro però sembra essere riservato solo esclusivamente al momento della vendita, perché, pur essendo impermeabili all’aria vi era il rischio che le sostanze si destabilizzassero con la luce. Per evitare il deterioramento i contenitori di vetro venivano conservati all’interno di ulteriori contenitori di metallo e ciò sembrerebbe confermato dalla presenza di malachite e azzurrite, sostanze dovute all’alterazione del bronzo, sulla parete esterna di un unguentario pompeiano. Per maggiori studi su forme e contenuti gli archeologi tendono a non svuotare più i contenitori ritrovati, permettendo così di scoprire altre curiosità su un’attività ancora poco conosciuta come l’arte del profumo.

A Pompei sono stati esaminati circa 1200 balsamari e unguentari in vetro, di cui solo 150 conservano residui, mentre da Oplontis provengono 16 unguentari. La differenza tra questi due centri è che i ritrovamenti di Oplontis provengono dalla Villa Imperiale e le sostanze contenute nelle boccette sono preziose; sono state ritrovate sostanze come l’olio essenziale di Postemon cablin, cioè il patchouli, importato dall’India e il limone, all’epoca ritenuto un frutto esotico.

https://commons.m.wikimedia.org/wiki/File:Woman_wreath_CdM_De_Ridder_508_n1.jpg#mw-jump-to-license

Ma quale era il profumo in voga al tempo dei Romani? Secondo Plinio il profumo più apprezzato era composto da olio di mirto, calamo aromatico, cipresso, henna, lentisco e scorza di melograno. L’essenza più costosa invece era quella di cinnamomo contenente solo spezie esotiche costosissime, come l’olio di balano, lo xilobalsamo, il calamo aromatico, i semi di giunco profumato, la mirra e il miele profumato.

Non tutti però potevano permettersi profumi costosi e ricercati, quindi, cosa si faceva? Si creavano adulterazioni e falsi! Un uso che ancora oggi si trova con i falsi d’autore, ovvero profumi contraffatti da marchi noti. Anche a Roma vi era questo uso diffuso soprattutto con i balsami orientali. Alcuni profumieri invece di mettere le essenze più preziose a macerare, le spruzzavano solo, risparmiando così sui costi.

Write A Comment

Pin It