Essenze e profumi dal mondo antico

Plinio il Vecchio attribuisce l’invenzione del profumo a maestranze persiane, i Medi, popoli di maghi e scienziati che gli conferivano valore metafisico e religioso.
Alcune notizie sempre forniteci da Plinio ci dicono che l’unguento reale usato dai notabili persiani era formato da 27 ingredienti mescolati a vino e miele. Anche i Greci importarono le conoscenze dal mondo orientale, sia tramite i commerci che attraverso i rapporti di vicinato con le colonie e ce ne danno testimonianza attraverso le pitture vascolari o attraverso la produzione di specifici contenitori porta profumo come gli aryballoi o gli alabastra in ceramica o alabastro.

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Tra i profumi di moda nel mondo greco l’olio di rose citato da Omero e il profumo preferito del poeta Menandro, il telino, composto da olio fresco, cipero, calamo aromatico, meliloto, fieno greco, miele, origano e maggiorana. Il consumo diffuso di essenze, oltre che ad un incremento di importazioni di spezie dai paesi orientali, sviluppò produzioni artigianali di profumi in molti centri e non da ultimo anche alcune adulterazioni.

Secondo tradizione, sembra che l’introduzione del profumo in Italia si debba agli Etruschi. In realtà i centri di importazione dall’oriente dovettero essere diversi tenendo conto anche del ruolo che dovettero avere le colonie di Magna Grecia per quanto riguarda le importazioni di merci esotiche.

A diffonderne l’uso nell’Impero fu soprattutto il vetro con cui erano fatti i contenitori e la produzione industriale di balsamari e unguentari contribuì ad abbassare i costi di produzione.

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Aspetto che vale ancora oggi: più era preziosa la sostanza contenuta e particolare la forma del contenitore, più alti erano i costi di produzione. Quello che non si sa è che anche Pompei era famosa nell’arte profumiera. Così come ci svelano diverse testimonianze archeologiche, fu particolarmente intensa l’attività commerciale legata a profumi ed unguentari esportati fino a paesi lontani.

Già negli scavi del 1750 furono trovate numerose testimonianze sull’uso e la fabbricazione di profumi nella città vesuviana, tanto che queste attività vennero impresse su alcuni cicli pittorici come nella casa dei Vettii.https://it.m.wikipedia.org/wiki/File:Casa_Vettii_-_amorini.jpg

Nell’affresco parietale sono raffigurati degli amorini profumieri mentre svolgono all’interno di un’officina specializzata attività come la preparazione dei profumi, la macerazione delle essenze e la vendita del prodotto finale al pubblico. Tra gli strumenti utilizzati si notano un torchio per la preparazione degli oli e dei vasi per macerare; al centro vi è un banco con il ricettario per miscelare le essenze, la bilancia per le dosi e un armadietto con piccoli contenitori che si possono ritrovare in frammenti negli scavi delle città vesuviane. Nella scena è presente anche una fanciulla seduta che odora l’essenza sul dorso della propria mano secondo un’usanza suggerita anche da Plinio in cui si saggia il prodotto sul dorso per evitare che il calore del palmo ne alteri l’odore.

L’uso del vetro però sembra essere riservato solo esclusivamente al momento della vendita, perché, pur essendo impermeabili all’aria vi era il rischio che le sostanze si destabilizzassero con la luce. Per evitare il deterioramento i contenitori di vetro venivano conservati all’interno di ulteriori contenitori di metallo e ciò sembrerebbe confermato dalla presenza di malachite e azzurrite, sostanze dovute all’alterazione del bronzo, sulla parete esterna di un unguentario pompeiano. Per maggiori studi su forme e contenuti gli archeologi tendono a non svuotare più i contenitori ritrovati, permettendo così di scoprire altre curiosità su un’attività ancora poco conosciuta come l’arte del profumo.

A Pompei sono stati esaminati circa 1200 balsamari e unguentari in vetro, di cui solo 150 conservano residui, mentre da Oplontis provengono 16 unguentari. La differenza tra questi due centri è che i ritrovamenti di Oplontis provengono dalla Villa Imperiale e le sostanze contenute nelle boccette sono preziose; sono state ritrovate sostanze come l’olio essenziale di Postemon cablin, cioè il patchouli, importato dall’India e il limone, all’epoca ritenuto un frutto esotico.

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Ma quale era il profumo in voga al tempo dei Romani? Secondo Plinio il profumo più apprezzato era composto da olio di mirto, calamo aromatico, cipresso, henna, lentisco e scorza di melograno. L’essenza più costosa invece era quella di cinnamomo contenente solo spezie esotiche costosissime, come l’olio di balano, lo xilobalsamo, il calamo aromatico, i semi di giunco profumato, la mirra e il miele profumato.

Non tutti però potevano permettersi profumi costosi e ricercati, quindi, cosa si faceva? Si creavano adulterazioni e falsi! Un uso che ancora oggi si trova con i falsi d’autore, ovvero profumi contraffatti da marchi noti. Anche a Roma vi era questo uso diffuso soprattutto con i balsami orientali. Alcuni profumieri invece di mettere le essenze più preziose a macerare, le spruzzavano solo, risparmiando così sui costi.


Viaggiatori europei in Oriente tra Settecento e Ottocento. Meta: Hierapolis

Nell'Autunno del 1749 quattro giovani gentiluomini si incontrano a Roma per pianificare e preparare un lungo viaggio che li condurrà attraverso i luoghi più impervi dell'Impero Ottomano, fino al deserto siriano e alle montagne del Libano; un pericoloso itinerario che esigerà la vita del più giovane tra loro ma che garantirà, a lui e ai suoi compagni, un posto non piccolo nella storia di quel giardino di simboli che è il viaggio.

La curiosità per quell'avventura illuminista mi spinse, ormai tanti anni fa, ad avviare un'indagine approfondita delle relazioni dei viaggiatori sette-ottocenteschi in Oriente -in Asia Minore, in particolare- convinto della loro specifica utilità nello studio dell'architettura antica con il confronto con il dato archeologico e architettonico.

È un argomento, quello dei viaggi, di grande interesse ed attualità, non solo per gli specialisti ma anche per chi si appassiona alle avventure, al fascino di un mondo ormai perduto per sempre e, perché no, alla possibilità di avere una visione molto particolare e comunque affascinante delle antichità.

Ricollegandomi al precedente articolo pubblicato su questo sito sulle meraviglie di Hierapolis di Frigia, voglio riprendere alcune delle testimonianze più interessanti di quei primi viaggiatori -comprese tra la metà del Settecento e la metà dell’Ottocento- per esplorare con i loro occhi la città microasiatica. Oggi, dopo gli scavi della Missione italiana fondata nel 1957, l’immagine della città è profondamente cambiata e molti dei monumenti descritti da quei pionieri sono stati scavati, restaurati e valorizzati in modo esemplare, tanto da far guadagnare al sito di Hierapolis-Pamukkale l’iscrizione al Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Resta intatto il fascino di quei luoghi e, pur nella difficoltà di chi non li conosce direttamente di visualizzarli all’attualità, immergersi nelle descrizioni dei viaggiatori rappresenta un viaggio affascinante nel tempo e nello spazio.

Hierapolis Frigia Turchia
Hierapolis di Frigia. Foto: Paolo Mighetto

Possiamo immaginare che i quattro giovani gentiluomini partiti da Roma alla scoperta di Ba’albek e Palmira attraverso l’Impero Ottomano, Robert Wood, James Dawkins, John Bouverie e Giovanni Battista Borra, durante la preparazione del complesso itinerario del loro viaggio (1750-51), abbiano letto con crescente curiosità i passi di Strabone, Plinio, Cassio Dione relativi a Hierapolis, alle sue sorgenti calde e al Plutonio, confrontandoli, senza dubbio, con le descrizioni di altri viaggiatori come Jacob Spon e George Wheler (Lyon, 1678), di Thomas Smith (Trajecti ad Rhenum [Utrecht], 1694) e, soprattutto, di Richard Pococke (London, 1743-45). I gentiluomini inglesi e l'architetto italiano decisero di attraversare la vallata del Meandro, partendo da Smirne, con l'evidente obiettivo di raggiungere i siti di Laodicea e di Hierapolis. Da Palat (ora Balat), il sito dell'antica Mileto, seguirono il corso del fiume visitando Priene (Samsun, 10-12 Settembre 1750), Magnesia al Meandro (Iné, 13 Settembre), Tralles (Guzel Hissar, 15-22 Settembre) - dove, a causa di un colpo di sole mal curato, morirà il più giovane di loro, John Bouverie - e Nyssa (Sultan Hissar, 22-23 Settembre); il 26 Settembre giunsero a Laodicea (Eski Hissar) e due giorni dopo visitarono Hierapolis (Pambouk Kalessi), per poi tornare verso la costa, a Bodrum (10 Ottobre). Dopo aver passato la notte del 28 nella casa di campagna dell'Aga di Denizli, Wood e compagni si spostarono a Pamukkale.

[...] which affords the grandest scene of antiquities I ever beheld a most magnificent Pile of Buildings, grand arch'd Rooms & prodigious Walls [...] (Robert Wood).

Videro il teatro, un edificio di ordine ionico e le colonne doriche della via di Frontino che, dalla grande porta a tre fornici, si estendeva a fianco della vasta agora commerciale, coprendo un'area di circa tre ettari, tra la plateia major e le pendici delle montagne a Est; oltre a questi resti segnalarono la necropoli, le mura cittadine, dove trovarono un'iscrizione recante il nome di Hierapolis, e, infine, un laghetto contenente tre pilastri dorici, già descritto da Pococke. Il laghetto fu anche notato da un altro viaggiatore inglese, Richard Chandler, che giunse a Pambouk il 30 Aprile 1765 e visitò i resti di Hierapolis il giorno successivo; la pozza di acqua limpida, che sgorga nei pressi del tempio di Apollo, costituiva, già allora, un elemento di svago e refrigerio per le signore del luogo e il viaggiatore inglese ne approfitta per offrire una suggestiva scena di colore locale.

I resti del colonnato della Plateia Maior in una veduta di Richard Chandler. In alto a destra emerge una tomba della necropoli settentrionale.

The pool before the theatre has been a bath, and marble fragments are visible at the bottom of the water, which is perfectly transparent, and of a briny taste. The women of the Aga, after bathing in it, came to the theatre, where we were employed, to see us, with their faces muffled . They were succeeded by the Aga, with several attendants. He discoursed with our Janizary, fitting cross-legged on the ruins, smoking and drinking coffee; and expressed his regret, that no water fit to drink could be discovered there; wishing, if we possessed the knowlege [sic] of any from our books, we would communicate it to him; saying, it would be a benefit, for which all future travellers should experience his gratitude. (Chandler, 1775, pp. 234-235).

Durante la sua visita all'antica città l'inglese analizzò il teatro, copiandovi alcune iscrizioni, e soprattutto si dedicò all'illustrazione delle sorgenti calde e alla ricerca del Plutonio. Descrivendo in termini generali le rovine egli, erroneamente, identifica i resti del teatro ellenistico, posto al di fuori delle mura e a Nord della città, con quelli di uno stadio e individua, con maggior perspicacia, i resti di quello che fu un castello selgiuchide del XI-XIII sec. (a Ovest delle terme) e che indica come modern fortress per sottolineare al sua minore antichità rispetto agli altri resti cittadini. Nella tavola che accompagna il testo la “fortezza” si staglia sulle vasche che caratterizzano ancora oggi, con il candido manto di calcare depositato dallo scorrere delle acque termali, la collina di Pamukkale.

L’incisione di Richard Chandler risente di un gusto per il sublime nella rappresentazione delle vasche calcaree della collina di Pamukkale. Sulla sommità, I resti del Castello Selgiuchide.

We ascended in the morning to the ruins, which are on a flat, passing by sepulchres with inscriptions, and entering the city from the east. We had soon the theatre on our right hand, and the pool between us and the cliff [è il dirupo delle concrezioni calcaree. I viaggiatori si trovano nel settore Sudorientale della città]. Opposite to it, near the margin of the cliff, is the remain of an amazing structure, once perhaps baths, or, as we conjectured, a gymnasium; the huge vaults of the roof striking horror as we rode underneath. [Si tratta del vasto complesso termale edificato, nella zona Sudoccidentale dell'abitato, all'inizio del II secolo d.C..] Beyond it is the mean ruin of a modern fortress; and farther on, are massive walls of edifices, several of them leaning from their perpendicular, the stones distorted, and seeming every moment ready to fall, the effects and evidences of violent and repeated earthquakes. In a recess of the mountain on the right hand is the area of a stadium. (Chandler, 1775, p. 233).

Il nuovo secolo vide un gran numero di viaggiatori intenti ad esplorare le rovine di Hierapolis e a dare avvio a quella investigazione che culminerà con le ricerche approfondite degli Altertümer von Hierapolis (in "Jahrb. Deutsch. Arch. Instituts", Ergänz, 4, 1898) di C. Humann, C. Cichorius, W. Judeich, F. Winter, già un vero e proprio strumento per le indagini archeologiche contemporanee.

William Martin Leake e Charles Robert Cockerell visitarono la città nei primi anni del secolo e il secondo, che vi giunse nel marzo 1812, cercò di localizzare il Plutonio nei pressi del teatro ma senza risultati positivi. L’antro di Plutone sarà riscoperto solo a partire dal 2008, dagli scavi di Francesco D’Andria e costituisce oggi, nella sua straordinaria monumentalizzazione, una delle tappe imprescindibili della visita del sito.

Molto interessante è il resoconto della visita compiuta da Léon de Laborde; il francese giunse in città il 22 Ottobre 1826, provenendo da Est (da Çivril e Belevi) anziché da Denizli come quasi tutti gli altri viaggiatori, e vi restò appena quattro giorni, fino al 25 dello stesso mese, in compagnia dell’anziano genitore Alexandre. Purtroppo la pubblicazione tarda delle sue esperienze (dopo il 1861) non ha giovato alla loro diffusione presso gli altri viaggiatori e inoltre, per lo stesso motivo, non si possono discernere con certezza i dati osservati direttamente da quelli aggiunti in seguito e tratti da altri testi. Quel che è certo è che la sua rappresentazione del teatro costituisce un documento fondamentale per la conoscenza delle condizioni del monumento prima degli scavi italiani.

Hierapolis
Il teatro di Hierapolis nella veduta di Léon de Laborde, pubblicata dopo il 1861.

Laborde compì anche degli esperimenti per verificare la veridicità delle leggende in merito alla velenosità del Plutonio - che sembra identificare con la sorgente delle acque calcaree, nei pressi del tempio di Apollo - e, postosi alla sommità del teatro, realizzò la bella veduta di cui si parlava e la cui descrizione offre un parziale panorama dei resti cittadini quali si presentavano nel 1826.

In primo piano, a sinistra, si staglia il grande portico [intende, forse, i resti della plateia maior -la via principale della città antica- che giacciono nelle vicinanze della grande chiesa a pilastri paleocristiana]; più avanti, di fronte, in mezzo ai bagni e ai fabbricati che formavano la palestra, scorre il ruscello che monda tutta questa porzione di città, non per l'acqua ma per i suoi depositi calcarei, sorta di marciapiede abbagliante o di lastricato monolitico, il cui eclatante candore supera in bellezza i marmi del le cave di Paros e del Pentelico. In mezzo a questa neve solidificata, una sorgente calda lascia sfuggire il vapore delle sue acque, e qualche pianta acquatica cresce sui suoi bordi, così come d'inverno, dalle nostre parti, una sorgente si staglia in mezzo alle nevi. Le rovine dei monumenti contrastano allo stesso modo con il suolo. Sebbene costruiti in pietra calcarea di un bel bianco, spiccano dallo sfondo. A qualche centinaia di metri al di sotto di questa vasta terrazza e separata da essa da una linea marcata, dai contorni decisi, si profila la piana del Lycus, infiorata di città e villaggi, di campi coltivati e di aree boscose, pianura di grande estensione, circondata da montagne dalle cime innevate [...]. Mai una vista più dolce e più gradevole è stata offerta da una balconata più strana, mai una posizione ha riunito insieme tanto fascino e tanto contrasto. (Laborde, 1838, p. 81).

Dalla cavea del teatro di Hierapolis Léon de Laborde fa spaziare la vista verso le Terme sud-occidentali, a sinistra, e sulla piana del fiume Lykos.

Pochi anni dopo Laborde, durante il suo primo viaggio nell’Impero Ottomano, compiuto nel 1834, giunse a Hierapolis Charles Texier che, oltre a bellissime vedute del teatro e di altri resti, pubblicò i primi rilievi dei monumenti cittadini. Il viaggiatore francese riserva una lunga descrizione alle sorgenti minerali e ai loro depositi calcarei, senza tralasciare di puntare la massima attenzione nei confronti delle antiche architetture, in particolare delle terme, del teatro e dell'agora.

Un’incisione di Charles Texier con la veduta del teatro dai quartieri meridionali della città antica.

Lo stesso testo, corretto e arricchito dagli studi di altri viaggiatori, venne pubblicato nel 1862, nell'edizione più maneggevole della collana "l'Universe pittoresque" di Firmin Didot. Un'altra notevole descrizione delle rovine di Hierapolis e delle sue eminenze naturali è quella pubblicata da William Hamilton, che visitò il sito il 10 Ottobre 1836; dal testo si può dedurre il percorso che egli compì attraverso i monumenti, ma prima possiamo seguirlo nella salita attraverso il dirupo delle concrezioni calcaree.

Ascending the cliff by a rocky path to the east, we passed a curious bridge formed by the calcareous stream, and extending over the ravine below by the continual advance of the deposit, while the stream flowing at the bottom has kept its bed clear, and reduced the deposit into the form of an arch [...]. (Hamilton, 1842, I, p. 518).

Hierapolis
Le formazioni calcaree di Hierapolis (de Laborde 1838, pl. LXX)

La sua visita ebbe inizio con le grandi terme - da lui definite ginnasio - per poi proseguire al teatro, senza tralasciare la pozza d'acqua contenente tracce di un colonnato di belle colonne scanalate, così perfetto da sembrare appena crollato (pag. 519); superò le mura e si interessò della necropoli che riveste le pendici della collina orientale; rientrato in città si diresse verso l'ampliamento domizianeo, illustrando la porta e la via di Frontino, ornata di un magnifico colonnato Dorico lungo 200 passi, con le basi delle colonne ancora in situ (pag. 521); la vasta necropoli Nord e, al ritorno, quella meridionale conclusero una visita breve ma completa e dettagliata.

Possiamo concludere questa breve rassegna delle fonti della riscoperta moderna di Hierapolis, limitata al periodo compreso tra la metà del Settecento e la metà del secolo successivo, con le testimonianze del francese Baptistin Poujoulat, fratello cadetto del collaboratore di Michaud (autore delle Correspondance d'Orient), e dell’inglese Charles Fellows, che visitò il sito una prima volta l'8 Maggio 1838 e vi fece ritorno il 23 Maggio 1840. Il primo testimoniò la propria visita in una lettera scritta al fratello da Denizli (Dégnislèh) e datata Gennaio 1837; anch'egli cercò senza successo l'antro del Plutonio, sulla scorta delle parole di Strabone, e percorse quasi tutta la città, individuando, non senza qualche errore, i diversi monumenti e lasciandosi andare a lugubri suggestioni nel percorrere le necropoli.

Quand on promène ses pas à travers ces avenues de sépulcres où règne un morne et lugubre silence, et qu'on arrète ses regards sur le squelette d'Hiérapolis effrayant de nudité, l'imagination est comme frappée d'une sorte de vertige; on croirait à l'anéantissement de tout ce qui respire, à la fin de toutes choses; on dirait que la grande famille humaine est descendue tout entière dans le cercueil, et que déjà les tombeaux s'ouvrent pour rendre les morts à leur dernier juge! (Poujoulat, 1840, I, pp. 63-64).

Charles Fellows è invece molto meno propenso al dramma delle rovine e della caducità della vita e si accontenta di fornire un breve quadro generale delle cose viste, soffermandosi in particolare sulle terme - secondo lui i resti di palazzi (Fellows, 1839: pag. 284) - e sul teatro, senza tralasciare, come al solito, una lunga disquisizione sulle concrezioni calcaree. Durante la sua seconda visita si limitò a confermare le precedenti impressioni e a copiare due iscrizioni.

Hierapolis
Hierapolis. Foto: Paolo Mighetto

Le descrizioni dei viaggiatori -e queste sono rapide e sintetiche pennellate- ci raccontano una parte della storia dell’antico. L'analisi dello stato di fatto e lo studio delle fonti antiche, possono costituire due momenti estremi della ricerca, i due limiti a cui si può tendere per individuare il presente e il passato remoto dell'oggetto posto in analisi; tra il periodo in cui l'oggetto era "in funzione" e il momento attuale vi è, però, una fase di progressiva decadenza fisica, o meglio di trasformazione, la cui analisi può offrire numerose altre tessere di quel mosaico che rappresenta la ricerca storica. Questa "storia” della progressiva trasformazione del manufatto antico può essere ricostruita, sovente, proprio grazie alle testimonianze di tutta quella varia umanità che, con le motivazioni più diverse, si trovò a viaggiare e a raccontare le proprie esperienze. Dalle attestazioni dei diari di viaggio, dal loro confronto critico, dalla loro a volte difficile interpretazione possiamo, quindi, raccogliere ulteriori elementi per la definizione della conoscenza, tenendo conto peraltro che, spesso, proprio le parole dei viaggiatori rappresentano l'ultima prova dell'esistenza di un monumento antico.

da: Paolo Mighetto, Viaggiatori in Oriente 1749-1857. Studio dell'architettura antica dell'Asia Minore attraverso le relazioni dei viaggiatori europei nell'Impero Ottomano, tesi di Laurea, Politecnico di Torino, Facoltà di Architettura, a.a. 1993/94, pp. 306-309; 325 sg. I brani citati in italiano sono stati tradotti dall'autore.


Roma: convegno “Creature ibride dall’oriente alla penisola italiana: appropriazioni e (ri)creazioni”

Il convegno internazionale “Creature ibride dall’oriente alla penisola italiana: appropriazioni e (ri)creazioni”, incontro di studi promosso dall’Università di Friburgo, si terrà il 3 e il 4 aprile all’Istituto Svizzero di Roma, in via Ludovisi 48.

Oltre a rappresentare gli animali esistenti e a evolvere al loro fianco, diverse civiltà hanno immaginato creature
ibride, comunemente dette Mischwesen. Gli artisti hanno dimostrato una grande creatività, che sfocia nella creazione di un abbondante bestiario, presente su molti supporti quali i vasi attici, i gioielli etruschi, e le gemme del periodo romano.

Queste figure ibride non sono sistematicamente legate alla mitologia, anche se nell’antica Grecia il riferimento mitologico è maggiormente presente in confronto alla penisola italiana dove tali figure conquistano una propria autonomia.

Le suddette differenze ci invitano a riflettere tanto sul fenomeno dell’ibridazione quanto su questa apparente indipendenza dalle fonti letterarie delle creature ibride della penisola italiana, dall’epoca etrusca a quella
imperiale. Attraverso l’esame di testi, ma soprattutto di immagini ricche e variegate, proponiamo un viaggio nella terra di queste creature mostruose eppure così formalmente attraenti.

Di seguito il programma.

Mercoledì 3 aprile 2019

10 : 00 Benvenuto

10 : 15 Véronique Dasen (Università Friburgo)

Chnoubis, un hybride à toutes épreuves : petits maux, grands dieux

11 : 00 Cecilia d’Ercole (École des Hautes Études en Sciences Sociales, Parigi)

I Viaggi dei Grifi, tra Oriente e Occidente ( IVe - IIIe )

11 : 45 Valentino Nizzo (Museo Villa Giulia)

Di Potnia in Potnia. Ricezione e reinterpretazione di un modello archetipale nell’Italia centro-meridionale protostorica

12 : 30 Pranzo

14 : 00 Igor Baglioni (Museo delle Religioni « Raffaele Pettazzoni », Velletri)

Tra le spire della donna serpente. Echidna nella Teogonia esiodea

14 : 45 Esau Dozio (Antikenmuseum Basilea)

Un’anfora del Pittore di Berlino : creature ibride tra Grecia ed Etruria

15 : 30 Pausa

16 : 00 Flavia Morandini (Università Ca’ Foscari, Venezia)

Bestie divoratrici: sfingi e teste mozzate

16 : 45 Anna Angelini (Università Losanna)

Mostri marini nelle tradizioni greco-romane: tra informità e polimorfismo

18 : 00 Visita Villa Giulia

19 : 30 Fine della visita

Giovedì 4 aprile 2019

 

10 : 00 Benvenuto

10 : 15 Maria Cristina Biella (Università Roma, La Sapienza)

Al di qua e al di là degli Appennini. Appunti sullo sviluppo del bestiario orientalizzante nella Penisola Italiana

11 :00 Lorenzo Fabbri (Università Milano)

Il serpente che non è in grado di cambiare pelle muore: l’emblematico caso di Lamia

11 : 45 Enrico Giovanelli Leoni (Università Milano)

Chimere e sfingi nelle arti minori in età Orientalizzante: spunti per l’individuazione dei modelli iconografici

12 : 30 Pranzo

14 : 00 Arnaud Zucker (Université Côte d’Azur)

Les hybrides sont-ils des animaux comme les autres ? Montage et démontage d’un « prototype »

14 : 45 Doralice Fabiano (Università Ginevra)

Gli dei del fiume nell’antica Grecia tra « ibridismo » e « natura »

15 : 30 Pausa

16 : 00 Fabio Spadini (Università Friburgo)

Un ibrido al soldo della vendetta, il Capricorno

16 : 45 Daniela Ventrelli (Università Friburgo)

Creature ibride e mostruose nella ceramica figurata. Rubi antiqua / apula e lucana, « fascination » per i collezionisti del XIX secolo

17 : 30 Sandra Jaeggi (Università Friburgo)

Représenter des hybrides à mamelles : génération ou régénération ?

 

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