Due anni di pianificazione, sei mesi di attività di restauro esterno e successivi lavori di restauro interno stanno restituendo al pubblico l’antico splendore di Casa Batlló, uno dei principali esempi dell’operato di Antoni Gaudí (1852-1926), celeberrimo architetto spagnolo ideatore della rinomata Sagrada Família, simbolo di Barcellona. La città, infatti, non sarebbe stata la stessa senza l’esistenza di questa peculiare figura che ne ha plasmato abilmente la fisionomia, attraverso edifici colorati e dalle forme inusuali, sette dei quali inseriti tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

Vissuto a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento, Gaudí fu esponente primario del Modernismo catalano, del quale esprimeva il punto di vista ideologico e tematico arricchito da forme naturali che lo indussero a rigettare le rigide e consone linee rette, a favore invece di curve quali iperboloidi ed elicoidi. Si è così contraddistinto per lo stile estremamente fantasioso, eclettico ed originale, anticipando le successive soluzioni espressioniste e surrealiste.

Il tetto di Casa Batlló. Foto di Sara Terrones – Viajar lo cura todo, CC BY-SA 4.0

Una genialità che emerse subito durante i suoi giovani studi architettonici, intrapresi a diciassette anni proprio a Barcellona e che lo vedranno poi divenire anche scultore, decoratore e progettista d’interni. Una vita ardua la sua, caratterizzata da numerosi lutti familiari e da una salute precaria dovuta a forti reumatismi che ne esasperarono l’indole schiva e solitaria che lo caratterizzò fino all’assurda morte, per mano di un tram cittadino che lo investì e lasciò agonizzante nella generale indifferenza pubblica, poiché non riconosciuto a causa del suo aspetto trasandato.

Casa Batlló Antoni Gaudí i Cornet Barcellona
Facciata di Casa Batlló a Barcellona. Foto di Amadalvarez, CC BY-SA 3.0

Numerosi i segni lasciatici dalla sua prolificità: Parc Güell (1900-1914), la Pedrera (1906-1912), la sopracitata Sagrada Família (iniziata nel 1882 e non ancora terminata) e l’oggetto principale di questo articolo, Casa Batlló. I materiali da lui prediletti e plasmati furono la pietra, il ferro ed il laterizio, unitamente a legni, stucchi, vetrate e ceramiche. Elementi qui finalmente ravvivati e nuovamente visibili dopo esser stati celati per mezzo anno dai ponteggi, per un’operazione di restauro atta a ridare al luogo la forza cromatica che lo caratterizzava originariamente, nel lontano 1906.

In realtà l’edificio risaliva al 1875, progettato da Emilio Sala Cortés, insegnante di Gaudí; fu riplasmato dal suo allievo per volere del ricco Josep Batlló i Casanovas, proprietario di un’industria tessile che ambiva a rinnovare l’estetica della casa adattandola al quartiere borghese in cui si inseriva, ricolmo di abitazioni dall’aspetto particolare. Ne seguì uno stravolgimento del sito: la totale modifica della facciata in pietra arenaria, la ridistribuzione delle sezioni interne, l’aggiunta di due piani (che ne ha modificato l’altezza dai 21 ai 32 metri, per 14,5 metri di larghezza) e l’ampliamento del cortile, donandogli l’aspetto unico che oggi ammiriamo. Otto piani in totale: un seminterrato, un primo piano abitato dalla famiglia Batlló, altri piani adibiti all’affitto ed un soppalco, nonché un cortile centrale dalle ceramiche azzurre variegate al di sopra del quale è posto un lucernario che lo richiude. Le antiche scuderie invece col tempo sono state adibite a sala multifunzionale per convegni, nel corso degli anni Novanta.

Vetrate del piano nobile di Casa Batlló. Foto di Sara Terrones – Viajar lo cura todo, CC BY-SA 4.0

La policromia della facciata è stata esaltata dai vetri istoriati e dalle ceramiche iridescenti, fonte di lucentezza con riflessi cangianti al sole. Inoltre, è stata fornita una piacevole ventilazione ed una buona illuminazione mediante l’aperto spazio centrale del patio. Estrosità congiunta a funzionalità, ciò che Gaudí ha magistralmente donato al luogo. Il risultato fu fortemente apprezzato, al punto da concorrere al titolo di “migliore architettura dell’anno”, sebbene poi non conseguito.

Da allora il palazzo, monumento storico-artistico nazionale (1969) e patrimonio mondiale dell’UNESCO (2005), aveva subito un solo restauro nel 2001. Il secondo ed ultimo intervento ha richiesto 1,3 milioni di euro, cifra mirante non solo ad una rivalorizzazione e migliore conservazione del sito, ma anche ad un’ottimizzazione del percorso di visita. A due anni di analisi hanno seguito vari mesi di operazioni di restauro che hanno coinvolto oltre 30 persone operanti in sette diversi settori. I lavori hanno riguardato principalmente la facciata e si sono svolti da gennaio a maggio 2019, sebbene siano ancora in corso attività di restauro di alcune sale interne. Attività di pulizia, ripristino, conservazione hanno riguardato materiali differenti quali pietra, vetro, ceramica, ferro e legno, ognuno dei quali richiede un trattamento specifico.

Per quanto concerne il vetro (presente nei pezzi componenti il trecandís, tipico ornamento in mosaico), ha subìto un processo di pulizia basato su acqua calda nebulizzata e, laddove necessario, spazzole e bisturi che ne hanno restituito l’originale brillantezza. I pezzi scomparsi sono stati invece replicati al fine di completare la trama multicolore, mentre il vetro a piombo presente in Galleria ha riassunto l’aspetto originario dai bordi placcati in oro.

La ceramica ha presentato la problematica del recupero delle piastrelle, alcune delle quali in avanzato stato di rovina, reso complesso dalla loro combinazione di colori. Presenti sui trecandís, sul tetto e sulla croce che lo sovrasta, le ceramiche sono state ripulite e talune trattate poiché prive dello smalto e ricoperte da muffe che sono state rimosse per poi procedere con un trattamento di protezione.

Il ferro battuto delle ringhiere dei balconi è stato riportato al suo colore d’origine, con barre dorate e ringhiere in piombo bianco, ripristinando una trave danneggiata e proteggendo il ferro per garantirne la conservazione.

Scale e soffitto. Foto di Sara Terrones – Viajar lo cura todo, CC BY-SA 4.0

Il legno, visibile in particolar modo sulle persiane, è stato ricomposto nelle parti in cui risultava danneggiato aggiungendo altri elementi lignei con le medesime caratteristiche, ovvero pino mugo degli inizi del Novecento. Il restauro ha restituito tonalità di colore ligneo prima non osservabili, ossia un tono di verde più chiaro sulle finestre e un tono più scuro sulle persiane.

La pietra tipica della porzione inferiore della facciata è stata pulita con vapore e spazzole rimuovendo la polvere e l’inquinamento accumulatosi negli anni. Riempiti i fori tra i vari blocchi e restituiti alla pietra gli originali colori e venature, si è proceduto alla stesura di un prodotto idrorepellente che impedisca allo sporco di penetrare nella pietra.

Molteplici, dunque, i miglioramenti ricevuti, tra i quali il recupero del vistoso lampadario di cristallo scomparso dal 1927 (anno a cui risale l’ultima testimonianza fotografica). Il lampadario, dal diametro di un metro ed il peso di 65 kg, è stato riposizionato nuovamente al centro della conchiglia in gesso del salone principale.

L’intera procedura di restauro è visionabile tramite specifici video presenti nella casa-museo ma anche su Internet, come indicato dal direttore dei lavori, Xavier Villanueva. Così si è ridato splendore ad una facciata fiabesca, contrassegnata da un ritmo ondulato e sinuoso che richiama la natura: le colonne poste alla base ricordano delle zampe di elefante ed esaltano la dimensione del palazzo, mentre il tetto è simile ad una coda di drago. A tal proposito, in virtù della forte religiosità dell’autore, una particolare interpretazione del luogo lo ha voluto accostare alla storia di San Giorgio e il drago: al di sotto del tetto dall’aspetto rettile vi sono balconi e colonnine scheletriche che raffigurerebbero le vittime della belva, mentre al di sopra vi è una torretta identificata con la spada del santo e decorata con anagrammi della Sacra Famiglia (“IHS” per indicare Gesù, “M” con la corona per la Madonna e “JHP” per San Giuseppe). Meno appariscente la facciata posteriore, sebbene sia anch’essa contraddistinta da ondulazioni (fornite da terrazze con rientranze e sporgenze alternate) e sormontata da un colorato trecandís con frammenti di ceramica dai motivi geometrici e floreali. La cura dell’esterno si ritrova ovviamente anche negli spazi interni, minuziosamente abbelliti nei particolari di maniglie, porte e sedie di particolare pregio scultoreo.

Casa Batlló Antoni Gaudí
Casa Batlló a Barcellona. Foto di Shawn Lipowski, CC BY 2.5

Lo scorso anno Casa Batlló ha oltrepassato un milione di visitatori con un guadagno di oltre 27 milioni di euro, continuando ad attirare sempre più turisti che sono soliti fotografarsi dinnanzi ad essa. A distanza di quasi un secolo l’estro di Gaudí continua a stupire, lasciando al mondo un patrimonio che va assolutamente preservato. Concludiamo con il divertente commento di Elies Rogent, direttore della facoltà ove Gaudí si diplomò a pieni voti: «Non so se abbiamo conferito il titolo a un pazzo o ad un genio, con il tempo si vedrà». Ai posteri l’ardua sentenza.

Le foto nell’articolo sono di repertorio e quindi precedenti i restauri; i video provengono dal sito ufficiale e mostrano invece i restauri.