Il caso studio del restauro della Casa del Bicentenario dal Parco Archeologico di Ercolano

Dopo oltre trent’anni dalla chiusura e a seguito dell'avvenuto restauro, il Parco Archeologico di Ercolano ha restituito alla collettività la Casa del Bicentenario, così denominata in quanto portata alla luce da Amedeo Maiuri nel 1938, ovvero duecento anni dopo l’inizio degli scavi voluti da Carlo III di Borbone.

L'edificio, posto lungo il decumano massimo, è articolato su due livelli. L'elevato pregio artistico è evidente negli affreschi e nei pavimenti mosaicati.

Il giardino presentava in antico un roseto, come provato dalle indagini archeobotaniche condotte negli anni Trenta del Novecento. Si è dunque deciso di riproporre la medesima specie.

Casa del Bicentenario

L’impianto planimetrico rispecchia la canonica articolazione degli spazi della domus romana. Tuttavia è possibile leggere varie trasformazioni architettoniche dettate dal cambio di destinazione d’uso degli ambienti: sul fronte strada si trovano le botteghe, mentre ai piani superiori si trovano degli appartamenti. In una di queste unità abitative è stato scoperto uno straordinario archivio, costituito da tavolette cerate. Lo studio di questi reperti ha permesso di ricostruire le dinamiche sociali nella vita quotidiana dell’antica Herculaneum.

Uno dei particolari più interessanti si trova in uno degli appartamenti del primo piano: un taglio nell’intonaco della parete a forma di croce. Questo è stato giustificato inizialmente come segno di una precoce presenza cristiana. Studi successivi hanno dimostrato che si tratta della semplice traccia lasciata da un sistema di scaffalature.

Il progetto di restauro ha previsto il raddrizzamento di alcune partizioni murarie del livello superiore in opus craticium (costituite da un telaio portante ligneo con mattoni di riempimento in tufo) affrescate, soggette ad un abbassamento dovuto all'imbibizione delle travi in sommità, messe in opera all’epoca di Maiuri.

restauro Casa del Bicentenario

Come ha ricordato Paola Pasaresi, architetto del team “Herculaneum Conservation Project”, i lunghi tempi del progetto di restauro (durato circa otto anni) hanno contribuito considerevolmente ad aumentare il livello di conoscenza del manufatto oggetto di intervento, consentendo di poter implementare le stesse soluzioni anche per altre domus del sito archeologico.
Momento irrinunciabile del progetto - soprattutto del restauro degli apparati decorativi - è stato lo studio delle tecniche originali, dei precedenti interventi di restauro e delle cause di degrado, anche attraverso il monitoraggio ambientale, nonché le analisi condotte in laboratorio e in situ.

Il restauro della Casa del Bicentenario ha coinvolto un team internazionale. Hanno partecipato infatti l’Herculaneum Conservation Project (una partnership pubblica-privata che unisce insieme il Packard Humanities Institute, fondazione filantropica operante in Italia attraverso l’Istituto Packard per i Beni Culturali, e il Parco Archeologico di Ercolano) e il Getty Conservation Institute.

 

Photo Credits per le immagini relative al restauro della Casa del Bicentenario: Parco Archeologico di Ercolano


Metro C di Roma. Ecco come sarà la stazione museo Amba Aradam/Ipponio

Un progetto di musealizzazione che si pone l’obiettivo di integrare un contesto archeologico all’interno di un contesto moderno. È stato da poco presentato il progetto di allestimento e valorizzazione della stazione Amba Aradam/ Ipponio della Linea C della Metropolitana di Roma dove protagonista sarà la materia archeologica.

La stazione, che vede la firma dell'architetto Paolo Desideri, verrà consegnata nel 2024 e si estenderà per 120 metri in lunghezza e per oltre 30 in profondità. Il progetto rimane in continuità con le stazioni della Linea C e vedrà una separazione spaziale, funzionale e gestionale dell’area museale da quella logistica dedicata allo scambio. Le due funzioni resteranno comunque in forte continuità tramite un allestimento leggero, pulito e visivamente spaziale grazie all’aggiunta di vetrate che separeranno gli ambienti della stazione da quelli museali.

5 saranno i livelli che accoglieranno reperti e strutture; piano atrio e piano museale, piano per il ricollocamento dei reperti archeologici, piano destinato ai locali tecnici, piano “mezzanino” e piano banchine a servizio esclusivo della metropolitana.

Nel corso degli scavi per la realizzazione della linea, a partire dal 2015, è stata individuata un’area di interesse archeologico di circa 1750 mq e a seguito di questo rinvenimento eccezionale e alla luce del buono stato di conservazione delle strutture nel loro complesso, la Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma ha prescritto la delocalizzazione temporanea delle strutture archeologiche e la ridefinizione del progetto della stazione che comprendesse la loro ricollocazione in situ, nella medesima posizione, ripristinando la relazione visiva con le Mura Aureliane.

Le scoperte archeologiche

La prima scoperta è emersa a 9 metri di profondità e probabilmente si data all’epoca dell’imperatore Adriano. Ai lati di un lungo corridoio centrale si aprono 39 ambienti di cui 25 quadrangolari di dimensioni analoghe (ca.m.4×4=16 mq cadauno) dove, in alcuni di essi, si conservano anche pavimenti in mosaico con decorazioni geometriche in tessellato bianco-nero e semplici affreschi alle pareti. Altri ambienti ritrovati che sono oggetto di indagini, probabilmente erano adibiti a funzioni di servizio.

Ambienti di alloggio della Caserma

Non si conoscono le dimensioni reali della caserma; il tipo architettonico è diffuso ovunque nel mondo romano, dove a corridoi paralleli si aprivano alloggi per i soldati anche su due livelli, comprensivi di ambienti di servizio come le latrine e le cucine. L’edificio fu abbandonato, spoliato dei materiali riutilizzabili come le tubature di piombo, rasato e poi interrato durante la costruzione della Mura Aureliane tra il 271 e il 275 d.C. L’imponente cinta difensiva non doveva avere davanti a sé costruzioni che potessero proteggere o nascondere i nemici di Roma, ma solo una spianata facilmente controllabile. La caserma non sembra essere un unicum nella zona.

Pavimentazione in mosaico della Caserma

Lungo le pareti meridionali del Celio sono stati scoperti, in periodi diversi, anche altri resti di strutture simili a quella di Amba Aradam: i Castra Nova Equitum Singularium, che si trovano sotto la Basilica di San Giovanni in Laterano, i Castra Nova Equitum Singularium all’imbocco di Via Tasso, i Castra Peregrina presso la chiesa di Santo Stefano Rotondo. Infine, un frammento recentemente trovato della Forma Urbis, la grande pianta marmorea di Roma di epoca severiana, riproduce la planimetria di un’altra caserma ubicata presso villa Celimontana.

Dettaglio della pavimentazione della Caserma

Le pendici meridionali del Celio, in un periodo che va dalla prima metà del II secolo a.C. in poi, furono interessate da un grande numero di alloggiamenti militari, connotandosi quindi come un vero e proprio acquartieramento militare. Di vari castra a Roma è noto solo il nome che ci viene tramandato da fonti epigrafiche e letterarie, ma non si conoscono le varie ubicazioni.

Gli archeologi hanno rinvenuto i resti di altri due edifici adiacenti al dormitorio della caserma romana tra il 2015 e la primavera del 2016. Pur avendo funzioni diverse, i nuovi ambienti dovevano essere parte integrante del grande complesso militare e si datano ad età adrianea (inizi del II secolo d.C.), apparendo quindi contemporanei alle costruzioni di alloggio dei soldati.

Domus del Comandante

Lo scavo è sceso a 12 metri di profondità dalla superficie, con i resti archeologici che si dispongono ad una quota più bassa di circa 3 metri rispetto al resto della caserma. L’elemento di spicco sembra essere quella che è stata rinominata la “Casa del Comandante”, un edificio rettangolare di circa 300 metri quadri con accesso da un’ampia area all’aperto. 14 sono gli ambienti rinvenuti disposti intorno ad un cortile centrale con fontana e vasche e meravigliose sono le decorazioni dei pavimenti e delle pareti. La ricchezza della casa si denota infatti dalla pavimentazione in sectile a quadrati di marmo bianco e ardesia grigia, dai mosaici figurati di alcuni ambienti e dalla decorazione delle pareti con intonaci dipinti o bianchi.

Domus del Comandante

Gli archeologi hanno inoltre rilevato la presenza di suspensurae, cioè di pile di mattoni che dovevano formare un’intercapedine al di sotto del pavimento per il passaggio di aria calda. La domus sembra sia incorsa a diverse ristrutturazioni nell’arco del tempo, sia dei pavimenti sia dei rivestimenti parietali che sono stati rifatti più volte con l’intento di mantenere in buono stato l’edificio. I lavori hanno interessato anche la forma della struttura e le dimensioni degli ambienti, nonché le aperture di passaggio. Nell’ultima fase di vita, una scala doveva portare al piano superiore, probabilmente un accesso ad uffici o al dormitorio dei soldati, posto più in alto.

L’attribuzione ad un comandante di guarnigione è in corso di studio, sicuramente è da escludere che potesse essere residenza di un privato cittadino in quanto la domus è a stretto contatto con l’edificio militare di proprietà imperiale. L’altro edificio messo in luce, nell’ala ovest, è una sorta di area di servizio, con pavimenti in opera spicata, vasche e complesse canalizzazioni idriche.

Domus del Comandante

Quest’ala, attraverso una soglia in blocchi di travertino, era in comunicazione con un tracciato viario in basoli e probabilmente accoglieva merci da stoccare, forse temporaneamente. Di particolare importanza, il rinvenimento di elementi lignei come i resti delle cassaforme utilizzate per edificare le fondazioni dei muri con tavole e ritti ritrovati ancora in situ sulle fondazioni ed elementi di carpenteria (tavole, travi, travetti) accatastati o buttati in fosse. Per Roma il ritrovamento di elementi lignei è assolutamente raro e solo grazie agli scavi della metro C e alla sua profondità è stato possibile portare alla luce rilevanti testimonianze. A venire alla luce anche molti materiali di uso comune e ed elementi preziosi come anelli d’oro e un manico d’avorio intarsiato di un pugnale, amuleti e i bolli laterizi che hanno permesso la datazione dei reperti e delle ristrutturazioni avvenute nel corso del tempo. Gli edifici, così come la caserma, furono abbandonati e messi fuori uso intenzionalmente.

Area di interesse

La stazione Amba Aradam/Ipponio è collocata in una posizione intermedia tra quella di Fori Imperiali (scambio Linea C/Linea B) e quella di San Giovanni (scambio Linea C/Linea A), a circa 500 metri a sud di Piazza San Giovanni in Laterano e a 300 metri dagli ingressi dell’omonimo ospedale. È delimitata a nord da Via dei Laterani, a ovest da Piazzale Ipponio, a sud da Via Farsalo e a est dai campi sportivi “La Romulea”.

Spazio Museale

Pianta livello museale e atrio stazione a quota +26.50/+25.78

Alla quota +26.50 è collocato l’ingresso all’area museale attraverso un atrio che distribuisce gli spazi interni. L’atrio è organizzato con una reception, biglietteria e guardaroba. L’accesso alla passarella di visita avviene attraverso tornelli conta-persone necessari per garantire un numero massimo di visitatori contemporaneamente presenti sulla passerella stessa. L’atrio è poi collegato funzionalmente con un’area ristoro che ha un accesso anche dall’esterno. L’area museale si sviluppa anche a quota 22.90. Questi due livelli funzionali seguono l’altimetria delle due porzioni della caserma. Il livello inferiore del museo è costituito da una passerella, che consente la visione dall’alto dei resti rinvenuti nella parte superiore della caserma, ha una larghezza di 1.2 metri ed è ubicata in corrispondenza del corridoio di distribuzione della “casa del Comandante”. Dalla passerella si accede ad una pedana centrale adibita all’esposizione di oggetti rinvenuti durante lo scavo archeologico.

Foto: http://metrocspa.it/blog/

 


flèche

Notre-Dame de Paris: la flèche, l'incendio e le strategie di restauro

Lo scorso 14 febbraio, presso la sede della Scuola di Specializzazione in Beni architettonici e del Paesaggio dell'Ateneo Federico II di Napoli, nello splendido coro della chiesa trecentesca di Donnaregina, si è tenuta l’inaugurazione dell'anno accademico 2019-2020 della Scuola.

Nell'introduzione, il Direttore Prof. Arch. Renata Picone ha ricordato il ruolo centrale della Scuola napoletana nella formazione di professionisti capaci di operare su beni facenti parte di un patrimonio irriproducibile. 
La Lectio del Prof. Arch. Carlo Blasi, Ordinario di Restauro f.r. dell’Università di Parma e docente dell’École de Chaillot di Parigi, a dieci mesi dall'incendio che ha distrutto una parte significativa delle coperture della cattedrale di Notre-Dame a Parigi, ha illustrato i progetti e le attività di messa in sicurezza a cui sta collaborando, come unico italiano nel team di esperti. La conferenza ha rappresentato l’occasione per fare il punto della situazione sullo stato dei lavori della cattedrale parigina e per discutere sulle scelte restaurative per il ripristino della copertura e delle volte crollate.
L'intervento del Prof. Arch. Andrea Pane, docente di restauro del Dipartimento di Architettura dell'Ateneo federiciano, sulla flèche di Eugène Viollet-Le-Duc (andata distrutta durante l'incendio), ha aperto un interessante dibattito che ha visto partecipare docenti, ricercatori, dottorandi e specializzandi.

 

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La cattedrale di Notre Dame de Paris durante l'incendio del 15 aprile 2019 | Foto: Godefroy Trude, CC BY-SA 4.0

 

I danni dell'incendio
La sera del 15 aprile 2019, le immagini della cattedrale di Notre-Dame in fiamme fanno il giro del mondo in una manciata di secondi. Una delle più importanti icone del patrimonio mondiale è divorata da un incendio che divampa a partire da un ponteggio - non finito - appoggiato sulle navate laterali della cattedrale. Il collasso della flèche comporta il crollo della crociera del transetto e delle vele nella navata centrale, nonché la perdita della magnifica capriata lignea. Danni si registrano anche ai materiali lapidei a causa dell'azione diretta del fuoco e della fusione del piombo delle capriate che si è poi risolidificato suoi paramenti murari.

Il monitoraggio e la messa in sicurezza
La cattedrale è costantemente monitorata ed è oggetto di prove diagnostiche sui materiali e sulle strutture.
Gli interventi di messa in sicurezza sono stati tempestivi, ma assolutamente non facili. Si sono aperte questioni complesse su come intervenire per non danneggiare ulteriormente un monumento così fragile, dopo il trauma subito.
L'assenza delle volte ha provocato un'instabilità del sistema di scarico che va dagli archi rampanti ai contrafforti. Grazie a centine lignee e tiranti è stato evitato lo spanciamento delle pareti laterali. Anche i timpani nelle navate sono stati controventati con impalcati di legno. I danni alla base delle colonne sono stati contenuti da cerchiature.
Gli esperti stanno ora studiando una soluzione per il montaggio di un ponteggio interno, tenendo in considerazione il carico graverebbe sul pavimento, sotto il quale si apre la cripta che ospita le spoglie dei vescovi della cattedrale.
Altra criticità da affrontare sarà quella dello smontaggio del ponteggio esterno che è stato deformato dalle fiamme ed è in condizione di forte labilità. Si dovrà attuare quindi un consolidamento per evitarne il crollo sulle strutture sottostanti.

La questione della flèche
Un dibattito dai toni accesi si è aperto sulle ipotesi di ricostruzione della guglia della cattedrale di Notre-Dame. Al di là delle ipotesi fantasiose e - molto spesso - provocatorie, la soluzione a questa delicata questione non è affatto banale e non può che essere ricercata nella storia.
Com'è noto, la flèche è il frutto della ricostruzione neogotica disegnata in prima battuta da Viollet-le-Duc e Lassus. Dopo la morte di quest'ultimo, Viollet-le-Duc presenta nel 1857 un nuovo progetto, più ardito del precedente: gli stilemi gotici vengono reinterpretati in chiave creativa.
In un articolo uscito sulla Gazette de Beaux Arts nel 1860 l'architetto convince i parigini - sulla base dell'iconografia storica - che Notre-Dame era dotata di una guglia. Infatti, alla fine del Settecento (probabilmente tra il 1792 e il 1797, dunque in piena Rivoluzione) la guglia duecentesca era stata smontata.
Caratterizzata dall'incontro raffinato delle soluzioni sia tecniche che formali, la flèche di Viollet-le-Duc diventa dalla fine del XIX secolo parte integrante dell'immagine sedimentata nella memoria collettiva della cattedrale di Parigi. Non un falso storico - come molti l'hanno definita - bensì un elemento dal valore identitario inestimabile.

In un cantiere che vede tante difficoltà tecniche, qualsiasi elaborazione progettuale è prematura e non può essere ridotta a questioni meramente estetiche.
L'immagine della futura Notre-Dame, dunque, è ancora tutta da disegnare.

 


La cattedrale di Notre-Dame, prima dell'incendio del 15 aprile 2019. Foto di Steven G. JohnsonCC BY-SA 3.0


Giulio Romano Experience: così Mantova ricorda il discepolo prediletto di Raffaello Sanzio

A quasi cinquecento anni dal suo arrivo a Mantova, nel lontano 1524 per volere del duca Federico II Gonzaga, Giulio Romano (Giulio Pippi de’ Jannuzzi, 1499 ca. – 1546) viene omaggiato dalla città che lo accolse negli ultimi vent’anni di vita. Allievo prediletto di Raffaello, urbanista e artista di corte, esponente dell’arte rinascimentale e manierista, ha costituito una figura di grande versatilità. Il pittore e architetto, romano di nascita e mantovano d’adozione, è attualmente oggetto di un programma di eventi e mostre avviato a settembre 2019 e terminante a giugno 2020.

Conclusasi la mostra trimestrale “Arte e Desiderio”, si è appena avviata l’esposizione multimediale “Giulio Romano Experience”: ideata da Punto Rec Studios e Visilab, consente di percepire direttamente l’esperienza artistica della sua bottega, toccandone i materiali adoperati, ascoltandone i suoni e avvertendone gli odori. La multimedialità interviene nel narrare la biografia del pittore/architetto attraverso varie tappe che fanno uso di schermi di realtà aumentata, visori di realtà virtuale, audio di prossimità e proiettori ad alta definizione, strumentazione finalizzata a ricreare l’atmosfera originaria della bottega e della corte in cui operava, una tra le più celebri del Rinascimento europeo. È perciò un itinerario espositivo insolito che esalta la maestria dell’artista ed il suo legame con la città di Mantova, luogo di adozione intermedio tra la natìa Roma e l’Europa.

Le sue opere riottengono così vita e volume attraverso la motion grafica di immagini rielaborate in post-produzione. Al centro di ciascuna sala sono inserite delle postazioni multimediali perfettamente integrate nell’ambiente, che illustrano aspetti insoliti e poco noti dell’operato di Romano, anche per i precedenti visitatori di Palazzo Te che ospita l’evento nelle sue sale monumentali. La scelta del sito non è casuale, in quanto l’edificio è stato realizzato proprio dall’artista per Federico II Gonzaga. Usufruendo della documentazione storica disponibile e delle innovative tecnologie applicabili ai beni culturali, si apprende la storia della struttura attraverso mappe tridimensionali che ne mostrano l’estetica e la planimetria originarie, antecedenti alle modifiche apportate dal tempo alla struttura e al paesaggio circostante.

La realtà virtuale è accostata ad effetti sonori che facilitano l’immersione spaziale, primo caso in eventi sui beni culturali; essa consente altresì di vedere il progetto originario dell’artista nello studio delle sue opere. Per esempio, la sala di Ovidio accoglie l’affresco di Palazzo Te rielaborato in un’immagine immersiva a 360° che ne mostra texture e pennellate, fornendo la sensazione di immersione nel paesaggio ventoso raffigurato. La camera dei Giganti riprende i disegni di Giove nell’atto di scagliare saette dall’Olimpo durante la caduta dei Giganti, immagini animate in post-produzione per immergersi pienamente nella scena.

Dunque, iniziando dalla descrizione della sua carriera si prosegue il percorso con l’analisi di Palazzo Te sino a giungere alla narrazione dell’impronta da lui lasciata su Mantova. Si susseguono, così, tre ambienti descrittivi differenti: uno tratta l’aspetto biografico con la formazione presso la bottega di Raffaello Sanzio (affiancato nelle sue maggiori commissioni), la fase mantovana con la realizzazione di opere di grande pregio sia in ambito pittorico che architettonico, e la successiva diffusione del suo stile nel contesto italiano ed europeo; l’altro esamina la location dell’evento, dallo stile innovativo benché caratterizzato da un’architettura di chiara ispirazione classica, associata ad elementi naturali e a rievocazioni archeologiche; l’ultimo illustra l’interconnessione tra Romano e la sua città d’adozione, visibile ad esempio negli affreschi dalle nuvolosità caratteristiche del mantovano. Qui egli ricevette importanti riconoscimenti, come le nomine di Prefetto delle fabbriche dei Gonzaga e di Superiore delle vie urbane, ossia sovrintendente di qualsiasi produzione artistica e architettonica di corte, adornando Mantova di decorazioni fastose e ingegnose che tutt’ora la caratterizzano.

Giulio Romano Experience

La mostra multimediale è inserita nel programma di eventi “Mantova: Città di Giulio Romano”, coinvolgente varie realtà culturali territoriali come la locale Camera di Commercio, della Fondazione Banca Agricola Mantovana, della Fondazione Comunità Mantovana Onlus. Organizzata in collaborazione con Electa Editore, è esito della promozione attuata proprio da Fondazione Palazzo Te e dal Comune di Mantova. Il programma espositivo e culturale “Giulio Romano è Palazzo Te”, di cui fa parte la suddetta mostra, è realizzato anche col contributo della Regione Lombardia, della Fondazione Cariverona e della Banca Monte dei Paschi di Siena. A supporto del progetto vi sono anche gli Amici di Palazzo Te e dei Musei Mantovani, gli sponsor Aermec, Smeg Agroittica Lombarda e infine Trenitalia come travel partner.

Giulio Romano Experience

Un’ampia organizzazione a supporto di un progetto che propone un modo diverso e completo di ammirare una figura ingegnosa che ha segnato la città di Mantova. Un ravvicinato approccio all’arte che sarà disponibile sino al prossimo 30 giugno.

Giulio Romano Experience

Giorni e orari di apertura: lunedì 13.00 – 19.30, da martedì a domenica 09:00 – 19:30 (ora legale). Lunedì 13.00 – 18.30, da martedì a domenica 09:00 – 18:30 (ora solare).

Biglietto d’ingresso: 12 euro (intero), 9 euro (ridotto).

Per informazioni e prenotazioni: +39 0376 1979020; www.giulioromanomantova.it ; www.fondazionepalazzote.it ; www.electa.it

 

Foto Ufficio Stampa Mondadori Electa


Falsa partenza di Edith Wharton: una rincorsa verso il passato

Le arti figurative britanniche erano assetate dal mitico return to Camelot, ovvero dalla Materia di Bretagna di re Artù e i suoi cavalieri; i paladini della Tavola Rotonda, Ginevra, Merlino, la Dama del Lago iniziarono a essere ossessivamente i prototipi ideali dell'estetica preraffaelita e contro-moderna. Quindi si può affermare che nel 1840 la scuola di Dante Gabriele Rossetti “inventò” il Medioevo.

Nacquero nuovi movimenti di ritorno al passato, come il neo-feudalesimo della Young England di Disraeli, o l'aggressiva e cavalleresca opposizione dei sostenitori di Carlyle alla borghesia industriale. Il gotico architettonico, come naturale conseguenza, diventò una vera moda, il pittoresco e l'esotismo fantastico vennero celebrati non solo da scrittori eclettici ma da critici dell'arte e teorici come Pugin, Ruskin e Barry.

Ruskin fu uno dei sostenitori del wild gothic, ovvero uno stile artistico selvaggio, violento e genuino che si oppose alla cavalcata tecnocrate del progresso. Pugin e Ruskin si scontrarono anche dal punto di vista teologico, cioè se associare il gotico ai contenuti religiosi o farlo riflettere solamente come elemento figurativo. Pugin vedeva nel neogotico il trionfo dell'antichità rituale della fede cristiana, legata profondamente alla vertiginosa potenza espressiva delle cattedrali. Ruskin invece cercò di portare su un piano sociale l'arte, di innovarla con una connotazione rivoluzionaria tendente ad avvicinare la natura alla società contemporanea.

Per Ruskin il Medioevo deve essere composto da elementi etici ed edificanti, che lo caratterizzano rispetto al vacuo Rinascimento, dove secondo lui primeggiava la qualità dell'artista ma non la sua anima. Da queste considerazioni architettoniche si evince che il medievalismo non era più un'ideologia intellettuale ma divenne una teoria sociale applicata alle arti figurati. Sorge una sorta di utopia neo-medievale, una rincorsa agli antichi valori di religiosità, armonia ed eroismo del medioevo idealizzato.

A differenza di Walpole o dei primi scrittori gotici, l'eredità di Walter Scott e dei teorici preraffaeliti era molto più "reale" perché assunse una connotazione sociale che rivestì un ruolo specifico nella cultura vittoriana e quella americana che si basava sull'emulazione di quest'ultima. Fu l'epoca delle cattedrali e dei castelli,  del Crystal Palace, di San Giorgio cavaliere che lottava contro il drago della rivoluzione industriale.

Il Medioevo era un ideale reale e tangibile, non una pallida nostalgia di un passato atavico (come lo intendevano i romantici). Il ritorno al feudalesimo per esempio era la cura ai mali della modernità, questa la visione distorta del medievalismo vittoriano. Il revival cavalleresco non esaurì la sua forza di fascinazione fino alla prima guerra mondiale, quando la cavalleria inglese venne definitivamente surclassata dai mezzi bellici alla Somme e a Verdun.

Falsa Partenza Edith Wharton Skira
Copertina di Falsa partenza di Edith Wharton, nell'edizione Skira

Perdonatemi tale cappello introduttivo, ma l'ho considerato consono per presentare il volumetto di recente pubblicazione della Skira: Falsa partenza di Edith Wharton, ben curato sul lato estetico dall'editore con una copertina davvero evocativa e in copertina rigida.

Tra le penne americane più originali del XX secolo, Edith Wharton fu la prima donna a vincere il premio Pulitzer nel 1921 con il romanzo The Age of Innocence, grazie anche l'incoraggiamento del suo amico/maestro, lo scrittore anglo-americano Henry James. La sua formazione culturale (da autodidatta) fu profondamente influenzata da numerose suggestioni, dalla filosofia di  rottura sociale di matrice angloamericana alle grottesche innovazioni narrative del gotico inglese, senza escludere un viscerale amore per l'arte italiana e medievale. Il racconto lungo fa parte dell'antologia Vecchia New York (uscita nel 1924) ed eredità i temi e le idealizzazioni destrutturanti della american society presenti nel capolavoro L'età dell'innocenza.

Foto di Edith Wharton, opera di ignoto, da The World's Work del 1905. Pubblico dominio

Falsa partenza è un racconto figlio di diverse esperienze culturali, ma possiamo rintracciare l'ispirazione principale nelle letture preferite della Wharton, una tra tutte il libro Elementi del disegno (1856/57) di John Ruskin (citato prima a ragione). Il libro dell'esperto d'arte non fu un semplice manuale per imparare a disegnare e divenne nel tempo il manifesto culturale dei più disparati artisti (anche di correnti future o in contrasto con il romanticismo medievale dell'autore, infatti Monet lesse e si ispirò a questi scritti per teorizzare l'impressionismo), che furono costantemente ispirati e guidati dal maestro inglese.

In Falsa partenza ci tuffiamo nel fascino europeo degli accattivanti grand tour di artisti, scrittori, intellettuali o giovani rampolli costantemente magnetizzati dalle bellezze paesaggistiche e culturali del nostro Bel Paese o di altre località franco-tedesche. Seguiamo il viaggio in Europa di Lewis Raycie, inviato dal suo superbo padre ad acquisire pregevoli dipinti barocchi per nobilitare gli aridi saloni domestici. Ma Lewis è un adepto della scuola estetica di Ruskin e compra soltanto opere religiose - riccamente decorate - degli antichi maestri del '300 e del '400, come se fosse posseduto da un fanatismo teo-artistico o da Ruskin stesso. Il giovane poi viene diseredato dal padre, infuriato di vedersi recapitare delle opere lontanissime dal gusto e dall'ideologia dominante della sensibility americana e vittoriana (assetata di modernità e progresso). Il resto è qualcosa che si deve scoprire da soli.

L'atrio principale del Grand Central Terminal a New York. Foto dal WPA Federal Writers' Project, Pubblico dominio

La pungente scrittura di Edith Wharton ci proietta in dimensioni meta-artistiche e riccamente evocative capaci di mettere alla berlina, con classe e raffinatezza, le pallide architetture sociali contemporanee; incapaci di rivaleggiare con le vertiginose bellezze delle cattedrali gotiche.

Falsa partenza
Copertina di False Dawn (Falsa partenza) della statunitense Edith Wharton, la prima parte della serie Old New York (1924). Immagine ad opera di Edward C. Caswell, in pubblico dominio

L’arte ospita l’arte. “Palazzo Maffei - Casa Museo” apre le porte il 14 febbraio 2020

Dal 14 febbraio 2020 sarà aperto al pubblico “Palazzo Maffei - Casa Museo”, nel cuore di Verona. Un’iniziativa culturale promossa da Luigi Carlon, imprenditore e collezionista veronese, su progetto architettonico dello studio Baldessari e Baldessari e museografico di Gabriella Belli, con la consulenza di Valerio Terraroli e Enrico Maria Guzzo.

L'edificio tardo-rinascimentale, suggestiva quinta sul margine nord-occidentale della storica Piazza delle Erbe, ha origini ben più antiche di quelle seicentesche. Il nucleo di fondazione medievale sorge, infatti, nell’area del Capitolium (tempio dedicato al culto della Triade Capitolina, ossia Giove, Giunone e Minerva), costruito nel 49 a.C., quando Verona divenne municipio romano. I sotterranei del palazzo testimoniano proprio la fase più antica della fabbrica.

Palazzo Maffei è una pietra miliare della città di Verona. La facciata barocca, culminante nella balaustra con le statue di divinità romane, l’imponente scalone elicoidale autoportante, gli stucchi e gli affreschi del piano nobile sono solo alcuni degli elementi artistici e architettonici che lo rendono un capolavoro dell’architettura del Seicento italiano.

Palazzo Maffei  

 

In un contesto tanto straordinario trova posto una raccolta ricchissima, che consta di oltre 350 opere. Quasi 200 dipinti, una ventina di sculture, disegni e oggetti d’arte applicata di ogni tipo: mobili d'epoca, ceramiche rinascimentali e maioliche sei-settecentesche, argenti, manufatti lignei, pezzi d'arte orientale e volumi rari. Una vera e propria sintesi delle arti, nelle loro più alte espressioni.

Oltre ad essere molto vario, il percorso espositivo si snoda tra antico e moderno, in un arco temporale che copre circa cinque secoli di storia. Ha una “doppia anima”.

Palazzo Maffei Palazzo Maffei

La prima parte del percorso espositivo non perde la connotazione di dimora privata. Questa sorta di Wunderkammer è dedicata alle opere antiche e moderne. Si va dal Trecento alla pittura veronese, che ha naturalmente un forte valore identitario. La raccolta vanta una sorta di compendio di storia dell’arte del territorio scaligero.
La seconda parte del percorso espositivo è strutturata come una vera e propria galleria museale ed è incentrata sulle opere dei grandi maestri del XX secolo: Picasso, De Chirico, Mirò, Kandinskij, Magritte, Fonta, Burri, Manzoni e tanti altri.

Da collezione privata a patrimonio condiviso con la città, a Palazzo Maffei l’arte ospita l’arte.

 

Foto cortesemente fornite da Villaggio Globale International


Hidetoshi Nagasawa – Sotto il cielo e sopra la terra

“Per capire una cultura ce ne vuole sempre un’altra”, dichiara Hidetoshi Nagasawa durante una delle sue ultime interviste. Dall’incontro tra il mondo orientale e quello occidentale apre al pubblico Martedì 10 Dicembre 2019 la mostra Hidetoshi Nagasawa. Sotto il cielo e sopra la terra, curata dalla Direttrice del Polo Museale della Campania, Anna Imponente, e realizzata con Paolo Mascilli Migliorini, direttore del Palazzo Reale, in collaborazione con Fondazione CAMUSAC – Cassino Museo d’Arte Contemporanea di Cassino –  diretta da Bruno Corà, con il prezioso contributo di Ryoma Nagasawa.

Ambasciatore della cultura giapponese, Nagasawa si laurea in Architettura e Design a Tokyo nel 1963, mentre sviluppa un crescente interesse verso il gruppo artistico Gutai, che inizia a frequentare. Terminati gli studi, parte per un viaggio alla scoperta dell’Asia e poi dell’Europa e che lo riporterà in Giappone dopo un anno. Munito solo della sua bicicletta e mosso da un’inguaribile curiosità, Nagasawa arriva in Turchia, dove le note di una sinfonia di Mozart lo attirano verso l’Europa. Nel tentativo di raggiungere l’Austria, patria del famoso compositore, egli si innamora dell’Italia dove arriva e si stabilisce nel 1967.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È qui che ha inizio la sua carriera artistica: conosce e frequenta numerosi talenti, tra cui Fabro, Trotta, Nigro e Castellani, con cui fonderà la “Casa degli Artisti”. Egli s’accosta alla scultura e all’uso dei marmi e dei metalli, materiali tipici della cultura occidentale. La sua opera trasmette la sensazione dell’equilibrio, intesa non solo come stabilità gravitazionale dovuta alla leggerezza delle strutture da lui create, le quali sembrano poggiarsi sul vuoto, ma anche generata dal dialogo tra i materiali occidentali e quelli tipici della cultura nipponica, come carta, legno e pietra.

L’arte nasce dall’incontro tra la razionalità e il “ma”, ovvero il vuoto, la pausa, la distanza che i giapponesi interpongono tra lo spazio e il tempo, tra il vuoto e il pieno. Con lo stesso principio, l’architettura materica e massiccia del Fontana del Palazzo Reale di Napoli, accoglie le sculture quasi sospese di Nagasawa.

Hidetoshi Nagasawa

Il richiamo tra i marmi degli elementi del monumentale palazzo e quelli di “Matteo Ricci”, 2014, composta da otto cilindri in marmo di Carrara e acciaio adagiati a terra, così come il rame inserito nei suoi disegni, posto a ridosso delle enormi vetrate del primo piano, che richiama il rosso dei mattoni delle superfici esterne dell’edificio, sono chiari esempi di un riuscito bilanciamento tra due diversi paesaggi, tra visibile e invisibile, tra due culture distanti non più della pausa tra le parole Napoli – Tokyo.

Hidetoshi Nagasawa

Tutte le foto sono di Sveva Ventre

Hidetoshi Nagasawa


Giò Ponti

Della vita dentro l'architettura di Giò Ponti

Giò PontiGiò PontiIntellettuale poliedrico, Giò Ponti sembra interpretare nel XX secolo una variante moderna dell’uomo rinascimentale. Promotore del design made in Italy e anticipatore di una sensibilità contemporanea riguardo gli ambiti del “vivere” e dell’“abitare”, Ponti porta in sé tutti i tratti della cultura italiana del ‘900, riuscendo, allo stesso tempo, a distaccarsene nettamente. La mostra Giò Ponti - Amare l’architettura, visitabile preso il MAXXI di Roma dal 27 Novembre 2019 al 13 Aprile 2020, propone per la prima volta, dopo quarant’anni dalla sua morte, un viaggio esaustivo all’interno della mente di un creativo, il quale toccò, durante la sua lunga attività professionale, tutte le scale della progettazione, dal cucchiaio al grattacielo.

Homo ludens, Ponti non rinunciò mai alla dimensione ludica nel progetto e nell’approccio ai materiali e alla natura e fece del perseguire la bellezza delle forme il suo principio di vita, nel rispetto del gusto e del buon vivere.

Giò PontiL’architettura è un cristallo”, uno dei più noti aforismi di Ponti, nonché una sezione del percorso mostra, esprime l’idea della forma finita, assoluta e pura dell’architettura e trova riscontro in ognuno degli oggetti esposti. Dallo schizzo d’autore al sistema di pannelli autoportanti in metallo e laminato colorato, che sostengono i disegni, le fotografie e i modelli dell’architetto, tutto rimanda alla visione spaziale di Ponti, soprattutto grazie al sapiente allestimento di cui ci parla Silvia La Pergola (Architetto museale presso il MAXXI di Roma).

Giò Ponti

 

Quello che spesso succede in alcune mostre di architettura, dove il percorso risulta spesso didascalico e l’allestimento simile al layout di un libro, ci spiega l’architetto La Pergola, è stato qui ribaltato nel tentativo di lasciare al visitatore lo spazio per relazionarsi anacronisticamente all’opera dell’architetto, quasi come in una mostra di un artista. Nulla è lasciato al caso: le pareti discontinue, le forme cristalline, il “verde caraibi” e “il blu mediterraneo”. Dio è nel dettaglio e nel dettaglio c’è il talento. Quella che ci viene raccontata al MAXXI in questi giorni dall’apertura della mostra è la storia di un gesamtkunstler – letteralmente artista totale – che sviluppò la propria idea di abitazione “esatta” ricamandola sulla vita dell’uomo come lo conosceva, ricercando nella meccanizzazione non solo la tecnica, ma anche l’energia per dar vita ai suoi edifici.

Giò PontiTutte le foto sono di Sveva Ventre


restauro Cappella Sindone

Torino in una pioggia d’oro: premiato il restauro della Cappella della Sindone

Il restauro della Cappella della Sindone ottiene lo European Heritage Award

 

Palazzo Reale - Cristalli nella Galleria del Daniel

 

22-11-19: la città in capslock. Maiuscola, superlativa, Torino accoglie un premio prestigioso e meritato.

Piove una pioggia spietata, che rende Piazza Castello ancora più luccicante nello sfolgorio delle luci quasi-natalizie. Le persone si mettono in fila, anche se è buio, anche se fa freddo, anche se l’ora sarebbe quella di cena.
Non spingono, non si indispettiscono per un po’ di attesa, chiacchierano allegramente.

Quando la cerimonia, tenutasi nella Sala degli Svizzeri di Palazzo Reale, con cui si festeggia il Premio Europa Nostra 2019 (ritirato a Parigi il 29 ottobre scorso, per il recupero della Cappella della Sindone) si conclude il pubblico sciama dentro al Palazzo. Vivace e composto, curioso anche quando poco preparato, tono di voce adeguato e mani miracolosamente lontane da quanto non deve essere toccato.
Quasi si sentisse parte di quell’atmosfera festante ma cerimoniosa.

restauro Cappella Sindone
La cupola della Cappella della Sindone - Guarino Guarini

D’altronde i torinesi alla Cappella della Sindone sono legati in modo profondo. Hanno vissuto con dolore l’incendio, e con partecipazione i pur lunghissimi lavori di restauro.
Affrontati tra mille difficoltà tecniche (l’inafferrabile prassi architettonica di Guarini, che architetto non era, la difficoltà a reperire i materiali storici) e le solite lungaggini burocratiche. Il risultato è proprio quello che mi aspettavo: rigore scientifico scaldato da una spinta ideale, come tipico di questa città.

La cupola di Guarino Guarini splende, e restituisce in modo davvero efficace il contrasto tra la parte bassa, ricoperta di marmi neri, e la vertigine matematica della sequenza di archi sovrapposti che risucchia l’occhio verso l’alto, dando una sensazione di verticalità molto più spinta della reale dimensione della cupola.

Guarini è sempre sorprendente, nel suo essere meravigliosamente eccentrico da qualsiasi norma classicista e accademica. Lo stesso credo di amare un po’ di più San Lorenzo: l’intima partecipazione nel realizzare un edificio per il proprio ordine, quello dei Teatini, forse rende quel disegno più armonico di questo, terribilmente severo e monumentale.

restauro Cappella Sindone
Dopo il restauro, la Cappella della Sindone

L’illuminazione artificiale a mio parere è un elemento critico. Lo è sempre, in realtà, quando ci aiuta a fruire opere realizzate prima del Novecento. Resta tuttavia l’impressione che il progetto guariniano giocasse in modo più importante con i chiari-scuri, rispetto all’asettica visibilità che la luce artificiale garantisce.

L’altare centrale, quello che ospitava il telo sindonico, è stato lasciato come il giorno dopo l’incendio: scelta geniale, che mette d’accordo rigore filologico ed emozione.

Oltre la Cappella della Sindone c’è tutto il complesso reale a disposizione dei visitatori. Ed è così piacevole attraversare le sale illuminate a festa e incontrare i tanti artisti che i Savoia, nei secoli, hanno voluto intorno a loro.

Il trono di Carlo Alberto, opera di Gabriele Capello su disegno di Pelagio Palagi

Riscoprire quanto poco tetri e banali fossero: loro che hanno fatto l’Italia con la committenza prima che con la politica. Guarini era emiliano, come Pelagio Palagi, il geniale architetto e “designer” amato da Carlo Alberto, che plasma il palazzo con uno storicismo colto e attento. Il messinese Filippo Juvarra sfotte per l’eternità l’insipienza degli ingegneri militari sabaudi lasciando in Palazzo Reale la prodigiosa Scala delle Forbici.

Gli interni in notturna e la palmetta, firma di Pelagio Palagi

Una serata di festa vera, allegra e partecipata, meritata per anni di lavoro davvero sofferto. Per come oggi appare Palazzo Reale, in cui si aggira con sabaudo understatement la direttrice dei Musei Reali Enrica Pagella, cicerone d’eccezione per le autorità che hanno partecipato alla premiazione. I musei cui ha prestato la sua opera testimoniano meglio di qualsiasi discorso l’impeccabile qualità del suo lavoro.

L'oro splende negli interni illuminati

Una serata che si spera lascerà non soltanto l’ammirazione per il ruolo che possono avere i beni culturali nella costruzione di una comunità, quando ben amministrati, ma anche il monito a fare di tutto per non dover più ricevere un premio così, e di avere al contrario un riconoscimento per aver fatto in modo che nessun disastro così doloroso si possa ripetere.

 

Tutte le foto della premiazione del restauro della Cappella della Sindone sono di Chiara Zoia


Rione Sanità Open House Napoli

Per Open House Napoli un itinerario contro gli stereotipi del Rione Sanità

Open House Napoli è un evento organizzato dall’Associazione Culturale Openness, un gruppo che riunisce esperienze e competenze diverse allo scopo di costruire, sul territorio urbano, uno spazio aggregante di conoscenza, dialogo e progettualità attivo tutto l’anno.

Parte della rete internazionale Open House Worldwide, primo festival globale dell’architettura, fondato a Londra nel 1992 per coinvolgere i cittadini e far comprendere quanto una migliore progettazione degli spazi urbani influisca positivamente sulla qualità della vita, Open House è oggi un fenomeno in vertiginosa crescita che coinvolge ormai 46 città nei cinque continenti con oltre un milione di cittadini coinvolti in tutto il mondo. In Italia sono già tre le città che aderiscono al network di Open House: Roma, Milano e Torino. E da quest’anno, finalmente, Napoli, che il 26 e 27 ottobre aprirà le porte di cento dei suoi edifici storici e contemporanei, sedi istituzionali, uffici, spazi riqualificati, teatri, cantieri attivi, luoghi sacri, infrastrutture, spazi verdi, residenze private, factory creative, offrendo anche diversi eventi e percorsi negli svariati quartieri della città. Tra essi, per questo itinerario all’insegna della riqualificazione degli spazi urbani, in epoche diverse, vi propongo il Rione Sanità.

Nelle rappresentazioni dei media, solitamente, il Rione Sanità viene associato ad immagini di degrado urbano e sociale. La rappresentazione che ci viene offerta di luoghi o persone influenza profondamente il nostro modo di guardarle, soprattutto quando viene mostrata solo una delle molteplici sfaccettature che li compongono. E, parafrasando la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, il problema di fornire questo tipo di rappresentazione è che genera degli stereotipi, dandoci una visione incompleta di luoghi e persone, che però diventa l’unica visione disponibile.

Ho scelto questi luoghi proprio per questo motivo. La creatività e la resilienza sono qualità indubbie del capoluogo campano, così come di altre città italiane, ma spesso non vengono messe in risalto; pertanto, l’idea di questo percorso nasce dall’esigenza di aggiungere un altro tassello alle immagini che spesso vengono associate al Rione Sanità, con la speranza di limare eventuali pregiudizi. Preparatevi a camminare, perché il tempo totale è di circa tre ore!

Sia sabato 26 che domenica 27, dalle 10 alle 11.30, sarà possibile partecipare ad un percorso che è stato intitolato ‘Luoghi comuni al Rione Sanità’, curato da Nicola Flora (DiARC – Dipartimenti di Architettura dell’Università di Napoli). L'appuntamento, per i visitatori che avranno precedentemente prenotato a partire da lunedì 14 ottobre, sarà alla Chiesa di Santa Maria della Sanità - Piazza Sanità 14.

Il percorso, della durata di 90 minuti e ad accessibilità parziale per i disabili, si concentra sui luoghi che, all’interno del Rione Sanità, sono stati oggetto di processi di riqualificazione partecipata secondo quanto indicato dal Regolamento "Adotta una strada", approvato nel 2015 dal Comune di Napoli, per favorire investimenti relativi alla progettazione partecipata e la cura degli spazi urbani. L’intervento ha visto la collaborazione del gruppo di ricerca del DiARC e la Fondazione San Gennaro, coadiuvati dalla cooperativa Officina dei Talenti, che ha materialmente eseguito i lavori. Le tre aree sottoposte a riqualificazione sono Piazzetta San Severo a Capodimonte, Via Arena alla Sanità e Largo Vita, quest’ultimo individuato all’interno di un percorso commemorativo su Totò.

Con una breve camminata lungo la via Sanità, passando per via Santa Maria Antesaecula (al cui civico 110 si trova la casa Natale di Totò), si arriva a via Montesilvano n. 5, dove sarà possibile visitare un esempio virtuoso di riqualificazione di beni immobili confiscati alla criminalità. Anche in questo caso, l’accessibilità ai disabili sarà parziale (solo piano inferiore).

 

Recupero dal Basso

Rione Sanità Open House Napoli

Quella del basso di Via Montesilvano nella Sanità è uno degli esempi di come i beni immobili confiscati alla criminalità, adeguatamente recuperati, possano essere restituiti alla comunità e rinascere a nuova vita. Quando Opportunity Onlus lo ha preso in gestione, l’interno del basso era completamente distrutto: muri crollati, pavimenti e servizi divelti. Grazie anche ai fondi raccolti da una campagna crowdfunding di grande successo, che ha coinvolto gli stessi cittadini, l’Associazione ha ristrutturato completamente lo spazio adottando criteri di sostenibilità: adesso è un’agenzia di servizi gratuiti per il cittadino attraverso la quale volontari donano ogni giorno il loro tempo ai bambini del quartiere con corsi di teatro, corsi di favole, di lingue, di informatica e doposcuola, tutto a titolo gratuito.

Il sito sarà visitabile sabato 26 dalle 11 alle 18, e domenica 27 dalle 10 alle 14.

Una brevissima camminata verso la via Arena della Sanità vi porterà all’ultima tappa di questo itinerario: il Sito Archeologico Acquedotto Augusteo, purtroppo non accessibile ai disabili.

Scoperto nel 2011 nel piano interrato dello storico Palazzo Peschici Maresca, di proprietà dell’Arciconfraternita dei Pellegrini, il sito conserva alcuni resti dell'Acquedotto Augusteo, un'opera di ingegneria idraulica tra le più importanti dell'epoca romana. Costruito nel primo decennio d.C., si sviluppava lungo un percorso di oltre 100 km, dalle sorgenti del Serino fino alla grande cisterna di Miseno, la cosiddetta "Piscina Mirabilis". Lungo il suo percorso attraversava i più importanti centri urbani dell'epoca, tra cui Neapolis.

Nel corso dei secoli, i due ponti-canale rinvenuti, in tufo e laterizi, furono prima interrati a seguito dell’innalzamento del livello di calpestio, poi utilizzati nel Cinquecento come fondamenta per la costruzione del palazzo, quando la città si espandeva al di fuori delle mura. Gli spazi disegnati dai grandi archi, oggi nel sottosuolo, sono stati adibiti in tempi più recenti a cantina e deposito, rifugio durante le ultime guerre, poi trasformati in discarica e quindi abbandonati. Negli ultimi anni il sito è stato oggetto di un’importante azione di sgombro, ripulitura e messa in sicurezza, ad opera dell'Associazione Vergini Sanità, in collaborazione con la proprietà e con associazioni del territorio, per attività finalizzate alla conservazione, valorizzazione e fruizione.

Il sito sarà visitabile sabato 26 e domenica 27 dalle 10.30 alle 11.15 e dalle 12 alle 12.45.

Per maggiori informazioni, consultare il programma e prenotarvi, basterà visitare la sezione ‘Programma’ del sito www.openhousenapoli.org