Capitello dorico. Parco archeologico di Paestum

Da Paestum riemergono elementi architettonici di un edificio dorico

Durante alcuni lavori di pulizia lungo il versante occidentale delle mura di Paestum, alcuni archeologi del Parco archeologico hanno scoperto capitelli, colonne, cornicioni e metope che erano coperti sotto uno spesso strato di fogliame. Probabilmente, questi elementi architettonici facevano riferimento in antico ad un edificio di stile dorico all’interno della città. La scoperta più curiosa è quella relativa ad un pannello, forse una metopa in arenaria decorata con tre rosette a rilievo, note anche in altri edifici dorici costruiti tra il VI e ed il V secolo a.C. nel territorio di Paestum. I lavori di pulizia delle mura sono stati avviati solo qualche giorno fa nell’ambito di un progetto europeo finanziato con fondi strutturali miranti al restauro e alla riqualificazione della cinta muraria della città lunga circa 5 km.

Metopa con decorazione a rosette. Parco archeologico di Paestum
Metopa con decorazione a rosette. Parco archeologico di Paestum

I reperti possono considerarsi ritrovamenti occasionali accumulati lungo le mura durante lavori agricoli negli anni ’60 ma di estremo interesse archeologico in quanto presentano ancora tracce di policromia, pittura di color rosso e di intonaco. Sembrano appartenere ad un edificio di piccole dimensioni, un tempietto o forse un portico, risalente al periodo di realizzazione della più famosa Tomba del Tuffatore di Paestum che si data tra fine VI ed inizio V secolo a.C.

Il direttore del Parco Archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel spiega che la zona in passato ha restituito diverso materiale archeologico, in particolare una stipe votiva contenente statuette di divinità femminili in trono e frammenti ceramici databili tra VI e III secolo a.C. La stipe si trovava in quello che in antico era il quartiere ceramico, il kerameikos di Paestum, dove si producevano famosi vasi. Tra il quartiere artigianale e la cinta muraria doveva trovarsi anche questo piccolo edificio, un vero gioiello dell’architettura dorica magno – greca di età tardo arcaica. I preziosi reperti sono stati recuperati e portati nei depositi del Museo dove saranno sottoposti ad una serie di analisi e di interventi di consolidamento.

Capitello dorico. Parco archeologico di Paestum
Capitello dorico. Parco archeologico di Paestum

Della scoperta sono stati informati il Direttore Generale per l’Archeologia, Gino Famiglietti e il Soprintendente delle province di Salerno, Avellino e Benevento, Francesca Casule per concordare una strategia di intervento e di indagine  che mira allo studio del territorio.


COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico Valle dei Templi Agrigenti

Agrigento: mostra "Costruire per gli Dei. Il cantiere nel mondo classico"

COSTRUIRE PER GLI DEI

Il cantiere nel mondo classico

Valle dei Templi | AGRIGENTO

12 giugno | 30 settembre

COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico Valle dei Templi AgrigentiCOME SI COSTRUIVANO I TEMPLI ANTICHI? Come era possibile trasportare massi squadrati da diverse tonnellate e issarli a diverse decine di metri di altezza? Quanti operai servivano per costruire un tempio?

Una mostra dal grande valore didattico e documentario ricostruisce i cantieri allestiti per edificare i grandi templi dorici della Valle dei Templi di Agrigento. Sono riproposte - in un itinerario che si addentra nella Valle - in scala 1:1, le principali macchine edili costruite nel tempo, con ingegnosi meccanismi di semplicità disarmante. Ripercorrendo le descrizioni delle fonti antiche, da quelle di Diodoro Siculo per il complesso dell'Olympeion, rivive così l’arte del costruire dell’antica Akragas, la “più bella città dei mortali” di pindarica memoria, i cui abitanti secondo le parole riferite a Empedocle “costruivano come se dovessero vivere in eterno e banchettavano come se dovessero morire all’indomani”. 

La mostra “COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico”, prodotta e organizzata da MondoMostre in collaborazione con il Polo Culturale di Agrigento e il Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi e promossa dalla Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana, si inaugurava ieri (venerdì 7 giugno) nella Valle dei Templi di Agrigento alla presenza del dirigente generale del Dipartimento dei Beni Culturali, Sergio Alessandro, del presidente del Consiglio del Parco della Valle dei Templi Bernardo Campo e del direttore del Parco e del Polo archeologico di Agrigento, Giuseppe Parello.

"COSTRUIRE PER GLI DEI" è curata dall’architetto Alessandro Carlino, storico dell’architettura che da anni studia i templi dorici siciliani, e nasce da un’idea del direttore del Parco della Valle dei Templi, Giuseppe Parello.

La mostra - per i primi quattro giorni - sarà offerta gratuitamente a chi visiterà la Valle dei Templi con il nomale biglietto di ingresso. Da mercoledì 12 giugno (apertura ufficiale) si pagherà un piccolo sovrapprezzo di 2 euro, sempre sul biglietto abituale.

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«È in Sicilia che si trova la chiave di tutto» […] «La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra … chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita». (J.W.Goethe, “Viaggio in Italia”, 1817)

COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico Valle dei Templi Agrigenti

Tutto parte da Vitruvio e dal suo De Architectura: l’unico grande trattato di architettura, scritto alla fine del I a.C. giunto fino noi pressoché integro, che spieghi stili, decorazioni, sistemi di costruzione delle basiliche, delle terme, dei teatri. E dei templi, tramandati dalla tradizione ellenistica. Dalle preziose notizie racchiuse nei dieci libri, si conoscono i materiali e le tecniche costruttive delle murature, intonaci, stucchi, mosaici. Si scopre l'uso dei colori: i templi greci, che appaiono ai nostri occhi, monocromatici, erano in origine, riccamente colorati. Questo ed altro, molto altro, si scopre leggendo Vitruvio. Ma quali erano le reali tecniche di costruzione dei templi, quali le macchine impiegate per spostare enormi blocchi di pietra, quanti gli operai coinvolti e quanto a lungo durava una costruzione?

Una mostra dal grande valore didattico e documentario che ricostruisce i cantieri allestiti per edificare i grandi templi dorici che possiamo ammirare ancor oggi nella Valle dei Templi di Agrigento. Ripercorrendo le descrizioni delle fonti antiche a partire, ad esempio, da quelle fatte da Diodoro Siculo per il complesso dell'Olympeion, rivive l’arte del costruire dell’antica Akragas, la “più bella città dei mortali” di pindarica memoria, i cui abitanti secondo le parole riferite a Empedocle “costruivano come se dovessero vivere in eterno e banchettavano come se dovessero morire all’indomani”.

La mostraCOSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico”, prodotta e organizzata da MondoMostre in collaborazione con il Polo Culturale di Agrigento e il Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi e promossa dalla Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana, si inaugura nella Valle dei Templi di Agrigento, con apertura al pubblico dal 12 giugno fino al 30 novembre 2019. Forte di un comitato scientifico di grande rilievo, la mostra è curata dall’architetto Alessandro Carlino, storico dell’architettura che da anni studia i templi dorici siciliani, e nasce da un’idea del direttore del Parco della Valle dei Templi, Giuseppe Parello.

Del Comitato Scientifico fanno parte Stefano De Caro, dal 2011 direttore generale dell’ICCROM, già direttore generale delle Antichità nel Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, esperto archeologo di fama internazionale, Heinz Jurgen Beste responsabile scientifico dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, che con Umberto Baruffaldi ha ricostruito con esattezza filologica il prototipo di uno dei 28 montacarichi per il sollevamento delle belve nel Colosseo. Federico Rausa, docente di archeologia classica alla Federico II di Napoli, Carmelo Bennardo, direttore tecnico del Parco archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi, che da vent’anni guida i restauri ai monumenti del Parco. Il direttore Giuseppe Parello e con il contributo di Manolis Korres, architetto e studioso greco che ha firmato il progetto di restauro dell'Acropoli e che ha studiato le tecniche di costruzione e i materiali usati per edificare il Partenone.

La mostra nasce con l’obiettivo dichiarato di coinvolgere il pubblico nella comprensione delle tecniche e dei processi che furono compiuti anticamente per erigere i templi della Valle attraverso la ricostruzione in scala 1:1 di un vero e proprio cantiere. Lungo la via sacra della Valle dei Templi sono state ricostruite – a grandezza naturale – alcune “macchine” tra cui una gru (alta 12 metri, riprodotta in scala reale), carri e slitte per il trasporto del materiale lapideo; esposti modelli di templi, strumenti di misura come il corobate (strumento romano usato per misurare la pendenza del terreno) o la groma (a piombo, serviva per tracciare sul territorio i frazionamenti, le zone, le strade).

Dal MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) sono giunti (e vengono esposti nell’Auditorium Lizzi del Museo Archeologico “Pietro Griffo” di Agrigento) cinque compassi originali di epoca romana, a testimonianza di una continuità dell’utilizzo di macchine e strumenti nel mondo classico, mentre dal Tempio E di Selinunte provengono tre blocchi architettonici (geison, taenia e triglifo) con ampie porzioni di intonaco policromo, che spiegano appunto come in epoca greca i templi fossero riccamente decorati. La querelle sul colore dei templi coinvolse, sin dagli inizi dell’Ottocento e in concomitanza dei sempre più numerosi viaggi nel sud Italia e in Grecia, intere generazioni di studiosi. Ad Agrigento e Selinunte, questi moderni ‘architetti-archeologi’ scoprirono i resti dell’originaria policromia e, sulla base di precisi rilievi e approfonditi studi, ipotizzarono l’aspetto delle architetture classiche così come dovevano apparire all’apice del loro splendore.

A testimonianza di questo ricco momento di studi verranno esposte le ricostruzioni Jakob Ignaz Hittorff pubblicate nel 1827 (provenienti da una collezione privata), e l’opera di Domenico Lo Faso Pietrasanta duca di Serradifalco, Le antichità della Sicilia esposte ed illustrate, proveniente dalla Biblioteca Comunale “barone Antonio Mendola” di Favara che conserva una ricca collezione di volumi dedicati all’architettura classica.

Il percorso espositivo si arricchisce di una serie di scatti, dei templi e della valle, dell’artista palermitano Francesco Ferla, impegnato nella realizzazione di esposizioni internazionali dedicate alla valorizzazione del patrimonio architettonico siciliano.

La grande CASA DEGLI DEI, era sempre orientata verso il sorgere del sole, doveva poggiare su basi solidissime, per cui si scavava il terreno fino a trovare il piano di roccia. Intorno vi era sempre un portico ombroso (peristasi) per le cerimonie sacre. La statua della divinità era celata all’interno del naos (o cella) – dove potevano accedere solo i sacerdoti -, preceduta da un vestibolo (pronao) e conclusa dalla parte della fronte posteriore (opistòdomo), dove si conservavano gli arredi rituali e i preziosi doni votivi.

Le macchine e i reperti della mostra COSTRUIRE PER GLI DEI permettono di avanzare ipotesi accreditate e scientifiche, sui metodi di costruzione dei templi, utilizzati in tutto il Mediterraneo. Per scoprire sostanzialmente che i metodi erano simili ad oggi, anche se meno raffinati e senza l’uso, ovviamente, di tecnologia. Ma ci si muoveva per intuizione, provando e riprovando fino a che non si raggiungevano i risultati desiderati.

LE CAVE Se si era fortunati, i luoghi di estrazione dei materiali da costruzione erano nei pressi del tempio che si doveva costruire, come nel caso dell’antica Akragas, dove i monumenti principali furono realizzati con pietra locale, una calcarenite molto “tenera”, facilmente lavorabile, proveniente da cave nelle immediate vicinanze della città.

I banchi di pietra venivano intaccati tramite piccoli utensili metallici (scalpelli e mazzette, scalpelline, piccozze, asce …) per formare un taglio in cui si inserivano dei cunei (spesso in legno che, bagnati, si gonfiavano e spezzavano la pietra), battuti fino al distacco del blocco. Per le colonne, si scavava una trincea attorno al perimetro del tamburo da cavare e successivamente si procedeva al distacco dal banco roccioso: una tecnica che proveniva dall’antico Egitto e che rimase inalterata fino in epoca romana. Gli elementi da costruzione estratti dalle cave, già sbozzati, erano pronti per il viaggio verso il cantiere che avveniva tramite slitte, carri o, se di grandi dimensioni, con macchine costruite per l’occasione.

LA SLITTA Un mezzo funzionale e versatile, già utilizzato nelle civiltà egizie e mesopotamiche, era la slitta, composta da assi di legno incastrate tra loro, con le estremità rivolte all’insù per agevolare il movimento. Un mezzo estremamente leggero, progettato per essere smontato e trasportato su carri dal cantiere alla cava, dove veniva rimontata e riutilizzata per i trasporti successivi. Le slitte, una volta caricate del materiale da costruzione da trasportare, venivano trainate da buoi e scivolavano su rulli o assi di legno, a seconda del tipo di carico. Per governare la slitta, la si imbrigliava con funi collegate ad argani che ne regolavano la velocità o a perni di legno incastrati ai lati della strada su cui si avvolgevano le funi che frenavano lo scivolamento e ne aumentavano la stabilità.

IL CARRO. Era di gran lunga il mezzo di trasporto meccanico più usato nella civiltà greca; un mezzo solido e funzionale che si prestava ai più disparati utilizzi, dal trasporto delle merci a quello degli elementi costruttivi di medie dimensioni. Nonostante la sua robustezza e affidabilità, era però difficilmente governabile nei tratti in pendenza; trainato da buoi, veniva quindi usato soprattutto su percorsi pianeggianti. Nel corso degli anni, è stato però dotato di diversi accorgimenti che lo hanno reso più funzionale: l’innovazione più importante è stata senz’altro l’avantreno semovente per utilizzarlo su percorsi più impervi.

IL TEMPIO LIGNEO. Il tempio dorico è la traduzione in pietra del suo antenato più antico costruito in legno. Bisogna ricordare la verità estetica alla base del lavoro di artisti, architetti, committenti e anche dal grande pubblico: alle spalle delle monumentali forme dei templi dorici, ci furono antiche strutture realizzate in legno. Ogni elemento edile trovava corrispondenza e ispirazione in natura, secondo l’estetica greca dal rigoroso principio della “mìmesis". Così come il pittore o lo scultore potevano realizzare opere belle e “giuste” soltanto imitando le forme naturali, anche l’architetto, doveva trarre ispirazione dalle strutture delle antichissime costruzioni lignee, “naturali”. Le ricerche condotte hanno portato ad elaborare un modello di tempio ligneo basato sia su testimonianze letterarie e documentazioni iconografiche originali, sia su considerazioni tecniche oggettive.

IL TRASPORTO. Per il trasporto dei grossi blocchi monolitici che costituivano la struttura del tempio, venivano impiegate delle semplici ma ingegnose macchine. Come la macchina di Metagene, impiegata per il trasporto di architravi o gradoni: una ruota lignea dentro la quale inserire i blocchi che potevano così rotolare trainati da uomini, animali o carri dalla cava fino alla fabbrica. Per il trasporto dei rocchi cilindrici che andavano poi a comporre la colonna del tempio, veniva invece impiegata la macchina di Chersifrone. Il sistema si basava sul rotolamento del fusto stesso, intelaiato con travi di legno connesse all’asse di rotazione del tamburo.

LE COLONNE. Le colonne e le loro porzioni cilindriche (rocchi o tamburi) erano collocate sullo stilòbate (dal greco: stilos = colonna e batis = base). Le scanalature (di norma 16 o 20) che ornavano la superficie esterna, venivano eseguite dopo che tutti gli elementi erano stati assemblati alla perfezione. Al di sopra dei capitelli delle colonne veniva poggiato l’architrave, costituito da grandi parallelepipedi. I perni di giunzione erano in legno o in piombo e servivano per allineare le colonne ed evitare che i rocchi ruotassero sul proprio asse.

IL CANTIERE. Il cantiere greco è sempre stato un luogo di sperimentazione ingegneristica e meccanica. I blocchi di calcarenite, estratti nelle cave, arrivavano in cantiere su slitte o carri, ma rimaneva da risolvere il problema del sollevamento. Venne così inventata una macchina formata da lunghe travi di legno fissate al terreno e unite alle estremità a formare un triangolo. In testa a questa struttura erano fissate carrucole che mediante delle corde, consentivano di sollevare elementi molto pesanti fino alla quota desiderata. Nasceva così la gru (o capra) il cui funzionamento era semplice ma ingegnoso perché, non solo consentiva di sollevare elementi assai pesanti, ma permetteva, mediante un sistema di pulegge, di diminuire lo sforzo necessario. Un’altra macchina utilizzata per il sollevamento dei blocchi in cantiere, descritta da Vitruvio come “assai ingegnosa e comoda”, era il “polyspastos”, gru fissa composta da una singola trave lignea fissata al terreno.

LA GRANDE GRU. La grande gru non veniva utilizzata fissandola direttamente al terreno come avveniva per le più macchine piccole, ma era collocata su grossi tronchi, che avevano la funzione di veri e propri binari, su cui la macchina poteva scorrere, in modo tale da non dover essere smontata continuamente. Il sistema di sollevamento utilizzava un argano che era collocato in orizzontale tra le travi principali della gru, ed era azionato da lunghe leve (manovelle). La gru, riprodotta in scala reale per la mostra, è composta da aste convergenti realizzate con travi di legno che misurano 12 metri e hanno una sezione di 35 x 45 cm. Il modello deriva dalle fonti letterarie classiche, Vitruvio in particolare, e dalle fonti iconografiche note, ma è anche debitore delle varie ipotesi ricostruttive dell’architetto greco Manolis Korres.

LE MAESTRANZE E I TEMPI. Alla realizzazione dei templi lavoravano un numero considerevole di persone con specifici compiti, che formavano delle vere e proprie squadre specializzate nella costruzione di edifici monumentali. Questi gruppi detti "officine", si spostavano di città in città per innalzare i grandi santuari degli dei olimpici. Ci volevano anche decenni per completare un tempio e, in alcuni casi, come nel colossale tempio di Zeus Olimpio ad Agrigento, forse non bastò un secolo per portarlo a termine.

COME NASCEVA IL TEMPIO

GLI STILI ARCHITETTONICI. In architettura i greci distinguevano tre caratteri costruttivi, e altrettanti stili: il dorico, forte come un atleta o un guerriero; lo ionico, bello come una matrona; il corinzio, prezioso e gracile come una fanciulla. Sopra i geometrici capitelli dorici posava la trabeazione col fregio a trìglifi e mètope. Mentre i due ordini “femminili” presentavano basi sotto i fusti delle colonne, il dorico “maschile” era l’unico a esserne privo: scalzo come i ginnasti o i combattenti.

La fondazione

Una volta stabilito il progetto del tempio, veniva creato il piano di appoggio più profondo, perfettamente orizzontale e collaudato con il sistema egizio: venivano scavati dei canaletti nella roccia e, se il lavoro era stato eseguito a regola d’arte, l’acqua doveva restare in equilibrio.

Il colonnato

Le porzioni cilindriche (rocchi o tamburi) delle colonne venivano rifinite con precisione in cantiere, poste le une sulle altre ed assicurate tramite perni lignei. Le scanalature venivano eseguite una volta che tutti gli elementi erano stati assemblati alla perfezione.

La copertura

Se la pietra era il materiale principale nella costruzione del tempio, gran parte della copertura era in legno, sotto il manto di tegole laterizie. Le grandi travi erano composte da più strati che venivano assemblati con chiodi e funi. Le fornaci per i laterizi si trovavano nelle immediate vicinanze del tempio e seguivano le necessità del cantiere.

La decorazione

Il fregio e il cornicione erano le parti più decorate della trabeazione. I trìglifi rettangolari erano blu, alternati alle mètope dipinte di rosso. Al di sopra dei trìglifi, nel cornicione, venivano intagliati i mùtuli e le gocce, che venivano dorate per evidenziarne la forma che ricordava gli antichi chiodi lignei. Infine, le tegole in terracotta verniciata della copertura.

Unità di misura

Le unità di misura utilizzate in Grecia derivano dai sistemi in uso nel vicino Oriente e in Egitto già nel secondo millennio a.C. e come questi erano basate su misure naturali. In particolare, facevano riferimento alle parti del corpo umano: il piede, il braccio o la falange di un dito e sui loro rapporti. Lo stesso criterio valeva per le misure di superficie: l’estensione di un terreno veniva, ad esempio, calcolata in funzione della quantità di frumento occorrente per la sua semina.

Il modulo

Il modulo era l'unità di base utilizzata per la costruzione del tempio e corrispondeva al raggio della colonna. Tutte le parti del tempio erano proporzionate in base a questa unità.

Nel tempio della Concordia ad Agrigento, ad esempio, il modulo è pari a 2 piedi e un quarto (diametro = 4 piedi e mezzo), con il piede che misura circa 32 cm. Nello stesso tempio, il fusto della colonna misura 8 moduli e il capitello un modulo, dunque la colonna intera è alta 9 moduli (4 diametri e mezzo). L’architrave, il fregio e tutte le altre parti del tempio rispondono a questo sistema di misura, che guidava i costruttori durante tutte le fasi di realizzazione.

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SCHEDA TECNICA

Titolo: Costruire per gli dei.

Il cantiere nel mondo classico

Curata da: Alessandro Carlino

Ideata da: Giuseppe Parello

Prodotta e organizzata da: MondoMostre

In collaborazione con: Polo Culturale di Agrigento e il ParcoArcheologico e Paesaggistico della Valle dei Templi

Date: dal 12 giugno al 30 novembre 2019

Promossa da: Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana

Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana

Orari: Parco della Valle dei Templi (AG)

dal 12 giugno al 12 luglio

tutti i giorni 08.30 - 20.00

dal 13 luglio al 15 settembre

dal lunedì al venerdì 08.30 - 23.00

sabato e domenica 08.30 – 24.00

dal 16 settembre al 30 novembre 08.30 - 20.00 (ultimo ingresso ore 19,00)

Sala Lizzi del Museo Archeologico Regionale"Pietro Griffo" (AG)

dal 12 giugno al 30 novembre 9.00 - 19.30

Biglietti: Parco della Valle dei Templi

2 + biglietto ordinario, cumulativo e ridotto di ingresso al Parco

Ingresso Gratuito:

  • per le categorie previste dalla circolare dipartimentale n.1 del 20/01/2017;

  • per la Sezione introduttiva della mostra presso Sala Lizzi

del Museo Archeologico Regionale"Pietro Griffo";

  • per i possessori di abbonamento al Parco Valle dei Templi;

  • per tutti nelle prime domeniche di ogni mese

 

 


Cesare Bazzani in mostra a Taranto

CESARE BAZZANI

IN MOSTRA A TARANTO

“CESARE BAZZANI, Progetti e opere nella Città dei Due Mari, TARANTO (1899 - 1938)”

 

 

CESARE BAZZANI
(foto Archivio degli Architetti, Ministero per i Beni Culturali)

 

In tutta Italia, Bazzani, architetto ed ingegnere civile, ha architettato.

Cesare Bazzani (5 marzo a Roma - ivi 30 marzo 1939), figlio di un professore di disegno architettonico e scenografo e della sorella del pittore Cesare Serafino, nel 1896 laureato in Architettura tecnica, l’attuale ingegneria civile, e accademico d’Italia, è stato uno degli architetti più prolifici del primo novecento, lo caratterizza, uno stile energico, maestoso, eclettico, e la non curanza di apportare modifiche ai Beni Culturali (come era costume nel periodo in  cui egli visse).

Bazzani crea palazzi del governo, palazzi delle poste, scuole, edifici civili, chiese, banche, sedi amministrative, case del fascio, case del mutilato, monumenti ai caduti, un teatro, una centrale idroelettrica, una caserma dei Carabinieri; in Roma, progetta i restauri di edifici medievali.

Roma, Firenze, Macerata, Terni, Taranto, Spoleto, Ascoli Piceno, Todi, Pisa, Bari, Sanremo, Nuoro, Predappio, Messina, Rieti, Assisi, Imperia, Foggia, Addis Abeba (dove realizza la cattedrale) sono solo alcuni dei luoghi toccati dal suo ingegno.

Nella città di Taranto, in particolare, manifesta il suo talento edificando il Palazzo delle Poste, il Palazzo casa del Fascio Ionico, il Palazzo della Banca, il monumento ai caduti, un villino (abbattuto negli anni ’50), e  la nuova facciata della chiesa del Carmine, ecco il perché della mostra:  “Cesare Bazzani: Progetti e opere nella Città dei Due Mari, Taranto (1899 - 1938)”, nella quale sono esposti i suoi progetti compiuti ed incompiuti.

La mostra è visitabile tutti i giorni nel Castello Aragonese di Taranto,  ripercorre la storia dell’architettura tra le due guerre mondiali e in particolare la storia della città dei due Mari.

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

(foto Giuseppe Di Cera)

 

Cesare Bazzani architettura Taranto
(foto Giuseppe Di Cera)

 

Cesare Bazzani architettura Taranto
(foto Giuseppe Di Cera)

 

Cesare Bazzani architettura Taranto
(foto Giuseppe Di Cera)

 

Cesare Bazzani architettura Taranto
(foto Giuseppe Di Cera)

Mostra: “Cesare Bazzani. Progetti e opere nella Città dei Due Mari, Taranto (1899 - 1938)”

DOVE: Taranto, Castello Aragonese, Galleria Meridionale.

QUANDO: 31 MARZO – 8 APRILE

ORARIO: 9-12:30 / 16-20

INGRESSO: gratuito

Info e visite guidate: +39 3405764781         [email protected]

 

 

 


Castro Pretorio - L'evoluzione di un rione dall'antichità al XXI secolo

La strategia di collaborazione tra il Museo Nazionale Romano e l’hotel The St. Regis Rome fa nascere a Roma, nel cuore pulsante del diciottesimo rione della città, Castro Pretorio, il progetto innovativo Castro Pretorio - L’EVOLUZIONE DI UN RIONE DALL’ANTICHITÀ AL XXI SECOLO che, con una spettacolare installazione multimediale nell’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano, farà vivere ai visitatori un’esperienza immersiva con un vero e proprio viaggio nel tempo e nella storia della Roma antica e moderna.

I visori multimediali, finanziati dall’hotel The St. Regis Rome, porteranno il pubblico nell’anno 298 d.C., all’avvio del cantiere delle Terme che volle costruire l’imperatore Diocleziano come gigantesco “palazzo del popolo” con piscine e vasche di acqua calda e fredda, ma anche palestre, biblioteche e giardini rigogliosi. In soli otto anni, nel 306 dopo Cristo, il cantiere fu completato e tra i colli del Viminale e del Quirinale sorse un complesso esteso per oltre 13 ettari che era delimitato da un ampio recinto e da una grande esedra con gradinate sulla quale, alla fine dell’Ottocento e su progetto di Gaetano Koch, sorgeranno gli eleganti palazzi porticati che formano Piazza dell‘Esedra, l’attuale Piazza della Repubblica.

Ai lati dell’esedra, si ergevano due biblioteche affiancate da sale circolari di cui quella verso l’attuale via XX Settembre, nel 1598, fu trasformata nella chiesa di San Bernardo, mentre quella opposta è ancora visibile all’inizio di via del Viminale e fa parte del Granaio Clementino, l’ultimo dei granai pubblici di Roma costruito dall’architetto Carlo Fontana nel 1705 per il Papa Clemente XI sui resti delle biblioteche delle Terme.

Frigidarium delle Terme di Diocleziano Progetto Katatexilux per il Museo Nazionale Romano e l’Hotel The St. Regis Rome

Gli ambienti principali del complesso termale, al centro dell’enorme recinto, erano disposti lungo un asse mediano trasversale, secondo lo schema canonico di età imperiale, e comprendevano il frigidarium, cioè la sala per i bagni freddi, il tepidarium e il calidarium per i bagni caldi e tutti gli altri ambienti coperti e scoperti che arricchivano le terme: accanto al frigidario le palestre scoperte; in corrispondenza dell’asse del calidario quattro sale di cui due ottagone e, di queste, l’ultima e ancora perfettamente conservata, oggi posta all’angolo di via Romita con via Parigi e via Cernaia, ospitò la grande Mostra archeologica del 1911, per essere poi trasformata nel cinema Sala Minerva; dal 1928 al 1991 fu trasformata nel Planetario allora più grande d’Europa e oggi fa parte del Museo Nazionale Romano per l’esposizione delle sculture provenienti da edifici termali come la copia dell’Afrodite Cnidia di Prassitele, quella di Herakles di Policleto, la testa di Asclepio dalle Terme di Caracalla e la copia dell’Apollo Liceo di Prassitele.

Tutto il complesso, dopo i restauri all’inizio del V secolo, venne progressivamente abbandonato anche in conseguenza della guerra gotica quando, nel 537, Vitige tagliò gli acquedotti della città interrompendo l’afflusso dell’Acqua Marcia che alimentava anche le terme attraverso la cosiddetta Botte di Termini. Solo dopo più di mille anni, nel 1561, Papa Pio VI chiamò il genio di Michelangelo a dare nuova vita a quanto restava degli immensi edifici con la realizzazione della Basilica di Santa Maria degli Angeli e dell’annesso convento dei Certosini, per salvare “tanta veneranda antichità da un irreversibile degrado”.

Michelangelo, grande architetto e attento studioso dell’antico, riutilizzò il frigidarium e il calidarium dioclezianei per sistemare la chiesa e affiancarle il Chiostro grande. Fu il suo ultimo grande progetto architettonico perché il Maestro morì nel 1564 e il cantiere fu ripreso solo dieci anni dopo concludendosi, se così si può dire, solo nella seconda metà del Settecento con il pesante intervento di riordino di Luigi Vanvitelli.

Michelangelo mostra di aver compreso appieno la straordinaria macchina strutturale del frigidario dioclezianeo che riprende, a sua volta, il modello della Grande Aula dei Mercati di Traiano, invenzione tradizionalmente attribuita ad Apollodoro da Damasco, con la successione di sei volte a crociera che scaricano il proprio peso su mensole di travertino. Qui nelle terme, quasi due secoli dopo l’invenzione traianea, il sistema si ripete ampliando le dimensioni dell’aula che passa dai 32x8 metri di quella traianea ai 61x25 metri del frigidarium. Tre immense volte a crociera scaricano il proprio peso sulle mensole poste a oltre 15 metri d’altezza rispetto al pavimento. Le mensole sono decorate in continuità con la trabeazione che corre al di sopra delle 8 colonne monolitiche in granito rosa egiziano -quattro per lato in corrispondenza degli archi di intersezione- che, con un’altezza del fusto di 13,80 metri e un diametro di base di 1,62 m. formano un imponente ordine composito. Dato che il peso delle volte si scarica attraverso le mensole nei maschi murari retrostanti, le colonne non hanno più una vera funzione statica ma diventano una vera e propria decorazione architettonica, seppur di smisurata imponenza.

Il progetto di Michelangelo rispettò la magnificenza dello spazio romano e, soprattutto, la rigorosa macchina strutturale che lo governava; mantenne i grandi vani che si aprivano tra i maschi murari: i quattro laterali, che ospitavano le vasche della natatio, li trasformò in altrettante cappelle e quelli centrali, collegandosi alla rotonda del tepidarium, formarono il braccio ortogonale della croce greca che forma la pianta della basilica. Entrando nella chiesa si poteva davvero cogliere la magnificenza della macchina romana, ancora perfettamente conservatasi nella sua volumetria originaria, esaltata dal lavoro di Michelangelo. Purtroppo è quello che invece non possiamo più cogliere noi dopo gli interventi successivi che, per completare il lavoro del Maestro dopo la sua morte, chiusero le cappelle laterali e aggiunsero altre otto colonne -in mattoni intonacati a simulare la pietra- lungo le pareti dell’aula.

Lasciamo la parola e il commento a Corrado Ricci: erano tempi quelli in cui simili delitti si potevano compiere senza che nessuno trovasse argomento di alzar la voce, oppure anche tentasse di farlo, se in cuor suo biasimava” (Corrado Ricci, S. Maria degli Angeli e le Terme Diocleziane, Roma, 1909). Per fortuna, il viaggio immersivo nella storia ci consentirà di rivivere gli spazi architettonici originari e quelli ideati da Michelangelo grazie allle ricostruzioni multimediali.

Aula Ottagona, Terme di Diocleziano Progetto Katatexilux per il Museo Nazionale Romano e l’Hotel The St. Regis Rome

Proprio il cantiere michelangiolesco, infatti, è ripreso nel racconto multimediale che prosegue con il restauro dei grandi acquedotti romani per alimentare le nuove fontane della Roma barocca e terminare con la costruzione, sul confine delle antiche terme tra l’Aula Ottagona, la Fontana del Mosè e la chiesa di San Bernardo, del Grand Hotel, l'iconico hotel inaugurato nel 1894 dal leggendario albergatore César Ritz; oggi l’edificio, primo fra i grandi palazzi romani ad essere fornito di luce elettrica, è stato completamente restaurato e rinnovato con un progetto della Pierre-Yves Rochon Inc. che rende merito e ridà splendore alla gloriosa storia di un albergo che ha rappresentato a lungo un riferimento per l’ospitalità di lusso nella Città Eterna, oggi entrato a far parte della Marriot International e del brand St. Regis Hotels & Resorts.

Castro Pretorio Progetto Katatexilux per il Museo Nazionale Romano e l’Hotel The St. Regis Rome

L’obiettivo di questo coinvolgente progetto è quello di far conoscere meglio, ai cittadini e al pubblico internazionale, una delle aree più affascinanti del centro storico, dove perfino due simboli così distanti dell'identità millenaria di Roma sono sorprendentemente legati dal filo della storia. Il progetto è nato dalla volontà congiunta di Daniela Porro, la Direttrice del Museo Nazionale Romano, e di Giuseppe De Martino, General Manager dell’hotel St. Regis Rome; è stato curato da Filippo Cosmelli e Daniela Bianco di IF Unique Art Experiences, con la preziosa consulenza dello staff scientifico delle Terme di Diocleziano, in particolare della responsabile di sede Anna De Santis con Carlotta Caruso e Claudio Borgognoni.

La ricostruzione virtuale è stata realizzata da Progetto Katatexilux, una società specializzata in installazioni multimediali applicate al patrimonio culturale. La voce narrante è di Cosimo Fusco.

L'esperienza di realtà virtuale sarà fruibile dai visitatori del museo, secondo orari prestabiliti e consultabili sul sito www.coopculture.it, fino al 28 luglio 2019, la II e la IV domenica del mese. Si ringrazia l’Ufficio stampa di Electa per il Museo Nazionale Romano per le informazioni sull’evento.


Alessandro Melis nominato curatore Mostra Internazionale di Architettura di Venezia del 2020

Sarà Alessandro Melis il curatore del Padiglione Italia alla 17. Mostra Internazionale di Architettura di Venezia del 2020”. Lo rende noto il Ministro per i beni e le attività culturali, Alberto Bonisoli che fa sapere come il nome di Melis sia stato individuato al termine di una procedura di selezione a cui sono stati invitati a partecipare cinque nomi rappresentativi del panorama nazionale. Il progetto è stato scelto dal Ministro nell'ambito dell’istruttoria effettuata dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanea e Periferie urbane.

Credits La Biennale.org

Tra le proposte presentate, tutte molto attente ad esplorare le tendenze attuali di crescita e di sviluppo delle aree urbane italiane, tenendo in considerazione i grandi mutamenti ai quali stiamo assistendo, è stato selezionato il progetto di Alessandro Melis che presenta una riflessione sulle urgenze dell’architettura in Italia, e suggerisce prospettive future per le periferie italiane ed opportunità per la ridefinizione del ruolo strategico e multidisciplinare dell’architettura.

'Il progetto Comunità Resilienti di Alessandro Melis - ha detto Bonisoli - affronta temi di grande urgenza come il cambiamento climatico e la resilienza delle comunità. Si tratta di un percorso di mostra molto divulgativo e coinvolgente, il Padiglione Italia sarà un’occasione per riflettere su come rispondere positivamente in futuro alla pressione sociale ed ambientale attualmente in atto.”

Alessandro Melis, Cagliari (1969), architetto di formazione, è oggi Direttore della Cluster for Sustainable Cities, e fondatore del Media Hub, il primo open lab della University of Portsmouth, nato con l’obiettivo di studiare l’innovazione tecnologica nel campo della progettazione climatica ed ambientale.

I suoi temi di ricerca riguardano l’innovazione nel campo della sostenibilità ambientale, della resilienza e della rigenerazione del tessuto urbano, sui quali è stato curatore e key speaker in numerose conferenze e simposi presso istituzioni come il MoMA a New York, e la China Academy of Art.

Tra le innovazioni di carattere accademico per cui è riconosciuto: l’introduzione in architettura dei cosiddetti “Hybrid tecahing methods” (High Education Fellowship 2018) e l’integrazione di BIM, computazione, e fluidodinamica nella progettazione climatica. Attualmente coordina progetti di ricerca internazionali sulla resilienza in architettura, finanziati da fondi di ricerca internazionali sulla pianificazione urbana attraverso il nexus cibo-energia-acqua e sul riciclo della plastica come strumento di ripensamento infrastrutturale della città del futuro.

La selezione dei curatori è stata eseguita tenendo conto delle esperienze maturate in campo nazionale e internazionale, garantendo la presenza di giovani ed affermati curatori.​


Online l'Atlante dell'Architettura Contemporanea Italiana

ONLINE L’ATLANTE DELL'ARCHITETTURA CONTEMPORANEA ITALIANA
Nuova piattaforma lanciata dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie Urbane del Mibac

Atlante dell'Architettura Contemporanea Italiana MiBACIl sito web, raggiungibile all’indirizzo www.atlantearchitetture.beniculturali.it, racconta le architetture italiane tracciando cinque itinerari tematici illustrati da oltre 100 opere rappresentative del panorama architettonico.
L’utilizzo della piattaforma è agevolato dalla presenza di mappe interattive, che permettono all’utente di costruire il proprio percorso.
Con questo strumento aperto e implementabile si auspica una più efficace percezione e conoscenza dell’architettura italiana moderna e contemporanea da parte di un pubblico sempre più vasto e non solo di specialisti.
Roma, 21 dicembre 2018

Come da MiBAC, redattore Renzo De Simone


Università Ca' Foscari Venezia Carlo Scarpa

Carlo Scarpa 'il professore': Ca' Foscari dedica un docufilm e ricordi inediti al grande architetto

Giornata scarpiana mercoledì 28 novembre dalle 9.15

SCARPA ‘IL PROFESSORE’: CA’ FOSCARI DEDICA

UN DOCUFILM E RICORDI INEDITI AL GRANDE ARCHITETTO

La figura di educatore, il rapporto con matematica, luce e cinema in Aula Baratto. Proiezione di “Nel cuore muto del divino” alle 14.30 a CFZ

Università Ca' Foscari Venezia Carlo Scarpa docufilm  

VENEZIA – Ca’ Foscari dedica una giornata a Carlo Scarpa “il professore”, tra i grandi dell’architettura del XX secolo come testimoniano anche gli interventi nel palazzo dell’ateneo ‘in volta de canal’. Proprio nell’Aula Baratto ridisegnata da Scarpa si svolgerà mercoledì 28 novembre dalle 9.15 un convegno aperto a tutti su “Carlo Scarpa come educatore”, seguito, alle 14.30, dalla proiezione del docufilm ”Nel cuore muto del divino, Carlo Scarpa a Ca’ Foscari”, del regista Riccardo De Cal (a CFZ Cultural Flow Zone, Zattere).

La giornata scarpiana chiude una serie di iniziative attorno al rapporto tra Scarpa e Ca’ Foscari che l’ateneo ha curato in occasione del 150° anniversario dalla sua fondazione. ll progetto “Una perla in volta de canal” ha infatti valorizzato con un film e una ricerca d’archivio uno spazio architettonico che racchiude in sé due straordinarie stagioni scarpiane (lavori del 1937 e 1957).

Gli interventi

Scarpa, la Tomba Brion e il fotografo Sekiya (1942-2002). Dall’archivio Sekiya, Tokyo

J.K. Mauro Pierconti, Waseda University, Tokyo

Una riflessione sull’opera di Carlo Scarpa attraverso gli scatti di un fotografo d’eccezione, il giapponese Sekiya Masaaki. Il lavoro di ordinamento del suo archivio sta portando alla luce molti fondi, tutti riguardanti architetti del XX° secolo, da F.L. Wright a Richard Rogers.

Il fondo Scarpa è uno dei più ricchi e solo alla Tomba Brion ha dedicato più di 1000 scatti. Una piccola selezione di immagini ci guiderà così in un percorso di lettura dell’opera di Scarpa più rappresentativa.

La luce di Carlo

Franca Pittaluga

Vagando tra stanze museali di Carlo Scarpa da tutti conosciute, si propone un itinerario inedito e assai tendenzioso: una sorta di ‘visita  guidata’ che induce ad ignorare le distanze di tempo e di territorio, per concentrarsi piuttosto sugli stratagemmi che l’allestitore preordina  nel ‘mettere in luce’ le opere che espone. Cercando di disvelarne gli artifizi, lungo l’itinerario proposto si focalizza lo sguardo su un solo elemento: la luce naturale. Imparando ad osservare come Scarpa la modula, la inquadra, la nega, la ruba, la chiama, la costringe… creando vere trappole emotive, di cui il visitatore diviene inconsapevole - se pur felice - vittima.

Carlo Scarpa e il cinema

Riccardo De Cal

Alcune considerazioni su cinema e architettura per arrivare nello specifico alla narrazione per immagini delle opere di Scarpa.

Capire la mente di un artista con la matematica

Paolo Pellizzari

Cosa aveva in mente Carlo Scarpa disegnando il pavimento-mosaico del Palazzo Querini Stampalia? La ricerca delle possibili fonti d’ispirazione e la decomposizione dell’opera in “componenti semplici” consente di costruire immagini “matematicamente” simili a quella messa in opera nel marmo. È illusorio affermare che si sia compreso il disegno originale e la sua complessità ma è interessante osservare altri pavimenti che forse avrebbero potuto essere ma non hanno mai visto la luce.

Carlo Scarpa come educatore

Tobia Scarpa e Ferruccio Franzoia

Ricordi e considerazioni sullo stile e sul ruolo di educatore di Carlo Scarpa.

Carlo Scarpa e la Grecia

Franca Semi

Carlo Scarpa come educatore

Guido Pietropoli

Perché Carlo Scarpa è quasi più noto con il titolo di Professore piuttosto che con quello di architetto? Dal 1926 alla sua morte (28/11/1978) Carlo Scarpa svolse un'intensa attività didattica presso l'Università come docente e lui stesso dichiarò che gli sarebbe stato difficile scegliere tra  la scuola e la professione d'architetto. Pochi studiosi hanno trattato questo versante della sua vita che si estende per più di cinquant'anni e se Franca Semi non avesse pubblicatone 2010  il suo libro che trascrive alcune lezioni tenute all'IUAV all'inizio degli anni '70 saremmo privi di una straordinaria testimonianza del suo metodo didattico. Fortunatamente un grande numero dei suoi disegni è custodito attualmente al Centro Carlo Scarpa di Treviso e al Museo MAXXI di Roma; grazie a questi documenti straordinari - più di 18.000 unità - è ora possibile ricostruire opera per opera il processo progettuale dell'architetto, quello che Paul Klee ha chiamato la "confessione creatrice" dell'artista.

Lo studio di questa mole straordinaria di elaborati regalerà importanti informazioni sulla sua  euristica progettuale e sulla genesi delle varie opere.Scarpa continuerà così a insegnare e a mostrare agli  allievi e agli architetti il suo processo di elaborazione della forma architettonica. Uno spunto interessante per avvicinare la personalità dell'architetto è offerto da un ritratto di Carlo Scarpa a firma di Andy Warhol; l'analisi di quest'opera sciamanica con le implicazioni concettuali che la sua visione comporta è l'occasione per ragionare sulla cultura come cibo dello spirito così come ne parla Platone nel suo Protagora.

Cenni biografici

Carlo Scarpa (1906-178) è stato un architetto, designer e accademico italiano tra i più importanti del XX secolo.

Si diplomò in architettura all'Accademia di Belle Arti nel 1926, anno in cui iniziò l'attività didattica presso l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia, dove operò in qualità di professore ordinario di composizione dal 1964 al 1976 e come direttore dal 1972 al 1974. Grazie all'insegnamento, Scarpa contribuì alla formazione di diverse generazioni di architetti, ai quali trasmise grande perizia nell'uso dei materiali e la profonda conoscenza della storia.

La sua attività di professionista si concentrò prevalentemente nell'allestimento di esposizioni e mostre, nel restauro di complessi monumentali e musei, nella realizzazione di abitazioni private e negozi. Tra gli interventi museali più famosi si possono ricordare i lavori alle Gallerie dell’Accademia a Venezia (1948-55), Palazzo Abatellis a Palermo (1953-54), Gipsoteca Canoviana di Possagno (1956-57), Museo di Castelvecchio a Verona (1958-74) e Fondazione Querini Stampalia a Venezia (1961-65).

Fin dal 1926 lavorò come progettista di vetri e dal 1932 al 1947 fu alle dipendenze della vetreria di Murano Venini, divenendone anche direttore artistico. Al compimento dei suoi trent'anni, tra il 1935 e il 1937, Scarpa realizzò la sua prima opera impegnativa, la sistemazione della Ca' Foscari di Venezia, sede dell'omonima università.

Ottenne numerosi riconoscimento fra cui il Premio Nazionale Olivetti per l'architettura nel 1956 e la stessa azienda gli commissionò la sistemazione dello spazio espositivo Olivetti in piazza San Marco. La sua opera venne presentata in Italia e all'estero in importanti mostre personali presso il Museum of Modern Art di New York nel 1966, la Biennale di Venezia nel 1968, la Heinz Gallery di Londra, l'Institut de l'Environnement a Parigi, e infine a Barcellona nel 1978. Nello stesso anno ricevette una laurea honoris causa in architettura dall'Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Fra le opere più importanti si segnala la Tomba Brion a S. Vito di Altivole, che era quasi terminata quando nel 1978 Scarpa morì a Sendai in Giappone.

Testi da Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia:


METRO&THE CITY. Storie di Napoli e di Metropolitana

Una tavola rotonda con alcuni grandi architetti che hanno realizzato stazioni dell’arte ha aperto la mostra METRO&THE CITY,  inaugurata al MANN ed in programma sino al prossimo 31 dicembre. Una collaborazione tra il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la Metropolitana di Napoli e Ansaldo STS per raccontare la storia partenopea e i suoi cambiamenti, legati a quella che oggi è la più grande opera pubblica in città.

Dopo i saluti di Ennio Cascetta (Presidente della Metropolitana di Napoli S.p.A.), Giuseppe Gaudiello (Direttore Generale di Ansaldo STS) e Paolo Giulierini (Direttore del MANN), sono intervenuti cinque protagonisti dell’architettura mondiale che stanno lavorando a Napoli, in questi anni, alle stazioni dell’arteIvan Harbour (Rogers Stirk Harbour & Partners, Stazione Capodichino), Hans Kollhoff (Stazione Arco Mirelli), Boris Podrecca (Stazione San Pasquale), Uberto Siola (Stazione Chiaia), Joan Callìs (Miralles Tagliabue EMBT Studio, Stazione Centro Direzionale); la tavola rotonda è stata moderata dagli architetti Alessandro Castagnaro e Ugo Carughi, che hanno curato l’esposizione.

“Con questa mostra intendiamo raccontare come è cambiata la città con i grandi interventi architettonici realizzati per le stazioni della metropolitana. Innovazioni che in molti casi hanno trasformato luoghi anonimi o degradati in nuove bellezze, in altri casi la meraviglia degli interventi ci consente di lasciare ai posteri un patrimonio importante che si va ad aggiungere a ventisei secoli di storia della città che in questi anni si sono intrecciati con la metropolitana delle tre A, archeologia, arte e architettura che rendono questa infrastruttura unica al mondo”, ha commentato Ennio Cascetta.

"Raccontare, al MANN, la metropolitana di Napoli significa non soltanto rinsaldare il legame del Museo con la città, ma anche affermare che la connessione logistica ed infrastrutturale è il primo modo per condividere valori culturali e sociali. Per il MANN, inoltre, la stazione della metropolitana rappresenterà ancor di più, in futuro, uno snodo nevralgico per accedere all'Archeologico, uno spazio valorizzato dal marchio museale", ha dichiarato il Direttore del Museo, Paolo Giulierini.

"L’arte rappresenta una delle risorse più importanti di Napoli e dell’Italia. Queste iniziative, volte a valorizzare la conoscenza del patrimonio storico e artistico cittadino, contribuiscono vivamente ad accrescere lo status internazionale di Napoli come capitale della cultura. Ansaldo STS, per questo motivo, ha caratterizzato le stazioni della linea 6 – opera di cui è Concessionaria–, con la presenza di opere d’arte messe a sistema con i sistemi ingegneristici di trasporto all’avanguardia. Il risultato è la perfetta commistione tra arte e scienza che rende unico questo ambiente metropolitano in un ambiente urbano già intrinsecamente unico”, ha affermato Andy Barr, Amministratore delegato e General Manager di Ansaldo STS.

Le stazioni della metropolitana interessano luoghi che, pur ricchi di stratificazioni, restano legati ad un momento storico prevalente. Tale momento può essere testimoniato dall’aspetto che ancora conservano; oppure da ritrovamenti di particolare importanza che, occultati dalle successive trasformazioni, sono venuti in luce nel corso degli scavi.

Di conseguenza, è possibile riferire più stazioni a determinate aree urbane rappresentative di un preciso periodo storico, considerando la città, con le sue vicende oltre che con le sue urgenze, quale chiave di lettura della nuova infrastruttura urbana. Da qui il nome della mostra.

Così, le stazioni Garibaldi, Duomo e Università sono riferibili alla Città borghese, che trova la sua espressione più compiuta nell’intervento del Risanamento; Toledo e Municipio, ricche di stratificazioni, alla Città vicereale, ancora determinante per l’attuale impianto urbano; Chiaia, Mirelli, San Pasquale, allo sviluppo della città ad occidente; Mergellina, Lala, Viale Augusto, Piazzale Tecchio, di carattere essenzialmente urbanistico, all’ulteriore prolungamento a occidente, a cavallo di Fuorigrotta; Tribunale e PoggiorealeCentro DirezionaleCapodichino, al versante orientale; Museo e DanteMaterdei e Salvator RosaQuattro Giornate e Vanvitelli, all’espansione dell’abitato lungo le colline, partendo dal centro storico.


Sta per partire Milano Arch Week, dal 12 al 18 giugno 2017

Milano Arch Week

Sta per decollare la settimana di architettura promossa da Comune, Politecnico e Triennale

Dal 12 al 18 giugno 2017

Milano, 6 giugno 2017 - Milano Arch Week, la settimana di eventi dedicati all’ARCHITETTURA E AL FUTURO DELLE CITTÀ, con la direzione artistica di Stefano Boeri, si aprirà lunedì 12 giugno con una festa alla Fondazione Catella e si svolgerà in due luoghi: martedì 13 giugno nel Patio della Scuola di Architettura del Politecnico di Milano - con la partecipazione del Rettore Ferruccio Resta e del VicePresidente della Triennale Clarice Pecori Girardi - e da mercoledì 14 a sabato 17 giugno nelle sale e nel giardino della Triennale di viale Alemagna.

Milano Arch Week sarà caratterizzata dalla presenza di grandi protagonisti della scena internazionale come i catalani RCR, vincitori del Premio Pritzker 2017 (il Nobel dell’architettura) e il grande Maestro nordamericano Peter Eisenman.

Una lista che continua con Elizabeth Diller, progettista della celeberrima High Line di New York e con Francis Kéré, architetto del Burkina Faso e progettista del prossimo Serpentine Gallery Pavilion di Londra. Ad essi si aggiungeranno altri noti architetti internazionali come Winy Maas (MVRDV), Giancarlo Mazzanti, Philippe Rahm, Sam Jacob, Martin Videgård, Petra Blaisse (autrice del nuovo Parco di Porta Nuova), e l’urbanista cinese Lee Xianing.

Non mancherà la voce di architetti italiani che lavorano nel mondo come Alessandro Mendini, Cino Zucchi, Michele De Lucchi, Benedetta Tagliabue, Italo Rota, Fabrizio Barozzi, Carlo Ratti, Patricia Urquiola, Mario Bellini, oltre a Archea, TAM associati, Aoumm, Baukuh, Piuarch, 5+1 aa, OBR, Metrogramma, Startt, LAN, Ippolito Pestellini Laparelli di OMA e molti altri ancora.

Una sezione di Milano Arch Week, nel giardino della Triennale, sarà dedicata ai giovani gruppi emergenti italiani ed internazionali, è il caso - tra gli altri - dei Parasite 2.0, dei Raumplan, Small, Fosbury Architecture e dei Waiting Posthuman Studio.

Ci saranno momenti di riflessione dedicati ai grandi Maestri dell’architettura e della cultura italiana, come Aldo Rossi (letto in rapporto a Giovanni Testori) ed Ettore Sottsass (un’anticipazione della grande mostra che si aprirà in Triennale in autunno).

Una mostra curata da Emilia Giorgi dedicata all’architetto fiorentino Vittorio Giorgini, precursore dell’architettura zoomorfica, sarà allestita nelle sale della Quadreria.

Una grande festa-tributo, nel Salone d’Onore della Triennale, sarà dedicata venerdì 16 alle 18.30 ai 107 anni di Gillo Dorfles, alla presenza di rappresentanti dell'Amministrazione comunale.

La settimana di Milano Arch Week si concluderà domenica mattina con una visita in anteprima alla nuova Palazzina delle piscine realizzate nel perimetro del Teatro Franco Parenti.

Molti altri luoghi della città si accenderanno durante la settimana dell’Architettura.

Le mattinate di Milano Arch Week saranno dedicate a passeggiate, incursioni in scooter VespArch e visite guidate alle architetture milanesi e alla città.

Tra queste il Polimibus del 13 giugno che prevede due tappe: la prima a Sesto San Giovanni, dove l’Architetto Susanna Scarabicchi illustrerà il progetto MILANOSESTO, una delle più grandi riqualificazioni di aree industriali dismesse in Europa. La seconda a Palazzo Mondadori, con lectio magistralis di Roberto Dulio sull'opera realizzata dall'architetto brasiliano Oscar Niemeyer.

Milano Arch Week proporrà anche una serie di visite con guide d’autore (Belgiojoso, De Giorgi, Albini, Mendini, Chigiotti, Boeri, Zucchi) alle Case Museo dei designer storici milanesi (tra gli altri Castiglioni, Albini, Magistretti) e ad alcune architetture mirabili (Villa Necchi Campiglio, Museo Poldi Pezzoli, Casa Boschi Di Stefano, Studio Francesco Messina).

Milano Arch Week proporrà anche itinerari e interventi nel vivo di alcuni luoghi sensibili della città: nei nuovi luoghi della cultura, negli scali merci dismessi e nelle periferie urbane.

Inoltre, attraverso due maratone ospitate al Teatro dell’Arte, verranno indagate le numerose occasioni di recupero di spazi e edifici milanesi attraverso le tesi di Laurea degli studenti della Scuola di Architettura del Politecnico di Milano.

A questi vanno aggiunti gli itinerari di Architettura e le numerose iniziative organizzate dall’Ordine degli Architetti di Milano (che cura anche l’apertura venerdì e sabato degli studi professionali di Milano) e altri eventi satellite diffusi per la città promossi da altre istituzioni milanesi come Assab One (con l’intera giornata di domenica dedicata al tema del colore), Lualdi, SpazioFMG per l'Architettura, IRA.C, URBANFILE, Open House Milano, Valorizzazioni culturali, Turné Eventi,  AIM Associazione Interessi Metropolitani, e tanti altri.

Particolare attenzione verrà rivolta al rapporto fra l’architettura e le altre arti.
Al cinema, grazie ai contributi di Amos Gitai, Paolo Vari e Davide Rapp; alla fotografia, con la presenza di un protagonista quale Oliviero Toscani e di Paolo Rosselli e Antonio Ottomanelli.

All’arte, con la partecipazione, tra gli altri, dell’artista albanese Adrian Paci e al teatro grazie ad un evento speciale dedicato a Luca Ronconi, al Teatro dell’Arte - curato da Margherita Palli e Giovanni Agosti - e una programmazione speciale curata da Umberto Angelini.

E alla musica, che oltre al concerto di sabato sera, vedrà la partecipazione Max Casacci (Subsonica) e Daniele Mana e del loro nuovo progetto di campionatura e mix sonoro dei rumori della città di Torino.

A Milano Arch Week si discuteranno i grandi temi delle città contemporanee - le periferie, le disuguaglianze sociali, le trasformazioni urbane e la grande sfida della ricostruzione del Centro Italia - con la presenza tra gli altri del Commissario Vasco Errani. Non mancheranno approfondimenti sugli spazi del conflitto internazionale, grazie alla presenza dell’architetto israeliano Eyal Weizman, a una sessione dedicata al rapporto tra Architettura e Geopolitica e a una riflessione sullo sviluppo delle città africane.

Di sera il giardino della Triennale si accenderà per dar vita a momenti di riflessione intrecciati con l’intrattenimento e lo spettacolo.

Mercoledì 14 una serata verrà dedicata al rapporto tra Architettura e Natura con la partecipazione del neurobiologo vegetale Stefano Mancuso e Deproducers che presenteranno una special edition dello spettacolo “Botanica”.

Giovedì 15 una sessione dedicata all’Architettura e la Notte curata da Zero.

Venerdì 16 una Maratona Radicals (con gli architetti radicali della scena fiorentina e milanese) e a seguire la proiezione di un montaggio dei film su Milano di Renato Pozzetto commentati dal loro autore.

Sabato 17, infine, il giardino della Triennale ospiterà una grande serata dedicata alla cultura delle periferie, con filmati, testimonianze di scrittori e uno showcase curato da Marta Donà, dove si esibirà il meglio della musica trap italiana con IZI e LAIOUNG e FABRI FIBRA, reduce dal successo del suo ultimo disco di inediti “Fenomeno”.

I partecipanti alla Milano Arch Week avranno diritto ad uno sconto sul biglietto della mostra “La Terra Inquieta” (5,50 €) presentando il programma alla biglietteria della Triennale.

Sponsor: Coima, DBA Group, FS Sistemi Urbani, H3, HP, Lualdi, Mansutti e Milanosesto.

Media Partner: Abitare, Area, Arketipo, DDN, Design boom, Domus, E-flux, Icon, Icon Design, Interni, Made Expo, Of Arch, Radio Popolare, The Plan, Zero.

Per info: www.milanoarchweek.eu
www.facebook.com/milanoarchweek

#MilanoArchWeek

Come da Comune di Milano.


Milano: inaugurata mostra dedicata all'architetto Renzo Mongiardino

Cultura

In occasione del centenario dalla nascita, si inaugura al Castello Sforzesco la mostra dedicata all'architetto Renzo Mongiardino

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Milano, 26 settembre 2016 - Alle ore 18 di martedì 27 settembre, presso la sala del Tesoro al Castello Sforzesco, si apre al pubblico con un'inaugurazione aperta alla stampa la mostra 'Omaggio a Renzo Mongiardino. (1916-1998) Architetto e scenografo', che sarà allestita nella Sala del Tesoro del Castello Sforzesco dal 28 settembre all’11 dicembre 2016.

L'esposizione, promossa e realizzata dal Comune di Milano (Direzione Centrale Cultura – Soprintendenza Castello, Musei Archeologici e Musei Storici), è stata pensata per celebrare il centenario dalla nascita di uno dei più celebri architetti d'interni del secondo Novecento, Renzo Mongiardino, di cui le Raccolte Civiche conservano un consistente nucleo di documenti. Gran parte del materiale presentato in mostra proviene infatti dal Fondo Mongiardino conservato presso la Civica Raccolta delle Stampe 'Achille Bertarelli' dal 2002 grazie alla donazione di Maria Mongiardino, figlia dell’architetto; a questo ricchissimo lascito si aggiungono alcune opere ancora conservate dalla famiglia.

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