LA PORTA DELLA CITTÀ. Un racconto di 2.000 anni

Palazzo Madama – Corte Medievale

piazza Castello – Torino

dal 21 settembre 2022

La porta della città
Autore: Francesco Corni
Soggetto: Palazzo Madama all’epoca di Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours.
Caratteristiche dell’originale:
Inchiostro di china su carta da lucido;
35 x 30 cm
Luogo e data di creazione: Strambino, 1997

Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica di Torino inaugura, dal 21 settembre 2022, un nuovo allestimento nella Corte Medievale, curato da Palazzo Madama in collaborazione con la Fondazione Francesco Corni.

Una narrazione visiva, che accoglie il visitatore al suo ingresso in museo, per raccontare i duemila anni di storia di Palazzo Madama e di Torino, dall’età romana al Novecento. Ambientata in Corte Medievale, dove sopravvivono le tracce architettoniche di questa evoluzione millenaria, l’esposizione si definisce a partire da una trentina di tavole realizzate dal disegnatore modenese Francesco Corni. Si tratta di disegni che illustrano dettagliatamente i momenti salienti di crescita della città e seguono le vicende costruttive di Palazzo Madama.

Si parte dalla fondazione di Julia Augusta Taurinorum in epoca augustea, quando viene impostato l’impianto quadrangolare della città basato sulle due strade principali: il decumanus maximus e il cardus maximus, che ancora oggi la caratterizza. È allora che vengono edificate le quattro porte urbiche monumentali, tra cui la porta decumana su cui sorgerà il castello degli Acaia, che nel XVIII secolo si trasformerà in Palazzo Madama.

Il percorso segue l’evoluzione della città medievale, ancora racchiusa tra le mura romane, e della porta Phibellona che gradualmente sostituisce quella decumana. Con essa si trasforma il castello: nel Trecento Filippo d’Acaia addossa alle torri romane due torri quadrate e realizza il nuovo rivestimento in cotto della corte interna; nel secolo successivo Ludovico d’Acaia allarga la pianta dell’edifico aggiungendo altre due torri simmetriche a quelle romane. Il castello diviene una residenza principesca dotata di camere da letto, un salone per le feste, una grande cucina e un giardino.

Nel Cinquecento, Emanuele Filiberto di Savoia trasferisce la capitale del ducato sabaudo da Chambéry a Torino (1563) e avvia la fortificazione della città con la creazione della cittadella. I tre ampliamenti che si succedono completano lo sviluppo della città capitale, quasi triplicandone le dimensioni: con Carlo Emanuele I verso Porta Nuova (dal 1619), con Carlo Emanuele II verso il Po (dal 1673) e con Vittorio Amedeo II a ovest, verso la Porta Susina (dal 1703). Le tavole degli ampliamenti si alternano ai disegni di Palazzo Madama all’epoca delle due Madame Reali di Savoia, Cristina di Francia e Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours. L’intervento di Cristina porta alla copertura della Corte Medievale e alla creazione di una grande sala al primo piano, oggi Sala del Senato. A Maria Giovanna Battista si devono i lavori di rinnovamento dell’appartamento del primo piano e la chiamata di Filippo Juvarra a realizzare lo scalone monumentale e la facciata, capolavoro dell’architettura barocca (1718 – 1721).

Segue l’espansione territoriale dagli anni Quaranta dell’Ottocento nella zona di Porta Nuova, nel quartiere di San Salvario e nella zona Vanchiglia, con la costruzione dell’edificio simbolo della Mole Antonelliana. Le sale di Palazzo Madama vedono il succedersi di uffici pubblici, abitazioni private e grandi eventi. Vi hanno sede la Regia Pinacoteca, il Senato del Regno, l’Osservatorio astronomico. Qui viene dichiarata l’Unità d’Italia. Dal 1864 l’intervento di restauro dell’architetto Alfredo D’Andrade riconduce il monumento verso il suo aspetto medievale.

Gli allestimenti – Gallery, tutte le foto Credits Perottino

Il percorso si chiude con il Novecento e con l’arrivo nel 1934 del Museo Civico d’Arte Antica nella nuova sede di Palazzo Madama.

disegni di Francesco Corni a china nera si basano su una solida conoscenza delle fonti storiche, documentarie e visive relative ai soggetti raffigurati. Essi consentono al visitatore di apprezzare i più minuti dettagli e di farsi un’idea molto concreta di come la città e il palazzo apparivano in ogni periodo storico. I testi che li accompagnano in mostra forniscono informazioni sulla storia, sui suoi protagonisti, sulle tecniche costruttive, sulla vita quotidiana dell’epoca.

Scopo del progetto è quello di restituire alla sensibilità dei visitatori il ruolo essenziale di Palazzo Madama nel suo essere il cuore pulsante di Torino, la cui crescita e sviluppo è riflessa dall’evoluzione della città medesima. Un Palazzo Madama perno di un sistema di città corte che vede, in poche centinaia di metri, svilupparsi nei secoli quanto ora divenuto uno dei grandi percorsi museali europei: dalla Real Chiesa di San Lorenzo a Palazzo Chiablese, al Duomo, a Palazzo Reale con la Cappella della Sindone e le sue aree archeologiche, la Galleria Sabauda, l’Armeria Reale e la Biblioteca Reale. Ma anche le segreterie di Stato con la prefettura, l’Archivio di Stato e il Teatro Regio, la Cavallerizza Reale e il Museo del Cinema, l’Accademia Albertina e la Biblioteca Nazionale, Palazzo Carignano e l’Accademia delle Scienze con il Museo Egizio. Decine di chilometri di luoghi della e per la cultura, che trovano una chiave di interpretazione nelle immagini e nei testi della Corte Medievale di Palazzo Madama, nuovamente restituito alla sua funzione di porta d’accesso alla Torino capitale europea.

Dal 21 settembre 2022 al 9 gennaio 2023 saranno anche esposti nella Corte Medievale 6 disegni originali di Francesco Corni.

L’allestimento è accompagnato dalla nuova guida, edita da Ink Line Edizioni, che illustra la genesi e la storia dei singolari duemila anni dell’edificio.

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Palazzo Madama è Torino
Palazzo Madama è Torino. È la storia della città, due millenni stratificati nel laterizio. Una storia registrata puntigliosamente, archiviata e leggibile nelle superfici visibili, negli spazi coperti e riscoperti, nei paramenti e negli ornati creati nei secoli.
Un accampamento romano alla confluenza del Po e della Dora si fece murata colonia augustea, ordinata e fornita di teatro, terme e platee, già centro di scambi, manufatti e prodotti di un territorio variato di boschi, pascoli e coltivi. Due grandi torri poligonali difendevano e sorvegliavano l’ingresso alla città, verso il grande fiume. Proteggevano e ospitavano il corpo di guardia: mantenute per molti secoli, variamente sistemate, adattate, infine usate come riparo ma occupate dai conquistatori germanici, Eruli e Turingi, e ancora dagli armati di Agilulfo, il duca di Torino eletto re dei Longobardi. Poi la città murata degli antichi Taurini fu provincia carolingia, venne nobilitata a capoluogo di una Marca ampia, estesa fino alla Liguria, fu retta dai marchesi arduinici che controllavano un transito fondamentale della via Francigena, fino all’ultima contessa, Adelaide, la prima fra le donne che daranno l’impronta definitiva al Palazzo.
Delle originarie torri romane a difesa dell’ingresso urbano, nell’ordinato basolato, vediamo ancora le fondamenta grandiose. Ma intanto è stata aperta un’altra porta nelle mura romane e l’antico corpo di guardia diventa una casa-forte. Dopo decenni di dominio vescovile, nel 1280 il marchese di Monferrato cede la città a Tomaso III di Savoia: il figlio, Filippo d’Acaia, ristruttura quello che diventerà con Ludovico un castello dall’aspetto imponente per le due torri quattrocentesche verso il Po. Ci sono anche un giardino e le sale affrescate da maestro Jaquerio: le torri dominano oggi intatte, con le finestre gotiche che testimoniano l’epoca e lo stile di un nobile maniero. Dopo la pace di Cateau- Cambrésis, Emanuele Filiberto “Testa di Ferro” riesce, con abilità e fatica, a rientrare in possesso di Torino occupata dai francesi. La corte si stabilisce nel Palazzo, la città è resa capitale del ducato, subito difesa con una costosa ma imprendibile Cittadella, mentre nuovi spazi urbani sono delineati con geniale ordinamento.
Sarà l’arrivo nel Palazzo di una fanciulla, figlia di Enrico IV di Francia e Maria de’ Medici, sposa tredicenne di Vittorio Amedeo di Savoia, a mutare definitivamente l’assetto del castello, che sceglie a sua residenza. È lei, Cristina Maria di Borbone-Francia, la prima Madama Reale. Figlia di re, diverrà “madama” per antonomasia nella parlata locale, che riserverà il “madamin” alla sposa che ha ancora la suocera in vita. Cristina volle anzitutto il Gran Salone al primo piano del suo castello per i ricevimenti, la musica e i balletti; ristrutturò gli appartamenti, fece costruire un tetto imponente, che tuttora ammalia nella formidabile struttura lignea. La sua energia e competenza politica si mostrerà nelle lotte di potere durante la contestata reggenza a nome del figlioletto. Abile nel contenere le mire di Richelieu e del fratello Luigi, tredicesimo del suo nome, ancor più accortamente si difende dalle aggressività degli spagnoli, sostenuti dai cognati che l’avversavano: un altro dei conflitti familiari, a volte ferocissimi, che appartengono alla migliore tradizione nobiliare. Con Cristina la corte, Torino e il Piemonte, acquistano quell’originale ‘franciosità’ che per secoli ha segnato la cultura, i gusti, la moda, la lingua, la cucina, la musica e ancora e ancora, improntando il paese ai piedi dei monti. Ed è sempre lei a volere quella maison de plaisance che diverrà un castello degno della Loira: il Valentino. Sarà però la sua contestata nuora, Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, a realizzare l’attuale volto del Palazzo. Seconda Madama Reale, è reggente per il figlio, quel Vittorio Amedeo II che diverrà re e sarà per la politica europea la “volpe savoiarda”, colui che terminava ogni guerra contro l’alleato con cui l’aveva iniziata. Maria Giovanna Battista chiede e accetta l’incredibile proposta di un architetto siciliano, Filippo Juvarra, che le presenta una facciata creata per un solo scalone, dove è la luce a determinare e scandire gli spazi, elemento compositivo per un’atmosfera subito nobilissima, con stucchi e ornati di aulica misura e fughe prospettiche che costruiscono dimensioni inattese e grandiose. Un intero avancorpo si articola come atrio-scalone, in uno spazio arioso e permeabile con l’esterno; la luce è usata come elemento compositivo, contribuendo alla resa monumentale dell’architettura, tra le più imponenti e affascinanti d’Europa. Juvarra, “l’architetto delle capitali”, il maestro che fece di Torino un polo dell’architettura continentale, saprà dare alla città un’impronta uniforme, realizzando un centro di comando riconosciuto unico ed esemplare, confermato nel suo valore universale come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO.
Dopo la bufera rivoluzionaria, e un salvataggio napoleonico in extremis – il governatore generale Menou nel 1802 avrebbe proposto l’abbattimento della “vecchia baracca” perché troppo legata al potere sabaudo – con la Restaurazione il Palazzo entra in una fase tutta istituzionale; sono insediati uffici e amministrazioni diverse, e si vuole anche costruire l’Osservatorio astronomico sul tetto. Si prepara l’ennesima trasformazione di Torino, da città di corte e di Stato assoluto a capitale di una più dinamica politica e di una economia più libera. Nel 1832 il riformatore Carlo Alberto porta in Palazzo la Galleria Sabauda, dove confluiscono le opere di pittura raccolte nei secoli dai Savoia, e ora rese pubbliche; nel fatidico 1848 vuole che il Gran Salone sia attrezzato per il nuovo Senato costituzionale. “In quest’aula dal MDCCCXLVIII al MDCCCLXVI il Senato del Regno Subalpino prima, italiano poi, riaffermò e svolse lo Statuto Albertino, intrepidamente sostenne i diritti della Patria, suscitò tre guerre contro lo straniero oppressore. Auspicò agli ardimenti della Crimea, volle preparò sancì l’unità nazionale. Costituì il Regno d’Italia, proclamò Roma capitale”, come si legge sul grande cartiglio a lettere d’oro che ricorda nell’Aula le determinanti funzioni storiche.
Iniziano nel 1884 i lavori di risistemazione, di restauro, di riordinamento nell’assetto della piazza Castello, anche di scavo archeologico: per decenni impegneranno il Palazzo, con il contributo fondamentale di Alfredo D’Andrade. Ricostruita e ricomposta la storia millenaria, il Palazzo dal 1934 accoglie le collezioni del Museo Civico d’Arte Antica, con una delle raccolte di arti decorative più importanti al mondo, un museo di assoluto prestigio, capolavoro di Vittorio Viale. Tuttavia si mantiene il ruolo di centro aulico della città, esemplare sede istituzionale, che accoglie i più eminenti visitatori esaltandosi nelle occasioni storiche come, nel 1961 per il Centenario dell’Unità d’Italia, la firma della Carta
sociale europea da parte del Consiglio d’Europa, che qui tornerà a riunirsi nel 2022. Ma divenendo pure cornice delle cerimonie più solenni – il 6 maggio 1949 una folla addolorata rese omaggio alle spoglie dei membri del “Grande Torino”, vittime dell’incidente aereo di Superga – o gioiose, dai Giochi Olimpici invernali 2006 all’Eurovision Song Contest 2022.
Così Palazzo Madama riassume la storia di Torino, le vicende urbane di un centro di commerci, alla confluenza di due fiumi: progetto urbanistico per un ducato composito ed estremamente articolato, poi capitale di un regno in continuo allargamento che reca l’impronta omogenea di una monarchia assoluta, autorevole, con un’autostima altissima anche se poi limitata nei mezzi. Le occasioni storiche le daranno la possibilità di diventare la leva stessa del rapido processo di realizzazione del Regno unitario d’Italia. Appena raggiunto l’obiettivo, il trauma luttuoso: trasferita la capitale, impoverita di uomini e mezzi, priva di corte, uffici e istituzioni, tagliati i mezzi di crescita, la città dovrà reinventarsi. Diventerà metropoli del lavoro industriale, città delle scienze e delle tecniche. Saprà crearsi come laboratorio sociale e culturale: il Positivismo, lo Stile Floreale moderno mostrato nell’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna del 1902, sarà realizzato nelle palazzine dei nuovi quartieri, che la rendono città esemplare del movimento internazionale declinato nei diversi paesi come Art nouveau, Jugendstil, Liberty. Sede di una delle più rinomate Università, nel suo spazio urbano si edificano i primi pionieristici studi cinematografici, ricordati nell’iconica Mole Antonelliana, originariamente pensato come Tempio Israelita. Seguirà la prima stazione radiofonica, e poi la televisione. Ma in città si organizza anche il più giovane e combattivo movimento operaio: Torino è la città dell’Ordine Nuovo, dei Consigli di fabbrica, di Gramsci e di Togliatti. Persa la primogenitura, ogni volta la città deve ricomporsi per il presente e il futuro.
Da Palazzo Madama si riconosce il tessuto urbano. E non soltanto perché è il centro della città, il cardine a cui fanno riferimento assi viari e numerazioni degli edifici, ma soprattutto perché da questo singolare Palazzo si costruisce il volto sociale della città, creato nei secoli e capace di sopravvivere nei suoi necessari adattamenti. Dal lato posteriore di Palazzo Madama, segnato dalla severità delle torri quattrocentesche, dall’alto paramento si guarda a est, verso il Po. Percorrendone l’asse, riconosceremo l’idea stessa di una pianificazione urbana non soltanto caratterizzata da quella comodità degli alti portici che invitano al passeggio e all’avvio ai loisirs del fiume e della collina, ma anche da un progetto di società: lungo il passeggio le vetrine di negozi e botteghe, nel mezzanino le abitazioni di negozianti e artigiani. Poi il primo piano nobile, riservato all’ascendenza di nomina o di toga, a seguire i piani delle abitazioni della borghesia, quindi del popolo minuto e della servitù dietro gli alti abbaini. Sulla stratificazione sociale che non si volle divisa per quartieri, la regolarità disciplinata e funzionale dell’uniforme disegno del sovrano. E il tutto termina con una vastissima Piazza d’Armi, il luogo degli esercizi dei reggimenti su cui si fondava lo Stato. Al termine il ponte sul Po, voluto da Napoleone in solida muratura: i restaurati ne chiusero la prospettiva con un edificio sacro, un piccolo Pantheon ob adventum regis. Su questo asse viario tutti i luoghi della cultura: il Rettorato e gli edifici universitari, la bizzarria della Mole, i musei, le collezioni.
Al lato opposto, a ovest, la facciata di Palazzo Madama è rivolta alla Francia, la terra invidiata e seguita, imitata e osteggiata perché prima fonte di pericoli, conquiste e assimilazioni. Verso il lontano, grandioso e incompiuto castello di Rivoli si incontra l’episodio scientifico della Piazza Statuto con il monumento a quel Traforo del Frejus che permise il collegamento necessario, veloce e modernissimo attraverso le Alpi, passando sotto valichi sempre ardui. Ma, nel frattempo, si riconoscerà anche l’esaltazione delle leggi laiche con l’obelisco di piazza Savoia e il ruolo della città militare con i Quartieri del comando operativo, verso la Cittadella. In lontananza la Sacra di San Michele, il valico del Moncenisio, la Savoia: i luoghi originari e i transiti della via Francigena.
È tutta diversa la direzione a sud, che all’origine conduceva con geometrica, lineare perfezione alla Palazzina di Caccia di Stupinigi. Qui il cammino si svolge nell’eleganza dei negozi, frammezzati dall’episodio esemplare della place royale voluta da Madama Cristina, chiusa dalla teatrale quinta delle chiese gemelle, l’una dedicata alla santa onomastica, dove la Madama volle essere sepolta. Una piazza che nulla ha da invidiare ad altre autenticamente francesi, perfettamente ornata dal capolavoro della scultura ottocentesca, quel “Testa di Ferro” di Carlo Marochetti voluto da re Carlo Alberto suo discendente, modello primo e originario di Torino “città delle statue”. E andando verso la stazione ferroviaria, la Porta Nuova della città ottocentesca, si potrà apprezzare anche il più ordinato e classico degli episodi del razionalismo novecentesco. Ma, prima di giungere ai piaceri del ballo e dei loisirs a Stupinigi, si riconoscerà la più grandiosa espressione della Torino industriale, il futurista Lingotto e il gigantismo del complesso della Fiat Mirafiori.
Infine il lato nord: ancora una volta assolutamente diverso. È la direzione della pianura, che si allarga sempre più verso la Lombardia, oltre il Ticino. Qui troviamo dapprima le tracce imponenti del passato romano, i frammenti degli episodi medievali, il segno rinascimentale del Duomo. E poi anche il “ventre di Torino”, quel mercato di Porta Palazzo oggi luogo di incontri, scambi, abitudini e integrazioni fra le innumerevoli nazionalità che abitano la città, mentre l’altro mercato – il Balon – propone nella sua brocanterie tutto il passato quotidiano di più generazioni torinesi. E ancora, oltre, troveremo ciò che resta dei quartieri del lavoro operaio, innervati dalla fede dei santi sociali della tradizione ottocentesca, e oggi della solidarietà.
In Palazzo Madama c’è Torino. E il Piemonte. Ci sono le arti, le espressioni più alte della religiosità e del gusto decorativo di una cultura originale, in dialogo con l’oltralpe. Ci sono le produzioni di manifatture locali, le ceramiche, i vetri, le tessiture, i mobili e gli arredi, i lavori di oreficeria che nei secoli sono stati realizzati da un altissimo artigianato. Vi ritroviamo anche gli esiti migliori dei commerci di opere d’arte – i banchieri di Chieri e i loro legami con le Fiandre – fino ai risultati eccellenti del collezionismo privato, a cominciare dalle icone centrali: le miniature di Van Eyck e il ritratto esemplare di Antonello da Messina. In Palazzo Madama si trovavano, e ne riconosciamo matrici e apporti, le politiche culturali della corte sabauda, e poi l’attività di Carlo Alberto che quelle collezioni rese fruibili ai propri sudditi. Come ora fanno progetti didattici d’avanguardia, capaci di guardare all’Italia in divenire: dal passaporto culturale di Nati con la Cultura, che dal 2014 dà il benvenuto e accompagna i primi mille giorni di migliaia di bambini nati ogni anno a Torino, a L’aula che vorrei, un’alleanza scuola-museo con l’ambiente scolastico che si trasferisce nelle verande juvarriane, dove gli insegnanti sono chiamati a servirsi delle collezioni e degli ambienti del palazzo per consolidare competenze e attivare nuovi percorsi di apprendimento.
Torino è Palazzo Madama. Si cominci a guardarlo dall’esterno, a camminare intorno al Palazzo-Castello, all’imponente eterogeneità dell’anomala costruzione. Palazzo Madama è l’espressione migliore dell’animo profondo della “torinesità”, dove all’ordine e al gusto si associa l’imprevedibile, l’estro curato con la medesima attenzione posta nell’ordinario impegno. Dove mai si trova un castello quattrocentesco che invece di torri grintose e ponti levatoi si presenta con una scalea monumentale come facciata? Occorrerà abituarsi alla bizzarria e all’ironia saldate con il rigore e la razionalità. Intanto tre statue ricordano un altro aspetto più ampiamente piemontese. Davanti a Palazzo Madama sta, fermo nella difesa della bandiera, l’Alfiere Sardo, l’opera di Vincenzo Vela offerta dai milanesi in ricordo della sfortunata campagna del 1848, dono che riuscì augurale: di fronte alla statua sfilarono le truppe che Vittorio Emanuele II portava a confluire con i francesi di Napoleone III nella campagna antiaustriaca del 1859, terminata con l’annessione della Lombardia. Sul lato sud è Il Cavaliere d’Italia realizzato nel 1923 da Pietro Canonica, ricordando l’altra arma delle battaglie risorgimentali. Qui fu collocata per far posto, nel lato verso il Po al grandioso – e aspramente discusso – monumento alla IIIa Armata con al centro il suo comandante, Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, l’opera di Baroni e Morbiducci che voleva onorare, vent’anni dopo, la Grande Guerra. I tre gruppi rappresentano quella tradizione militare del Piemonte sabaudo che si esalta nella memoria della battaglia dell’Assietta (19 luglio 1747), quando, in rapporto sfavorevole di uno a dieci, i piemontesi non arretrarono dai trinceramenti assaltati dalle preponderanti forze francesi. I soldati obbedirono al loro comandante e non si mossero – “da si i bogioma nen” – ottenendo la più strabiliante vittoria agli ordini del conte Cacherano di Bricherasio. Ma poi il visitatore potrà constatare l’efficacia di un altro dei tipici motti piemontesi – invero: regole morali proposte fin dall’infanzia – “Fumse manché gnente, ma sgairuma nen” “non facciamoci mancare niente ma non sprechiamo” – che spiega come mai la domus de forcia plausibilmente eretta nel XIII secolo da Guglielmo VII del Monferrato abbia potuto essere riadattata, riutilizzata fin nelle pietre minute e mattoni di spoglio, ogni volta senza sprecare nulla, anzi. A volte anche a rischio, come dimostra il deboluccio (ma nei secoli!) marmo di Chianocco. In ogni caso i colori dell’edificio, la sua sobrietà di argilla della Dora corrisponde bene all’altra regola somma della torinesità: “spatussa nen trop”, ovvero non esagerare in pompa e magnificenza, in sfoggio di splendore. D’altra parte tutti gli edifici sabaudi furono concepiti con grandiosità d’intenti, non riuscendo poi a essere completati per le limitate risorse del Regno: ne fanno buona fede Rivoli e Venaria e anche i tre lati di Palazzo Madama, spogli del progetto juvarriano. Ma anche qui: “sagrinte nen”: non prendertela, applicati e la prossima volta andrà meglio (forse).
Non a caso il più intimamente piemontese dei poeti moderni, Guido Gozzano, ha scritto una pagina perfetta su Palazzo Madama, luogo dell’identità dell’animo delle genti di Piemonte: “La casa dei secoli è il Palazzo Madama. Nessun edificio racchiude tanta somma di tempo, di storia, di poesia nella sua decrepitudine varia. Il Colosseo, il Palazzo dei Dogi, tutte le moli ben più illustri e più celebrate, ricordano il fulgore, di qualche secolo; poi è l’ombra buia dove tutto precipita. Il Palazzo Madama è come una sintesi di pietra di tutto il passato torinese, dai tempi delle origini, dall’epoca romana, ai giorni del nostro Risorgimento. Per questo io lo prediligo fra tutti. Noi torinesi non lo sentiamo più, non lo vediamo più, come tutte le cose troppo vicine e troppo familiari, sin dall’infanzia, o lo consideriamo come un ostacolo non sempre gradito per la nostra fretta di attraversare la grande piazza. Non per nulla nel 1802 ne fu progettato l’abbattimento totale; si voleva liberare Piazza Castello della mole ingombrante; e sia lode a Napoleone I (benefattore dell’arte questa volta come poche volte fu mai) che intervenne scongiurando con un veto formale l’inaudita barbarie”.
Palazzo Madama è un bene universale. L’Unesco nel 1997 ha iscritto le Residenze Sabaude, al cui centro è Palazzo Madama, nel Patrimonio dell’Umanità, così motivando: “Le Residenze Sabaude sono un esempio eccezionale di architettura monumentale e di pianificazione urbanistica europea nei secoli XVII e XVIII che utilizza stile, dimensioni e spazio per illustrare in modo eccezionale la dottrina prevalente della monarchia assoluta attraverso le sue manifestazioni materiali”. L’edificio che riassume e racchiude tutta la storia – urbana, regionale, italiana ed europea – è il centro della “zona di comando” che comprende il Palazzo Reale, l’Armeria Reale, il Palazzo della Prefettura e l’Archivio di Stato, fra i primi esempi di architettura concepita per svolgere funzioni amministrative, la facciata del Teatro Regio, l’Accademia Militare e la Cavallerizza Reale, la Regia Zecca, i Palazzi Chiablese e Carignano. Oltre la cerchia urbana, le Residenze rappresentano la “corona di delizie” dedicate allo svago, alle feste e alla caccia. Il Castello del Valentino, la Villa della Regina, i Castelli di Racconigi e di Moncalieri, La Venaria Reale, il Borgo Castello de La Mandria, la Palazzina di Caccia di Stupinigi, i Castelli di Rivoli, Govone, Agliè, Pollenzo.
Esempi eccezionali di architettura residenziale, espressione di una committenza che voleva lasciare un’immagine altissima di sé, ma era anche capace di una progettazione teatrale del suo territorio, senza uguali nel panorama europeo. Una committenza in grado di scegliersi e accordarsi con la genialità degli architetti che hanno dato vita a capolavori barocchi unici al mondo. L’architettura monumentale e l’impianto urbanistico delle Residenze della Casa Reale di Savoia costituiscono un magistrale risultato dell’interscambio di valori e di gusti, di ornamenti e di pratiche, di progettazione e creazione che per due secoli, XVII e XVIII, hanno segnato in modi uniformi l’Europa con le strategie e gli stili del barocco.
L’unità di questi complessi architettonici in Piemonte è garantita dal dialogo simbiotico con la natura, per cui gli spazi urbani e la campagna rispettano un’unica organizzazione prospettica e funzionale, che ancora riusciamo a leggere, pur nel disastro della trasformazione moderna, industriale e residenziale, come testimonianza di una civiltà in equilibrio fra manifattura, città e paesaggio agrario.
Espressione di una razionalità urbanistica e architettonica da cui ancora possiamo apprendere.
Giovanni Carlo Federico Villa
Direttore di Palazzo Madama

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Palazzo Madama e Torino: due millenni di storia
“Casa dei secoli”, come fu chiamata da Guido Gozzano, luogo identitario per la storia di Torino, in cui si rispecchiano i duemila anni della sua storia, Palazzo Madama nasce come una delle porte della colonia romana: luogo di passaggio e di cerniera tra l’urbe e il contado.
Ogni porta è per sua natura bifronte e così è ancora oggi Palazzo Madama: parte castello medievale, se lo si guarda da sud, da est e da nord; parte palazzo barocco, se si ammira la facciata verso occidente. Ma anche, e più profondamente, palazzo, con le sue stratificazioni e le sue complesse vicende costruttive; e, infine, museo, scrigno di tesori raccolti in più di 150 anni di collezionismo civico.
Attorno a esso e con esso è cresciuta e si è sviluppata la città, che lo ha portato gradualmente dalla posizione periferica lungo le mura al centro della sua piazza principale, là dove convergono gli assi viari intorno a cui si sono articolati gli ampliamenti secolari.
L’evoluzione dell’edifico e del tessuto urbano che lo circonda è raccontata attraverso gli accurati disegni di Francesco Corni (Modena 1952 – Strambino 2020), che ha saputo restituire i dati della storia con profonda cultura archeologica e colmarne le lacune con rara sensibilità.
Per agevolare la lettura delle ricostruzioni grafiche sono state evidenziate di volta in volta le torri romane, punto di riferimento, filo conduttore e insieme ossatura simbolica intorno a cui tutto è nato.
I. La porta romana (I secolo d.C.)
La colonia romana di Augusta Taurinorum viene fondata nel I secolo a.C. come avamposto militare lungo la strada per le Gallie. La città si sviluppa su un impianto quadrangolare ed è dotata nel secolo successivo di porte monumentali e di una cinta muraria. La porta Decumana, oggi Palazzo Madama, è costruita sul lato orientale in asse con il decumano massimo (via Garibaldi): composta da due imponenti torri a sedici lati, che fiancheggiano un corpo di guardia, la porta presenta quattro aperture (fornici), per i carri e per i pedoni. Gli scavi hanno portato alla luce un tratto del selciato lastricato con basoli e un frammento di tubo in piombo, traccia dell’antico acquedotto.
II. Da casaforte a castello (X-XIV secolo)
Nei secoli successivi al tramonto dell’impero romano, la Porta Decumana viene in parte demolita e una nuova porta viene aperta al suo fianco: la Porta Phibellona. Come altre porte cittadine, è utilizzata forse come casaforte sotto il governo di Guglielmo VII di Monferrato. Agli inizi del Trecento Filippo di Savoia, principe di Acaia, trasforma la casaforte in un vero e proprio castello. L’edificio si sviluppa attorno a una corte, pavimentata in cotto e dotata di un porticato ligneo, e vengono aggiunte due torri a pianta quadrata addossate alle torri romane.
III. Il castello di Ludovico d’Acaia (XV secolo)
Un secolo dopo, agli inizi del Quattrocento, Ludovico d’Acaia amplia il castello verso est, aggiungendo una nuova ala e conferendogli la forma attuale, tipica di un castello lombardo. Vengono costruite due nuove torri, a sedici lati come quelle romane. Il castello diventa una residenza principesca, affiancato da un giardino lussureggiante. Nella nuova manica, al piano terra si trovano la cucina, una camera di rappresentanza e un’ampia sala, scandita da alti pilastri in cotto, utilizzata come sala per le feste e i banchetti. Al primo piano si trovano le camere del principe e della principessa, al secondo la guardaroba e le camere dei membri della corte.
IV. Torino capitale del ducato (1563-1620)
Estinto il ramo degli Acaia, i loro possedimenti passano ai Savoia, che perdono però il Piemonte nel corso delle guerre con la Francia. Con la pace di Cateau-Cambrésis nel 1559, Emanuele Filiberto rientra in possesso del ducato e sposta la capitale da Chambéry a Torino. Il duca fortifica la città e chiama artisti da tutta Italia per decorare le sue residenze. Fa costruire una grande galleria che collega il palazzo ducale al castello. Solo molto più tardi, con la prima Madama reale, la duchessa Cristina, figlia del re di Francia Enrico IV e moglie di Vittorio Amedeo I di Savoia, il castello riceve i primi ammodernamenti.
V. Il palazzo delle Madame (1638-1715)
Rimasta vedova, Cristina vi si stabilisce, provvedendo a far coprire la corte per creare al primo piano un ampio salone. Fa decorare le stanze e modifica la facciata, che arriva a incorporare e parzialmente a nascondere le torri antiche. Grazie agli ampliamenti della città portati avanti nel Seicento, il palazzo non è più alla periferia orientale ma nel cuore della capitale e piazza Castello è il centro da cui si dipartono le
direttrici principali: via Dora Grossa (via Garibaldi) verso ovest, la Strada Nuova (via Roma) verso sud, la Contrada di Po (via Po) verso est. La seconda Madama Reale, Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, si trasferisce nel palazzo alla morte del marito Carlo Emanuele II e affida la decorazione degli ambienti ai pittori Guidobono.
VI. La fabbrica di Juvarra (1718-1721)
Nel 1713, Vittorio Amedeo II, figlio di Maria Giovanna Battista, riceve il titolo di Re di Sicilia, poi mutato in Re di Sardegna. Torino passa al rango di capitale di regno e si avvia a un profondo rinnovamento urbanistico. Per incarico della duchessa, fra il 1718 e il 1721 viene completata la facciata monumentale del palazzo con il grandioso scalone a opera dell’architetto messinese Filippo Juvarra. Lo scalone, con la sua ariosa loggia, sarà oggetto di ammirazione di tutti i visitatori stranieri “uno dei più bei scaloni che vi sia al mondo”, scriverà Charles de Brosses. Nella seconda metà del Settecento il palazzo diventa residenza dei duchi di Aosta e di Monferrato.
VII. Le istituzioni culturali (1800-1832)
A inizio Ottocento, in piena età napoleonica, Palazzo Madama assume un nuovo ruolo: non più residenza sabauda ma luogo dove convergono importanti istituzioni culturali. Nel 1801 viene demolita la manica di collegamento con Palazzo Reale. Nel 1822 viene costruito l’Osservatorio Astronomico, diretto dall’astronomo Giovanni Plana. Nel 1832 il palazzo diventa sede della Regia Pinacoteca allestita nelle stanze del primo piano da Roberto d’Azeglio. La difficile gestione degli spazi, condivisi con altri uffici dell’amministrazione regia, porterà al trasferimento della Pinacoteca nel Palazzo dell’Accademia nel 1865.
VIII. Dal Senato del Regno al Museo Civico (1848-1934)
Dal 1848 al 1863 il grande salone al primo piano ospita il Senato del Regno (Subalpino prima, d’Italia poi). Qui viene proclamata l’Unità d’Italia nel 1861. Cresce intanto la consapevolezza sull’importanza storica dell’edificio e sulla necessità di salvaguardarlo. Nel 1884 iniziano imponenti lavori di restauro sotto la guida di Alfredo d’Andrade, che restituisce a parte dell’edificio il suo aspetto medievale. Luogo simbolo per la città, nel 1930 viene scelto dal Comune di Torino per ospitarvi le collezioni d’arte del Museo Civico, sotto la direzione di Vittorio Viale.

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La Porta della città. Un racconto di 2.000 anni
INFO UTILI:

 

SEDE ESPOSITIVA E DATE                                  Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica,

piazza Castello, Torino

Dal 21 settembre 2022

ORARI                                                                   Lunedì e da mercoledì a domenica: 10.00 – 18.00. Martedì chiuso
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura

BIGLIETTI                                                              Biglietto incluso in quello di ingresso al museo:

Intero € 10,00 | Ridotto € 8,00

                                                                               Gratuito Abbonamento Musei e Torino+Piemonte card

INFORMAZIONI                                                   [email protected]   – t. 011 4433501

                                                                               www.palazzomadamatorino.it

PRENOTAZIONI                                                   011 5211788 o via mail a [email protected]

PrevenditaTicketone.it

Testo e immagini dall’Ufficio Stampa Palazzo Madama

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