Giò Ponti

Della vita dentro l'architettura di Giò Ponti

Giò PontiGiò PontiIntellettuale poliedrico, Giò Ponti sembra interpretare nel XX secolo una variante moderna dell’uomo rinascimentale. Promotore del design made in Italy e anticipatore di una sensibilità contemporanea riguardo gli ambiti del “vivere” e dell’“abitare”, Ponti porta in sé tutti i tratti della cultura italiana del ‘900, riuscendo, allo stesso tempo, a distaccarsene nettamente. La mostra Giò Ponti - Amare l’architettura, visitabile preso il MAXXI di Roma dal 27 Novembre 2019 al 13 Aprile 2020, propone per la prima volta, dopo quarant’anni dalla sua morte, un viaggio esaustivo all’interno della mente di un creativo, il quale toccò, durante la sua lunga attività professionale, tutte le scale della progettazione, dal cucchiaio al grattacielo.

Homo ludens, Ponti non rinunciò mai alla dimensione ludica nel progetto e nell’approccio ai materiali e alla natura e fece del perseguire la bellezza delle forme il suo principio di vita, nel rispetto del gusto e del buon vivere.

Giò PontiL’architettura è un cristallo”, uno dei più noti aforismi di Ponti, nonché una sezione del percorso mostra, esprime l’idea della forma finita, assoluta e pura dell’architettura e trova riscontro in ognuno degli oggetti esposti. Dallo schizzo d’autore al sistema di pannelli autoportanti in metallo e laminato colorato, che sostengono i disegni, le fotografie e i modelli dell’architetto, tutto rimanda alla visione spaziale di Ponti, soprattutto grazie al sapiente allestimento di cui ci parla Silvia La Pergola (Architetto museale presso il MAXXI di Roma).

Giò Ponti

 

Quello che spesso succede in alcune mostre di architettura, dove il percorso risulta spesso didascalico e l’allestimento simile al layout di un libro, ci spiega l’architetto La Pergola, è stato qui ribaltato nel tentativo di lasciare al visitatore lo spazio per relazionarsi anacronisticamente all’opera dell’architetto, quasi come in una mostra di un artista. Nulla è lasciato al caso: le pareti discontinue, le forme cristalline, il “verde caraibi” e “il blu mediterraneo”. Dio è nel dettaglio e nel dettaglio c’è il talento. Quella che ci viene raccontata al MAXXI in questi giorni dall’apertura della mostra è la storia di un gesamtkunstler – letteralmente artista totale – che sviluppò la propria idea di abitazione “esatta” ricamandola sulla vita dell’uomo come lo conosceva, ricercando nella meccanizzazione non solo la tecnica, ma anche l’energia per dar vita ai suoi edifici.

Giò PontiTutte le foto sono di Sveva Ventre


restauro Cappella Sindone

Torino in una pioggia d’oro: premiato il restauro della Cappella della Sindone

Il restauro della Cappella della Sindone ottiene lo European Heritage Award

 

Palazzo Reale - Cristalli nella Galleria del Daniel

 

22-11-19: la città in capslock. Maiuscola, superlativa, Torino accoglie un premio prestigioso e meritato.

Piove una pioggia spietata, che rende Piazza Castello ancora più luccicante nello sfolgorio delle luci quasi-natalizie. Le persone si mettono in fila, anche se è buio, anche se fa freddo, anche se l’ora sarebbe quella di cena.
Non spingono, non si indispettiscono per un po’ di attesa, chiacchierano allegramente.

Quando la cerimonia, tenutasi nella Sala degli Svizzeri di Palazzo Reale, con cui si festeggia il Premio Europa Nostra 2019 (ritirato a Parigi il 29 ottobre scorso, per il recupero della Cappella della Sindone) si conclude il pubblico sciama dentro al Palazzo. Vivace e composto, curioso anche quando poco preparato, tono di voce adeguato e mani miracolosamente lontane da quanto non deve essere toccato.
Quasi si sentisse parte di quell’atmosfera festante ma cerimoniosa.

restauro Cappella Sindone
La cupola della Cappella della Sindone - Guarino Guarini

D’altronde i torinesi alla Cappella della Sindone sono legati in modo profondo. Hanno vissuto con dolore l’incendio, e con partecipazione i pur lunghissimi lavori di restauro.
Affrontati tra mille difficoltà tecniche (l’inafferrabile prassi architettonica di Guarini, che architetto non era, la difficoltà a reperire i materiali storici) e le solite lungaggini burocratiche. Il risultato è proprio quello che mi aspettavo: rigore scientifico scaldato da una spinta ideale, come tipico di questa città.

La cupola di Guarino Guarini splende, e restituisce in modo davvero efficace il contrasto tra la parte bassa, ricoperta di marmi neri, e la vertigine matematica della sequenza di archi sovrapposti che risucchia l’occhio verso l’alto, dando una sensazione di verticalità molto più spinta della reale dimensione della cupola.

Guarini è sempre sorprendente, nel suo essere meravigliosamente eccentrico da qualsiasi norma classicista e accademica. Lo stesso credo di amare un po’ di più San Lorenzo: l’intima partecipazione nel realizzare un edificio per il proprio ordine, quello dei Teatini, forse rende quel disegno più armonico di questo, terribilmente severo e monumentale.

restauro Cappella Sindone
Dopo il restauro, la Cappella della Sindone

L’illuminazione artificiale a mio parere è un elemento critico. Lo è sempre, in realtà, quando ci aiuta a fruire opere realizzate prima del Novecento. Resta tuttavia l’impressione che il progetto guariniano giocasse in modo più importante con i chiari-scuri, rispetto all’asettica visibilità che la luce artificiale garantisce.

L’altare centrale, quello che ospitava il telo sindonico, è stato lasciato come il giorno dopo l’incendio: scelta geniale, che mette d’accordo rigore filologico ed emozione.

Oltre la Cappella della Sindone c’è tutto il complesso reale a disposizione dei visitatori. Ed è così piacevole attraversare le sale illuminate a festa e incontrare i tanti artisti che i Savoia, nei secoli, hanno voluto intorno a loro.

Il trono di Carlo Alberto, opera di Gabriele Capello su disegno di Pelagio Palagi

Riscoprire quanto poco tetri e banali fossero: loro che hanno fatto l’Italia con la committenza prima che con la politica. Guarini era emiliano, come Pelagio Palagi, il geniale architetto e “designer” amato da Carlo Alberto, che plasma il palazzo con uno storicismo colto e attento. Il messinese Filippo Juvarra sfotte per l’eternità l’insipienza degli ingegneri militari sabaudi lasciando in Palazzo Reale la prodigiosa Scala delle Forbici.

Gli interni in notturna e la palmetta, firma di Pelagio Palagi

Una serata di festa vera, allegra e partecipata, meritata per anni di lavoro davvero sofferto. Per come oggi appare Palazzo Reale, in cui si aggira con sabaudo understatement la direttrice dei Musei Reali Enrica Pagella, cicerone d’eccezione per le autorità che hanno partecipato alla premiazione. I musei cui ha prestato la sua opera testimoniano meglio di qualsiasi discorso l’impeccabile qualità del suo lavoro.

L'oro splende negli interni illuminati

Una serata che si spera lascerà non soltanto l’ammirazione per il ruolo che possono avere i beni culturali nella costruzione di una comunità, quando ben amministrati, ma anche il monito a fare di tutto per non dover più ricevere un premio così, e di avere al contrario un riconoscimento per aver fatto in modo che nessun disastro così doloroso si possa ripetere.

 

Tutte le foto della premiazione del restauro della Cappella della Sindone sono di Chiara Zoia


Rione Sanità Open House Napoli

Per Open House Napoli un itinerario contro gli stereotipi del Rione Sanità

Open House Napoli è un evento organizzato dall’Associazione Culturale Openness, un gruppo che riunisce esperienze e competenze diverse allo scopo di costruire, sul territorio urbano, uno spazio aggregante di conoscenza, dialogo e progettualità attivo tutto l’anno.

Parte della rete internazionale Open House Worldwide, primo festival globale dell’architettura, fondato a Londra nel 1992 per coinvolgere i cittadini e far comprendere quanto una migliore progettazione degli spazi urbani influisca positivamente sulla qualità della vita, Open House è oggi un fenomeno in vertiginosa crescita che coinvolge ormai 46 città nei cinque continenti con oltre un milione di cittadini coinvolti in tutto il mondo. In Italia sono già tre le città che aderiscono al network di Open House: Roma, Milano e Torino. E da quest’anno, finalmente, Napoli, che il 26 e 27 ottobre aprirà le porte di cento dei suoi edifici storici e contemporanei, sedi istituzionali, uffici, spazi riqualificati, teatri, cantieri attivi, luoghi sacri, infrastrutture, spazi verdi, residenze private, factory creative, offrendo anche diversi eventi e percorsi negli svariati quartieri della città. Tra essi, per questo itinerario all’insegna della riqualificazione degli spazi urbani, in epoche diverse, vi propongo il Rione Sanità.

Nelle rappresentazioni dei media, solitamente, il Rione Sanità viene associato ad immagini di degrado urbano e sociale. La rappresentazione che ci viene offerta di luoghi o persone influenza profondamente il nostro modo di guardarle, soprattutto quando viene mostrata solo una delle molteplici sfaccettature che li compongono. E, parafrasando la scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, il problema di fornire questo tipo di rappresentazione è che genera degli stereotipi, dandoci una visione incompleta di luoghi e persone, che però diventa l’unica visione disponibile.

Ho scelto questi luoghi proprio per questo motivo. La creatività e la resilienza sono qualità indubbie del capoluogo campano, così come di altre città italiane, ma spesso non vengono messe in risalto; pertanto, l’idea di questo percorso nasce dall’esigenza di aggiungere un altro tassello alle immagini che spesso vengono associate al Rione Sanità, con la speranza di limare eventuali pregiudizi. Preparatevi a camminare, perché il tempo totale è di circa tre ore!

Sia sabato 26 che domenica 27, dalle 10 alle 11.30, sarà possibile partecipare ad un percorso che è stato intitolato ‘Luoghi comuni al Rione Sanità’, curato da Nicola Flora (DiARC – Dipartimenti di Architettura dell’Università di Napoli). L'appuntamento, per i visitatori che avranno precedentemente prenotato a partire da lunedì 14 ottobre, sarà alla Chiesa di Santa Maria della Sanità - Piazza Sanità 14.

Il percorso, della durata di 90 minuti e ad accessibilità parziale per i disabili, si concentra sui luoghi che, all’interno del Rione Sanità, sono stati oggetto di processi di riqualificazione partecipata secondo quanto indicato dal Regolamento "Adotta una strada", approvato nel 2015 dal Comune di Napoli, per favorire investimenti relativi alla progettazione partecipata e la cura degli spazi urbani. L’intervento ha visto la collaborazione del gruppo di ricerca del DiARC e la Fondazione San Gennaro, coadiuvati dalla cooperativa Officina dei Talenti, che ha materialmente eseguito i lavori. Le tre aree sottoposte a riqualificazione sono Piazzetta San Severo a Capodimonte, Via Arena alla Sanità e Largo Vita, quest’ultimo individuato all’interno di un percorso commemorativo su Totò.

Con una breve camminata lungo la via Sanità, passando per via Santa Maria Antesaecula (al cui civico 110 si trova la casa Natale di Totò), si arriva a via Montesilvano n. 5, dove sarà possibile visitare un esempio virtuoso di riqualificazione di beni immobili confiscati alla criminalità. Anche in questo caso, l’accessibilità ai disabili sarà parziale (solo piano inferiore).

 

Recupero dal Basso

Rione Sanità Open House Napoli

Quella del basso di Via Montesilvano nella Sanità è uno degli esempi di come i beni immobili confiscati alla criminalità, adeguatamente recuperati, possano essere restituiti alla comunità e rinascere a nuova vita. Quando Opportunity Onlus lo ha preso in gestione, l’interno del basso era completamente distrutto: muri crollati, pavimenti e servizi divelti. Grazie anche ai fondi raccolti da una campagna crowdfunding di grande successo, che ha coinvolto gli stessi cittadini, l’Associazione ha ristrutturato completamente lo spazio adottando criteri di sostenibilità: adesso è un’agenzia di servizi gratuiti per il cittadino attraverso la quale volontari donano ogni giorno il loro tempo ai bambini del quartiere con corsi di teatro, corsi di favole, di lingue, di informatica e doposcuola, tutto a titolo gratuito.

Il sito sarà visitabile sabato 26 dalle 11 alle 18, e domenica 27 dalle 10 alle 14.

Una brevissima camminata verso la via Arena della Sanità vi porterà all’ultima tappa di questo itinerario: il Sito Archeologico Acquedotto Augusteo, purtroppo non accessibile ai disabili.

Scoperto nel 2011 nel piano interrato dello storico Palazzo Peschici Maresca, di proprietà dell’Arciconfraternita dei Pellegrini, il sito conserva alcuni resti dell'Acquedotto Augusteo, un'opera di ingegneria idraulica tra le più importanti dell'epoca romana. Costruito nel primo decennio d.C., si sviluppava lungo un percorso di oltre 100 km, dalle sorgenti del Serino fino alla grande cisterna di Miseno, la cosiddetta "Piscina Mirabilis". Lungo il suo percorso attraversava i più importanti centri urbani dell'epoca, tra cui Neapolis.

Nel corso dei secoli, i due ponti-canale rinvenuti, in tufo e laterizi, furono prima interrati a seguito dell’innalzamento del livello di calpestio, poi utilizzati nel Cinquecento come fondamenta per la costruzione del palazzo, quando la città si espandeva al di fuori delle mura. Gli spazi disegnati dai grandi archi, oggi nel sottosuolo, sono stati adibiti in tempi più recenti a cantina e deposito, rifugio durante le ultime guerre, poi trasformati in discarica e quindi abbandonati. Negli ultimi anni il sito è stato oggetto di un’importante azione di sgombro, ripulitura e messa in sicurezza, ad opera dell'Associazione Vergini Sanità, in collaborazione con la proprietà e con associazioni del territorio, per attività finalizzate alla conservazione, valorizzazione e fruizione.

Il sito sarà visitabile sabato 26 e domenica 27 dalle 10.30 alle 11.15 e dalle 12 alle 12.45.

Per maggiori informazioni, consultare il programma e prenotarvi, basterà visitare la sezione ‘Programma’ del sito www.openhousenapoli.org


Napoli svelata. Open House Napoli racconta la città tra architettura e spazi privati

Napoli si svela e racconta il suo immenso patrimonio artistico antico e moderno in due giorni di visite gratuite grazie all’evento Open House Napoli, in programma nella città partenopea nelle giornate di sabato e domenica 26-27 ottobre 2019.

L’evento Open House non è nuovo in Italia, infatti, già Milano, Torino e Roma, ospitano da qualche anno aperture tra cantieri, case private, studi di architettura e spazi rigenerati. Il primo festival Globale dell’Architettura nasce a Londra nel 1992 per coinvolgere i cittadini e testimoniare quanto un’adeguata progettazione possa influenzare in meglio la qualità della vita.

Open House Napoli
Conferenza stampa Open House Napoli. In foto: Alessandra Thomas, Luigi De Magistris e Stefano Fedele

Saranno cento gli edifici aperti al pubblico e già 400 volontari hanno accettato la sfida di raccontare ai napoletani e ai tanti affezionati di open house edifici storici e contemporanei, sedi istituzionali, uffici, spazi riqualificati, teatri, cantieri attivi, luoghi sacri, infrastrutture, spazi verdi, residenze private, factory creative ma anche eventi e percorsi nei diversi quartieri della città.

Protagonisti gli architetti che arricchiranno l’esperienza attraverso curiosità tecniche e particolari che il più delle volte possono sfuggire ad occhi non allenati. E allora Studio Gnosis Progetti, X Studio Architettura, Casa Bianca – Studio Pica Ciamarra Associati e Studio Veneziatre apriranno le porte dei loro studi e racconteranno i loro progetti e le loro visioni, spesso surreali e innovative, per la città del futuro. Occasione unica e in esclusiva per la Prima edizione di Open House Napoli anche la visita a Villa Oro, progettata negli anni ’30 da due grandi architetti, Luigi Cosenza e Bernard Rudofsky e meta assolutamente imperdibile.

Conferenza Stampa di Open House Napoli

Protagonista sarà anche il verde urbano con visite esclusive al Parco di Re Ladislao, splendido esempio di hortus conclusus a ridosso della Chiesa di San Giovanni a Carbonara e luogo di assoluto fascino architettonico, o il Parco del Poggio, sottratto all’edificazione degli anni ’60 e ’70 ed esempio di recupero di un’area cava. Ma aperto eccezionalmente per Open House Napoli ci sarà anche Nisida con il suo Parco Letterario e alcuni dei suggestivi sentieri che la percorrono fino a Porto Paone.

Per chi invece fosse interessato ai palazzi storici e alle chiese, ricordiamo che diversi saranno aperti proprio per l’occasione. Uno di questi è la Sede della Banca d’Italia, luogo conosciuto e spesso ignorato ma dall’immenso valore architettonico, oppure il Palazzo delle Poste, anch’esso luogo di passaggio ma perfetto esempio di avanguardia espressiva e tecnologica.

Open House Napoli
Foqus Fondazione Quartieri Spagnoli- Open House Napoli

Tanti ancora i luoghi fruibili giorno 26 e 27 ottobre ma non vogliamo svelarvi proprio tutto. Per i più curiosi è possibile consultare il programma a questo link: https://www.openhousenapoli.org/images/OHN/OHN_Programma_web.pdf

Open House Napoli può considerarsi un’esperienza semplice ed efficace che già a livello internazionale ha riscosso un enorme successo, un modo di presentare a tutti, liberamente e gratuitamente, l’architettura spesso sconosciuta delle nostre città. Open House Napoli, attraverso il suo messaggio invita tutti ad esplorare e scoprire il valore di un ambiente ben costruito e che ha una storia tutta da scoprire. Curiosare tra gli studi, luoghi spesso non fruibili al pubblico, l’edificio sotto casa di cui spesso ignoriamo la storia, palazzi, paesaggi nascosti trasmetterà ai cittadini un senso di appartenenza ancora più forte del territorio.

L’esperimento Open House Napoli ha inoltre permesso una proficua collaborazione tra pubblico e privato, aprendo a tutti la rete di ascolto con le istituzioni. Napoli si mostra così come un’opera aperta e un laboratorio di continua sperimentazione così come è intrinseca nella sua cultura e nella sua gente.

Maggiori informazioni sul sito dell'evento: https://www.openhousenapoli.org/

 


Napoli apre le porte all'architettura con Open House

26 e 27 ottobre

OPEN HOUSE NAPOLI 2019

Il primo Festival Internazionale dell’Architettura e del Design arriva anche a Napoli: un evento completamente gratuito che in un unico weekend porterà l’architettura ai cittadini aprendo al pubblico le porte di decine di edifici di straordinario valore architettonico.

Open House Napoli 2019

Nel prossimo weekend del 26 e 27 ottobre la città ospiterà la prima edizione di Open House Napoli: edifici storici e contemporanei, sedi istituzionali, uffici, spazi riqualificati, teatri, cantieri attivi, luoghi sacri, infrastrutture, spazi verdi, residenze private, factory creative e tanto altro ancora: grazie alle visite guidate e gratuite di OHN2019, i cittadini si lasceranno sorprendere a ogni passo come moderni esploratori urbani alla scoperta dell’architettura di Napoli.

A partire dai prossimi giorni le prime anticipazioni sul programma delle visite e degli eventi collaterali saranno svelate sul sito www.openhousenapoli.org e su tutti i canali social dell’evento, mentre il programma completo sarà on line a partire dall’8 ottobre.

Open House Napoli 2019Open House Worldwide

Open House Napoli fa parte della rete internazionale di Open House Worldwide, il primo Festival Globale dell’Architettura fondato a Londra nel 1992 per coinvolgere i cittadini e far comprendere quanto una migliore progettazione degli spazi urbani influisca positivamente sulla qualità della vita.

Open House è oggi un fenomeno in vertiginosa crescita che coinvolge ormai 46 città nei cinque continenti con oltre un milione di cittadini coinvolti in tutto il mondo. In Italia sono già tre le città che aderiscono al network di Open House: Roma, Milano e Torino. E da quest’anno, finalmente, Napoli.

Open House Napoli 2019La prima edizione partenopea: istruzioni per l’uso

Per prendere parte ad Open House Napoli basterà andare sul sito www.openhousenapoli.org a partire dall’8 ottobre e scegliere tra le tante proposte ad ingresso libero dislocate in tutta la città. Per i siti che non saranno ad ingresso libero, le prenotazioni delle visite gratuite verranno aperte a partire dall’11 ottobre.

La call per i volontari

In tutto il mondo la passione dei volontari è da sempre la chiave del successo di un evento come Open House e anche Napoli sta rispondendo con grande entusiasmo. Studenti e docenti, lavoratori e pensionati, architetti e cittadini innamorati di Napoli: sono già oltre 200 le candidature inviate in risposta alla call lanciata solo da pochi giorni e ancora aperta su www.openhousenapoli.org

E per gli architetti iscritti all’Ordine degli Architetti di Napoli e Provincia e gli studenti di Architettura della Federico II la partecipazione darà diritto a crediti formativi.

Open House Napoli 2019La squadra e i partner

Open House Napoli è un evento di Openness

In network con Open House Roma, Open House Milano, Open House Torino

Parte di Open House Worldwide

Partner Istituzionale Comune di Napoli

Patrocinato da Ordine degli Architetti - Acen - Inbar

In collaborazione con DiARC - Università degli Studi Federico II – Cooperativa Sepofà

Mobility Partner ANM -EAV

Comunicazione e ADV Ness Comunicazione

 

Per Info e Prenotazioni

www.openhousenapoli.org

[email protected]

Open House Napoli 2019


Casa Batlló Antoni Gaudí i Cornet

Gaudí: dopo oltre cento anni torna a splendere Casa Batlló

Due anni di pianificazione, sei mesi di attività di restauro esterno e successivi lavori di restauro interno stanno restituendo al pubblico l’antico splendore di Casa Batlló, uno dei principali esempi dell’operato di Antoni Gaudí (1852-1926), celeberrimo architetto spagnolo ideatore della rinomata Sagrada Família, simbolo di Barcellona. La città, infatti, non sarebbe stata la stessa senza l’esistenza di questa peculiare figura che ne ha plasmato abilmente la fisionomia, attraverso edifici colorati e dalle forme inusuali, sette dei quali inseriti tra i patrimoni dell’umanità dell’UNESCO.

Vissuto a cavallo tra l’Ottocento ed il Novecento, Gaudí fu esponente primario del Modernismo catalano, del quale esprimeva il punto di vista ideologico e tematico arricchito da forme naturali che lo indussero a rigettare le rigide e consone linee rette, a favore invece di curve quali iperboloidi ed elicoidi. Si è così contraddistinto per lo stile estremamente fantasioso, eclettico ed originale, anticipando le successive soluzioni espressioniste e surrealiste.

Il tetto di Casa Batlló. Foto di Sara Terrones - Viajar lo cura todo, CC BY-SA 4.0

Una genialità che emerse subito durante i suoi giovani studi architettonici, intrapresi a diciassette anni proprio a Barcellona e che lo vedranno poi divenire anche scultore, decoratore e progettista d’interni. Una vita ardua la sua, caratterizzata da numerosi lutti familiari e da una salute precaria dovuta a forti reumatismi che ne esasperarono l’indole schiva e solitaria che lo caratterizzò fino all’assurda morte, per mano di un tram cittadino che lo investì e lasciò agonizzante nella generale indifferenza pubblica, poiché non riconosciuto a causa del suo aspetto trasandato.

Casa Batlló Antoni Gaudí i Cornet Barcellona
Facciata di Casa Batlló a Barcellona. Foto di Amadalvarez, CC BY-SA 3.0

Numerosi i segni lasciatici dalla sua prolificità: Parc Güell (1900-1914), la Pedrera (1906-1912), la sopracitata Sagrada Família (iniziata nel 1882 e non ancora terminata) e l’oggetto principale di questo articolo, Casa Batlló. I materiali da lui prediletti e plasmati furono la pietra, il ferro ed il laterizio, unitamente a legni, stucchi, vetrate e ceramiche. Elementi qui finalmente ravvivati e nuovamente visibili dopo esser stati celati per mezzo anno dai ponteggi, per un’operazione di restauro atta a ridare al luogo la forza cromatica che lo caratterizzava originariamente, nel lontano 1906.

In realtà l’edificio risaliva al 1875, progettato da Emilio Sala Cortés, insegnante di Gaudí; fu riplasmato dal suo allievo per volere del ricco Josep Batlló i Casanovas, proprietario di un’industria tessile che ambiva a rinnovare l’estetica della casa adattandola al quartiere borghese in cui si inseriva, ricolmo di abitazioni dall’aspetto particolare. Ne seguì uno stravolgimento del sito: la totale modifica della facciata in pietra arenaria, la ridistribuzione delle sezioni interne, l’aggiunta di due piani (che ne ha modificato l’altezza dai 21 ai 32 metri, per 14,5 metri di larghezza) e l’ampliamento del cortile, donandogli l’aspetto unico che oggi ammiriamo. Otto piani in totale: un seminterrato, un primo piano abitato dalla famiglia Batlló, altri piani adibiti all’affitto ed un soppalco, nonché un cortile centrale dalle ceramiche azzurre variegate al di sopra del quale è posto un lucernario che lo richiude. Le antiche scuderie invece col tempo sono state adibite a sala multifunzionale per convegni, nel corso degli anni Novanta.

Vetrate del piano nobile di Casa Batlló. Foto di Sara Terrones - Viajar lo cura todo, CC BY-SA 4.0

La policromia della facciata è stata esaltata dai vetri istoriati e dalle ceramiche iridescenti, fonte di lucentezza con riflessi cangianti al sole. Inoltre, è stata fornita una piacevole ventilazione ed una buona illuminazione mediante l’aperto spazio centrale del patio. Estrosità congiunta a funzionalità, ciò che Gaudí ha magistralmente donato al luogo. Il risultato fu fortemente apprezzato, al punto da concorrere al titolo di “migliore architettura dell’anno”, sebbene poi non conseguito.

Da allora il palazzo, monumento storico-artistico nazionale (1969) e patrimonio mondiale dell’UNESCO (2005), aveva subito un solo restauro nel 2001. Il secondo ed ultimo intervento ha richiesto 1,3 milioni di euro, cifra mirante non solo ad una rivalorizzazione e migliore conservazione del sito, ma anche ad un’ottimizzazione del percorso di visita. A due anni di analisi hanno seguito vari mesi di operazioni di restauro che hanno coinvolto oltre 30 persone operanti in sette diversi settori. I lavori hanno riguardato principalmente la facciata e si sono svolti da gennaio a maggio 2019, sebbene siano ancora in corso attività di restauro di alcune sale interne. Attività di pulizia, ripristino, conservazione hanno riguardato materiali differenti quali pietra, vetro, ceramica, ferro e legno, ognuno dei quali richiede un trattamento specifico.

Per quanto concerne il vetro (presente nei pezzi componenti il trecandís, tipico ornamento in mosaico), ha subìto un processo di pulizia basato su acqua calda nebulizzata e, laddove necessario, spazzole e bisturi che ne hanno restituito l’originale brillantezza. I pezzi scomparsi sono stati invece replicati al fine di completare la trama multicolore, mentre il vetro a piombo presente in Galleria ha riassunto l’aspetto originario dai bordi placcati in oro.

La ceramica ha presentato la problematica del recupero delle piastrelle, alcune delle quali in avanzato stato di rovina, reso complesso dalla loro combinazione di colori. Presenti sui trecandís, sul tetto e sulla croce che lo sovrasta, le ceramiche sono state ripulite e talune trattate poiché prive dello smalto e ricoperte da muffe che sono state rimosse per poi procedere con un trattamento di protezione.

Il ferro battuto delle ringhiere dei balconi è stato riportato al suo colore d’origine, con barre dorate e ringhiere in piombo bianco, ripristinando una trave danneggiata e proteggendo il ferro per garantirne la conservazione.

Scale e soffitto. Foto di Sara Terrones - Viajar lo cura todo, CC BY-SA 4.0

Il legno, visibile in particolar modo sulle persiane, è stato ricomposto nelle parti in cui risultava danneggiato aggiungendo altri elementi lignei con le medesime caratteristiche, ovvero pino mugo degli inizi del Novecento. Il restauro ha restituito tonalità di colore ligneo prima non osservabili, ossia un tono di verde più chiaro sulle finestre e un tono più scuro sulle persiane.

La pietra tipica della porzione inferiore della facciata è stata pulita con vapore e spazzole rimuovendo la polvere e l’inquinamento accumulatosi negli anni. Riempiti i fori tra i vari blocchi e restituiti alla pietra gli originali colori e venature, si è proceduto alla stesura di un prodotto idrorepellente che impedisca allo sporco di penetrare nella pietra.

Molteplici, dunque, i miglioramenti ricevuti, tra i quali il recupero del vistoso lampadario di cristallo scomparso dal 1927 (anno a cui risale l’ultima testimonianza fotografica). Il lampadario, dal diametro di un metro ed il peso di 65 kg, è stato riposizionato nuovamente al centro della conchiglia in gesso del salone principale.

L’intera procedura di restauro è visionabile tramite specifici video presenti nella casa-museo ma anche su Internet, come indicato dal direttore dei lavori, Xavier Villanueva. Così si è ridato splendore ad una facciata fiabesca, contrassegnata da un ritmo ondulato e sinuoso che richiama la natura: le colonne poste alla base ricordano delle zampe di elefante ed esaltano la dimensione del palazzo, mentre il tetto è simile ad una coda di drago. A tal proposito, in virtù della forte religiosità dell’autore, una particolare interpretazione del luogo lo ha voluto accostare alla storia di San Giorgio e il drago: al di sotto del tetto dall’aspetto rettile vi sono balconi e colonnine scheletriche che raffigurerebbero le vittime della belva, mentre al di sopra vi è una torretta identificata con la spada del santo e decorata con anagrammi della Sacra Famiglia (“IHS” per indicare Gesù, “M” con la corona per la Madonna e “JHP” per San Giuseppe). Meno appariscente la facciata posteriore, sebbene sia anch’essa contraddistinta da ondulazioni (fornite da terrazze con rientranze e sporgenze alternate) e sormontata da un colorato trecandís con frammenti di ceramica dai motivi geometrici e floreali. La cura dell’esterno si ritrova ovviamente anche negli spazi interni, minuziosamente abbelliti nei particolari di maniglie, porte e sedie di particolare pregio scultoreo.

Casa Batlló Antoni Gaudí
Casa Batlló a Barcellona. Foto di Shawn Lipowski, CC BY 2.5

Lo scorso anno Casa Batlló ha oltrepassato un milione di visitatori con un guadagno di oltre 27 milioni di euro, continuando ad attirare sempre più turisti che sono soliti fotografarsi dinnanzi ad essa. A distanza di quasi un secolo l’estro di Gaudí continua a stupire, lasciando al mondo un patrimonio che va assolutamente preservato. Concludiamo con il divertente commento di Elies Rogent, direttore della facoltà ove Gaudí si diplomò a pieni voti: «Non so se abbiamo conferito il titolo a un pazzo o ad un genio, con il tempo si vedrà». Ai posteri l’ardua sentenza.

Le foto nell'articolo sono di repertorio e quindi precedenti i restauri; i video provengono dal sito ufficiale e mostrano invece i restauri.


Open House alla conquista del sud Italia. Da ottobre a Napoli

Open House arriva nel sud Italia e precisamente a Napoli. Dal 26 al 27 ottobre 2019 la prima edizione di Open House Napoli animerà le vie e i palazzi della città con aperture gratuite di edifici storici e contemporanei, sedi istituzionali, uffici, spazi riqualificati, teatri, luoghi sacri, infrastrutture, residenze private, factory creative, cantieri attivi e tanto altro ancora: Napoli si svela ai visitatori accogliendoli dietro le quinte di decine di siti di straordinario interesse architettonico, spesso inaccessibili, aperti al pubblico con visite guidate gratuite.

Un festival globale dell’architettura antica e moderna, del design che accompagnerà il visitatore a scoprire eccezionalmente le complesse storie della città di Napoli, un’esperienza unica da vivere come moderni esploratori urbani.

Open House nel mondo

Open House Napoli fa parte della rete internazionale di Open House Worldwide, il primo festival globale dell’architettura fondato a Londra nel 1992 per coinvolgere i cittadini e far comprendere quanto una migliore progettazione degli spazi urbani influisca positivamente sulla qualità della vita. Un prezioso strumento di conoscenza, dialogo e contributo al disegno della città che verrà.

Open House è oggi un fenomeno in vertiginosa crescita che coinvolge ormai 46 città nei cinque continenti con oltre un milione di cittadini coinvolti in tutto il mondo. In Italia sono già tre le città che aderiscono al network di Open House: Roma, Milano e Torino. E da quest’anno, finalmente, Napoli.

Per tutti gli aggiornamenti ecco il link al sito: https://www.openhousenapoli.org/


Combattimenti nell'arena. Ecco i giochi al Colosseo

La valle tra l’Oppio, il Palatino e il Celio fu urbanizzata a partire dal II secolo a.C. e fino all’età augustea; l’incendio che devastò Roma il 18 luglio del 64 d.C., sotto Nerone, determinò una modificazione profonda dell’assetto precedente e parte del territorio venne ad ospitare la Domus Aurea, la villa urbana di Nerone che si estendeva su 250 ettari e che comprendeva il grande lago artificiale dello Stagnum Neronis, un vasto specchio d’acqua cinto da un triportico colonnato di almeno 200 metri di lato e profondo non più di 4. La costruzione della villa fu abbandonata alla morte di Nerone e la presa di potere di Vespasiano, il nuovo imperatore, determinò, dopo il risanamento dell’erario pubblico, la riorganizzazione urbanistica dell’area e l’edificazione, tra altri interventi pubblici, dell’Amphitheatrum novum sul sito del lago artificiale a partire dal 71 d.C.; lo ricorda Marziale: “Hic ubi conspicui venerabilis Amphitheatri/erigitur moles, stagna Neronis erant”.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Per i Romani era anche il Teatro per le cacce, nel Medioevo Colosseo e poi Anfiteatro Flavio; il Colosseo fu costruito in poco più di otto anni e inaugurato dal figlio di Vespasiano, Tito, nell’80, con 100 giorni di spettacoli venatori, giochi gladiatori e battaglie navali. L’edificio inaugurato, tuttavia, non ancora completato, mancava di parte dell’attico e delle strutture ipogee dell’arena che saranno realizzate solo sotto Domiziano, insieme ai grandi edifici di servizio esterni come le caserme gladiatorie, i depositi delle armi, l’ospedale per i feriti, la caserma della flotta di Miseno, l’edificio per le spoglie dei gladiatori morti. Incendi, terremoti e la necessità di mantenere in efficienza l’edificio determinarono restauri, aggiornamenti e modifiche fino al VI secolo, quando furono definitivamente interrotti i ludi gladiatori e l’edificio subì un inarrestabile abbandono, trasformandosi, a partire dal regno di Teoderico, in cava di materiale, poi residenza delle famiglie romane dei Frangipane e degli Annibaldi nel XII e XIII secolo e poi di nuovo e fino alla metà del Settecento a cavar marmi a Coliseo.

L’anfiteatro sorge su una platea ovoidale policentrica, dal diametro maggiore di 188 metri e minore di 156, e in origine raggiungeva un’altezza esterna fuori terra di oltre 50 metri. Una gabbia di grandi pilastri di travertino, inglobati nei muri radiali in tufo e laterizio, costituiva il sistema strutturale principale che consentiva di formare le camere radiali in corrispondenza dei fornici della facciata esterna. Questi lunghi corridoi radiali, coperti da volte in opera cementizia con nervature in mattoni, sostenevano le gradinate per gli spettatori e i corridoi anulari di distribuzione; consentivano, quindi, di distribuire tra i 50.000 e i 70.000 spettatori su cinque ordini successivi di posti, ciascuno per i diversi ranghi sociali del pubblico, con ingressi e percorsi interni ed esterni differenziati e distinti.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Una gran cerchia d’archi, la chiamava il poeta Shelley, ed è l’immagine che meglio rappresenta la facciata esterna, oggi ancora visibile per la metà nord verso il colle Oppio e che si staglia poderosa giungendo da via dei Fori Imperiali. Immaginiamola completata della parte mancante e avremo una mole pressoché ellittica aperta da 80 arcate inquadrate da semicolonne su tre livelli sovrapposti; la scansione degli ordini architettonici dei differenti livelli è quella canonica delle facciate teatrali con la sovrapposizione, dal basso, di ordine tuscanico, ionico e corinzio. Sopra l’ultima cornice del terzo ordine di arcate si innalza la grande parete dell’attico, dove si aprono, alternati a muri ciechi, quaranta finestroni rettangolari entro un ordine di paraste (semipilastri) corinzie; sopra le finestre corrono le mensole sagomate -tre per ogni campitura tra le paraste- che servivano per il fissaggio dei pali di legno che, inserendosi in fori corrispondenti nel cornicione sommitale, consentivano ai marinai della flotta del Miseno, distaccati nella caserma poco distante, la manovra del gigantesco velarium per riparare il pubblico dal sole e dalla pioggia.

Cosa succedeva 2000 anni fa al Colosseo?

Con una solenne pompa, un corteo entrava nell’arena. A sfilare oltre a due littori che aprivano le fila, i protagonisti della giornata e l’editor dei giochi, il magistrato, seguito dai musicisti che durante gli spettacoli animavano le scene di lotta con corni, tube, flauti, tibie e organi idraulici. Non solo gladiatori, quindi, ma anche venatores e condannati a morte legati tra di loro da una fune. La mattina era riservata alla venatio, una caccia con animali feroci. Questa poteva svolgersi tra soli animali o tra animali e uomini e prevedeva anche esibizioni acrobatiche, quasi da circo diremmo noi, con animali addomesticati. Incredibili da immaginare in una struttura come il Colosseo, le Naumachie, le battaglie navali che tanto impressionavano gli spettatori. Le imbarcazioni, nei sotterranei, erano situate nelle darsene e man mano che l’acqua saliva di livello queste si sollevavano fin sulla platea. Marziale racconta che per i giochi inaugurali dell’80 d.C., fu inscenata una memorabile battaglia tra corinzi e corciresi.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

Ma la presenza dell’acqua permetteva anche scene più complicate con scenografie davvero straordinarie. Una di queste fu la messa in scena del mito di Ero e Leandro nei sotterranei sommersi. Ero, giovane e bellissima sacerdotessa di Afrodite e Leandro erano due innamorati che abitavano sulle rive opposte dello stretto dei Dardanelli. Leandro, ogni notte, raggiungeva a nuoto la sua amata che dalla cima di una torre gli segnalava il percorso con una torcia. Una notte, durante una tempesta, la torcia si spense e il giovane Leandro morì annegato tra i flutti. Durante la rappresentazione della tragedia, Leandro fu risparmiato dall’imperatore Tito, una variante al mito che commosse profondamente il pubblico.

L’arena, oltre che di splendide coreografie, spesso si impregnava di sangue, non solo animale ma soprattutto umano. Molte furono le esecuzioni capitali che si svolsero al Colosseo, alcune delle quali come la damnatio ad bestiasparticolarmente cruente. Questa tipologia di condanne a morte spettava a uomini che si erano macchiati di reati gravissimi come il parricidio e la lesa maestà e consisteva nell’essere sbranati, da vivi, da animali feroci. Durante i 100 giorni di giochi inaugurali, le condanne ad bestias furono messe in scena sotto forma di episodi mitici, con epiloghi assolutamente tragici e particolarmente sanguinari. Un certo Laureolo, reo di aver ucciso il padre, aver rubato nei templi e aver addirittura dato fuoco a Roma, fu costretto ad inscenare il mito di Prometeo. Nell’eccentrica variante romana però, rispetto al mito greco, il condannato fu appeso ad una croce e sbranato da un orso.

Colosseo. Foto: Alessandra Randazzo

A chiudere la giornata, gli spettacoli più attesi e forse quelli più celebri nella storia: i ludi gladiatori. Questi avevano luogo nel pomeriggio e si aprivano con il saluto rituale dell’imperatore che dava il via agli scontri secondo l’ordine di apparizione annunciato dalla pompa iniziale. I gladiatori erano schiavi, condannati oppure dei veri e propri professionisti della lotta armata e si distinguevano tra di loro per specialità e tecniche di combattimento.

Tra le specializzazioni vi era il retiarus armato di tridente e di una rete, il secutor o murmillo che aveva una spada, un lungo scudo rettangolare e un elmo piccolo e arrotondato, per non concedere appigli all’avversario con la rete; l’oplomachusche aveva un grande scudo che lo proteggeva; il sagittarius che aveva frecce ed arco; il traex che aveva un piccolo scudo di forma quadrata, alti gambali e una spada corta e ricurva (sica); l’essedarius che combatteva su un carro da guerra.

Fragmento del mosaico de Zliten, hallado cerca de Leptis Magna, actual Libia (siglo II d. C.). Muestra varios tipos de gladiadores en acción.
Livius.org [Public domain]
Gli epigrammi di Marziale ricordano alcuni famosi gladiatori che si distinsero per la loro bravura: MyrinusTriumphusPriscus e Verus. Proprio lo scontro tra Priscus e Verus passò alla storia perché non ebbe nessun vincitore. Sempre Marziale racconta che di pari coraggio e forza, nessuno dei due ebbe la meglio sull’altro tanto che fu lo stesso pubblico, annoiato, a chiedere la fine del combattimento. Secondo la lex pugnandi lo scontro poteva terminare solo se uno dei due contendenti, posato lo scudo, sollevava un dito in segno di vittoria. Tito graziò entrambi e donò loro, in assenza di vincitore, la rudis e la palma. Palma e corona spettavano al vincitore, mentre la rudis, una spada di legno, veniva consegnata al gladiatore al termine della sua carriera.


Capitello dorico. Parco archeologico di Paestum

Da Paestum riemergono elementi architettonici di un edificio dorico

Durante alcuni lavori di pulizia lungo il versante occidentale delle mura di Paestum, alcuni archeologi del Parco archeologico hanno scoperto capitelli, colonne, cornicioni e metope che erano coperti sotto uno spesso strato di fogliame. Probabilmente, questi elementi architettonici facevano riferimento in antico ad un edificio di stile dorico all’interno della città. La scoperta più curiosa è quella relativa ad un pannello, forse una metopa in arenaria decorata con tre rosette a rilievo, note anche in altri edifici dorici costruiti tra il VI e ed il V secolo a.C. nel territorio di Paestum. I lavori di pulizia delle mura sono stati avviati solo qualche giorno fa nell’ambito di un progetto europeo finanziato con fondi strutturali miranti al restauro e alla riqualificazione della cinta muraria della città lunga circa 5 km.

Metopa con decorazione a rosette. Parco archeologico di Paestum
Metopa con decorazione a rosette. Parco archeologico di Paestum

I reperti possono considerarsi ritrovamenti occasionali accumulati lungo le mura durante lavori agricoli negli anni ’60 ma di estremo interesse archeologico in quanto presentano ancora tracce di policromia, pittura di color rosso e di intonaco. Sembrano appartenere ad un edificio di piccole dimensioni, un tempietto o forse un portico, risalente al periodo di realizzazione della più famosa Tomba del Tuffatore di Paestum che si data tra fine VI ed inizio V secolo a.C.

Il direttore del Parco Archeologico di Paestum, Gabriel Zuchtriegel spiega che la zona in passato ha restituito diverso materiale archeologico, in particolare una stipe votiva contenente statuette di divinità femminili in trono e frammenti ceramici databili tra VI e III secolo a.C. La stipe si trovava in quello che in antico era il quartiere ceramico, il kerameikos di Paestum, dove si producevano famosi vasi. Tra il quartiere artigianale e la cinta muraria doveva trovarsi anche questo piccolo edificio, un vero gioiello dell’architettura dorica magno – greca di età tardo arcaica. I preziosi reperti sono stati recuperati e portati nei depositi del Museo dove saranno sottoposti ad una serie di analisi e di interventi di consolidamento.

Capitello dorico. Parco archeologico di Paestum
Capitello dorico. Parco archeologico di Paestum

Della scoperta sono stati informati il Direttore Generale per l’Archeologia, Gino Famiglietti e il Soprintendente delle province di Salerno, Avellino e Benevento, Francesca Casule per concordare una strategia di intervento e di indagine  che mira allo studio del territorio.


COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico Valle dei Templi Agrigenti

Agrigento: mostra "Costruire per gli Dei. Il cantiere nel mondo classico"

COSTRUIRE PER GLI DEI

Il cantiere nel mondo classico

Valle dei Templi | AGRIGENTO

12 giugno | 30 settembre

COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico Valle dei Templi AgrigentiCOME SI COSTRUIVANO I TEMPLI ANTICHI? Come era possibile trasportare massi squadrati da diverse tonnellate e issarli a diverse decine di metri di altezza? Quanti operai servivano per costruire un tempio?

Una mostra dal grande valore didattico e documentario ricostruisce i cantieri allestiti per edificare i grandi templi dorici della Valle dei Templi di Agrigento. Sono riproposte - in un itinerario che si addentra nella Valle - in scala 1:1, le principali macchine edili costruite nel tempo, con ingegnosi meccanismi di semplicità disarmante. Ripercorrendo le descrizioni delle fonti antiche, da quelle di Diodoro Siculo per il complesso dell'Olympeion, rivive così l’arte del costruire dell’antica Akragas, la “più bella città dei mortali” di pindarica memoria, i cui abitanti secondo le parole riferite a Empedocle “costruivano come se dovessero vivere in eterno e banchettavano come se dovessero morire all’indomani”. 

La mostra “COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico”, prodotta e organizzata da MondoMostre in collaborazione con il Polo Culturale di Agrigento e il Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi e promossa dalla Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana, si inaugurava ieri (venerdì 7 giugno) nella Valle dei Templi di Agrigento alla presenza del dirigente generale del Dipartimento dei Beni Culturali, Sergio Alessandro, del presidente del Consiglio del Parco della Valle dei Templi Bernardo Campo e del direttore del Parco e del Polo archeologico di Agrigento, Giuseppe Parello.

"COSTRUIRE PER GLI DEI" è curata dall’architetto Alessandro Carlino, storico dell’architettura che da anni studia i templi dorici siciliani, e nasce da un’idea del direttore del Parco della Valle dei Templi, Giuseppe Parello.

La mostra - per i primi quattro giorni - sarà offerta gratuitamente a chi visiterà la Valle dei Templi con il nomale biglietto di ingresso. Da mercoledì 12 giugno (apertura ufficiale) si pagherà un piccolo sovrapprezzo di 2 euro, sempre sul biglietto abituale.

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«È in Sicilia che si trova la chiave di tutto» […] «La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l’unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra … chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita». (J.W.Goethe, “Viaggio in Italia”, 1817)

COSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico Valle dei Templi Agrigenti

Tutto parte da Vitruvio e dal suo De Architectura: l’unico grande trattato di architettura, scritto alla fine del I a.C. giunto fino noi pressoché integro, che spieghi stili, decorazioni, sistemi di costruzione delle basiliche, delle terme, dei teatri. E dei templi, tramandati dalla tradizione ellenistica. Dalle preziose notizie racchiuse nei dieci libri, si conoscono i materiali e le tecniche costruttive delle murature, intonaci, stucchi, mosaici. Si scopre l'uso dei colori: i templi greci, che appaiono ai nostri occhi, monocromatici, erano in origine, riccamente colorati. Questo ed altro, molto altro, si scopre leggendo Vitruvio. Ma quali erano le reali tecniche di costruzione dei templi, quali le macchine impiegate per spostare enormi blocchi di pietra, quanti gli operai coinvolti e quanto a lungo durava una costruzione?

Una mostra dal grande valore didattico e documentario che ricostruisce i cantieri allestiti per edificare i grandi templi dorici che possiamo ammirare ancor oggi nella Valle dei Templi di Agrigento. Ripercorrendo le descrizioni delle fonti antiche a partire, ad esempio, da quelle fatte da Diodoro Siculo per il complesso dell'Olympeion, rivive l’arte del costruire dell’antica Akragas, la “più bella città dei mortali” di pindarica memoria, i cui abitanti secondo le parole riferite a Empedocle “costruivano come se dovessero vivere in eterno e banchettavano come se dovessero morire all’indomani”.

La mostraCOSTRUIRE PER GLI DEI. Il cantiere nel mondo classico”, prodotta e organizzata da MondoMostre in collaborazione con il Polo Culturale di Agrigento e il Parco Archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi e promossa dalla Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana, si inaugura nella Valle dei Templi di Agrigento, con apertura al pubblico dal 12 giugno fino al 30 novembre 2019. Forte di un comitato scientifico di grande rilievo, la mostra è curata dall’architetto Alessandro Carlino, storico dell’architettura che da anni studia i templi dorici siciliani, e nasce da un’idea del direttore del Parco della Valle dei Templi, Giuseppe Parello.

Del Comitato Scientifico fanno parte Stefano De Caro, dal 2011 direttore generale dell’ICCROM, già direttore generale delle Antichità nel Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, esperto archeologo di fama internazionale, Heinz Jurgen Beste responsabile scientifico dell’Istituto Archeologico Germanico di Roma, che con Umberto Baruffaldi ha ricostruito con esattezza filologica il prototipo di uno dei 28 montacarichi per il sollevamento delle belve nel Colosseo. Federico Rausa, docente di archeologia classica alla Federico II di Napoli, Carmelo Bennardo, direttore tecnico del Parco archeologico e Paesaggistico della Valle dei Templi, che da vent’anni guida i restauri ai monumenti del Parco. Il direttore Giuseppe Parello e con il contributo di Manolis Korres, architetto e studioso greco che ha firmato il progetto di restauro dell'Acropoli e che ha studiato le tecniche di costruzione e i materiali usati per edificare il Partenone.

La mostra nasce con l’obiettivo dichiarato di coinvolgere il pubblico nella comprensione delle tecniche e dei processi che furono compiuti anticamente per erigere i templi della Valle attraverso la ricostruzione in scala 1:1 di un vero e proprio cantiere. Lungo la via sacra della Valle dei Templi sono state ricostruite – a grandezza naturale – alcune “macchine” tra cui una gru (alta 12 metri, riprodotta in scala reale), carri e slitte per il trasporto del materiale lapideo; esposti modelli di templi, strumenti di misura come il corobate (strumento romano usato per misurare la pendenza del terreno) o la groma (a piombo, serviva per tracciare sul territorio i frazionamenti, le zone, le strade).

Dal MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) sono giunti (e vengono esposti nell’Auditorium Lizzi del Museo Archeologico “Pietro Griffo” di Agrigento) cinque compassi originali di epoca romana, a testimonianza di una continuità dell’utilizzo di macchine e strumenti nel mondo classico, mentre dal Tempio E di Selinunte provengono tre blocchi architettonici (geison, taenia e triglifo) con ampie porzioni di intonaco policromo, che spiegano appunto come in epoca greca i templi fossero riccamente decorati. La querelle sul colore dei templi coinvolse, sin dagli inizi dell’Ottocento e in concomitanza dei sempre più numerosi viaggi nel sud Italia e in Grecia, intere generazioni di studiosi. Ad Agrigento e Selinunte, questi moderni ‘architetti-archeologi’ scoprirono i resti dell’originaria policromia e, sulla base di precisi rilievi e approfonditi studi, ipotizzarono l’aspetto delle architetture classiche così come dovevano apparire all’apice del loro splendore.

A testimonianza di questo ricco momento di studi verranno esposte le ricostruzioni Jakob Ignaz Hittorff pubblicate nel 1827 (provenienti da una collezione privata), e l’opera di Domenico Lo Faso Pietrasanta duca di Serradifalco, Le antichità della Sicilia esposte ed illustrate, proveniente dalla Biblioteca Comunale “barone Antonio Mendola” di Favara che conserva una ricca collezione di volumi dedicati all’architettura classica.

Il percorso espositivo si arricchisce di una serie di scatti, dei templi e della valle, dell’artista palermitano Francesco Ferla, impegnato nella realizzazione di esposizioni internazionali dedicate alla valorizzazione del patrimonio architettonico siciliano.

La grande CASA DEGLI DEI, era sempre orientata verso il sorgere del sole, doveva poggiare su basi solidissime, per cui si scavava il terreno fino a trovare il piano di roccia. Intorno vi era sempre un portico ombroso (peristasi) per le cerimonie sacre. La statua della divinità era celata all’interno del naos (o cella) – dove potevano accedere solo i sacerdoti -, preceduta da un vestibolo (pronao) e conclusa dalla parte della fronte posteriore (opistòdomo), dove si conservavano gli arredi rituali e i preziosi doni votivi.

Le macchine e i reperti della mostra COSTRUIRE PER GLI DEI permettono di avanzare ipotesi accreditate e scientifiche, sui metodi di costruzione dei templi, utilizzati in tutto il Mediterraneo. Per scoprire sostanzialmente che i metodi erano simili ad oggi, anche se meno raffinati e senza l’uso, ovviamente, di tecnologia. Ma ci si muoveva per intuizione, provando e riprovando fino a che non si raggiungevano i risultati desiderati.

LE CAVE Se si era fortunati, i luoghi di estrazione dei materiali da costruzione erano nei pressi del tempio che si doveva costruire, come nel caso dell’antica Akragas, dove i monumenti principali furono realizzati con pietra locale, una calcarenite molto “tenera”, facilmente lavorabile, proveniente da cave nelle immediate vicinanze della città.

I banchi di pietra venivano intaccati tramite piccoli utensili metallici (scalpelli e mazzette, scalpelline, piccozze, asce …) per formare un taglio in cui si inserivano dei cunei (spesso in legno che, bagnati, si gonfiavano e spezzavano la pietra), battuti fino al distacco del blocco. Per le colonne, si scavava una trincea attorno al perimetro del tamburo da cavare e successivamente si procedeva al distacco dal banco roccioso: una tecnica che proveniva dall’antico Egitto e che rimase inalterata fino in epoca romana. Gli elementi da costruzione estratti dalle cave, già sbozzati, erano pronti per il viaggio verso il cantiere che avveniva tramite slitte, carri o, se di grandi dimensioni, con macchine costruite per l’occasione.

LA SLITTA Un mezzo funzionale e versatile, già utilizzato nelle civiltà egizie e mesopotamiche, era la slitta, composta da assi di legno incastrate tra loro, con le estremità rivolte all’insù per agevolare il movimento. Un mezzo estremamente leggero, progettato per essere smontato e trasportato su carri dal cantiere alla cava, dove veniva rimontata e riutilizzata per i trasporti successivi. Le slitte, una volta caricate del materiale da costruzione da trasportare, venivano trainate da buoi e scivolavano su rulli o assi di legno, a seconda del tipo di carico. Per governare la slitta, la si imbrigliava con funi collegate ad argani che ne regolavano la velocità o a perni di legno incastrati ai lati della strada su cui si avvolgevano le funi che frenavano lo scivolamento e ne aumentavano la stabilità.

IL CARRO. Era di gran lunga il mezzo di trasporto meccanico più usato nella civiltà greca; un mezzo solido e funzionale che si prestava ai più disparati utilizzi, dal trasporto delle merci a quello degli elementi costruttivi di medie dimensioni. Nonostante la sua robustezza e affidabilità, era però difficilmente governabile nei tratti in pendenza; trainato da buoi, veniva quindi usato soprattutto su percorsi pianeggianti. Nel corso degli anni, è stato però dotato di diversi accorgimenti che lo hanno reso più funzionale: l’innovazione più importante è stata senz’altro l’avantreno semovente per utilizzarlo su percorsi più impervi.

IL TEMPIO LIGNEO. Il tempio dorico è la traduzione in pietra del suo antenato più antico costruito in legno. Bisogna ricordare la verità estetica alla base del lavoro di artisti, architetti, committenti e anche dal grande pubblico: alle spalle delle monumentali forme dei templi dorici, ci furono antiche strutture realizzate in legno. Ogni elemento edile trovava corrispondenza e ispirazione in natura, secondo l’estetica greca dal rigoroso principio della “mìmesis". Così come il pittore o lo scultore potevano realizzare opere belle e “giuste” soltanto imitando le forme naturali, anche l’architetto, doveva trarre ispirazione dalle strutture delle antichissime costruzioni lignee, “naturali”. Le ricerche condotte hanno portato ad elaborare un modello di tempio ligneo basato sia su testimonianze letterarie e documentazioni iconografiche originali, sia su considerazioni tecniche oggettive.

IL TRASPORTO. Per il trasporto dei grossi blocchi monolitici che costituivano la struttura del tempio, venivano impiegate delle semplici ma ingegnose macchine. Come la macchina di Metagene, impiegata per il trasporto di architravi o gradoni: una ruota lignea dentro la quale inserire i blocchi che potevano così rotolare trainati da uomini, animali o carri dalla cava fino alla fabbrica. Per il trasporto dei rocchi cilindrici che andavano poi a comporre la colonna del tempio, veniva invece impiegata la macchina di Chersifrone. Il sistema si basava sul rotolamento del fusto stesso, intelaiato con travi di legno connesse all’asse di rotazione del tamburo.

LE COLONNE. Le colonne e le loro porzioni cilindriche (rocchi o tamburi) erano collocate sullo stilòbate (dal greco: stilos = colonna e batis = base). Le scanalature (di norma 16 o 20) che ornavano la superficie esterna, venivano eseguite dopo che tutti gli elementi erano stati assemblati alla perfezione. Al di sopra dei capitelli delle colonne veniva poggiato l’architrave, costituito da grandi parallelepipedi. I perni di giunzione erano in legno o in piombo e servivano per allineare le colonne ed evitare che i rocchi ruotassero sul proprio asse.

IL CANTIERE. Il cantiere greco è sempre stato un luogo di sperimentazione ingegneristica e meccanica. I blocchi di calcarenite, estratti nelle cave, arrivavano in cantiere su slitte o carri, ma rimaneva da risolvere il problema del sollevamento. Venne così inventata una macchina formata da lunghe travi di legno fissate al terreno e unite alle estremità a formare un triangolo. In testa a questa struttura erano fissate carrucole che mediante delle corde, consentivano di sollevare elementi molto pesanti fino alla quota desiderata. Nasceva così la gru (o capra) il cui funzionamento era semplice ma ingegnoso perché, non solo consentiva di sollevare elementi assai pesanti, ma permetteva, mediante un sistema di pulegge, di diminuire lo sforzo necessario. Un’altra macchina utilizzata per il sollevamento dei blocchi in cantiere, descritta da Vitruvio come “assai ingegnosa e comoda”, era il “polyspastos”, gru fissa composta da una singola trave lignea fissata al terreno.

LA GRANDE GRU. La grande gru non veniva utilizzata fissandola direttamente al terreno come avveniva per le più macchine piccole, ma era collocata su grossi tronchi, che avevano la funzione di veri e propri binari, su cui la macchina poteva scorrere, in modo tale da non dover essere smontata continuamente. Il sistema di sollevamento utilizzava un argano che era collocato in orizzontale tra le travi principali della gru, ed era azionato da lunghe leve (manovelle). La gru, riprodotta in scala reale per la mostra, è composta da aste convergenti realizzate con travi di legno che misurano 12 metri e hanno una sezione di 35 x 45 cm. Il modello deriva dalle fonti letterarie classiche, Vitruvio in particolare, e dalle fonti iconografiche note, ma è anche debitore delle varie ipotesi ricostruttive dell’architetto greco Manolis Korres.

LE MAESTRANZE E I TEMPI. Alla realizzazione dei templi lavoravano un numero considerevole di persone con specifici compiti, che formavano delle vere e proprie squadre specializzate nella costruzione di edifici monumentali. Questi gruppi detti "officine", si spostavano di città in città per innalzare i grandi santuari degli dei olimpici. Ci volevano anche decenni per completare un tempio e, in alcuni casi, come nel colossale tempio di Zeus Olimpio ad Agrigento, forse non bastò un secolo per portarlo a termine.

COME NASCEVA IL TEMPIO

GLI STILI ARCHITETTONICI. In architettura i greci distinguevano tre caratteri costruttivi, e altrettanti stili: il dorico, forte come un atleta o un guerriero; lo ionico, bello come una matrona; il corinzio, prezioso e gracile come una fanciulla. Sopra i geometrici capitelli dorici posava la trabeazione col fregio a trìglifi e mètope. Mentre i due ordini “femminili” presentavano basi sotto i fusti delle colonne, il dorico “maschile” era l’unico a esserne privo: scalzo come i ginnasti o i combattenti.

La fondazione

Una volta stabilito il progetto del tempio, veniva creato il piano di appoggio più profondo, perfettamente orizzontale e collaudato con il sistema egizio: venivano scavati dei canaletti nella roccia e, se il lavoro era stato eseguito a regola d’arte, l’acqua doveva restare in equilibrio.

Il colonnato

Le porzioni cilindriche (rocchi o tamburi) delle colonne venivano rifinite con precisione in cantiere, poste le une sulle altre ed assicurate tramite perni lignei. Le scanalature venivano eseguite una volta che tutti gli elementi erano stati assemblati alla perfezione.

La copertura

Se la pietra era il materiale principale nella costruzione del tempio, gran parte della copertura era in legno, sotto il manto di tegole laterizie. Le grandi travi erano composte da più strati che venivano assemblati con chiodi e funi. Le fornaci per i laterizi si trovavano nelle immediate vicinanze del tempio e seguivano le necessità del cantiere.

La decorazione

Il fregio e il cornicione erano le parti più decorate della trabeazione. I trìglifi rettangolari erano blu, alternati alle mètope dipinte di rosso. Al di sopra dei trìglifi, nel cornicione, venivano intagliati i mùtuli e le gocce, che venivano dorate per evidenziarne la forma che ricordava gli antichi chiodi lignei. Infine, le tegole in terracotta verniciata della copertura.

Unità di misura

Le unità di misura utilizzate in Grecia derivano dai sistemi in uso nel vicino Oriente e in Egitto già nel secondo millennio a.C. e come questi erano basate su misure naturali. In particolare, facevano riferimento alle parti del corpo umano: il piede, il braccio o la falange di un dito e sui loro rapporti. Lo stesso criterio valeva per le misure di superficie: l’estensione di un terreno veniva, ad esempio, calcolata in funzione della quantità di frumento occorrente per la sua semina.

Il modulo

Il modulo era l'unità di base utilizzata per la costruzione del tempio e corrispondeva al raggio della colonna. Tutte le parti del tempio erano proporzionate in base a questa unità.

Nel tempio della Concordia ad Agrigento, ad esempio, il modulo è pari a 2 piedi e un quarto (diametro = 4 piedi e mezzo), con il piede che misura circa 32 cm. Nello stesso tempio, il fusto della colonna misura 8 moduli e il capitello un modulo, dunque la colonna intera è alta 9 moduli (4 diametri e mezzo). L’architrave, il fregio e tutte le altre parti del tempio rispondono a questo sistema di misura, che guidava i costruttori durante tutte le fasi di realizzazione.

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SCHEDA TECNICA

Titolo: Costruire per gli dei.

Il cantiere nel mondo classico

Curata da: Alessandro Carlino

Ideata da: Giuseppe Parello

Prodotta e organizzata da: MondoMostre

In collaborazione con: Polo Culturale di Agrigento e il ParcoArcheologico e Paesaggistico della Valle dei Templi

Date: dal 12 giugno al 30 novembre 2019

Promossa da: Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana

Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità Siciliana

Orari: Parco della Valle dei Templi (AG)

dal 12 giugno al 12 luglio

tutti i giorni 08.30 - 20.00

dal 13 luglio al 15 settembre

dal lunedì al venerdì 08.30 - 23.00

sabato e domenica 08.30 – 24.00

dal 16 settembre al 30 novembre 08.30 - 20.00 (ultimo ingresso ore 19,00)

Sala Lizzi del Museo Archeologico Regionale"Pietro Griffo" (AG)

dal 12 giugno al 30 novembre 9.00 - 19.30

Biglietti: Parco della Valle dei Templi

2 + biglietto ordinario, cumulativo e ridotto di ingresso al Parco

Ingresso Gratuito:

  • per le categorie previste dalla circolare dipartimentale n.1 del 20/01/2017;

  • per la Sezione introduttiva della mostra presso Sala Lizzi

del Museo Archeologico Regionale"Pietro Griffo";

  • per i possessori di abbonamento al Parco Valle dei Templi;

  • per tutti nelle prime domeniche di ogni mese