Saqqara

BMTA Special Award 2021: il premio alla scoperta archeologica più votata

Aperte fino al 30 settembre le votazioni per la migliore scoperta archeologica del 2020, sulla pagina Facebook della Borsa Mediterranea sul Turismo Archeologico: tra le scoperte proposte, quella che avrà ottenuto il maggior consenso sui social riceverà lo “Special Award”.

Il premio sarà conferito in occasione della XXIII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico, unitamente all’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, giunto quest'anno alla sesta edizione.

Il premio "Khaled al-Asaad", l’unico dedicato all’archeologia e riconosciuto a livello mondiale, è intitolato all’archeologo siriano ucciso nel 2015 dai militanti dell’ISIS nel tentativo di salvare dalla distruzione il sito di Palmira, patrimonio UNESCO.

Di seguito le cinque scoperte archeologiche selezionate che saranno le finaliste del Premio:

-Le centinaia di sarcofagi intatti ritrovati nella necropoli di Saqqara, in Egitto.

-Le recenti analisi del Disco di Nebra, in Germania, hanno fornito nuove prove sulla sua cronologia e sul luogo di provenienza.

-La pittura rupestre più antica al mondo, risalente a 45.000 anni fa, raffigurante un cinghiale dipinto in ocra rossa, rinvenuta sull’isola di Suwalesi, in Indonesia.

- Tre stanze di 2.000 anni fa scoperte sotto il Muro del Pianto, a Gerusalemme.

-Le più recenti scoperte di Pompei: un Thermopolium, un carro cerimoniale, le origini etrusche della città.

Un “tesoro” di centinaia di sarcofagi intatti rinvenuto nella necropoli di Saqqara, in Egitto.

L’Egitto, con la sua storia millenaria e i continui ritrovamenti archeologici, non smette mai di stupire. Una delle scoperte più importanti degli ultimi anni riguarda oltre un centinaio di tombe, portate alla luce in tempi diversi nel corso del 2020 nel sito di Saqqara, a 30 km a sud da Il Cairo. Le ricerche sono state condotte dalla Missione Archeologica Egiziana sotto la guida di Mustafa Waziri, Segretario Generale del Consiglio Superiore delle Antichità.

Le prime 27 tombe sono state ritrovate a settembre, in due momenti diversi, all’interno di un pozzo funerario: le bare, impilate l’una sull’altra, sono in legno e riccamente decorate; rappresentano un rinvenimento unico perché esse, essendo sigillate, sono rimaste inviolate per più di 2500 anni, e hanno restituito mummie in ottimo stato di conservazione, oltre a diversi manufatti.

Saqqara
Saqqara. Foto: BMTA

Ad ottobre hanno fatto seguito altre scoperte: 59 sarcofagi antropomorfi e policromi, anch’essi sigillati, sono stati portati alla luce da tre differenti pozzi, a oltre 10 metri di profondità. Le tombe, che al momento della scoperta erano impilate ed erano situate in diverse camere, risalgono alla XXVI dinastia (664-525 a.C.) e appartengono, secondo Waziri, ad alti funzionari della società egizia e a personaggi influenti della casta sacerdotale, in particolare ai sacerdoti della dea Bastet, una della divinità più venerate del pantheon egizio, come dimostrano le numerosissime mummie di felini - animali sacri alla divinità - rinvenute nella necropoli di Saqqara.

Nel corso della conferenza stampa, lo stesso Waziri, insieme all’egittologo Zahi Hawass, ha aperto per la prima volta due sarcofagi, scoprendo al loro interno due mummie, avvolte nelle tipiche bende di lino, insieme a ricchi ornamenti d’oro.

Saqqara
Saqqara. Ph. Presidency of the Egyptian Council of Ministers

In uno di quegli stessi pozzi vi erano inoltre 28 statue di legno raffiguranti il dio Ptah-Sokaris-Osiride, signore del regno dei morti e protettore degli artigiani, e una statuetta bronzea, alta 35 cm, del dio Nefertum, raffigurato con un grosso copricapo a forma di loto (simbolo di rinascita e immortalità), composto da pietre preziose come agata rossa, lapislazzuli e turchese.

Ancora, a novembre, il team archeologico diretto da Hawass ha realizzato una scoperta ancora più incredibile: 50 sarcofagi appartenenti a un periodo molto più antico, ossia al Nuovo Regno, databile tra XVI e XI secolo a.C., sono emersi intatti dal fondo di ben 52 pozzi funerari. I sepolcri appartenevano ad un complesso funerario che faceva parte del tempio della regina Naert, consorte di Teti, il primo faraone della VI dinastia dell’Antico Regno. A ciò si aggiungono ulteriori 100 tombe, trovate nello stesso mese, databili al Periodo Tardo e all’età tolemaica, e oltre 40 statue dorate e diverse maschere funerarie.

Saqqara
Saqqara. Ph. Presidency of the Egyptian Council of Ministers

Saqqara, riconosciuta dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità fin dal 1979, fu la necropoli della città di Memphis, capitale del Regno Antico, venendo utilizzata come luogo di sepoltura dei faraoni e delle famiglie dell’alta società egizia fin dal periodo protodinastico. A Saqqara venne inoltre costruita quella che è considerata come la più antica piramide egizia: la famosa piramide a gradoni di Djoser, costituita da sei mastabe sovrapposte, eretta dall’architetto Imhotep come tomba monumentale del faraone Djoser, appartenente alla III dinastia.

Si tratta di un sito che ha ancora molto da offrire, tant’è che le ricerche sul campo continuano senza sosta: ultimi, ma non meno importanti dei precedenti, i ritrovamenti avvenuti lo scorso gennaio che hanno permesso di scoprire ulteriori 50 sarcofagi databili al Nuovo Regno, un papiro di circa 4x1 m contenente il XVII capitolo del Libro dei Morti, oltre a numerose statue, maschere funerarie e manufatti di vario genere. Scoperte che lasciano presagire quanti altri tesori straordinari si nascondano in attesa di essere portati alla luce, testimonianze di un’antica civiltà che il lavoro degli archeologi aiuta a comprendere sempre di più.

 


XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico BMTA

Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico: a Paestum la XXIII edizione

Da giovedì 25 a domenica 28 novembre 2021 a Paestum la XXIII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico.

XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico BMTA

La BMTA si presenta come evento unico nel suo genere, il più grande salone espositivo al mondo dedicato al patrimonio archeologico in cui operatori del settore e pubblico appassionato approfondiscono temi legati al mondo della cultura, dell'archeologia e del turismo.

XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico BMTA
Tempio di Nettuno e Tempio di Hera a Paestum

Da anni il format di successo può vantare prestigiose collaborazioni di organismi internazionali come UNESCO e UNWTO oltre ad un numero che supera i 100 espositori di cui 20 paesi esteri, circa 70 conferenze e incontri, 300 relatori , 100 operatori dell'offerta e più di 100 giornalisti accreditati all'evento.

 

XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico BMTA
Tempio di Cerere a Paestum

Punti forti e attesi per la XXIII edizione della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico sono gli Incontri con i Protagonisti, con i più noti divulgatori culturali, archeologi, direttori di Musei, accademici, giornalisti. Dal 2015 si è aggiunto inoltre l’International Archaeological Discovery Award “Khaled al-Asaad”, il Premio alle scoperte, unico al mondo e intitolato all’archeologo simbolo di Palmira trucidato dall’Isis e dal 2021 il Premio “Sebastiano Tusa” alla scoperta archeologica subacquea o alla carriera, alla migliore mostra per la valenza scientifica internazionale, al progetto più innovativo a cura di Musei e Parchi, al miglior contributo giornalistico in termini di divulgazione.

Numerose le sezioni speciali: ArcheoExperience, Laboratori di Archeologia Sperimentale per la divulgazione delle tecniche utilizzate dall’uomo nel realizzare i manufatti di uso quotidiano; ArcheoIncoming, Spazio espositivo e workshop con i tour operator che promuovono le destinazioni italiane per l’incoming del turismo archeologico; ArcheoIncontri, Conferenze stampa e presentazioni di progetti culturali e di sviluppo territoriale; ArcheoLavoro, Area espositiva dedicata alle Università, presentazione dell’offerta formativa e delle figure professionali per l’orientamento post diploma e post laurea; ArcheoStartUp, Presentazione di nuove imprese culturali e progetti innovativi nel turismo culturale e nella valorizzazione dei beni archeologici in collaborazione con l’Associazione Startup Turismo; ArcheoVirtual, Mostra e Workshop internazionali di realtà virtuale e robotica in collaborazione con ISPC Istituto di Scienze del Patrimonio Culturale del CNR.

Per ulteriori informazioni: www.bmta.it

XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico BMTA

 

XXIII Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico BMTA
Area archeologica di Paestum

Per le foto si ringrazia la Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico.


Butrint Project

Butrint Project: archeologi all'approdo di Enea; intervista a Enrico Giorgi

Il Butrint Project nasce nel 2015 come esito della cooperazione scientifica italo-albanese all’interno del più ampio accordo di ricerca sull'Antica Caonia avviato nel 2000 tra l'Istituto Archeologico di Tirana e l'Università degli Studi di Bologna. Dal 2017 è una Missione Archeologica sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana.

Il progetto è strutturato secondo diversi temi di ricerca legati allo studio dell’antica città di Butrinto, dalle sue tracce materiali corrispondenti alle diverse fasi di occupazione (circuito murario, necropoli, acropoli) all’analisi sistematica dei reperti mobili, ceramici in particolare, fino alla conduzione di ricognizioni e survey nel territorio contermine all’insediamento. Simultaneamente alle prospezioni e alle indagini archeologiche, sono state condotte importanti campagne di documentazione dei monumenti dell’abitato antico, attraverso l’impiego di Laser Scanner e riprese aeree da drone, contribuendo al monitoraggio dello stato di conservazione dei principali monumenti del Parco Archeologico di Butrinto, a partire dal circuito murario.

L’antica città di Butrinto si trova in Albania (l’antico Epiro). Sorge all’interno di un’area che ha visto la presenza dell’uomo attestata sin dalla Preistoria (almeno dal 50000 a.C.) fino ai giorni nostri, senza soluzione di continuità. Greci, Romani, Bulgari, Bizantini, Epiroti, Veneziani e Ottomani si sono di volta in volta susseguiti in una complessa sequenza di attività che ha fatto di Butrinto un sito unico al mondo, di prima importanza storica e archeologica, incluso dal 1992 nella lista dei Beni Patrimonio dell’Umanità protetti dall’UNESCO.

La prima missione italiana sulle scalinate del teatro appena scoperto. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

L’importanza della città si deve anche all’epopea di Enea, laddove, secondo Virgilio, l’esule troiano vi avrebbe trovato Andromaca, vedova di Ettore e anch’ella superstite alla caduta di Troia. Proprio il legame con l’Eneide e le vicende collegate alla fondazione di Roma hanno costituito, nel 1928, la base ideologica dietro l’avvio della prima missione archeologica italiana a Butrinto (la seconda in Albania, dopo le ricerche avviate a Phoinike nel 1926 sotto la guida di Luigi M. Ugolini). Le ricerche italiane a Butrinto sono proseguite, dopo la morte di Ugolini (1936), fino al 1943, sotto la direzione di Pirro Marconi (1938-1941) e Domenico Mustilli (1941-1943), prima di interrompersi a causa del II Conflitto Mondiale.

Momenti dalla prima missione italiana. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

A 72 anni dalla brusca conclusione delle ricerche scientifiche italiane, il Butrint Project segna un nuovo inizio, partendo idealmente dalle tradizionali ricerche di Ugolini ma rinnovandone il significato secondo una linea di condotta improntata alla cooperazione e alla valorizzazione del sito archeologico come spazio culturale di comunità. 

Abbiamo intervistato Enrico Giorgi, professore di Metodologie della Ricerca Archeologica presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Sezione di Archeologia, dell'Università di Bologna Alma Mater Studiorum.


Butrint Project:
Butrint Project: il teatro, foto di Federica Carbotti

Le ricerche dell'Ateneo di Bologna in Albania hanno compiuto 20 anni nel 2020. Il Butrint Project esiste dal 2015: può essere considerato un "punto di arrivo"?

Nella tradizione virgiliana Butrinto è l’approdo di Enea, la tappa di un viaggio che determinerà il destino di Roma. Più recentemente e in maniera certamente meno letteraria a Butrinto sono giunti anche gli archeologi dell’Ateneo di Bologna e dell’Istituto di Archeologia di Tirana, dopo la ventennale esperienza nella vicina Phoinike, ripercorrendo i passi già compiuti dalla Missione Italiana diretta da Luigi Maria Ugolini negli anni Trenta del Novecento. Dunque, per certi versi, Butrinto può essere considerato un punto d’arrivo. Non certo, però, dal punto di vista della ricerca e di quella archeologica in particolare. Terminata l’indagine stratigrafica inizia la riflessione sui dati, compresi quelli raccolti in passato. È come se lo stesso terreno venisse analizzato con setacci sempre più raffinati, capaci di trovare tesori che, ad esempio, Ugolini non poteva apprezzare.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

 

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

L’attuale ricerca archeologica, potenziata come le altre scienze dagli strumenti digitali e dal dialogo con le altre discipline, è capace di raccogliere e immagazzinare enormi quantità di dati anche in contesti relativamente piccoli, innescando innumerevoli possibilità di analisi. Infine, oggi l’archeologia è più interessata al metodo, a rendere espliciti i meccanismi della ricerca e all’impostazione delle domande piuttosto che al perseguimento incondizionato di approdi definitivi.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2017, foto di Enrico Giorgi

Questo non significa rinunciare a trovare le risposte e abbandonarsi a una sorta di paralizzante relativismo, ma piuttosto coscienza contemporanea della complessità del mondo antico, con il quale instauriamo un dialogo dinamico che rinnova continuamente le nostre curiosità. Mentre leggiamo di Enea, analizziamo le lettere che Cicerone inviava ad Attico nella campagna a sud Butrinto, raccogliamo i resti della vita quotidiana dei pellegrini che frequentavano il Santuario di Asclepio o dei coloni romani che vivevano nella pianura oltre il canale di Vivari, analizziamo i resti dei loro pasti oppure dell’ambiente antico, diamo avvio a un percorso di comprensione che ci fa riflettere anche su noi stessi e innesca nuove domande.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti
Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti

In estrema sintesi una ricerca archeologica può certamente giungere a un punto d’arrivo, ma con la coscienza di avere raggiunto solo un gradino di un percorso ancora lungo e noi a Butrinto siamo, probabilmente ancora sul pianerottolo di partenza. Le nostre domande di ricerca riguardano soprattutto la genesi dell’abitato in età arcaica e il suo sviluppo dopo la conquista romana. Le scoperte fatte sino a ora hanno soprattutto posto nuove domande, ma siamo ancora nella fase iniziale di una ricerca che ci auguriamo lunga ed emozionante.

L'ultima campagna di indagini archeologiche ha risentito delle misure restrittive dovute alla pandemia tutt'ora in corso, portando allo stesso tempo allo sviluppo di "investimenti digitali", come la piattaforma web del progetto. Un "disastro" o un'opportunità? Sono in cantiere (!) altre iniziative?

Risulterà probabilmente noioso ricordare che i momenti di crisi possono trasformarsi in opportunità. Credo però che per l’archeologia questa considerazione sia particolarmente stimolante. Andare sul campo per inseguire l’emozione della scoperta in un contesto di eccezionale bellezza come Butrinto, su un promontorio in mezzo a una laguna davanti a Corfù, ha un’attrattiva irresistibile. Ma spesso questo entusiasmo ci porta a privilegiare la raccolta dei dati trascurando la potenzialità di informazioni che racchiudono e che emergono solo lavorando attentamente in laboratorio e in biblioteca.

Butrint Project: il Lago di Butrinto visto dall’alto, foto di Pierluigi Giorgi

Innanzi tutto, grazie ai colleghi albanesi, non abbiamo rinunciato del tutto all’attività sul campo e una Campagna di scavo a Butrinto è attualmente in corso, anche per non interrompere la manutenzione delle strutture riportate in luce.

Tuttavia, se le restrizioni sanitarie ci hanno in gran parte privato dell’emozione dello scavo, hanno però permesso di destinare molto tempo all’analisi e allo studio, ma anche al confronto. Abbiamo all’improvviso compreso che non c’è necessariamente sempre bisogno di navi e di aerei per avvicinare i ricercatori.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2017 di Enrico Giorgi

Il tempo guadagnato e le piattaforme informatiche hanno incentivato il confronto, seppure in remoto, superando anche grandi distanze con notevoli economie di risorse e con facilità di coinvolgimento per gli interessati. In questo periodo, con l’Ambasciata e le altre Missioni Archeologiche Italiane, abbiamo inaugurato due Webinar di successo dedicati all’Epiro e frequentati anche da molti colleghi albanesi. Abbiamo messo in rete un Sito Web che vuole essere il portale di accesso a tutte le nostre ricerche e alle attività in corso (https://site.unibo.it/butrint/en). Infine abbiamo potuto investire maggiori risorse in analisi di laboratorio indispensabili per ricostruire l’ambiente antico, ossia lo scenario al cui interno si collocano le nostre storie. Il gusto dello scavo talvolta privilegia il mero dato archeologico e ci fa dimenticare che il paesaggio antico è frutto di un’interazione in cui l’uomo gioca un ruolo ma l’altro attore è l’ambiente, che va indagato con metodologie specifiche che richiedono risorse dedicate.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

Soprattutto abbiamo fatto anche quest’anno un’inattesa scoperta archeologica, grazie alla collaborazione con la cattedra di Epigrafia Latina dell’Università di Macerata, riscoprendo reperti che non erano stati coperti dalla terra ma si erano comunque persi negli archivi. Si tratta di decine di calchi di iscrizioni di Butrinto che risalgono indietro nel tempo di circa un secolo, al tempo della prima Missione Italiana di Luigi Ugolini. Questi fragili reperti ci aprono nuove prospettive, quasi di Archeologia dell’Archeologia.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

L’emozione della comunicazione in diretta da parte della collega Simona Antolini è ancora viva e ha innescato una serie di reazioni a catena, a partire dall’indagine a ritroso per comprendere come siano giunti sino ai depositi dell’Università di Macerata. Furono realizzati dall’epigrafista del team, Luigi Morricone, e passarono dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene. Resta poi da comprendere se la loro lettura, che testimonia uno stato di conservazione migliore di quello degli attuali originali, potrà fornire occasioni per nuove interpretazioni, che ci riserviamo di comunicare appena possibile.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

Tuttavia il dovere di aggiornare gli interessati sugli sviluppi del progetto non deve farci dimenticare che la ricerca scientifica ha bisogno di tempo. Lo stiamo sperimentando in questo frangente per obiettivi ben più importanti. Il nostro lavoro ha certamente un impatto non così determinante sulla società, tuttavia ha il suo peso e richiede tempi che non possono essere immediati.

Sarà cura dei ricercatori impegnati nel progetto e di Simona Antolini fornire una comunicazione preliminare e probabilmente questo avverrà a breve. Potete considerarlo un impegno preso.

 


Possiamo avere alcune anticipazioni sulle finalità della campagna di scavi 2021?

La scoperta dei calchi delle iscrizioni condizionerà sicuramente il programma dei lavori e, per questo, dovremo attendere che i colleghi epigrafisti ci passino di nuovo la palla dopo che avranno completato la loro revisione. Certamente, dato che la maggior parte delle epigrafi si trova nel Teatro all’interno del Santuario di Asclepio, accenderemo un faro su questo interessantissimo complesso architettonico cresciuto in età romana e pieno di fascino anche per il conteso ambientale in cui sorge. L’anno scorso, mentre lo scavo era in corso, assistemmo all’apparizione di un bel serpente che decise di farci visita. Trattandosi dell’animale sacro ad Asclepio, passata la paura, lo prendemmo come un buon presagio che in effetti parrebbe realizzarsi e dunque non resterà che assecondarlo!

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Trattandosi di edifici già riportati in luce in passato dagli archeologi italiani, e considerando la difficoltà di ulteriori approfondimenti dello scavo, perché qui emerge l’acqua del lago, si tratterà soprattutto di Archeologia dell’Architettura e rilievi laser scanner, ossia analisi di ciò che è già fuori dalla terra, al pari di quanto stiamo già facendo per le Mura Ellenistiche.

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Lo Scavo Archeologico sulla cima dell’Acropoli, invece, dovrebbe continuare alla ricerca della storia più antica della città di Enea.

 


L'antica Butrinto è un bene protetto dall'UNESCO e l'Italia ha da poco ratificato la Convenzione di Faro. A riguardo, qual è stato il rapporto tra gli studiosi, la ricerca e la comunità locale? Ritiene che in futuro le attività del Butrint Project possano costituire un'opportunità di sviluppo economico e professionistico per la comunità locale?

Il nostro approdo a Butrinto è avvenuto nel segno della condivisione con i colleghi albanesi, con il personale del Parco e con la comunità locale. Questo è certamente un segno distintivo rispetto ai lavori, pur meritori, della Missione Italiana degli anni Trenta.

Butrint Project
Porta del Leone. Foto di Federica Carbotti

Spero che sarà presto possibile tornare a visitare il Parco di Butrinto per apprezzare il Santuario di Asclepio, le Mura con la Porta Scea e la Porta del Leone, l’Acropoli ma anche la Torre Veneziana e il Castello di Alì Pascia, raggiungendolo oltre il canale di Vivari con la chiatta costruita con i resti della decoville di Ugolini. Ebbene tutti questi monumenti sono stati riportati in luce e dagli archeologi italiani nel secolo scorso. Questo significa che, qualora gli amici albanesi richiedano la nostra collaborazione, la loro conservazione è per noi un impegno che siamo moralmente chiamati a onorare, tanto più alla luce dell’esperienza che il nostro Paese ha maturato in questo campo.

Queste considerazioni hanno ispirato il progetto nel 2015, attraverso l’impiego di metodologie di documentazione e mappatura del degrado innovative, messe a punto dal medesimo team nell’ambito del Piano della Conoscenza di Pompei. Quest’archeologia, che cerca di andare in profondità senza scavare o almeno considerando i rischi della conservazione e del consumo del deposito archeologico, richiama lo spirito della Convenzione di Malta e rappresenta già un primo passo verso l’idea della Public Archaeology. Tale approccio ha consentito anche di attuare un percorso formativo e professionalizzante per alcuni studenti di archeologia dell’Università di Tirana residenti in zona. Non solo, è stato possibile anche coinvolgere alcuni membri del villaggio più vicino nei primi interventi di conservazione e valorizzazione, fornendo loro un’occasione di specializzazione, di guadagno e insieme di conoscenza del nostro lavoro.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

La condizione di Butrinto, però, è una condizione particolare, perché si tratta di un sito noto e già frequentato da centinaia di migliaia di turisti al quale non solo la comunità locale ma l’intero Paese è molto affezionato, in una regione che è tra le più attrattive. Esiste quindi già una sensibilità particolare e condivisa nei confronti dell’archeologia e del suo potenziale. Per un Paese che ha attraversato periodi di difficoltà e di isolamento, anche in tempi recenti, il ricordo di un passato nel quale alcune sue città erano al centro della storia è stato sempre molto attuale. Ci sarebbe molto da aggiungere, magari in altra occasione, sull’uso distorto della storia e dell’archeologia per alimentare la coesione delle comunità e, in tal senso, Butrinto è un caso emblematico per italiani e albanesi. Ma la percezione dell’importanza delle proprie radici storiche non è estranea a questi luoghi.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2019 di Francesco Pizzimenti

Ma Butrinto è anche un Parco archeologico e naturalistico con i suoi confini. La loro tutela ha permesso di salvaguardare l’area dall’indiscriminata espansione edilizia che ha afflitto il resto della costa meridionale dell’Albania, ma ha anche necessariamente posto inevitabili limiti alla vita delle comunità. In questo senso molto c’è ancora da fare perché Butrinto, che è un patrimonio della Nazione e dell’Umanità, lo sia sempre più anche per le comunità locali, non solo per il suo valore in termini di economia del turismo.


Egitto Nilo salvati

Egitto: i templi salvati dal Nilo

Combinando archivi, storie e animazioni 3D, questo documentario dà vita a questa grande avventura tra Parigi e il Nilo, tra Francia ed Egitto, ripercorrendo questo spettacolare salvataggio e aprendo la riflessione sulla conservazione del patrimonio oggi in pericolo.

Il film Égypte: les temples sauvés du Nile (Egitto: i templi salvati dal Nilo) sarà proiettato durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, nel pomeriggio di sabato, 17 ottobre, nella sezione #cinemaearcheologia.

Egitto Nilo salvati

Égypte: les temples sauvés du Nile

Egitto: i templi salvati dal Nilo

Nazione: Francia

Regia: Olivier Lemaitre

Consulenza scientifica: Anthony Lefort, Stéphane Rottier

Durata: 53’

Anno: 2018

Produzione: Caroline Chassaing - Court-jus Production, AMC2 Productions, France Télévisions

Sinossi:

In occasione del 50° anniversario del salvataggio dei templi di Abu Simbel da parte dell’UNESCO, questo film segue le orme delle missioni francesi e straniere che hanno sfidato deserti e inondazioni e sono riuscite a preservare alcuni templi, anche se ne hanno dovuto lasciare altri in fondo al lago Nasser. Combinando archivi, storie e animazioni 3D, dà vita a questa grande avventura tra Parigi e il Nilo, riporta in vita questo spettacolare salvataggio e apre la riflessione sulla conservazione del patrimonio oggi in pericolo.

Trailer:

http://www.unesco.org/archives/multimedia/document-4747

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Aquileia Film Festival 2020, 11a edizione

Varese Archeofilm 2020

Informazioni regista:

Olivier Lemaitre è un regista appassionato di antichità. Dopo aver realizzato un documentario sulle origini dei Giochi Olimpici e una bellissima ricostruzione 3D di Lutèce, si propone qui di tornare in soccorso dei templi egizi della valle del Nilo, nell'antica Nubia, ed in particolare Abu Simbel e Philae, minacciati dalla costruzione della diga di Assuan negli anni '60.

Informazioni casa di produzione:

http://www.court-jus.com

https://www.facebook.com/AMC2productions

https://www.francetelevisions.fr/

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

http://www.film-documentaire.fr/4DACTION/w_fiche_film/54023_1#

https://www.louvre.fr/egypte-les-temples-sauves-du-nil

https://www.lemonde.fr/televisions-radio/article/2018/09/26/egypte-les-temples-sauves-du-nil-recit-d-un-sauvetage-pharaonique-du-patrimoine_5360543_1655027.html

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Scansano: Carabinieri TPC restituiscono terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia

Il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, dopo 49 anni dal furto, restituisce alla Comunità di Scansano (GR) ed alla chiesa di San Giovanni Battista, una terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia.

Il 5 settembre 2020, alle ore 11, alla presenza del Vescovo di Pitigliano-Sovana-Orbetello (GR), Mons. Giovanni Roncari e del Sindaco di Scansano, Francesco Marchi, il Generale di Brigata Roberto Riccardi, Comandante del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale (TPC) di Roma, ha restituito alla comunità scansanese un’importantissima terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia, trafugata la notte del 9 agosto del 1971 dalla chiesa di San Giovanni Battista.

terracotta invetriata della bottega di Andrea della Robbia Scansano chiesa di San Giovanni Battista

Erano gli anni del cosiddetto “grande saccheggio” in cui beni d’arte, in particolar modo della Chiesa, e i reperti archeologici venivano trafugati in numero elevatissimo dall’Italia e, quelli di maggiore rilevanza come la terracotta della chiesa di San Giovanni Battista, esportati illecitamente. Tale situazione, diffusa o con ripercussioni anche all’estero, portò la Comunità internazionale, al termine di un lungo e complesso processo di elaborazione, a sottoscrivere la Convenzione UNESCO del 1970 concernente le misure da adottare per interdire e impedire l’illecita importazione, esportazione e trasferimento di proprietà di beni culturali, primo strumento internazionale dedicato alla lotta al traffico illecito di beni culturali in tempo di pace.

Ed è in questo contesto storico che, il giorno seguente al furto, l’allora Parroco, Don Francesco Mascalzi, denunciò il grave fatto alla locale Stazione Carabinieri, producendo la fotografia del bassorilievo asportato, tratta dalla pagina n. 73 del libro, a cura di C.A. Nicolosi, “La montagna Maremmana” stampato dalle Arti Grafiche di Bergamo. Tale immagine si rivelò fondamentale per la prosecuzione delle indagini: infatti, venne acquisita dai Carabinieri dell’allora Nucleo Tutela Patrimonio Artistico di Roma che la pubblicarono sul primo numero del Bollettino delle opere da ricercare, edito dal Comando Generale dell’Arma, all’epoca strumento pressoché unico per informare, anche a livello internazionale, della sottrazione dei beni più importanti. Negli anni ‘80, con lo sviluppo delle prime tecnologie in campo informatico, l’immagine del bene fu inserita nella Banca dati dei beni culturali illecitamente sottratti gestita dal TPC.

Nel 2013 i militari del Nucleo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale di Firenze accertarono che la terracotta, dopo essere stata venduta nel 2011 presso una nota casa d’aste di Londra, era confluita nelle collezioni di un canadese che l’aveva acquistata in buona fede, per la somma di 340.000 dollari, da una galleria d’arte statunitense. L’opera venduta era, senza ombra di dubbio, quella asportata da Scansano: la comparazione fotografica tra l’immagine presente nel catalogo di vendita e quella trafugata inserita in Banca dati, permetteva di accertare oltre all’identica corrispondenza iconografica, la presenza di contrassegni identificativi univoci (al pari delle impronte digitali) quali la sbeccatura del naso del Bambino, la mancanza di forma triangolare nel mantello sopra al gomito del braccio destro della Vergine e diverse cadute dello smalto su tutta la superficie.

Nel marzo del 2016, personale del TPC avviava con il collezionista canadese le prime trattative extragiudiziali finalizzate alla restituzione dell’opera mediante l’intermediazione dell’Ambasciata italiana in Canada e dell’Ufficiale dei Carabinieri impiegato, quale Esperto per la Sicurezza presso quella Rappresentanza, che organizzava un primo incontro a Londra.

Nel gennaio 2018, il Nucleo fiorentino presentava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Lucca un’informativa di reato per esportazione illecita della scultura a carico di ignoti che permetteva di ottenere, il 27 febbraio successivo, dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Lucca, la confisca della stessa con successiva emissione di Commissione Rogatoria Internazionale. Contemporaneamente, essendo emerse difficoltà di natura giuridica in ordine all’accettazione della rogatoria da parte della controparte canadese, venivano intraprese molteplici attività di mediazione extragiudiziale tra gli eredi del collezionista, personale del Comando TPC e funzionari della Rappresentanza diplomatica italiana in Canada, culminate con la decisione dei possessori dell’opera di restituirla all’Italia.

Rimpatriata dai Carabinieri del Nucleo di Firenze l’8 aprile 2019, in attesa del perfezionamento delle misure di sicurezza necessarie per la ricollocazione del bene nella sua sede originaria, la scultura veniva esposta dal 3 maggio al 14 luglio 2019 al Palazzo del Quirinale in occasione della mostra, inaugurata dal Presidente Repubblica, intitolata “L’arte di salvare l’arte. Frammenti di storia d’Italia” realizzata in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.

Firenze, 5 settembre 2020

Testo e foto dall'Ufficio Stampa Comando Carabinieri Tutela del Patrimonio Culturale


Geronimo Foto Pompei coronavirus

Geronimo Stilton racconta Pompei. Un video con il topo giornalista più famoso al mondo

Visitare Pompei è solo “roba” da adulti? No, e il Parco Archeologico sceglie un testimonial d’eccezione per allietare la visita di uno dei siti archeologici più importanti al mondo.

Il topo giornalista Geronimo Stilton, nato da un'idea di Elisabetta Dami, accompagnerà i giovani visitatori per le strade e gli edifici pubblici della città, raccontando, a modo suo e con linguaggio adatto, la storia e la bellezza dell’antica città vesuviana.

Geronimo Foto Pompei coronavirus
da un’idea di Elisabetta Dami ©️ Atlantyca spa all rights reserved

L’idea, accompagnata da una serie di video, nasce dopo la realizzazione di una guida UNESCO e dalle mappe di Pompei e ora si arricchisce con questo interessante progetto educativo realizzato e voluto dal Parco e in collaborazione con Geronimo Stilton. Un modo per coinvolgere sempre più i bambini e le famiglie nel programma  di comunicazione del sito archeologico.

Il famoso personaggio amico dei bambini di tutto il mondo con le sue numerose e incredibili avventure è già stato testimonial d’eccezione di un progetto per il sito UNESCO “Pompei, Ercolano, Torre Annunziata”, rivolto ai giovani del territorio e svoltosi in collaborazione nel 2018 con l’Osservatorio Permanente del Centro Storico di Napoli – sito UNESCO e che ha avuto come obiettivo principale quello si sensibilizzare i giovani alla cura e alla tutela del loro immenso patrimonio storico-artistico.

L’iniziativa, a distanza di un anno dalla presentazione di una apposita guida adatta ai giovani, si sposa perfettamente con la celebre testata giornalistica diretta da Stilton, l’Eco del Roditore, che con la sua innata curiosità e attenzione , approfondisce temi legati all’arte, alla cultura, alla storia e alla natura.

Tre video vedranno Geronimo Stilton protagonista di un racconto che guiderà i giovani turisti all’interno dell’area vesuviana e con parole adatte, Pompei si racconterà anche ad un pubblico di super giovanissimi con la speranza di poter formare in futuro anche appassionati studiosi.

La serie di libri di Geronimo Stilton, pubblicata in Italia da Edizioni PIEMME, è diventata un fenomeno globale con 161 milioni di libri venduti in tutto il mondo e 3 serie animate coprodotte con Rai Fiction e distribuite in oltre 130 paesi.


palafitte lago di Varese

Sotto la superficie dell'acqua: palafitte nel lago di Varese

Il ghiaccio che ricopriva l'area prealpina nei dintorni di Varese iniziò il proprio massiccio disgelo circa 15000 anni fa. Qualche millennio più tardi le prime comunità umane si insediarono lungo le sponde dei corsi d'acqua e dei laghi che da questo scioglimento ebbero origine. Qui piantarono pali in legno sui fondali e nei pressi delle rive e crearono piccoli abitati che restarono attivi per diverso tempo: sotto la superficie dell'acqua e negli strati di crollo delle palafitte si conservano tracce preziose e significative della nostra preistoria.

Lungo tutto l'arco alpino sono stati identificati circa 1000 siti palafitticoli, di cui una ventina collocati in territorio lombardo, tra i laghi di Varese, Monate, Comabbio e Biandronno e tre definiti patrimonio dell'umanità UNESCO nel 2011. Tra questi ultimi, sito di enorme importanza per la ricchezza delle testimonianze archeologiche riscontrate è il cosiddetto isolino Virginia, o isolino di Varese, a breve distanza dal molo di Biandronno: il piccolo isolotto altro non è che il risultato di un accumulo di depositi prodotti dall'uomo nei secoli di frequentazione del posto.

Le ricerche palafitticole iniziarono nel 1863 per dare risposta alla curiosità personale di alcuni ricercatori, tra cui tre noti pionieri degli studi palafitticoli, l'abate Stoppani, gli studiosi Desor e Montillet, che supponevano una possibile somiglianza e continuità culturale con le testimonianze rinvenute in territorio svizzero, presso il lago di Zurigo nel 1854, ovvero dal lato opposto dell'arco alpino. Era assolutamente plausibile, se non persino ovvio, supporre che gli antichi abitanti dei due versanti delle Alpi avessero avuto contatti per tramite del passaggio lacustre e che, in una situazione geologica e climatica simile, avessero condotto stili di vita del tutto equiparabili.

La prima esplorazione ebbe un clamoroso successo poiché alcuni pali furono avvistati emergere dalla superficie al loro primo arrivo all'Isolino: sono numerosi e conservati fino a pelo d'acqua. Un secolo e mezzo di scavi e ricerche ha permesso di definire l'isolino Virginia come il più antico abitato palafitticolo dell'area.

Il piccolo molo di approdo all'isolino. Foto di Jessica Lombardo

Per il Neolitico Antico e parte del Neolitico Medio perdurò nel luogo la modalità abitativa della bonifica e a seguire l'ideazione delle prime forme di abitazione a palafitta, ovvero in alzato sulla superficie dell'acqua, in una posizione dunque più protetta rispetto alla costa del lago alla quale potevano giungere gli animali selvatici dei boschi circostanti e, paradossalmente, meno umida proprio perché non a contatto con il terreno intriso di acqua. L'isolino, con le sue numerose stratificazioni diventa una vera e propria enciclopedia dei primi insediamenti della preistoria europea.

Nella stessa giornata del 28 aprile del 1863 i tre studiosi lasciarono l'isolino e si avvicinarono alla costa presso il comune di Bodio Lomnago, dove una seconda grande soddisfazione li attendeva: anche qui era possibile constatare la presenza di una stazione palafitticola di grandi dimensioni. Il loro obiettivo era raggiunto, dimostrare una continuità di cultura e civiltà tra i due opposti lati dell'arco alpino e con ciò aprire a nuove numerosissime possibilità di ricerca e conoscenza.

La Soprintendenza Archeologica della Lombardia avviò nel 2005 lo scavo metodico della palafitta di Bodio e la conseguente documentazione constatando che l'estensione del sito è ben maggiore rispetto a ciò che gli studiosi ottocenteschi avevano immaginato: è la palafitta più estesa del lago, come fosse stata il centro di riferimento per gli abitanti del territorio, il quale non consta di un villaggio unitario, ma di una serie di insediamenti che si sono sovrapposti nei millenni.

Lo scavo subacqueo di palafitte consente di prelevare campioni di pali di legno ben conservatisi nella torbida acqua del lago e ciò a sua volta consente datazioni dendrocronologiche ben precise: al XVII sec. a.C. sono stati datati, dal laboratorio di dendrocronologia di Verona, i 350 campioni di legno presi dai siti varesini. Oltre al legno molti furono i reperti raccolti nel contesto delle palafitte: l'abbondanza di elementi litici e materiali di scarto della lavorazione permettono di supporre che in loco fosse scheggiata la pietra necessaria ad ottenere strumenti litici utili per la caccia, per la lavorazione di carni e pelli e per altre quotidiane attività di sopravvivenza.

I reperti che si ritrovano però con maggiore frequenza sono frammenti di recipienti in ceramica di uso comune che, seppur piccoli, hanno fornito diverse informazioni sull'abitato frequentato alla fine della media età del bronzo. Le forme testimoniate sono quelle tipiche del periodo, vasellame da mensa e grossi vasi da stoccaggio per cibi e granaglie. È molto probabile infatti che sulle sponde del lago il terreno umido e fertile fosse coltivato a cereali e, come evidenziato dalla presenza di ossa bovine di medie dimensioni, gli animali da fatica fossero utilizzati come aiuto nel lavoro agricolo; è inoltre probabile che questi animali e ancora di più gli ovini fossero mantenuti in allevamento puro, cioè con fini esclusivamente nutrizionali. I cervidi infine, presenti nei boschi circostanti erano cacciati in natura come fonte di carne, corno e pellame.

Varese palafitte
Materiali provenienti dall'isolino Virginia - Museo Archeologico di Varese. Foto di Jessica Lombardo

Cuore di una civiltà di pescatori e agricoltori, il lago di Varese fu un primo antico ponte tra il mondo d'oltralpe e la cisalpina di cui, al formarsi dei primi centri urbani si era persa memoria. Al tempo dei Besozzi l'isolino era intitolato a san Biagio, poi si chiamò “Camilla” in onore della moglie del duca Litta Visconti Arese e passando di proprietà in proprietà si impose all'attenzione internazionale dopo le scoperte dell'800, quando ormai era parte dei possedimenti del marchese Andrea Ponti, che lo rinominò “Virginia” in omaggio alla consorte. Oggi meta di escursioni e attività didattiche la macchia verde dell'isolino ha molto da raccontare sul ruolo del territorio varesino e sulle prime fasi della sua frequentazione.

Varese palafitte
Ricostruzione di una palafitta sull'isolino Virginia. Foto di Jessica Lombardo

Neapolis Partenope

Neapolis: la città del sole e di Partenope

Com’è noto, la città di Napoli fu fondata intorno al 470 a.C. da coloni greci di Cuma e chiamata  Neapolis ("città nuova") per distinguerla da Palaepolis (o Parthenope, latino per Partenope). Quest'ultima era il primo nucleo insediativo risalente all'VIII secolo a.C., che sorgeva sulla collina di Pizzofalcone. L’impianto stradale, tuttora leggibile nel tessuto urbano di Napoli, anticipa la rigorosa griglia ortogonale attribuita all’architetto Ippodamo da Mileto.

Tre sono le strade principali, in direzione nord-sud, dette plateiai; e ventuno quelle minori, in direzione est-ovest, chiamate stenopoi. Per convenzione oggi si fa riferimento alla dizione romana di decumani e cardini.

Il decumano superiore è via dell’Anticaglia (che prende il nome dalle strutture ad arco in laterizio di rinforzo alla "cavea" del teatro romano); il decumano maggiore è via dei Tribunali (lungo il quale sorgeva l’agorà, in corrispondenza di piazza San Gaetano); il decumano inferiore, che “spacca” il cuore della città in due, è appunto Spaccanapoli.
Tra i cardini principali vi sono via San Gregorio Armeno (nota come la via dei presepi) e via Duomo.

Alessandro Baratta, Fidelissimae urbis neapolitanae cum omnibus viis accurata et nova delineatio aeditam in luce ab Alexandro Baratta MDCXXVIIII (1629). Immagine in pubblico dominio

Il centro storico di Napoli, riconosciuto nel 1995 quale Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, rappresenta dunque un rarissimo caso di stratificazione storica, culturale e materiale senza soluzione di continuità per oltre due millenni.

Neapolis Partenope
Napoli dal Belvedere San Martino. Foto di Raffaele Bruno Pinto

Un recente studio archeoastronomico dal titolo “The city of the sun and Parthenope: classical astronomy and the planning of Neapolis, Magna Graecia” pubblicato sul Journal of Historical Geography da Nicola Scafetta e Adriano Mazzarella (entrambi docenti presso il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e delle Risorse DISTAR dell’Università di Napoli Federico II), indaga su quali potrebbero essere le ispirazioni cosmologiche e religiose per l’impianto urbanistico della città di Neapolis.

Lo studio dimostrerebbe che l'orientamento e le proporzioni della rete viaria dell'antica Neapolis furono scelte in modo che potesse essere riconosciuta come la città di Helios/Apollo (dio greco del sole) e di Partenope (mitica sirena che divenne il simbolo della città).

Fonte d’ispirazione per l’impianto urbanistico è la cosmologia di Pitagora, basata sull'armonia della sezione aurea.

Le proporzioni geometriche tra le strade e la cinta delle mura urbiche sono quindi determinate dalla sezione aurea che è legata al numero dieci, al decagono e al pentagono, tutti simboli sacri pitagorici.

Colonna corinzia dalla facciata della Basilica di San Paolo Maggiore. Foto IlSistemone, CC BY-SA 3.0

Dieci sono i settori formati dall'intersezione dei cardini con il quadrato centrale.  Il fulcro di questo sistema cade nel tempio dei Dioscuri (sul quale sorge alla fine del XVI e la prima metà del XVII secolo la basilica di San Paolo Maggiore in piazza San Gaetano). Quest’area, che misura 2x2 stadi greci (1 stadio corrisponde a circa 190 m), è delimitata dai decumani superiore e inferiore e dai cardini di via Atri e via Duomo. Inoltre, è ruotata rispetto agli assi cardinali di circa un sedicesimo di cerchio e la stella a sedici raggi rappresentava tra i Greci il sole e il dio Apollo.

Il decagono (la stella a dieci punte) è la figura iscritta in un cerchio di raggio pari al doppio della sezione aurea.

Il pentagono, come il decagono, è definito dall’angolo di 36° (l’angolo aureo), che è anche la frazione d’arco dei dieci settori del grande decagono che caratterizza la geometria della città.

 

Le geometrie pitagoriche riconoscibili nella trama urbana del centro antico di Napoli (fonte: unina.it)

Queste geometrie erano ispirate ai percorsi del sole osservabili dalla città di Neapolis ai solstizi: il 21 dicembre il sole sorgeva sopra i monti Lattari a 36° sud-est, mentre il 21 giugno, appariva 36° sopra il punto d'est.

Inoltre, all’alba e al tramonto degli equinozi, era possibile assistere ad una sorta di spettacolo di luci che coinvolgeva il sole, il complesso vulcanico del Somma-Vesuvio, la collina di Sant'Elmo, le costellazioni della Vergine e dell'Aquila (legate al culto di Partenope come dea e sirena) e del Toro (che richiamava il culto del Sebeto, il fiume divinizzato di Neapolis).

Fonti dirette di questo studio sono state le monete antiche di Neapolis mostranti Partenope, un toro ed una dea alata in posizioni che richiamano il sorgere del sole sopra il Vesuvio durante gli equinozi di autunno. Il questo particolare momento dell'anno il sole si trovava nel segno della Vergine, che in greco è detto Parthenos da cui deriva il nome Partenope.

Napoli è dunque città del sole, la città di Partenope.


Volubilis

Volubilis, il volto antico del Marocco

Sulle dolci pendici del massiccio dello Zerhoun, a soli 3 km di distanza da Moulay Idriss, uno dei centri spirituali più noti, il Marocco svela parte più antica del suo volto, in cima ad un pianoro silenzioso, circondato da ulivi e oleandri.

Probabilmente è proprio dal nome berbero Oualili, oleandro, che deriva il nome di Volubilis, cittadina descritta da Plinio il Vecchio come colei che è “alla stessa distanza dai due mari”, facendo naturalmente riferimento al Mediterraneo e all'Oceano Atlantico, e sito di grande importanza per il paese che ancora oggi è definito "l'estremo Occidente dell'Oriente".

Non esistono mezzi pubblici per raggiungere lo straordinario sito archeologico, né da Meknes, né dalla altrettanto vicina Fès, la città imperiale che con la sua fondazione, nell'anno 808 d.C. decretò la fine di Volubilis, ma soltanto una lenta e stretta via tutta curve, da percorrere ascoltando il silenzio del vento e il frusciare degli ulivi.

Territorio già organizzato secondo un impianto di impronta punico-ellenistica, Volubilis era probabilmente già cinta da mura a partire dal III sec. a.C. e già si presentava come luogo di convivenza fra genti diverse, presentando la coesistenza di un tempio di tradizione africana locale, accanto a due templi più vicini alla tradizione classica mediterranea. Incerto è ad ogni modo l'inquadramento della Mauretania nel suo percorso di lenta e difficile romanizzazione: il governatore scelto da Augusto, Giuba II fu il primo a cimentarsi nell'arduo compito di imporre un potere di tipo monarchico alla popolazione ribelle per eccellenza, quella dei Berberi.

La storia della Mauritania è difatti costellata da tumulti, rivolte e da un sempre debole imporsi del potere imperiale. Note e testimoniate solo le vicende rivoltose anti-romane sotto Caligola, Claudio, Marco Aurelio. Per una fase di maggiore tranquillità e rinnovamento bisogna attendere l'età dei Severi, celebrata dal noto arco di trionfo che ancora oggi si impone sul pianoro, importante simbolo del condono dei tributi fino ad allora imposti e della nuova concessione di cittadinanza romana agli abitanti. Questi ultimi erano eterogenei come in pochi altri centri del nord Africa: un melting pot in cui, finalmente, convivevano in pace autoctoni, romani, galli e genti orientali.

Volubilis
Arco di Caracalla, lato orientale. Foto di Jessica Lombardo

Non sono ad oggi chiari i motivi per cui a partire dal 285 d.C., con l'ascesa al potere di Diocleziano, venne abbandonata la parte meridionale della provincia, e dunque anche Volubilis, da parte dei funzionari amministrativi e dell'esercito di Roma: gli abitanti rimasti si spostarono verso occidente creando un nuovo quartiere e trasformando l'area dell'arco in zona adibita a necropoli. Qui diverse iscrizioni cristiane databili tra il 599 e il 655 d.C. testimoniano una parentesi cristiana prima dell'arrivo di Idriss I, della fondazione di Fès (prima città imperiale) e della conseguente islamizzazione del Marocco.

La memoria di ciò che fu Volubilis in antichità però non andò mai perduta. Gli scavi archeologici iniziarono sistematicamente nel 1915 , l'anno in cui fu creato il Service des Antiquités du Maroc e ancora proseguono ai giorni nostri. Dichiarato Patrimonio dell'Umanità dall'UNESCO nel 1997 il sito oggi presenta con evidenza due distinte aree di interesse: un quartiere settentrionale e uno meridionale.

Quest'ultimo fu il primo in ordine cronologico ad essere interessato dalle prime edificazioni romane del I sec. d.C.: tra queste le terme del capitolium e un primo grande tempio a quattro celle. Rimaneggiate alla fine del II sec. le piccole terme di Volubilis coprivano una superficie limitata a soli 460mq, ma erano composte da due vestiboli a L, un frigidarium, una piscina centrale e ben due sale riscaldate rivolte a sud-ovest. Il lato meridionale del foro vedeva innalzarsi la tribuna degli oratori, con dedica alla Concordia, in nome di una auspicata pacifica convivenza tra le differenti componenti della cittadinanza. Il capitolium vero e proprio e e la basilica giudiziaria sono invece frutto di un secondo importante intervento edilizio, datato al III sec.

Facciata della Basilica Giudiziaria. Foto di Jessica Lombardo

Il cosiddetto quartiere settentrionale, invece, racconta di una destinazione d'uso prettamente abitativa, a sua volta diviso in due blocchi: la prima componente del quartiere nord procedeva intorno all'arco di Caracalla seguendo l'andamento del quartiere meridionale, mentre una seconda espansione è stata individuata in corrispondenza del decumano massimo, che devia verso nord-est in quella che sembra una programmazione autonoma.

Fatta eccezione per alcune domus, come quella detta “di Orfeo”, che si distinguono per il prezioso apparato decorativo e musivo, l'area abitativa di Volubilis è un succedersi di modeste abitazioni e di laboratori.

Impossibile non notare quale fosse la produzione che garantiva la sussistenza economica in città: circondata dagli ulivi, Volubilis era, in epoca romana, un medio-grande produttore di olio destinato al commercio interno, regionale e in piccola parte anche nel Mediterraneo occidentale: 56 sono i frantoi rinvenuti nella cittadina, 41 dei quali parte integrante di abitazioni, a testimonianza della coincidenza degli spazi tra uso abitativo e produttivo.

Caratteristica diffusa delle abitazioni di Volubilis, di contro, era la presenza di aggiuntive stanze isolate, quasi un piccolo appartamento riservato e nascosto rispetto ai canonici percorsi interni alla casa; altre domus potevano disporre di una piccola corte quadrata dotata di una vasca centrale con giochi d'acqua, destinata a raffrescare l'ambiente nel caldo torrido della Mauritania, precedendo di qualche secolo l'uso marocchino e andaluso del patio, o giardino domestico interno.

Per ora non colpita dalle folle del turismo di massa, Volubilis è tappa imperdibile di un tour consapevole nel territorio del Marocco: ne testimonia l'indomita natura, le genti libere, le notevoli risorse e ancora offre molto da raccontare.

Veduta di Volubilis. Foto di Jessica Lombardo

Domus aurea Raffaello

La Domus Aurea risplende con Raffaello

La Domus Aurea risplende con Raffaello

Raffaello e la Domus Aurea. L’invenzione delle grottesche

Parco colle Oppio, Via Serapide - rinviata a data da destinarsi

Raffaello Domus Aurea Laooconte
Georges Chedanne, Il Laocoonte nella Domus Aurea, Rouen, Musée des Beaux-Arts © DeAgostini Picture Library/Scala, Firenze

L’INCONTRO

I primi decenni del 1500 Raffaello scopriva l’impervia cavità del Colle Oppio che conduceva direttamente nel maestoso palazzo imperiale voluto da Nerone e realizzato tra il 65 e il 68 d.C., la Domus Aurea.

Già nel 1480 Pinturicchio e Filippino Lippi fecero strada a Raffaello nella discesa verso le resta della Villa neroniana sino ad allora invisibile, sommersa dalla coltre delle vestigia del successore Traiano. La terra riempì tutto e nelle viscere del Colle Oppio scese l’oblio, ma proprio la sabbia ha permesso la conservazione di tali reperti.

L’ignoto e l’oscurità di quegli ambienti lasciarono spazio a stupore e meraviglia alla vista delle decorazioni pittoriche parietali. La minuzia decorativa conservata nelle grotte venne approfondita negli studi di Raffaello, nel secondo decennio del Cinquecento, che ne interpretò gli stilemi e la composizione, forte delle sue competenze antiquarie. Solo successivamente queste sequenze di forme vegetali e animali presero il nome di “grottesche” e tornarono in voga nel Rinascimento.

L’INTERVENTO

Dall’accesso su via Serapide, attraversando la Galleria III, si inizia la discesa nelle viscere del Colle Oppio sino ad immergersi nella maestosità dell’Aula Ottagona. La progettazione dell'intervento, voluto dalla direttrice del Parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, è stato assegnato allo studio “Stefano Boeri Architetti”. Il professor Stefano Boeri - insieme al suo studio - è noto ai più per l'ideazione del Bosco Verticale a Milano, ma con le sue attività è ormai parte della storia dell'architettura.

Una passerella autoportante in lamiera d’acciaio nera si snoda leggera muovendosi tra le murature originarie e rievocando l’eleganza antica con un fine rivestimento in resina di tonalità bianca.

Si arriva accompagnati così, e da un progressivo attenuarsi dell’intensità della luce artificiale, nella sala Ottagona, come condotti nella discesa da leggerezza e minimalismo hi-tech.

L’ESITO O L’EFFETTO

Questa era il nucleo del settore orientale della Domus Aurea, arricchita come il resto del complesso, dalla preziosità dei materiali e resa leggendaria per la progettazione di un meccanismo unico e irrepetibile di rotazione del soffitto. Questo, costituito da lussuose lastre d’avorio mobili, destava meraviglia con un gioco di luci e una delicata caduta di petali, inebriando tutto lo spazio con essenze: un’esperienza magica assimilabile solo alla potenza di un Dio.

Questa sala intrisa di sapienza costruttiva e effetti immaginifici ospita non a caso la retrospettiva su Raffaello, e le fanno da cornice le cinque sale radiali con installazioni multimediali, dove verranno approfonditi la scoperta e lo studio delle grottesche. Inoltre saranno le opere del pittore urbinate ispirate proprio agli studi effettuati nella Domus.

Al centro della sala sarà visibile l’Atlante Farnese (prestito del Mann di Napoli) le cui costellazioni, raffigurate sul globo del titano, saranno riprodotte sulla volta, rievocando la rotazione dell’antica sala, come omaggio alla volontà di Nerone.

L’allestimento curato da Vincenzo Farinella, Alessandro D’Alessio e Stefano Borghini con la produzione di Electa, si avvale della maestria tecnologica dello studio di Interaction e Exhibit Design Dotdotdot.

Come indicato sul sito di Electa Mondadori, "nel rispetto delle misure precauzionali disposte dal Consiglio dei Ministri e dalle autorità competenti, a salvaguardia della salute e per un'esperienza gratificante di visita, le mostre Electa con apertura prevista nei mesi di marzo e aprile saranno posticipate a data da destinarsi."

Siamo tuttavia sicuri che quella che nel 1980 è stata definita patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, tornerà presto in auge con aperture quotidiane e con un nuovo percorso di visita.