Il Museo Egizio di Torino vince il Premio Patrimonio/Premi Europa Nostra 2020 

Il Museo Egizio di Torino, uno dei musei italiani più importanti e al passo coi tempi, sempre aperto a nuove modalità per rendere fruibile il proprio patrimonio storico e archeologico ad un maggior numero possibile di persone, ha vinto il Premio Patrimonio/Premi Europa Nostra 2020 nella categoria ricerca, grazie all’ideazione della piattaforma digitale Turin Papyrus Online Platform (TPOP), rivolta a tutti, ma soprattutto agli studiosi, per permettere uno studio migliore della collezione papirologica posseduta, oltreché una migliore conservazione e valorizzazione di questa, attraverso la creazione di un database che ne permette facilmente l’accesso.

Museo Egizio di Torino Premio Patrimonio Premi Europa Nostra 2020 Turin Papyrus Online Platform TPOP

Questo progetto, iniziato nel 2017 e reso disponibile al pubblico nel 2019, contiene una delle più importanti collezioni papirologiche, costituite da quasi 700 manoscritti e da oltre 17.000 frammenti. Questa la motivazione che ha spinto la giuria ad assegnare il riconoscimento al Museo Egizio: “L'Europa ha numerose collezioni papirologiche e raccolte di papiri, una ricchezza documentaria che testimonia l'interesse europeo per l'Orientalismo, emerso nel XVIII secolo e presente fino al XIX secolo, che ha permeato la sua cultura materiale. Lo sviluppo di una tale piattaforma online, di libero accesso e ad alta risoluzione, è di grande valore per i musei, soprattutto in considerazione del suo potenziale di essere utilizzato per la creazione di un museo digitale europeo che riunirebbe un patrimonio disperso, una raccolta virtuale omogenea che sarebbe impossibile realizzare a livello materiale. L'applicazione di strumenti dell’era digitale contribuisce allo sviluppo della conoscenza, alla conservazione della cultura materiale e alla sua accessibilità, sia per gli studiosi che per il pubblico generale, promuovendone la diffusione”.

Commenta così il direttore del Museo Egizio, Christian Greco: “Il riconoscimento al lavoro condotto col progetto TPOP per la digitalizzazione dei nostri papiri ci regala una grande soddisfazione per l’attestazione che dà alla qualità dell’attività di ricerca del Museo Egizio e rappresenta anche la consacrazione della funzione che siamo quotidianamente chiamati ad assolvere. Essere un luogo di ricerca e porsi al servizio delle collezioni è la nostra missione. Il patrimonio culturale, i frammenti di memoria, che sono i resti tangibili delle generazioni che ci hanno proceduto, non possono essere abbandonati. Dobbiamo continuare e prenderci cura di loro e lo possiamo fare solo se ci sentiamo corresponsabili dell’eredità che abbiamo ereditato dal passato. La cultura materiale scritta può continuare a vivere solo se viene studiata, compresa, pubblicata. I testi antichi di cui ci prendiamo cura legano il passato al presente modellando e mantenendo attuali i ricordi fondanti e includendo le immagini e le storie di un altro tempo entro l’orizzonte del presente così da generare speranza e ricordo”.

I Premi del Patrimonio Europeo/Premi Europa Nostra celebrano e promuovono ogni anno le migliori pratiche relative alla conservazione del patrimonio, alla ricerca, alla gestione, al volontariato, all'educazione e alla comunicazione.

Museo Egizio di Torino Premio Patrimonio Premi Europa Nostra 2020 Turin Papyrus Online Platform TPOP

Per ulteriori informazioni:

https://collezionepapiri.museoegizio.it/it-IT/

http://www.europeanheritageawards.eu/winner_year/2020/

Foto della piattaforma digitale Turin Papyrus Online Platform (TPOP) - per il Museo Egizio vincitore del Premio Patrimonio/Premi Europa Nostra 2020 - dall'Ufficio Stampa Museo Egizio di Torino


Saqqara Didibastet Niut-shiae Laboratorio di mummificazione

Grandi scoperte a Saqqara: la sepoltura di Didibastet e quella dei sacerdoti di Niut-shaes

Oops, they did it again! L’Università di Tubinga lo ha fatto di nuovo!
Sempre durante lo scavo della missione tedesco-egiziana a Saqqara, è stata scoperta una nuova camera sepolcrale proprio nel Laboratorio di mummificazione scoperto nel 2018 dalla stessa missione, insieme ad altre cinque camere sepolcrali. Il Laboratorio di mummificazione risale alla XXVI Dinastia (664-525 a. C. circa).

Saqqara Didibastet Niut-shiae Laboratorio di mummificazioneDopo più di un anno di lavori e di documentazione, la missione ha scoperto quindi la sesta camera sepolcrale, nascosta da una parete di più di 2600 anni fa. Il Segretario Generale del Consiglio Supremo delle Antichità, Dr Mostafa Waziri, annunciò ieri la nuova scoperta aggiungendo che la sepoltura conteneva quattro scarcofagi in legno purtroppo in un pessimo stato di conservazione.

Dr. Ramadan Badri Hussein ha dichiarato nell’intervista che uno dei sarcofagi appartiene ad una donna chiamata Didibastet. Fu sepolta con sei (!) vasi canopi, contraddicendo la tradizione di imbalsamare solo i polmoni, lo stomaco, gli intestini e il fegato del defunto e di riporli in quattro vasi sotto la protezione dei quattro figli di Horus: Amseti, Duamutef, Hapi e Qebesenuf.

La missione ha già esaminato il contenuto dei due vasi canopi in eccesso usando per adesso solo la tomografia computerizzata (la famosa TAC, per intenderci) e da un’analisi preliminare si evince che contengano proprio dei tessuti umani.

Per sapere se questi due vasi canopi “extra” appartengano o meno alla donna bisognerà aspettare ulteriori analisi. Secondo gli studiosi della missione la donna potrebbe aver avuto un trattamento ‘speciale’ che prevedeva appunto la mummificazione di sei diversi organi del sup corpo. Perché? Questo forse non lo scopriremo mai...

Come se questo ‘enigma’ non fosse sufficiente, studiando gli altri sarcofagi della camera sepolcrale, la missione ha poi identificato sacerdoti e sacerdotesse di una particolare dea serpente, conosciuta come Niut-shaes.

Per adesso, grazie a questi ritrovamenti possiamo affermare che i sacerdoti di questa divinità venivano sepolti insieme e essa divenne una divinità piuttosto influente durante la 26ª dinastia e che forse avesse un suo santuario a Menfi.

Inoltre si potrebbe ipotizzare che questi sacerdoti fossero di origine straniera, così come i loro nomi farebbero pensare. Ayput o Tjanimit erano nomi comuni tra la comunità libica che si stanziò in Egitto a partire dalla 22ª dinastia in poi.

L’antico Egitto era una società multiculturale dove arrivava gente da diverse parti del mondo, inclusi greci, libici e fenici.

Saqqara Didibastet Niut-shiae Laboratorio di mummificazione
Foto Credits: Eberhard Karls Universität Tübingen

Dr. Ramadan Badri ha inoltre aggiunto che son stati fatto dei test di origine non invasiva, come la spettrometria di fluorescenza ai raggi X (per analizzare gli elementi chimici) sulla maschera rivestita di argento di una delle mummie di una sacerdotessa della dea Niut-shaes. Il test ha confermato la purezza della maschera d’argento al 99.07 %.

Questa maschera d’argento è la prima ad esser stata rinvenuta in Egitto dal 1939 e la terza tra le maschere mai ritrovate.

L’équipe internazionale composta da archeologi e da chimici dell’Università di Tubinga, di quella di Monaco e del Centro di Ricerche Nazionale Egiziano sta procedendo allo studio dei residui di olii e resine ritrovate nelle tazze, ciotole e vasi trovati nel Laboratorio di Mummificazione.

I primi risultati dei test confermano la presenza di sostanze ben note per il rito di mummificazione, tra le quali il bitume (catrame), olio e resina di cedro, resina di pistacchio, cera d’api, grasso animale e forse olio d’oliva e di ginepro.

Adesso non ci resta che aspettare la fine degli scavi per aver un’idea chiara dell’intera scoperta.

Ove non indicato diversamente, foto dal Ministero del Turismo e delle Antichità Egiziane: 1, 2.

Altri articoli online: Eberhard Karls Universität Tübingen, DjedMedu, Egypt Today, Associated Press,


Archeologia Invisibile, il Museo Egizio in digitale #restandoacasa

Scienza e archeologia, tra rivoluzione digitale e umanesimo al Museo Egizio, nella mostra “Archeologia Invisibile”, ovviamente #restandoacasa

In questo periodo di emergenza sanitaria il Museo Egizio si è fin da subito impegnato per incrementare la digitalizzazione delle sue sale e della sua collezione, già ben avviata da tempo ma resasi necessaria in questa delicata situazione.

Il Museo con la più importante collezione egizia fuori dal territorio egiziano si rende “vivo e attivo” e vicino più che mai al suo pubblico, attraverso pillole video dello staff scientifico, appuntamenti con le “passeggiate del Direttore” e visite virtuali.

Archeologia Invisibile

La mostra “Archeologia Invisibile” racconta il dialogo e la connessione tra egittologia e scienze naturali (fisica, chimica, biologia) che rendono finalmente possibile l’accesso alla biografia degli oggetti e alle conoscenze tecniche antiche che hanno permesso la trasformazione delle materie elementari in oggetti complessi. La mostra - inaugurata il 12 marzo 2019 e prorogata fino al 7 giugno 2020, ora visitabile on line - pone al centro dell’attenzione il reperto, la cui “biografia” diventa essenziale per svincolarlo dal semplicemente bello e farlo tornare a essere ciò che in realtà è: la manifestazione concreta di un pensiero che si è fatto materia.

A tal riguardo, l’esposizione ci sottolinea che l’archeologia non scopre oggetti ma contesti archeologici; il reperto, se privato del suo contesto archeologico, diventa un semplice oggetto. Ed è proprio durante lo scavo che il reperto si trasforma da oggetto d’uso a reperto archeologico ricevendo un nuovo interesse all’interno di un percorso di musealizzazione che dovrebbe tener conto del contesto archeologico che lo riguarda.

L’invisibilità di cui ci parla questa mostra del Museo Egizio di Torino è un’invisibilità che ha varie e differenti sfaccettature.
Riguarda l’indagine dell’invisibile che giace sotto i nostri piedi; è attinente all’invisibilità degli oggetti, al loro contenuto, al luogo di provenienza e alla loro produzione.

L’attuale rivoluzione digitale, la fotogrammetria, le indagini multispettrali, la spettroscopia e la modellazione 3D - astrusi tecnicismi "rubati" agli scienziati - mettono in grado gli archeologi di documentare l’intero processo di scavo e di ricostruirne i contesti anche dopo la loro rimozione, o di riprodurre un sarcofago con precisione, registrando tutte le sue fasi di realizzazione e di riutilizzo. La diagnostica per immagini, non invasiva, ci permette di scrutare all’interno di un vaso ancora sigillato e di sbendare virtualmente le mummie.
Sono lo scienziato e l’umanista a lavorare assieme nel mondo contemporaneo per conoscere i processi sociali tramite i quali la cultura materiale è prodotta e in che modo questa influenza l’esistenza umana, sostiene il direttore Christian Greco.

Così la materia di cui è fatto ogni oggetto comunica informazioni attraverso le diverse frequenze dello spettro elettromagnetico; alcune di esse generano dei colori e luce visibile che i nostri occhi riescono a percepire; altre invece ci risultano invisibili ed è quindi necessario andare “al di là della luce” con l’aiuto delle indagini multispettrali, che ci permettono di acquisire numerose informazioni sui reperti e di avvicinarci a una più ampia comprensione sulla natura dei pigmenti, sulle tecniche pittoriche utilizzate e sullo stato dei materiali.

Un esempio di questo approccio è fornito dall’analisi di oltre 400 reperti che compongono il corredo funerario della tomba di Kha (la TT8) - ritrovata intatta da Schiaparelli a Deir el-Medina nel 1906 - risalente alla seconda metà del Nuovo Regno (ca. 1425-1353 a.C.).


In questo caso tutti gli oggetti che presentano una pellicola pittorica sono stati sottoposti a riprese in UV (ultravioletto) per rilevare l’esistenza di restauri precedenti e lo stato di conservazione di questo strato; a riprese in IR (infrarosso) capace di rendere visibili eventuali disegni sottostanti, e VIL (visible-induced luminescence) tecnica atta a identificare il celebre “blu egizio” in pigmentazione primaria o come componente minore la cui chimica è resa comprensibile grazie a una collaborazione con il Massachussetts Institute of Technology (MIT). In questo video, presente nella playlist YouTube “Archeologia Invisibile” del Museo Egizio di Torino, è spiegata la composizione del blu egizio:

 

I reperti inoltre sono stati indagati con un tipo di analisi più recente chiamato MA-XRF (macro X-ray fluorescence), che mappa la distribuzione degli elementi chimici che compongono i colori utilizzati per decorare una superficie. È il caso di un cofanetto policromo con scena di offerta - presente in mostra - sul quale, grazie a quest’ultima tecnica di indagine, è stato possibile rilevare, accanto al più comune nerofumo, l’utilizzo di un secondo nero caratterizzato dalla presenza di ossido di manganese utilizzato per tracciare essenzialmente i geroglifici, le linee più sottili e tutte quelle esecuzioni che richiedevano una particolare accuratezza.

Tra gli oggetti della tomba vi sono anche sette vasi in alabastro che si presentano ancora oggi sigillati e pieni del loro contenuto. Per evitare di compromettere la loro integrità con una eventuale apertura, il materiale è stato analizzato attraverso radiografie neutroniche, poiché la tradizionale tecnica delle radiografie a raggi X non può essere applicata a qualsiasi tipologia di materiale; alcuni di questi, tra i quali gli oggetti in alabastro, assorbono quasi del tutto i raggi X e non permettono una diagnostica precisa del contenuto. Nelle radiografie/tomografie neutroniche i neutroni interagiscono con la materia in maniera diversa, possono facilmente attraversare spessi strati di metallo, mentre subiscono un’elevata attenuazione quando incontrano elementi leggeri come i composti organici.
Nel caso specifico di questi vasi le analisi sono state effettuate presso lo Science & Technologies Facilities Council di Oxford, importante centro di ricerca britannico.

Le indagini sulle mummie umane, che precedentemente avvenivano mediante la rimozione delle bende, degli amuleti e dei gioielli che accompagnavano il defunto - processo ai tempi alquanto invasivo e irreversibile -, sono state invece successivamente affiancate e sostituite dalle prime lastre radiologiche negli anni Sessanta e da scansioni mediante TAC (Tomografia Assiale Computerizzata) a partire dagli anni Novanta del Novecento. Esse insieme al più recente sbendaggio virtuale hanno rivelato dati fondamentali sulle condizioni fisiche delle mummie e confermato varie ipotesi sulle tecniche utilizzate per la mummificazione dei corpi di Kha e Merit, rinvenute nel 1906 dall’egittologo italiano Ernesto Schiapparelli, il quale le salvò dal tradizionale sbendaggio, preservandole per le generazioni future.

I “facoltosi” coniugi, oltre a essere accompagnati da ricche parure di gioielli e amuleti - virtualmente estratti e riprodotti in modelli digitali, materializzati grazie alla stampa 3D ed esposti nel percorso mostra - e da una parrucca, nel caso di Merit, non furono eviscerati poiché polmoni e fegato sono ancora ben visibili insieme a reni e parte del cervello. Le condizioni della mummia di Merit si sono inoltre rivelate peggiori , forse per via di un processo di mummificazione non ottimale e a causa di pesanti danni post mortem.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Esami tomografici e archeometrici sono invece stati effettuati sulle mummie animali, evidenziando le diverse tecniche di mummificazione adottate, permettendo di datare i reperti e consentendo di avere una panoramica dei materiali utilizzati per l’imbalsamazione, oltre che per ricavare la specie di appartenenza, studiare i colori dei bendaggi e, in alcuni casi, riconoscere dei falsi. Due degli esemplari presi in esame, una mummia di gatto e una di coccodrillo, sono state sottoposte all’analisi dei filati che compongono l’involucro esterno e a TAC.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale
Nel caso del felino, al microscopio ottico è emersa la composizione delle bende, attraversate da un fascio di luce che ha restituito immagini ingrandite e dettagliate e ha permesso di ricostruire la bicromia originaria di colore rosso e marrone ormai sbiadita. La successiva TAC ha mostrato la tipica posizione “a birillo” dell’animale, e l’assenza degli organi interni.
La mummia di coccodrillo, il cui involucro esterno è realizzato in fibre vegetali, una volta sottoposta a TAC ha mostrato un esemplare di ben più modeste dimensioni rispetto a come appare a occhio nudo.

 

La terza sezione illustra il fondamentale ruolo dell’indagine archeometrica nello studio dei materiali e nella scelta delle tecniche da adottare per la conservazione e il restauro dei reperti più delicati.

La diagnostica applicata ai beni culturali ha un importante ruolo nell’ambito dei processi conservativi e di ripristino dei reperti, partendo dalle analisi dei materiali e del livello di degrado fino ad arrivare all’intervento di restauro e alla sua movimentazione. La mancanza di un’approfondita conoscenza degli aspetti materici può indurre a scelte improprie dei metodi o dei materiali nelle varie operazioni che caratterizzano un intervento di restauro. È il caso, ad esempio, delle pitture parietali che nel corso degli scavi della Missione Archeologica Italiana furono staccate e portate a Torino dalla tomba di Iti e Neferu a Gebelein, secondo una prassi all’epoca diffusa.

I lavori di analisi e restauro condotti sulle pitture tentano di restituire a questi fragili elementi la loro biografia. Le pitture sono state infatti sottoposte a spettroscopia, tecnica non invasiva utilizzata per l’analisi superficiale dei materiali nella fase preliminare del restauro ottenendo informazioni utili per la scelta della migliore metodologia operativa. Le analisi spettroscopiche hanno inoltre consentito di riconoscere ricostruzioni erronee e di ipotizzare il disegno e la collocazione originale delle pitture, correggendo le precedenti sistemazioni.

Nella sezione dei papiri “patch-work” troviamo un unicum della collezione torinese: il “rattoppo” di un papiro funerario del Terzo Periodo Intermedio (XI-VII sec. a.C.) con frammenti di papiri di epoca ramesside (XII-XI sec. a.C.). Tale intervento è oggi un testimone prezioso della storia del restauro di questi fragili reperti e per questo - proprio per ragioni di etica del restauro conservativo - non è stato rimosso. Compito di una collezione museale è infatti di custodire e consolidare la memoria culturale: anche i restauri antichi fanno parte della biografia dell’oggetto e meritano di essere conservati in quanto testimonianze storiche.

Proseguendo nel percorso mostra è possibile ammirare un raro e inedito reperto tessile appartenente a un lotto di manufatti donati dal Museo del Cairo al Museo Egizio di Torino nei primi anni del Novecento, restaurato ed esposto lasciando visibili entrambi i lati del manufatto, data la particolarità delle due tecniche esecutive di cui si compone.

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Tutto il percorso espositivo confluisce infine nell’ultima sala, dedicata proprio al momento in cui questi dati invisibili raccolti trovano una manifestazione materiale: l’esperienza condotta sul caso studio del sarcofago di Butehamon.

Le indagini diagnostiche, perlopiù non invasive, hanno fornito interessanti indizi sulla storia del manufatto e sulle tecniche di falegnameria utilizzate. Le radiografie hanno chiarito la struttura generale del coperchio - composto da 16 elementi - e della cassa - costituita da 11 pezzi -, confermando che solo gli elementi del primo sono stati assemblati per Butehamon, mentre quelli del secondo sono stati ricavati riutilizzando parti di almeno quattro sarcofagi diversi. La tecnica dei raggi X ha mostrato anche numerosi interventi eseguiti per rimodellare gli elementi di riuso, come le meni e il volto.

L’osservazione della pellicola pittorica, associata all’esame di alcune microstratigrafie, ha infine evidenziato almeno due strati pittorici sovrapposti; sul fianco destro e sulla testa della cassa queste due stesure pittoriche sono precedute da una terza più antica, che decorava originariamente un sarcofago a “vernice nera” dal quale provengono gli elementi usati per assemblare il lato destro e la testa.

Sul sarcofago esterno di Butehamon - scriba della necropoli reale vissuto tra la fine del Nuovo Regno e l'inizio del Terzo Periodo Intermedio (ca. 1069 a. C.) - il Politecnico di Milano ha realizzato in contemporanea due rilievi, il primo utilizzando un laser scanner, che raccoglie informazioni estremamente dettagliate della geometria dell’oggetto ma non fornisce dati sul colore, il secondo ottenuto tramite la tecnica fotogrammetrica che ha restituito sia il modello digitale dell’oggetto che la sua pigmentazione. Dal prototipo digitale l’immagine del reperto è stata convertita in un’esperienza tangibile attraverso una riproduzione con stampante 3D a grandezza naturale. È stato poi utilizzato un sistema di proiezioni (video mapping) per raccontare in modo dinamico le sue fasi costruttive, mostrando come il sarcofago fu concepito, dal legno al disegno preparatorio, allo strato pittorico, e poi restaurato, per provare ad analizzare quello che è il rapporto, ancora discusso, tra materiale e digitale: può un oggetto digitale sostituire in un museo un oggetto vero, reale?

 

Museo Egizio digitale

Archeologia Invisibile

Archeologia Invisibile Museo Egizio digitale

Archeologia Invisibile

  Archeologia InvisibileIn un oggetto si incontrano i significati di una cultura e l’abilità tecnica che hanno permesso al pensiero umano di trasformare semplici materie prime in testimoni insostituibili di una civiltà.

“La natura stessa dell’oggetto digitale non è quella di sostituire, non è quella di essere una replica, è in realtà quella di diventare un intermediario, un interprete che sia in grado di restituire la voce a un oggetto che per natura è muto e che noi però abbiamo la possibilità di interrogare”, afferma Enrico Ferraris curatore della mostra.

È così che i segreti custoditi per millenni in vasi sigillati, dietro papiri usurati e sotto strati di bende vengono svelati dalla tecnologia non invasiva, rispettando l’integrità del reperto, grazie alle numerose collaborazioni italiane e internazionali, con il MIT di Boston, il British Museum, il Politecnico di Milano, l’Università degli Studi di Torino, il Centro di Conservazione e Restauro La Venaria Reale, l’Università Sapienza di Roma, i Musei Vaticani, con Tokyo, Cambridge e altre istituzioni.

Il MiBACT, nell’ambito dell’iniziativa del MiBACT “Gran Virtual Tour”, si impegna attraverso uno sforzo corale di tutti i propri istituti, a mostrare così non solo ciò che è abitualmente accessibile al pubblico, ma anche il “dietro le quinte” dei beni culturali con le numerose professionalità che si occupano di conservazione, tutela, valorizzazione del patrimonio culturale.

Tutte le foto della mostra Archeologia invisibile sono state scattate da Ilaria Lely


Piramide a gradoni di Djoser

La Piramide di Djoser ritorna dopo 14 anni di restauro

Dopo circa 14 anni di restauro, da alcune settimane è stata restituita alla collettività la più antica piramide dell’Egitto: la Piramide a gradoni di Djoser, Saqqara, patrimonio UNESCO iscritto come parte della Necropoli di Menfi.

Costruita circa 4700 anni fa da Imhotep, visir e ‘architetto’ incaricato di progettare una struttura funeraria per la sepoltura del sovrano della III dinastia Djoser, indicato come il fondatore dell’Antico Regno, la struttura è alta circa 60 metri ed è composta da sei livelli di gradoni accatastati in pietra calcarea che si elevano su una tomba rettangolare, a sua volta profonda 28 metri e larga 7.

Piramide a gradoni di Djoser

La struttura, inoltre, custodisce al suo interno innovazioni architettoniche realizzate per la prima volta come colonne, capitelli a foglie pendule e grandi padiglioni cerimoniali.

Piramide a gradoni di Djoser

Piramide a gradoni di DjoserPrima piramide costruita in pietra e antenata delle note piramidi di Giza, da tempo riportava danni strutturali causati per lo più da alte temperature e dall’azione del vento del deserto; gli interventi di restauro erano cominciati nel 2006, ma subirono un arresto tra il 2011 ed il 2013 per via della rivoluzione che portò alla caduta di Mubarak. Ripresi intorno alla fine del 2013, i lavori di restauro si sono protratti per altri sette anni, per una spesa complessiva di circa 6.6 milioni di dollari, ed hanno interessato l’intero complesso funerario, dalla facciata esterna della struttura ai corridoi interni che conducono alla camera funeraria, passando per il sarcofago in pietra e le scalinate dei due ingressi.

Tuttavia, la novità più importante è la musealizzazione di parte dei tunnel sotterranei, a partire dall’ingresso sul lato nord per finire al grande pozzo funerario profondo 28 metri, passando per le cosiddette “stanze blu”, un tempo foderate di piastrelle in faience turchese che oggi possono essere ammirate al vicino Imhotep Museum.

All'inaugurazione hanno preso parte il premier egiziano Mostafa Madbouly e il ministro del Turismo e delle Antichità, Khaled El-Enany. "Siamo orgogliosi che le piramidi siano parte della memoria storica dell'Egitto - ha detto il premier -, ma allo stesso tempo siamo consapevoli che si tratti di un patrimonio mondiale, che ci impegneremo a salvaguardare".

Davvero un peccato non poter essere nelle condizioni di fruire proprio ora della Piramide a gradoni di Djoser e dei suoi sotterranei, dopo tutti questi anni di restauro. Non ci resta che goderne virtualmente, con video e immagini pubblicati al momento dell'annuncio e nei giorni successivi.

Fonti: UNESCO; The Step Pyramid Complex of Djoser; DjedMedu; Storica National Geographic; The Guardian; Repubblica.it; Ary NewsEgypt Independent.

Foto 1, 2 dal Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Egitto.


Passeggiate del Direttore Museo Egizio di Torino Christian Greco

Christian Greco e le sue passeggiate al Museo Egizio da oggi disponibili su YouTube

Avete mai desiderato partecipare alle “passeggiate del Direttore” al Museo Egizio? Da oggi, potrete farlo
online.

Data la momentanea e forzata chiusura delle sue sale al pubblico, il Museo Egizio ha deciso di rendere
disponibile questa esclusiva opportunità a tutti gli interessati, attraverso il suo canale YouTube. Solitamente, le “passeggiate del Direttore” sono un appuntamento mensile, su prenotazione, dedicato ad un gruppo di massimo 30 persone, che visitano la collezione del Museo insieme al Direttore Christian Greco, che sceglie ogni volta un approfondimento tematico diverso.

Da oggi, invece, sarà sufficiente collegarsi a questo link (https://www.youtube.com/watch?v=I-QxzdwQnQo&list=PLg2dFdDRRClGtp33i7xqUwFO82TEVnMz2) scoprire i reperti dell’antico Egitto in compagnia del Direttore attraverso una serie di video fruibili dal proprio device. Ogni giovedì e sabato, nel corso delle prossime settimane di marzo e del mese di aprile, il canale YouTube del Museo Egizio proporrà una nuova puntata di circa 8 minuti, regalando una narrazione completa delle sale condotta da Christian
Greco, che ci terrà compagnia in queste settimane di isolamento.

Passeggiate del Direttore Museo Egizio di Torino Christian Greco
Christian Greco. Foto: Museo Egizio di Torino

“Da sempre ritengo che il Museo Egizio debba essere un patrimonio condiviso e appartenente a tutti -
commenta il Direttore - e in questo momento, in cui siamo chiusi al pubblico e costretti a rimanere nelle
nostre case, è per noi doveroso renderci comunque accessibili e metterci a disposizione della comunità.
Questo è lo spirito e l’obiettivo di questa operazione: un regalo, a chiunque ne abbia voglia, per conoscere
insieme a me la nostra collezione, capire la storia dei reperti che qui sono arrivati e che da quasi 200 anni il
Museo conserva”.

Oltre alla nuova iniziativa, sono già numerosi i contenuti fruibili sul web per visitare la collezione del Museo
Egizio da remoto: tra questi, brevi video auto-prodotti da curatori ed egittologi, disponibili su Instagram
seguendo l’hashtag #iorestoacasa, che comprendono piccoli tutorial, lezioni e consigli di lettura; la serie di
video “Istantanee dalla collezione”; video dedicati alle analisi scientifiche della mostra “Archeologia
Invisibile”, di cui è inoltre disponibile un tour virtuale a cui si può accedere direttamente dal sito del Museo
(https://museoegizio.it).

Modalità diverse e concrete con cui il Museo apre le porte a tutti - virtualmente - con contenuti divulgativi e accessibili confermandosi, ancora una volta, tra i migliori esempi del nostro Paese nell’ambito della comunicazione digitale.

https://www.youtube.com/watch?v=I-QxzdwQnQo


Missione Archeologica Italiana in Sudan Jebel Barkal

La Missione Archeologica Italiana in Sudan al Jebel Barkal

Poco a monte della quarta cateratta del Nilo, nell’odierno Sudan settentrionale, ai piedi del Jebel Barkal, la “montagna pura” - un elevato picco roccioso che domina il paesaggio - si estende l’omonima area archeologica.
È alle sue pendici che si sviluppò il nucleo di Napata, poco meno di 400 km a nord di Khartum, l’attuale capitale del Sudan.

Missione Archeologica Italiana Sudan Jebel Barkal
Team della Missione Archeologica Italiana Sudan Jebel Barkal. Photo credits: Francesca Iannarilli.

In questi territori la Missione Archeologica Italiana scava da 45 anni; un’attività iniziata nel 1973 da Sergio Donadoni, professore di Egittologia all’Università Sapienza di Roma.
Statue di leoni, resti di templi, statuette in calcare, lucerne e un anello in bronzo, questi i primi ritrovamenti; ma è al 1978 che risale la scoperta più significativa: il Palazzo Reale di Natakamani, fulcro dell’attività archeologica dei successivi quarant’anni. L'edificio fu assegnato al sovrano grazie al rinvenimento al suo interno, nel 1984, di una stele recante i nomi di Amanitore e Arikankharor, rispettivamente moglie e figlio di Natakamani.
Attualmente la Missione è finanziata dal Fondo Ricerche e Scavi Archeologici dell'Università Ca’ Foscari, dal Ministero degli Affari Esteri e, dal 2014, dal Qatar-Sudan Archaeological Project. È condotta dall'Università Ca’ Foscari e diretta dal professor Emanuele Ciampini.

L’area archeologica si presenta divisa in tre settori: al centro vi sono i templi, dominati dal grande santuario di Amon di Napata risalente al periodo più antico del sito (dal regno di Thutmosi III, fino al periodo meroitico, I sec. d.C.). A sud-ovest dei templi è la necropoli, dominata da una serie di piramidi datate al III-II sec. a.C., mentre a nord dell’area sacra è un vasto settore palaziale - le cui prime fondazioni sono databili al III-II sec. a.C. - dominato dal complesso regale voluto dall’ultimo grande sovrano meroitico, Natakamani (I sec. d.C.), contemporaneo alla romana Dinastia Flavia.
Natakamani promosse un imponente programma architettonico in tutto il regno; a Napata, il re riprogettò l’intero settore intorno al palazzo, precedentemente localizzato immediatamente a sud del grande tempio di Amon, con la fondazione di un vasto settore di edifici, dominato dal grande palazzo oggetto d’indagine della missione italiana.

Missione Archeologica Italiana in Sudan Jebel Barkal
Pianta del Palazzo Reale di Natakamani (elaborazione di Martino Gottardo).

 

Gli scavi della missione 2018-2019 hanno indagato l’area corrispondente a un settore posto a ovest del Palazzo principale di Natakamani (B1500); stessa area in cui precedenti indagini hanno portato alla luce le strutture monumentali B2100 e B2200 collegate, con molta probabilità, con l’edificio principale.
Gli scavi sono stati supportati da un lavoro di documentazione e dallo studio dei nuovi materiali così come di quelli provenienti dalle passate indagini.

La stagione del 2018 ha concentrato le ricerche archeologiche su una vasta area compresa tra le due strutture B2100 e B2200. Lo scopo dell’indagine era di identificare una possibile connessione fra le due, le quali sembravano rappresentare - nella pianta della città reale di Napata - un unitario complesso architettonico.
Tuttavia, dopo una pulizia della zona, quello che sembrava un unico edificio è risultato in realtà essere una doppia struttura composta da due elementi: l’Edificio occidentale, detto “dei Bacini” e un’ampia area a sud-est della corte colonnata della struttura B2100, separata dall’altra tramite uno stretto corridoio.
Il piano di calpestìo dei due edifici è risultato poi essere coerente con il livello del suolo del resto dell’area al di fuori del grande palazzo. Ciò significherebbe aver a che fare con un complesso fondato nello stesso contesto di quest’ultimo (I sec d.C).

Pianta con indicazione dei sondaggi dal rapporto della stagione 2018-2019
Fotopiano delle strutture B2100 e B2200 (dal Rapporto di scavo della stagione 2018-2019, p. 2, fig. 1).

Le strutture portate alla luce rappresentano un ulteriore tassello in quel mosaico che è la città reale di Napata e la loro funzione può aiutarci a comprendere le relazioni tra il palazzo principale (B1500) e il sistema di edifici a esso correlati.

L’edificio contrassegnato come B2100 è una struttura realizzata in mattoni crudi, di cui attualmente rimangono soltanto alcune file. La grande presenza di elementi architettonici in pietra testimonierebbe il carattere monumentale di B2100: dunque si avrebbe probabilmente a che fare con una struttura appartenente al complesso cerimoniale della città reale e collegata al palazzo.

Missione Archeologica Italiana Sudan Jebel Barkal
Copertura dell'area investigata a fine stagione (dal Rapporto di scavo della stagione 2018-2019, p. 5, fig. 13).

Le indagini dell’area collocata tra il Chiosco B2100 e il profilo orientale dell’edificio in mattoni rossi B2200 evidenziano come la cronologia delle strutture sia variabile, e come alcuni elementi sembrino essere stati aggiunti successivamente; da ciò è possibile intuire che ci troviamo di fronte a due diverse fasi del l’edificio, sebbene il team non sia giunto ancora a una datazione precisa della struttura.

La nuova indagine nel settore orientale dell’Edificio B2200, già scavato nelle stagioni precedenti, ha portato alla luce un sistema di massicce pareti, realizzate con mattoni rossi per il profilo esterno e mattoni crudi per la parte interna. La parete sud dell’edificio non fungeva da collegamento fra le due strutture (B2200 e B2100) ma da ingresso, il quale probabilmente dava accesso alla piccola stanza dei bacini.
Sono inoltre stati scoperti alcuni resti di quello che doveva essere il prezioso equipaggiamento dell’edificio, soprattutto raffinati frammenti di ceramica. Alcuni frammenti di ossa umane testimoniano invece l’uso della struttura come luogo di sepoltura nel periodo post-meroitico (IV sec. d.C.), dopo la sua distruzione.

Alla fine della stagione di scavo, l’area investigata è stata accuratamente coperta di sabbia - a esclusione di alcuni elementi architettonici -, così da proteggerne le strutture.

Muri di fondazione palazzo di Natakamani (restauro); ph. Francesca Iannarilli.

A partire dal 2015 la Missione Archeologica Italian in Sudan al Jebel Barkal ha portato regolarmente avanti un lavoro di restauro delle creste dei muri del Palazzo B1500. Nella Stagione 2018 la situazione era molto compromessa, ma si è comunque condotta l'attività di restauro. Si è quindi optato per una ricostruzione e protezione delle strutture presenti sul terreno con una segnalazione del perimetro delle pareti restaurate riempite con mattoni rossi in maniera tale da rendere meglio comprensibile ai visitatori la struttura planimetrica del Palazzo.

La calibrazione delle analisi al radiocarbonio (C14) ha confermato la datazione del Palazzo di Natakamani al I sec. d.C., ma ha anche rivelato una datazione più alta (fino al IV-II sec. a. C.) per le strutture preesistenti.

 

Sitografia e Photo credits:


Firenze: in viaggio verso l'eternità con Tutankhamon

In seguito al successo raccolto negli Stati Uniti, in Centro America, in America del Sud oltre che in varie capitali europee (e in due anni di viaggio per le principali città italiane), dal 15 febbraio 2020 è arrivata anche a Firenze la mostra Tutankhamon: viaggio verso l’eternità, a cura di Maria Cristina Guidotti, già curatrice del Museo Egizio di Firenze e di Pasquale Barile, presidente della Ancient World Society.
Realizzata con l’obiettivo di avvicinare i visitatori al fascino della cultura egizia, la mostra è organizzata dalla Società italiana Discovery Time in cooperazione con il Ministero delle Antichità Egizie, il supporto del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, il patrocinio della Città Metropolitana di Firenze e del Comune di Firenze in collaborazione con MUS.E. La realtà virtuale, invece, è stata realizzata da La macchina del tempo di Bologna.
Tutankhamon eternità
Oro, pasta vitrea, lapislazzuli, quarzo, ossidiana Dopo aver aperto l’ultimo sarcofago Carter si trovò davanti questa meravigliosa maschera d’oro che proteggeva il volto e le spalle della mummia. Realizzata in oro massiccio, pesa quasi 11 kg, per l’esattezza 10,23 kg ed è alta 54 cm
Visitabile alla Galleria delle Carrozze di Palazzo Medici Riccardi, Tutankhamon: viaggio verso l’eternità promette un’esperienza totalmente immersiva che, grazie alle fedeli riproduzioni provenienti dal Cairo, i reperti originali messi a disposizione dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze, di cui alcuni inediti, la tecnologia 3D e l’innovativa realtà virtuale, rivelerà tutti i segreti della Tomba di uno tra i più noti regnanti dell’Antico Egitto, facendone conoscere l'incredibile corredo, destinato ad accompagnare il giovane faraone nel suo ultimo viaggio.

Unico esempio di sepoltura regale con corredo ritrovata intatta, la tomba di Tutankhamon, scoperta il 4 novembre del 1922 da Howard Carter, archeologo e appassionato acquerellista, è la sola a permetterci di sapere come venisse seppellito un faraone e con quale tipo di corredo. A consentirne la ricostruzione in mostra, numerose riproduzioni, tra cui, oltre ai vasi canopi, la statua di Anubis, con la funzione di proteggere la camera del tesoro; il trono d’oro e la meravigliosa maschera aurea che proteggeva il volto e le spalle della mummia.
Legno ricoperto di lamine d’oro e d’argento, impreziosito da turchesi, corniola e finissimi intarsi in vetro verniciato: il trono d'oro di Tutankhamon
In esposizione anche reperti assolutamente inediti, come il sarcofago ligneo dipinto di Padihorpakhered, che si è deciso di restaurare proprio in occasione di questo importante evento espositivo. Proveniente dai depositi della Sezione Egizia del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, questo prezioso reperto ha mantenuto la decorazione pittorica su tutte le superfici, sia interne che esterne: numerose le problematiche di conservazione su cui si è operato, tra cui pericolosi distacchi di porzioni di superficie dipinta oltre a profonde fessurazioni del supporto ligneo sulla cassa e sul coperchio.
Un accurato lavoro di ricostruzione in 3D darà la possibilità di vivere un’avvincente esperienza di realtà virtuale, visitando in prima persona uno dei luoghi più famosi al mondo. Le schede d’inventario di Howard Carter e le foto d’archivio di Henry Burton, conservate presso il Griffith Institute dell’Università di Oxford, sono state la fonte primaria per la riproduzione del corredo funebre nei minimi particolari. Anche l’esterno della tomba è stato progettato in modo tale da ricreare il cantiere di scavo approntato da Howard Carter.
La visita virtuale viene effettuata indossando un visore e impugnando due controller che permettono di entrare in prima persona nell’ambiente ricostruito, totalmente interattivo: ci si potrà soffermare sui singoli oggetti del corredo, afferrandoli per poterne apprezzare la verosimiglianza rispetto agli originali e potendo ascoltare un loro approfondimento. Si sentiranno riecheggiare le parole riportate da Carter stesso nelle pagine dei suoi diari, potendosi immedesimare con emozioni provate all’epoca dell’incredibile scoperta. E, nella camera funeraria, si potranno anche decifrare i geroglifici alle pareti, grazie all’attento lavoro di traduzione a cura di Pasquale Barile. La funzionalità dei controller è estremamente semplificata e alla portata di tutti, dagli otto anni in su; bambini e ragazzi potranno usufruire di un percorso ad hoc che, servendosi di didascalie e supporti visivi mirati, li avvicinerà in modo semplice alla comprensione dei contenuti raccontati.
Tutankhamon eternità
Ricostruzione della visita virtuale alla tomba di Tutankhamon, indossando il visore e impugnando il controller. L’ambiente in 3D, all’interno della tomba del faraone, è stato realizzato da La macchina del tempo di Bologna per la mostra Tutankhamon: viaggio verso l’eternità

La mostra sarà visitabile al Palazzo Medici Riccardi – Galleria delle Carrozze di Firenze fino al 2 giugno 2020, seguendo i seguenti orari: dal lunedì al giovedì, dalle 10 alle 20; il venerdì e il sabato, dalle 10 alle 23; la domenica, dalle 10 alle 20. Si ricorda che è possibile accedere alla mostra solo fino a un'ora prima della chiusura.

In occasione della mostra, inoltre, si riservano tre (due ne rimangono) giornate ad ingresso gratuito per i residenti della Città metropolitana di Firenze: 6 aprile; 4 maggio.

Il costo del biglietto per la mostra e per l’esperienza con la realtà virtuale va dai 24€ per gli adulti ai 20€ per bambini, ragazzi, studenti e over 65; per tutte le altre opzioni tariffarie, si consiglia di contattare i numeri + 39 055 2760552 (Tel.) oppure + 39 392 0863434 (Mobile)

Tutte le foto della mostra Tutankhamon: viaggio verso l’eternità sono state fornite dall'Ufficio Stampa Davis & Co.


Antico Egitto: scoperti resti di pinoli e un frammento raffigurante il muso di un leopardo

La Missione di scavo EIMAWA 2019 (Egyptian-Italian Mission at West Aswan) guidata dalla docente di Egittologia dell’Università Statale di Milano, Patrizia Piacentini, e dal Ministero Egiziano delle Antichità ha fatto importanti scoperte nella necropoli del deserto di Assuan, sulla riva occidentale del Nilo.

Leopardo pinoli La Statale Milano Patrizia Piacentini

Un anno fa, nella sepoltura AGH026 è stata rinvenuta una tomba che presentava una particolarità, o meglio, quasi un’eccezione: un coperchio in legno d’acacia di un sarcofago su cui era raffigurato il muso di un leopardo dai colori vivaci, simbolo di forza, in corrispondenza del punto in cui si trovava la testa del defunto per offrirgli, appunto, la forza durante il suo viaggio nell’oltretomba. La Professoressa Piacentini ha affermato che per salvare il disegno sul supporto ligneo, reso debole dalla sabbia infilatasi nelle fibre, sia stato necessario staccarne lo stucco.

I pezzi saranno ricomposti da Ilaria Perticucci e Rita Reale che, dopo un restauro virtuale,  inizieranno quello reale nei laboratori di Assuan. Inoltre, qualche mese fa si è diffusa la notizia della scoperta di una tomba all’interno della necropoli, contenente 35 mummie e diversi oggetti funerari (tra cui coperture per i corpi stuccate e dipinte con oro, un letto funerario, barelle, parti di sarcofagi e vasellame) e, nella stanza accanto a quella dove è stato trovato il famoso frammento, resti di pinoli dentro un contenitore, risalenti al I secolo d.C., importati dalla terra dei faraoni e il cui uso è attestato ad Alessandria d’Egitto per la preparazione di salse e piatti.

Leopardo pinoli La Statale Milano Patrizia Piacentini

La presenza di questa pianta nella AGH026 dimostra che le persone lì sepolte fossero benestanti. Nella prossima missione verranno effettuati accertamenti sulla dieta, le malattie e le cause di morte dei defunti inumati nella necropoli, le cui sepolture lì presenti coprono un vasto arco temporale (VII secolo a.C.-III secolo d.C.).

"Ci piace immaginare – commenta la professoressa Piacentini – che le persone sepolte nella tomba di Assuan amassero questo seme raro, tanto che i loro parenti deposero accanto ai defunti una ciotola che li conteneva affinché potessero cibarsene per l'eternità".

Le foto delle scoperte di pinoli e della raffigurazione di leopardo nella necropoli del deserto di Assuan sono dell'Università La Statale di Milano


Le dimensioni non contano: ritrovata una sfinge a Tuna el-Gebel

sfinge Tuna el-Gebel

Il Direttore Generale delle antichità del Medio Egitto Gamal El-Samastawy ha annunciato ieri, sabato 14 Dicembre, la scoperta di una piccola statua reale raffigurante una sfinge nella zona di Tuna El-Gebel.
La sfinge, che indossa il copricapo nemes e l'ureo, misura 35 cm d'altezza e 55 cm di lunghezza: un piccolo gioiellino, ed è uno dei molteplici tesori scoperti dalla Missione Archeologica Egiziana guidata da Sayed Abdel-Malek che si occupa di scavare l'area del governatorato di Minya. Si sono ritrovati anche amuleti e ceramiche.
Tuna el-Gebel, nella città di Mallawy, era la necropoli di Khnum con monumenti che vanno dall'epoca greco-romana fino al tardo Medio Evo.

sfinge Tuna el-GebelFoto della sfinge di Tuna el-Gebel fornite dal Ministero delle Antichità Egizie.


Il leone dal complesso del Bubasteion a Saqqara

Non solo gattini...

Nel 2001, per la prima volta, degli archeologi  scoprirono lo scheletro perfettamente conservato - intatto - di un leone all'interno di una tomba egizia (i resti furono difatti ritrovati al secondo livello della tomba di Maia). A darne la notizia fu - nel 2004 - l'archeologo francesce Alain Zivie, che con il suo team di ricercatori scava presso il Bubasteion dal lontano 1996. I resti del grosso animale, forse prima mummificato, furono sepolti nelle cosiddette "catacombe dei gatti", create in epoca tarda e che occuparono gran parte della molto più antica tomba di Maia, la balia del faraone Tutankhamon.
Maia e Tutankhamon in un bassorilievo. Taluni ritengono che Maia sia la sorella di Tutankhamon, Meritaten. Anche se il leone fu ritrovato nella sua tomba (scoperta da Zivie nel 1996), nel complesso del Bubasteion, non sarebbe appartenuto alla balia.

L'importanza di quel ritrovamento è data anche dal fatto che molte iscrizioni geroglifiche testimoniano che i leoni venivano allevati e seppelliti nelle tombe, ma fino ad allora nessuno scheletro era mai stato ritrovato in quel contesto.

Le ossa del grosso felino furono portate alle luce in un'area della tomba quindi dedicata alla dea Bastet, insieme ad una vasta quantità di ossa umane e di animali, inclusi gatti. Non erano avvolte in bende di lino, ma la loro posizione, così come la presenza di pigmenti e di depositi di minerali sulla loro superficie, presenta similarità con quanto riscontrato coi gatti mummificati e ritrovati all'interno della stessa tomba.

Zivie disse che le condizioni delle ossa e dei denti testimoniano il fatto che l'animale visse una vita lunga e che fu tenuto in cattività. Un punto di vista confermato da analisi più recenti, per le quali il povero animale visse sì a lungo e in cattività, ma pure in condizione estreme, soprattutto dal punto di  vista dell'alimentazione. I suoi denti infatti risultano in cattive condizioni, la maggior parte fratturati e con chiari segni di infiammazioni croniche e durature. Inoltre le costole della parte destra del torace - così come alcune vertebre - testimoniamo che l'animale subì almeno una brutta caduta. Inoltre sembra che il leone non sia appartenuto a Maia, proprietaria della tomba.

Per Emily Teeter, egittologa dell'Università di Chicago, questo "non è un vecchio leone. È un importante leone". Robert Pickering, un antropologo forense, aggiunge che "sembra l'animale sia stato trattato in maniera differente rispetto agli altri animali che furono sepolti, come parte di un quale rituale. Forse l'importanza del leone è semplicemente legata al fatto che fosse un animale domestico, piuttosto che una rappresentazione di una quale divinità."

Probabilmente non sapremo mai perché sia stato sepolto proprio in questa tomba e perché non sia stato mummificato. Molte di queste domande potranno non aver mai una risposta, ma resta l'eccezionalità di questo ritrovamento.

leone Bubasteion
Un leone (Panthera leo) non in cattività (come invece era quello del Bubasteion). Foto di Gerhild Klinkow da Pixabay

 

Fonti:

Pagina ufficiale della Mission Archéologique Française du Bubasteion (MAFB).

CBS/The Associated Press, Lion Mummy Found in Egyptian Tomb, by Alex Dominguez.

Cécile Callou, Roger Lichtenberg, Philippe Hennet, Anaïck Samzun & Alain Zivie, Le lion du Bubasteion à Saqqara (Égypte). Une momie remarquable parmi des momies de chats, Anthropozoologica 46 (2), 30 Dicembre 2011, pp.63-84. Al link dello studio è anche possibile vedere le foto dei resti dell'animale.