Nadia Fusini Shakespeare

A lezione da Shakespeare: Giulietta e Cleopatra insegnano l’amore

Nadia Fusini, Maestre d’amore. Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre - recensione

Cosa insegna la letteratura? Davvero i grandi autori del passato riescono a parlarci attraverso i secoli per consegnarci lezioni preziose e tuttora valide? Chi ama le pagine dei classici non può avere dubbi: sì, quei racconti che di generazione in generazione ci tramandiamo, quei libri che ci hanno appassionato e che con emozione regaliamo a chi saprà coglierne il segreto, quelle parole che sotto le ceneri dell’antico continuano instancabilmente ad ardere sono scrigni magici in grado di dischiudere orizzonti.

«Shakespeare non vuole insegnare, non l’ha mai voluto fare», avverte Nadia Fusini in Maestre d’amore. Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre, saggio denso e avvincente recentemente pubblicato da Einaudi. Con la leggiadria e l’arguzia che caratterizzano la sua penna, la studiosa spiega che il drammaturgo non interferisce mai con l’azione dispensando commenti o giudizi, ma lascia che siano i personaggi stessi a farsi portavoce della Weltanschauung dell’autore e a incarnare così la visione dialettica che Shakespeare ha del mondo.

Ecco perché leggere le pagine del Bardo, assistere ai suoi plays significa assorbire nel respiro gli insegnamenti sulla vita di cui le sue opere sono pregni. Tuttavia, non si tratta mai di forme sterili di indottrinamento o erudizione, ma di un’energia vibrante che dalla sua parola poetica si propaga e che con slancio ci investe e ci travolge. E noi lettori, noi spettatori, volentieri pronunciamo il nostro sì a questo patto che da secoli si rinnova, come se fossimo stregati da uno degli incantesimi di Oberon, come se fossimo noi i destinatari dei sortilegi irriverenti di Puck – e questa magia porta il nome, e con sé il mistero, del teatro e dell’amore.

Proprio alle intermittenze del cuore, rese immortali dalle protagoniste shakespeariane, è dedicato il nuovo approdo della ricerca inesausta di Nadia Fusini. Il suo sguardo, incessantemente rivolto all’universo femminile, si posa in particolare sulla capacità che hanno le eroine di rappresentare le ambiguità che l’amore sottende e i conflitti che immancabilmente scatena, sino agli esiti tragici dalle altezze vertiginose o alle riconciliazioni che la commedia consente. Che siano sacerdotesse di purezza, innocenza e giovinezza, come Desdemona e Giulietta, o navigate seduttrici come la lussuriosa Cleopatra, le donne dell’universo visionario di Shakespeare sono iniziatrici, introducono il loro uomo a un’esperienza d’amore totalizzante che, se non può farsi corpo, risuona nella potenza evocativa e immaginifica della parola. L’eros si riappropria cioè della sua verità nella finzione del palcoscenico, il godimento accade perché viene pronunciato, nel tripudio della lingua che si prende la sua rivincita sui vincoli sociali e fa breccia nel cuore della modernità.

È vero, oggi avvertiamo in maniera netta la distanza incolmabile che ci separa dal contesto storico-culturale del teatro elisabettiano e giacomiano e ricusiamo energicamente alcuni retaggi ormai per fortuna superati, eppure siamo consapevoli di essere eredi dell’immaginario shakespeariano, perché i suoi personaggi, compiutamente costruiti e immediatamente riconoscibili, contribuiscono a definire la nostra identità collettiva, continuano a essere per noi dei punti di riferimento e a determinare la nostra capacità di orientarci nella giungla del sentire. Nonostante Shakespeare ci porga una bussola dal valore inestimabile, però, non manchiamo di essere facili prede del tormento dell’amore e delle sue imprevedibili insidie.

Conclude a tal proposito Nadia Fusini: «Ecco la questione che alla fine di questo libro lascio in eredità a chi legge. Questione etica, che chiama in causa il senso della letteratura, il suo valore. Questione che la letteratura custodisce e conserva in tutto il suo peso e la sua leggerezza, restituendo a noi che leggiamo e viviamo la complessità di un’esperienza necessaria, irrinunciabile. La profonda gratitudine per tale funzione, e servizio che presta alla conoscenza e alla vita stessa, è quel che sostiene e motiva la mia passione per la letteratura». Catturare il segreto dell’amore, come fa Shakespeare attraverso le sue maestre d’amore, significa riconoscerne e accoglierne l’indecifrabile mistero: l’altissimo compito della letteratura consiste proprio nel tramandarne i contrasti e le contraddizioni, e insieme la meraviglia.

Nadia Fusini Maestre amore Shakespeare
La copertina del saggio di Nadia Fusini, Maestre d’amore. Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre, è stato pubblicato da Giulio Einaudi editore (2021)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Autobiografia del Rosso Anne Carson Eracle Gerione

Autobiografia del contemporaneo: un cortocircuito con il mito

Autobiografia del contemporaneo: un cortocircuito con il mito

Sarcofago di epoca romana da Perge (odierna Turchia). Al centro Eracle e Gerione. Foto Mourad Ben Abdallah / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Accade frequentemente di celebrare il potere salvifico della bellezza: la letteratura e l’arte come un viatico che permette di accedere a una dimensione nobile, pura, e aspirare così a una versione migliore di sé e del mondo; a ben vedere, si tratta talvolta di una forma di compiacimento, talvolta della ricerca di una qualche rassicurazione. La poesia, tuttavia, non è quasi mai pacificante – e di certo non lo è il mito, che, lungi dall’essere consolatorio, sa far vibrare il mostruoso e il perturbante che abitano le nostre vite inquiete. Il romanzo in versi della canadese Anne Carson, Autobiografia del Rosso, recentemente ripubblicato da La nave di Teseo, con il suo cortocircuito tra classico e contemporaneo non promette scampo, anzi incoraggia l’irrequietezza, il dubbio, la necessità di prestare ascolto anche a ciò che è controverso e perciò ci agita.

La fonte della folgorante riscrittura è la Gerioneide di Stesicoro, opera pervenuta in forma frammentaria e che tramanda (dal punto di vista della vittima e non dell’eroe) la vicenda del mostro a tre teste Gerione ucciso dall’invincibile Eracle, il quale giunge fino ai confini del mondo per rubare al gigante i buoi e dare così compimento a un’altra delle sue fatiche. Memorabile, secondo Anne Carson, è l’uso che il poeta greco fa degli aggettivi, segnando il passo rispetto alla tradizione: nei poemi omerici essi sono ancora epiteti ricorrenti, espressione della rigidità di un codice attraverso il quale si ribadisce che ogni cosa deve occupare saldamente il suo posto nel mondo – per Omero, cioè, gli aggettivi sono «cardini dell’essere»; Stesicoro, con rinnovato impeto, smonta quei cardini e di colpo libera l’essere. Egli è in effetti il poeta della ritrattazione, della smentita, ovvero della palinodia, il canto intonato di nuovo, in una forma altra.

Anfora attica attribuita a un Pittore del Gruppo E. Foto Metropolitan Museum of Art, Image and Data Resources Open Access Policy, CC0

Anne Carson è fedele all’istinto ribelle di Stesicoro: nel solco di quella rivolta antica, anche lei tradisce la tradizione, plasmando la figura vermiglia di Gerione, il Rosso del titolo, intorno alle ansie del nostro tempo. Il suo protagonista è un adolescente goffo dalla sensibilità spiccata, custode di timidezze e profondità vertiginose, imprigionato in una diversità che per gli altri è un marchio infamante; le sue ali ingombranti impacciano i suoi movimenti e paradossalmente ostacolano i suoi voli. Eracle, non più rivale ma oggetto d’amore, è colui che con l’arroganza della bellezza e della gioventù, sconvolge l’esistenza di Gerione, colmando i suoi vuoti (o forse solo illudendolo che così sia), facendogli sentire fin dentro la pelle il significato del desiderio, della gelosia, del dolore. Figura ambigua, ma determinante per la crescita del protagonista, Eracle vorrebbe infondere in lui il bisogno di libertà di cui egli stesso si nutre; «Io non voglio essere libero / io voglio essere con te», ribatte Gerione dal fondo cavo della sua inerme purezza. Non sarà l’imprendibile Eracle a pronunciare le parole dell’amore, non sarà lui a confessargli: «Vorrei vederti usare quelle ali». Da un'altra voce giungerà quell’esortazione a compiere un corpo a corpo con l’identità.

Lo slancio narrativo dell’opera non impedisce alla sua autrice di accordare afflato lirico al dettato. Attraverso gemme poetiche uniche, Anne Carson impartisce ai lettori una lezione impagabile sulla distanza, sulla necessità di fermarsi sul «limitare / di ciò che può essere amato» – che resta inconoscibile. Siamo «creature che salgono una collina», scrive l’autrice, «a varie distanze […]. A distanze che mutano costantemente. Non possiamo aiutarci l’un l’altro né gridare»: ognuno compie il proprio viaggio, secondo il proprio passo, adempiendo l’irrevocabile comandamento della lontananza. «Stavo pensando al tempo – annaspa – / tipo a quanto sono divise le persone nel tempo, contemporaneamente unite e divise», sentenzia Gerione in uno dei suoi momenti di illuminazione oracolare. La sua autobiografia è in effetti tutta una questione di luce: il Rosso non ferma la sua vita in un fluire prorompente di parole, ma la immortala attraverso fotogrammi scelti. Ecco la poesia, quella capacità di dare un nome a ciò che sfugge, quel coraggio di dire l’indicibile. Nella percezione che Gerione ha del mondo non esistono confini tra rumori, odori e colori: tutto si tiene, anche se appartiene a sfere sensoriali diverse, nel nome della sinestesia e dell’immaginazione, nel nome dei poeti testimoni, «coloro che andarono e videro e tornarono».

«La realtà è un suono, cerca di coglierlo invece di star lì a sbraitare»: non vi è promessa di salvezza nelle pagine di Anne Carson, ma un’esortazione ad attraversare la notte prestando attenzione ai segni, ai dettagli, alle scintille; nel cortocircuito straniante col presente, attraverso le parole della scrittrice, oggi il mito ci insegna cioè a non sprecare quegli istanti in cui ognuno di noi possiede se stesso.

«Noi siamo esseri stupefacenti, / sta pensando Gerione. Noi confiniamo col fuoco. / E adesso il tempo si precipita verso di loro / lì dove stanno ritti uno accanto all’altro con le braccia che si sfiorano, immortalità sul volto, / notte alle spalle».

Anne Carson Autobiografia del Rosso Stesicoro Gerioneide Eracle
La copertina del romanzo in versi Autobiografia del Rosso di Anne Carson, nell'edizione pubblicata da La nave di Teseo nella traduzione di Sergio Claudio Perroni

La prima edizione del romanzo in versi Autobiography of Red di Anne Carson risale al 1998, la prima edizione italiana di Autobiografia del Rosso è di due anni successiva, del 2000.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Perennemente umani: la vita senza fine dei classici

Alcuni libri nascono sotto i buoni auspici di un’intuizione che si manifesta sin dalle prime righe: in un lampo folgorante, l’autore svela al suo lettore un segreto con sapienza custodito, un’immagine limpida che benedice il suo andare. Il recente saggio di Enrico Terrinoni, Chi ha paura dei classici?, edito da Cronopio, si apre sotto il segno di un silenzio che è al tempo stesso vitale e sacro, perché fa da culla all’ispirazione e al sogno, ma anche alla memoria. Già l’eco briosa che risuona nel titolo del libro lascia presagire la vivacità che caratterizza le sue pagine, pregne di interrogativi fecondi, argute riflessioni e considerazioni aperte, a partire dai capolavori della letteratura inglese, irlandese e americana.

Foto di TuendeBede 

Oscar Wilde, James Joyce, Arthur Conan Doyle sono solo alcune delle voci immortali attraverso le quali Terrinoni orienta le vele del suo viaggio, che è una vera e propria sfida alle briglie dei canoni della letteratura e dunque non è mai consolatorio. Lo spazio in cui il classico mirabilmente si distende, avverte l’autore, è quel solco incommensurabile che lega in eterno il passato in cui esso è stato concepito e il futuro cui fatalmente si rivolge: in questo orizzonte liminale, non esistono certezze, né la pretesa di fornire risposte definitive alle domande che sono connaturate all’uomo, e che per questo sono da sempre irrisolte, perennemente umane. Da dove deriva allora questa paura diffusa nei confronti di classici, questo timore che non è soltanto reverenziale, ma è quasi una imbarazzante sensazione di inavvicinabilità, addirittura un’avversione, più o meno dichiarata, verso la presunta superiorità di ciò che la letteratura consacra? Relazionarsi con la cifra di imponderabile di cui il classico è portatore non è facile nel tempo della disattenzione, arguisce Terrinoni; occorrerebbe infatti una pazienza, una disposizione all’ascolto, di cui oggi non sembriamo capaci, attratti come siamo da molteplici stimoli, sollecitati contemporaneamente da input numerosi e disparati.

Probabilmente ciò che respinge non è il classico in sé, lascia intendere l’autore, ma la torre d’avorio in cui esso è isolato e rinchiuso: «possiamo tentare di abbatterle o sabotarle, quelle torri eburnee», è l’eretico invito contenuto nel libro, «per poi sbirciare all’interno delle loro stanche mura e tornare a osservare il mondo di fuori con occhi vergini». Il sentiero tracciato da Terrinoni approda poi a un concetto affascinante: non semplicemente quello di infinito, ma quello di infinibilità – come se, in questo perenne ondeggiare tra fantasia e ricordo, il classico si ribellasse all’idea stessa di limite, come se incoraggiasse lo sconfinamento, il fluttuare, l’aprirsi verso orizzonti di possibilità altrimenti impensabili. «Leggere fino in fondo l’abisso senza fine dei classici è una questione di democrazia e di accoglienza, perché sì, l’accoglienza è insita nella democraticità del leggere; ma è paradossalmente preceduta da un moto quasi contrario, che non è di sospetto, ma è forse di paura, di straniamento, di circospezione verso l’alterità», sostiene l’autore.

Foto di fsHH

Un pregio che rende questo volume unico nel dibattito che fiorisce intorno all’idea di classico è l’attenzione accordata all’Irlanda, terra di sogno, incarnazione del mito inteso come viaggio che non conosce fine, metafora dell’immaginazione, estremo miraggio, luogo d’incanto e d’immenso. L’energia che pervade l’isola color smeraldo è la stessa che anima i classici, quella forza sotterranea che, mentre scorre, accorda infinite vite e rinnovati slanci persino a ciò che sembra riposare sotto le ceneri della dimenticanza.

Enrico Terrinoni Chi ha paura dei classici
La copertina del saggio di Enrico Terrinoni, Chi ha paura dei classici? Il libro è stato pubblicato da Cronopio nella collana rasoi

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Penny Dreadful: storie di angeli contro demoni

Penny Dreadful è una serie televisiva prodotta dal canale statunitense Showtime. Le tre stagioni sono andate in onda dal 2014 al 2016, ottenendo innumerevoli consensi sia da parte del pubblico sia da parte della critica. Dopo anni dalla fine della terza stagione, Showtime annuncia di aver finanziato uno spin-off dal titolo Penny Dreadful - City of Angels, cambiando completamente cast e ambientazione.

Penny Dreadful
Eva Green come Vanessa Ives nella locandina della seconda stagione di Penny Dreadful, Foto © Showtime Networks Inc. and Showtime Digital Inc.

 

Penny Dreadful: l'origine

John Logan, l'autore della serie, basò il plot su due differenti testi letterari: i penny dreadful (da cui il titolo della serie), libricini di genere horror diffusi durante l'epoca Vittoriana; La lega degli straordinari Gentlemen, nota graphic novel di Alan Moore. Protagonista assoluta è Vanessa Ives (Eva Green) figlia dell'alta borghesia britannica e vittima, in un certo senso, della stessa società in cui vive. I protagonisti maschili che supportano Vanessa, sono Sir Malcom (Timothy Dalton) e l'americano Ethan Chandler (Josh Hartnett).

L'ambientazione è quella dell'età Vittoriana, di fatti i toni e le scelte cromatiche tendono a mettere in risalto l'oscurità e il senso di mortalità che impregnava le strade di Londra. Il filo conduttore delle vicende narrate è il rapporto tra uomo e Dio e, soprattutto, tra bene e male. Questi parrebbero essere temi già trattati, soprattutto nel mondo della serialità televisiva. Tuttavia, Penny Dreadful ha la grandissima capacità di unire il genere gothic (tipico dei romanzi di fine '800) ad una più alta riflessione filosofica sul concetto stesso di umanità.

Durante le tre stagioni, ci vengono presentati diversi prototipi di "mostri": il mostro di Frankenstein (Rory Kinnear), Dorian Gray (Reeve Carney), il licantropo (Josh Hartnett), Dottor Jekyll (Shazad Latif), il conte Dracula (Christian Camargo) la strega Evelyn Poole (Helen McCrory).

Vanessa oscilla continuamente tra il diventare un mostro e il restare umana, rispettando tutti i dettami che delineano la brava donna vittoriana. Il personaggio maschile che le si potrebbe contrapporre, è proprio quello del mostro di Frankenstein (chiamato John Clare in memoria del poeta inglese).  Sia Vanessa sia John si trovano a dover fronteggiare le forze del male esterne, quindi il classico "villain", dovendo, però, affrontare anche i loro demoni interiori che, a volte, prendono il sopravvento. John viene da molti ritenuto un villan solo per via del suo aspetto esteriore, finendo spesso con il diventarlo per far zittire la gente. Vanessa, invece, è spesso posseduta dal demonio che si nutre del suo lato femminile più primordiale.

Back hand of God

Durante la prima stagione, Vanessa è fermamente convinta che la chiesa e i suoi rappresentati potranno aiutarla durante i momenti di possessione e, chissà, magari perfino sconfiggere il demonio che si impossessa di lei. In una delle migliori scene di tutta la serie, un prete incontra Vanessa e le pone la domanda "Do you really want to be normal?"

Qui esplode un'altra importante tematica della serie: la normalità. Vanessa, come ribadisce giustamente il parroco, è stata toccata dalla "backhand of God" quindi, in un certo senso, potrebbe essere una prescelta a cui è stato dato il dono della sofferenza per sconfiggere il male. La normalità, di conseguenza, le impedirebbe di portare a termine la sue missione. La normalità, tanto agognata da tutti i personaggi di Penny Dreadful, viene rappresentata come un ostacolo, come una superficie sotto la quale giace l'angoscia.

 

In conclusione, quello che ha reso (e rende) Penny Dreadful una delle migliori serie della storia della televisione, è proprio l'essenza dell'umanità, un'umanità destinata a vivere al di là del bene e del male.

La presenza costante dell'arte e, in modo particolare, della poesia calca con forza la mano sulle tematiche esistenzialiste. "All sad people like poetry" dice Vanessa a John Clare "happy people like songs". Penny Dreadful è una poesia lunga tre stagioni, contornata da quei poeti che hanno reso grande la letteratura vittoriana (spesso assistiamo a dei veri e propri recitals di Tennyson, Keats, Wordsworth).

City of Angels

Il 26 aprile 2020, Showtime ha rilasciato il primo episodio di Penny Dreadful - City of Angels, spin-off di Penny Dreadful. La nuova serie è ambientata nella Los Angeles del 1938 e si ispira al folklore messicano-americano. Lo spin-off diede il via ad una serie di polemiche già dal rilascio ufficiale di vari trailers durante il 2019. I fan non riconobbero in questo nuovo prodotto le dinamiche e le caratteristiche che hanno reso Penny Dreadful una pietra miliare della televisione.

City of Angels è composta da 10 episodi dalla durata di 45-50 minuti ciascuno. Le tinte che prevalgono sono luminose, in fin dei conti ci troviamo in California, la regia è più morbida e abbandona molti stilemi tipici del genere horror. I ruoli dei personaggi sono decisamente più definiti: ci sono i "buoni" e ci sono i "cattivi". Magda (Natalie Dormer) è la sorella cattiva della Santa Muerte (Lorenza Izzo). La lotta tra le due sorelle dà il via alla narrazione, che porta al centro della vicenda Tiago (Daniel Zovatto) un ragazzo messicano figlio di una sacerdotessa della Santa Muerte.

Tiago diventa presto un detective della polizia e si trova a dover fronteggiare una serie di omicidi a sfondo razziale. Madga, infatti, assume varie forme durante l'intera stagione, portando quel briciolo di malignità che farà soccombere l'umanità in favore del coas. Ad ostacolare Madga, ci dovrebbe essere la Santa Muerte. Scrivo "dovrebbe" perché la Santa Muerte sembra essere un personaggio totalmente assente e decisamente poco sviluppato.

Lo scopo principale di City of Angels è sicuramente quello di denunciare il razzismo e la ghettizzazione di tutte le etnie presenti negli U.S.A. Tuttavia, bisogna tristemente concludere che oltre alla rabbia e al dissenso dei protagonisti verso le questioni razziali (ci troviamo davanti ad ovvie critiche contro la politica di Trump) City of Angels sembra essere incapace di andare oltre e dare respiro alla trama. Alcuni critici hanno giustificato determinate scelte narrative, sottolineando che, sicuramente, molte dinamiche saranno approfondite nella seconda stagione. Sfortunatamente, dato il basso numero di spettatori, la seconda stagione di Penny Dreadful - City of Angels pare che non vedrà la luce.

Un altro elemento che, forse, ha sancito la disfatta di City of Angels è il continuo confronto con la sua serie di origine, una serie superiore sia a livello registico sia a livello narrativo. Non posso esprimermi sulle capacità recitative, poiché in molti hanno commesso l'errore di mettere a confronto Eva Green con Natalie Dormer. Il confronto in questa specifica situazione non dovrebbe sussistere, dato che le due attrici hanno incarnato personaggi decisamente differenti (forse di simile avevano solo alcuni outfit e alcuni tratti fisionomici).

Penny Dreadful è stato recentemente eliminato dal catalogo Netflix ed è solamente disponibile sul sito di Showtime.
Questa serie, a lungo snobbata dai festival (nessuno ha mai capito come Eva Green non abbia nemmeno ottenuto una nomination agli Emmy) pare essere stata dimenticata anche da fan meno accaniti.
Personalmente ne consiglio la visione e spero vivamente che Netflix decida il prima possibile di reinserire Penny Dreadful sulla sua piattaforma.

Penny Dreadful City of Angels
La locandina della serie TV Penny Dreadful - City of Angels, 2020 Showtime Networks Inc. and Showtime Digital Inc.

Vita & Virginia

Vita & Virginia: un amore epistolare

Vita & Virginia è l'ultimo film della regista britannica Chanya Button, presentato nel 2018 presso il Toronto Film Festival e basato sulla pièce teatrale del 1994, firmata da Aileen Atkins. Dopo la partecipazione al festival canadese, la pellicola si è dovuta scontrare con vari problemi legati alla distribuzione, riuscendo a raggiungere le sale inglesi solo il 5 luglio del 2019 grazie all'indipendente Bl!nder Films. In Italia Vita & Virginia non ha nemmeno sfiorato il grande schermo e forse non lo sfiorerà mai.

Vita & Virginia
Foto Bl!nder Films

Il Bloomsbury Group

Il Bloomsbury Group è stato uno dei maggiori circoli culturali e  sociali dell'Europa di inizio Novecento, la cui principale esponente fu la scrittrice Virginia Woolf. I componenti del gruppo discutevano principalmente di  nuove espressioni culturali che coinvolgevano i campi dell'arte, della religione e della sessualità, tentando il più possibile di distaccarsi dagli antichi schemi vittoriani. Questa descrizione "bohémien" dà il via alla creazione di un'atmosfera estremamente moderna all'interno del film della Button.

Il punto di vista iniziale è quello di Vita Sackville-West (Gemma Arterton) un'eclettica scrittrice, moglie del diplomatico Harold Nicolson (Rupert Penry-Jones) affascinata dallo stile di vita del Bloomsbury e dalla poco conosciuta Virginia Woolf. Vita, grazie all'amicizia con Clive Bell (Gethin Anthony) riesce a prendere parte ad una festa organizzata da Vanessa Bell, sorella di Virginia.
Per la prima volta lo spettatore incontra Virginia Woolf (Elizabeth Debicki) e la vede attraverso lo sguardo infatuato di Vita, con un sottofondo musicale estremamente pop, composto da Isobel Waller-Bridge.

La locandina del film Vita & Virginia, diretto da Chanya Button

Virginia Woolf

Ci troviamo nella Londra dei primi anni '20 del Novecento, il nome di Virginia Woolf non è ancora legato alla fama di una scrittrice di successo. Vita Sackville-West, invece, riesce con semplicità a vendere le copie del suo libro Seducers in Ecuador ed è considerata una scrittrice affermata.
La Virginia Woolf di Elizabeth Debicki è differente dalla prima versione cinematografica della Woolf (mi riferisco all'interpretazione di Nicole Kidman in The Hours).

La Virginia presente in questo film è più giovane, a tratti meno tormentata ed ha un bellissimo rapporto con la sorella Vanessa (Emerald Fennell). Tuttavia, nonostante questi aspetti "gioviali", man mano che la produzione letteraria della Woolf procede e il rapporto con Vita diventa una relazione clandestina, il "lato oscuro" della scrittrice prende lentamente il sopravvento. Ci troviamo, in modo specifico, in quel lasso temporale in cui la Woolf scrive di seguito: La stanza di Jacob, Mrs Dalloway, Gita al faro e, infine, Orlando.

Alla produzione di questi romanzi, si alterna lo scambio epistolare tra le due scrittrici. Queste lettere sono il filo rosso della loro storia d'amore, considerando che durante lo scorrere della pellicola, scene che vedono le due donne sole sono davvero poche. La mancanza di screen time tra Vita e Virginia è una delle pecche del film, poiché l'innamoramento è inesistente. Il rapporto tra le protagoniste passa rapidamente dall'incontro alla festa al tormento amoroso.

Orlando

La fusione tra vita e arte è un altro elemento base dell'impostazione narrativa del film. I discorsi affrontati dai protagonisti della vicenda riguardano la maggior parte del tempo l'influenza dell'arte nella vita dell'artista e viceversa. Un ennesimo supporto a questo concetto è dato dalla regia che, nonostante mantenga un'impostazione teatrale, si concede momenti composti da veri espedienti cinematografici. L'uso di dettagli sulle labbra, sullo sguardo e sulle mani sporche di inchiostro serve a spezzare il lungo flusso di dialoghi (presi dalla pièce originale) per permettere allo spettatore di vivere visivamente la psicologia del personaggio inquadrato. I primi piani, invece, sono utilizzati come porta comunicante tra Vita e Virginia, mentre le due sono distanti. Durante i primi piani, quindi, le due donne leggono le famose lettere che caratterizzano la loro storia d'amore.

Qual è il punto di svolta del film? Probabilmente la rottura tra le due scrittrici. L'energia e la voglia di evasione di Vita si scontra con il rigore e la fragilità di Virginia, concludendosi prima con uno scontro e, in seguito, con un'amicizia che durerà fino alla morte della Woolf. La fine della relazione e la necessità da parte di Virginia di scavare all'interno della storia d'amore finita e, soprattutto, all'interno della persona una volta amata, la porta al romanzo Orlando. Orlando è dedicato a Vita, poiché il personaggio del libro si basa in parte alla figura dell'aristocratica inglese.

Le stonature

Come detto in precedenza, il film presenta delle pecche che ne compromettono l'esito finale. L'impostazione teatrale, per quanto criticata da alcune testate, non è il problema principale del film. La regia calca la mano su determinate situazioni dei componenti del Bloomsbury Group (ad esempio il matrimonio affollato di Vanessa) creando un atmosfera più da soap opera che da film indie.

La costruzione dei personaggi, sia da un punto di vista di costumi sia da un punto di vista di dialoghi, rischia di far apparire Vita & Virginia come due grandi stereotipi. I vestiti indossati da Vita sono estrosi, maschili e all'ultima moda e le sue parole sempre barocche. Virginia, al contrario, è costruita come un libro vivente: ogni sua frase è, in parte, un riferimento ad una sua opera futura ("to catch the wave of life's intensities and ride it on" è un concetto ripetuto). Sarebbe stato interessante scoprire le persone dietro alla letteratura, le donne dietro alle parole.

Al giorno d'oggi assistiamo ad una produzione spropositata di biopic su figure del Novecento e in poche sono riuscite a darci un immagine reale e non mitizzata dei protagonisti.
Uno dei pochi film che è riuscito in questa impresa è il biopic su Egon Schiele uscito nel 2017 che ci regala un ritratto del pittore austriaco estremamente umano e, perché no, estremamente borghese. Sfortunatamente in una corrente cinematografica che da un paio d'anni tende a consegnare miti, sarà molto difficile scontrarsi nuovamente con delle persone sul grande schermo.


Vathek: il gioiello orientale del gotico inglese

Dal 1759, sulla scia di Samuel Johnson, autore del romanzo "orientale" Rasselas, si assiste a un proliferare della narrativa di stampo esotico, ovviamente modellata in futuro con la sensibility e l'estetica gotica. Il romanzo vede come protagonista un principe d'Abissinia ed è ambientato in un'Africa fuori dal tempo, che ospita le avventure di questo principe etiope, alla ricerca di una risposta alla domanda "Che cosa è la felicità?" Il romanzo dagli intenti edificanti e moraleggianti è un racconto filosofico che spoglia, utilizzando la satira, la società inglese dei suoi costumi perbenisti, andando alla ricerca della nuda verità di una vita semplice.

Ben presto il gusto per l'Oriente misterioso si accentuò, perdendo le connotazioni filosofiche e satiriche per riacquistare (o scoprire) quel sense of wonder che caratterizza il volume presentato oggi. Nello stesso anno, il 1785, Horace Walpole e Clara Reeve pubblicarono rispettivamente I racconti geroglifici e La storia di Charoba, regina d'Egitto. Interessante notare come i due scrittori si interessarono all'Egitto misterioso e magico ancor prima che la stele di Rosetta venisse scoperta e tradotta (ovvero tra il 1799- 1801): un avvenimento che fece divampare gli interessi anglo-francesi e accese una "corsa all'oro" per la terra delle piramidi.

Vathek William Beckford
La copertina del Vathek di William Beckford nell'edizione della collana SKIRA GOTICA, con traduzione di Aldo Camerino e Ruggero Savinio

I due autori, popolari per i già citati romanzi gotici, sviluppano un profondo interesse per l'Oriente esoterico, soprattutto Walpole (che probabilmente lesse il trattato ermetico di Orapollo sui geroglifici). L'Egitto è una terra tanto conosciuta quanto ricca di misteri, culla di una civiltà millenaria che conobbe il dominio persiano, macedone, romano e poi arabo. Il fascino primordiale e primitivo risvegliò una sensazione indefinibile, ma naturalmente congenita nell'essere umano: Walpole la chiamerà wildness. Le terre egiziane evocano la ferocia, un incontrollabile istinto animale e allo stesso tempo la genuinità che seduce l'uomo occidentale, fin troppo inglobato in una prigione burocratica e illuminata. Forse in Oriente c'è una luce diversa, un bagliore che mette in risalto le ombre di antichi dei e segreti sepolti dalle sabbie.

Non sorprende come gli stessi autori che per primi scrissero romanzi gotici ricercassero in Oriente la trasgressione, il sublime e la rottura con il reale che già avevano descritto nel Castello di Otranto e nel Vecchio Barone inglese. L'Oriente ha un'immensa tradizione narrativa, orale e non legata implicitamente al corpus delle Mille e una Notte, che libera la fantasia e l'immaginazione degli scrittori inglesi. Il gotico e l'Oriente non sono mai stati così vicini, perché entrambi sono i palcoscenici dove si esibiscono i protagonisti del soprannaturale. E all'unisono con lo spirito romantico c'è l'attacco al mondo neoclassico di Horace Walpole: «Leggi Sindbad e troverai Enea mortalmente noioso».

William Thomas Beckford in un dipinto di Sir Joshua Reynolds, olio su tela (1782) alla National Portrait Gallery (NPG 5340). Immagine in pubblico dominio

Ci pensò definitivamente William Beckford ad unire il genere gotico al racconto orientale. Infatti, tra il 1785 e il 1786, ispirato probabilmente dalle letture di Walpole e Reeve, scriverà il Vathek, una delle opere più singolari della letteratura inglese. Istrionica figura, del tutto simile al Trimalcione di Petronio, Beckford coltivò fin da giovanissimo l'amore per l'Oriente, leggendo Le Mille e una notte e dipingendo scene esotiche. I familiari, disperati dagli atteggiamenti del proprio pupillo, che si mostrava assetato di avventura e estremamente curioso, pregarono i tutori del ragazzo di proibire la lettura delle novelle arabe. Il "danno" ormai era fatto e tutte le scene erotiche, selvagge e meravigliose delle storie di Sindbad o dei Jinn e dei ghul erano annidate dentro il suo animo. La carriera politica a cui era predestinato non sarebbe mai sopraggiunta.

Beckford stesso ci racconta che scrisse il Vathek in tre giorni e due notti, ispirato dalle feste in maschera che lui organizzava a Fonthill House. Le famosissime feste a casa Beckford hanno sicuramente lasciato il segno. Aiutato da scenografi, esperti di luci e effetti speciali, trasformò la vetusta residenza familiare in un complesso sfarzoso orientale, ispirato alla complessità labirintica delle Mille e una notte. In seguito rase al suolo Fonthill House per ricostruirci sopra Fonthill Abbey, un edificio ispirato all'arte gotica con pittoreschi inserti orientali. Infatti fu soprannominato il "Califfo di Fonthill".

Esiliato dall'Inghilterra per anni - con le accuse di sodomia, incesto e depravazione - Beckford scrisse numerosi resoconti di viaggio e altre opere singolari, ma che furono sempre oscurate dal successo di Vathek. Il protagonista eponimo del romanzo è un principe abbaside, cresciuto tra le braccia della perfida madre, la strega Carathis.

Vathek William Thomas Beckford
Incisione di Isaac Taylor, sulla base di un disegno di Isaac Taylor junior, dalla terza edizione del Vathek di William Thomas Beckford, Londra (1816)

Di seguito, la trama con la conclusione del romanzo e alcune considerazioni finali.

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Sebastian Faulks, maestro di polifonia

Nel chiudere l’ultima pagina della più recente fatica letteraria di Sebastian Faulks, Paris Echo (Penguin Books 2019), tornano alla memoria dubbi mai del tutto sopiti sulla mancata fortuna italiana del brillante scrittore inglese, l’erede designato di Ian Fleming. Se digitiamo il suo nome nella sezione di letteratura in italiano su IBS, il quadro che ne ricaviamo non è del tutto lusinghiero: Faulks appare aver scritto cinque romanzi storici (la trilogia de La ragazza del Lion D'or, Il canto del cielo, La Guerra di Charlotte, e i più recenti On green dolphin street, e Dove batteva il mio cuore, editi variamente da Neri Pozza, Il Saggiatore e Tropea, alcuni dei quali però oggi irreperibili a causa della chiusura di quest’ultima casa editrice), con l’aggiunta del trentaseiesimo episodio della saga di James Bond, Non c’è tempo di morire, commisionatogli nel 2008 dagli eredi di Ian Fleming, per il centenario dalla nascita del grande autore inglese.

Paris Echo Sebastian Faulks
Copertina del paperback Penguin Books dell'ultima fatica di Sebastian Faulks, Paris Echo. Fair use

Eppure Sebastian Faulks ha scritto anche molto altro. Il numero di romanzi pubblicati fra il 1984 ed oggi va ben oltre i 6 tradotti in italiano, ed ammonta a ben 17 lavori. Oltre ai molti romanzi storici (per lo più ambientati nel ‘900) e alcuni gialli, Faulks si è cimentato con successo in altri generi. Vale la pena menzionare il peculiarissimo Pistache (2006, seguito da un Pistache Return nel 2016), un pastiche letterario in cui Faulks gioca con la lingua e la letteratura inglese, spostando personaggi letterari illustri nello spazio e nel tempo e ricreando le loro storie in condizioni quasi paradossali, o cercando di scrivere nello stile di altri autori famosi cambiandone il genere di riferimento (ve lo immaginate Stephen King che scrive romanzi d’amore?).

A Week in December
La copertina del “masterpiece” di Sebastian Faulks, A Week in December, ancora mancante di una traduzione italiana. Fair use

Ma è da un altro romanzo che parte la storia della mia “ossessione” per Faulks e le sue mancate traduzioni italiane: nel 2009 esce per Hutchinson quello che il nostro autore concepisce come il suo “masterpiece”, A Week in December. Faulks lo scrive con l’intento di dar vita ad un romanzo dickensiano ambientato in epoca contemporanea, una sorta di romanzo nazionale inglese dell’oggi, capace di descrivere con spirito disincantato e satirico la vita della capitale britannica, centro pulsante dell’economia europea, alle soglie della crisi economica del 2008. Una lettura quanto mai attuale, in questi anni di agitazione politica alle soglie della Brexit, e un libro con cui è facile relazionarsi anche da non inglesi, da italiani immigrati o che sognano l’affermazione nella più grande metropoli europea, specialmente in un periodo in cui i concetti di immigrazione ed integrazione (nel Regno Unito e non solo) hanno conquistato l’opinione pubblica. Questi concetti, nel romanzo di Faulks, prendono vita in particolare nella storia del personaggio di Hassan, il giovane che viene trascinato nel vortice dell’estremismo islamico, proprio nel momento in cui suo padre, naturalizzato britannico, pur senza aver perso il contatto con le sue origini e la sua religione, si appresta a ricevere un’onorificenza dalla regina: una storia che avrà uno sviluppo e un finale niente affatto scontati. Anche gli altri personaggi, dei ‘tipi’, appunto, consentono una facile identificazione da parte del lettore, che si rivede in essi e ne comprende le ossessioni (quella per l’accumulo incessante e talvolta deleterio di denaro, nel personaggio di John Veals, forse il vero protagonista del romanzo), le debolezze (la seconda vita digitale di Jenny Fortune), le perversioni, le turbe, le frustrazioni (l’insoddisfazione perenne del giovane avvocato Gabriel Northwood, pur consapevole della propria intelligenza) e si sente, come loro, cittadino metropolitano, travolto dalla vita frenetica di Londra. Lo stile di questa commedia è coinvolgente, asciutto, non esente da momenti di satira spietata, ma sempre in fondo leggero. A week in December ha per altro goduto di estremo successo sia di critica che di pubblico: è stato il best-seller che ha venduto con più velocità nella prima tiratura hard-cover per Hutchinson (150.000 copie), a cui si sono aggiunte le vendite della seconda edizione 2010 (Vintage) che ha raggiunto il secondo posto in classifica dei best seller più venduti secondo il Sunday Times e lo ha reso anche il romanzo paperback dalle vendite più rapida tra quelli di Faulks. Il Sunday Times, lodandone lo status di “romanzo nazionale” lo ha paragonato a ‘La fiera delle vanità’ di Thackeray e ad ‘Il nostro comune amico’ di Dickens. Prospect ne ha esaltato la vitalità, la ricchezza di dettagli, il linguaggio.

Queste parrebbero le premesse perfette per un successo di critica e di pubblico anche in Italia. Ciò nonostante, ad una mia documentata proposta di traduzione, avanzata a varie case editrici italiane – alcune fra le più sensibili alla letteratura anglosassone contemporanea – la risposta è sempre stata l’assoluto (e, va detto, anche un po’ fastidioso) silenzio.

Perché? Me lo sono chiesta con poco successo, ed in assenza di una risposta chiara, ho continuato a leggere Faulks alla ricerca di nuove buone ragioni per tradurlo.

Nel suo ultimo romanzo, Paris Echo, la chiusura della cui ultima pagina ha dato il via a questa mia catena di riflessioni, si può rintracciare una sottile continuità con il suo masterpiece, ma anche con il genere prediletto del romanzo storico. Paris Echo si configura infatti come una summa dei generi preferiti da Faulks: il romanzo storico si infiltra nella narrazione di fatti contemporanei, tramite le ricerche storiche di una dei due protagonisti, la post-doc americana Hannah Kohler, che si trasferisce temporaneamente a Parigi per studiare il ruolo delle donne durante l’occupazione tedesca, e finisce per intrecciare la sua vita con quella del giovanissimo studente algerino Tariq, scappato a Parigi, la città della madre che non ha mai conosciuto, al solo fine di “fare esperienza”. Ed è anche nella sua vicenda personale – il suo piccolo romanzo di formazione parigino – che la Storia si insinua: è la storia delle donne di cui gli parla Hannah, ma anche la storia feroce del colonialismo francese in Nord Africa, che gli raccontano i colleghi immigrati per cui lavora friggendo pollo.

Paris Echo più che un romanzo storico, è, dunque, un romanzo sulla storia. Non mancano brillanti riflessioni sul senso dalla memoria, sul pericolo del ricordo come istigatore di vendetta. A condire il delicato andirivieni fra passato e presente, Faulks aggiunge un tocco di mistero e di magia: le donne “fuori tempo” che Tariq incontra nei suoi viaggi in metro sembrano essere i personaggi storici sui cui Hannah conduce le sue ricerche.

Ma qual è il punto di contatto il più recente romanzo di Faulks e il suo lavoro prediletto, A week in December? Se l’ironia quasi dickensiana dello scrittore è, nel suo ultimo lavoro, più sfumata ed evanescente che nel romanzo del 2009, c’è un ingrediente narrativo che non solo sembra legare i due romanzi a stretto nodo, ma appare anche essere il tratto distintivo della scrittura di Faulks: la polifonia.

In A week in December, l’espediente è celato da una sapiente terza persona (sulla scia narratore onnisciente dickensiano), pur rendendosi esplicito nella moltitudine di storie che si intrecciano: i sette protagonisti del romanzo – sette diversi tipi umani londinesi, facce diverse di una confusa identità nazionale – in mezzo ad una serie di personaggi minori, ma altrettanto ‘tipici’, che portano avanti le proprie attività quotidiane, la settimana prima di Natale, e le cui vite sono legate da un filo rosso di parentele e conoscenze, che porterà alcuni di loro ad incontrarsi a cena, a casa di Lance e Sophie Topping, un membro del parlamento e sua moglie. In Paris Echo, invece, le voci sono esplicite nelle due principali narrazioni in prima persona di Tariq e Hannah, che si alternano in modo equilibrato per tutto romanzo. Il dettato, però, si arricchisce ancora di ulteriori elementi polifonici, quando le registrazioni audio delle storie delle donne parigine dell’occupazione (talvolta vagamente reminiscenti della delicatezza di Irene Nemirowsky in Suite francese), che Hannah riporta fedelmente mentre racconta, si inseriscono in modo autonomo nel romanzo e creano un effetto di racconti che incorniciano altri racconti. Gli stili cambiano, le voci si affastellano, ma il narratore tiene salde le fila della storia.

Sebastian Faulks
Sebastian Faulks. Foto di Elena Torre, CC BY-SA 2.0

Torno quindi ad immaginarmi le potenziali sfide che porrebbero le traduzioni di questi due romanzi, le difficoltà che un traduttore dovrebbe affrontare nel rendere efficacemente in italiano la lingua di un maestro di polifonia come Sebastian Faulks. Malgrado le difficoltà e le sfide, mi ritrovo a concludere che ne varrebbe la pena, fosse anche solo per il gusto di avere in libreria due titoli così limpidamente resi dalla nostra bella lingua: Una settimana di dicembre e L’eco di Parigi.


Venezia: convegno "When Alice meets Pinocchio"

Studiosi internazionali discutono sui classici della letteratura per l’infanzia. Italia e Inghilterra a confronto

ALICE ANTIFASCISTA E PINOCCHIO TIROLESE

A CA’ FOSCARI IL PRIMO CONVEGNO DEDICATO AI RAPPORTI ANGLO-ITALIANI NELLA LETTERATURA PER RAGAZZI

When Alice meets Pinocchio’ si terrà giovedì 24 novembre, alle ore 9.30, a Ca’ Bernardo Sala B. Tra i temi anche Dahl e Rodari: come e perché alcuni classici per l’infanzia fanno fortuna all’estero e altri no

Cà_Foscari_from_San_Toma'

VENEZIA - Pinocchio, Alice, Peter Pan, Heidi, Pippi Calzelunghe &co., i piccoli lettori sono spesso più ‘internazionali’ dei grandi. A Ca’ Foscari il primo convegno dedicato ai rapporti anglo-italiani nella letteratura per ragazzi, fatti di parallelismi, entusiasmi e incomprensioni in due mondi culturali e linguistici che continuano a studiarsi pur nella loro diversità. When Alice Meets Pinocchio si terrà giovedì 24 novembre, alle ore 9.30, a Ca’ Bernardo Sala B.

«Prendiamo Alice e Pinocchio, due tra i classici più famosi e amati dai piccoli – spiega la Prof.ssa Laura Tosi, docente di Letteratura Inglese ed esperta di letteratura per l’infanzia – Alice è esponente della Pax Britannica, Pinocchio del Risorgimento italiano. Da una parte c’è la bambina borghese che si annoia a scuola, dall’altra il bambino poverissimo che costringe il padre a vendere la giacchetta per comprare l'abbecedario. In Alice i riti del tè, in Pinocchio la fame atavica. Tutti e due rappresentano antimodelli - Alice cerca di capire le regole di un mondo strampalato e Pinocchio si fida di tutti - che superano le frontiere territoriali diventando per l’infanzia modelli universali, libri unici ma imitatissimi».

Quando si rilascia un ‘passaporto’ italiano ad Alice o Peter Pan e un ‘passaporto’ americano a Pinocchio, ovvero quando testi e personaggi vengono tradotti, riadattati e letti in altri Paesi, cosa succede agli originali?

«Pensiamo al Pinocchio di Disney – risponde la Prof.ssa Tosi. - L'americanizzazione ne ha fatto un piccolo tirolese (mentre Collodi aveva combattuto nelle guerre di Indipendenza contro gli austriaci) che non ha la fame e la povertà estrema del personaggio originale. Ha pagato un prezzo alto per ottenere il suo passaporto ma è probabilmente per via di Disney che in tutto il mondo conoscono Collodi».

Un prezzo che, andando oltre il genere fantasy, non è stato pagato dal libro Cuore di De Amicis.

«Cuore celebra l'utopia di una scuola laica e pubblica – continua la Prof.ssa Tosi - in cui il figlio del carbonaio siede vicino al figlio dell'avvocato ed è necessario che si stimino reciprocamente per costruire la nuova Italia e "fare gli Italiani". Quello italiano è un progetto, o un sogno,  interclassista. Un concetto impensabile nell’ Inghilterra vittoriana, dove le school stories sono ambientate nei collegi d'élite che formeranno i futuri governanti e ufficiali coloniali dell'impero britannico».

La storia dei rapporti anglo-italiani nella ‘children's list’ è anche una storia di incomprensioni. Scrive Nazareno Padellaro nel convegno nazionale per la letteratura infantile e giovanile di Roma:  "Reputo dannoso, dal punto di vista formativo, metter tra le mani dei nostri fanciulli traduzioni e riduzioni di libri stranieri, perchè essi ... disorientano, talvolta irreparabilmente, sovrapponendo fantasmi e sentimenti che si agglutinano in abiti mentali di altre razze. .... . Corre famoso per il mondo il libro intitolato Alice nel paese delle meraviglie di Carroll. L’atmosfera d’incubo che grava sulla vicenda finisce col deformare quel senso plastico delle cose e quindi quel giudizio obiettivo di esse, che è il dono innato di tutti gli Italiani".

L’ultimo paper del convegno tratterà dell'umorismo in Roald Dahl e Gianni Rodari, due autori dalla fama e dalle caratteristiche diverse: il senso dell'umorismo è legato alle peculiarità di ciascuna nazione, al senso della lingua, dei rapporti sociali, della storia. Eppure l'umorismo di Dahl ha avuto tanta presa sui bambini italiani, mentre le poche traduzioni di Rodari sono ormai introvabili nel mondo anglosassone.

Testo da Ufficio Comunicazione Università Ca' Foscari Venezia

L’Università Ca’ Foscari a Venezia, foto di Stefano Remo, daWikipediaCC BY-SA 3.0.


Ecco Sparsar, il software che declama i sonetti di Shakespeare

ECCO SPARSAR, IL SOFTWARE CHE DECLAMA

I SONETTI DI SHAKESPEARE

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Innovazione per l’analisi letteraria, risultati pubblicati su Linguistics and Literary Studies e evento pubblico alla Biblioteca Marciana il 12 maggio

VENEZIA – Tra le tante performance che celebreranno i 400 anni dalla morte di William Shakespeare in tutto il mondo, Venezia ricorderà anche quella di un software. Si chiama Sparsar ed è stato programmato nel Computational Linguistics Laboratory dell’Università Ca’ Foscari Venezia. Si esibirà presto di fronte ad alcuni tra i più importanti linguisti e studiosi italiani di letteratura inglese, ai quali declamerà, con espressione e pronuncia vicini all’originale d’epoca, i sonetti shakespeariani 20 e 66.

La recitazione, però, non è la sua principale ambizione. Quello che conta e che appassiona i linguisti, infatti, è l’analisi ricca e minuziosa che la tecnologia permette di fare. “I sonetti sono stati studiati ormai per secoli dai critici letterari – spiega Rodolfo Delmonte, creatore di Sparsar e direttore del laboratorio al Dipartimento di Studi linguistici e culturali comparati – ma solo recentemente e grazie ai computer hanno iniziato a comparire analisi quantitative su fonetica e fonologia, ritmo e metrica, semantica e relazioni pragmatiche nel componimento. Il computer ci permette di fare un’analisi linguistica approfondita e di avanzare nuove ipotesi interpretative basate sui dati”.
Il System for Poetry Analysis and Reading, in breve Sparsar, ha esordito esercitandosi sulle poesie di Sylvia Plath. La sfida sulle poesie di Shakespeare è recente: Delmonte ne ha appena pubblicato i risultati sulla rivista internazionale Linguistics and Literary Studies, dimostrando come le sensazioni comunicate dalla lirica siano strettamente correlate ai suoni utilizzati dall’autore, oltre che dal loro significato. L’analisi è stata condotta da Sparsar su tutti i 154 sonetti.
Ora in gioco c’è la pronuncia originale, vicina all’early modern English secentesco, che aggiunge variabilità e complessità al lavoro di programmazione di Sparsar. Basti pensare che nei sonetti ci sono 821 contrazioni imprevedibili, da rendere pronunciabili dal programma tenendo anche conto del ritmo del verso. La recitazione in inglese elisabettiano è un nuovo traguardo di Sparsar che Delmonte presenterà al prossimo congresso della Società di linguistica italiana.
Online è possibile ascoltare i sonetti 20 e 66 letti dalle voci di Sparsar (Alex per l'inglese moderno e Daniel e Fiona per quello antico) e confrontarle con la recitazione del software text-to-speach in dotazione sui dispositivi Apple (indicato come voce raw).
Nel frattempo, il debutto pubblico veneziano: il 12 maggio alle 16 alla Biblioteca Marciana Sparsar sarà protagonista nell’evento “Omaggio a Shakespeare. Poesia, musica e computer”, ideato dal compositore veneziano Claudio Ambrosini. “La chiave sarà la mescolanza tra antico e ultramoderno – anticipa Delmonte – quindi madrigali elisabettiani saranno alternati alla musica di Ambrosini. Il computer leggerà i sonetti 20 e 66 utilizzando due voci: una britannica con la pronuncia il più possibile vicina a quella antica e l’altra americana moderna”.
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Sparsar, il software che declama i sonetti di Shakespeare

Ecco Sparsar, il software che declama i sonetti di Shakespeare

Tra le tante performance che celebreranno i 400 anni dalla morte di William Shakespeare in tutto il mondo, Venezia ricorderà anche quella di un software.

Si chiama Sparsar ed è stato programmato nel Computational Linguistics Laboratory di Ca’ Foscari. Si esibirà presto di fronte ad alcuni tra i più importanti linguisti e studiosi italiani di letteratura inglese, ai quali declamerà, con espressione e pronuncia vicini all’originale d’epoca, i sonetti shakespeariani 20 e 66.
La recitazione, però, non è la sua principale ambizione. Quello che conta e che appassiona i linguisti, infatti, è l’analisi ricca e minuziosa che la tecnologia permette di fare. “I sonetti sono stati studiati ormai per secoli dai critici letterari – spiega Rodolfo Delmonte, creatore di Sparsar e direttore del laboratorio al Dipartimento di Studi linguistici e culturali comparati – ma solo recentemente e grazie ai computer hanno iniziato a comparire analisi quantitative su fonetica e fonologia, ritmo e metrica, semantica e relazioni pragmatiche nel componimento. Il computer ci permette di fare un’analisi linguistica approfondita e di avanzare nuove ipotesi interpretative basate sui dati”.
Il System for Poetry Analysis and Reading, in breve Sparsar, ha esordito esercitandosi sulle poesie di Sylvia Plath. La sfida sulle poesie di Shakespeare è recente: Delmonte ne ha appena pubblicato i risultati sulla rivista internazionale Linguistics and Literary Studies, dimostrando come le sensazioni comunicate dalla lirica siano strettamente correlate ai suoni utilizzati dall’autore, oltre che dal loro significato. L’analisi è stata condotta da Sparsar su tutti i 154 sonetti.
Ora in gioco c’è la pronuncia originale, vicina all’early modern English secentesco, che aggiunge variabilità e complessità al lavoro di programmazione di Sparsar. Basti pensare che nei sonetti ci sono 821 contrazioni imprevedibili, da rendere pronunciabili dal programma tenendo anche conto del ritmo del verso. La recitazione in inglese elisabettiano è un nuovo traguardo di Sparsar che Delmonte presenterà al prossimo congresso della Società di linguistica italiana.
Nel frattempo, il debutto pubblico veneziano: il 12 maggio alle 16 alla Biblioteca Marciana Sparsar sarà protagonista nell’evento “Omaggio a Shakespeare. Poesia, musica e computer”, ideato dal compositore veneziano Claudio Ambrosini. “La chiave sarà la mescolanza tra antico e ultramoderno – anticipa Delmonte – quindi madrigali elisabettiani saranno alternati alla musica di Ambrosini. Il computer leggerà i sonetti 20 e 66 utilizzando due voci: una britannica con la pronuncia il più possibile vicina a quella antica e l’altra americana moderna”.
Enrico Costa
Testo dall'Università Ca' Foscari - Venezia
Il Ritratto di Chandos, attualmente alla National Portrait Gallery di Londra, artista e autenticità non confermati (potrebbe trattarsi del pittore chiamato John Taylor, membro importante della Painter-Stainers’ Company.[1]Official gallery link), da WikipediaPubblico Dominio, caricata da GianniG46.