Dal 1759, sulla scia di Samuel Johnson, autore del romanzo “orientale” Rasselas, si assiste a un proliferare della narrativa di stampo esotico, ovviamente modellata in futuro con la sensibility e l’estetica gotica. Il romanzo vede come protagonista un principe d’Abissinia ed è ambientato in un’Africa fuori dal tempo, che ospita le avventure di questo principe etiope, alla ricerca di una risposta alla domanda “Che cosa è la felicità?” Il romanzo dagli intenti edificanti e moraleggianti è un racconto filosofico che spoglia, utilizzando la satira, la società inglese dei suoi costumi perbenisti, andando alla ricerca della nuda verità di una vita semplice.

Ben presto il gusto per l’Oriente misterioso si accentuò, perdendo le connotazioni filosofiche e satiriche per riacquistare (o scoprire) quel sense of wonder che caratterizza il volume presentato oggi. Nello stesso anno, il 1785, Horace Walpole e Clara Reeve pubblicarono rispettivamente I racconti geroglifici e La storia di Charoba, regina d’Egitto. Interessante notare come i due scrittori si interessarono all’Egitto misterioso e magico ancor prima che la stele di Rosetta venisse scoperta e tradotta (ovvero tra il 1799- 1801): un avvenimento che fece divampare gli interessi anglo-francesi e accese una “corsa all’oro” per la terra delle piramidi.

Vathek William Beckford
La copertina del Vathek di William Beckford nell’edizione della collana SKIRA GOTICA, con traduzione di Aldo Camerino e Ruggero Savinio

I due autori, popolari per i già citati romanzi gotici, sviluppano un profondo interesse per l’Oriente esoterico, soprattutto Walpole (che probabilmente lesse il trattato ermetico di Orapollo sui geroglifici). L’Egitto è una terra tanto conosciuta quanto ricca di misteri, culla di una civiltà millenaria che conobbe il dominio persiano, macedone, romano e poi arabo. Il fascino primordiale e primitivo risvegliò una sensazione indefinibile, ma naturalmente congenita nell’essere umano: Walpole la chiamerà wildness. Le terre egiziane evocano la ferocia, un incontrollabile istinto animale e allo stesso tempo la genuinità che seduce l’uomo occidentale, fin troppo inglobato in una prigione burocratica e illuminata. Forse in Oriente c’è una luce diversa, un bagliore che mette in risalto le ombre di antichi dei e segreti sepolti dalle sabbie.

Non sorprende come gli stessi autori che per primi scrissero romanzi gotici ricercassero in Oriente la trasgressione, il sublime e la rottura con il reale che già avevano descritto nel Castello di Otranto e nel Vecchio Barone inglese. L’Oriente ha un’immensa tradizione narrativa, orale e non legata implicitamente al corpus delle Mille e una Notte, che libera la fantasia e l’immaginazione degli scrittori inglesi. Il gotico e l’Oriente non sono mai stati così vicini, perché entrambi sono i palcoscenici dove si esibiscono i protagonisti del soprannaturale. E all’unisono con lo spirito romantico c’è l’attacco al mondo neoclassico di Horace Walpole: «Leggi Sindbad e troverai Enea mortalmente noioso».

William Thomas Beckford in un dipinto di Sir Joshua Reynolds, olio su tela (1782) alla National Portrait Gallery (NPG 5340). Immagine in pubblico dominio

Ci pensò definitivamente William Beckford ad unire il genere gotico al racconto orientale. Infatti, tra il 1785 e il 1786, ispirato probabilmente dalle letture di Walpole e Reeve, scriverà il Vathek, una delle opere più singolari della letteratura inglese. Istrionica figura, del tutto simile al Trimalcione di Petronio, Beckford coltivò fin da giovanissimo l’amore per l’Oriente, leggendo Le Mille e una notte e dipingendo scene esotiche. I familiari, disperati dagli atteggiamenti del proprio pupillo, che si mostrava assetato di avventura e estremamente curioso, pregarono i tutori del ragazzo di proibire la lettura delle novelle arabe. Il “danno” ormai era fatto e tutte le scene erotiche, selvagge e meravigliose delle storie di Sindbad o dei Jinn e dei ghul erano annidate dentro il suo animo. La carriera politica a cui era predestinato non sarebbe mai sopraggiunta.

Beckford stesso ci racconta che scrisse il Vathek in tre giorni e due notti, ispirato dalle feste in maschera che lui organizzava a Fonthill House. Le famosissime feste a casa Beckford hanno sicuramente lasciato il segno. Aiutato da scenografi, esperti di luci e effetti speciali, trasformò la vetusta residenza familiare in un complesso sfarzoso orientale, ispirato alla complessità labirintica delle Mille e una notte. In seguito rase al suolo Fonthill House per ricostruirci sopra Fonthill Abbey, un edificio ispirato all’arte gotica con pittoreschi inserti orientali. Infatti fu soprannominato il “Califfo di Fonthill”.

Esiliato dall’Inghilterra per anni – con le accuse di sodomia, incesto e depravazione – Beckford scrisse numerosi resoconti di viaggio e altre opere singolari, ma che furono sempre oscurate dal successo di Vathek. Il protagonista eponimo del romanzo è un principe abbaside, cresciuto tra le braccia della perfida madre, la strega Carathis.

Vathek William Thomas Beckford
Incisione di Isaac Taylor, sulla base di un disegno di Isaac Taylor junior, dalla terza edizione del Vathek di William Thomas Beckford, Londra (1816)

Di seguito, la trama con la conclusione del romanzo e alcune considerazioni finali.

Personaggio edonistico, vanesio e dedito a soddisfare i propri piaceri, Vathek cederà alla tentazione di soddisfare l’oscura richiesta di un misterioso giaour (cioè un infedele) indiano. In cambio delle ricchezze appartenute ai re preadamitici, il principe dovrà massacrare cinquanta bambini. Dopo aver compiuto l’infanticidio, Vathek si dirige verso la sede del tesoro, ovvero la mitica città d’Istakhar. Durante il viaggio, il principe abbaside seduce e “rapisce” la figlia dell’emiro Frakeddin, Nuronihar. I due amanti raggiungono insieme Istakhar e scoprono la sala del tesoro dei re preumani, nascosta sottoterra. La sala invece è occupata da esseri moribondi, simili a zombie, che arrancano senza meta. Al loro cospetto appare Iblis, che condanna i nuovi arrivati alla stessa sorte degli altri sciagurati.

Romanzo bizzarro ed estroso, dove il grottesco si fonde con l’erotismo e l’Oriente con il soprannaturale, il Vathek ha notevoli spunti autobiografici, che rispecchiano la vita dissoluta ma non semplice di William Beckford, genio incompreso e demonizzato dagli stessi familiari. Il principe arabo è l’alter ego dell’Autore stesso, che per lascivia e cultura non è così distante dal Dorian Gray di Oscar Wilde.

Ci sono anche corrispondenze architettoniche e estetiche tra Fonthill House/Abbey e i luoghi occulti visitati da Vathek. Beckford si documenta e trae ispirazione dall’edizione francese delle Mille e una notte e dalla Bibliothèque orientale, entrambe opere di Galland. Le contaminazioni culturali affondano ulteriormente nei racconti pseudo-orientali di altri autori inglesi, nei romanzi d’avventura, e nei classici della letteratura inglese come il Paradise Lost di Milton.

L’orientalismo e il gotico in Vathek hanno il potere catartico di redimere la letteratura settecentesca, fin troppo ancorata al passato greco e romano, e far sprigionare nel mondo reale il fantastico. Beckford cerca di riempire il “vuoto” classicheggiante con la potenza vitale dell’Oriente e del Sublime gotico-romantico.

Foto di Alexas_Fotos da Pixabay

Bibliografia di riferimento:
Cristiano Saccoccia, Il Crocevia dei Mondi, orientalismo e esotismo nella letteratura fantastica, Italian Sword & Sorcery Books, Casale Monferrato, 2019.

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.