Piramide a gradoni di Djoser

La Piramide di Djoser ritorna dopo 14 anni di restauro

Dopo circa 14 anni di restauro, da alcune settimane è stata restituita alla collettività la più antica piramide dell’Egitto: la Piramide a gradoni di Djoser, Saqqara, patrimonio UNESCO iscritto come parte della Necropoli di Menfi.

Costruita circa 4700 anni fa da Imhotep, visir e ‘architetto’ incaricato di progettare una struttura funeraria per la sepoltura del sovrano della III dinastia Djoser, indicato come il fondatore dell’Antico Regno, la struttura è alta circa 60 metri ed è composta da sei livelli di gradoni accatastati in pietra calcarea che si elevano su una tomba rettangolare, a sua volta profonda 28 metri e larga 7.

Piramide a gradoni di Djoser

La struttura, inoltre, custodisce al suo interno innovazioni architettoniche realizzate per la prima volta come colonne, capitelli a foglie pendule e grandi padiglioni cerimoniali.

Piramide a gradoni di Djoser

Piramide a gradoni di DjoserPrima piramide costruita in pietra e antenata delle note piramidi di Giza, da tempo riportava danni strutturali causati per lo più da alte temperature e dall’azione del vento del deserto; gli interventi di restauro erano cominciati nel 2006, ma subirono un arresto tra il 2011 ed il 2013 per via della rivoluzione che portò alla caduta di Mubarak. Ripresi intorno alla fine del 2013, i lavori di restauro si sono protratti per altri sette anni, per una spesa complessiva di circa 6.6 milioni di dollari, ed hanno interessato l’intero complesso funerario, dalla facciata esterna della struttura ai corridoi interni che conducono alla camera funeraria, passando per il sarcofago in pietra e le scalinate dei due ingressi.

Tuttavia, la novità più importante è la musealizzazione di parte dei tunnel sotterranei, a partire dall’ingresso sul lato nord per finire al grande pozzo funerario profondo 28 metri, passando per le cosiddette “stanze blu”, un tempo foderate di piastrelle in faience turchese che oggi possono essere ammirate al vicino Imhotep Museum.

All'inaugurazione hanno preso parte il premier egiziano Mostafa Madbouly e il ministro del Turismo e delle Antichità, Khaled El-Enany. "Siamo orgogliosi che le piramidi siano parte della memoria storica dell'Egitto - ha detto il premier -, ma allo stesso tempo siamo consapevoli che si tratti di un patrimonio mondiale, che ci impegneremo a salvaguardare".

Davvero un peccato non poter essere nelle condizioni di fruire proprio ora della Piramide a gradoni di Djoser e dei suoi sotterranei, dopo tutti questi anni di restauro. Non ci resta che goderne virtualmente, con video e immagini pubblicati al momento dell'annuncio e nei giorni successivi.

Fonti: UNESCO; The Step Pyramid Complex of Djoser; DjedMedu; Storica National Geographic; The Guardian; Repubblica.it; Ary NewsEgypt Independent.

Foto 1, 2 dal Ministero del Turismo e delle Antichità dell'Egitto.


Vathek: il gioiello orientale del gotico inglese

Dal 1759, sulla scia di Samuel Johnson, autore del romanzo "orientale" Rasselas, si assiste a un proliferare della narrativa di stampo esotico, ovviamente modellata in futuro con la sensibility e l'estetica gotica. Il romanzo vede come protagonista un principe d'Abissinia ed è ambientato in un'Africa fuori dal tempo, che ospita le avventure di questo principe etiope, alla ricerca di una risposta alla domanda "Che cosa è la felicità?" Il romanzo dagli intenti edificanti e moraleggianti è un racconto filosofico che spoglia, utilizzando la satira, la società inglese dei suoi costumi perbenisti, andando alla ricerca della nuda verità di una vita semplice.

Ben presto il gusto per l'Oriente misterioso si accentuò, perdendo le connotazioni filosofiche e satiriche per riacquistare (o scoprire) quel sense of wonder che caratterizza il volume presentato oggi. Nello stesso anno, il 1785, Horace Walpole e Clara Reeve pubblicarono rispettivamente I racconti geroglifici e La storia di Charoba, regina d'Egitto. Interessante notare come i due scrittori si interessarono all'Egitto misterioso e magico ancor prima che la stele di Rosetta venisse scoperta e tradotta (ovvero tra il 1799- 1801): un avvenimento che fece divampare gli interessi anglo-francesi e accese una "corsa all'oro" per la terra delle piramidi.

Vathek William Beckford
La copertina del Vathek di William Beckford nell'edizione della collana SKIRA GOTICA, con traduzione di Aldo Camerino e Ruggero Savinio

I due autori, popolari per i già citati romanzi gotici, sviluppano un profondo interesse per l'Oriente esoterico, soprattutto Walpole (che probabilmente lesse il trattato ermetico di Orapollo sui geroglifici). L'Egitto è una terra tanto conosciuta quanto ricca di misteri, culla di una civiltà millenaria che conobbe il dominio persiano, macedone, romano e poi arabo. Il fascino primordiale e primitivo risvegliò una sensazione indefinibile, ma naturalmente congenita nell'essere umano: Walpole la chiamerà wildness. Le terre egiziane evocano la ferocia, un incontrollabile istinto animale e allo stesso tempo la genuinità che seduce l'uomo occidentale, fin troppo inglobato in una prigione burocratica e illuminata. Forse in Oriente c'è una luce diversa, un bagliore che mette in risalto le ombre di antichi dei e segreti sepolti dalle sabbie.

Non sorprende come gli stessi autori che per primi scrissero romanzi gotici ricercassero in Oriente la trasgressione, il sublime e la rottura con il reale che già avevano descritto nel Castello di Otranto e nel Vecchio Barone inglese. L'Oriente ha un'immensa tradizione narrativa, orale e non legata implicitamente al corpus delle Mille e una Notte, che libera la fantasia e l'immaginazione degli scrittori inglesi. Il gotico e l'Oriente non sono mai stati così vicini, perché entrambi sono i palcoscenici dove si esibiscono i protagonisti del soprannaturale. E all'unisono con lo spirito romantico c'è l'attacco al mondo neoclassico di Horace Walpole: «Leggi Sindbad e troverai Enea mortalmente noioso».

William Thomas Beckford in un dipinto di Sir Joshua Reynolds, olio su tela (1782) alla National Portrait Gallery (NPG 5340). Immagine in pubblico dominio

Ci pensò definitivamente William Beckford ad unire il genere gotico al racconto orientale. Infatti, tra il 1785 e il 1786, ispirato probabilmente dalle letture di Walpole e Reeve, scriverà il Vathek, una delle opere più singolari della letteratura inglese. Istrionica figura, del tutto simile al Trimalcione di Petronio, Beckford coltivò fin da giovanissimo l'amore per l'Oriente, leggendo Le Mille e una notte e dipingendo scene esotiche. I familiari, disperati dagli atteggiamenti del proprio pupillo, che si mostrava assetato di avventura e estremamente curioso, pregarono i tutori del ragazzo di proibire la lettura delle novelle arabe. Il "danno" ormai era fatto e tutte le scene erotiche, selvagge e meravigliose delle storie di Sindbad o dei Jinn e dei ghul erano annidate dentro il suo animo. La carriera politica a cui era predestinato non sarebbe mai sopraggiunta.

Beckford stesso ci racconta che scrisse il Vathek in tre giorni e due notti, ispirato dalle feste in maschera che lui organizzava a Fonthill House. Le famosissime feste a casa Beckford hanno sicuramente lasciato il segno. Aiutato da scenografi, esperti di luci e effetti speciali, trasformò la vetusta residenza familiare in un complesso sfarzoso orientale, ispirato alla complessità labirintica delle Mille e una notte. In seguito rase al suolo Fonthill House per ricostruirci sopra Fonthill Abbey, un edificio ispirato all'arte gotica con pittoreschi inserti orientali. Infatti fu soprannominato il "Califfo di Fonthill".

Esiliato dall'Inghilterra per anni - con le accuse di sodomia, incesto e depravazione - Beckford scrisse numerosi resoconti di viaggio e altre opere singolari, ma che furono sempre oscurate dal successo di Vathek. Il protagonista eponimo del romanzo è un principe abbaside, cresciuto tra le braccia della perfida madre, la strega Carathis.

Vathek William Thomas Beckford
Incisione di Isaac Taylor, sulla base di un disegno di Isaac Taylor junior, dalla terza edizione del Vathek di William Thomas Beckford, Londra (1816)

Di seguito, la trama con la conclusione del romanzo e alcune considerazioni finali.

Leggere di più


“L’Egitto di Belzoni”: in mostra a Padova il "forzuto" agli albori dell'egittologia

Gli inizi dell'archeologia in generale e dell'egittologia in particolare, al di là della curiosità, a volte morbosa, che le rovine scatenarono nell'antichità e nel Medioevo, avvenne tra la fine del XVIII secolo e la prima metà del XIX secolo, essendo  da una serie di nomi che anche per "i non addetti ai lavori" sono già quasi familiari: Jean-François Champollion o Karl Richard Lepsius; altri sarebbero William Flinders Petrie, Bernardino Drovetti, Henry Salt, John Gardner Wilkinson, Amelia Edwards, Ippolito Rosellini… Però probabilmente il più importante di tutti fu Giovanni Battista Belzoni.

​Belzoni, nativo di Padova, allora facente parte alla Repubblica di Venezia, nacque nel 1778. Aveva non meno di tredici fratelli e, poiché suo padre era un barbiere modesto in perenne lotta per la sopravvivenza di una famiglia tanto numerosa, un adolescente Giovanni fu inviato a Roma, la città da cui proveniva la sua famiglia paterna (che era anche in migliori condizioni economiche), per guadagnarsi da vivere. Tuttavia, la sua idea era un'altra: aveva una profonda vocazione religiosa che lo spingeva a prendere in considerazione di entrare in un monastero. Pensate a come sarebbe avrebbe cambiato il suo futuro - e quello dell'egittologia - se avesse esaudito questo desiderio. Tuttavia, si verificò un evento imprevisto: nel 1798 le truppe francesi occuparono la città, revocarono l'autorità del Papa e proclamarono la Repubblica Romana; sembra che Belzoni avesse preso parte ad qualche intrigo e che, minacciato di essere imprigionato, decise di fuggire il più lontano possibile. ​
Ritratto di Giovanni Belzoni ad opera di Jan Adam Kruseman (1824)(Artdaily.com), conservato al Fitzwilliam Museum, pubblico dominio

Così, nel 1800 cercò di ricominciare daccapo e si trasferì nei Paesi Bassi, esercitando l'ufficio imparato da suo padre. Questa nuova vita non durò però non a lungo; dopo tutto, Napoleone aveva trasformato quel territorio nella Repubblica Batava e il pericolo di essere riconosciuto e detenuto era sempre presente, anche nel caso in cui fosse riuscito a passare inosservato (grazie al suo aspetto settentrionale e ai capelli rossi). Tre anni dopo si trasferì in Inghilterra. E fu in quel Paese che incontrò sua moglie, Sara Bane, l'artefice del totale cambiamento della vita del giovane Belzoni. Sara era uno spirito irrequieto e convinse il suo futuro marito - si sarebbero sposati nel 1813 - a unirsi a un circo itinerante con cui giravano il paese.​
Belzoni superava i due metri e aveva una costituzione robusta, che avrebbe fatto invidia ai migliori influencer e body builder di Instagram. Il suo contributo al mondo circense consisteva in dimostrazioni di forza - era il classico "forzuto" - finché non andò ad esibirsi all'Astley's Anphitheatre, un prestigioso circo permanente situato nel quartiere londinese di Lambeth. Lì si interessò ad altre sfaccettature di quel mondo, come la cosiddetta "fantasmagoria" (una sorta di spettacolo spaventoso, basato sulla proiezione di immagini terrificanti: scheletri, fantasmi, demoni...) con una lanterna magica. Il nostro connazionale si interessò così tanto a questa forma di proiezione che iniziò a studiare ingegneria meccanica - qualcosa che era già iniziato durante il suo soggiorno a Roma - progettando ingegnosità idrauliche che applicò anche nelle esibizioni circensi di Covent Garden. Tutto ciò gli sarebbe stato parecchio utile in futuro. ​
Nel 1812 lasciò l'Inghilterra per un tour europeo. Visitò la Spagna, l'Olanda, il Portogallo e Malta, non perdendo mai l'occasione (da bravo italiano) di vendere il progetto per una ruota panoramica totalmente idraulica che aveva concepito. Questo è esattamente ciò che gli ha permise di mettersi in contatto con un diplomatico egiziano, Ismael Gibraltar, interessato ad al progetto dato che il pascià d'Egitto, Mehmet Ali, stava perseguendo una politica di modernizzazione e voleva espandere le aree in crescita. Così Belzoni visitò per la prima volta il paese dei faraoni e, anche se l'esperienza non fu così soddisfacente come si aspettava - dato che alla fine il pascià respinse l'invenzione - lui decise di rimanere.​
Giovane Memnone Ramesse II
Il "Giovane Memnone", in realtà Ramesse II, statua in granito (1270 circa a. C.), conservata al British Museum. Foto di Nina Aldin Thune, CC BY-SA 3.0

Durante questo periodo progettò nuove cose ingegnose, questa volta destinate a facilitare il trasporto di grandi blocchi di pietra, poiché era consuetudine rimuoverli dagli antichi monumenti, per riutilizzarli in edifici moderni. Inoltre, attraverso lo storico svizzero Jacob Burckhardt, che era in visita in Egitto (e con il quale strinse amicizia) poté mettersi in contatto anche con Henry Salt, il console britannico. Costui gli assegnò una missione: andare a Tebe per prendere l'enorme busto di Ramses II (che all'epoca tutti chiamavamo Giovane Memnone per errore, ma questa è un'altra storia...) che decorava il tempio di quest'ultimo, il Ramesseum, e trasferirlo al British Museum, così come autorizzato da una firma (ordine) del pascià. La "statuetta" pesava sette tonnellate e Belzoni dovette attingere a tutte le sue conoscenze e trucchi circensi per poterla spostare; ci riuscí sollevandola per mezzo di leve e rulli, proprio come, molto probabilmente, era stato fatto nell'antico Egitto. Fu un duro lavoro che lo tenne occupato per diciassette lunghi giorni e con più di centotrenta uomini, finché raggiunse il fiume, dove imbarcarono il "piccolo" reperto.​
Il successo di questa impresa gli aprì la porte ad altre commissioni analoghe, quasi tutte dovendo superare difficoltà complesse. Ad esempio, un obelisco che stava trasportando in barca fino ad Alessandria si inabissò nelle acque del Nilo e dovette salvarlo costruendo una sorta di ponteggio acquatico.​
Giovanni Battista Belzoni
Giovanni Battista Belzoni, come da raffigurazione nel suo libro Narrative of the Operations and Recent Discoveries Within the Pyramids, Temples, Tombs and Excavations in Egypt and Nubia and of a Journey to the Coast of the Red Sea, in search of the ancient Berenice; and another to the Oasis of Jupiter Ammon, Londra, John Murray, 1820

Nel 1815 accompagnò William Beechey, il segretario di Salt, in un viaggio ad Abu Simbel per vedere come potevano scavare i templi scavati nella roccia, scoperti da Jacob Burckhardt un paio di anni prima. Questi ultimi erano coperti da migliaia di tonnellate di sabbia, che rendevano impossibile l'accesso al loro interno. Il nostro Belzoni dovette dimettersi, deluso, ma tornò nel 1817, accompagnato dalla moglie che colse l'occasione per lasciare testimonianze scritte della vita delle donne egiziane. Questa volta, con tanto sforzo e pazienza, Belzoni riuscì a rimuovere abbastanza sabbia da scoprire parzialmente l'ingresso, di modo da poter entrare in cerca di pezzi per collezionisti. Non trovò quasi nulla ed è per questo che i templi, sia quelli di Ramses II che di Nefertari, ricaddero nell'oblio per qualche altro anno. ​
Nello stesso anno, Belzoni scavò nella Valle dei Re, dove scoprì - tra le altre cose - le tombe dei faraoni Ay e Ramesse I, e dissoterrò tutti gli oggetti per venderli (sigh). So che adesso griderete tutti allo scandalo, ma questo atteggiamento non dovrebbe sorprendere, poiché in quella prima metà del XIX secolo l'archeologia era, fondamentalmente, una raccolta di pezzi e reperti per i collezionisti e lo spoglio era visto come normale per il bene della scienza che, naturalmente, aveva sede in Europa occidentale. Ecco perché Belzoni non esitò a portare via le cose senza il loro contesto e non esitò neanche a far saltare in aria i coperchi dei sarcofago (con la dinamite) in cerca di gioielli.​
Il nostro forzuto connazionale era una miscela tra l'avventuriero e il collezionista, ma fu anche grazie al suo lavoro che l'egittologia ha cominciato a prendere forma. ​
Dal momento che scoprì anche la tomba di Seti I (che fu battezzata la Tomba di Belzoni perché, non avendo ancora tradotto Champollion la scrittura geroglifica, non si sapeva a chi apparteneva), studiò i templi di File, di Edfu e di Elefantina, ed effettuò scavi in Karnak.​

Giovanni Battista Belzoni
La firma di Giovanni Battista Belzoni all'interno della piramide di Chefren. Foto di Jon Bodsworth (www.egyptarchive.co.uk), Copyrighted free use
Nel 1818, dopo un viaggio in Terra Santa (accompagnato dalla moglie Sara), dedicò la sua attenzione alle piramidi di Giza, convinto che - contrariamente alla visione dei suoi compagni - avrebbe trovato le cose di interesse proprio al loro interno. Divenne così il primo ad entrare in quella di Chefren (dove lasciò un'enorme iscrizione col carbone che diceva "Scoperta da G. Belzoni 2 mar. 1818"). Fu anche il primo a visitare El-Wahat el-Bahariya, un'oasi nel mezzo del deserto che Alessandro Magno avrebbe superato sulla strada per Siwa (in realtà, vi costruí solo un tempio lì), e nell'indagare le rovine del porto Berenice sul Mar Rosso (costruito da Tolomeo II). ​
A questo punto Belzoni e sua moglie erano stati in Egitto per sei anni e per un totale di ben venti anni fuori dall'Inghilterra: decisero così di farvi ritorno. Lo fecero nell'autunno del 1819 e - ça va sans dire - portandosi dietro il sarcofago di Seti I come bagaglio a mano.​

Giovanni Battista Belzoni
Giovanni Battista Belzoni è raffigurato in un medaglione a Palazzo della Ragione, opera di Rinaldo Rinaldi (1793-1873), foto di Colin Rose

 

Se tutto questo che avete letto e scoperto vi ha interessato, allora vi consiglio vivamente di fare un salto alla mostra “L’Egitto di Belzoni”, visitabile al Centro Culturale Altinate - San Gaetano di Padova fino al 28 Giugno 2020.​
La sua città natale gli rende omaggio con una una mostra che vuole raccontare una vita avventurosa e ricca di imprese. Il percorso espositivo alterna sistemi di visita tradizionali a momenti di grande impatto emotivo, grazie a tecnologie immersive, effetti multisensoriali ed enormi riproduzioni in scala reale. Gli ambienti storici, ricostruiti con la massima precisione, diventano spazi scenici che coinvolgono in spettacoli teatrali e in giochi d’acqua virtuali.​
Inoltre, da buon nerd quale sono, non posso che consigliarvi una lettura edita niente meno che da Sergio Bonelli Editore dal titolo "Il Grande Belzoni". Il talentuoso Walter Venturi ha ricreato magistralmente il mondo e la vita di Belzoni in forma di fumetto.​
Giovanni Battista Belzoni
Raffigurazione di Giovanni Battista Belzoni dal libro Viaggi in Egitto ed in Nubia, Tomo I, Livorno, 1827.

Cheope Khufu Hatnub Marmar cave alabastro travertino piramide piramidi Egitto

Come spostarono i blocchi di alabastro utilizzati durante il regno di Cheope?

Si sarebbe individuata la tecnica utilizzata per spostare dalle cave i massicci blocchi di pietra utilizzati poi nella costruzione di antichi edifici egiziani durante il regno del faraone Cheope, 4500 anni fa.

La missione anglo-francese al lavoro ad Hatnub, composta da membri dell'IFAO (Istituto francese d'archeologia orientale) e dell'Università di Liverpool, avrebbe infatti scoperto quale tecnica utilizzavano gli antichi egiziani per trasferire i blocchi di pietra dalla cava di Marmar, blocchi che venivano poi impiegati per la costruzione di edifici durante il regno del faraone Cheope (ellenizzazione del nome Khufu, anche noto come Khnum-Khufu, IV Dinastia).

Il segretario generale del Consiglio Superiore delle Antichità Egizie, dott. Mostafa Waziri, ha spiegato che la scoperta è stata effettuata mentre la missione effettuava un rilevamento topografico e studi sui rilievi e sulle oltre cento incisioni ritrovate ad Hatnub a partire dal 2012: queste ultime commemorano le spedizioni faraoniche alla cava, dall'Antico al Medio Regno. Hatnub è infatti il luogo dove si svolge il progetto epigrafico della missione congiunta anglo-francese. La scoperta deriverebbe dal tentativo di comprendere come le pietre fossero trasportate per realizzare statue ed altri manufatti durante il regno dei costruttori delle piramidi.

Il dottor Yannis Gourdon (IFAO), direttore (congiuntamente a Roland Enmarch dell'Università di Liverpool) della missione, ha spiegato come la stessa sia riuscita - dopo la rimozione dei detriti utilizzati per coprire la cava - a scoprire il sistema individuato per trascinare questi pesanti blocchi durante il regno del faraone Cheope. Si tratta di un sistema che non è stato scoperto in nessun altro luogo.

"Questo sistema si compone di una rampa centrale affiancata da due scalinate con numerosi buchi per l'inserimento di pali," ha spiegato, aggiungendo che gli egiziani erano così in grado di tirare i blocchi provenienti dalla cava su queste pendenze del 20% o più; si poneva ogni blocco su una slitta collegata ai pali tramite corde. Tirare la slitta sulla rampa sarebbe stato così molto più semplice.

Waziri ha sottolineato come la scoperta potrà cambiare la nostra comprensione della costruzione delle piramidi da parte degli Egizi.

Il dottor Roland Enmarch ha invece sottolineato come la missione stia lavorando a preservare le iscrizioni e a rilevare le strutture residenziali attorno alle cave, scoprendo pure quattro stele, una delle quali con una figura maschile ed altre tre con iscrizioni in ieratico in cattivo stato.

Il sito di Hatnub fu scoperto nel 1891 da Percy Newberry e Howard Carter: si tratta di una cava di travertino (alabastro calcareo od orientale) a circa 18 km a sud est di Tell el-Amarna. Attirò subito l'attenzione degli studiosi per le iscrizioni datate dall'Antico al Medio Regno.

Foto da Ministry of Antiquities.

Link: MOA; DjedMedu; Luxor Times, Live Science.


Risultati dalla prima campagna di misurazioni nella Piramide romboidale

26 Aprile 2016

#‎ScanPyramids‬ – Risultati dalla prima campagna di misurazioni nella Piramide romboidale

————————————————————————————————————

800px-Snefru's_Bent_Pyramid_in_Dahshur

Martedì 26 Aprile, il team di #ScanPyramids ha presentato al Ministro delle Antichità, dott. Khaled El-Enany, al precedente Ministro delle Antichità, dott. Mamdouh Eldamaty e ai membri della Commissione Permanente delle Antichità Egiziane i risultati della prima missione muografica effettuata sulla Piramide romboidale.
Il principio di questa nuova tecnologia innovativa: ottenere una radiografia interna del monumento grazie ai muoni, particelle cosmiche che sono sempre presenti e che piovono naturalmente sulla terra e che sono in grado di penetrare qualsiasi materiale, molto in profondità. Nel Decembre 2015 una squadra dall'Università di Nagoya (Giappone) ha installato nella camera più bassa della piramide un'attrezzatura consistente in 40 lastre, che coprono un'area totale di 3,5 m². Ogni lastra contiene due pellicole sensibili ai muoni. L'attrezzatura è stata recuperata nel Gennaio 2016 dopo 40 giorni di esposizione – corrispondenti alla vita massima delle emulsioni chimiche alle condizioni di temperatura e umidità all'interno della piramide. Queste pellicole sono state poi sviluppate in un laboratorio dedicato, installato al Gran Museo Egizio (Grand Egyptian Museum - GEM), e spedite all'Università di Nagoya per le analisi.

Da queste lastre, più di 10 milioni di tracce di muoni sono state ricostruite, con un risultato spettacolare: per la prima volta, la struttura interna di una piramide è stata rivelata con le particelle dei muoni. Le immagini ottenute mostrano davvero la seconda camera della piramide, collocata grossolanamente a 18 metri sotto la più bassa, nella quale le lastre ad emulsione sono state installate. Le statistiche disponibili dai 40 giorni di esposizione non sono ancora sufficienti a rivelare precisamente i corridoi conosciuti. Ad ogni modo, varie simulazioni sono state effettuate collocando in modo casuale, all'interno del campo visivo, un'ipotetica camera di dimensioni simili o più grande di quella superiore. In confronto ai risultati ottenuti dal team giapponese, queste simulazioni potrebbero convalidare il fatto che non c'è una camera aggiuntiva di questa dimensione nei dintorni.
Questa scoperta scientifica convalida il principio della muografia applicata alle piramidi egizie. La tecnica convalidata alla Piramide romboidale è ora programmata per l'utilizzo in altre piramidi del Vecchio Regno. Oltre alle pellicole ad emulsione chimica dall'Università di Nagoya, altre tipologie di strumenti elettronici saranno spiegate. Al contrario delle emulsioni, non hanno limiti nel tempo di esposizione, e permetteranno ulteriormente l'analisi in tempo reale.
------------------------------------------------------------------------------------
Le particelle di muoni raggiungono permanentemente la terra a una velocità vicina a quella della luce e un flusso di circa 10.000 al m² per minuto. Si originano dalle interazioni dei raggi cosmici, creati nell'Universo con gli atomi dell'atmosfera superiore. Similarmente ai raggi X che possono penetrare il nostro corpo e dare accesso all'imaging delle ossa, queste particelle elementari, anche chiamate “elettroni pesanti”, possono attraversare centinaia di metri di pietra prima di essere assorbite. Rilevatori giudiziosamente collocati (ad  esempio, all'interno di una piramide, al di sotto di una camera potenziale e ignota) possono allora registrare tracce di particelle e discernere cavità (che i muoni attraversano praticamente senza interazioni) da regioni più dense nelle quali i muoni sono assorbiti o deviati. La sfida di tale misurazioni consiste nel costruire rilevatori estremamente precisi e nell'accumulare abbastanza dati (durante diversi giorni o mesi) per aumentare il contrasto.La tecnica della muografia è oggi frequentemente utilizzata in vulcanologia, in particolare dai team di ricerca dell'Università di Nagoya. All'interno della missione ScanPyramid, tre tipologie di rilevatori sono state sviluppate. L'Università di Nagoya utilizza rilevatori chimici basati su pellicole ad emulsione con argento. Il KEK ha costruito un'apparecchiatura elettronica che opera con plastica sensitiva ai muoni e scintillante. Tali strumenti permettono in particolare l'imaging all'interno dei reattori nucleari a Fukushima. Riguardo i telescopi del CEA che si è unito alla missione il 15 di Aprile, sono fatti di rilevatori gassosi fondati su un mix di argo. Al contrario delle emulsioni chimiche, gli strumenti elettronici (plastica o gas) permettono un vero imaging in real time.-------------------------------------------------------------------------------------

La missione #ScanPyramids (www.scanpyramids.org) è stata lanciata il 25 Ottobre 2015 sotto l'autorità del Ministero Egizio delle Antichità ed è guidata dalla Facoltà di Ingegneria, dell'Università del Cairo, e dall'Istituto HIP (Heritage, Innovation and Preservation Institute - www.hip.institute) di Parigi. Questo progetto mira ad effettuare scansioni, lungo l'arco di un anno, di alcune piramidi egizie: Khufu, Khafre, quella romboidale e le Piramidi Rosse. #ScanPyramids combina diverse tecniche di scansione invasive e non distruttive al fine di rilevare la presenza di qualsiasi struttura interna e cavità all'interno di antichi monumenti, il che può condurre a una migliore comprensione della loro struttura e dei processi e delle tecniche di costruzione. Questa missione sta usando, oggi, la termografia all'infrarosso, la tomografia ai muoni e le tecniche di ricostruzione 3D.
Diverse istituzioni scientifiche internazionali sono parte di #ScanPyramids: l'Università di Nagoya (Giappone), il KEK (High Energy Accelerator Research Organization – Tsukuba – Giappone) e il CEA (Commissione Francese sulle Energie Alternative e l'Energia Atomica – Saclay - Francia) per le tecniche ai muoni e l'Università di Laval (Quebec – Canada) per la termografia all'infrarosso.

VIDEO
www.vimeo.com/hipinstitute/muons
PICTURES
On request
COPYRIGHT
All rights of the project and its outputs, including Video, Pictures, News, and all Electronic Outputs are reserved to the Egyptian Ministry of Antiquities, HIP Institute and the Faculty of Engineering (Cairo University).
CONTACTS
Site officiel : http://www.hip.institute
#ScanPyramids: http://www.scanpyramids.org
Twitter account: @HIP_i_

Link: Ministry of Antiquities – Egypt
Traduzione dal Ministero delle Antichità Egizie. © Ministry of Antiquities.
La piramide romboidale di Snefru a Dahshur, foto di Ivrienen (at English Wikipedia), da WikipediaCC BY 3.0.


Altre "Piramidi polacche" - nuove scoperte degli archeologi

29 Febbraio 2016

Altre "Piramidi polacche" - nuove scoperte degli archeologi

Una delle tombe scoperte insieme all'ALS vicino Dolice - nello stato attuale (foto di M. Szydłowski).
Una delle tombe scoperte con l'ALS vicino Dolice - nel suo stato attuale (foto di M. Szydłowski).
Più di una dozzina di tombe monumentali megalitiche, finora sconosciute, sono state scoperte vicino Dolice (Pomerania occidentale) dagli archeologi provenienti da Szczecin. Sono le cosiddette tombe di Kujawy, alle quali ci si riferisce spesso come alle "Piramidi polacche", a causa del loro carattere monumentale.
Queste strutture del terreno furono costruite nella forma di un triangolo allungato e circondato da enormi blocchi di pietra. L'ampiezza della base varia dai 6 ai 15 metri, e la lunghezza raggiunge i 150 m. Le strutture raggiungevano un'altezza di 3m. I tumuli solitamente contenevano sepolture singole. Le tombe furono erette da una comunità della Cultura del bicchiere imbutiforme, dal quinto al terzo millennio a. C. Secondo gli archeologi, le persone seppellite in queste tombe erano associate agli anziani della tribù e del clan.
La scoperta è stata effettuata nel quadro del programma di ricerca e conservazione riguardante le tombe megalitiche della Pomerania occidentale, portate avanti nel Dipartimento di Archeologia dell'Università di Szczecin dalla dott.ssa Agnieszka Matuszewska, in collaborazione con Marek Schiller da Dębno.
"Per la nostra analisi abbiamo utilizzato il progetto ISOK (Sistema nazionale computerizzato di protezione contro minacce straordinarie)" - ha spiegato la dott.ssa Matuszewska. - "Grazie al database che abbiamo creato e che aggiorniamo sistematicamente, è stato possibile selezionare i luoghi per collaudare quel metodo" - ha aggiunto.
Le analisi sono state rese possibili dal fatto che uno degli elementi ISOK è il Sistema informativo territoriale (Geographic Information System - GIS) per inserire, immagazzinare, elaborare e visualizzare dati geografici.
I dati condivisi possono essere utilizzati dalle istituzioni non coinvolte in questioni di sicurezza in caso di crisi. Le informazioni ottenute in questo modo sono particolarmente preziose per gli archeologi, per i quali lo studio delle aree boschive è particolarmente difficile - la procedura standard per localizzare i siti archeologici si fonda sui frammenti ceramici ed altri resti ritrovati sulla superficie terrestre.
Modello digitale del terreno, generato utilizzando i dati dalla scansione laser aerea (ALS), che mostra le tombe megalitiche nell'area di Dolice (preparato da M. Schiller).
Modello digitale del terreno, generato utilizzando i dati dalla scansione laser aerea (ALS), che mostra le tombe megalitiche nell'area di Dolice (preparato da M. Schiller).

Questi oggetti possono essere facilmente individuati sui campi arabili, ma nelle foreste la situazione è molto più difficile. Il modo più semplice è quello di cercare forme del terreno, ma prima dell'utilizzo della tecnologia ALS (airborne laser scanning, scansione laser aerea), che è pure utilizzata nell'ambito dell'ISOK, questo era virtualmente impossibile. La scansione permette di "rimuovere" gli alberi dall'immagine risultante e di visualizzare il solo terreno, il che è un enorme salto in avanti per i rilevamenti archeologici.
Dopo aver analizzato i dati dall'ISOK, gli archeologi hanno selezionato dei luoghi nell'area, che sospettavano essere strutture megalitiche. Il sistema ha effettivamente localizzato strutture note in precedenza, ma è pure riuscito a scoprirne diverse  che non erano in alcun elenco.
Modello digitale del terreno, generato utilizzando i dati dalla scansione laser aerea (ALS), che mostrano 4 tombe megalitiche nell'area di Płoszkowo (preparato da M. Schiller).
Modello digitale del terreno, generato utilizzando i dati dalla scansione laser aerea (ALS), che mostra 4 tombe megalitiche nell'area di Płoszkowo (preparato da M. Schiller).

"L'area vicino Dolice è indubbiamente la più interessante, abbiamo selezionato almeno una dozzina di potenziali tombe megalitiche. Nel corso della verifica sul campo abbiamo confermato chiaramente la presenza di 18 tombe megalitiche di tipo Kujawy, un numero molto più elevato di quello noto in precedenza dalla letteratura" - così la dott.ssa Matuszewska. Strutture simili sono state localizzate nella Foresta di Skronie vicino Kołobrzeg. Altre 4 tombe megalitiche sono state scoperte vicino Płoszkowo - qui gli archeologi hanno confermato i loro sospetti sul campo.
Le scoperte sono state effettuate utilizzando modelli digitali del terreno (DTM), una mappatura tridimensionale dell'area, preparata sulla base dell'ALS (scansione laser aerea). "Il potenziale di questa metodologia è enorme. Innanzitutto, ha permesso di localizzare con precisione oggetti megalitici noti in precedenza e, significativamente, di scoprire tombe completamente ignote in precedenza" - così la dott.ssa Matuszewska. - "È pure possibile verificare nel campo tutto, persino i reperti appena preservati. Di conseguenza, siamo stati in grado di identificarli e documentare il grado di distruzione. Questo è particolarmente importante, considerando l'aspetto della protezione e conservazione della aree forestali, in particolare la protezione di monumenti con le loro forme del paesaggio" - ha aggiunto.
Le strutture megalitiche in Polonia sono conservate solo nelle aree boschive, essendo sfuggite alla distruzione dovuta alle attività agricole. Le celeberrime "Piramidi polacche" possono essere viste a Sarnów e Wietrzychowice, dove la loro forma originaria è stata ricostruita seguendo la ricerca archeologica. Tutte le strutture di questo tipo sono parte di una tendenza in atto in tutta l'Europa a quel tempo (V-III millennio a. C.), quella di erigere grandi monumenti megalitici, il più famoso dei quali è il britannico Stonehenge.
 

Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.


#ScanPyramids: nella Piramide Romboidale di Snefru e in quella di Cheope

16 Dicembre 2015

Lastre Rilevatrici ai Muoni installate alla Piramide romboidale e calibrazione sensibilità alla Piramide di Cheope

———————————————————————————————————

12369019_444977365707413_6845193921435960648_n
Contesto
Sotto l'autorità del Ministero Egizio delle Antichità, la Facoltà di Ingegneria dell'Università del Cairo, e l'Istituto HIP (Heritage, Innovation and Preservation Institute) hanno lanciato, il 25 Ottobre scorso, il progetto ‪#‎ScanPyramids‬ (www.scanpyramids.org)che punta alla scansione, lungo il periodo di un anno, di alcune delle piramidi egizie: Cheope, Chefren, la Piramide romboidale e la Piramide Rossa. #ScanPyramids combina diverse tecniche di scansione non invasive e non distruttive, al fine di provare a rilevare la presenza di strutture interne sconosciute e cavità negli antichi monumenti, che potrebbero condurre a una migliore comprensione della loro struttura e di processi e tecniche costruttive loro relativi.
Le tecnologie utilizzate sono un mix di termografia infrarosso, radiografia ai muoni e ricostruzione 3D.(Cfr. http://www.scanpyramids.org/…/pre…/About_ScanPyramids-en.pdf )
 
Vale la pena menzionare che la prima fase del progetto di un breve rilevamento a termografia infrarosso è stata completata l'8 Novembre 2015 mentre i suoi risultati, e l'analisi tecnica delle sue scoperte saranno annunciati a Gennaio 2016.
Un rilevamento radiografico ai muoni è cominciato presso la Piramide romboidale a Dahshur
12390867_444977362374080_5776040601531980546_n
Seguendo una sessione di test a Novembre che ha permesso al team di #ScanPyramids di calibrare la sensibilità dei film a emulsione per i muoni all'ambiente locale all'interno della Piramide romboidale (temperatura e umidità), il dott. Kunihiro Morishima e il suo team dall'Università di Nagoya hanno appena completato l'installazione di lastre per il rilevamento a muoni nella camera inferiore della Piramide romboidale a Dahshur. Sono composte da 40 lastre “regolari” rappresentanti una superficie di 3m² contenenti 2 film a emulsione che sono sensibili ai muoni. Questi film a emulsione permetteranno il rilevamento dei vari tipi di muoni che penetrano naturalmente la piramide.

ScanPyramids in 2015... To be continued in 2016 from HIP Institute on Vimeo.
In parallelo a ciò, il team di #ScanPyramids ha pure installato un campione di lastre “regolari” nella Camera della Regina della Piramide di Cheope (come è stato fatto all'interno della Piramide romboidale). La completa installazione dei film rilevatori di muoni all'interno della Piramide di Cheope è prevista successivamente nel 2016.
L'analisi dei film a emulsione per i muoni della Piramide Romboidale avrà luogo al Cairo e in Giappone durante le prime settimane del 2016.
12348157_444977369040746_3641004150874042328_n
Ulteriori informazioni sulla Radiografia ai muoni
Il principio della Radiografia ai muoni 
I muoni provengono naturalmente dagli strati più elevati dell'atmosfera terrestre, dove furono creati dalle collisioni tra i raggi cosmici del nostro ambiente galattico e i nuclei degli atomi nell'atmosfera. Cadono al suolo a una velocità prossima a quella della luce, con un tasso costante di circa 10.000 per m² al minuto. Mentre i raggi X passano attraverso i nostri corpi, permettendo di visualizzare il nostro scheletro, queste particelle elementari, come elettroni pesanti, possono passare molto facilmente attraverso qualsiasi struttura, persino rocce grandi e spesse, come le montagne. Rilevatori, collocati in luoghi appropriati (ad esempio, all'interno della piramide, sotto una camera possibile ma non ancora rilevata) permettono, con l'accumulazione dei muoni nel tempo, di discernere le aree di vuoto (che i muoni attraversano senza problemi) dalle aree più dense dove alcuni di essi vengono deviati o assorbiti. L'aspetto difficile di questa tecnica è quello di creare dei rilevatori altamente sensibili - sia gel come quelli utilizzati per le stampe in argento, o scintillatori. Dopo, si procede ad accumulare sufficienti dati (in diversi giorni o mesi) per enfatizzare i contrasti. La radiografia a muoni è ora frequentemente utilizzata per l'osservazione dei vulcani, includendo team di ricerca dell'Università di Nagoya. Più di recente KEK ha sviluppato un approccio di rilevamento basato su scintillatori elettronici che sono resistenti alla radiazione nucleare, al contrario delle emulsioni chimiche, al fine di effettuare scansioni all'interno dei reattori dell'impianto nucleare a Fukushima.
Sito web ufficiale: http://www.hip.institute #ScanPyramids: http://www.scanpyramids.org Profilo Twitter: @HIP_i_
Link: Ministry of Antiquities – Egypt (Inglese) (Francese)
Sviluppi precedenti della vicenda: 1, 2, 3, 4
Traduzione dal Ministero delle Antichità Egizie. Foto del Ministero delle Antichità Egizie.
COPYRIGHT
All rights of the project and its outputs, including Video, Pictures, News, and all Electronic Outputs are reserved to the HIP.Institute on behalf of the Egyptian Ministry of Antiquities and the faculty of Engineering – Cairo University.


Egitto: termografia nella Tomba di Tutankhamun

6 Novembre 2015

Promettenti risultati di Scanpyramids!

———————————————————————————————————

12196171_435534303318386_4138522134898981743_n
La missione scientifica congiunta del Ministero delle Antichità, della Facoltà di Ingegneria dell'Università del Cairo, dell'Istituto HIP (Heritage, innovation and preservation) di Parigi, ha cominciato il primo esperimento utilizzando la termografia all'infrarosso per rilevare la temperatura dei muri della Tomba di Tutankhamun. L'esperimento è durato 24 ore. Così ha affermato il dott. Eldamaty, Ministro delle Antichità.
L'analisi preliminare, ha aggiunto Eldamaty, indica la presenza di un'area differente nella sua temperatura rispetto alle altre parti del muro settentrionale. Al fine di certificare i risultati, ha affermato Eldamaty, diversi esperimenti saranno portati avanti per determinare più accuratamente l'area che segna la differenza nella temperatura. Uno studio dei risultati acquisiti sarà anche analizzato.
Eldamaty ha aggiunto inoltre che un tempo maggiore è richiesto (una settimana o più) per utilizzare la tecnica della termografia al fine di confermare i risultati.
La possibilità di utilizzare altri metodi è in fase di studio, nel frattempo, per contribuire a identificare l'area con la differenza di temperatura.
Link: Ministry of Antiquities – Egypt 
Traduzione dal Ministero delle Antichità Egizie. © Ministry of Antiquities, Ufficio Stampa: scritto da Gehad Elrawy, tradotto da Eman Hossni. Il Ministero delle Antichità Egizie non è responsabile dell’accuratezza della traduzione in Italiano. Foto del Ministero delle Antichità Egizie.


Egitto: risultati della Conferenza Stampa "ScanPyramids" tenutasi a Giza

26 Ottobre 2015

Risultati della Conferenza Stampa "ScanPyramids" tenutasi al Mena House Hotel – Giza

———————————————————————————————————

12042797_433379996867150_7949827811016820396_n
Cercando di svelare ulteriori segreti delle costruzioni di 4500 anni fa, un'eccezionale missione scientifica effettuata in cooperazione è stata fatta partire il 25 Ottobre 2015, sotto l'autorità del Ministero Egizio delle Antichità. La missione è progettata e coordinata dalla Facoltà di Ingegneria del Cairo e dall'Istituto Francese HIP (Heritage, Innovation and Preservation). Due rinomate università, l'Université Laval del Quebec e l'Università giapponese di Nagoya partecipano pure alla missione il cui scopo è quello di sondare il cuore delle più grandi piramidi d'Egitto, senza trivellare la benché minima apertura. Le tecniche più innovative come i Muoni Radiografici (anche noti come particelle cosmiche), la termografia all'infrarosso, la fotogrammetria, la scansione e la ricostruzione 3D saranno utilizzate dal team al lavoro per la missione.

La conferenza è cominciata con il comunicato di benvenuto del dott. Mamdouh Eldamaty ai partecipanti e ascoltatori, sottolineando l'importanza del periodo del Antico Regno, in relazione alle magnifiche costruzioni che ancora confondono gli Egittologi in tutto il mondo. Eldamaty ha dichiarato che il 2016 sarà l'"Anno delle Piramidi": molte ricerche ed eventi culturali si concentreranno su queste enormi costruzioni.
11220066_432613936943756_7553725149209819765_n
Leggere di più


Egitto, Progetto ScanPyramids: domani conferenza stampa internazionale

15 Ottobre 2015

Il Progetto ScanPyramids

———————————————————————————————————

12039181_432612946943855_2889242849184231739_n
Il Ministero delle Antichità è lieto di annunciare il lancio di un progetto Egiziano e Internazionale, che utilizzerà tecniche di rilevamento non invasive e non distruttive per la scansione delle Piramidi Egizie, sotto il titolo di “ScanPyramids”.
Il progetto di “ScanPyramids” è condotto da un consorzio composto da:
• Facoltà di Ingegneria dell'Università del Cairo
• Heritage Innovation and Preservation Institute (HIP), dalla Francia
Il progetto si tiene sotto la supervisione e con la partnership del Ministero delle Antichità Egizie.
Il consorzio utilizzerà le ultime tecnologie nel campo delle tecniche non invasive, in cooperazione con gli scienziati e gli esperti da Giappone, Francia e Canada.
Una conferenza stampa internazionale sarà tenuta dal Prof. Mamdouh Eldatamy, Ministro delle Antichità Egizie, e da i coordinatori del consorzio al Mena House Hotel a Giza, il 25 Ottobre 2015 alle ore 11:00.
Il progetto ScanPyramids è stato già approvato dalla commissione permannete del Ministero delle Antichità e ha ottenuto tutti i permessi necessari dalle autorità interessate.
11220066_432613936943756_7553725149209819765_n
Link: Ministry of Antiquities – Egypt
Traduzione dal Ministero delle Antichità Egizie. © Ministry of Antiquities, Ufficio Stampa. Il Ministero delle Antichità Egizie non è responsabile dell’accuratezza della traduzione in Italiano. Foto del Ministero delle Antichità Egizie.