Kalevalan päivä, il “Giorno del Kalevala”

«Ma ora andate, canti di Kalevala, anche se incompiuti, per timore che, se restiate fra le mie mani più a lungo, io ceda alla tentazione di rendervi più completi fra le fiamme.»

Questa la frase con cui Elias Lönnrot (1802-1884) concluse la prefazione al Vanha Kalevala (“Vecchio Kalevala”), firmata il 28 febbraio 1835. Sebbene il Vanha Kalevala sia stato soppiantato dalla versione più completa dell’épos finnico, chiamata Uusi Kalevala ("Nuovo Kalevala") o più semplicemente Kalevala del 1849, dal 1909 in Finlandia la data del 28 febbraio viene ufficialmente ricordata come il Kalevalan päivä, il “Giorno del Kalevala, che è contestualmente anche la giornata della cultura finlandese, celebrata ogni anno con ricchi eventi.

Il Kalevala è il poema epico finlandese nato dalla dedizione di Elias Lönnrot, medico distrettuale di Kajaani appassionato di mitologia, folklore e tradizioni dell’antico popolo finnico. Potremmo definirlo mitografo e mitologo impiegando una terminologia all’epoca ancora assente. Ispirandosi principalmente alla Mythologia Fennica di Christfrid Ganander (1741-1790), egli elaborò il progetto di compilare un corpus di runolaulut, i tradizionali canti popolari baltofinnici, che illustrassero non solo la mitologia, ma che costituissero anche un documento di usi, costumi e credenze degli antichi finni.

Incisione in Legno, Väinämöinen e l'aquila. Immagine The Gallen-Kallela Museum, fotografo Jukka Paavola, CC0

Tutto il lavoro di Lönnrot può essere ricostruito attraverso i suoi appunti, ma anche attingendo ai runolaulut raccolti nell’archivio digitalizzato Suomen kansan vanhat runot (“Antichi runot del popolo finlandese”, 1908-1997) o più semplicemente Skvr1. Egli si reputò il primo ad aver avuto l’intuizione di unire i canti popolari a formare un unico grande poema che potesse competere con quelli classici, in quanto solitamente i runojat, i cantori di runolaulut, non recitavano cicli di ampio respiro.

La patria dei runolaulut per eccellenza divenne la Carelia di Dvina, territorio su cui si focalizzarono tutti i raccoglitori di canti popolari finnici. I runojat, che prima del sorgere di questo interesse erano dei semplici contadini e pescatori analfabeti e poveri, furono innalzati d’un tratto al ruolo di aedi mitici. I runojat finnici non hanno nulla a che spartire con i bardi: essi non erano cantori di professione, avevano solo il merito di possedere un’incredibile memoria che aveva consentito loro di acquisire i canti popolari delle precedenti generazioni e di tramandarli, con opportune modifiche dettate dai falli della memoria, di nonno in nipote. Il celebre runoja Arhippa Perttuńe [Perttunen] (+/-1762-1841) del villaggio di Latvajärvi si lamentava con Lönnrot del fatto che la memoria dei runojat andava affievolendosi e che i suoi coetanei non disponevano più delle capacità mnemoniche dei loro predecessori.

Kalevala
Una pagina del Kalevala, poema I, coi versetti 301 - 334. Immagine The Gallen-Kallela Museum, fotografo Jukka Paavola, CC0

Il Kalevala venne fin da subito salutato come l’épos finnico, tradotto qualche anno dopo, nel 1841, in svedese dal professor Mathias Alexander Castrén (1813-1852). Questa traduzione ne permise la diffusione ad ampio raggio: grazie ad essa, infatti, anche Jacob Grimm (1785-1863) poté apprezzare il Kalevala e impiegarlo per la seconda edizione della sua Deutsche Mythologie (1844).

In Italia il primo riferimento ai runolaulut è contenuto nel libro di viaggi di Giuseppe Acerbi (1773-1846), Travels through Sweden, Finland and Lappland, to the North Cape (1799), in cui trascrisse anche alcuni canti popolari con le relative melodie. Fu Carlo Cattaneo (1801-1869) a scrivere il primo articolo sul Vanha Kalevala, pubblicato nel 1854 su “Il Crepuscolo”, includendo anche stralci di runot tradotti in italiano. Tuttavia i lettori italiani dovettero attendere il 1909 per poter leggere la prima traduzione integrale dell’Uusi Kalevala in endecasillabi, tipico metro dell’epopea, portata a termine da Igino Cocchi (1852-1913). Ma la traduzione che ancora oggi è la più fedele e la più apprezzata è quella di Paolo Emilio Pavolini (1864-1842), traduzione in ottonari pubblicata nel 1910.

Agli inizi del xxi secolo non era disponibile sul mercato alcuna traduzione italiana del Kalevala, ma la situazione cambiò in pochi anni in maniera sorprendente. Dapprima Dario Giansanti, editore della casa editrice Vocifuoriscena, pubblicò l’intera traduzione di Pavolini sul sito “Bifröst”2, con testo originale a fronte e integrando la traduzione con i quattro versi “sfiggiti” alla prima edizione. Nel 2010 Marcello Ganassini pubblicò una nuova traduzione, in versi liberi, arricchita da un gran numero di note del traduttore e curatore, nella quale ha approfondito particolarmente gli aspetti linguistici del poema.

Vocifuoriscena sta attualmente lavorando al progetto di ripubblicare la traduzione italiana del Kalevala di Pavolini con testo finlandese a fronte. Il testo sarà arricchito dal commento e dalle note di Hans Fromm (1919-2008), fondamentali per meglio delineare la mitologia e il folklore baltofinnico con un approccio comparato.

Il volume di prossima pubblicazione costituirà un fil rouge tra passato, presente e futuro degli studi kalevaliani, riunendo studiosi appartenenti a nazionalità ed epoche diverse sotto un unico titolo: Kalevala.

1 Si tratta della raccolta, in quindici volumi, di tutti i canti popolari rilevati dai folkloristi nel territorio baltofinnico. Il progetto è oggi consultabile in internet, all’url <https://skvr.fi>.

2 < https://bifrost.it/FINNI/Fonti/Kalevala-F.html>.

Giorno del Kalevala
La locandina della diretta di domenica 28 Febbraio 2021, “Chiacchierata sull'épos finnico, in occasione della giornata del Kalevala”, insieme ad Elisa Zanchetta, Dario Giansanti e Marcello Ganassini.

Domenica 28 Febbraio 2021, a partire dalle ore 18:00, sulla Pagina Facebook di Vocifuoriscena, di ClassiCult e della Wunderkammer, sul canale YouTube di ClassiCult e della Wunderkammer, sul canale Twitch della Wunderkammer (https://www.twitch.tv/wunderkammer), la diretta “Chiacchierata sull'épos finnico, in occasione della giornata del Kalevala”.

Ad animare la discussione Elisa Zanchetta, Dario Giansanti e Marcello Ganassini.

Presentazione degli oratori:

- Dario Giansanti, editore e saggista di Viterbo, editore della casa editrice Vocifuoriscena e responsabile della collana Bifröst.
- Marcello Ganassini, ugrofinnista, ha curato l'edizione filologica del Kalevala e per Vocifuoriscena è direttore della sezione Letteratura finlandese.
- Elisa Zanchetta, germanista e ugrofinnista, traduttrice dall'ungherese e dal tedesco, è direttrice della sezione Letteratura ungherese.

Link all'evento: https://www.facebook.com/events/214983207004426

 


"Qualcuno si ricorderà di noi": antiche voci femminili in scena

"Qualcuno si ricorderà di noi" di Alessia Pizzi: antiche voci femminili in scena

In un panorama di crescente attenzione per la rilettura e ri-attualizzazione dei classici o, per meglio dire, della tradizione antica, uno spazio privilegiato occupano oggi - ma in realtà già da diversi decenni - le riscritture e reinterpretazione in chiave moderna di miti al femminile. Se ne possono citare tantissimi: dalle illustri e meravigliosamente riuscite variazioni sui miti di Medea e Cassandra ad opera di Christa Wolf, alla recentissima riscrittura del mito di Circe ad opera di Madeline Miller, o alla guerra di Troia raccontata da Briseide attraverso la penna di Pat Barker in “The Silence of the Girls”, passando per la “Penelopiad” di Margaret Atwood (nella debole traduzione italiana “Il canto di Penelope” frustra malamente la forza del titolo), senza neanche poi soffermarsi sul glorioso precedente rappresentato dalle donne del mito nei “Dialoghi con Leucò”.

Si parla molto di reception studies, gli studi, appunto sulla ricezione dei Classici, che sovente si intersecano con i gender studies (gli studi di genere) applicati al mondo antico, terreno scivoloso, il cui studio richiede un approccio di grande dottrina e serietà, affinché si evitino banalizzazioni e confusioni fra modi di pensare e concepire il mondo fondamentalmente incompatibili.

Questa è la doverosa premessa alla lettura del libello, “Qualcuno si ricorderà di noi” recentemente edito da FusibiliaLibri, contenente la prima opera teatrale pubblicata da Alessia Pizzi, giovane giornalista romana laureata in filologia classica. Si tratta di un esperimento letterario singolare: la pubblicazione del testo,  qui, contrariamente alla norma, precede la sua rappresentazione scenica. Un esperimento, interessante questo, poiché apre la possibilità per l’autrice e per chi ne curerà la regia, di incorporare il feedback dei lettori nella possibile messa in scena futura.

Ma veniamo al contenuto e al tema del testo: ho parlato di ricezione dell’antico e di studi di genere (gli studi a cui l’autrice si è dedicata nel lavorare alla sua tesi di laurea magistrale), perché le protagoniste di questa breve commedia sono gli spiriti delle tre poetesse  greche “dimenticate”, Erinna, Anite e Nosside, in compagnia della più nota Saffo, tutte rievocate dall’oltretomba ad opera di Google, altro personaggio sempre in scena. La pièce, dunque, non riscrive il mito, ma, attraverso un’idea assai originale, punta i riflettori su una produzione letteraria femminile dileggiata e messa da parte, scomparsa e fatta a pezzi, addirittura, a causa dell’inesorabile meccanismo di perdita e trasmissione dei testi che, nei secoli non ha perdonato a queste poetesse (o forse sarebbe meglio dire “poete”, come si nota anche nella prefazione al testo, a cura di Antonella Rizzo) il fatto di essere nate donne.

Ritratto femminile, detto “Saffo”. Copia romana da originale greco dell’età classica, Musei Capitolini, Palazzo dei Conservatori. Foto di Marie-Lan NguyenPubblico Dominio

Il merito del testo è quello di riportare l’attenzione su figure letterarie note a pochi - sebbene tornate in auge tra le ricerche online nel 2017, come ci racconta il personaggio di Google - non solo in quanto anomale versioni femminili di un ruolo tipicamente maschile (il poeta, lo scrittore), ma in quanto voci autonome, capaci di parlare di amore senza dover essere tacciate di essere frivole e facili, o di guerra senza essere definite “Omero in gonnella”. Una riflessione, questa, che naturalmente si estende con facilità alla società odierna, in cui ancora molto si discute di professioni prettamente maschili o femminili, o di desinenze di genere nei sostantivi.

Il pubblico a cui questo testo teatrale si rivolge è potenzialmente molto ampio. La narrazione è semplice e rapida, a tratti anche didascalica nel momento in cui mette in bocca ai protagonisti informazioni descrittive e di contesto, magari scontate per un classicista, ma non necessariamente per un fruitore di altro genere. Il lessico e la lingua sono contemporanei, di facile comprensione e il tono è leggero e scanzonato, spesso vagamente ironico.

Sarà sicuramente interessante scoprire come questo testo verrà rappresentato - quando, come ci si augura, sarà possibile vederlo in un teatro - e quali sfide di regia proporrà una sua messa in scena. Nel frattempo, ci accontentiamo di leggerlo su carta, nell’ottima e ben curata edizione di FusibiliaLibri.

Qualcuno si ricorderà di noi Alessia Pizzi
La copertina del testo teatrale Qualcuno si ricorderà di noi di Alessia Pizzi, pubblicato FusibiliaLibri (2020) nella collana palco con introduzione di Antonella Rizzo

La Splendente di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia: "La Splendente" di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia – La Splendente di Cesare Sinatti

C’è una regola per parlare di ciò che è già stato detto senza offendere gli dèi: non avere paura della profondità. Se ci ritroviamo a parlare del mito, a riscriverlo, è perché siamo stati chiamati a far emergere dalle sue ombre quello che ci raggiunge nel modo più luminoso, che da esso affiora in noi come una sapienza somatica. Una verità presente occultamente, latente finché non è avverata da qualcuno.

Quale filo sostiene la narrazione del mito in questo romanzo, in che modo è ricucito nella Splendente di Cesare Sinatti (Feltrinelli, 2018) il ciclo troiano? La linea strutturalmente più evidente sembra essere una sorta di idea karmica della sofferenza: come se le forze superiori che governano intorno e sopra di noi non permettano di perpetrare il dolore impunemente, senza pagarne il prezzo a propria volta. La storia di Troia e i suoi prodromi, per come è narrata nella Splendente, sembra dirci che il sacrificio non si esaurisce in sé stesso, non è mai solo un sacrificio: porta con sé, nel peso insostenibile dell’atto, la linea spezzata della vita, che segna come una vena d’opale il mondo e non permette più di abitarlo come prima. Qualcosa di enorme ha invaso la vita conosciuta, qualcosa di sproporzionato rispetto alle aspirazioni dei comandanti che hanno mosso guerra. Ma non era solo il loro orgoglio a suscitare la guerra e la sua lunga coda: tutto era scritto nel destino da tempo immemorabile.

Così Agamennone che vuole portare la guerra di Troia a compimento più di chiunque altro, sarà chi più ne pagherà lo scotto, sebbene di quella guerra sarà poi il vincitore. Subito si manifesta quella forza equilibratrice, cosmica, nella sua vicenda: lo squilibrio che lo porterà a realizzare la sofferenza collettiva della guerra di Troia, ricadrà con tutto il peso su di lui. Uccidere la cerva sacra a Diana, mentre si aggira nel bosco sacro col fratello Menelao, è stata solo la prima avvisaglia di una lunga sventura - l’inizio di una bruciatura, uno strappo, che lo porterà a perdere sua figlia Ifigenia di sua mano e poi a venire assassinato da sua moglie Clitemnestra al ritorno da dieci anni di guerra.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

L’idea di destino come assegnazione si accompagna nel libro al colpo di coda di un prezzo invisibile da pagare anche per la fortuna che non si è richiesta: come se il dono esigesse inevitabilmente un pegno, come obbedendo a un’ineluttabile legge fisica. E il prezzo di cui si parla è tutto tragicamente umano: si identifica in ultima istanza col pathos, il sentire che è un soffrire unitario di tutti i sensi, delle viscere. La vita stessa a un certo punto sembra coincidere col pathos – e, se non la vita tout-court, di certo l’esperienza umana. L’uomo diventa il suo sentire, il suo soffrire. Il dolore è un punto di non ritorno, segna la linea di demarcazione dell’esperienza sulla terra, è a suo modo un rinascere che instaura una nuova relazione tra noi e le cose. Ciò che nel mondo ha vita propria all’infuori di noi, quasi al punto da sembrare non riguardarci - i fatti terribili della storia che sembrano farsi da soli – in realtà ci coinvolge tanto da produrre una reazione emotiva, da sollecitare in noi, cioè, l’esperienza patetica. A un punto tale che non risulta poi più scindibile da noi.

La Splendente è un libro che si fatica a commentare – una fatica che è traccia di un merito, perché testimonia una compattezza eccezionale del racconto in cui non si può inserire una parola di più. E al contempo è una scrittura che attinge alle fonti del mistero inesauribile, trascinando inevitabilmente dietro di sé l’ispirazione che sempre accompagna la bellezza. Ma non è solo il canale che si presta a un flusso, è anche capace di un peso specifico, di mettere punti fermi come croci sui monti del mito. Le tracce della nostra modernità si mescolano arm0nicamente con le storie ancestrali degli eroi classici. Se si trattasse in laboratorio questo libro con una soluzione apposita che lasciasse emergere dal tutto solo le prime, quale sarebbero i tratti peculiari che la nostra storia, per mezzo della voce di Sinatti, ha tracciato sul volto del mito? Cosa comporta il filtro del nostro tempo su di esso? Come lo trasfigura?

La paura del dolore dell’eroe Achille è l’eredità più forte in questo senso, la più originale. Tanto forte da far risultare la nostalgia di un altro eroe centrale, Odisseo, quasi come una sua ramificazione, una gemma della stessa pianta. L’umanità di questi eroi è l’eredità moderna del libro, la sua portata più figlia del nostro presente, che non può più concepire la guerra come diversa dalla sofferenza infernale dopo il Novecento.

L’altro elemento che risulta innestato su una comprensione di tipo moderno è l’immagine della storia nel testo. La guerra di Troia segna per antonomasia l’ingresso nella storia, l’inizio della storia stessa: la percezione di un confine che è stato inequivocabilmente varcato ritorna ossessivamente nel testo, sotto forma del vago terrore dei diversi personaggi per la sventura imminente. Quasi a significare che il processo della storia abbia per sua natura molto a che fare con la paura e l’attrazione per il dolore. La storia, sembra dirci la stella di Achille, è la ferita.

La Splendente di Cesare Fiorini
La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La storia nel libro ha un duplice volto: la storia personale come perdita coatta dell’infanzia e del suo Eden, e quella collettiva e mostruosa che inizia con la fine di Ilio. In questo libro si fa chiaro, nella parabola degli eroi, un sospetto latente di tutti: cioè che il dolore di crescere, di perdere i beni della felicità degli albori, coincida con l’inizio degli orrori storici. Tutti i protagonisti del ciclo troiano coinvolti in questo punto cruciale del tempo, individuale e collettivo, sentono lo stacco dal prima al dopo, uno scatto delle coordinate, un mutamento dei paralleli del globo. Qualcosa di simile devono aver provato le generazioni coinvolte nel primo conflitto mondiale, con addosso la percezione di un’enormità di cui vedevano muoversi l’ombra incombente sulle proprie teste, senza vederne la fine nel tempo. Ma Sinatti sembra suggerirci che l’orrore storico non è iniziato con la modernità, che non c’era un prima intonso né per i soldati del primo Novecento né per chi ha combattuto sotto le mura di Ilio. Dalla follia di Tantalo, dal sangue corrotto e da quello versato, dal destino scritto nella notte dei tempi, da sempre, è preparata per noi la sofferenza: la potenza del nostro occhio non copre una distanza abbastanza colossale da disperdere le tracce del dolore sul cammino che abbiamo alle spalle.

Questa considerazione ci porta ancora due passi più lontano. Da una parte notiamo che, se l’origine di tutto si può imputare alla follia di Tantalo, allora significa che la violenza privata si irradia concentricamente, come da un sasso che abbia bucato l’acqua – per riprendere un’immagine dell’autore – fino a produrre onde ciclopiche. Dall’altra parte, però, ci rendiamo conto anche che è capzioso ricercare l’origine della sofferenza storica in un fatto, in un atto preciso, perché da sempre ci è appartenuta, già giaceva nella mente degli dèi, come se da sempre stesse “accadendo in qualche istante del futuro”[1].

Il tempo era cominciato così, con un mela gettata tra loro con disprezzo, come il seme di un futuro doloroso. I cerchi degli eventi s’increspavano intorno a questo gesto semplice, sollevando onde imprevedibili, decidendo i destini degli uomini al di là e al di qua del mare.[2]

Un senso di ineluttabile, “una tristezza volta a ciò non può essere evitato”[3] coglie Peleo al banchetto delle sue nozze con Teti, dopo che il futuro è stato maledetto dal pomo della discordia che contiene nel suo nocciolo, come una maledizione, il futuro di Troia. Ma è come se il braccio che ha lasciato cadere quella mela nel mezzo di quei destini, n0n fosse altro che la mano stessa del fato, una necessità solo travestita da accidente.

Questo libro non può essere evitato, perché contiene una questione improcrastinabile. La questione del male, che è una cosa sola con la storia. La storia che ci perseguita come un debito, una profezia di sventura, una bufera – per usare un termine di Montale – che minaccia di distruggerci la casa mentre dormiamo. La grazia di questa scrittura fa sì che il libro si legga tutto di un fiato, ma è il riconoscimento della ferita del tempo continuamente toccata in queste pagine che ci porta a ritornare di nuovo sui punti caldi di quel dolore comune.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La vediamo ripetersi come una maledizione della stirpe umana, questa attrazione per la violenza, per la ferita, che emerge naturalmente nei bambini. Il bisogno di ferire che è un impulso di conoscenza, come in Achille che è tanto richiamato dalla ferita quanto più è incapace, per la sua natura semidivina, di provarne il dolore su di sé. Il gesto di chi non conosce il dolore non può esser che un gesto giovane, come pure è quello di Teseo all’atto di rapire Elena bambina come fosse “l’ennesimo gioco” di ragazzi[4].

Nella stella di Achille abita una possibile luce su questo enigma del dolore. “Il destino era quella malattia”, gli dice Teti all’indomani della guerra: quella che Achille presentiva come un logorio lento dentro il suo corpo, non era altro che il destino della morte che, dagli oracoli, si avvicinava sempre più al suo presente. Tutto questo sembra suggerire che il destino è il dolore, e che non c’è un Eden da cui questo resti fuori. Il destino è stato creato insieme alla storia, e la loro separazione non è che un’illusione.

Sua madre gli aveva detto che solo se non sarebbe mai partito non sarebbe morto. Ma Achille sapeva che le profezie […] non giungono per caso alla bocca degli oracoli.[5]

Perché siamo nati se dobbiamo soffrire? La domanda è mal formulata, e Achille se ne accorge, ce lo dimostra. Il punto di rottura è il dialogo con Patroclo all’indomani della partenza:

Il destino della nostra generazione è ingrato, ma si deve combattere lo stesso. Fuggire di fronte ai tumulti di quest’epoca significa rinunciare a vivere.[6]

Un’esortazione che non può essere un inno di entusiastica esaltazione alla guerra, ma consapevolezza che storia e destino non sono alternativi, sono uno. La vita che si intestardirà su questa domanda rovinerà, dispererà. Ancora una volta, la divisione tra vita e dolore è solo un’illusione. La sofferenza non è una scelta, come non lo è il destino – il destino che passa anche dalle porta più strette, sbaragliando il calcolo delle probabilità. Così accade quando Odisseo sta per uccidere Palamede con l’ingann0, e questo annienta il suo gioco di astuzie con la più netta delle verità:

Vuoi sedurmi aumentando le mie possibilità di vincere. Come se credessi che io non sappia che il caso è ovunque. Avere più alte possibilità di vittoria non esclude mai che si possa perdere.[7]

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La bellezza della vita non è separabile dal suo dolore, non è ipotizzabile senza, perché sono una cosa sola, come due organi vitali dello stesso animale. Così è un inganno della mente poter pensare di lasciare prima del tempo le mura di Ilio, anche dopo nove anni di battaglie senza compimento, poter decidere quello che è già deciso. Odisseo, sebbene sia quello “che desiderava più di ogni altro tornare alla sua isola”[8], ha ben chiaro quanto sia inutile ribellarsi al fato:

Pensavano che sarebbe bastato salpare senza accorgersi che le catene delle profezie li avrebbero trattenuti nei veli in cui il fato aveva occultato la città di Ilio, che solo scavalcando un momento nel tempo, non un punto nello spazio, avrebbero potuto fare ritorno.[9]

Un’affermazione che può valere anche rovesciata: Ilio aveva occultato il fato con i suoi veli, dando la propria forma al destino degli uomini che attraverso di lei si sarebbe compiuto.

La sofferenza non si può evitare, nel tempo o nello spazio, perché permea tutte le nostre coordinate e categorie. Una presa di coscienza che nel romanzo non assume mai il tono del lamento, del compianto della propria sorte, ma piuttosto quello dell’agnizione lirica, che fa echeggiare nella memoria i versi del coro dell’Antigone di Sofocle quando, nel secondo stasimo, canta la sventura dei mortali:

"E nel tempo prossimo e nel futuro,/ come nel passato, avrà forza/ questa legge: nessun eccesso/ viene senza sventura alla vita dei mortali".[10]

Non c’è grandezza che non comporti sventura – come per Achille messo davanti alla scelta tra una lunga vita al prezzo dell’oblio e una gloria inesauribile al prezzo della morte. Come per Agamennone, la cui vittoria in guerra si accompagna alla perdita di ogni gioia della vita personale. Ma forse non sarà tendenzioso leggere in questo canto della rovina anche una verità in doppiofondo: e cioè che la sofferenza è la traccia di un’elezione, l’unico fasto capace di generare, per vie squisitamente umane, grandezza divina nell’uomo.

La Splendente Cesare Sinatti
La copertina del romanzo La Splendente di Cesare Sinatti, pubblicato da Giangiacomo Feltrinelli (2018)

[1] Cesare Sinatti, La Splendente, Milano, Feltrinelli, 2018, p. 31.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 38.

[5] Ivi, p. 101.

[6] Ivi, p. 117.

[7] Ivi, p. 202.

[8] Ivi, p. 176.

[9] Ibidem.

[10] Sofocle, Edipo re. Edipo a Colono. Antigone, Milano, Mondadori, 2016.

 

 

Tutte le foto sono di Sofia Fiorini, copertina eccettuata.


Stephen Fry, il centesimo Lego Classicist

Stephen Fry, il centesimo Lego Classicist

Ancora un grande annuncio per i classicisti appassionati di LEGO. Il noto artista, Liam D. Jensen, alias The Lego Classicist, archivista storico australiano, ci informa dell’uscita del numero 100 della sua preziosa e ricca collezione di classicisti. Questa volta, l’ambito riconoscimento andrà ad una star mondiale: il britannico Stephen Fry.

Lo abbiamo visto recitare a teatro, in serie televisive di successo, in film che hanno fatto la storia del cinema, è stato regista, autore televisivo, sceneggiatore, giornalista, attivista e scrittore.

Stephen Fry ha concentrato una parte importante della sua attività letteraria proprio sul tema del mito: abbiamo avuto l'onore di intervistarlo per ClassiCult in questa occasione.

Stephen Fry LEGO Classicist
Stephen Fry, il LEGO Classicist centenario

Lei ha scritto diversi libri sul mito. Come mai questa materia e cosa la ispira?

La mitologia, ma in particolare il mito greco, mi ha preso sin da subito. Quando ero giovane - come la maggior parte dei bambini - mi piacevano le fiabe, ma percepii immediatamente che i miti erano in qualche modo differenti, potevano provenire da luoghi differenti, potevano esser "presi per veri" in un certo modo che era più forte della fantasia. Penso che siano state le personalità del mito greco ad avermi ammaliato così. Senza essere conscio in alcun modo di ciò che il mito è - da dove viene, chi concepì le storie - mi fu chiaro che avessero una verità e anche una profondità che era imperitura e in qualche modo più importante che, ad esempio, Biancaneve o Raperonzolo da una parte, o l'Hobbit e Narnia dall'altra. Non ho obiezioni sui mondi fantastici creati dagli autori, ma non mi sono mai arrivati allo stesso modo con cui le storie del mito possono e ancora riescono a giungermi.

Cosa significa fare divulgazione per Stephen Fry?

Oddio! Non ne sono sicuro. Suppongo che nei momenti di massimo ottimismo e fiducia nelle mie capacità potrei sperare che combinando sufficiente abilità di animare e divertire con sufficiente una autorità e conoscenza - una tale combinazione permette al pubblico di godere di ciò che scrivo e al contempo pure di sentirsi in qualche modo arricchito, nella fiducia di attingere (forse per la prima volta, o almeno dopo molto tempo) dalle stesse acque narrative dalle quali avevano attinto tante generazioni dei nostri antenati. Traggo un simile piacere quando le persone mi dicono che si sono sentite finalmente in grado di unire i puntini tra — ad esempio —  Apollo ed Ermete o i Titani e gli Olimpi, o che sentono ora familiari personaggi i cui nomi avevano sempre sentito lontani od ostili, come Clitennestra o Antigone. Quello che un tempo aveva un suono "accademico" era adesso almeno conosciuto. Ma soprattutto, spero di aver spazzato via l'odore di polvere di gesso e di antiquata aula scolastica...

I suoi studi in letteratura inglese come hanno influito sulle sue scelte e attività lavorative?

È impossibile da spiegare: sospetto che le tracce di un amore per la lettura lungo una vita avrebbero lasciato il segno in tutta una serie di modi che non sarei necessariamente in grado di conoscere o definire. Credo che un senso di ironia (col quale intendo qualcosa di più di un'ironia beffarda, del sarcasmo o del senso di un'ironia cosmica) sia cruciale per un pieno sviluppo sociale dell'individuo. Una mente ironica è quella che comprende come adottare un altro punto di vista, come sostituire (quasi una sorta di algebra sociale) differenti forme di pensiero, come porre i pattern da una forma di percorso all'altro (mi rendo conto che non suona particolarmente chiaro, ma spero si intenda cosa voglio dire). Il contrario di una mente ironica è una mente letteralista, una presenza pericolosa e fin troppo comune nel nostro mondo, coll'emergere di sempre più grandi proporzioni della società come nuove generazioni, tristemente non sembra fornito dell'abilità di pensare ironicamente (una tale abilità presuppone il dono di pensare logicamente e in maniera immaginifica, perché non si può essere ironici senza un rigido senso della logica abbinato all'abilità di penetrare la conoscenza e l'esperienza degli altri). Il mio amico Matt D'Ancona ha posto la questione molto bene quando ha scritto di un altro amico, il compianto Christopher Hitchens: “La sfida di un'intelligenza libera è sempre stata quella tra una mente ironica e una letterale [...] contrariamente alle ideologie rigide e al fondamentalismo, l'ironia – dire qualcosa intendendone un'altra – ci aiuta a riconoscere la complessità, il paradosso, le sfumature e l'assurdità.” E niente, suggerirei, permette questa facilità quanto l'esposizione alla letteratura e al dramma.

Stephen Fry LEGO Classicist
Stephen Fry, il LEGO Classicist centenario

Nel suo libro Eroi, lei racconta la mitologia classica tra vizi e virtù degli dei. Si è fatto un'idea di come si viveva in un immaginario Olimpo?

Be', mi spiace rovinare tutto, ma un Olimpo popolato da dèi litigiosi e insofferenti è finzione. Quando si sale sul Monte Olimpo in Grecia non si trova nient'altro che uno spazio vuoto, roccioso, molto freddo, umido, nuvoloso. Nessun dio. L'idea che ci siano mai stati dèi lì è... be', se non frutto dell'immaginazione, mito. Possiamo pensare cosa intendiamo per mezzo della differenza. Una finzione è prodotta da una mente individuale, occasionalmente da un gruppo di menti che collaborano. Un mito è prodotto da un'intera società. I miti possono essere chiamati, come disse Joseph Campbell, “sogni pubblici” o, se preferite le parole di Carl Jung, sono espressione di un “inconscio collettivo”. L'inconscio collettivo dei Greci, a mio parere, è così attraente perché comprende che se il mondo è grandioso, maestoso, bello (come chiaramente è) allora gli dèi devono essere tutte queste cose... MA, i Greci sapevano che se il mondo è brutale, crudele, capriccioso, ingiusto, brutto e selvaggio allora gli dèi devono anche essere tutte queste cose. Di conseguenza, per la prima volta nella narrazione umana, il pantheon greco viene presentato come un insieme di personalità che sono diverse cose al contempo: meschine ma belle, crudeli ma giuste, nobili ma capricciose, ecc. In altre parole, differentemente da altri cicli mitici, quello greco è riempito di ambiguità, contraddizioni e molteplicità di carattere che ritroviamo nelle nostre vite reali. La complessità, il paradosso, le sfumature e l'assurdità precedentemente menzionate. Costituiscono il primo ciclo mitico della nostra storia umana ad aver modellato e rimodellato poeti e drammaturghi nell'essere una perfetta miscela di religioso, letterario, drammatico, visionario, comico e simbolico. Costituiscono, credo si possa conseguentemente dire, un'opera d'arte.

La copertina del saggio Eroi. Mostri e mortali, imprese e avventure di Stephen Fry, pubblicato in Italia da Salani Editore

Stephen Fry 100esimo Lego Classicist, conosceva già il progetto?

Ne avevo sentito parlare, ma mai mi sarei immaginato di diventare il Centenario Lego.

Stephen Fry
Liam D. Jensen e Alessandra Randazzo parlano del LEGO Classicist centenario

Per tutte le foto si ringrazia Liam D. Jensen, The Lego Classicist.


Autobiografia del Rosso Anne Carson Eracle Gerione

Autobiografia del contemporaneo: un cortocircuito con il mito

Autobiografia del contemporaneo: un cortocircuito con il mito

Sarcofago di epoca romana da Perge (odierna Turchia). Al centro Eracle e Gerione. Foto Mourad Ben Abdallah / Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

Accade frequentemente di celebrare il potere salvifico della bellezza: la letteratura e l’arte come un viatico che permette di accedere a una dimensione nobile, pura, e aspirare così a una versione migliore di sé e del mondo; a ben vedere, si tratta talvolta di una forma di compiacimento, talvolta della ricerca di una qualche rassicurazione. La poesia, tuttavia, non è quasi mai pacificante – e di certo non lo è il mito, che, lungi dall’essere consolatorio, sa far vibrare il mostruoso e il perturbante che abitano le nostre vite inquiete. Il romanzo in versi della canadese Anne Carson, Autobiografia del Rosso, recentemente ripubblicato da La nave di Teseo, con il suo cortocircuito tra classico e contemporaneo non promette scampo, anzi incoraggia l’irrequietezza, il dubbio, la necessità di prestare ascolto anche a ciò che è controverso e perciò ci agita.

La fonte della folgorante riscrittura è la Gerioneide di Stesicoro, opera pervenuta in forma frammentaria e che tramanda (dal punto di vista della vittima e non dell’eroe) la vicenda del mostro a tre teste Gerione ucciso dall’invincibile Eracle, il quale giunge fino ai confini del mondo per rubare al gigante i buoi e dare così compimento a un’altra delle sue fatiche. Memorabile, secondo Anne Carson, è l’uso che il poeta greco fa degli aggettivi, segnando il passo rispetto alla tradizione: nei poemi omerici essi sono ancora epiteti ricorrenti, espressione della rigidità di un codice attraverso il quale si ribadisce che ogni cosa deve occupare saldamente il suo posto nel mondo – per Omero, cioè, gli aggettivi sono «cardini dell’essere»; Stesicoro, con rinnovato impeto, smonta quei cardini e di colpo libera l’essere. Egli è in effetti il poeta della ritrattazione, della smentita, ovvero della palinodia, il canto intonato di nuovo, in una forma altra.

Anfora attica attribuita a un Pittore del Gruppo E. Foto Metropolitan Museum of Art, Image and Data Resources Open Access Policy, CC0

Anne Carson è fedele all’istinto ribelle di Stesicoro: nel solco di quella rivolta antica, anche lei tradisce la tradizione, plasmando la figura vermiglia di Gerione, il Rosso del titolo, intorno alle ansie del nostro tempo. Il suo protagonista è un adolescente goffo dalla sensibilità spiccata, custode di timidezze e profondità vertiginose, imprigionato in una diversità che per gli altri è un marchio infamante; le sue ali ingombranti impacciano i suoi movimenti e paradossalmente ostacolano i suoi voli. Eracle, non più rivale ma oggetto d’amore, è colui che con l’arroganza della bellezza e della gioventù, sconvolge l’esistenza di Gerione, colmando i suoi vuoti (o forse solo illudendolo che così sia), facendogli sentire fin dentro la pelle il significato del desiderio, della gelosia, del dolore. Figura ambigua, ma determinante per la crescita del protagonista, Eracle vorrebbe infondere in lui il bisogno di libertà di cui egli stesso si nutre; «Io non voglio essere libero / io voglio essere con te», ribatte Gerione dal fondo cavo della sua inerme purezza. Non sarà l’imprendibile Eracle a pronunciare le parole dell’amore, non sarà lui a confessargli: «Vorrei vederti usare quelle ali». Da un'altra voce giungerà quell’esortazione a compiere un corpo a corpo con l’identità.

Lo slancio narrativo dell’opera non impedisce alla sua autrice di accordare afflato lirico al dettato. Attraverso gemme poetiche uniche, Anne Carson impartisce ai lettori una lezione impagabile sulla distanza, sulla necessità di fermarsi sul «limitare / di ciò che può essere amato» – che resta inconoscibile. Siamo «creature che salgono una collina», scrive l’autrice, «a varie distanze […]. A distanze che mutano costantemente. Non possiamo aiutarci l’un l’altro né gridare»: ognuno compie il proprio viaggio, secondo il proprio passo, adempiendo l’irrevocabile comandamento della lontananza. «Stavo pensando al tempo – annaspa – / tipo a quanto sono divise le persone nel tempo, contemporaneamente unite e divise», sentenzia Gerione in uno dei suoi momenti di illuminazione oracolare. La sua autobiografia è in effetti tutta una questione di luce: il Rosso non ferma la sua vita in un fluire prorompente di parole, ma la immortala attraverso fotogrammi scelti. Ecco la poesia, quella capacità di dare un nome a ciò che sfugge, quel coraggio di dire l’indicibile. Nella percezione che Gerione ha del mondo non esistono confini tra rumori, odori e colori: tutto si tiene, anche se appartiene a sfere sensoriali diverse, nel nome della sinestesia e dell’immaginazione, nel nome dei poeti testimoni, «coloro che andarono e videro e tornarono».

«La realtà è un suono, cerca di coglierlo invece di star lì a sbraitare»: non vi è promessa di salvezza nelle pagine di Anne Carson, ma un’esortazione ad attraversare la notte prestando attenzione ai segni, ai dettagli, alle scintille; nel cortocircuito straniante col presente, attraverso le parole della scrittrice, oggi il mito ci insegna cioè a non sprecare quegli istanti in cui ognuno di noi possiede se stesso.

«Noi siamo esseri stupefacenti, / sta pensando Gerione. Noi confiniamo col fuoco. / E adesso il tempo si precipita verso di loro / lì dove stanno ritti uno accanto all’altro con le braccia che si sfiorano, immortalità sul volto, / notte alle spalle».

Anne Carson Autobiografia del Rosso Stesicoro Gerioneide Eracle
La copertina del romanzo in versi Autobiografia del Rosso di Anne Carson, nell'edizione pubblicata da La nave di Teseo nella traduzione di Sergio Claudio Perroni

La prima edizione del romanzo in versi Autobiography of Red di Anne Carson risale al 1998, la prima edizione italiana di Autobiografia del Rosso è di due anni successiva, del 2000.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Toto corde Maria Grazia Palazzo

Toto corde, di Maria Grazia Palazzo

La raccolta di poesie Toto corde di Maria Grazia Palazzo, edizioni La Vita Felice, 2020.

Che Toto corde sia una raccolta poetica scritta con tutto il cuore, non lo attesta solo il titolo.
Le tracce di questo totale trasporto emotivo, del resto, sono già anticipate da alcuni indizi evidenti ad apertura dell’opera di Maria Grazia Palazzo: la copertina, che riporta un acrilico su tela di Amit, figlio dell’autrice, e la dedica alle persone più care: la sorella e i fratelli.
Ma è addentrandosi nella lettura dei brani che si rivela il completo coinvolgimento dell’autrice, che riporta, passo dopo passo, senza indugi se non quelli legati ai tempi della sua profonda riflessione, il suo essere donna, figlia, madre, sorella, professionista. Ed è così che viene interamente a galla, anche, il suo essere fragile e forte, sconfitta e vincente, vulnerabile e inattaccabile, indifesa e guerriera. Allo stesso tempo.

L’autrice è presente in ogni sua sfumatura e con tutta la sua passione, ma tale passione non si traduce mai in scrittura di getto, scrittura imponderata, scrittura di superficie. La sua penna è costantemente guidata da un controllo sapiente, consapevole, da un certosino lavoro di trasformazione dell’impulso - che pure è alla base - in linguaggio elaborato, meditato, colto.

Il messaggio centrale è immediato, tutto il resto no. Tutto il resto va cercato, va desiderato, va indagato, leggendo e rileggendo sempre più a fondo.

Ogni sua poesia è come un dipinto allegorico: se ne può percepire a primo impatto l’efficacia visiva, la qualità della composizione, ma chi sa, chi può, chi vuole… può andare oltre. Può coglierne i riferimenti, i sottintesi, e in quelli ritrovarsi e riconoscersi.
Toto corde di Maria Grazia Palazzo è un percorso, è un cammino sentimentale che non rimane immutato dall’inizio alla fine della lettura. Come una creatura vivente, nasce, cresce, si trasforma, rallenta, riparte, si evolve.

La raccolta è suddivisa in quattro sezioni, introdotte da citazioni di altrettanti brani, rispettivamente di Akechi Mitsuhide, Ryōkan Daigū, Andrea Zanzotto e Ishida Hakyō. La scelta di rimandi che ruotano intorno alla cultura giapponese (un generale e due poeti del Sol Levante, più un poeta italiano che, tra le altre cose, si è dedicato alla stesura di haiku), dimostra ancora una volta la ricercatezza dell’autrice e, soprattutto, il suo continuo rivolgersi all’Oriente, ribadito in diversi suoi componimenti, inteso come inevitabile dualismo e, insieme, desiderio di un tutt’uno che trascenda i confini: "un crescendo di Oriente e Occidente nella pupilla bifronte di Storia" (Toto corde, p. 41).

 

Copertina del libro Toto Cordi, di Maria Grazia Palazzo
Copertina del libro Toto corde, di Maria Grazia Palazzo

Il primo blocco di poesie rappresenta il tempo del tormento, del fuoco che brucia e non lascia tregua, delle ferite aperte, del dolore ancora pulsante, della perdita. È isolamento e incapacità di trovare ristoro: "Non so dove si attinga coraggio, se nell’abbraccio che non si può più abitare o nel feroce orgoglio di un silenzio scelto" (Toto corde, pag. 24).

Il secondo blocco è quello del raccoglimento, della riflessione, della metabolizzazione. Emerge il bisogno di accettare il dolore e, soprattutto, di accettarsi, con tutta la propria complessità e le inevitabili imperfezioni. L’autunno non è più mese di malinconia e nostalgia, ma di tepore. L’imperativo è rialzarsi, curare le ferite, perdonarsi e perdonare. In una parola, vivere. Il tramite è la poesia. La stessa poesia dentro la quale prima l’autrice si è nascosta per poter soffrire in solitudine, ora diventa strumento per decodificare e medicare.

Nel terzo nucleo di componimenti l’autrice, dopo aver indagato all’interno di sé, volge lo sguardo all’esterno: uno sguardo tagliente, disincantato, spietatamente concreto sulla società, sul ballo ambiguo e corrotto del potere, sul vuoto dei contenuti mediatici e sulle false relazioni, sul perverso concetto di progresso che altro non è se non un continuo inferire sui più deboli e sugli organi vitali di un Pianeta in mille modi violato.

L’ultimo blocco di poesie si racconta in notturna: le immagini evocate riguardano il passato, i ricordi dell’adolescenza, le sensazioni e le meditazioni della notte. È il tempo della sera, una sera che non arriva svuotata delle paure e dei dubbi, della nostalgia e degli affanni, ma che porta con sé una nuova scintilla, una voglia di farcela, di lottare, di armarsi e partire. Ripartire. Rimangono le ferite, restano la sensazione di irrisolto, il vuoto di ciò che manca e sempre mancherà, la consapevolezza della morte che incombe su tutto, ma c’è una nuova voglia di guerreggiare, in circolo nelle vene, perché "si producono i migliori frutti dopo un’annata scarsa di raccolti e la catena di penuria può essere spezzata" (Toto corde, pag. 80).

I quattro nuclei poematici, tuttavia, non sono compartimenti stagni e le tematiche fluiscono dall’uno all’altro, si annunciano e ritornano come onde, come quel mare che sempre ricorre nei versi di Maria Grazia Palazzo, insieme alla figura della madre, immensa presenza e assenza.

Ricorrenti, anche, sono i riferimenti alla natura, una natura dalla forte connotazione territoriale, di immediato rimando alla Puglia: il fragno, il carrubo, l’ulivo, il melograno, il nespolo, il mandorlo, le margherite, i papaveri.

Maria Grazia Palazzo intreccia infiniti elementi con il controllo di un direttore d’orchestra, facendo trasparire qua e là anche la sua vocazione forense, tanto nel linguaggio quanto nella coerenza narrativa, nonché i suoi studi classici, dai quali rievoca le suggestive immagini del frammento di testa di Medusa, del Vello d’Oro, del fuoco prometeico di Pòlemos, di Mercurio, dei fasti millenari di Anfitrione, del mito di Tyche, personificazione della fortuna.
E, ancora, troviamo nella sua poesia gli echi di una Guernica incompresa, della Macondo marqueziana, dei post-sessantottini di Moretti (Ecce bombo), della barcellonese Casa Milà (la Pedrera), del Cireneo gravato dal suo triste compito…
Tutto converge a un fine unico: tessere e intrecciare le parole come una maglia di ferro, imbrigliare nei versi la sofferenza, domarla, lenirla, consegnarla al lettore.

Nota biografica sull'autrice:

Maria Grazia Palazzo è nata nel ’68 in valle d’Itria. Avvocato civilista ha esercitato la professione fino a pochi anni fa.  Negli ultimi anni ha intrapreso lo studio della teologia e delle questioni di genere. È mamma adottiva. È socia di Stati Generali delle donne di Bari. Insegnante precaria, la sua più grande ambizione è riuscire a tenere insieme il piano della quotidianità e quello dell’extra quotidiano. Ha pubblicato: nel 2012 Azimuth per LietoColle editore; nel 2013, in collettanea, Chiedici la Parola per Stilo editrice; nel 2015 Sulla carta del tempo per Terra d’Ulivi edizioni e Libertà, Semi di Poesia in Azione, per Secop Edizioni, a cura di S. Kuhtz; nel 2017 In punta di Piedi per Terra d’Ulivi. Alcuni suoi inediti sono stati pubblicati sul sito web di Cartesensibili, a cura di F. Ferraresso.  Nel 2017 è stato pubblicato online il testo di prosa poetica Da Dove, da Spagine, a cura di M. Marino. Nel 2018 ha pubblicato il suo terzo libro di poesia, Andromeda, un poemetto sul femminile, destinato anche al teatro, per iQdB di S. Donno. Nel 2020 è stato pubblicato il suo ultimo libro di poesia Toto corde per la casa editrice La Vita Felice.

Copertina del libro Toto corde, di Maria Grazia Palazzo
Copertina del libro Toto corde, di Maria Grazia Palazzo, con prefazione di Rita Pacilio, pubblicato dalle edizioni La Vita Felice (2020) nella collana Contemporanea (168); in copertina l'opera di Amit Satalino, Albero di primavera, elaborazione fotografica di acrilico su tela.

 


Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite

La personalità di Cinira, sacerdote amato di Afrodite, è delineata attraverso riferimenti a fonti antiche e interviste con studiosi e artigiani.

Il film ΚΙΝΥΡΑΣ, Ιερεύς Κτίλος Αφροδίτας (Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite) sarà proiettato (come prima nazionale) durante la X edizione della Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea, durante la serata di sabato 17 ottobre, nella sezione #cinemaearcheologia.

Cinira amato sacerdote Afrodite

ΚΙΝΥΡΑΣ, Ιερεύς Κτίλος Αφροδίτας

Cinira, l’amato sacerdote di Afrodite

Nazione: Cipro

Regia: Stavros Papageorghiou

Consulenza scientifica: John Franklin

Durata: 90’

Anno: 2019

Produzione: Stavros Papageorghiou

Sinossi: La personalità di Cinira, sacerdote amato di Afrodite, è delineata attraverso riferimenti a fonti antiche e interviste con studiosi e artigiani. I miti che circondano Cinira sono rappresentati anche attraverso l'animazione. Il documentario è un'elegia del personaggio mitico più importante della storia antica di Cipro, Cinira. Sebbene la memoria del suo nome sia conservata fino ad oggi, i Ciprioti sanno poco di lui.

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Prima nazionale

Informazioni regista:

Stavros Papageorghiou

Scheda a cura di: Fabio Fancello

Cinira amato sacerdote Afrodite


Benedek Elek, C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi

Benedek Elek. C’era una volta o forse non c’eraFiabe cosmologiche ungheresi, a cura di Elisa Zanchetta, Vocifuoriscena, Viterbo 2020

Presentazione del volume di Elisa Zanchetta (Università degli Studi di Padova)

C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi Benedek Elek Elisa Zanchetta
La copertina del libro C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi che traduce e analizza fiabe popolari con testo ungherese a fronte, tratte dall’opera Magyar mese- és mondavilág di Benedek Elek: il volume è a cura di Elisa Zanchetta e pubblicato da Vocifuoriscena nella collana Bifröst

C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi propone la traduzione e l’analisi di quattordici fiabe popolari con testo ungherese a fronte, tratte dall’opera di Benedek Elek (1859-1929) intitolata Magyar mese- és mondavilág (“Mondo delle fiabe e delle leggende ungheresi”), pubblicata nel 1896 in occasione del Millennium, ovvero i mille anni di presenza degli ungheresi nel Bacino dei Carpazi.

C’era una volta o forse non c’era… è un titolo significativo per la presente raccolta, in quanto mira a un duplice obiettivo: da un lato proiettare immediatamente il lettore nella realtà altra in cui sono ambientate le fiabe ungheresi, dall’altro sensibilizzarlo alla formularità che le contraddistingue. Le fiabe proposte si svolgeranno, infatti, al di là dellÓperenciás-tenger (“mare Óperencia”), abisso acqueo che potrebbe segnare il confine tra il mondo intermedio e l’aldilà; oppure al di qua o al di là di sette volte sette paesi, espressione contenente il riferimento al magico numero sette che, assieme ai suoi multipli, ricorre con insistenza nelle fiabe: sette dì e sette notti dura la scalata dell’égig érő fa (“albero che tocca il cielo”), sette sono le teste dello sárkány oppure al di là degli Üveghegyek (monti di vetro”) che si collocano sul bordo del mondo nel punto in cui la volta celeste è così bassa da impedire ai raggi solari di penetrare e da costringere le rondini a bere l’acqua in ginocchio. La formularità delle fiabe popolari ungheresi si discosta da quella che il lettore incontra approcciandosi ad altre narrazioni popolari europee: si tratta di formule riscontrabili nella tradizione caucasica e potrebbero pertanto essere considerate un retaggio culturale che gli antenati degli ungheresi portarono con sé durante la loro migrazione verso occidente.

Il sottotitolo Fiabe cosmologiche ungheresi chiarisce subito qual è il fil rouge che connette le quattordici fiabe selezionate, ovvero proporre al lettore italiano, sia esso uno specialista oppure un semplice appassionato, una carrellata di figure e luoghi della mitologia magiara. A prima vista gli ungheresi sembrano possedere un patrimonio mitologico assai scarso se paragonato a quello di voguli e ostiachi, popoli che, come l’ungherese, appartengono al supposto ramo linguistico ugrico. Il presente lavoro prende avvio dalla definizione di mitologia fornita dall’etnologo Hoppál Mihály, secondo cui la mitologia è quell’insieme di nozioni che possono essere ricostruite a partire dai canti popolari, dagli incantesimi e dalle fiabe: risulta quindi chiara l’importanza fondamentale che queste ultime acquisiscono per delineare la mitologia magiara. Nella traduzione tutti i termini riferiti alle figure e ai luoghi mitologici sono mantenuti in lingua originale, opportunamente tradotti e approfonditi nel saggio di apertura e nel glossario finale.

Il volume si apre con una fiaba che riprende una delle leggende relative all’origine di magiari e unni, condotti nella palude Meotide da un csodaszarvas, ovvero da un cervo meraviglioso, che nell’arte popolare sembra incarnare l’albero cosmico, in quanto raffigurato con corna simili a rami frondosi e con il corpo dritto e slanciato come il fusto di un albero che tocca il cielo.

Segue poi una carrellata di fiabe in cui vengono presentate le figure femminili della mitologia magiara, ovvero le tündérek, le fate, descritte sia come creature malevoli, sia benigne. Il lettore s’imbatterà dapprima nella vasorrú bába, la vecchia dal naso di ferro, «brutta come la disgrazia», come ben descritto nell’omonima fiaba. Vladimir Propp considera questa figura una versione magiara della baba jaga russa, ma potrebbe essere equiparata anche ai feticci utilizzati dai popoli ugrici per riconciliarsi con gli spiriti dei defunti: si trattava infatti di ceppi lignei conficcati nel suolo e ricoperti da uno strato di metallo per impedire che il sangue e la carne, con cui venivano spalmati, li facesse imputridire; il naso, invece, era sempre rappresentato da un chiodo. Le tündérek, ovvero le fate propriamente dette, vengono descritte come fanciulle «così abbaglianti che il sole lo si sarebbe potuto guardare, ma non loro», dai capelli dorati lunghi fino alle caviglie, abbigliate con vesti dorate e dotate della capacità di metamorfosarsi: facendo una capriola esse sono in grado di trasformarsi in colombe bianche oppure in cigni e in questa forma discendono sulla terra dove incontrano l’eroe di cui si invaghiscono. L’incontro avviene spesso sotto un melo oppure un pero carichi di frutti dorati, per poi proseguire nel Tündérország, il paese delle fate, dove flora e fauna sono dorate, nei corsi d’acqua guizzano pesci dorati, ci sono vasche dorate piene di latte in cui la tündérkirályné, ovvero la regina delle tündérek, fa quotidianamente il bagno. Talvolta l’eroe deve giungere autonomamente nel Tündérország dove la fata, in preda alla rabbia, è fuggita in seguito alla violazione di un divieto che aveva imposto all’amato: si tratta di un topos narrativo che richiama alla mente i racconti melusiniani. Il Paese delle fate dista, tuttavia, «più del cielo dalla terra», quindi l’eroe viene solitamente aiutato in quest’impresa da un griffmadár, un grifone che, trasportando i sacchi di farina alla regina delle tündérek, riesce ad accompagnarlo a destinazione.

Raffigurazione dello égig érő fa, dal volume di Karl Freiherr von Czoernig, Mittheilungen der kaiserl. königl. Central-Commission zur Erforschung und Erhaltung der Baudenkmale Band 1, 1856. Immagine corrispondente al monumento ungherese all'identificatore 4915, in pubblico dominio

Molto spesso la fata, oppure la figlia del re, viene rapita da un malevolo sárkány, sorta di drago contro cui l’eroe deve combattere. Si tratta di un mostro policefalo dotato di un’intelligenza malvagia, la cui forza è solitamente celata nella settima testa e la cui anima è ospitata nel corpo di un altro animale, risultando così lampante la credenza degli antichi ungheresi nella pluralità dellanima: nella fiaba Az égig érő fa (“L’albero che tocca il cielo”) l’eroe, per annientare definitivamente lo sárkány, deve distruggere i nove calabroni che si trovano dentro una scatola contenuta nella testa della lepre che salterà fuori dalla testa di un cinghiale. Lo sárkány porta le fanciulle nel proprio palazzo di rame, d’argento, d’oro o di diamante, che spesso ruota vorticosamente sull’artiglio di un palmipede oppure sulla coda del gallo. Esso può essere situato nel mondo ctonio oppure sulla sommità dell’albero che tocca il cielo e solo l’eroe táltos, che nelle fiabe è il giovane pastore oppure porcaro dotato di capacità sciamaniche, è in grado di giungervi e di fermare la sua corsa. Il palazzo così descritto costituisce, assieme al vero e proprio égig érő fa, ovvero l’albero che tocca il cielo, una delle raffigurazioni dell’axis mundi magiaro.

Il termine táltos identificava anticamente il sacerdote degli ungheresi pagani; nel folklore e nelle fiabe popolari è colui che nasce con i denti, conosce tutto senza ricorrere allo studio, interpella i defunti per conoscere le cause della loro morte, sa rintracciare persone e animali scomparsi. Per giungere al palazzo dello sárkány posto nel mondo inferiore, o alsó világ, l’eroe táltos deve scendere attraverso un cunicolo che nelle fiabe viene indicato dal termine lik e che troverebbe corrispondenza con il buco dello spirito” posto al centro del sole sui tamburi sciamanici sámi e con il lovi finlandese, ovvero la fenditura rocciosa” attraverso cui si può giungere in una realtà altra. Per fare ritorno al mondo intermedio, o középső világ, il táltos viene aiutato da un’aquila gigante che, per riconoscenza, se lo carica sul dorso consegnandogli una bisaccia di provviste con l’ordine di allungargli un boccone ogni volta che glielo chiederà; esaurite le scorte, il giovanotto táltos taglierà un pezzo della propria coscia per permettere all’aquila di giungere in superficie, come ben descritto nella fiaba A táltos kecske (“La capra táltos”): in questo topos narrativo ravvisiamo la somiglianza con la variante cartvelica del mito di Amirani.

Se, invece, il palazzo si trova nel mondo superiore, ovvero nel felső világ, il táltos deve scalare l’égig érő fa, albero senza cima con rami sottili ma ricchi di foglie, tanto da essere equiparati a foreste, come descritto nell’opera di Diószegi Vilmos intitolata A pagány magyarok hitvilága (“Il mondo delle credenze degli ungheresi pagani”, 1967). Giunto sulla sommità dell’albero cosmico, il táltos entra in possesso della sua cavalcatura sciamanica rappresentata dal tátos ló, il cavallo tátos. Si tratta di un cavallo pelle e ossa, scabbioso, sciancato che sguazza nello sterco e che fa parte della mandria dello sárkány, della boszorkány, la strega del folklore magiaro, oppure della tündér. L’eroe deve servire il padrone del cavallo per un anno, che nelle fiabe corrisponde a un periodo di tre giorni, e chiedere questo ronzino come ricompensa per il suo operato. Solo con l’intervento dell’eroe táltos, il cavallo potrà divenire un destriero tátos dal manto dorato, con tre, cinque, nove zampe e in grado di solcare i cieli per portare l’eroe a combattere contro lo sárkány oppure altri táltosok. Il combattimento avviene solitamente assumendo la forma di tori neri e bianchi, ruote di ferro o fuoco, fiamme rosse o blu, come descritto nella fiaba A vörös tehén (“La mucca rossa”).

Con un balzo il cavallo tátos è in grado di giungere in mondi lontanissimi, ricordando, sotto questo aspetto, non solo il destriero di Óðinn, Sleipnir, ma anche Ṫeṫroni che conduce Amirani nel paese dei dèmoni-fabbri per cercare una fidanzata. Il tátos ló è un puledro curioso: si nutre di brace ardente come narrato nella fiaba Az égig érő fa (“L’albero che tocca il cielo”), può metamorfosarsi in altri animali che possono essere imbrigliati e domani solo dall’eroe, è dotato del dono della parola e sa volare per i cieli divenendo invisibile, pronunciando la formula «köd előttem s köd utánam» (nebbia davanti a me e nebbia dietro di me”), comune anche alle tündérek. Talvolta si può ravvisare un rapporto quasi materno tra l’animale tátos e il táltos umano, in quanto quest’ultimo può addirittura nutrirsi del suo latte: significativo è infatti l’episodio descritto nella fiaba A vörös tehén (“La mucca rossa”) in cui la mucca invita il ragazzino a svitare una delle sue corna e a saziarsi di latte.

Benedek Elek, foto di ignoto (1924) in pubblico dominio

Concludiamo citando il peritesto di chiusura alla raccolta di Benedek Elek intitolato Itt a vége (“Questo è tutto”) in cui il raccoglitore non solo tira le fila del suo lavoro etnografico, ma pone anche enfasi sull’importanza di trasmettere le fiabe popolari ungheresi. Noi vorremmo che il lettore italiano percepisse che «il popolo ungherese ha riversato anche nelle fiabe le eccellenti caratteristiche che lo contraddistinguono da ogni altro popolo: la sua immaginazione coraggiosa […]; il suo umorismo inesauribile, le sue narrazioni geniali; il suo amore per il linguaggio costumato […]», ma che in un aspetto in particolare supera qualsiasi altro popolo, ovvero nella «rotondità compositiva delle fiabe», nella loro «perfezione artistica». Se Benedek è stato l’interprete dell’anima del popolo ungherese, come lui stesso adora definirsi, noi siamo onorati di esserne i traduttori. Ecco qui il libro: giudicate voi se abbiamo portato a termine quanto abbiamo intrapreso. E questo è tutto.


Nella Terra di Diana: II Edizione del Festival di Antropologia e Storia delle Religioni

NELLA TERRA DI DIANA

II EDIZIONE DEL FESTIVAL DI ANTROPOLOGIA E STORIA DELLE RELIGIONI

Articolo a cura di Sabrina Mall, Fausto Rinaldi e Sofia Uffreduzzi

Nella Terra di Diana seconda edizione
Il Direttore del Museo delle Religioni Raffaele Pettazzoni, Igor Baglioni, presenta il Festival "Nella Terra di Diana", giunto alla seconda edizione. Foto di Sofia Uffreduzzi e Fausto Rinaldi

Si è svolta a Nemi e Genzano di Roma l’iniziativa promossa dal Museo di Storia delle Religioni Raffaele Pettazzoni, coordinato dal direttore del museo Igor Baglioni, il Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”, giunto alla seconda edizione. L’evento ha interessato le giornate dal 3 al 6 settembre 2020 e ha accolto innumerevoli professori ed esperti invitati a dibattere riguardo alla discipline interessate, vale a dire l'antropologia e la storia delle religioni, coinvolgendo anche altre materie attinenti al tema centrale, quali la mitologia classica, la storia moderna e contemporanea.

Nella Terra di Diana seconda edizione
La professoressa Lia Giancristofaro a Genzano di Roma. Foto di Fausto Rinaldi

Quest'ultima disciplina è stata rappresentata al Festival dalla Professoressa Lia Giancristofaro nella giornata del 4 settembre nel comune di Genzano di Roma. Professoressa associata in materie demoetnoantropologiche presso l’Università di Chieti e allieva del compianto antropologo e storico delle religioni Alfonso Di Nola, Lia Giancristofaro si occupa di antropologia della memoria, politiche del patrimonio culturale e di società civile. Coautrice del libro “Patrimonio culturale immateriale e società civile” (Aracne, Roma 2020) e autrice di “Populisme et polarisations. Notes thèoriques sur le folklore dans les instituitions politiques” (L’Harmattan Italia, Torino 2020), ha esposto la difficoltà dei giovani antropologi e storici delle religioni a trovare lavoro oggigiorno in settori diversi da quelli scolastici e dell’importanza dello studio antropologico nella società odierna in quanto gli intellettuali stessi sembrano allontanarsi e non comprendere quasi più quel popolo che ha dato il nome alla disciplina che si occupa dello studio sull’uomo. Nella stessa giornata, a partire dalle ore 15.30, il Parco de palazzo Sforza Cesarini di Genzano ha ospitato la seconda sessione con l’Oriente come argomento centrale. L’esordio ha visto la presentazione dei libri di Murat Yazar “Shadows of Kurdistan. A Photographic resarch of aCultural Identity (Scienze e Lettere, Roma 2020) e di Massimo Vidale “La civiltà che non c’era” (Scienze e Lettere, Roma 2020), trainati da Adriano Rossi, iranista presso presso l'Università degli Studi di Napoli "L'Orientale" e l’Associazione di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente.

Nella Terra di Diana seconda edizione
Il Direttore del Museo delle Religioni Raffaele Pettazzoni, Igor Baglioni, presenta il Festival. Foto di Sofia Uffreduzzi e Fausto Rinaldi

Nella giornata del 6 settembre 2020 alle ore 9:30 è stata inaugurata la quinta sessione del Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”, incentrata sull’antropologia e la sociologia. Tale sessione è iniziata alle ore 9:30, e si è tenuta nell’area antistante al Palazzo Sforza Cesarini a Genzano di Roma. Il primo studioso che è intervenuto è stato il professor Roberto Cipriani, che ha presentato il libro “Fenggang Yang, La religione nella Cina comunista. Dalla sopravvivenza al risveglio” curato da Emanuela Claudia Del Re e pubblicato nel 2020 dalla casa editrice Franco Angeli Edizioni.

Durante il secondo intervento, la studiosa Marinella Linardos, presidente della “Comunità Ellenica di Roma e del Lazio”, ha intervistato il dottor Fabrizio Spagnol membro dell’“Associazione Italiana di Cultura Classica”, autore del libro “Cosa si nasconde dietro il bullismo. Saggio sulla formazione complessa” edito nel 2019 dalla casa editrice Meltemi. Nel terzo intervento della mattinata ha ripreso la parola il professore Roberto Cipriani, il quale ha parlato del suo libro, “L’incerta fede. Un’indagine quanti-qualitativa in Italia”, appena pubblicato, ma ricordando anche un'opera precedentemente pubblicata, “La religiosità in Italia” ed è basata su una ricerca cominciata nel 1994, essa fu pubblicata nel 1995 da Mondadori. È intervenuto, poi, il dottor Osvaldo Costantini. Egli ha presentato il suo libro “La nostra identità è Gesù Cristo. Pentecostalismo e nazionalismo tra gli eritrei e gli etiopici a Roma” edito dalla casa editrice Franco Angeli nel 2019. Il principale scopo del dottor Costantini è quello di analizzare come si pone il movimento pentecostale con i vari avvenimenti politici e storici avvenuti in Eritrea. Ha preso poi la parola la dottoressa Katiuscia Carnà assieme al professore Roberto Cipriani. Ella ha presentato il suo libro “Nuove identità di una società multietnica. Percorsi tra scuole, religioni, famiglie”, pubblicato dalla CLEUP nel 2020. La ricerca della Carnà si è incentrata su alcuni ambiti educativi legati alla comunità bangladese a Roma per capire come le nuove generazioni bangladesi crescessero in un territorio multietnico.Il quinto intervento è stato dedicato alla presentazione del libro “Santi in posa. L’influsso della fotografia sull’immaginario religioso”, pubblicato dalla casa produttrice Viella nel 2019 e curato da Tommaso Caliò. Il curatore ha presentato il libro, il quale è incentrato principalmente sulla fotografia devozionale e sull’influsso che quest’ultima ha avuto nel sentimento e nella pratica religiosa fino alla contemporaneità. A conclusione della quinta sessione del Festival è intervenuta la dottoressa Victoria Dos Santos, la quale ha illustrato il libro “Meaning-Making in Extended Reality. Senso e Virtualità” della casa editrice Aracne, edito nel 2020 e curato da Federico Briggio, Victoria Dos Santos e Gianmarco Thierry Giuliana. Nel pomeriggio, alle 15,30 all’interno del giardino del Palazzo Sforza Cesarini a Genzano di Roma, si è aperta la sesta ed ultima sessione del Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”.

Questa sessione riguardava le Fiabe, i Miti e la Stregoneria. La sessione pomeridiana è stata inaugurata dal dottor Andrea Maraschi, il quale ha presentato il suo libro, “Similia similibus curantur. Cannibalismo, grafofagia e “magia” simpatetica nel Medioevo (500-1500)”, pubblicato da CISAM nell’anno 2020. L’opera raccoglie una serie di casi riguardanti pratiche magiche, religiose e mediche in diverse aree dell'Occidente durante il medioevo.

Successivamente, la professoressa Alessandra Ciattini ha presentato il libro che ha curato, intitolato “Dalla magia alla stregoneria. Cambiamenti sociali e culturali e la caccia alle streghe”, della casa editrice La città del sole. Assieme alla professoressa Ciattini sono intervenuti anche la professoressa Maria Rosa Di Simone e Giangiacomo Gandolfi del Planetario e Museo Astronomico di Roma. I temi principali dell’opera sono le credenze, la magia, la stregoneria e come questi venivano trattati all’interno di differenti età storiche. Poi ha preso la parola la dottoressa Elisa Zanchetta, la quale ha curato, traducendo dall’ungherese all’italiano, l’opera “C’era una volta o forse non c’era... Fiabe cosmologiche ungheresi”, pubblicatadalla casa editrice Vocifuoriscena nel 2020. In questo libro vi sono 14 fiabe popolari ungheresi tratte dalla raccolta di Benedek Elek, etnologo, pedagogo, scrittore e giornalista ungherese. L’ultimo intervento del Festival ha riguardato il libro “Le fonti nordiche del Ring. La mitologia di Wagner”, scritto dal professore Francesco Sangriso e pubblicato da Vocifuoriscena nel 2018. Francesco Sangriso analizza il ciclo del Ring mettendo a confronto i libretti di Wagner con tre testi in particolare: l’Edda poetica; l’Edda in prosa di Snorri Sturluson e la saga dei Volsunghi, una saga norvegese del XIII secolo, la quale è la rappresentazione più compiuta della vicenda di Sigfrido e Brunilde. Il Festival ha avuto occasione di ospitare accademici e non in ciò che gli antichi definivano locus amoenus, dibattendo su argomenti inediti al grande pubblico, con l’impegno e la promessa di organizzare eventi di questo calibro per discutere di argomenti tutt’altro che inediti.

Panoramica del Lago di Nemi. Foto LPLT / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0

 

Di seguito, alcune interviste ai protagonisti dell'evento.

 

Intervista alla professoressa Marina Caffiero, a cura di Fausto Rinaldi

Perché ha deciso di partecipare al Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”? Che impressioni Le ha lasciato la giornata del 4 settembre?

Ho deciso di accettare l’invito del Dottor Igor Baglioni per due ragioni. La prima è per aver già potuto conoscere Igor Baglioni durante la presentazione di “Donne e Inquisizione”, che ho curato, e di “Profetesse a giudizio. Donne, religione e potere in età moderna”. Il secondo motivo per cui ho partecipato è perché gli incontri nel Festival sono molto interessanti in quanto sono, innanzitutto, multidisciplinari ma anche perché trattano di periodi storici differenti che vanno dall’antichità alla contemporaneità. Inoltre, si parla anche di come i temi trattati influiscano i nostri giorni. Volevo sottolineare che è anche fondamentale che si parli di libri, poiché è importante che un intervento che viene fatto, sia ancorato ad uno studio che è stato condotto.

Quali sono state le fonti da cui ha attinto nella stesura dei suoi due libri, “Donne e Inquisizione” e “Profetesse a giudizio. Donne, religione e potere in età moderna”?

Le fonti che sono state consultate per “Donne ed inquisizione” sono, ovviamente, i documenti dell’inquisizione riguardanti i processi femminili contenuti all’interno dell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, che si trova a Roma. È possibile raccogliere i documenti anche se non ci si trova nella Capitale, infatti vi sono 47 sedi periferiche dell’Inquisizione che oggi sorgono nelle città in cui una volta esisteva un Commissario per l’Inquisizione. Anche per “Profetesse a giudizio. Donne, religione e potere in età moderna” ho consultato una fonte inquisitoriale perché il fenomeno del profetismo femminile del 1700 preoccupava molto il papato e quindi fu organizzato un grande processo contro queste donne che durò due anni ma non ebbe alcun effetto. Gli inquisiti erano sia religiosi che laici e sia donne che uomini.

La donna veniva vista, dall’Inquisizione, come un elemento pericoloso per la società?

L’Inquisizione nei confronti della donna possiede una duplice percezione perché da un lato le donne inquisite, che sono numericamente inferiori agli uomini ad esclusione del fenomeno della magia e della stregoneria, venivano condannate per reati come omicidi, bigamia, infanticidio, stregoneria e giudaizzazione, nel caso in cui esse fossero ebree convertite. Tali capi d’accusa erano considerati dannosi per la società anche perché a “commettere” questi reati erano donne. Veniva rotto, dunque, uno schema che vedeva la donna subordinata alla società. Allo stesso tempo gli archivi della repressione sono “archivi della libertà” perché tramite i processi veniamo a conoscenza del comportamento di queste donne, delle loro scelte ed il fatto che esse non erano per nulla passive dinanzi alle varie vicende che le coinvolgevano. Spesso esse provavano a cercare risposte alle accuse, nel caso in cui non fossero donne aristocratiche in grado di permettersi una difesa, rifugiandosi dietro il paternalismo inquisitoriale. L’Inquisizione pensava, infatti, che oltre ad esser pericolose, le donne fossero anche intellettualmente inferiori e quindi meno colpevoli. Proprio per questo motivo le pene erano ridotte rispetto a quelle degli uomini che, al contrario delle donne, sapevano ciò che stavano compiendo. Attraverso le fonti vediamo, inoltre, che la duplice visione dell’Inquisizione circa le donne, viste da una parte come pericolose e dall’altra come plagiate, cozzano. Infatti, il luogo comune della donna “debole” viene accentuato dall’Inquisizione. In realtà, tale topos non corrispondeva alla realtà, infatti, le donne mettevano in atto una sorta di finzione strategica per sfuggire all’Inquisizione.

Intervista alla dottoressa Valeria Merola, a cura di Sabrina Mall

Cosa l’ha spinta a partecipare a questo particolare evento?

Innanzitutto l’invito che mi ha fatto molto piacere ricevere dal Dottor Igor Baglioni, che conosco molto bene e che organizza sempre eventi di grande interesse: mi fa quindi piacere parteciparvi. Inoltre per dare spazio a un libro che ho curato insieme ad altri studiosi, creatosi da un lavoro di gruppo di persone giovani e studiosi di varie discipline e mi sembrava che potesse avere la giusta vetrina in questo evento, una fusione di letteratura, cinema, arte e storia che si poteva integrare in modo specifico nella giornata di oggi.

Quale parte del lavoro ha scelto di mettere in evidenza rispetto ad altre nella presentazione del libro ‘Personaggi storici in scena’?

Mi sono concentrata soprattutto sulla metodologia che sta alla base del libro e dello spirito che appunto ha unito i studiosi, perché non essendo un mio libro volevo evidenziare il progetto l’idea del progetto che c’è dietro piuttosto che dare importanza ad un argomento rispetto ad un altro. Parlare in pochi minuti di un libro di 300 pagine ovviamente è difficile, ma ho cercato di fare qualche esempio di alcuni aspetti che mi sembravano più rappresentativi come lo spirito di comparazione e di sovrapposizione di codici, del linguaggio utilizzato e i punti chiave attraverso i quali sono riuscita a fare una selezione per esporre il lavoro dal punto di vista della metodica utilizzata. Ho sottolineato l’importanza della metodologia sulla quale si è basato l’intero progetto.

È possibile usare questo approccio metodologico, che lei ha usato nel progetto, con discipline delle varie branche che siano umaniste o scientifiche o anche per presentare entrambe?

Sicuramente la metodologia può essere un mezzo di confronto per le varie differenze linguistiche utilizzate nel campo umanistico che scientifico, concentrandosi soprattutto sul tipo di comunicazione e metodologia che si vuole utilizzare per mezzo dell’unione di più codici, simboli e tipo di linguistica. Valorizzare la capacità che c’è in questi studi anche di sfruttare di prendere qualcosa da una disciplina del tipo storica o letteraria e trasportarla nell’altra che può su base scientifica per poi esporla ad un pubblico specializzato in cambi differenti. È importante la metodologia per i nuovi mezzi di comunicazione e nel mio ambito accademico, nonostante le ricerche stanno andando più verso lo specialismo ma ha sempre una funzione rilevante. Necessaria anche per la divulgazione sia per nuove chiavi di lettura per essere in grado di mettere a confronto vari ambiti.

 

Intervista alla professoressa Emanuela Prinzivalli, a cura di Fausto Rinaldi

Perché ha deciso di partecipare al Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana”? Che impressioni Le ha lasciato la giornata del 4 settembre?

Deve sapere che conosco il dottor Igor Baglioni sin da ragazzo poiché si è formato all’interno dell’allora dipartimento “studi storico religiosi” presso l’università “La Sapienza” di Roma. Per me è, inoltre, un piacere vedere sia la crescita di questo studioso che l’attività che fa sul territorio. Il luogo in cui ora ci troviamo, quello dei Castelli romani, è un posto ricco di storia che merita di essere valorizzato come sta facendo il Museo delle Religioni "Raffaele Pettazzoni” ed è quindi per questo che i docenti si sentono di dover sponsorizzare tale attività.

Per quanto riguarda il libro “Riforma/riforme: continuità o discontinuità? Sacramenti, pratiche spirituali e liturgia fra il 1450 e il 1600” che Lei ha curato insieme ad altri due Suoi colleghi, Fulvio Ferrario e Eduardo López-Tello García, volevo chiederLe, cosa si intende per “Riforma/riforme: continuità o discontinuità”?

In questo libro si vuole trattare la riforma che parte da Lutero, la quale si inserisce in una serie di tentativi di riforma che percorrono l’Occidente latino dal Medioevo in poi. Viene aperto, anche, un dibattito forte sul significato della Riforma rispetto agli altri tentativi di riforma. Inoltre, si vuole capire in che misura, la Riforma abbia costituito un momento fondamentale per la storia europea. Dunque, questo volume cerca di capire le modalità di questa cesura nell’ottica della continuità e della discontinuità.

Quali sono le fonti che sono state consultate nella stesura di questo volume?

Le fonti che sono state consultate vanno dal 1500 sino al 1700, ossia dal primo periodo della riforma luterana al periodo più tardo. La mole dei documenti consultati è difficili da quantificare, infatti, già solo gli scritti di Lutero rappresentano una massa “infinita”. Sono stati, inoltre, consultati atti processuali, fonti storiografiche sia protestanti che cattoliche, documentazione liturgica, le preghiere dei soldati di parte riformata e cattolica etc.

Perché il sottotitolo “Sacramenti, pratiche spirituali e liturgia fra il 1450 e il 1600”?

Questa opera è frutto di una collaborazione, che io reputo molto importante, fra università laiche come “La Sapienza” e due università confessionali, da una parte la “Facoltà Valdese di Teologia” e dall’altra il “Pontificio Ateneo Sant’Anselmo”, dunque parte evangelica e parte cattolica. Il volume si concentra su argomenti che toccano il vissuto quotidiano, come la liturgia o i sacramenti, visti da punti di vista particolari. Si trattano, inoltre, gli elementi di continuità o differenziazione fra le diverse confessioni circa l’atteggiamento di una persona religiosa in determinate situazioni come le preghiere dei soldati o il comportamento di una persona una volta fatto prigioniero da un popolo di confessione differente.

 

 

 

Il Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana” anche in questa seconda edizione ha coinvolto Associazioni e territorio, che è stato vissuto sotto diversi altri aspetti, come quello turistico ed enogastronomico. Alcune interviste di seguito.

Intervista a una volontaria dell'Associazione culturale di Ariccia, a cura di Sabrina Mall e Sofia Uffreduzzi

Di cosa si occupa lei e il personale qui presente?

Noi siamo un’associazione culturale di Ariccia del comune, siamo circa 60 volontari all’interno dell’associazione conosciuti anche come ‘Gli amici di palazzo Chigi e il palazzo Sforza Cesarini’ con sede ad Ariccia e forniamo servizio di custodia dei beni culturali e di visite guidate per palazzo Sforza Cesarini a Genzano e per il palazzo Chigi ad Ariccia.

Che ruolo ha avuto la vostra associazione in questo Festival?

Fondamentalmente organizzativo, in quanto c’è stata un’apertura straordinaria del palazzo, abbiamo aperto appositamente per il festival e ha avuto anche un esito positivo in quanto siamo riusciti a farlo visitare e conoscere ad alcuni ospiti interessati del festival. Abbiamo avuto ruolo organizzativo per l’evento e cura del luogo stesso, un appoggio per l’organizzazione generale.

Che particolarità ha questo palazzo sia al livello storico e turistico?

È un palazzo di età medievale con rilevanza storica importante noto come il palazzo Sforza Cesarini. Con struttura moderna e stratificata che poi diventa un polo urbano per la cittadina attorno alla quale si è sviluppata tutta Genzano. Dal punto di vista turistico è un polo d’attrazione anche se poco conosciuto e non ben sponsorizzato, infatti è aperto nel weekend solo da circa 5 anni; essendo proprietà del comune con nessun referente specifico necessita di una gestione più articolata.

 

Intervista alla Casina delle rose, a cura di Sabrina Mall, Fausto Rinaldi e Sofia Uffreduzzi

Risiede a Genzano?

Sì, naturalmente. Anche se in realtà le mie origini sono castellane, mia mamma è nata a Roma e i miei avi fanno parte di varie zone dei castelli romani, ma io ho deciso di vivere e d’investire in questo bel paese, ovvero, Genzano.

Cosa l’ha spinta alla decisione di rimanere in questa località?

Perché le radici sono importanti secondo la mia opinione sono un valore aggiunto. È importante rispettare il luogo, l’ambiente e il territorio nel quale si risiede e se c’è qualcosa che non va cercare nel tempo con la cultura di migliorare piuttosto che abbandonarla.

Ci può raccontare qualche particolarità storica del suo ristorante?

Il ristorante nasce nel 1894-96 abbiamo questa incertezza riguardante data precisa, in quanto sui fogli e sulle immagini che abbiamo ritrovato non si è molto chiara la data. Prima era una posta per cavalli poi si è trasformata una in trattoria e anche una pasticceria. Nel corso degli anni ha assunti vari ruoli in base alle abitudini e il cambio dei costumi che ci sono stati.

Cosa caratterizza questo locale?

Il ristorante sorge sui confini di due cittadine: la parte retrostante si affaccia su Ariccia e la parte frontale su Genzano. Propri per la sua localizzazione il locale è definita anche come una vera e propria località detta appunto Casina delle rose.

Quali sono i piatti e i prodotti tipici che si possono degustare?

Abbiamo le pappardelle al sugo di lepre, le pappardelle al ragù di cinghiale, le fettuccine ai porcini, ma con il tempo dai nostri viaggi e dalla conoscenza di altre culture, ci piace creare delle fusioni come ad esempio il cocò di funghi è una ricetta georgiana che noi abbiamo riveduto e corretto, un’altra novità sono gli spaghetti alla Gengis khan, la spezia di base, che viene utilizzata negli spaghetti, veniva usata da Gengis khan per essiccare la carne con un retrogusto piccante. Ci piace fondere tradizione e innovazione. Utilizziamo anche vari tipi di erbe selvatiche e aromatiche presenti nella natura genzanese con le quali condiamo le nostre minestre, le aggiungiamo nella pasta e negli arrosti e facciamo squisite bruschette. Uno dei prodotti tipici e più conosciuti di Genzano è il nostro pane, cotto con le fascine di castagno che da un altro sapore un altro aroma un’altra sofficità consistenza che lo rende così particolarmente buono.

Abbiamo un’ottima pasticceria secca, diciamo che affondiamo le nostre radici su questa ricchezza che il territorio ci offre che spesso si trascura.

Riguardo la cultura dei vini, un vino tipico dei castelli romani?

Ne abbiamo vari di vini tipici come ad esempio il ‘Cacchione’ vino molto pesante usato per dare consistenza ai più fragili come lo Chardonnay, abbiamo la ‘Malvasia puntinata’ e il ‘Trebbiano’.

 


Nella Terra di Diana seconda edizione

"Nella Terra di Diana". Festival di Antropologia e Storia delle Religioni, seconda edizione

Nella Terra di Diana

Festival di Antropologia e Storia delle Religioni

3-6 settembre 2020

 

Manca pochissimo alla seconda edizione del Festival di Antropologia e Storia delle Religioni “Nella Terra di Diana” (Genzano di Roma-Nemi, 3-6 settembre 2020). La manifestazione sarà presentata il pomeriggio di giovedì 3 settembre in piazza Umberto I a Nemi, alle ore 16:30, e si terrà dal 4 al 6 settembre presso il palazzo Sforza Cesarini di Genzano di Roma.

Il Festival è promosso dal Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni” e dai comuni di Genzano di Roma, Nemi e Velletri.

Collaborano all’organizzazione del Festival l’Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”, l’ISMEO - Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale.

Hanno conferito il loro patrocinio alla manifestazione il Centro Interdipartimentale di Studi AMA - Antropologia del Mondo Antico dell’Università degli Studi di Siena, la Consulta Universitaria per la Storia del Cristianesimo e delle Chiese, l’ICSOR - International Center for the Sociology of Religion, la Scuola di Specializzazione in Beni Demoetnoantropologici dell’Università degli Studi di Perugia, Simbdea - Società italiana per la Museografia e i Beni Demoetnoantropologici, la Società Italiana di Storia delle Religioni.

L’iniziativa si terrà all’aperto e in rispetto delle norme di sicurezza. L’ingresso è libero e gratuito, ma è comunque necessario registrarsi come “uditori” entro il 2 settembre, scrivendo al seguente indirizzo di posta elettronica e riportando contestualmente i propri dati essenziali: [email protected]. Per dati essenziali si intendono nome, cognome, telefono, indirizzo di posta elettronica, giorno di possibile presenza.

Quanti avessero la necessità di soggiornare a Genzano di Roma o in Nemi nei giorni del Festival, possono usufruire delle strutture convenzionate a prezzo ridotto, scrivendo alla presidente dell’Associazione Calliope, la dott. Maria Paola De Marchis: [email protected]

Sarà presente un bookshop dove sarà possibile trovare le pubblicazioni presentate durante la manifestazione.

Di seguito, il programma e link utili per avere ulteriori informazioni.

Nella Terra di Diana. Festival di Antropologia e di Storia delle Religioni seconda edizione Locandina
La locandina per la seconda edizione: "Nella Terra di Diana. Festival di Antropologia e di Storia delle Religioni"

Nella Terra di Diana - 3 settembre 2020- ore 16:30

Piazza Umberto I - Nemi

Presentazione del Festival

 

Introduce:

Igor Baglioni, Direttore del Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni”

Saluti istituzionali:

Alberto Bertucci, Sindaco di Nemi

Orlando Pocci, Sindaco di Velletri

Serafina Mascolo, Commissario straordinario per Genzano di Roma

Maria Paola De Marchis, Consigliere comunale di Velletri

Intervengono:

Aroldo Barbieri, Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”

Gianluca De Sanctis, Centro Interdipartimentale di Studi AMA - Antropologia del Mondo Antico (Università degli Studi di Siena)

Roberto Cipriani, International Center for the Sociology of Religion - Roma

Adriano Rossi, ISMEO - Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente

Daniela De Angelis, Museo delle Navi Romane - Nemi

Simona Carosi, Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per l’area metropolitana di Roma, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale

 

Ricordo di Enrico Comba e presentazione del libro

Le porte dell’anno: cerimonie stagionali e mascherate animali, a cura di Margherita Amateis - Enrico Comba, Accademia University Press, Torino 2019.

Intervengono:

Caterina Agus (Università degli Studi di Torino)

Margherita Amateis (Università degli Studi di Torino)

 

Tra l’ira delle Erinni e il rancore di Afrodite. Oreste e Ippolito prima di Nemi

Spettacolo del Laboratorio Teatrale Drammatico del Liceo Classico “Ugo Foscolo” di Albano Laziale

A cura di Marcella Petrucci (Liceo Classico “Ugo Foscolo” - Albano Laziale)

 

Nella Terra di Diana - 4 settembre 2020 - ore 9:30

Palazzo Sforza Cesarini (area antistante) - Genzano di Roma

Prima Sessione: dalla Tarda Antichità all’Età Contemporanea

 

Presentazione dei libri:

• Roberto Alciati, Monaci d’Occidente. Secoli 4.-9., Carocci, Roma 2018.

Interviene:

Roberto Alciati (Università degli Studi di Firenze)

• Francesco D’Angelo (a cura di), Pellegrini e crociati tra Europa del Nord e Mediterraneo (secoli XI-XIII), “RiMe. Rivista dell'Istituto di Storia dell'Europa Mediterranea” 6 (1), 2020.

Intervengono:

Francesco D’Angelo (Sapienza Università di Roma)

Luciano Gallinari (Istituto di Storia dell'Europa Mediterranea - Cagliari)

• Fulvio Ferrario - Eduardo López-Tello García - Emanuela Prinzivalli (a cura di), Riforma/riforme: continuità o discontinuità? Sacramenti, pratiche spirituali e liturgia fra il 1450 e il 1600, Morcelliana, Brescia 2019.

Interviene:

Emanuela Prinzivalli (Sapienza Università di Roma)

• Marina Caffiero - Alessia Lirosi (a cura di), Donne e Inquisizione, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2020; Marina Caffiero, Profetesse a giudizio. Donne, religione e potere in età moderna, Morcelliana, Brescia 2020.

Intervengono:

Marina Caffiero (Sapienza Università di Roma)

Fabrizio Conti (John Cabot University)

• Valeria Merola - Sabina Pavone - Francesco Pirani (a cura di), Personaggi storici in scena, EUM - Edizioni Università di Macerata, Macerata 2020.

Intervengono:

Valeria Merola (Università degli Studi dell’Aquila)

Sabina Pavone (Università degli Studi di Macerata)

• Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, Viella, Roma 2015; Francesca Sbardella, Etnologia del sacro. Religione e modernità nella riflessione francese, Pàtron, Bologna 2019.

Intervengono:

Lia Giancristofaro (Università degli studi “Gabriele d’Annunzio” Chieti-Pescara)

Francesca Sbardella (Alma Mater Studiorum - Università di Bologna)

• Lia Giancristofaro - Valentina Lapiccirella Zingari, Patrimonio culturale immateriale e società civile, prefazione di Pietro Clemente, Aracne, Roma 2020; Lia Giancristofaro, Populisme et polarisations. Notes théoriques sur le folklore dans les institutions politiques, introduction de Laurent Sébastien Fournier, L’Harmattan Italia, Torino 2020

Intervengono:

Lia Giancristofaro (Università degli studi “Gabriele d’Annunzio” Chieti-Pescara)

Francesca Sbardella (Alma Mater Studiorum - Università di Bologna)

 

Nella Terra di Diana - 4 settembre 2020 - ore 15:30

Parco del palazzo Sforza Cesarini - Genzano di Roma

Seconda Sessione: verso Oriente

 

Presentazione dei libri:

• Murat Yazar, Shadows of Kurdistan. A Photographic Resarch of a Cultural Identity, Ist. Kurdo/ISMEO - Scienze e Lettere, Roma 2020.

Intervengono:

Adriano Rossi (ISMEO - Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente)

Murat Yazar (MEFSAD - Mezopotamya Fotoğraf ve Sinema Amatörleri Derneği)

• Massimo Vidale (a cura di), Jiroft. La civiltà che non c’era, ISMEO - Scienze e Lettere, Roma 2020.

Interviene:

Davide Salaris (Macquarie University - Sydney)

Massimo Vidale (Università degli Studi di Padova)

• Fabio Scialpi (a cura di), Gandhi nel 150° anniversario della nascita, ISMEO - Scienze e Lettere, Roma 2020.

Intervengono:

Mario Prayer (Sapienza Università di Roma)

Fabio Scialpi (Sapienza Università di Roma)

Visita guidata al borgo di Nemi

 

Nella Terra di Diana - 5 settembre 2020 - ore 9:30

Palazzo Sforza Cesarini (area antistante) - Genzano di Roma

Terza Sessione: tra Storia del Cristianesimo ed Etnografia

 

Presentazione dei libri:

• Luca Arcari, Vedere Dio. Le apocalissi giudaiche e protocristiane (4. sec. a.C.-2. sec. d.C.), Carocci, Roma 2020.

Intervengono:

Luca Arcari (Università degli Studi di Napoli “Federico II”)

Francesco Berno (Sapienza Università di Roma)

• Andrea Annese, Il Vangelo di Tommaso. Introduzione storico-critica, Carocci, Roma 2019.

Intervengono:

Andrea Annese (Sapienza Università di Roma)

Daniele Tripaldi (Alma Mater Studiorum - Università di Bologna)

• Francesco Berno, L’Apocrifo di Giovanni. Introduzione storico-critica, Carocci, Roma 2019.

Intervengono:

Francesco Berno (Sapienza Università di Roma)

Daniele Tripaldi (Alma Mater Studiorum - Università di Bologna)

• Stefano Beggiora (a cura di), Il cosmo sciamanico. Ontologie indigene fra Asia e Americhe, FrancoAngeli, Milano 2019.

Intervengono:

Stefano Beggiora (Università Ca’ Foscari - Venezia)

Davide Torri (Sapienza Università di Roma)

• Emily Pierini, Jaguars of the Dawn. Spirit Mediumship in the Brazilian Vale do Amanhecer, Berghahn Books, New York-Oxford 2020.

Interviene:

Emily Pierini (Sapienza Università di Roma)

• Davide Torri, Landscape, Ritual and Identity among the Hyolmo of Nepal. The Buddha and the Drum, Routledge, London-New York 2020.

Intervengono:

Stefano Beggiora (Università Ca’ Foscari - Venezia)

Davide Torri (Sapienza Università di Roma)

 

Nella Terra di Diana -  5 settembre 2020 - ore 15:30

Parco del palazzo Sforza Cesarini - Genzano di Roma

Quarta Sessione: dall’Antichità Classica al Medioevo

 

Presentazione dei libri:

• Giulio Guidorizzi - Silvia Romani, In viaggio con gli dei. Guida mitologica della Grecia, Raffaello Cortina, Milano 2019.

Intervengono:

Giulio Guidorizzi (Università degli Studi di Torino)

Silvia Romani (Università degli Studi di Milano)

• Aglaia McClintock (a cura di), Storia mitica del diritto romano, Il Mulino, Bologna 2020.

Interviene:

Aglaia McClintock (Università degli Studi del Sannio - Benevento)

• Renata Salvarani, The Body, the Liturgy and the City. Shaping and Transforming Public Urban Spaces in Medieval Christianity (Eighth-Fourteenth Centuries), Edizioni Ca’ Foscari, Venezia 2020.

Intervengono:

Renata Salvarani (UER - Università Europea di Roma)

Lucina Vattuone (Musei Vaticani)

 

Premio “James G. Frazer”

La Delegazione “Antico e Moderno” dell’Associazione Italiana di Cultura Classica e il Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni” conferiscono il premio “James G. Frazer” per l’anno 2020 a Giulio Guidorizzi (Università degli Studi di Torino).

Intervengono:

Igor Baglioni (Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni”)

Emanuele Lelli (Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”)

Simone Beta (Università degli Studi di Siena)

Silvia Romani (Università degli Studi di Milano)

Francesca Salvatori (Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”)

Valentina Zanusso (Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”)

Visita guidata al centro storico di Genzano di Roma

 

Nella Terra di Diana -  6 settembre 2020 - ore 9:30

Palazzo Sforza Cesarini (area antistante) - Genzano di Roma

Quinta Sessione: tra Antropologia e Sociologia

 

Presentazione dei libri:

• Fenggang Yang, La religione nella Cina comunista. Dalla sopravvivenza al risveglio, a cura di Emanuela Claudia Del Re, presentazione di Roberto Cipriani, FrancoAngeli Edizioni, Milano 2020.

Interviene:

Roberto Cipriani (Università degli Studi Roma Tre)

• Osvaldo Costantini, La nostra identità è Gesù Cristo. Pentecostalismo e nazionalismo tra gli eritrei e gli etiopici a Roma, Franco Angeli, Milano 2019.

Interviene:

Osvaldo Costantini (Sapienza Università di Roma)

• Roberto Cipriani, L’incerta fede. Un’indagine quanti-qualitativa in Italia, FrancoAngeli Edizioni, Milano 2020.

Intervengono:

Roberto Cipriani (Università degli Studi Roma Tre)

Cecilia Costa (Università degli Studi di Roma Tre)

• Katiuscia Carnà, Nuove identità di una società multietnica. Percorsi tra scuole, religioni, famiglie, CLEUP, Padova 2020.

Intervengono:

Katiuscia Carnà (Università degli Studi Roma Tre)

Roberto Cipriani (Università degli Studi Roma Tre)

• Tommaso Caliò (a cura di), Santi in posa. L’influsso della fotografia sull’immaginario religioso, Viella, Roma 2019.

Interviene:

Tommaso Caliò (Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”)

• Federico Biggio - Victoria Dos Santos - Gianmarco Thierry Giuliana (a cura di), Meaning-Making in Extended Reality. Senso e Virtualità, Aracne, Roma 2020.

Interviene:

Victoria Dos Santos (Università degli Studi di Torino)

• Fabrizio Spagnol, Cosa si nasconde dietro il bullismo. Saggio sulla formazione complessa, Meltemi, Milano 2019.

Intervengono:

Marinella Linardos (Comunità Ellenica di Roma e del Lazio)

Fabrizio Spagnol (Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”)

 

Nella Terra di Diana - 6 settembre 2020 - ore 15:30

Sesta Sessione: Fiabe, Miti e Stregoneria

 

Presentazione dei libri:

• Andrea Maraschi, Similia similibus curantur. Cannibalismo, grafofagia e “magia” simpatetica nel Medioevo (500-1500), CISAM, Spoleto 2020.

Interviene:

Andrea Maraschi (Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”)

• Alessandra Ciattini (a cura di), Dalla magia alla stregoneria. Cambiamenti sociali e culturali e la caccia alle streghe, La città del sole, Napoli 2018.

Intervengono:

Alessandra Ciattini (Sapienza Università di Roma)

Maria Rosa Di Simone (Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”)

Giangiacomo Gandolfi (Planetario e Museo Astronomico di Roma)

• Benedek Elek, C’era una volta o forse non c’era… Fiabe cosmologiche ungheresi, a cura di Elisa Zanchetta, Vocifuoriscena, Viterbo 2020.

Interviene:

Elisa Zanchetta (Università degli Studi di Padova)

• Francesco Sangriso, Le fonti nordiche del Ring. La mitologia di Wagner, Vocifuoriscena, Viterbo 2018.

Interviene:

Francesco Sangriso (Università degli Studi di Genova)

Visita al santuario di Diana Nemorense

 

Il Festival è promosso dal Museo delle Religioni “Raffaele Pettazzoni” e dai comuni di Genzano di Roma, Nemi e Velletri.

Collaborano all’organizzazione del Festival l’Associazione Italiana di Cultura Classica - Delegazione “Antico e Moderno”, l’ISMEO - Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’Area Metropolitana di Roma, la Provincia di Viterbo e l’Etruria Meridionale.

Hanno conferito il loro patrocinio alla manifestazione il Centro Interdipartimentale di Studi AMA - Antropologia del Mondo Antico dell’Università degli Studi di Siena, la Consulta Universitaria per la Storia del Cristianesimo e delle Chiese, l’ICSOR - International Center for the Sociology of Religion, la Scuola di Specializzazione in Beni Demoetnoantropologici dell’Università degli Studi di Perugia, Simbdea - Società italiana per la Museografia e i Beni Demoetoantropologici, la Società Italiana di Storia delle Religioni.

L’iniziativa si terrà all’aperto e in rispetto delle norme di sicurezza. L’ingresso è libero e gratuito, ma è comunque necessario registrarsi come “uditori” entro il 2 settembre, scrivendo al seguente indirizzo di posta elettronica e riportando contestualmente i propri dati essenziali: [email protected] Per dati essenziali si intendono nome, cognome, telefono, indirizzo di posta elettronica, giorno di possibile presenza.

Quanti tra voi avessero la necessità di soggiornare a Genzano di Roma o in Nemi nei giorni del Festival, possono usufruire delle strutture convenzionate a prezzo ridotto, scrivendo alla presidente dell’Associazione Calliope, la dott. Maria Paola De Marchis: [email protected]

Sarà presente un bookshop dove sarà possibile trovare le pubblicazioni presentate durante la manifestazione.

In basso, trovate il programma e link utili per avere ulteriori informazioni.

Info

Per informazioni sul Festival: [email protected]

Per informazioni su accoglienza e soggiorno: [email protected]

Per informazioni sul bookshop: [email protected]