Una passeggiata nel santuario di Olimpia

Una passeggiata nel santuario di Olimpia

Olimpia sorge in una valle incastonata nel cuore della regione dell’Elide. Sede dei celebri agoni sportivi, i Greci chiamavano questo luogo Altis, lì dove sorgeva un bosco sacro in onore del padre degli dei. Proprio qui, in una zona pianeggiante alla confluenza dei fiumi Alfeo e Cladeo, sorge una delle aree sacre più conosciute del mondo antico. L’importanza del santuario di Olimpia, dove tutti gli edifici avevano una rilevanza panellenica, è pari a quella del santuario di Delfi. Era frequentato da tutti i Greci da tempo immemorabile, connotato per essere luogo dove si svolgevano gli agoni.

Il santuario di Olimpia è legato alla figura di Pelope, eroe del Peloponneso in onore del quale è stato eretto un heròon al centro del santuario; l’heròon di Pelope è un recinto trapezoidale con una collinetta di terra al centro, il tumulo cioè sopra la tomba dell’eroe. La sacralità del luogo è legata anche alla figura di Eracle, figlio di Zeus, che, secondo una tradizione sarebbe stato il primo ad istituire i giochi olimpici e il primo vincitore. Il santuario è attivo dall’età geometrica (VIII secolo a.C.) e le prime olimpiadi vengono fissate nel 776 a.C.; la sua monumentalizzazione inizia nel VI secolo col tempio di Hera e poi prosegue ininterrottamente in età romana.

 

L’Heraion

Santuario di Olimpia: Tempio di Era. Foto di Matěj Baťha, CC BY-SA 2.5

Il tempio di Hera, o Heraion che dir si voglia, è il primo edificio costruito nel santuario di Zeus ad Olimpia. L’edificio, situato a nord della valle Altis all’interno del recinto sacro, si è ben conservato. Si tratta di un periptero in stile dorico risalente al 600 a.C., avente una pianta allungata in richiamo agli edifici di età orientalizzante: conta, infatti, 6 colonne sulla fronte e 16 sui lati lunghi. La storia edilizia di questo tempio è molto interessante perché, in origine, non era costruito in pietra. Di materiale lapideo vi era soltanto la parte bassa dei muri della cella; l’alzato era in mattoni crudi e la peristasi era costituita da colonne lignee. Col tempo le parti in legno, facilmente soggette al deterioramento, sono state sostituite dalla pietra.

Dalla Periegesi di Pausania apprendiamo alcuni particolari interessanti: l’erudito, durante il suo soggiorno ad Olimpia, avvenuto nel 160 d.C., sottolinea la presenza di una colonna dell’opistodomo ancora in legno e, dunque, si può immaginare che i lavori di restauro siano avvenuti successivamente. Un altro aspetto che emerge, stavolta dalle analisi archeologiche, è che le colonne ritrovate hanno tutte misure diverse, e ciò avvalora la tesi dell’archeologo tedesco Wilhelm Dörpfeld secondo la quale furono costruite in momenti diversi. E, proprio qui, nel 1877 viene riportato alla luce l’Hermes con Dioniso, capolavoro assoluto di Prassitele, oggi conservato al Museo Archeologico di Olimpia. Questo magnifico edificio è un esempio di come il processo di pietrificazione sia avvenuto nel corso di parecchi secoli.

 

Tempio di Zeus

Il tempio di Zeus costituisce l’edificio principale del santuario ed è senz’altro il più rappresentativo del trentennio che precede l’arte classica, definito “stile severo” (480-450 a.C.). È stato distrutto nel VI secolo d.C. a causa di un terremoto, e questo ha determinato che si conservasse tutta la decorazione scultorea dell’edificio, preziosa testimonianza della scultura del periodo. Il tempio è uno dei pochi edifici ad avere una cronologia certa, fornitaci da Pausania che dedica ben due volumi della sua Periegesi al santuario, attraverso i quali ci fornisce descrizioni molto dettagliate sia degli edifici sia delle sculture ritrovate all’interno del tempio di Zeus. Dall’erudito greco sappiamo che l’edificio è stato costruito col bottino ricavato dalla vittoria ottenuta dagli Elei in una guerra contro la città di Pisa nel 472 a.C. Da lui sappiamo anche che, sul frontone del tempio, gli Spartani posero uno scudo in oro che avevano dedicato col bottino della vittoria sugli Ateniesi e sugli Argivi nella battaglia di Tanagra del 457 a.C.Da tutti questi elementi gli studiosi hanno, quindi, appurato che il tempio è stato edificato tra il 472 e il 457 a.C. Si tratta di un edificio dalle dimensioni notevoli, il più grande tempio dorico costruito fino a quel momento (6 x 13 colonne). È lungo 64 m e largo 27 m; ha una cella preceduta da un pronao distilo in antis; simmetricamente dietro alla cella c’è un opistodomo e due file di 7 colonne disposte su doppio ordine; sul fondo della cella ci sono le tracce della base che doveva sostenere la statua di culto criselefantina realizzata dal grande Fidia.

Santuario di Olimpia Tempio di Zeus
Santuario di Olimpia: fronte del Tempio di Zeus ad Olimpia. Foto di Nanosanchez, in pubblico dominio

Interamente conservati sono invece i cicli scultorei che lo decoravano (12 metope e 2 frontoni). Dallo studio delle partiture architettoniche è stato possibile ricostruire nel dettaglio la fronte dell’edificio. Si conservano 12 metope, collocate in origine sopra l’architrave su fregio, pronao e opistodomo. Le metope, prima opera scultorea realizzata, erano visibili entrando nei portici ed erano state eseguite prima del collocamento della peristasi esterna. Si tratta di grandi lastre in marmo di forma quadrata (1,60 x 1,50) che si riferiscono al tema delle 12 fatiche di Eracle. Pausania le descrive iniziando dal lato est, benché la narrazione vera e propria inizi da ovest: si parte dall’impresa del leone di Nemea, a seguire l’uccisione dell’Idra di Lerna, la cattura degli uccelli di Stinfalo, la lotta contro il toro di Creta, la lotta contro la cerva di Corinto, la conquista della cintura di Ippolita regina delle Amazzoni, il cinghiale di Erimanto, le cavalle di Diomede, il mostro tricorpore Gerione, i pomi delle Esperidi, la cattura di Cerbero e, infine, la pulizia delle stalle di Augia. Le metope hanno uno schema ricorrente: mostrano l’eroe in combattimento dopo l’impresa sostenuta. In alcune metope compare anche la figura di Atena, grande alleata dell’eroe. La scelta di Eracle non è casuale poiché viene considerato come l’eroe che purifica e libera i territori da entità mostruose che rappresentano le forze oscure della natura. Dal punto di vista stilistico è importante la raffigurazione di ¾ o di profilo con la resa del corpo umano molto naturalistica e plastica. Novità assoluta l’interesse psicologico dei personaggi e l’abbandono del leziosismo nella resa di alcuni particolari.

Per ciò che riguarda i frontoni, anch’essi si conservano grazie alle descrizioni di Pausania. Sono lunghi 26 m ed hanno un’altezza massima al centro di 3,50 m. Le statue erano state reimpiegate come materiale edilizio del villaggio bizantino sorto sulle rovine del santuario dopo il terremoto. Il frontone est narra la vicenda di Pelope; la vicenda di questo eroe è molto interessante: Enomao, re di Pisa, sapeva da un responso dell’oracolo che sarebbe morto a causa del genero. Consapevole di dover, prima o poi, dare in sposa la figlia, Enomao sfidava in una corsa di bighe tutti i pretendenti di Ippodamia e puntualmente, dopo averli sconfitti, li uccideva. Il contratto di sfida prevedeva, infatti, che Enomao aveva il diritto di uccidere i perdenti. Pausania indica addirittura un tumulo dove si contano i 16 pretendenti che avevano sfidato Enomao. Pelope, figlio di Tantalo, si presenta ad Olimpia deciso a sfidare il re. Secondo una tradizione, Pelope avrebbe vinto corrompendo l’auriga di Enomao, Mietilo; l’altra versione dice che Pelope avrebbe corso usufruendo di cavalli alati donati da Poseidone. Il re vince, Pelope sposa Ippodamia e diventa egli stesso re: da loro nasce Atreo, padre di Agamennone.

Il frontone est racconta il momento che precede la partenza di questa corsa; i personaggi raffigurati sono tutti stanti: al centro c’è Zeus, più grande degli altri e indifferente alla vicenda; ai lati ci sono Pelope ed Enomao, seguono le rispettive donne. Ai lati delle coppie ci sono le due quadrighe e davanti ci sono due personaggi inginocchiati: Pausania li identifica tutti. La scena rappresenta il momento iniziale della tragedia. Un vecchio e un fanciullo concludono la scena: rappresentano due classi di età opposte che mai prima d’ora erano state raffigurate. Il vecchio è molto preoccupato: è seduto a terra e si tiene la testa con un braccio poggiato sopra qualcosa che non ci è pervenuto; ha una calvizie accentuata e una corporatura non muscolosa ma flaccida. È in un gesto di dolore e disperazione: forse è un indovino presente nel santuario e la sua reazione preoccupata è dovuta al fatto che, da indovino, conosce l’esito dello scontro. Non ci sono precedenti del genere nell’arte greca. Il fanciullo, invece, è colto nel gesto tipico di un bambino che gioca seduto a terra. I gesti indicano la sua innocenza e l’ingenuità di chi non comprende nulla di ciò che sta accadendo. Lo scultore ci mostra la tensione psicologica dei personaggi prima della gara.

Il frontone occidentale risponde invece ad una composizione opposta: c’è una zuffa, una lotta mitica in pieno svolgimento tra Lapiti e Centauri. I Lapiti erano un popolo tessalo imparentati coi Centauri e la vicenda si svolge in occasione del matrimonio tra Piritoo e Deidamia, figlia del re dei Lapiti. I Centauri, dopo il rito, mostrando la loro componente ferina si ubriacano; i Greci attribuivano a questi esseri semiferini l’epiteto di barbari che non conoscevano le buone maniere. In preda all’alcool aggrediscono tutte le donne, che vengono difese dai Lapiti. Anche qui il frontone presenta una figura divina, Apollo, che interviene nella contesa: è rivolto verso destra, alza il braccio per placare la furia dei Centauri. Ai lati ci sono Teseo e Piritoo, amici di vecchia data: c’è un’allusione simbolica alla vittoria di Atene e del Peloponneso contro i barbari, i Persiani.

Questo programma iconografico è complesso: nel frontone ovest si mette a confronto il mondo civile e il mondo dei barbari incapaci di consumare il vino con moderazione. Nel frontone est vengono esaltati gli agoni e il matrimonio, valori fondanti della polis greca. Un problema serio è l’identificazione dell’autore di queste sculture; le fonti riportano decine di maestri, ma Pausania ci fornisce dei nomi messi però in dubbio dagli studiosi. Il geografo dice che il frontone est sarebbe stato realizzato da Peonio di Mende, autore di una Nike posta frontalmente al tempio di Zeus, le cui caratteristiche sono post-fidiache e, quindi, con uno stile incompatibile. Il frontone ovest viene invece attribuito da Pausania ad Alkamenes, il primo collaboratore di Fidia per i lavori sull’Acropoli. L’attribuzione non può essere esclusa del tutto. Forse Fidia ha lavorato ad Olimpia assieme ad Alkamenes. All’interno della cella templare c’era lo Zeus criselefantino commissionato a Fidia. La sua iconografia è nota attraverso una moneta romana che lo riproduce. Fuori dal recinto sacro è stato trovato il laboratorio del geniale architetto, di dimensioni analoghe a quelle della cella templare dove l’opera fu assemblata.

 

Nike di Peonio

Santuario di Olimpia Nike di Peonio
Santuario di Olimpia: la Nike di Peonio ad Olimpia. Foto di Pufacz, in pubblico dominio

La Nike di Peonio può essere annoverata tra le opere appartenenti allo stile definito “ricco”, lo stesso a cui appartengono le Cariatidi. La scultura si trovava nel santuario di Zeus ad Olimpia; era collocata su una colonna alta 9 m di fronte alla facciata principale del tempio. Si è conservata col piedistallo originale, su cui campeggia un’iscrizione che ci dice a chi e quando è stata dedicata: 421 a.C. dai Messeni e dai Naupattii a seguito di una vittoria ottenuta contro gli Spartani nella guerra del Peloponneso. La statua è uno dei pochi originali in marmo del periodo e riproduce le caratteristiche dello stile post-fidiaco con la raffigurazione della Nike in volo che sta atterrando sulla sommità dl piedistallo. Il vento gonfia la veste e le ali spiegate, il panneggio aderisce alla parte frontale del soggetto mostrandone le fattezze.

 

Tholos di Filippo II di Macedonia

Santuario di Olimpia
Santuario di Olimpia: il Philippieion di Olimpia. Foto di Wknight94, CC BY-SA 3.0

Dopo la battaglia di Cheronea del 338 a.C., Filippo II fa costruire una tholos, il Philippieion, all’interno della quale colloca le statue criselefantine della sua dinastia: un cambiamento epocale nella mentalità dei Greci. Nel cuore del santuario di Zeus viene costruito un edificio di forma templare che, al posto delle statue degli dei, al suo interno presenta statue in tecnica criselefantina del re macedone e dei suoi antenati: è il passaggio definitivo al mondo ellenistico. L’edificio riprende il modello delle tholoi già visto ad Epidauro e Delfi ma presenta delle novità significative perché, per la prima volta, nel cuore del Peloponneso una struttura architettonica viene eretta con una peristasi in stile ionico. Non distante dal Philippieion sorgeva il Pritaneo, edificio pubblico nel quale si riunivano i cinquanta membri della Boulè.

 

Lo stadio e il ginnasio

Lo stadio di Olimpia. Foto di Klone123, in pubblico dominio

Probabilmente la struttura più celebre è lo stadio, al quale si associa la memoria dei celebri giochi. La forma definitiva viene assunta nel V secolo a.C., subito dopo la costruzione del tempio di Zeus. In stretta relazione allo stadio, la palestra era il luogo adibito all’addestramento di coloro che praticavano la lotta e il pugilato. Il complesso architettonico prevedeva un cortile a peristilio e, ai lati, vestiboli, spogliatoi, bagni e negozi, oltre ad aule fornite di panche per consentire agli atleti di riposare.

 

Santuario di Olimpia - Bibliografia

  • G. Bejor, M. Castoldi, C. Lambrugo, Arte greca, Mondadori, Milano 2013;
  • D. Castrizio, C. Malacrino, I Bronzi di Riace. Studi e ricerche, Laruffa Editore, Reggio Calabria 2021;
  • Pausania, Viaggio in Grecia. Olimpia e Elide, Vol. V - VI, BUR, Milano 2001;
  • S. Weil, La rivelazione greca, Adelphi, Milano 2014;
  • Strabone, Geografia. Il Peloponneso, Vol. VIII, BUR, Milano 1992.
  • M. Mavromataki, Olimpia e i giochi olimpici dall'antichità a oggi, Crocetti Editore, Milano 2003.

Sala dei Bronzi di Riace Paolo Moreno

Il MArRC rende omaggio a Paolo Moreno; Malacrino: «Ci lascia un grande studioso dei Bronzi di Riace»

Il MArRC rende omaggio a Paolo Moreno

Malacrino: «Ci lascia un grande studioso dei Bronzi di Riace»

Sala dei Bronzi di Riace Paolo Moreno«La scomparsa, questa mattina a Roma, di Paolo Moreno lascia sgomenti. Sia per l'uomo, dalle nobili qualità umane, sia per lo studioso e l'archeologo, il cui contributo sui Bronzi di Riace resterà di fondamentale importanza per la ricerca scientifica».

Così Carmelo Malacrino, direttore del MArRC, commenta la notizia della morte dell’archeologo e storico dell’arte di origini friulane, la cui ricerca scientifica è indissolubilmente legata alle due statue.

«Paolo – continua Malacrino - ci lascia a un anno dal cinquantesimo anniversario del ritrovamento dei Bronzi, in un momento in cui le fasi per la celebrazione dell'evento stanno per determinarsi. La sua assenza si farà sentire. È a Paolo Moreno, infatti, che si deve il primo studio scientifico sui Bronzi di Riace, oggetto di curiosità e interesse da parte dei più grandi studiosi. Moreno è stato il primo a intuire l’importanza delle nuove frontiere aperte dal mondo delle scienze applicate, in primis le analisi delle terre di fusione che hanno indicato la città di Argo, nel Peloponneso, come probabile area di produzione delle due sculture. Il suo nome, ne sono certo – conclude- non sarà dimenticato dal Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria e da tutto il mondo della cultura».

Per Paolo Moreno quei due straordinari capolavori, ‘originali’ del V secolo a.C. dalla bellezza mai vista prima, sono espressione di ‘un’arte che il rinascimento non ha mai neanche sfiorato’. Così lui stesso definiva i Bronzi di Riace nel documentario di Sky Arte andato in onda nel 2016, all’indomani della riapertura al pubblico del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Al 2002 risale, infatti, il suo celebre volume ‘I Bronzi di Riace, il Maestro di Olimpia e i Sette a Tebe’, edito per Electa, in cui una serrata analisi storico-artistica e letteraria ha portato l’archeologo friulano ad identificare i due Eroi di Riace con due delle numerose statue che costituivano il monumento eroico (heroon) dei Sette a Tebe e dei loro epigoni, posto sull’agorà di Argo ed eretto dagli Argivi all’indomani della vittoria di Oinòe contro gli Spartani (456 a.C.).

Secondo Moreno, il Bronzo A rappresenterebbe l’eroe Tideo, opera di Ageladas il Vecchio, mentre il Bronzo B, l’indovino Anfiarao, opera di Alkamenes di Lemno, gli stessi maestri a cui sarebbe da attribuire la decorazione scultorea del tempio di Zeus a Olimpia.

Molte delle ipotesi di Moreno sulle due statue di Riace sono state oggi integrate o superate da nuove acquisizioni scientifiche, ma rimane attuale la sua lezione di metodo, sull’importanza di interpretare insieme, in maniera sinottica, i dati storico-artistici, quelli letterari e quelli archeometrici.

Moreno è stato allievo di grandi maestri dell’archeologia italiano del calibro di Ranuccio Bianchi Bandinelli, Doro Levi e Giovanni Becatti. Ha diretto l’Istituto di Archeologia dell’Università di Bari e dal 1992 è stato ordinario di Archeologia e Storia dell’arte greca e romana all’Università di Roma Tre.

Paolo Moreno è stato soprattutto un instancabile divulgatore della conoscenza del mondo antico, dai grandi maestri della classicità (Fidia e Prassitele soprattutto) alle grandi trasformazioni artistiche del mondo ellenistico e romano.

Alla famiglia e agli affetti del prof. Moreno le più sentite condoglianze da parte di tutto il personale del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Reggio Calabria, 05-03- 2021

Testo e foto dalla Direzione Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria


indipendenza Grecia greca

Il lungo e tortuoso cammino dell'indipendenza greca

Quest’anno ricorre il bicentenario dell’indipendenza della Grecia. Ripercorriamone le tappe salienti.

La Grecia aveva perso la sua autonomia dopo la caduta dell’Impero Romano d'Oriente, avvenuta nel 1453. Solo le isole, e Creta in modo particolare, avevano mantenuto una certa indipendenza, ma erano state sottomesse dagli ottomani nella fase della massima espansione di questi ultimi.

Differentemente da altri territori, che con il tempo avevano perduto il tratto essenziale della loro identità culturale, in Grecia tutto questo non accadde probabilmente grazie alla forza coesiva della religione e all’influsso della Chiesa Ortodossa che, per merito del patriarca di Costantinopoli, continuava a mantenere un certo controllo sul territorio ellenico, fungendo da coagulo attorno a cui la cultura e la lingua greca riuscirono a sopravvivere. Ciò che mai si affievolì fu un certo spirito di rivalsa che, nel corso dei secoli, condusse a numerose rivolte e ad un continuo e sfibrante periodo di guerriglia contro le forze ottomane, manifesto di un sentimento di perdurante disagio.

Eugene Delacroix (1789-1863), Guerriero greco a cavallo (1856), olio su tela, Galleria Nazionale di Atene (inv. no. 5618). Foto Flickr di Tilemahos Efthimiadis, CC BY 2.0

I principali fautori di questa guerriglia erano i discendenti di coloro che avevano preferito rifugiarsi negli inaccessibili luoghi di montagna pur di tenere lontano il dominio ottomano. Contro di loro i turchi avevano arruolato altri greci, detti armatolì, che avrebbero dovuto riconquistare i passi più importanti e che, invece, finirono per mischiarsi con questi, al punto che, quando scoppiò la guerra di indipendenza nel 1821, tali forze paramilitari andarono a costituire il grosso dell'esercito rivoluzionario greco.

I finanziamenti più consistenti delle rivolte arrivarono dall’estero, da tutti quei greci espatriati in Europa, soprattutto dalla città ucraina di Odessa dove, nel 1814, un gruppo di greci aveva fondato la filiki eteria, una società segreta che propugnava il ritorno alla indipendenza del territorio ellenico.

E, finalmente, il 1821 fu l'anno in cui questa rivolta prese concretezza. Sembrava un momento propizio, innanzitutto perché l'impero ottomano si era molto indebolito, essendo impegnato in Oriente su un altro fronte di guerra contro l'impero persiano; una guerra che stava portando via ingenti risorse all'impero, costretto a spostare gran parte delle milizie dal territorio europeo verso est.

A questo si aggiungeva una motivazione di politica estera. Come è noto, gli anni Venti dell’Ottocento segnarono l’emergere dei focolai rivoluzionari in tutta Europa; un'epoca in cui le grandi potenze erano impegnate ad evitare l'insorgenza di un nuovo Napoleone che avrebbe potuto mettere a rischio la già labile stabilità internazionale. Più di ogni altro luogo, in Francia e in Inghilterra il popolo accolse con favore la ribellione greca, si crearono dei veri e propri movimenti filellenici a supporto dei movimenti di rivolta.

Dopo l'assedio di Missolungi, la rivolta ebbe inizio al confine fra impero turco e impero russo il 6 marzo 1821, non in Grecia, e questo perché il movimento della filiki eteria era convinto che, per poter avere la meglio sugli ottomani e cacciarli definitivamente dai loro territori, fosse necessario allearsi con tutti i popoli balcanici per conseguire un obiettivo comune. Questa idea, seppur valida in teoria, non trovò riscontro nella realtà e finì col mettere in serie difficoltà i battaglioni dei ribelli della filiki eteria, sconfitti in due battaglie e costretti a fuggire in Austria, terra storicamente ostile all’impero turco.

Si dovette attendere qualche mese prima di vedere la rivolta in Grecia, e la prima zona a mettersi in azione fu il Peloponneso, la terra che più duramente si era opposta al dominio ottomano. La rivolta partì da Patrasso, benché focolai di rivolta scoppiarono in tutta la penisola; senza disperdere molte energie e con grande rapidità, le forze greche riuscirono a prendere il controllo delle campagne, costringendo gli ottomani a ritirarsi nelle città, che caddero una dopo l'altra. A guidare la rivolta, partita il 23 marzo, fu un prete ortodosso, noto con lo pseudonimo di Gregorio Papaflessa, uno dei più importanti esponenti politici della Grecia indipendentista. La data celebrativa del 25 marzo indica l'atto solenne di benedizione del vescovo metropolita di Patrasso, Germanos, che benedisse gli insorti al Monastero della Grande Laura. Decisivo fu anche il ruolo di un giovane capitano di vascello, Theodoros Kolokotronis, che, a soli 17 anni, nel mese di settembre di quello stesso anno, dopo aver vinto i turchi a Valtetsi il 15 maggio, riuscì ad espugnare la piazzaforte ottomana a Tripoli. In risposta all'avvio dei conflitti, a Costantinopoli si dà vita ad una serie di esecuzioni di massa: viene impiccato il patriarca di Costantinopoli, il vescovo Gregorio V, ricordato come martire dalla Chiesa ortodossa.

In Grecia centrale la rivolta colpì Tebe, in Beozia, e rapidamente si diffuse ovunque fino ad interessare Atene. La risposta ottomana non si fece attendere e fu cruenta, com’era facile attendersi, ma la capacità di resistenza convinse i Greci della necessità di riconquistare il territorio. Delle rivolte scoppiarono nelle isole, a Creta e a Cipro, ma anche a Tessalonica, dove i rivoltosi seppur in un bagno di sangue riuscirono a conquistare una certa autonomia tra il 1824 e il 1825. In questo biennio decisivo va ricordata la figura di Lord Byron, che visse in prima persona i contrasti tra i greci che lottavano per la resistenza a Missolungi; e, proprio per celebrare questo eroico atteggiamento degli elleni che seppero resistere eroicamente a Missolungi, il celebre poeta greco Dionysios Solomos scrisse L'inno alla libertà, le cui prime due strofe divennero l'inno nazionale del paese.

A questo punto, in Grecia si cercò di creare un governo ma sorsero le prime rivalità e alcune delle associazioni che avevano maggiormente spinto per la rivolta, tra cui la stessa filiki eteria, vennero messe da parte poiché considerate poco presenti sul territorio greco e, dunque, poco incisive. A ciò si aggiunsero i forti contrasti tra le varie zone della Grecia, in particolare tra i partigiani dell’Attica e quelli del Peloponneso, con questi ultimi che cercarono di rivendicare ad ogni costo la loro maggior forza numerica e militare. Le opposizioni sfociarono in una guerra civile che ovviamente indebolì il fronte greco e lo costrinsero a chiedere un appoggio economico esterno.

La guerra civile si spense improvvisamente perché arrivò un nuovo nemico da fronteggiare: gli egiziani. L’Egitto da parecchi decenni era ormai autonomo ed era governato da Muhammad Ali, un personaggio chiave per il raggiungimento dell’autonomismo del suo paese. Gli ottomani si mostrarono restii a chiedere il loro aiuto, ma quando fu chiaro che non avrebbero potuto farcela da soli, fecero in modo che Ali inviasse le truppe in Grecia, comandate dal figlio Ibrahim Pascià. Gli egiziani sbarcarono nel Peloponneso nel febbraio del 1825 con un contingente di circa 10 mila uomini. I Greci commisero un grave errore di valutazione: erano convinti di poter vincere facilmente anche stavolta; non sapevano che l'esercito egiziano, a differenza di quello ottomano, era molto meglio organizzato grazie ad una serie di addestratori francesi che, negli anni precedenti, avevano migliorato le tecniche di combattimento.

I Greci erano sul punto di capitolare, quando a venire in loro soccorso intervenne l'opinione pubblica europea. Molto rapidamente si diffuse in tutto il vecchio continente la notizia dei massacri egiziani; notizie, queste, di certo veritiere ma ingigantite dai cronisti dell’epoca. Si giunse addirittura a scrivere che il desiderio della potenza ottomana fosse quello di estirpare i Greci e la loro cultura dal territorio ellenico, sostituendoli con turchi ed egiziani, e mettere un punto definitivo alle rivolte. Questo fece un grande effetto sull’Europa e il risultato fu che le potenze iniziarono ad intervenire.

Ioannis Kapodistrias (Giovanni Capodistria) in una litografia di Gustave Adolf Hippius (1822). Гиппиус, Г. А. Современники, собрание литографических портретов государственных чиновников, писателей и художников, ныне в России живущих : Посвящено Его Величеству государю Императору Александру I Г. Гиппиусом. - СПб. : Изд. Г. Гиппиуса ; (Литогр. Гельмерсена), 1822. Immagine in pubblico dominio

La prima potenza a mandare aiuti militari fu la Russia che, in quel periodo, aveva un Ministro degli Esteri greco, Ioannis Kapodistrias, il quale aveva più volte spinto lo zar di Russia ad intervenire in favore della sua patria d’origine. Si fecero avanti anche la Francia e l’Inghilterra; quest’ultima era molto amica dell'impero ottomano, ma decise ugualmente di gettarsi nella mischia, anche perché alcuni dei comandanti inglesi erano dichiaratamente filelleni.

La situazione mutò all’improvviso nel 1827, quando la flotta egiziana, riunitasi a Navarino, venne raggiunta dalle tre flotte di aiuti europei.

La battaglia di Navarino, uno dei momenti più importanti verso l'indipendenza della Grecia. Incisione di Robert William Smart e Henry Pyall, sulla base dei disegni di Sir John Theophilus Lee sotto la supervisione immediata di del Capitano Lord Vis. Inglesre, al National Historical Museum (1830 circa). Foto Flickr di Tilemahos Efthimiadis, CC BY-SA, 2.0

Le trattative di pace vennero avviate da Kapodistrias, che nel frattempo aveva lasciato il Ministero degli Esteri in Russia ed era giunto in Grecia dove era stato nominato Governatore. Gli egiziani furono costretti a lasciare il Peloponneso assieme a tutte le loro truppe; con gli ottomani si cercò di raggiungere una pace che potesse condurre alla tanto agognata autonomia. I primi accordi vennero disattesi, perché gli ottomani manifestarono il loro interesse a proseguire la guerra ad oltranza. Le cose cambiarono quando la Francia inviò 15 mila uomini nel Peloponneso per addestrare le truppe greche: fu grazie a quell’esercito che la Grecia riuscì ad ottenere la sua autonomia. Il 12 settembre 1829 l'esercito greco sconfisse quello ottomano nella battaglia di Petra, località a nord della Beozia, e pose fine alla ribellione. Negli anni successivi si giunse al trattato di Costantinopoli che sancì finalmente l’indipendenza del paese. A quell’epoca la Grecia era formata soltanto da una parte di quella attuale: mancavano infatti tutte le isole, tra cui Creta, e il nord. Ci vollero altri sanguinosi scontri prima di arrivare a definire il paese che conosciamo oggi.

 

Bibliografia:

  • F. Benigno – M. Giannini – N. Bazzano, L’età moderna. Dalla scoperta dell’America alla Restaurazione, Editori Laterza, Roma 2005;
  • R. Clogg, Grecia. Dall’indipendenza ad oggi, Beit Editore, Trieste 2015;
  • M. Veremis – I. S. Koliopulos, La Grecia Moderna. Una storia che inizia nel 1821, Argo Editore, Lecce 2014;
  • E. Ivetic, I Balcani. Civiltà, confini, popoli (1453-1912), Il Mulino Editore, Bologna 2020.

Guerre Persiane Temistocle

Guerre persiane: a 2500 anni dalle battaglie delle Termopili e di Salamina

Ad Agosto e Settembre di quest'anno ricorrono 2500 anni da due celebri scontri delle Guerre persiane, le Termopili e Salamina: ripercorriamone rapidamente la storia. Del celebre Impero Persiano, divenuta una potenza dalle dimensioni molto vaste grazie alle conquiste di Ciro il Grande e del figlio Cambise, conosciamo le strutture amministrative e una particolare vocazione per gli affari di politica estera. A re Dario, successore di Cambise, Erodoto (Storie, III 89) fa risalire la suddivisione del regno in venti satrapie, che consentiva una cospicua retribuzione annua di talenti d'argento.

Erodoto, con le sue Storie, è una fonte essenziale per le Guerre Persiane. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

Le origini del conflitto tra Greci e Persiani risalgono agli scontri avvenuti sulle coste della Ionia, dove gli abitanti, stanchi di subire continue vessazioni dai dominatori persiani e desiderosi di riconquistare la propria libertà, decisero di armare una rivolta capeggiati da Aristagora di Mileto, tiranno della città. È il 499 a.C.

Consapevole di non poter battere i nemici da solo, chiede dapprima aiuto a Sparta, da cui comunque ebbe un secco rifiuto; rivolgendosi alle città di Atene ed Eretria, trova una migliore accoglienza grazie anche alla comune origine ionica. Atene invia venti navi, Eretria ne invia cinque. Lo scontro navale avviene a Lade nel 494, isoletta a largo delle coste di Mileto. Sbaragliato il contingente greco, la città di Mileto, promotrice della rivolta, viene rasa al suolo e una parte degli abitanti vengono deportati in Babilonia.

Il 491 è l'anno della spedizione punitiva che Dario organizza contro quei greci, soprattutto gli ateniesi, che avevano osato intromettersi in faccende non di loro pertinenza.
Nella primavera del 490, arrivati nelle Cicladi, i Persiani comandati dai generali Dati e Artaferne non ebbero grandi difficoltà a sottomettere le popolazioni isolane. Fu la volta di Eretria, conquistata e data alle fiamme. Non restava che dirigersi verso Atene e completare la vendetta.

Guerre persiane: la battaglia di Maratona

La piana di Maratona costituisce il punto di passaggio migliore che, da Eretria, conduce ad Atene. Qui sbarcarono 20000 Persiani, ad attenderli circa 7000 opliti comandati dal polemarco Callimaco e da dieci strateghi, tra i quali figura Milziade. Unica città ad inviare aiuti fu Platea.

Elmo di Milziade, uno dei protagonisti delle Guerre Persiane, dal Museo Archeologico di Olimpia. Presenta l'iscrizione ΜΙΛΤΙΑΔΕΣ ΑΝΕ[Θ]ΕΚΕΝ [Τ]ΟΙ ΔΙ. Foto di Oren Rozen, CC BY-SA 3.0
Con il supporto di un contingente di 1000 opliti, gli Ateniesi affrontarono i nemici prima che potessero avvicinarsi alla città.
Nonostante le pesanti armature di cui erano dotati, gli Ateniesi furono i primi ad attaccare nella fase finale dello scontro che durò solo pochi giorni.

Mentre i Persiani premevano sul centro dello schieramento greco, i fianchi dell'armata greca riuscirono ad accerchiarli e costringendoli a ritirarsi verso le loro navi. Lo scontro diede agli Ateniesi una vittoria inaspettata: gli opliti si rivelarono l'arma vincente dell'esercito ateniese.

Persero la vita solo 192 Greci, sepolti nel famoso "sorós".
I propositi di re Dario furono, dunque, sventati. Non fa in tempo a riorganizzare una nuova spedizione punitiva poiché, nel 485, gli sopraggiunge la morte.
La pesante eredità di completare l'opera del padre spetta adesso al figlio Serse.

La Seconda guerra persiana

Guerre persiane: la battaglia delle Termopili

Della battaglia che oppose un pugno di Greci e lo sterminato contingente persiano nell'estate del 480 a.C. al passo delle Termopili, angusta strettoia che fungeva da allaccio tra il mare e le pendici dell'Eta, conosciamo i fatti salienti principalmente grazie al racconto che lo storiografo Erodoto ci fornisce nell'opera da lui composta, le "Storie".

Al comando di 4000 opliti peloponnesiaci, cui si aggiunsero le forze degli abitanti della Grecia centrale (provenienti dalle regioni di Beozia, Locride e Focide), il generale spartano Leonida cercò di fermare l'avanzata persiana facendo ricostruire un'antica fortificazione che prendeva il nome di "muro focese": obiettivo del re di Sparta era quello di guadagnare tempo per consentire ai suoi alleati greci di riorganizzare le forze.

I Persiani giunsero alle Termopili alla fine di luglio e, all'inizio del mese di agosto, si stanziarono sulle rive del fiume Melas, nei pressi di Trachis. Il Gran Re Serse venne a conoscenza che un piccolo contingente greco ostacolava la sua avanzata, difendendo il passo.

Da Erodoto sappiamo che alcuni greci esiliati, tra i quali vi erano anche degli spartani, gravitavano attorno al sovrano persiano; molti di essi, solitamente nobili e personaggi influenti caduti in disgrazia, chiedevano asilo alla corte del re. Questi cercavano di entrare nelle sue grazie sperando, qualora la Grecia fosse caduta in mano nemica, che il sovrano li avrebbe ricompensati concedendo loro posizioni di potere in patria. Tra i greci che passarono alla corte persiana ci fu Demarato, re di Sparta discendente degli Euripontidi che era stato destituito dal suo incarico. Si era recato in Persia per chiedere asilo e cercare fortuna. Sembra che Demarato sia divenuto consigliere del sovrano al punto da accompagnarlo anche nelle spedizioni militari.

Alle Termopili, Serse attese qualche giorno credendo che i Greci, constatando l'entità dell'esercito persiano, sarebbero fuggiti senza combattere. Spazientito dall'attesa, ordinò alla sua fanteria di forzare il passo: ciò che seguì, fu un vero massacro.

Nello stretto varco, i Persiani furono costretti ad attaccare i Greci frontalmente; gli opliti, che avevano lance più lunghe e una corazza più pesante, fecero molte vittime. Serse mandò rinforzi, ammassando così un numero sempre maggiore di soldati, e questo contribuì a far degenerare l'assalto. La carneficina continuò per due giorni. Al termine del secondo giorno, un disertore greco di nome Efialte chiese udienza a Serse: in cambio di una ricca ricompensa, l'uomo rivelò al re persiano l'esistenza di un sentiero tra le montagne che avrebbe permesso ai barbari di accerchiare i Greci e di sorprenderli alle spalle. È la fine; e non per nulla ancora oggi, nella lingua greca moderna, la parola "efialtis" (εφιάλτης) significa "incubo".

Anche Leonida conosceva quel sentiero e per questo aveva posizionato un contingente a presidiarlo; tuttavia, vedendo l'imponente schieramento nemico venirgli incontro, il contingente si ritirò precipitosamente. Solo quando era troppo tardi i Greci si resero conto del tradimento. Con il nemico che stava per attaccarli alle spalle, il re spartano comprese che le sue truppe non avevano via di scampo. Sapeva che i suoi uomini non avrebbero abbandonato la loro posizione e che sarebbero stati disposti a sacrificare la loro vita "per obbedire agli ordini della città". Non poteva però chiedere la stessa abnegazione agli alleati, perciò permise loro di ritirarsi. Assaliti dal panico, la fuga fu generale: assieme ai 300 opliti spartani, decisero di andare incontro alla morte i tebani e 700 tespiesi. L'esiguo numero di combattenti non riuscì a tenere la linea; Leonida stesso cadde vittima dei combattimenti ma confortato, pare, dall'oracolo di Delfi che gli avrebbe predetto la salvezza della città di Sparta in cambio del suo sacrificio.

Per commemorare l'eroico gesto patriottico, la zecca di Atene ha di recente prodotto una moneta da 2 euro a tiratura limitata sopra la quale viene raffigurato l'elmo di un antico guerriero ellenico.

Statua di Leonida. Foto di manue41350

Guerre persiane: la battaglia di Salamina

Emerso da un contesto in cui gli equilibri si giocavano sul crinale diversità politica, è Temistocle il vero risolutore del conflitto tra Greci e Persiani. Pare sia stato arconte nel 493, ma assurge al vero potere solo dieci anni dopo, rivestendo un ruolo decisamente diverso rispetto a quello di coloro che lo avevano preceduto: egli si muoveva entro i confini di quella democrazia che si voleva applicare anche in politica estera. quando nel 482 si scoprono le miniere argentifere nel Laurio, Temistocle propose che i cento cittadini più ricchi, in virtù di uno spirito di solidarietà, avrebbero dovuto dare in prestito un talento a testa per l'allestimento di una flotta di triremi, in previsione di un attacco nemico. La proposta nasceva non soltanto per scongiurare l'ennesimo attacco dei Persiani, ma trovava giustificazione anche nelle brucianti sconfitte riportate da Atene contro la storica rivale Egina.

Dopo il disastro delle Termopili, molte città greche vennero saccheggiate mentre altre, in panico per una situazione che stava precipitando, vennero abbandonate e lasciate alla mercé dei Persiani. È interessante notare come questo conflitto, durate una ventina d'anni, abbia messo a nudo diversi atteggiamenti da parte dei Greci: se, da una parte, ha scosso la coscienza "nazionale" di un popolo che, grazie al nemico comune, si è scoperto essere a tratti unito (almeno per quanto riguarda le regioni meridionali del paese) nelle sorti, non di certo nei costumi né in politica; d'altra parte, è pur vero che rinsaldato le posizioni egemoniche di due città, ovvero Sparta e Atene.

Temistocle Guerre Persiane
Temistocle, tra i protagonisti delle Guerre Persiane. Foto Rijksdienst voor het Cultureel Erfgoed di J.P.A. Antonietti (1926), CC BY-SA 4.0

Tra le città che vengono lasciate alla devastazione dei Persiani c'è proprio Atene; donne e bambini vengono portati ad Egina e a Trezene, dove nel 1959 è stata trovata un'epigrafe ribattezzata "decreto di Temistocle". È lui che prende in mano la situazione, grazie anche ad un oracolo che gli suggerisce di affidarsi ad un "muro di legno" che lui interpreta come un'allusione alle triremi che aveva fatto costruire qualche anno prima. La flotta greca viene raccolta a Salamina, seconda isola per grandezza del Golfo Saronico, comandata dal generale spartano Euribiade. Lo scontro avviene un mattino di settembre sotto lo sguardo incredulo di re Serse che, sicuro di godersi la vittoria dei suoi, si fa costruire un trono sulla costa ateniese. L'astuzia, l'esperienza, la tattica, probabilmente anche il favore degli dei, consentono ai Greci di riportare una vittoria schiacciante, insperata, che costringe i Persiani ad una cocente umiliazione e all'immediata ritirata.

Le successive vittorie di Platea prima e Capo Micale dopo, avvenute a un anno di distanza da Salamina, servirono anche a certificare l'inadeguatezza della flotta persiana. E se Platea fu una battaglia decisiva nella quale - secondo Erodoto - si evidenziò anche la superiorità degli armamenti greci, a Capo Micale non si trattò di un vero e proprio scontro navale, quanto piuttosto di un assalto alle fortificazioni persiane ormai definitivamente allo sbaraglio.

Bibliografia:

- D. Musti, Storia greca, Linee di sviluppo dall’età micenea all’età romana, Editori Laterza, Roma 2006.
- L. Canfora, Storia della Letteratura Greca, Editori Laterza, Roma 1986.
- Erodoto, Storie, Vol. VII, Mondadori, Milano 2003.
- L. Braccesi, Arrivano i barbari. Le guerre persiane tra poesia e memoria, Laterza, Roma-Bari 2020.
- E. Baltrush, Sparta, Il Mulino, Bologna 2002.
- W. Will, Le guerre persiane, Il Mulino, Bologna 2012.


iloti Laconia Messenia

Iloti della Messenia e iloti della Laconia

 In questo articolo continuiamo la nostra indagine circa le origini degli iloti; presumibilmente, secondo  le fonti, a Sparta ve ne erano due tipologie. Sarebbe infatti doveroso, secondo le parole dello storico culturale americano, Orlando Patterson1, fare una distinzione tra iloti asserviti in Laconia e quelli asserviti in Messenia, come evidenziato in uno dei suoi scritti  a testimonianza di ciò:

La discussione […] è che gli iloti della Laconia erano stati veri e propri schiavi che avevano vissuto un lungo processo che li aveva visti passare dal vivere in capanne ad avere un vero domicilio da persone semi-libere. I Messeni, dall’altra parte, erano state persone libere stabilitesi in Messenia, che avevano visto il loro status gradualmente ridotto da quello di persone prima semilibere e poi virtualmente schiavizzate. La schiavitù, sebbene del tipo che stava lentamente cambiando, meglio descrive la condizione dei Laconi, ed è difficile da comprendere perché i classicisti vorrebbero vederci qualcos’altro. (Patterson 2003: 295-296)

Dunque, i primi, cioè gli iloti della Laconia, sono asserviti da un’originaria condizione di contadini; i secondi, invece, sono resi schiavi in seguito ad una guerra di conquista. Entrambi i casi sono espressione rispettivamente di asservimento e sottomissione schiavile che col trascorrere del tempo si sono fuse presentando le medesime caratteristiche servili.

Messene iloti Messenia Laconia
Il teatro dell'antica Messene. Foto di Herbert Ortner, CC BY 2.5

Gli iloti, sia quelli della Laconia che della provincia della Messenia, convivevano entrambi con gli Spartani all’interno della stessa comunità. Occorre chiarire però in che modo essi fossero integrati. Le prime attestazioni della sottomissione della Messenia appaiono nelle elegie di Tirteo, il quale afferma che Teopompo, re di Sparta, occupò Messene dopo 20 anni di guerra, al tempo dei loro antenati, probabilmente agli inizi del VII secolo. Il poeta non aveva mai menzionato i Messeni con il nome di “iloti”, forse perché questa etichetta non era ancora stata coniata. I nuclei familiari e forse le comunità che avevano lasciato intatte, erano assegnate a singoli padroni spartani ai quali avrebbero dovuto dare un gravoso dazio e un tributo simbolico.

Spartani e Messeni combatterono ancora ai tempi del poeta Tirteo, e le allusioni del poeta sulla prima conquista di Teopompo mostravano che gli Spartani consideravano la loro spedizione contro questi ultimi come una guerra contro dei soggetti rivoltosi. È sicuramente possibile che le conquiste di Teopompo non erano estese a tutta la regione della Messenia poiché gli Spartani erano impegnati anche su altri fronti per espandere il loro territorio. La fuga all'estero di un numero considerevole di Messeni in occasione delle rivolte avrebbe lasciato agli Spartani un numero ridotto di forza lavoro, e non a caso i segni indicano che la diserzione era un problema costante. I padroni spartani volevano essere sicuri di avere il necessario per compensare tali perdite con l’importazione di schiavi-merce o altre forme di dipendenza.

Una graduale mescolanza dei nativi e altri schiavi spiegherebbe il perché, in accordo con quanto afferma Tucidide (I, 101, 2), “la maggior parte” degli iloti che si ribellarono nel 464 a.C. erano «discendenti degli antichi Messeni che erano stati asserviti una volta». Esso probabilmente voleva soltanto spiegare, attraverso la retorica filo-spartana, come gli abitanti della Messenia non fossero veramente tutti Messeni ma semplici schiavi. Pausania il periegeta credeva che lo status di ilota non era ancora stato imposto ai Messeni dopo il definitivo asservimento e che questa accezione fosse stata utilizzata soltanto a partire da Teopompo.

Infatti una definizione formale della categoria degli "iloti" non può essere stata presente fino al VI secolo, quando una serie di riforme della società spartana inclusero l’imposizione di aggiungere una nomenclatura specifica. Dunque si spiega perché il nome di “iloti” fu assegnato ai contadini che avevano precedentemente costituito una grande varietà di forme di dipendenza. Qualunque siano i cambiamenti, non ci sono dubbi riguardo al fatto che i Messeni abbiano sperimentato fondamentalmente lo stesso regime di dipendenza dalla prima conquista con la loro liberazione fino a circa tre secoli dopo nel 370: uno stato di servitù imposto a seguito di una conquista.

La storia di Teopompo circa le origini degli Iloti della Laconia durante la migrazione dorica è contraddetta non solo dall’archeologia, la quale non trova prove su larga-scala di movimenti di popolazione se non la notizia di violente incursioni, ma anche da almeno quattro tradizioni letterarie rivali. Così come molto più tardi, questa versione offre uno spunto completamente diverso per la servitù dei Laconi; lungi dall'essere conquistati da parte di estranei, sono stati puniti per aver disobbedito al proprio governo.

In breve, due storie trattano gli iloti della Laconia come greci pre-dori sottomessi dalla conquista: nel 700 a.c. Pausania e nel 1100 Teopompo; probabilmente gli altri due che li trattano come compagni dei Dori fatti prigionieri a Sparta come punizione per aver disobbedito ad ordini legittimi del loro re sono nel 700 Antioco o nel 1100 Eforo. La totale incompatibilità delle quattro storie sarebbe una prova sufficiente che le nostre fonti non hanno reali informazioni sulle origini degli iloti della Laconia.

Più significativo di queste storie sulle origini è il fatto che gli iloti della Laconia non hanno un’identità etnica distinta; essi erano semplicemente iloti mentre i servi Messeni erano considerati come iloti. La mancanza di un'identità etnica distinta tra servi laconici, tuttavia, non ci dice nulla circa la data o i mezzi del loro assoggettamento. Gli iloti della Laconia erano così considerati come Lacedemoni, non perché la loro identità originale si fosse gradualmente distaccata dai loro conquistatori, ma perché questa era la loro identità originale.

Nella prima età del ferro il Lacedemone era considerato, a Sparta come in molte altre parti della Grecia, presumibilmente come un gruppo etnico. Attraverso la cooperazione, gli Spartani riuscirono a unificare politicamente la regione sotto il loro dominio. Le cose che noi sappiamo riguardo Sparta, d’altra parte, ci danno fortemente l’idea che loro siano stati assoggettati in seguito ad una conquista. A differenza di tutti gli altri Greci, che consideravano gli schiavi come veri e propri beni mobili o barbari acquistati, gli Spartani vedevano gli iloti attraverso una visione servile.

Messenia. Per molti studiosi è stato necessario individuare una differenza tra iloti della Messenia e della Laconia. Foto KARDO.FAMILY (by Lily), CC BY 3.0

Nino Luraghi, rifacendosi alla tesi di Patterson, ritiene che la posizione di superiorità spartana deriva da un’unificazione tra differenti comunità etniche e sociali piuttosto che da una violenta guerra di conquista. Differentemente dalla schiavitù-merce egli dipinge la servitù ilotica come un’unione di schiavi importati e umili gruppi di contadini locali. Lo stesso Luraghi postula la sua teoria menzionando l’episodio della conquista della Messenia, dopo la quale gli Spartani governarono i popoli sottomessi secondo un’ideologia puramente militarista.

Quest’ipotesi però non può essere accettata come certa a causa delle numerose lacune di testimonianze del periodo arcaico. Infatti il modello teorico alternativo è fornito da Patterson, il quale afferma che gli iloti non sono autentici schiavi ma servi specializzati. Dunque per molti studiosi è stato necessario individuare una differenza tra iloti in Messenia e in Laconia. Ecco perché Patterson afferma che in differenti momenti storici schiavi e servi rientrano nella medesima categoria, con la particolare convergenza degli iloti della Messenia e della Laconia.

Una chiara testimonianza del legame tra questi due gruppi etnici è data dal fatto di essere omofoni e di condividere la stessa cultura, anche con i medesimi governanti spartani/spartiati. Dibattuta tra gli studiosi inoltre è la reale possibilità di vendere gli Iloti al di fuori dei confini spartani. Un’antica testimonianza di Aristotele dice che era vergognoso per gli spartani vendere la propria terra. Questo era un limite significativo sui diritti di proprietà spartani e non escludeva la possibilità che anche l’altro elemento fondamentale della produzione agricola, l’ilota, non potesse essere venduto.

Queste considerazioni preliminari però non sono determinanti e le prove di cui si dispone attualmente circa la vendita degli iloti come proprietà sono scarse. Non ci sono riferimenti letterari infatti che menzionino casi in cui un ilota venisse venduto, ma non è un motivo del tutto rilevante, dal momento che non ci sono fonti in cui ci si aspetterebbe che tali notizie vengano menzionate.

Il geografo Strabone, citando Eforo, storico del VI secolo, afferma che gli iloti erano condannati a essere schiavi, con la condizione che chiunque li possedesse non poteva liberarli e non poteva venderli al di fuori dei confini. Ciò spiegherebbe perché l’ilotismo rappresentò uno dei principali problemi della società spartana, dovuto alla costante pressione demografica che oppresse gli abitanti di Sparta.

Nel discorso di Eforo due punti sono cruciali. Il primo, è il divieto di non poter liberare gli iloti che hanno beneficiato di un affrancamento individuale; siamo a conoscenza infatti solo di occasioni in cui lo stato spartano ha liberato grandi gruppi di iloti e di alcune classi in cui sono inclusi gli iloti liberati. In secondo luogo, la parte più dibattuta del passaggio è il divieto di vendita di iloti "al di fuori dei confini".

La mancanza di liquidità nell’economia spartana, l’apparente stabilità della comunità ilotica e la mancanza di motivazioni a vendere singoli iloti hanno dato vita a questa interpretazione da parte di alcuni studiosi moderni. Douglas MacDowell, ad esempio, prende i "confini" come quelli di proprietà di un singolo Spartano e interpreta l'espressione, "al di fuori i confini "nei seguenti termini: «Il termine πωλειν (vendere); indica che uno spartano non poteva vendere un ilota e non lo poteva rimuovere dalla sua terra"2. Se questo fosse il caso, allora abbiamo un’esplicita attestazione che agli iloti mancava uno degli elementi cruciali della proprietà, dal momento che non potevano essere venduti. Nino Luraghi sentenzia in maniera veemente sul caso in relazione al testo di Eforo:

Solo le idee preconcette sull’ilotismo possono spiegare come alcuni studiosi siano stati in grado interpretare questa clausola come se significasse che era proibito di vendere del tutto gli iloti. Un rapido sguardo al testo dimostra che, al fine di trasmettere quel senso, sarebbe stato sufficiente per concludere la frase con πωλειν (vendita), senza menzionare i confini ... (Luraghi 2002a: 228-229)

Secondo Luraghi, gli iloti potevano essere venduti, dal momento che venivano considerati come una proprietà, e visti gli aspetti della loro oppressione, erano a tutti gli effetti schiavi. La comunanza tra iloti appartenenti alla Messenia e alla Laconia e il dibattito intorno la loro “vendita” purtroppo resta tutt’oggi un ambito di teorie speculative a causa del limitato numero di fonti relative a Sparta nel periodo classico, ma quantomeno, grazie a queste teorie, riusciamo ad avere un quadro approssimativo della comunità spartana.

Il monte Parnone, a cavallo tra Arcadia e Laconia. Foto di Jean Housen, CC BY-SA 3.0

1Peter Hunt, Slaves or Serfs?: Patterson on the Thetes and Helots of ancient Greece, in On Human Bondage After Slavery and Social Death, John Bodel and Walter Scheidel, New Jersey, Stati Uniti, 2017.

2Noel Lenski, Catherine M. Cameron, What is a Slave Society? The Practice of Slavery in Global Perspective, Cambridge University Press, 10 mag 2018.


La costituzione degli spartani di Senofonte: un modello infallibile

«Non un idillio fu Sparta, ma un pezzo di verace e tangibile storia del popolo greco». Da questa affermazione, cavata dallo Sparta di Helmut Berve, storico antichista di origine polacca, si può partire per analizzare quel modello spartano ai più riconosciuto come l’esempio più riuscito di costituzione egalitaria.

Quel ‘modello spartano’ è a noi noto soprattutto attraverso gli scritti tramandatici dall’antichità e dai diversi contributi che la ricerca ha messo a disposizione nel tempo. Degna di menzione, a tal proposito, è la Costituzione degli spartani di Senofonte, storico greco, vissuto tra il V e il IV secolo a.C. Lo storico, sebbene originario di Atene, non ha mai negato la sua fervente propensione per il modello politico spartano a discapito di quello ateniese che risultava essere parecchio fragile.

Senofonte
Busto di Senofonte in marmo bianco, dalla Bibliotheca Alexandrina. Foto dalla Bibliothek des allgemeinen und praktischen Wissens. Bd. 5 (1905), Abriß der Weltliteratur, Seite 46. Pubblico dominio

Le notizie biografiche su Senofonte – e anche alcune opere dello storico - ci trasmettono una serie di informazioni che giustificano, per l’appunto, la simpatia senofontea per Sparta. Lo storico non soltanto fu il ‘protetto’ di Agesilao, re a Sparta dal 400 al 360 a.C., ma combatté, a fianco degli spartani, sia contro i persiani (fondamentale, a tal proposito, l’Anabasi) sia contro la sua madrepatria, Atene.

L’esperienza maturata a fianco degli spartani e l’amicizia con il re Agesilao hanno permesso a Senofonte di dedicare a Sparta un opuscolo, la Costituzione degli spartani per l’appunto.  L’operetta senofontea è suddivisa in quindici brevi capitoli nei quali è tracciata la storia della costituzione spartana partendo dalla figura di Licurgo, leggendario legislatore spartano, erede degli Eraclidi e ispiratore di quel modello oligarchico che ha reso Sparta una delle realtà politiche più importanti della storia greca d’epoca classica.

L’esperienza diretta di Senofonte è confermata dal primissimo capitolo: «Eppure mi venne una volta il pensiero che Sparta, pur essendo una delle città meno popolose, si era dimostrata estremamente potente e rinomata in Grecia, e mi chiesi meravigliato come potesse essere avvenuta una cosa del genere; smisi però di meravigliarmene dal momento in cui mi resi conto del modo di vivere degli spartiati».

Nella lettura dell’opuscolo senofonteo è ravvisabile una caratteristica che ritorna più volte nel corso dei diversi capitoli: la messa a confronto tra la costituzione spartana e quella relativa alle altre poleis greche. È fondamentale, a questo punto, porsi un quesito: in cosa Sparta differiva dalle altre città-stato greche? Innanzitutto per la tipologia di ordinamento politico; Sparta era un’oligarchia e, in quanto tale, prevedeva un ristretto numero di governanti messi a capo di una polis ben circoscritta. Senofonte non manca di descrivere le diverse classi operanti nella città-stato Peloponnesiaca: dagli spartiati, cittadini liberi con pieni diritti politici agli iloti, schiavi alla mercé dei potenti, passando per i perieci, cittadini liberi privi di alcuni diritti. Ma queste tre diverse classi non costituivano l’intera ossatura della gerarchia spartana, ad essi si aggiungeva l’eforato, il più alto grado raggiungibile a Sparta e il basileus (re) che guidava, con autorevolezza, le diverse spedizioni militari cui Sparta prendeva parte.

Senofonte focalizza, altresì, l’attenzione sulla legislazione vigente a Sparta e sul modus vivendi tipico degli spartani. Un caratteristica fondamentale per un lacedemone era l’educazione così come l’aveva istituita Licurgo. Differentemente da Atene, dove i bambini erano affidati ad un pedagogo, nella maggior parte dei casi uno schiavo, a Sparta, al contrario, si era soliti affidare i bambini ad un paidonòmos, un uomo scelto tra i migliori cittadini di condizione libera. Un elemento che mira a sottolineare la singolarità di Sparta nel panorama delle poleis greche era caratterizzato dall’educazione impartita alle donne. Quest’ultime, parimenti agli uomini, erano solite svolgere attività ginniche e partecipare a gare d’atletica nella convinzione, tutta spartana, che una donna ben addestrata fosse più propensa a generare dei validi guerrieri (icastica è la presentazione della ginnica Lampitò nella Lisistrata di Aristofane). L’educazione spartana non si limitava soltanto all’insegnamento della lettura e scrittura, ma prevedeva, anche, delle vere e proprie prove fisiche cui i ragazzi dovevano sottoporsi. Senofonte racconta che Licurgo, al fine di spronare i figli degli spartiati a ‘dare il meglio’, istituì delle gare nelle quali i fanciulli si sfidavano in una sana e proficua competizione.

Statua di Licurgo del diciannovesimo secolo, dal Palais de Justice di Bruxelles. Foto di Matt Popovich, CC BY 4.0

Le leggi licurghee erano rispettate con devozione a Sparta. Oggi il termine ‘spartano’ indica non soltanto la frugalità dei costumi, ma anche l’austerità. Uno spartano conduceva uno stile di vita votato al rispetto della legislazione che, stando al racconto di Senofonte, fu varata da Licurgo e confermata dall’oracolo di Delfi: «Licurgo ha escogitato molti altri efficaci espedienti affinché i cittadini fossero disposti ad obbedire alle leggi; fra quelli meglio riusciti credo ci sia il non aver dato al popolo la legislazione prima di essersi recato a Delfi con le persone più importanti della città, per chiedere al dio se per Sparta fosse la cosa migliore obbedire alle leggi da lui istituite. E una volta che il dio gli ebbe risposto con un oracolo che in tutto e per tutto questa era la cosa migliore, ebbene, solo allora diede loro la legislazione, facendo sì che disobbedire a leggi confermate dall’oracolo delfico fosse non solo illegale, ma empio».

L’austerità spartana è sottolineata, ancora, dall’uso moderato del denaro. Lo storico ateniese afferma che, mentre nelle altre poleis gli uomini sono soliti ‘gareggiare’ basandosi sugli averi, a Sparta Licurgo impose che, per il bene della comunità, ci si dedicasse soltanto a ciò che avrebbe reso maggiore vantaggio alla polis: «[…] Licurgo ha proibito a tutte le persone libere di occuparsi di un’attività volta all’accumulazione di denaro, e ha proibito che essi considerino attività a sé confacente esclusivamente quelle azioni che danno a una città la libertà». Sulla base di questa affermazione ben si comprende come Sparta rappresentasse, agli occhi di Senofonte (e non solo), il modello di città-stato perfetta, scevra da qualsiasi tipologia di ambizione e fortemente ancorata ai saldi princìpi licurghei; tutto ciò concorreva a rendere ben salde le fondamenta dell’ordinamento spartano a discapito di quelle poleis dove la brama di denaro minava fortemente il bene della comunità.

Licurgo si propose, altresì, di dettare delle regole sull’organizzazione dell’esercito durante le spedizioni militari. L’accesso al servizio militare era a discapito degli efori che ne determinavano le fasce d’età idonee. L’esercito spartano era organizzato con regole ben precise; Senofonte racconta che Licurgo: «[…] operò una suddivisione in sei morai di cavalieri e sei di opliti. Ciascuna di quelle degli opliti ha un polemarco, quattro locaghi, cinque pentekontères e sedici enomotàrcahai». Questa organizzazione militare era adatta a difendere, durante gli attacchi avversari, il re che, come suddetto, partecipava alla spedizione e dettava i tempi per gli spostamenti degli opliti. Anche le regole sull’accampamento furono istituite da Licurgo ed erano a discrezione del basileus che ne definiva la posizione; gli accampamenti, spesse volte, erano itineranti. Tutto ciò concorreva a rendere gli spartani ben compatti tanto che lo stesso storico afferma: «[…] gli Spartani sono infatti gli ultimi degli uomini che si potrebbe sorprendere a trascurare, fra ciò che attiene alla guerra, quanto necessita attenzione».

Leggendo la Costituzione senofontea si evince, però, che c’è qualcosa che stride con la restante argomentazione. Senofonte, come si è visto, spende parole d’elogio nei confronti dell’ordinamento politico spartano e della relativa legislazione, ma un capitolo, il quattordicesimo per la precisione, presenta un Senofonte fortemente critico nei confronti di Sparta e meno lusinghiero. Infatti nel capitolo in questione si legge una denuncia forte da parte dello storico nei confronti degli spartani ormai dediti alla brama di potere e di denaro e fortemente lanciati ad una politica espansionistica attraverso l’armostato (un presidio spartano in terra straniera). A questo punto è lecito chiedersi: come mai questo cambio di rotta? Con molta probabilità Senofonte critica l’atteggiamento maturato dagli spartani durante la loro egemonia sulla Grecia; l’aver conosciuto le insidie del potere può aver generato atteggiamenti non legittimati dalle rigide leggi istituite da Licurgo. Sparta, insomma, si allinea con le altre poleis greche.

È lecito, ancora, chiedersi: fu veramente Sparta una polis foriera di uguaglianza? La risposta può essere sottoposta a diverse interpretazioni, quella più verosimile definisce Sparta non del tutto egalitaria dal momento che, parimenti alle altre poleis greche, nella città-stato Peloponnesiaca sussistevano diverse classi sociali caratterizzate da uno status ben definito, per fare un esempio: i perieci non erano simili agli spartiati. L’egalitarismo spartano si consumava solamente tra gli spartiati. Questo assunto dimostra che Sparta, similmente ad Atene (e così via), faceva parte di quelle società tipicamente antiche nelle quali il concetto di egalitarismo sociale non si era ancora formato del tutto.

Senofonte Costituzione Spartani
Copertina del volume Senofonte. La costituzione degli spartani. Agesilao, a cura di Guido D’Alessandro, Oscar Mondadori

(Le traduzioni dei passi succitati sono cavate da: Senofonte. La costituzione degli spartani. Agesilao, a cura di Guido D’Alessandro, Milano 2009)


Tenea Peloponneso

Tenea: ritrovata l'antica città di prigionieri sopravvissuti a Troia?

Si sarebbe ritrovata la città di Tenea, città greca della quale ci parlano Strabone (Geografia 8.6.22) e Pausania (Descrizione della Grecia 2.5.4). Questo secondo il Ministero della Cultura e dello Sport della Grecia, che ha comunicato l’opinione degli archeologi, convinti di aver individuato i primi resti tangibili dell’insediamento fondato dai prigionieri sopravvissuti al sacco di Troia.

Tra i ritrovamenti, muri e pavimenti di edifici in argilla e marmo, oltre a ceramiche domestiche. Sette sepolture hanno permesso la scoperta di gioielli in osso, rame e oro, di un dado da gioco in osso e di oltre duecento monete databili a partire dal IV secolo a. C. e fino a tarda epoca romana. Una delle tombe ospitava una donna con bambino.

Tenea PeloponnesoLa città, sulla strada tra Argo e Corinto, sarebbe fiorita grazie ai commerci; il sito sarebbe stato individuato nei pressi del villaggio di Chiliomodi, nel Peloponneso. Fino all’ultima riforma del governo locale in Grecia, la municipalità di Chiliomodi prendeva il suo nome proprio dall’antica città di Tenea, ma è ora accorpata a quella di Corinto.

A lungo gli archeologi hanno sospettato l'esistenza dell'insediamento. Gli scavi nel sito cominciarono nel 2013, ma le prove sarebbero emerse solo a settembre e ottobre di quest'anno. L'archeologa Eleonora Korka, a capo degli scavi, ha sottolineato come la città sarebbe stata prospera.

Foto dal Ministero della Cultura e dello Sport della Repubblica Ellenica.

Link: BBCDaily Mail; Washington Post; Associated PressReuters.


Grecia: nuovi ritrovamenti all'Asclepeion di Feneos

15 Ottobre 2015
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Nuovi impressionanti ritrovamenti sono stati effettuati presso l'Asclepeion di Feneos, nell'unità regionale corinzia del Peloponneso.
L'Asclepeion nell'antica città di Feneos, a 750 metri di altezza sull'altopiano omonimo, data alla seconda metà del secondo secolo a. C.
Tra i ritrovamenti: un piedistallo per due statue in bronzo e il colonnato ionico a forma di Π, con spazi di 2,30 metri tra le colonne, relativo al santuario al quale si accedeva da est (con entrata secondaria a nord).
Link: Protothema; Sigma LiveArchaeology News Network via ANA-MPA
La piana di Feneos, foto di Ulrich Tichy (ulrichstill), da WikipediaCC BY-SA 2.0 de, caricata da Smial.
 


Grecia: una macelleria dall'antica Messene

23 Settembre 2015
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Una macelleria è stata dissotterrata nell'antica Messene, vicino Kalamata, nella regione della Messenia in Peloponneso. L'edificio presenta colonne doriche per 34 metri, data al terzo-quarto secolo d. C. e si colloca nella parte occidentale dell'Agorà.
Link: Archaeology News Network via Ethnos.
La Messenia, da WikipediaPubblico Dominio, caricata da e di Pitichinaccio.
 


Grecia, Laconia: un palazzo miceneo e scavi nel tempio di Apollo Amicleo

26 Agosto 2015
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Due importanti scoperte sono avvenute nella regione greca della Laconia.
Un palazzo miceneo è stato scoperto presso la collina di Aghios Vassilios, vicino al villaggio di Xirokambi sulla pianura di Sparta. Il palazzo è datato tra il diciassettesimo e il sedicesimo secolo a. C., e sarebbe stato raso al suolo con un incendio verificatosi tra il quindicesimo e il quattordicesimo secolo a. C. Tra i molti ritrovamenti, anche tavolette di Lineare B.
Scavi anche presso il Santuario di Apollo Amicleo sulla collina di Aghia Kyriaki ad Amykles, sempre in Laconia, con un cambiamento di opinione sulla forma dell'area, e l'importante ritrovamento di un capitello dorico con ipotrachelio.

La Laconia, da WikipediaPubblico Dominio, caricata da e di Pitichinaccio.