Barcola Trieste Asburgica

Barcola, una "Pompei in miniatura" nella Trieste Asburgica

Trieste è una delle città italiane che per qualche ragione ha sempre catturato la mia immaginazione e interesse. Sarà perché diversi personaggi celebri sono legati alla città del nord Adriatico; basti pensare a Richard Francis Burton, Carlo H. De Medici, Umberto Saba, Italo Svevo, Gillo Dorfles, Susanna Tamaro, Claudio Magris e molti altri. Per questa ragione ho voluto scoprire nel dettaglio la ricchezza di Trieste e mi sono avvalso dello splendido saggio Trieste Asburgica, l'arte al servizio dell'industria del più che preparato Zeno Saracino, edito da Centoparole.

Il volume di Saracino, impreziosito da foto d'epoca, è una splendida occasione per intraprendere un tour culturale nella Trieste “austriacante” e per apprendere gli influssi architettonici, industriali e artistici di derivazione mitteleuropea intessuti nell'arazzo urbano e intellettuale della città.

Ai lettori di ClassiCult voglio però proporre uno spaccato molto interessante di Trieste, una perla nascosta e sconosciuta a molti e che merita molta considerazione. Nel quartiere di Barcola infatti si celano i resti di un “seconda Pompei”, o una “seconda Posilipo”. Avremo visto tante volte sui giornali oggi l'utilizzo sistematico del termine di “seconda Pompei” per indicare una qualunque time capsule, ma in questo caso si tratta di un'annotazione dell'epoca e si è preferito conservarla per mostrare lo stupore che suscitò allora la scoperta.

Nel territorio conteso tra Romani e Istri nacque Tergeste, città che dalla sua posizione controllò spesso i traffici dell'alto Adriatico e non solo. Nelle insenature di quello splendido paesaggio sorge anche il quartiere di Barcola.
Come ci ricorda l'autore, la zona era spesso elogiata per la coltivazione di uve pregiate, già dai tempi del “vino Pucino”, riportato da Plinio nella Naturalis Historia. A Barcola ci fu un'impennata industriale e turistico-commerciale tale da promuovere diverse attività e progetti edilizi, così nell'ottocento le vestigia romane vennero scoperte e allo stesso tempo ignorate e “calpestate” dagli speculatori commerciali.

Non dobbiamo credere però che la Trieste “asburgica” rimase indifferente, anzi si dedicò con interesse e zelo a quel revival di scoperte archeologiche tipico del classicismo ottocentesco. Da questo moto di scoperte vennero riportate alla luce diverse costruzioni, come cisterne e ville suburbane. Come riporta Saracino la villa scoperta conservava pregi di notevole importanza, tra cui un mosaico con un'ampolla d'olio e uno strigile.

Inoltre, come leggiamo nel capitolo dedicato alla “Pompei in miniatura”, negli stessi momenti vengono scoperti importanti reperti nei terreni di Enrico Ritter come la statua di marmo di un'atleta vincente (Diadoumenos).
In realtà quello che mi ha colpito maggiormente delle vicende archeologiche triestine è da collegare alla figura di Filippo Zamboni, intellettuale italiano residente a Vienna e sommamente dispiaciuto dalle vicende speculative che mettevano a rischio il patrimonio archeologico triestino, il quale fu anche menzionato ne La coscienza di Zeno da Italo Svevo.
Zamboni fu sempre un ardente polemista che lottò per sollecitare l'Italia a un risveglio culturale, lo dimostrano l'opuscolo del 1889 Di Antichità e Belle Arti come i seguenti stralci.

“Codesta Pompei in miniatura, essa pure già sul mare, dà ora ragione a me che ho chiamato Trieste, vista specialmente e goduta dalla parte dove sono venute alla luce queste antichità: la “Napoli del Settentrione”. Lode dunque a que' cittadini, e tu pure sei del bel numero uno, lode a quelli che hanno votato per la conservazione del monumento.”

“[…] Potrebbe diventare una seconda Posilipo. Ora devo aggiungere alle cose allegate in quella lettera codesto scavo, che io ancora non conosceva. Essa villa, conservata anche in parte, od anche di questa stanza sola, abbellirebbe di molto que' luoghi. Onde essa pure uscita dalla terra per gridare: “conservatemi: farete di questi contorni un de' più incantevoli del golfo adriatico; i Romani antichi si compiacevano di codesto soggiorno”.

La figura di Zamboni è perciò emblematica per tratteggiare la sensibilità archeologica - equiparabile addirittura a quella di Winckelmann - che la Trieste del tempo aveva bisogno; purtroppo ormai protesa ad una volontà turistico-balneare.
Barcola si ritrova ad essere una cornucopia di ricchezza archeologica del tutto poco sfruttata, nonostante gli sforzi locali, perciò molto del suo patrimonio storico-artistico si ritrova ad essere ammantato da alberghi, centri turistici e attività commerciali laterali.

Nonostante il ritrovamento di una cisterna di notevoli dimensioni, di mosaici policromi, laterizi e mattoni “firmati” da prefetti e notabili latini, Trieste penserà di traslare queste scoperte in altri luoghi-deposito e di sottolineare il leitmotiv fine ottocentesco ormai imperante in tutta Europa. La corsa al progresso, dell'industria al servizio del cittadino non sigleranno però la fine di una Trieste attenta alla bellezza artistica, sintomatica nel suo spirito austrocantico-asburgico. Se l'arte è al servizio dell'industria spesso è anche vero il contrario. Così le ricchezze di Barcola (commerciali e archeologiche) possono convivere e fruttuose scoperte possono essere dietro l'angolo.

In conclusione, il saggio di Saracino è consigliabile a tutti i lettori che intendono non solo rimanere avvinghiati dal fascino nordico di Trieste, ma a tutti quegli appassionati che possono (ri)scoprire il passato latino e classicheggiante di una ragnatela urbana puramente etichettata come “germanica-austriaca”.

Barcola Trieste Asburgica
La copertina del saggio Trieste Asburgica, l'arte al servizio dell'industria di Zeno Saracino, pubblicato da Centoparole.


Con Properzio per le vie di Roma. Tra callimachismo e multietnicità

Il 21 aprile 2020 è stata ricordata, in maniera piuttosto insolita rispetto agli anni precedenti, la mitica fondazione della città di Roma. Il letterato Marco Terenzio Varrone, infatti, sulla base di calcoli effettuati dall’astrologo Lucio Taruzio, ipotizzò che Romolo avesse fondato la città il 21 aprile del 753 a.C.

Con il passare del tempo, la data proposta da Varrone finì per divenire canonica e convenzionalmente considerata ineludibile punto d’avvio per la Storia romana. Quest’anno, per una serie di motivazioni che sarebbe superfluo e doloroso ribadire, possiamo solo fregiarci dell’eterna bellezza di Roma in maniera virtuale, usufruendo di immagini reperibili in rete, recuperando vecchi scatti o frugando fra i nostri ricordi più belli.

Alle volte, però, basta immergersi nelle giuste letture, farsi trasportare dalle pagine ingiallite, ma perennemente ammantate di vivido fascino, per godere di esperienze autentiche e certamente non meno piacevoli di quelle regalateci dal nostro vissuto. La voce dei poeti può ricostruire mondi perduti, farci viaggiare, sognare con indescrivibile intensità. A tal proposito, è d’uopo riflettere sulle parole di Umberto Eco, che definiva la lettura un’immortalità all’indietro, capace di farci vivere migliaia di vite.

Foto di Edoardo Taloni

Oggi, quindi, cari lettori di ClassiCult, vi porto per le vie dell’Urbe, accompagnata dal canto di Properzio, incastonato in distici elegiaci pregni di vitalità e passione.

Il poeta umbro è stato autore di quattro libri di elegie, che gli valsero, per l’alto valore formale e contenutistico, la protezione di Mecenate e, di conseguenza, anche quella del princeps. In maniera particolare, il IV libro lascia trasparire una fase di ricerca, da parte dell’autore, in una nuova poesia impegnata, culturale e civile, lontana, ma non del tutto, dalla tematica amorosa imperante nei libri precedenti.

Questo passaggio inaspettato è presentato ai lettori come l’esito del discidium da Cinzia, dichiarato nelle ultime elegie del III libro. Tuttavia, l’esigenza di questo rinnovamento poetico è ascrivibile alle persistenti richieste di una poesia romana da parte di Mecenate e Augusto, al quale è riservata l’elegia centrale (4,6). Nella stessa elegia, che rievoca la battaglia di Azio, compare l’espressione novum iter (4,6,10). Tale espressione appare emblematica dell’intero nuovo progetto poetico, alludendo esplicitamente il poeta latino a Callimaco, orgoglioso di percorrere vie mai battute prima.

Inoltre, il poeta immagina di intraprendere un percorso innovativo, come mostra in 4,1, con una passeggiata culturale nella Roma augustea. La città di Roma è principale oggetto del programma erudito di Properzio, come luogo fisico e insieme di varie componenti etnico-culturali, italiche ed esterne all’Italia, che ne fecero parte fin dalle origini, contribuendo alla sua grandezza.

Il viaggio di Properzio ingloba monumenti di rilievo, presentati, in una spasmodica foga descrittiva, nell’elegia programmatica (4,1). Le stesse opere sono poi approfondite e descritte più dettagliatamente nelle cinque elegie eziologiche (2,4,6,9,10), secondo il gusto tipicamente alessandrino per temi rari ed elitari. In questo quadro estremamente ampio e variegato, emerge l’immagine di una società romana eterogenea e multiculturale, frutto di un processo iniziato dall’arrivo dei Troiani ed evolutosi grazie all’incontro di più culture. Properzio sottolinea, inoltre, atteggiamenti di apertura, ospitalità e diplomazia, riconducibili alla prosperità e alla pace raggiunte, nella visione augustea, dopo Azio, con la fine delle guerre civili. Roma si presenta come una città ecumenica, fonte di opportunità anche per i vicini popoli italici.

Il tempietto di Giove Feretrio su una moneta del I secolo a. C. Foto ancientrome.ru, in pubblico dominio

L’elegia 4,1 si apre in forma colloquiale, iniziando in medias res con una passeggiata archeologica, in cui il poeta mostra ad uno straniero anonimo i templi dorati, soffermandosi sul tempio di Apollo Palatino, inaugurato nel 28 a.C., sulla Curia, fatta restaurare da Augusto e completata nel 29 a.C., sul tempietto di Giove Feretrio, rifatto nel 30 a.C. Il lettore comprenderà in seguito che questi o simili monumenti di Roma sono il nuovo tema del libro, con il ruolo di richiamare alla memoria importanti momenti di storia nazionale.

Il poeta sembra poi alludere al Foro Boario e seguono le Scalae Caci, il passaggio che collegava il Palatino al Foro Boario, la casa di Romolo, la Curia nel Foro Romano ed un teatro non definito, forse il teatro di Pompeo o Marcello, entrambi situati nel Campo Marzio. La successione dei monumenti crea un percorso realistico, ma non consequenziale. Comporta, infatti, ripetute salite e discese dai colli verso il Foro. Si è supposto, perciò, che il poeta stia indicando al suo accompagnatore i luoghi descritti, osservandoli da un punto elevato.

vie di Roma Properzio
Ricostruzione presso il Museo della Civiltà Romana dell’area che va (dal basso verso l’alto) dal Foro Boario al Foro Olitorio al Campo Flaminio (in alto). Foto di Alessandro57pubblico dominio

Ma il tratto più affascinante dell’intera elegia è il tema del rapporto con altri popoli. Sono presenti attestazioni di ospitalità, si allude allo stanziamento di stranieri nel Lazio, oppure vi sono espliciti riferimenti a guerre con i vicini. Non bisogna dimenticare che l’interlocutore di Properzio è un hospes, accolto cortesemente dal poeta, con orgoglio nazionale ed umiltà, visti i continui accenni alle modeste origini di Roma, descritta ai suoi albori primitivi come povera ma efficiente, popolata da pastori già in grado di riunirsi in assemblee e, al contempo, restii ai rapporti con l’esterno, soprattutto in riferimento a riti religiosi.

Si è portati a pensare che Properzio, evidenziando la scrupolosa osservanza della tradizione, voglia esaltare il mos maiorum, tassello fondamentale nell’ambito del programma augusteo. Tuttavia, Properzio esprime disapprovazione per l’eccesso di diffidenza verso gli altri culti da parte della Roma dei primordi. In seguito, però, la città viene fotografata nelle guerre con gli Etruschi e i Sabini, che portarono all’assimilazione di dei e culti diversi.

Si fa riferimento al sincretismo, all’unione di popoli, che accompagna Roma dal suo sorgere. In un alternarsi di emozioni, il poeta narra della confederazione formata da Sabini, Romani ed Etruschi, uniti in un’unica città. Emerge il fondamentale tema della città multiculturale, avviata verso un futuro splendente proprio in virtù di questa unione di forze. L’attenzione di Properzio si sposta poi sugli antenati, sui Troiani e le vicende degli esuli nel loro viaggio verso l’Italia. Questo mito viene poi unito alla leggenda locale di Romolo e Remo. Entrambe le narrazioni, nella loro diversità, risultano funzionali per esplicare al meglio la fusione di diversi popoli, portatori di varie virtù.

Incredibile l’interesse del poeta rivolto ad una quaestio che sembra trionfare in tutta l’antichità, confermando il proficuo effetto del contatto tra popoli, destinati a costruire la gloria di una città immortale, ripresa in tutta la sua maestosità ed eternata dal poeta dalle tre anime.

vie di Roma Properzio
Foto di Sebastiano Iervolino

Una breve introduzione di Timothy H. Lim ai rotoli del Mar Morto

La casa editrice Queriniana si è recentemente distinta per la pubblicazione, nella collana Sintesi, del volumetto saggistico di Timothy H. Lim. Nel pieno spirito della collana, il lavoro di Lim è un ottimo testo introduttivo alla filologia ebraica e alla storia dei rotoli del Mar Morto, capace di coinvolgere i neofiti dell'argomento e di codificare limpidamente le dense informazioni; proprio per questa capacità di sintesi potrà tornare altrettanto utile agli esperti del settore. Uno dei pregi de I rotoli del Mar Morto. Una breve introduzione è di offrire ai lettori un vero esempio di saggistica professionale denudata da qualsivoglia apporto sensazionalistico o retorico. Lim anzi indaga minuziosamente quelle questioni scandalose che hanno aleggiato sulla ricchezza archeologica e teologica dei rotoli e spiega con dovizia di particolari quanto siano pericolose e inutili queste inezie complottistiche.

Dopo l'introduzione di Cristiano Saccoccia, l'approfondimento a cura di Ilaria Coda.

Datata convenzionalmente agli inizi del 1947, la scoperta dei primi rotoli è ancora oggi nebulosa. La teoria più accreditata ha come protagonista Jum‘a Muhammed Khalil, un pastore: mentre conduceva al pascolo il suo gregge si imbatté in quella che verrà poi definita Grotta 1, situata a sud di Gerico, e incuriosito gettò al suo interno una pietra e sentì un vaso d’argilla rompersi. Fu uno degli altri due pastori che lo accompagnavano - il più giovane fra i cugini, Muhammed Ahmed el-Hamed - a recarsi nella grotta alla ricerca di oro, portando alla luce invece il Grande rotolo di Isaia, il Pesher di Abacuc e il Manuale della Disciplina, più tardi rinominato Regola della Comunità

Le grotte di Qumran. Foto di Tamarah, CC BY-SA 2.5

Gli studiosi sono concordi nell’affermare che la comunità che abitava Qumran appartenesse al gruppo religioso degli Esseni, uno dei gruppi principali del giudaismo ai tempi di Gesù, insieme ai Farisei e ai Sadducei. Flavio Giuseppe racconta la fine di Qumran, avvenuta durante la prima guerra giudaica, e testimonia che numerosi Esseni furono uccisi dai Romani: la comunità tentò allora di proteggere i manoscritti nascondendoli nelle grotte circostanti.

Si stima che i manoscritti rinvenuti siano circa 900; c’è anche chi si spinge fino al migliaio di esemplari. L’incertezza – spiega efficacemente Timothy Lim – è da attribuire principalmente alla natura del corpus con cui abbiamo a che fare: escludendo il Grande rotolo di Isaia, l’unico tra i manoscritti ad essere rimasto quasi del tutto integro, la totalità del materiale rinvenuto è costituita da frammenti di rotoli originari. È stato Stephen Reed ad occuparsi del censimento e della catalogazione di tutti i frammenti. Quest’opera lo impegnò per tre anni, inducendo una riflessione sul concetto di frammento che sfociò nella pubblicazione dell’articolo intitolato What is a Fragment? per il Journal of Jewish Studies del 1994. Gli studiosi lo hanno definito l’“enigma del puzzle”: immaginate di trovarvi di fronte ad un puzzle del quale non possedete tutte le tessere, né tantomeno una foto di riferimento sulla scatola. L’imprecisione nella numerazione dei rotoli nasce da queste difficoltà. Del resto, il consolidamento in forma scritta del testo biblico – l’Antico Testamento in particolare – richiese più stesure; inoltre, dato il ruolo fondamentale riconosciuto a questi testi dalla comunità ebraica, bisogna contemplare l’ipotesi che essi possano essere stati copiati ripetutamente nei secoli precedenti.

La datazione fu altrettanto problematica. I rotoli non erano datati al loro interno e fu necessario ricorrere allo studio della grafia utilizzando lo schema tipologico fornito da Frank Cross, allora membro del comitato internazionale responsabile della prima edizione dei Rotoli. Secondo Cross, i rotoli possono essere fatti risalire a tre periodi: quello arcaico (dal 250 al 150 a.C.), quello asmoneo (dal 150 al 30 a.C.), quello erodiano (dal 30 a.C. al 70 d.C.). Nonostante le datazioni assolute vengano generalmente respinte, soprattutto quando si tratta di testi di questo calibro, la datazione paleografica è stata integrata agli inizi degli anni ’90 con due prove del carbonio-14, confermandone l’autenticità.

L’importanza religiosa e storica di questi documenti non è immediatamente evidente al lettore meno avvezzo. La scoperta dei rotoli ha spostato indietro di più di mille anni la datazione dei manoscritti più antichi in nostro possesso. Fino ad allora il testo di riferimento è stato il testo masoretico. I Masoreti, eruditi e scribi ebrei, si occuparono nel corso dei secoli di revisionare l’Antico Testamento per la comunità ebraica, epurandolo dalle aggiunte accumulate nella sua tradizione. I Rotoli invece ci offrono uno spaccato dello stadio embrionale delle scritture bibliche, in quanto l’unificazione di tutti i testi biblici tràditi in un manoscritto che potremmo definire proto-masoretico infatti non avverrà prima del termine del I secolo d.C.

Non abbiamo testimonianze della sopravvivenza di membri della comunità degli Esseni dopo la fine violenta cui andarono incontro nel 68 d.C. Alcune comunità moderne sostengono di essere discendenti degli Esseni o addirittura di essere essi stessi Esseni. Proprio per questo la possibilità di conoscere il contenuto dei Rotoli – usanze, credenze religiose di un ordine che per molti aspetti può essere accomunato ai primi gruppi cristiani – ha dato nuova vita agli studi biblici veterotestamentari e intertestamentari.

Timothy Lim Rotoli del Mar Morto
Il saggio di Timothy H. Lim, I rotoli del Mar Morto. Una breve introduzione (titolo originale: The Dead Sea Scrolls. A Very Short Introduction), pubblicato per Editrice Queriniana nella collana Sintesi


colonizzazione Tracia

I Greci in Tracia: la colonizzazione e il casus singularis di Anfipoli

La colonizzazione greca della Tracia: contestualizzazione storico-geografica e analisi delle fonti

Con questa rubrica inaugura su ClassiCult un nuovo filone legato alla figura dei colonizzatori, e in particolare in questa sede ripercorrendo i momenti decisivi che hanno caratterizzato la progressiva colonizzazione della Tracia, dal VII secolo fino al 437 a.C., anno della fondazione della colonia di Anfipoli.

La storia di questa città rappresenta il culmine di un articolato processo evolutivo, attraverso il quale i Greci sono progressivamente entrati in contatto con un mondo fino a quel momento assai poco conosciuto. La realizzazione di questa indagine è stata possibile grazie alla presenza di una pluralità di fonti antiche, che permettono di orientarsi all’interno del complesso quadro storico preso in esame.

Sulla base della lettura di alcuni passi di Erodoto e Tucidide è possibile stabilire un ordine cronologico, di modo da inquadrare con un certo criterio gli eventi che hanno caratterizzato le esperienze coloniali condotte sul vasto territorio trace. Da Pisitrato a Cimone, passando per Istieo e Aristagora di Mileto, i Greci hanno cercato di confrontarsi con una realtà differente dalla propria, maturando una visione sempre più nitida della Tracia. I vari tentativi di colonizzazione del ricco territorio delimitato dal Monte Pangeo e dal fiume Strimone, costituiscono gli episodi più importanti di questo ambizioso progetto coloniale.

Vista dall'Acropoli di Anfipoli col fiume Strimone sullo sfondo. Foto di Marsyas, CC BY-SA 3.0

Prima di poterci addentrare nelle dinamiche storiche che hanno scandito i vari progetti coloniali, è utile se non imprescindibile procedere con due operazioni preliminari: contestualizzare il contesto storico-geografico all’interno del quale agirono gli Elleni, e tracciare un quadro chiaro delle fonti analizzate. Originariamente la Tracia si estendeva ad est della Macedonia verso il Mar Nero e il Mar di Marmara, noto anticamente come Propontide, ed era delimitata a sud dal mar Egeo e a nord dal Danubio. Il fiume Strimone, noto per le preziose miniere d’oro della sua foce, delimitava il confine tra Macedonia e Tracia.

Il territorio che i Greci prima e i Romani in seguito definivano “Tracia” ha mutato la propria morfologia geografica nel corso dei secoli. Fino all’invasione persiana del 480-479, la zona ad ovest del fiume Assio (oggi Vardar), che circonda il Golfo di Salonicco, fu abitata dai Traci. Anche tutta la costa settentrionale del Mar Egeo apparteneva ai Traci, prima che gli Ateniesi si insediassero in quella zona durante il V secolo. Inoltre, la popolazione trace occupava il Chersoneso tracico (l’attuale penisola di Gallipoli), la riva settentrionale della Propontide, le terre immediatamente a sud dell’Ellesponto, oggi conosciuto come stretto dei Dardanelli, e parte dell’Anatolia nordoccidentale, compresa la Troade (denominazione storica della penisola di Biga).

L’affascinate storia di questo variegato territorio rappresenta un ricco bacino di notizie dal quale attingere per comprendere l’esperienza coloniale di Atene tra la metà del VI secolo e il V, e conoscere alcuni dei più importanti personaggi illustri della quale si resero protagonisti, come Pisistrato e Miliziade. La Θρᾴκη aveva un’importanza centrale per Atene, grazie alle risorse naturali e le vie strategiche, soprattutto quelle che avrebbero potuto condurre alle coste orientali e meridionali del Mar Nero, principale fonte di grano importato durante il V secolo.

Il controllo della rotta commerciale del Mar Nero era particolarmente importante per imporre dazi e gestire le attività dei marinai in viaggio. Tali elementi erano fondamentali per un impero che basava la propria forza sulla flotta e i traffici marittimi. Inoltre la Tracia, soprattutto per gli Ateniesi, rappresentò per diversi secoli un rifugio in cui i perseguitati politici trovavano asilo politico e opportunità. Per tutto il tardo periodo arcaico e il periodo classico, le fertili e selvagge terre dominate dai Traci spaventarono, incuriosirono e affascinarono la maggior parte dei Greci.

Come afferma Matthew A. Sears, uno dei principali studiosi della storia trace, il complesso scambio di interazioni tra barbari e popolazioni greche diede vita a una vera e propria storia d’amore tra culture differenti, durata oltre duecento anni di intrecci e commistioni. Dunque, i legami tra Atene e la dimensione trace, non furono soltanto di natura economica o politica, bensì anche culturale.

Peltasta trace da ceramica a figure rosse del V-IV secolo a. C. nella Harvard University, Arthur M. Sackler Museum, Robinson Collection 1959.219. Foto di Skanderbeg~commonswiki, pubblico dominio

Si diffuse soprattutto tra i principali esponenti dell’élite ateniese il desiderio di conformarsi ai canoni tradizionali della società trace, i cui era possibile aspirare ad uno stile di vita sublimato, pseudoeroico, evocando la dimensione epica dei Βασιλῆς descritti da Omero. Secondo Matthew A. Sears, Atene non fu più in grado di soddisfare le aspettative e le ambizioni della propria classe dirigente per un motivo legato alla struttura del suo stesso sistema sociale: l’ἔθος egualitario. Dunque tutti i cittadini di una πόλις democratica erano alla pari gli uni con gli altri, in senso politico e socio-culturale, per cui le pretese e le ostentazioni dell’aristocrazia erano represse e disapprovate.

Anche in ambito militare l’influenza trace ebbe delle pesanti e significative ripercussioni. Per alcuni valorosi greci che nutrivano ammirazione per i Traci, l’oplitismo soffocava le virtù belliche dei combattenti ispirati dall’eroismo atavico degli insigni predecessori. Molti Greci vedevano nei Traci il riflesso del proprio passato leggendario dominato, nelle rappresentazioni dei poeti epici, dalle figure di sovrani mitici e straordinari guerrieri. I tentativi degli Ateniesi di colonizzare l’universo trace furono principalmente dettati da esigenze di natura economica e territoriale, ma non si può trascurare il desiderio, in una visione anche un po’ romantica e romanzata, di voler ritrovare la propria identità smarrita.

La doppia erma di Erodoto e Tucidide. Foto dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Passando alle fonti, nonostante lo studio dell’argomento possa vantare un esteso repertorio di testimonianze, l’unico approccio resta atenocentrico poiché la Tracia non ha lasciato testimonianze scritte. Infatti, le principali fonti adoperate per la ricostruzione degli eventi storici esaminati, alle quali di seguito si fa riferimento, sono due autori greci: Erodoto e Tucidide. Dunque, è arduo discernere la percezione della Tracia che emerge dalle fonti letterarie da ciò che realmente fu questo territorio, ma non si può trascurare l’importanza di coloro che, da osservatori dirette delle vicende, narrarono gli episodi storici che si susseguirono.

In una dimensione dove l’identità etnica dei Greci è ormai saldamente radicata e l’immagine del barbaro tende ad essere enfatizzata attraverso ampollose rappresentazioni, Erodoto, discostandosi da questa visione, registra e documenta le caratteristiche peculiari della civiltà trace, mettendone in evidenza paure e aspirazioni, cultura e tradizione. Lo storico di Alicarnasso fornisce una descrizione dei Traci e delle vicende legate ad essi basata su un’impostazione etnografica, dalla quale trapela una saggia accettazione di un mondo differente dal proprio.

Nella descrizione erodotea i Traci rappresentano una categoria distinta di persone, i cui connotati non sono ascrivibili ad una popolazione straniera. Ci sono diversi fattori che hanno contribuito allo sviluppo di questa prospettiva in Erodoto. In primis la colonizzazione greca delle zone settentrionali del Mar Egeo; in secondo luogo la diffusione e il consolidamento dell’influenza ateniese sul suolo trace, che resero i legami tra autoctoni e colonizzatori sempre più stretti e frequenti; infine, non meno importante, l’assimilazione da parte della società greca di alcuni elementi mitologici appartenenti al πάνθεον trace. Basti pensare che Diomede, Orfeo e Dioniso hanno acclarate origini traci.

Erodoto, criticato aspramente da molti studiosi circa la veridicità dei suoi scritti, resta in ogni caso una delle fonti più attendibili per comprendere i legami esistenti tra Greci e Traci. Durante la permanenza dello storico ad Atene, è plausibile ma non del tutto certo che entrò in diretto contatto con alcuni soggetti traci che vivevano nella città. Sempre con scarsa sicurezza è possibile ipotizzare che si affidò a testimonianze ateniesi per quanto riguarda gli affari traci connessi con le zone del Chersoneso e del Mar Egeo.

Tra i suoi innumerevoli viaggi egli si sarebbe recato personalmente nelle zone dell’Ellesponto e dell’isola di Taso, dove gli scambi con i Greci e i Traci stanziati su quei territori gli avrebbero permesso di maturare una solida conoscenza del vasto e complesso mondo trace. Erodoto fornisce un’ampia e accurata descrizione della popolazione trace attraverso un excursus presente nelle prime pagine delle Storie. I Traci sono raffigurati come feroci e temibili combattenti, propensi alla guerra e alle angherie, organizzati in comunità dalla struttura arcaica. Le particolarità che lo storico seleziona e rappresenta sono per la maggior parte sconosciute ai Greci.

François Hartog, noto storico francese, prendendo in esame la descrizione erodotea sulla popolazione degli Sciti, affermò che lo storico di Alicarnasso si servì delle informazioni relative ai barbari per metterle in relazione con la cultura e la tradizione degli stessi Greci, con lo scopo di approfondire la natura dei rapporti tra culture differenti. Lo stesso modus operandi fu applicato per definire e delineare i primi contatti tra la cultura greca e i Traci. Il modello etnografico inaugurato da Erodoto ha ispirato, nel corso dei secoli, generazioni di storici che hanno proseguito le indagini sulla storia della Tracia.

A differenza di Erodoto, Tucidide propone un ritratto diverso dei popoli barbari, affermando che essi, in un passato non molto distante, erano impegnati con i Greci nelle medesime spedizioni navali. Talvolta questa collaborazione sfociava in veri e propri atti di pirateria e banditismo. Inoltre, lo storico osserva che gli antichi usi e costumi di alcuni Greci erano gli stessi dei popoli del suo tempo identificati come stranieri, e questo aspetto proverebbe l’esistenza di strette connessioni tra diverse culture apparentemente molto distanti.

La figura di Tucidide è strettamente legata alla Tracia, non solo in un’ottica letteraria, ma per la presenza di legami storici e biografici. Tucidide stesso fornisce alcune notizie interessanti riguardo il suo patronimico di origine trace: Oloro. Partendo da questo rarissimo nome è stato possibile ricostruire la genealogia del celebre storico ateniese, il quale era imparentato con la famiglia di Miliziade e di suo figlio Cimone.

L’indagine sull’identità di Tucidide passa anche per il nome della madre, Egesipile, lo stesso della moglie di Miliziade. Nell’ambito degli studi legati alla ricostruzione dell’immagine tucididea, la tradizione antica un’ulteriore conferma: la posizione della sua tomba collocata accanto a quella della famiglia di Cimone, proverebbe uno un legame diretto tra lo stesso politico e la celebre dinastia dei Filaidi.

Questa testimonianza giustificherebbe l’appalto delle miniere della zona della Tracia, antistante l’isola di Taso, per conto della città di Atene. Infatti, lo sfruttamento delle miniere d’oro del Pangeo permise al grande storico di conoscere alla perfezione le caratteristiche morfologiche del territorio, gli impianti urbanistici della città e il tipo di popolazione della maggior parte della località trace. Il nome del padre di Tucidide e lo sfruttamento delle miniere in Tracia sono confermati dallo stesso storico in alcuni passi della Guerra del Peloponneso (Thuc. IV, 104, 4 – IV, 105, 1).

Le ricchezze provenienti dalle attività minerarie gli permisero di ottenere potere e rispetto presso i principali esponenti dell’élite aristocratica. Basti pensare che Brasida, il generale spartano che nel 424 guidò la spedizione contro la colonia ateniese di Anfipoli, lo temeva per le sue grandi doti strategiche e militari e lo rispettava per l’immenso carisma politico. Infatti, la precisione e l’accuratezza del racconto tucidideo hanno indotto alcuni studiosi ad ipotizzare un contatto diretto tra Brasida e Tucidide, entrambi coinvolti nelle vicende che riguardarono Anfipoli:

Intanto Brasida, timoroso anche dell’aiuto della squadra navale proveniente da Taso, e informato che Tucidide possedeva il diritto di sfruttamento delle miniere d’oro in quei luoghi della Tracia e per questo fatto era tra i più influenti cittadini della terraferma, si affrettò per occupare la città prima di lui, se poteva. Voleva evitare che al suo arrivo la folla degli Anfipoliti, sperando che Tucidide li salvasse arruolando forze dalle isole e chiamando aiuti dalla Tracia, non fosse più a lui favorevole. (Thuc. IV, 105, 1)
Alla luce delle affermazioni precedentemente esposte, la narrazione di Tucidide sembra basarsi su una visione oggettiva degli eventi storici.

La tradizione letteraria non rappresenta l’unico canale praticabile per esaminare lo sconfinato repertorio di fonti. Non vanno trascurate le preziose testimonianze offerte dalla ricerca archeologica ed epigrafica. In molti casi le iscrizioni, come quella di Pistiro, rappresentano le sole e uniche tracce alle quali affidarsi quando le prove letterarie non sono presenti.

Anfipoli colonizzazione Tracia
Fortificazioni e ponte ad Anfipoli. Foto di Marsyas, CC BY-SA 3.0

Dove la storiografia tace, la ricerca archeologica ed epigrafica apre uno spiraglio di preziose notizie attraverso cui è possibile colmare le voragini lacunose della tradizione scritta. Il caleidoscopico scenario della futura area di Anfipoli si arricchisce di ulteriori elementi. In questo contesto si inserisce la scoperta di un’antica iscrizione rinvenuta nel tratto settentrionale delle mura di Anfipoli, che ha permesso di chiarire alcuni punti oscuri della mobilità greca in Tracia (IG II (2) 8397).

Si tratta della dedica di un monumento offerto dai Tasi a Tokes, eroe caduto in battaglia. Dunque, questa importante testimonianza storica attesta, in primo luogo, che i Tasi operarono attivamente nelle zone dell’Egeo settentrionale e sul continente trace; inoltre, il giovane a cui fu dedicata l’iscrizione ebbe chiaramente un nome di origini traci e ciò indicherebbe una commistione tra elementi greci e traci sullo stesso territorio.

Un’altra celebre testimonianza è rappresentata dalla celebre iscrizione di Pistiro, stazione commerciale tasia situata sul corso dell’Ebro, che rivela i tratti di una comunità commerciale di origini eterogenee, basata sulla convivenza e la cooperazione tra Greci e Traci. L’antico emporio di Pistiro fu fondato intorno alla metà del V secolo sul territorio che attualmente corrisponde alla città bulgara di Vetren, nei pressi della catena montuosa dei Rodopi e della valle Maritsa. Questa zona, abitata da alcune tribù traci, attirò gli interessi dei Greci per i ricchi giacimenti di metalli preziosi e le importanti vie di comunicazione.

Nonostante gli ambiziosi - forse velleitari - progetti coloniali dei Greci, in particolar modo degli ateniesi, il territorio di Anfipoli non fu mai del tutto sottomesso. Il caso appunto singolare di questa città mette in luce un aspetto nuovo della mobilità greca, non più basata su cruente occupazioni militari e stragi efferate, secondo la prassi coloniale, ma su forme sinecistiche di convivenza e collaborazione tra due diverse culture.

 

Bibliografia
David Asheri, Herodotus on Thracian Society and History, in Hérodote et les peuples non grecs: neuf exposés suivis de discussions, W. Burkert, G. Nenci and O. Reverdin (eds.), Ginevra 1990, 132-133.
François Hartog, Lo specchio di Erodoto, Milano 1992.
Luciano Canfora, Tucidide: la menzogna, la colpa, l’esilio, Bari 2016.
Matthew A. Sears, Athens, Thrace, and the shaping of Athenian Leadership, Cambridge 2013.


Celiachia. Gli antichi Romani la curavano con la medicina cinese

Secondo uno studio dei ricercatori del Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, i Romani avevano trovato dei rimedi erboristici per trattare la celiachia. Come sappiamo, la celiachia è una malattia di origine genetica e di natura infiammatoria, caratterizzata dalla distruzione della mucosa dell’intestino tenue ma a quanto pare non moderna. Lo studio, pubblicato sulla rivista internazionale “Archaeological and Anthropological Sciences” integra la ricerca condotta nel 2019 dagli scienziati del Laboratorio di Antropologia di Tor Vergata che aveva portato alla scoperta, assieme al “Centro di antropologia molecolare per lo studio del dna antico” dell’Università di Roma “Tor Vergata” del primo caso di celiachia noto sulle ossa dello scheletro di una donna di circa venti anni vissuta ad Ansedonia tra fine I e inizio II secolo d.C.

L’analisi del DNA rivelò la presenza di marcatori genetici che predispongono alla patologia. Indagini archeo-botaniche sono state invece condotte successivamente al fine di ricostruire dieta e pratiche fitoterapiche. I ricercatori, esaminando la placca accumulata sui denti della donna, sono riusciti ad identificare elementi che hanno portato ad affermare che per il trattamento dei disturbi alimentari provocati dalla celiachia si faceva uso di erbe e spezie tipiche della medicina cinese. Non sappiamo se queste pratiche fossero utilizzate nella medicina romana proprio perché ad oggi questo scheletro rappresenta un unicum.

Tra questi rimedi erboristici, gli scienziati hanno rintracciato la presenza di composti chimici che possono essere ricondotti a curcuma e ginseng, radici già utilizzate nell’antica medicina orientale come rimedi naturale per altre patologie e in questo caso per alleviare i disturbi provocati dalla celiachia. Così, infatti, si supporta l’ipotesi dell’esistenza di proficui scambi commerciali e di pratiche con la cultura dell’Asia orientale.

Foto: Simon A. Eugster [CC BY-SA (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)]
«La scoperta è stata possibile – afferma la professoressa Antonella Canini, botanica, – perché la placca è capace di intrappolare residui chimici e di cibo, permettendo di identificare oltre alle minuscole particelle di amido, derivate dal grano o da una pianta correlata a esso, e che suggeriscono l’ipotesi che la donna facesse uso di cibi ricchi di glutine scatenando attacchi autoimmuni,  molecole organiche considerate marcatori tipici dei rimedi erboristici locali usati per trattare il mal di stomaco, tra cui menta e valeriana».

«La scoperta – afferma il ricercatore Angelo Gismondi, botanico, - mette in luce il fatto che probabilmente già più di 2000 anni fa esistevano scambi di piante medicinali e conoscenze mediche tra il Mediterraneo e  l’Asia sud-orientale. I nostri dati – conclude Gismondi - hanno fornito informazioni sul ruolo chiave dell'etnobotanica in età imperiale romana».   Lo studio ha visto la collaborazione di botanici e antropologi del Dipartimento di Biologia, Università Roma “Tor Vergata" (Antonella Canini, Alessia D’Agostino, Gabriele Di Marco, Angelo Gismondi, Cristina Martínez-Labarga, Olga Rickards) e della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Firenze e le province di Pistoia e Prato (Valentina Leonini).


Hinthial. L’Ombra di San Gimignano. L’Offerente e i reperti rituali etruschi e romani

Inaugura oggi, presso i Musei Civici di San Gimignano, la mostra Hinthial. L’Ombra di San Gimignano. L’Offerente e i reperti rituali etruschi e romani. L’esposizione presenta per la prima volta al pubblico un’eccezionale scoperta avvenuta sulle alture della Torraccia di Chiusi nel territorio di San Gimignano, a pochi passi dal corso del torrente Fosci, lungo le propaggini collinari che scendono da San Gimignano verso la Valdelsa.

La scoperta archeologica è avvenuta nel 2010 nel corso di lavori di ristrutturazione di un edificio privato. Durante le operazioni di scavo gli addetti ai lavori si sono imbattuti in un ritrovamento a dir poco sorprendente: adagiata sul fondo dello scasso era sepolta una statua in bronzo, deposta in posizione prona.

Interrotti i lavori, a partire dal 2011, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo diede l’avvio a una serie di indagini, seguite da una campagna di scavi che hanno fatto emergere una straordinaria area sacra etrusca all’aperto, in uso per almeno cinquecento anni, dal III secolo a.C. fino al II secolo d.C. La statua risultava sepolta vicino ad un monolite in pietra squadrato che doveva fungere da altare e sul quale cui si compivano riti con offerte religiose alla divinità del luogo. Il blocco di pietra presentava tracce evidenti di esposizione al fuoco. Nelle vicinanze all’area sono state rivenute, anche, diverse monete, frammenti ceramici, unguentari integri e frammenti di laterizi. L’area sacra, inoltre, sorgeva in prossimità di una sorgente, potrebbe quindi essere ricondotta al culto per una divinità legata all’acqua e alla terra.

La straordinarietà della scoperta archeologica è soprattutto il ritrovamento dell’Offerente; una meravigliosa statua, del tipo dei bronzetti allungati di età ellenistica, che richiama, visivamente, la celebre Ombra della Sera di Volterra. L’opera, alta più di 64 cm è, al momento, la più elegante e raffinata nel nucleo dei bronzi allungati finora attestati. Come l’Ombra della Sera anche questa di San Gimignano appartiene ad una produzione seriale.  Si tratta di un’opera “colta” che presuppone i modelli della grande plastica del primo ellenismo con la reinterpretazione dell’ex-voto a fettuccia allungata di derivazione centro-italica, ancorato a forme della tradizione religiosa locale. Proprio nell’antica Velathri/Volterra, nella prima metà del III secolo a.C. dobbiamo immaginare l’opera e l’ambito culturale di provenienza dell’artista che creò l’Ombra di San Gimignano. Si può presumere che il luogo di culto della Torraccia di Chiusi costituisse uno dei santuari di confine del territorio Volterrano: la “chiusa” nascosta nel toponimo allude al percorso stradale pre-romano, imperiale e poi altomedievale che sarà la via Francigena e passa proprio per l’area sacra; le “fauci” celate nel nome del torrente Fosci, sono l’ingresso al territorio di Velathri/Volterra.

Per il Sindaco Andrea Marrucci “si tratta di una scoperta straordinaria che ci inorgoglisce e arricchisce il nostro patrimonio culturale di un’opera dall’inestimabile valore artistico e storico. Grazie a questo ritrovamento possiamo conoscere di più il nostro passato e le nostre origini quando la nostra terra era già luogo di scambi e incontri fra popoli e culture, proprio lungo il tracciato di quella che sarà poi chiamata Via Francigena”.

La statua in bronzo, ritrovata in un ottimo stato di conservazione, rappresenta una figura maschile stante che indossa una toga che arriva fino ai polpacci e lascia scoperta la spalla, il braccio destro e gran parte del torace; i piedi indossano dei calzari con allacciatura alta. La mano destra sorregge una patera ombelicata, mentre la sinistra, aderente al corpo, fuoriesce dal manto con il palmo rivolto all’esterno, le gambe sono leggermente divaricate a suggerire un lieve movimento verso sinistra. I tratti del volto sono ben marcati con grandi occhi evidenziati con il naso prominente, la bocca carnosa e il mento con la tipica fossetta centrale. La capigliatura è disposta a ciocche mosse realizzate con profonde solcature che da una scriminatura posteriore si dispongono verso il volto a coprire parte della fronte e le orecchie.

Anche l’Assessore alla Cultura Carolina Taddei è certa che “con questa scoperta San Gimignano, sito Unesco noto per le architetture Medievali, non sarà più soltanto la città dalle belle torri, ma anche la terra di questo bronzetto etrusco che nella sua verticalità rimanda al profilo delle nostre case turrite”.

L’Ombra di San Gimignano è posta al culmine di un percorso espositivo, il cui titolo richiama il termine etrusco, Hinthial, traducibile allo stesso tempo come “anima” e “sacro” ed è concepito come un’immersione nel paesaggio sacro di San Gimignano in età etrusca e romana. L’incontro ravvicinato con l’Ombra vuole accompagnare il visitatore presso l’area di culto in un percorso rituale che richiama la gestualità e le percezioni dell’Offerente. Così questo capolavoro toreutico risorge dalla sua sepoltura e ci racconta delle speranze, delle preghiere e delle offerte avvenute per più di cinque secoli in questo luogo sacro che sorgeva in un’area di confine dei territori dell’antica Volterra in età ellenistica.

L’esposizione, curata da Enrico Maria Giuffrè e Jacopo Tabolli è promossa dal Comune di San Gimignano e dalla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Siena, Grosseto e Arezzo, con la collaborazione organizzativa di Civita Group ed ha ricevuto il patrocinio della Regione Toscana. I restauri dei reperti sono stati eseguiti con il contributo della Fondazione Monte dei Paschi di Siena mentre la rivista Archeo supporterà l’esposizione attraverso una partnership editoriale.

Il Comitato Scientifico riunisce accademici di ambito nazionale e internazionale e ha un carattere multidisciplinare: dalle offerte in ceramica alle monete, dal racconto del paesaggio archeologico alla descrizione dell’Ombra, fino allo studio della sua lega e della materia, gli studiosi hanno ricostruito l’intero contesto archeologico che è ora presentato al pubblico.

La mostra è corredata da un catalogo, edito da Sillabe - Livorno, a firma del Comitato Scientifico, il quale raccoglie contributi anche di altri autori esperti del territorio di San Gimignano e che presenta in dettaglio la statua di Offerente, il contesto stratigrafico di rinvenimento, i dati materiali, e l’inquadramento del paesaggio archeologico.


Il vino degli antichi: da una tesi sperimentale alla riscoperta di sapori perduti

"Nunc est bibendum", la massima di Orazio che sintetizza l’atto culminante dell’approccio al vino. Un  prodotto elitario e marcatore di uno status elevato già dal tempo degli Etruschi, il vino e l’atto del delibare divennero centrali per i Romani, non solo estimatori, ma anche esperti da contrapporre alla rozzezza di altre popolazioni, una tra tutte quella dei Ligures che beveva acqua come sosteneva Plinio.

In età romana vi erano dei veri e propri manuali con indicazioni molto precise riguardo la  conduzione di un vigneto, la produzione e la conservazione del vino. Il processo di vinificazione  iniziava con il trasporto dei grappoli in cantina che con tutta probabilità avveniva attraverso carri trainati da buoi come testimoniato da numerose attestazioni iconografiche. In seguito, una volta arrivate nel locale addetto alla vinificazione, le uve venivano scaricate all’interno dei calcatoria, vasche costruite in opera cementizia generalmente poste in una posizione sopraelevata rispetto ai sottostanti lacus di raccolta del mosto.

I calcatoria solitamente presentavano un fondo costituito da un cocciopesto molto resistente e impermeabile e gli angoli erano smussati al fine di favorirne la pulizia. Qui i grappoli venivano pigiati manualmente dagli operai che, come dimostrano le fonti iconografiche, potevano aiutarsi con corde appese al soffitto o con bastoni per mantenere l’equilibrio.

Il mosto che si otteneva da questa prima spremitura defluiva all’interno dei lacus, strutture molto simili ai calcatoria oppure per le realtà più piccole poteva essere raccolto all’interno di contenitori mobili come dolium o botti in legno. Successivamente le vinacce ancora presenti nei calcatoria venivano immesse all’interno del torchio e pressate per ottenere ancora del mosto; alcuni praticavano una seconda spremitura per estrarre l’ultimo succo disponibile, circuncisium, e vinificato solitamente a parte per non danneggiare il vino.

A questo punto il mosto doveva essere fatto defluire all’interno di dolia che potevano trovarsi per ¾ interrati o sopra terra: avevano una capacità che variava dai 400lt nelle installazioni vinicole più piccole fino ad arrivare a 20hl. Per far sì che il processo di vinificazione si compisse e il vino rimanesse sano e di ottimo sapore, era necessario aggiungere alcuni ingredienti. In alcuni casi al mosto venivano aggiunti il defrutum (mosto cotto), sale, o preferibilmente l’acqua di mare; erbe, spezie e in taluni casi anche miele.

Catone sosteneva che tutto ciò era realizzato al fine di migliorare il gusto del vino e di salvaguardarlo dalle malattie. Una volta che il vino aveva completato il processo di fermentazione, veniva inserito all’interno delle anfore sigillate con un tappo di sughero o con un coperchio di terracotta isolato con la pozzolana per evitare il contatto con l’ossigeno e nello stesso tempo favorire un lento scambio gassoso; infatti la porosità della terracotta favoriva l’affinamento del vino come avviene nelle attuali barrique. Tutto questo processo ha trovato riscontro nelle attestazioni archeologiche del Sud della Francia e a Costigliole Saluzzo (Cn) dove è stata rinvenuta una villa rustica del I sec d.C. in cui la pars rustica era incentrata sulla produzione del vino, sito in cui ho avuto modo di scavare e di compiere ricerche.

vino Simone Tabusso

Per la mia tesi di laurea in beni culturali indirizzo archeologico presso l’Università degli studi di Torino ho condotto una tesi dal titolo “Dalla vigna alla cantina: alcuni aspetti della produzione vinicola in Gallia Narbonese”. A seguito di queste ricerche accademiche ho iniziato nel 2017 il progetto di riportare alla luce dopo 2000 anni l’antico vino romano grazie anche alla mia esperienza come sommelier. In seguito alla traduzione delle antiche fonti latine ho iniziato una serie di prove di vinificazione.

 

Oggi a Novello (Cn) ho aperto un’impresa di produzione dell’antico vino romano declinato in due versioni: Aureum, vino bianco che viene aromatizzato con defrutum (mosto cotto), erbe e sale marino da utilizzarsi con l’abbinamento ad aperitivi, primi piatti aromatici, secondi di carne bianca e pesce; Purpureum, vino rosso aromatizzato con miele, erbe e spezie che si abbina a dessert e formaggi stagionati.
L’obiettivo del progetto è quello di sensibilizzare le persone all’archeologia e investire una parte dei fondi nelle attività di ricerca e valorizzazione del territorio.

vino Tabusso

Tutte le foto sono di Simone Tabusso.


Dalla Regio V di Pompei torna alla luce un affresco con gladiatori

“Il sito archeologico di Pompei, fino a qualche anno fa, era conosciuto nel mondo per la sua immagine negativa: i crolli, gli scioperi e le file dei turisti sotto il sole. Oggi è una storia di riscatto e di milioni di turisti in più. Oggi è un sito accogliente, ma soprattutto è un luogo in cui si è tornati a far ricerca, attraverso nuovi scavi. La scoperta di questo affresco dimostra che davvero Pompei è una miniera inesauribile di ricerca e di conoscenza per gli archeologi di oggi e del futuro”. Commenta così la nuova scoperta nel sito archeologico di Pompei, il Ministro per i beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini.

https://www.youtube.com/watch?v=NvmRXTWRuYw

 

A darne l'annuncio il direttore Massimo Osanna che rivela la scoperta di un affresco con gladiatori da un'attività commerciale della Regio V, probabilmente una bottega. Un mirmillone e un trace, una coppia nota nei combattenti tra gladiatori in una città come Pompei così apertamente votata a questo tipo di spettacoli, vista la presenza di uno degli anfiteatri più famosi e antichi al mondo.

Affresco gladiatori. Foto: Parco archeologico di Pompei

Su uno sfondo bianco, delimitato su tre lati da una fascia rossa, così si compone la scena trapezoidale rinvenuta in un ambiente alle spalle dello slargo di incrocio tra il Vicolo dei Balconi e il Vicolo delle Nozze d'Argento, probabilmente un sottoscala. Al di sopra della pittura si intravede anche l'impronta della scala lignea, facendo ipotizzare la presenza di ambienti superiori forse alloggi per il proprietario o per l'esercizio della prostituzione vista la possibile frequentazione della bottega da parte dei gladiatori.

Dalla scena raffigurata è possibile visionare le armi dei combattenti: il mirmillone impugna il gladium, corta spada romana e un grande scudo rettangolare (scutum) e veste un elemo a tesa larga dotato di visiera con pennacchi, il cimiero. L'altro, il trax, è in posizione soccombente con elmo (galea) a tesa larga ed ampia visiera a protezione del volto, anch'esso sormontato da un alto cimiero.

Affresco gladiatori. Foto: Parco archeologico di Pompei

“E’ molto probabile che questo luogo fosse frequentato da gladiatori - dichiara il Direttore Generale Massimo Osanna. Siamo nella Regio V, non lontani dalla caserma dei gladiatori da dove, tra l’altro, provengono il numero più alto di iscrizioni graffite riferite a questo mondo. In questo affresco, di particolare interesse è la rappresentazione estremamente realistica delle ferite, come quella al polso e al petto del gladiatore soccombente, che lascia fuoriuscire il sangue e bagna i gambali.  Non sappiamo quale fosse l’esito finale di questo combattimento. Si poteva morire o avere la grazia. In questo caso c’è un gesto singolare che il trace ferito fa con la mano, forse, per implorare salvezza; è il gesto di adlocutio, abitualmente fatto dall’imperatore o dal generale per concedere la grazia. L’ambiente di rinvenimento  è solo parzialmente portato in luce - su un lato emerge un'altra piccola porzione di affresco che rivela la presenza di un’altra figura- in quanto lo scavo dello stesso è stato possibile a seguito dell’intervento di rimodulazione dei pendii dei fronti e alla loro messa in sicurezza, che costituisce l’esigenza prioritaria di tutto il cantiere della Regio V”.

https://www.youtube.com/watch?v=sqq__TTvu5g

 


I Romani e il mare. Arriva in Cina: Portus. The Sea of the Ancients

Una mostra itinerante nei musei della Cina, Portus. The Sea of the Ancients, racconta il rapporto degli antichi Romani con il mare, attraverso una ricca selezione di reperti provenienti anche dal territorio flegreo. Prima tappa del progetto espositivo al China Port Museum di Ningbo, dal 17 settembre 2019 al 15 dicembre 2019.

L’esposizione offre al pubblico un importante approfondimento sul tema, mettendo in luce la centralità del mare nel mondo romano e affrontando i suoi diversi aspetti culturali, sociali ed economici, attraverso testimonianze archeologiche e il racconto delle ricerche.

Sei le sezioni in cui si articola il percorso: 1) Il fascino del mare, la vita e il mito; 2) Dove le vie di terra e di mare si incontrano: i porti dell’Italia romana; 3) Il dominio del mare: navi militari e mercantili; 4) Lungo le vie d’acqua: merci e trasporti; 5) Immagini della memoria: navi e porti in monete e medaglie; 6) Navigia fundo emergunt: storia dei ritrovamenti.

Un viaggio che conduce il visitatore a ripercorrere le rotte dei Romani seguendo l’immaginario antico, l’ingegneria e la tecnologia della civiltà romana, la raffinata produzione artistica e artigianale, rivelando  connessioni tra popoli e culture.

Protagonista nel racconto espositivo anche l’area dei Campi Flegrei, che rivestì un ruolo di primo piano nella storia antica e che, con il suo ricco patrimonio, rappresenta un contesto privilegiato per indagare e ricostruire fenomeni e processi legati alla dimensione marittima degli antichi Romani. Lungo le coste flegree furono costruiti il Portus Iulius e successivamente il porto di Miseno, basi della flotta militare romana. Il porto commerciale di Puteoli fu il principale scalo marittimo di Roma fino alla costruzione dei porti di Claudio e di Traiano alla foce del Tevere, nodo strategico di una rete di traffici su una vasta scala geografica che trasformarono la città in un importante emporio dal carattere cosmopolita. Per le ricerche subacquee, esclusiva la testimonianza di Baia sommersa, con complessi residenziali che hanno conservato ancora la ricca decorazione di mosaici e di sculture, raccontata in mostra da reperti e nel vasto apparato iconografico.

Per il pubblico la possibilità di ammirare alcuni capolavori del Museo archeologico dei Campi Flegrei nel Castello di Baia: la statua di Dioniso con pantera dal Ninfeo di Punta Epitaffio, uno dei due rilievi con triremi rinvenuto nel ‘700 lungo le sponde del Lago Fusaro, la lastra con testa di Zeus Ammone proveniente dalla necropoli di Via Celle di Pozzuoli, l’urna cineraria in alabastro rinvenuta in un mausoleo della necropoli romana della Porta mediana di Cuma e il calco in gesso di epoca romana della statua dell’Apollo del Belvedere.

La mostra coinvolge diversi istituti del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo (Museo Nazionale Romano, Soprintendenza Speciale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio di Roma, il Parco Archeologico dell’Appia Antica, il Parco Archeologico dei Campi Flegrei) e il Museo del Mare e della Navigazione Antica di Santa Severa,  ed è prodotta da China Museum International S.r.l e Tianyu Cultural Group Co. Ltd nell’ambito di un programma di mostre destinato ai musei cinesi che ha già visto realizzato con successo un ciclo su Pompei e uno su Paestum.

La cura scientifica è di Rita Auriemma, Renato Sebastiani, Mirella Serlorenzi, Pierfrancesco Talamo e Gabriella Angeli Bufalini per la sezione delle monete. L’ideazione e la progettazione dell’allestimento è degli architetti Gaetano Di Gesu e Susanna Ferrini con la consulenza museografica dell’architetto Gianni Bulian.

La mostra proseguirà, nel 2020, al Museum of the South China Sea di Hainan e al China Maritime Museum di Shanghai.

 


Importanti scoperte nell'antica città di Halaesa e la Regione annuncia nuovi finanziamenti

Diodoro Siculo narra che la città di Halaesa fu fondata sul finire del V secolo a.C. da Arconide, tiranno di Herbita, su un’altura che dominava la costa nord della Sicilia e l’ampia valle dello Halaisos. Durante la Guerra tra Gerone II e i Mamertini (269 a.C.), Halaesa, Abaceno e Tindari si consegnarono spontaneamente al tiranno Gerone II, e, pochi anni dopo, mentre infuriava la Prima Guerra Punica (263 a.C.), scelse prima tra le città siciliane di sottomettersi ai Romani così da avviare una politica di vantaggio per i propri cittadini. Dopo la presa di Siracusa, Halaesa ebbe il privilegio di rientrare nelle cinque “civitates liberae et immunes” e fu esente dalla decima dei prodotti agricoli da inviare a Roma e poté eleggere il proprio senato, i propri magistrati e le proprie leggi. La città godette di un certo benessere soprattutto a partire dall’età repubblicana, come suggerisce la presenza di mercanti italici su un’iscrizione epigrafica trovata in un monumento innalzato forse nel 193 in onore del governatore Lucio Cornelio Scipione. Inoltre, assieme ad altre tre città, ottenne lo status di municipium prima della morte di Augusto, come indica ancora una volta un’epigrafe con dedica allo stesso princeps. L’evidenza archeologica fa pensare che ancora per la prima età imperiale Halaesa godette di una certa ricchezza ma mancano fonti storiche per l’età medio e tardo imperiale. L’abbandono del sito dovette coincidere con l’occupazione stabile della costa da parte degli Arabi.

Gli scavi, iniziati tre anni fa a distanza di oltre sessanta anni da quelli che portarono in luce l’agorà della città, sono divenuti ormai un appuntamento fisso per le missioni italiane e straniere che vi partecipano. Questi si svolgono grazie alla concessione rilasciata dall’Assessorato regionale dei Beni Culturali, con la partecipazione del Parco Archeologico di Tindari, della Soprintendenza peloritana e del Comune di Tusa. Tanti gli studenti delle Università di Messina, di Oxford, di Amiens e di Poitiers, oltre che studiosi di altri atenei italiani e stranieri che hanno partecipato ai lavori sul campo.

Nello Musumeci. Foto: Regione Siciliana

In particolare, in quest’ultima stagione iniziata il 24 giugno, gli archeologi hanno portato alla luce un grande podio rettangolare di 46 x 18 metri e altro circa 4 metri, in parte a gradoni e realizzato con blocchi squadrati e blocchetti di pietra locale. Ai piedi del podio si sviluppava una pavimentazione in laterizi che in alcuni punti si conserva quasi integralmente.  Le indagini hanno inoltre consentito di individuare anche la grande rampa di accesso che dalla “via sacra” della città conduceva alla sommità del podio dove si trovavano gli edifici più importanti della città. Proprio la campagna 2019 ha provato l’esistenza di tre templi orientati in senso est-ovest, posti uno di fianco all’altro e separati da corridoi che si raccordavano a delle scale laterali, molto ben conservate e di cui sono ancora visibili i gradini e i rivestimenti parietali dipinti.

Dei tre templi, quello centrale è l’edificio più importante e grande, conserva ancora parte della pavimentazione originaria con un mosaico a tessere bianche steso su una preparazione in cocciopesto. La cella del tempio doveva presentare una fronte colonnata caratterizzata da delle decorazioni architettoniche in pietra. Al suo interno si ipotizza la presenza di statue, considerati i diversi frammenti recuperati nel corso dello scavo e il rinvenimento nell’area negli anni ’50 di una statua di Artemide. La stratigrafia, seppur ancora in maniera preliminare, consente di datare il complesso in età tardo-ellenistica, periodo in cui Halaesa è protagonista di un processo di monumentalizzazione che riguarda anche altri settori della città già indagati nel corso degli anni.

Nello Musumeci. Foto: Regione Siciliana

Proprio per gli ottimi risultati della campagna di scavi, la Regione Siciliana ha annunciato che finanzierà la prosecuzione della campagna di indagine nel sito della città antica per iniziare a portare in luce il teatro antico scoperto lo scorso anno. Ad annunciarlo il governatore Musumeci che si è recato in loco per una visita istituzionale.

«Metteremo subito a disposizione - ha evidenziato il presidente della Regione - un primo finanziamento di duecentomila euro. Il mio governo punta molto sulla tutela e valorizzazione dei reperi archeologici dell'Isola. Dobbiamo, da un lato, procedere con la campagna di scavi, dall'altro migliore la qualità dei servizi per rendere il sito più accessibile e attrattivo per i turisti. Ho trovato una grande dignità in questo luogo, soprattutto nell'antiquarium e ho voluto ringraziare il personale per l'impegno e la passione che mette nel proprio lavoro. Sono convinto che, tutti insieme, potremo trasformare il posto in un'area di grande richiamo».

La missione archeologica italo-inglese è diretta dai professori Lorenzo Campagna e Jonathan Prag delle università di Messina e Oxford, quella francese da Michela Costanzi dell'università de Picardie Jule Vern. Il coordinamento scientifico delle attività è curato da Alessio Toscano Raffa del Cnr-Ibam di Catania.