vino Pompei

Il vino pregiato di Pompei, apprezzato sin dall'antichità

Terminata la consueta vendemmia a Pompei, facciamo un salto indietro e parliamo della città antica e della sua produzione vinaria. La vendemmia infatti era una delle attività più remunerative dell’area vesuviana, terra fertile e famosa sin dall’antichità per le uve pregiate e particolarmente redditizie. Nell’economia della città, oltre al garum, uno dei prodotti largamente diffusi era proprio il vino. I vini prodotti dalle viti coltivate sotto le pendici del Vesuvio dove il terreno ricco di acido fosforico favoriva la qualità e l’abbondanza dei raccolti erano particolarmente pregiati e richiesti. Anche il naturalista Plinio il Vecchio, celebre vittima dell’eruzione del 79 d.C. e ammiraglio della flotta di Capo Miseno ricorda la bontà dei vini prodotti proprio a Pompei che raggiungevano il massimo del pregio nell’arco dei 10 anni, anche se risultavano particolarmente pesanti tanto da procurare terribili mal di testa per ore. Una tipologia di vite, denominata Murgentina perché proveniente dalla città di Morgantina in Sicilia, fu trapiantata a Pompei e da lì in poi ebbe uno sviluppo tale da mutare addirittura il nome in Pompeiana. Altra varietà di vite, denominata Holconia e poi diffusa anche in Etruria, prendeva il nome da un’importante famiglia, quella degli Holconi, celebri viticoltori di origine pompeiana  vissuti in età augustea. Anche la fortuna di un’altra celebre famiglia pompeiana, gli Eumachi, dipendeva in buona parte dalla coltivazione della vite oltre che dell’olivo.

Foto Parco Archeologico di Pompei

La tecnica della viticoltura era particolarmente articolata, così come la disposizione delle viti che, secondo Plinio il Vecchio, doveva seguire delle regole ben precise. I filari erano così sostenuti da pergole (vitis compluviata) e posti ad una distanza regolare a poco meno di un metro e mezzo l’una dall’altro. L’archeologia a Pompei, oltre a restituire meravigliose strutture edilizie, ha anche riportato alla luce, grazie agli studi condotti dal Laboratorio di ricerche Applicate del Parco Archeologico di Pompei,  le radici di alcune vigne, consentendo così di ricostruire la disposizione interna dei filari antichi. Gli scavi hanno permesso inoltre di identificare piante di legumi, in genere fave, piantate tra le viti, non solo perché arricchivano il raccolto ma anche perché fornivano al terreno sali minerali. Dopo il raccolto e la pigiatura con i piedi, i grappoli venivano portati tramite ceste al torchio dove si cercava di ricavare, attraverso la spremitura con la pressa, una maggiore quantità di succo. Il prodotto veniva poi raccolto in un canaletto e condotto nella cella vinaria sottostante. Il liquido, alla fine del processo, si conservava in orci di terracotta che venivano disposti su file e in parte interrati per evitare che gli sbalzi di temperatura potessero danneggiarne la fermentazione.

Ricostruzione di Torcularium. Foto Parco Archeologico di Pompei

Il commercio del vino prodotto andava ben oltre i confini della Campania. Trasportato in anfore, dotate di una parte terminale appuntita per facilitare l’inserimento nelle stive delle navi a file alternate,  il vino di Pompei è arrivato sulle tavole della Gallia Narbonense e dell’Africa settentrionale. Grazie proprio all’analisi dei bolli impressi sulle anfore, nel corso degli anni, è stato possibile ricostruire il commercio del vino. I prodotti agricoli dell’ager pompeianus erano diffusi  grazie ai rapporti d’affari tra viticoltori e negotiatores, i grandi commercianti, che portavano i loro traffici in tutto il bacino del Mediterraneo e ben oltre i confini nord italici. Bolli di viticoltori pompeiani sono stati rintracciati su anfore da trasporto in Gallia meridionale; famoso il caso- studio di Porcio, forse il M. Porcio ricordato da alcune iscrizioni per essere stato uno dei finanziatori per la costruzione dell’Anfiteatro di Pompei e dell’Odeion e grande affarista. Il commercio del vino di Porcio aveva addirittura un percorso molto interessante perché dalla Campania arrivava a Narbonne per poi giungere a Toulose e infine a Bordeaux. Il vino prodotto dagli Eumachi, della cui famiglia faceva parte anche la sacerdotessa Eumachia, arrivava invece sulle coste dell’Africa e in particolare a Cartagine dove sono stati ritrovati anche numerosi bolli anforari della famiglia che, oltre a produrre vino, era famosa anche per la fabbricazione di anfore da trasporto, attività nella quale era impegnata un’altra famosa famiglia pompeiana, quella dei Lassi.

Vigneti presso l'Anfiteatro. Foto Parco Archeologico di Pompei

Torna a Paestum "Il Vino del Tuffatore"

TORNA A PAESTUM “IL VINO DEL TUFFATORE” | ARCHEOLOGIA E DIETA MEDITERRANEA
11 e 12 NOVEMBRE 2016

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Al via la seconda edizione de “Il Vino del Tuffatore - Archeologia e dieta mediterranea” l'11 e il 12 novembre, nel Museo di Paestum.
Un incontro tra archeologia, enologia e medicina, con relazioni e tavole rotonde; a partire dal pomeriggio di venerdì e per tutta la giornata di sabato, nel museo si potranno degustare vini di aziende locali e nazionali che concorrono per il premio “Il Vino del Tuffatore”. Nella serata di sabato un comitato di esperti sceglierà il vincitore dell'edizione 2016 e il vino selezionato come vincitore potrà fregiarsi del titolo di “Vino del Tuffatore”.
“Quest'anno c'è anche il Tuffatore, che è ritornato dalla mostra Mito e Natura – dichiara il direttore Gabriel Zuchtriegel, – le pareti della tomba mostrano un banchetto greco e nella mia relazione cercherò di spiegare come il vino e Dioniso c'entrano con la scena del tuffo e con la dieta mediterranea, che non significa solo cibo, ma anche uno stile di vita.”
Quindici le aziende vitivinicole che parteciperanno all’evento, in arrivo da tutta le zone della Campania, in particolare dal Salernitano, ma anche dalla Sicilia, Toscana e Puglia.
L'inizio dei lavori è previsto venerdì alle ore 16.00 con una conferenza dal titolo “Il vino del tuffatore: nuove ricerche a Paestum e in Magna Grecia”, a cura del direttore del Parco Gabriel Zuchtriegel; a seguire la prof.ssa Elisabetta Moro interverrà sul tema “Ancel Keys e la sindrome del tuffatore”, mentre il prof. Marino Niola parlerà di “Il fermento di-vino”. I lavori si concluderanno con l'intervento del prof. Giuseppe Festa direttore del Corso di Perfezionamento Universitario in “Wine Business” dell'Università degli studi di Salerno sul tema “Marketing del vino, del territorio e del turismo”.
La mattinata di sabato si aprirà con la visita guidata al Museo da parte del Direttore del Parco; a seguire tavola rotonda con presentazione della guida catalogo delle Aziende Vitivinicole e Vinicole della Campania, edizione 2016 realizzata in collaborazione con l'Associazione Italiana Sommelier Campania e Regione Campania.
Nel pomeriggio, nella Sala Santuari del Museo, laboratori dal titolo “Analisi organolettica sul vitigno Aglianicone” e “Analisi organolettica e abbinamento vino-formaggio”, entrambi a cura dell'AIS Campania.
Alle 20 l’attesa consegna del Premio “Il Vino del Tuffatore”.
Un comitato di esperti sceglierà il vino che comprende in sé qualità enologica (in termini di analisi organolettica), versatilità gastronomica (intesa come capacità di abbinamento ai piatti della dieta mediterranea) e proiezione internazionale (ossia lo spirito di proporsi come un vino di radici mediterranee, ma capace di parlare al mondo intero).
Per chi partecipa alla degustazione, la stazione ferroviaria davanti al sito, permette un comodo ritorno a quanti decideranno di gustare tanto vino!!!
In allegato la locandina e il programma dettagliato delle due giornate de “Il vino del Tuffatore”.
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fonte dati:
Parco Archeologico di Paestum

Come da MiBACT, Redattore Renzo De Simone


Riti sacri col vino già 5000 anni fa in Georgia

RITI SACRI COL VINO GIÀ 5000 ANNI FA

IN GEORGIA, CULLA DELLA VITICULTURA

Missione archeologica italo-georgiana di Ca’ Foscari in collaborazione con il Museo Nazionale di Tbilisi scopre polline di vite in un vaso zoomorfo usato per rituali dalle popolazioni Kura-Araxes

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VENEZIA – La missione archeologica dell’Università Ca’ Foscari Venezia in Georgia ha scoperto tracce di vino in un vaso a forma di animale datato intorno al 3000 a.C., portato alla luce in un ambiente probabilmente dedicato al culto. Sono stati trovati nel recipiente numerosi grani ben conservati di polline di Vitis vinifera, la vite comune.

Il vaso è stato rinvenuto nel sito archeologico di Aradetis Orgora nella provincia di Shida Kartli, a circa 100 chilometri da Tbilisi. Gli archeologi confermano dunque l’ipotesi che il vino avesse un ruolo centrale nella cultura detta Kura-Araxes, tanto da essere utilizzato anche in libagioni rituali.

La scoperta, giunta dopo le analisi svolte dalla palinologa georgiana Eliso Kvavadze, è annunciata dalla missione archeologica italo-georgiana co-diretta dall’archeologa cafoscarina Elena Rova e da Iulon Gagoshidze del Museo Nazionale Georgiano di Tbilisi. Oltre al polline di vite, la palinologa ha rilevato la presenza di pollini provenienti da numerose altre piante, che sono tutt’ora in corso di studio.

Il vaso, purtroppo privo di testa, ha un corpo a forma di animale, con tre piedini, ed è dotato, nella parte posteriore, di un foro per versare liquidi. È stato rinvenuto assieme ad un secondo esemplare di forma simile e ad una giara sul pavimento bruciato di un grande ambiente di forma rettangolare con angoli arrotondati, verosimilmente dedicato al culto. I risultati delle analisi effettuate con il metodo del carbonio-14 confermano la datazione dei reperti al 3000-2900 a.C. circa. I due recipienti zoomorfi sono fino ad oggi privi di paralleli nella regione.

«L'aspetto più interessante è il contesto di rinvenimento - commenta Elena Rova, professoressa al Dipartimento di Studi Umanistici di Ca’ Foscari -: non si tratta di vasi comuni, ma di vasi con funzione rituale, che non hanno paralleli conosciuti. Reperti e ambiente ci fanno pensare a libagioni che avvenivano attingendo il vino dalla giara e poi versandolo in onore della divinità, o condividendolo tra i partecipanti alla cerimonia».

La scoperta è di grande rilevanza per la Georgia. Nel Neolitico, la regione fu tra i luoghi di domesticazione della vite e ancor oggi vanta una rinomata produzione vitivinicola. L’importanza culturale del vino originata oltre 5000 anni fa in epoca Kura-Araxes arriva fino ai giorni nostri: nei banchetti tradizionali georgiani (i cosiddetti supra) è infatti d'uso consumare del vino da bicchieri ricavati da corni di animale in un contesto di brindisi rituali.

La Kura-Araxes (seconda metà del IV - inizi del III millennio a.C.) è l'unica cultura preistorica di origine sud-caucasica che si diffuse, per ragioni ancora dibattute, negli altri paesi del Vicino Oriente, raggiungendo l'Iran e la regione siro-palestinese.

La missione cafoscarina ad Aradetis Orgora è partita nel 2013 ed è sostenuta dal Ministero per gli Affari Esteri e la Cooperazione internazionale. La campagna 2015, durante la quale sono stati rinvenuti i vasi, ha coinvolto 27 persone tra ricercatori e studenti di entrambi i paesi, oltre a collaboratori locali. La campagna 2016 inizierà il 17 giugno e proseguirà fino alla fine di luglio.

Testo e immagine dall’Ufficio Comunicazione Università Ca’ Foscari Venezia.


Produzione di vino su scala industriale a Vagnari

8 Aprile 2016
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Vagnari è nella valle del fiume Basentello, nei pressi di Gravina di Puglia. Archeologi dell'Università di Sheffield sono qui al lavoro da diverse stagioni.
Si sono raccolte prove di una produzione di vino su scala industriale, relazionabile a uno dei principali proprietari terrieri in epoca romana. Poco è noto dei più prominenti abitanti dell'Impero Romano, al di là di quanto avveniva con battaglie, conquiste e con la creazione di maestosi monumenti.
I contenitori ritrovati avevano una capacità di oltre mille litri ed erano sotterrati fino al collo per mantenerne la temperatura costante e bassa.
Il piombo era pure protagonista, ad esempio nelle tubature, nei contenitori e negli strumenti. Tra gli altri reperti ritrovati: pesi in piombo, per reti da pesca e un foglio (sempre in piombo) già diviso in quadratini, forse usato per le riparazioni. Vagnari fu conquistata da Roma attorno al terzo secolo a. C., ed era collegata a questa dalla via Appia.
Link: AlphaGalileo via University of Sheffield.
La Via Appia, da WikipediaPubblico dominio (Caricata da AlMare, This map is based on the following picture: Image:Satellite image of Italy in March 2003.jpg).


Quando i vigneti fiorivano in Sudan...

25 Marzo 2016

Quando i vigneti fiorivano in Sudan...

Capitello in pietra della colonna ad Hag Magid. Foto di Dobiesława Bagińska
Capitello in pietra della colonna ad Hag Magid. Foto di Dobiesława Bagińska

Gli archeologi di Poznań hanno scoperto insediamenti, paesi e cimiteri medievali durante la loro ricerca nel Sudan settentrionale, nell'area del bacino del Letti. Ora, i ricercatori intendono esaminare uno di questi luoghi in maggior dettaglio.

Nella metà del settimo secolo, l'Egitto fu conquistato da armate musulmane. La pressione dell'esercito invasore, che avanzava verso sud nella Valle del Nilo, fermò il regno cristiano di Makuria. I resti di questa civiltà sono stati scoperti dagli archeologi di Poznań nell'area del bacino del Letti, a circa 350 km a nord di Khartoum. Makuria era un potente regno, che esistette dal sesto al quattordicesimo secolo, tra la seconda e la quinta cataratta del Nilo. Per diversi secoli il suo potere giunse persino più a nord, fin quasi al moderno Assuan.
La dott.ssa Dobiesława Bagińska controlla le coordinate GPS del sito di Hag Magid. Foto del dott. Krzysztof Grzymski
La dott.ssa Dobiesława Bagińska controlla le coordinate GPS del sito di Hag Magid. Foto del dott. Krzysztof Grzymski

"La parte meridionale del Regno di Makuria era abbastanza ben conosciuta grazie agli scavi condotti dal Centro di Archeologia Mediterranea dell'Università di Varsavia a Ghazali, Banganarti e Dongola - l'ultima era la capitale del regno. La parte settentrionale è ancora +terra incognita+" - ha spiegato a PAP la dott.ssa Dobiesława Bagińska del Museo Archeologico di Poznań, iniziatrice del progetto di ricerca nel bacino del Letti.
Nell'autunno del 2015, gli scienziati portarono avanti una ricognizione estesa nel bacino del Letti, in un'area di approssimativamente 150 km² - quest'area era in precedenza stata assai scarsamente oggetto di rilevamenti da parte degli archeologi. Diversi siti sono stati rilevati da Krzysztof Grzymski del Museo Reale dell'Ontario.
Ora gli archeologi hanno confermato la presenza di siti noti in precedenza, ma pure scoperto diversi resti di insediamenti e cimiteri fino ad ora non noti, principalmente dal periodo del regno di Makuria. Queste scoperte confermano i resoconti dei viaggiatori arabi - più di 1.000 anni fa, il Regno di Makuria era una nazione ricca, il cui potere poteva competere con gli invasori arabi, che attaccavano dall'Egitto. Il bacino del Letti era una base economica e culturale per la capitale della Makuria - Dongola.
Vista del sito di Hag Magid. Foto di Dobiesława Bagińska
Vista del sito di Hag Magid. Foto di Dobiesława Bagińska

"Hag Magid è specialmente promettente per noi - è un'enorme altura con un'area di oltre un ettaro, sulla superficie della quale abbiamo trovato colonne medievali, dettagli di architettura e migliaia di frammenti di ceramiche" - ha affermato la dott. ssa Bagińska.
La ricercatrice sospetta che sotto la sabbia vi siano i resti ben preservati di una chiesa, di un monastero e altre strutture con più di mille anni. Per confermarlo, programma di effettuare rilevamenti geofisici non invasivi, che diranno cosa si nasconde al di sotto della superficie senza dover usare il badile.
"Le strutture che si nascondono al di sotto della sabbia sono dello stesso periodo e appartengono allo stessa cerchia culturale della basilica scoperta decenni fa dal prof. Kazimierz Michałowski a Faras on - i dipinti ritrovati finirono a Khartoum e Varsavia, dove sono esibiti nei musei" - spiega la dott.ssa Bagińska.
La ricercatrice è cauta nelle sue stime sull'importanza di Hag Magid, e se queste saranno comparabili a quelle di Faras, ma il rilevamento preliminare è promettente - lei crede che sia possibile effettuare spettacolari scoperte nella forma di interni decorati con dipinti, dettagli architettonici in pietra e pavimenti decorati.
"Significativamente, in contrasto con quanto avviene in Egitto e altri paesi del Medio Oriente, dove non è possibile acquisire neppure una parte dei resti degli scavi, le autorità sudanesi sono aperte a questo tipo di soluzione. Ciò significa che risultati tangibili degli scavi non solo aumenteranno la conoscenza, ma pure le collezioni museali. Persino i monumenti ritrovati sulla superficie del nostro sito di interesse avranno un grande valore espositivo" - ha notato la dott.ssa Bagińska. Attualmente, la ricercatrice è alla ricerca di fondi per finanziare il lavoro sul campo e i rilevamenti geofisici nella stagione archeologica di quest'anno, che è programmata per l'autunno.
Piatti in ceramica riposano sulla superficie della collina presso Hag Magid, e risalgono ai secoli VII-XIII. La collina ha un'altezza di approssimativamente 6 metri; gli archeologi credono che si sia formata come risultato di centinaia di anni di insediamenti - strutture successive furono erette nello stesso luogo. Ciò creò un'enorme collina costituita dai resti di edifici, mattoni in fango, pietra e tonnellate di ceramiche.
Gli scienziati sanno che più di 1.000 anni fa il bacino del Letti sembrava molto differente da oggi - ora domina il deserto sabbioso. "Durante l'apice del regno di Makuria, un canale correva presso Hag Magid e irrigava l'intera area. Vale la pena notare che le vigne erano coltivate qui su larga scala, e il vino era prodotto, come leggiamo nei resoconti dei viaggiatori arabi che si avventurarono in questo regno cristiano" - ha affermato la dott. ssa Bagińska.
Quindi, lo scopo degli scienziati sarà anche lo studio del clima storico e delle coltivazioni - finora gli archeologi al lavoro in Sudan non hanno effettuato ricerche su questo argomento.
"Siamo anche preoccupati che Hag Magid possa essere sepolta dalle mutevoli dune sabbiose - quindi perderemmo l'opportunità di studiarla per i prossimi decenni." - ha concluso la dott. ssa Bagińska.

 
Traduzione da PAP – Science & Scholarship in Poland, Szymon Zdziebłowski. PAP non è responsabile dell’accuratezza della traduzione.


Israele: una cantina dal palazzo canaaneo di Tel Kabri

3 Marzo 2016
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A Tel Kabri si è ritrovata, per la prima volta, una cantina in un palazzo canaaneo. Il vino prodotto dai residenti della città veniva arricchito con olio dai cedri del Libano, resina dagli alberi dell'Anatolia occidentale, e altri aromi (come miele e resina dal terebinto).
Il palazzo di Tel Kabri fu costruito nella Media Età del Bronzo, attorno a 3850 anni fa. Due anni fa si ritrovarono 40 giare, che all'analisi chimica rivelarono la presenza di vino arricchito da aromi. Quest'anno si sono ritrovati quattro magazzini pieni di altre giare: le analisi questa volta hanno dimostrato che le stanze venivano impiegate per mescolare il vino con gli aromi. Il palazzo, insomma, possedeva una cantina nella quale il vino veniva preparato per il consumo, arricchendolo con gli aromi. Il valore del vino nel magazzino era tale che gli studiosi hanno calcolato che si sarebbero potute comprare tre navi mercantili con la stessa cifra.
Link: University of Haifa
Foto aerea del Palazzo a Tel Kabri, da Wikipedia (Skyview Productions, Ltd. on behalf of the Tel Kabri Expedition. Copyright holder: Eric H. Cline - Tel Kabri Expedition 2013), CC BY-SA 3.0.


Cantina di 1.600 anni fa, tenuta rurale, e bagni di epoca romana da Gerusalemme

2 - 3 Marzo 2016
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Un'antica cantina di 1.600 anni fa, ben preservata, una tenuta rurale, e bagni di epoca romana sono stati ritrovati a Gerusalemme, presso l'area dove sorgeva l'Orfanotrofio Schneller.
La cantina è molto grande e data ad epoca romana o bizantina. Presenta una superficie di spremitura pavimentata con un mosaico bianco, al centro vi era un pozzo, sul fondo del quale si trovava una pressa a vite. Attorno vi erano otto celle per immagazzinare l'uva. La cantina sarebbe servita ai residenti di un grande maniero.
Nell'area vi sarebbero stati anche bagni di epoca romana, la cui esistenza è testimoniata da tubature in terracotta e mattoni in argilla, alcuni dei quali presentavano il marchio della Decima Legione. Questa fu impiegata per la conquista di Gerusalemme e rimase come guarnigione fino al 300 d. C. presso Binyanei Ha-Uma, ad appena 800 metri dal sito.

Link: Israel Ministry of Foreign Affairs via Israel Antiquities Authority; Times of Israel; The Jerusalem Post; Daily Maili24 News.
Il distretto di Gerusalemme in Israele, da Wikipedia, CC BY-SA 3.0, caricata da e di TUBS (TUBS Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Israel location map.svg (by NordNordWest).)


Francia: una taverna di epoca romana da Lattara

22 - 23 Febbraio 2016
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Una taverna di 2.100 anni fa circa è stata dissotterrata presso l'antica città romana di Lattara, nella parte meridionale della Francia. Questa era una città di agricoltori, prima che i Romani conquistassero la Gallia mediterranea (nel secondo secolo a. C.). Da quel momento, probabilmente, si svilupparono poi qui nuove occupazioni.
L'edificio è stato interpretato come una taverna sulla base degli elementi ritrovati: innanzitutto tre mulini e tre forni. Nessuna abitazione possedeva allora attrezzature su questa scala. Attraversato il cortile, in un'altra stanza ci sono panche allineate ai muri e un focolare. Ritrovati resti di pesci, pecore e bestiame, che indicano una dieta variegata. Tra i frammenti ceramici ve ne sono di importati dall'Italia, assieme al vino. In antichità, i Celti erano famosi per il loro amore per la bevanda.
Anche se le taverne erano luoghi di una certa importanza nel mondo romano, da un punto di vista archeologico la nostra comprensione di questi edifici non è sufficiente. Si tratta della prima taverna di questo tipo nella regione, e pure di un indicatore dei cambiamenti socioeconomici avvenuti nell'area in quel periodo.
Menzionata già da autori antichi, la città portuale corrisponde all'odierna Lattes, nel regione francese della Linguadoca-Rossiglione.
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Israele: un villaggio bizantino presso Netivot

15 Novembre 2015
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Scavi presso i resti di un villaggio bizantino del sesto e settimo secolo d. C. a Netivot, nel Negev. Tra i ritrovamenti: laboratori, edifici e due presse per il vino, utilizzate per la produzione commerciale. Nei reperti anche strumenti, coppe in creta, candele e sigilli.
Link: Israel Ministry of Foreign Affairs via Israel Antiquities Authority
Il distretto meridionale di Israele, da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da TUBS (TUBS Own work This vector graphics image was created with Adobe Illustrator. This file was uploaded with Commonist. This vector image includes elements that have been taken or adapted from this:  Israel location map.svg (by NordNordWest).)


La "Foglia d'oro" 2015 premia l'attività del MiBACT per valorizzazione Collio

PREMIO "FOGLIA D’ORO"
Il riconoscimento "Foglia d’oro" 2015 premia l’attività del MiBACT per la valorizzazione del Collio

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La Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia, nella persona del Soprintendente arch. Corrado Azzollini, ha ricevuto il premio “Foglia d’oro” nel corso di una cerimonia organizzata dal Comune di Dolegna del Collio nella provincia di Udine in occasione della Giornata del Ringraziamento di San Martino che si festeggia l’11 novembre.
Il riconoscimento, rappresentato da una foglia di vite in oro sbalzato incastonata in un quadro, è stato attribuito alle istituzione che sostengono attivamente il progetto di candidatura Unesco del Territorio transfrontaliero Collio/Brda, in cui ricade la località friulana rinomata per la produzione enologica d’eccellenza dei vini bianchi.

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