7 Settembre 2015
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I legami di coppia sono universali nelle società umane e ci distinguono dai nostri parenti prossimi. Ma come si sono determinati?
L’antropologa Kristen Hawkes è colei che ha proposto la cosiddetta “ipotesi della nonna“, sulla base della quale dovremmo ringraziare le nonne preistoriche per la lunga durata della vita umana. Il suo nuovo studio collega ora questi elementi a quello dei legami di coppia.
I legami di coppia producono, tipicamente, pretese di proprietà da parte dell’uomo sulla donna e difesa della compagna: si tratta di fenomeni che negli animali si ritrovano più di frequente quando il rapporto numerico tra i sessi per l’età fertile vede una prevalenza maschile. L’antropologa ha dunque effettuato una simulazione al computer, sempre con le ipotesi della nonna e un campione di primati e cacciatori raccoglitori umani. L’antropologa ha collegato dunque l’eccesso di uomini più vecchi e fertili alla tendenza maschile a difendere la compagna dalla competizione e a formare con lei legami di coppia.
Tradizionalmente, si riteneva che questi derivassero dai cacciatori umani che nutrono le femmine e la progenie, in cambio della paternità di quei bambini, di modo da avere discendenti ai quali passare i propri geni. L’ipotesi della nonna ritiene invece che l’elemento chiave, per il quale le mamme possono avere prima il prossimo bambino, non risieda nel fatto che i papà portino a casa il cibo, ma nella nonna che contribuisce a nutrire i bambini svezzati. Questo favorì un’aumentata longevità e nonne più longeve a sua volta contribuivano di più.
 Lo studio “Grandmothering life histories and human pair bonding”, di James E. CoxworthPeter S. KimJohn S. McQueen, e Kristen Hawkes, è stato pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America.
 
Link: PNASUniversity of Utah; Science Daily.
Hadza (o Hadzabe) fanno pratica con l’arco, foto da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da e di Idobi.
Gli Hadza (o Hadzabe) sono una popolazione africana di cacciatori raccoglitori della Tanzania: a partire da una ricerca sul gruppo, Kristin Hawkes formulò l’ipotesi della nonna.