Sepúlveda immortale, tra Argentina e Cile incontri e letteratura

La narrativa di viaggio parte da un luogo per arrivare al luogo stesso, al suo lato geografico e antropologico, a casa riporta l’esperienza ma sul taccuino l’occhio assoluto non può piegarsi sulla percezione che ha avuto della natura e dei suoi abitanti: deve andare oltre l’emozione per restituire al lettore la verità. Osservare l’autenticità del luogo, così ci aveva insegnato a vedere Luis Sepúlveda che oggi, 16 aprile 2020, si è spento ad Oviedo in Spagna, dopo aver contratto il nuovo coronavirus.

Lo scrittore cileno, classe 1949, ebbe una lunga attività politica. Militante nell’Esercito di Liberazione Nazionale fondato da Che Guevara, appoggiò il partito socialista e sostenne Salvador Allende che divenne presidente del Cile fino al 1973, quando fu deposto dal colpo di Stato. Pinochet prese in mano il paese e Sepúlveda venne arrestato, incarcerato e torturato. Condannato all’esilio, viaggiò nel continente americano finché nel 1977 giunse in Ecuador dove prese parte ad una spedizione: visse per alcuni mesi nella foresta amazzonica, scoprendo la popolazione locale, gli indios Shuar, e imparando da loro un profondo rispetto per la natura. Due anni dopo si trasferì in Europa e poté rientrare in Cile solo dopo la caduta del Muro di Berlino.

La ricerca espressiva nel dettaglio, della curiosità, sceglie il racconto, la prosa, per testimoniare il divenire, diminuendo le distanze fino all’incontro estremo, la conoscenza dell’Altro. Racconta ogni cosa Sepúlveda. Ma soprattutto loro, cardini di questa letteratura. Distesa tra Argentina e Cile, troviamo la regione della Patagonia con l’arcipelago della Terra del Fuoco e lo sguardo etico e indagatore di chi vuol dare voce ad ogni storia.

Nel 1973 - mentre il Cile è alle prese con la dittatura - Bruce Chatwin, il nomade contemporaneo esempio della letteratura di viaggio, viene assunto al Sunday Times come critico d’arte: ciò gli permette di scoprire e meravigliarsi di molti luoghi. A lui si ispireranno Sepúlveda e Giuseppe Cederna, che nel 2004 scriverà il suo primo Grande Viaggio. Nel 1977, quando il Cile è fermo nel tempo, Chatwin per la prima volta pubblica - tra informazione e suggestioni personali - partendo da In Patagonia per esprimere nello scritto la volontà di errare, di non fermarsi. Come se volesse continuare a rispondere all’editore e amico Tom Maschler: “perché gli uomini invece di stare fermi se ne vanno da un posto all’altro?” Una domanda a cui forse riuscì a dare risposta solo dieci anni più tardi, con la pubblicazione dell’ultimo Le vie dei canti.

Luis Sepúlveda
Luis Sepúlveda (2013). Foto di Joson, CC BY-SA 3.0 

Raccontare luoghi, persone, storie. Le loro storie. Sepúlveda capì di doverlo fare ancora nel 2000, con i protagonisti di Le rose di Atacama. Il viaggiatore che li vede affrontare la vita è lo stesso che narra di loro e delle loro “storie marginali” (come le definisce). Autore e incantatore, in questo libro ritrae anche Francisco Coloane, autore cileno partito dalla Terra del Fuoco (a cui dedicherà un testo nel 1956), mescolando storie tra sogno e realtà. Scriveva di Coloane senza ritrarre la penna, come di colui che “rappresenta la più nobile delle marginalità e delle emarginazioni, quella di un’onestà mantenuta ad oltranza e di una generosità che s’incontra poche volte nell’ambiente della letteratura”.

Nel 2002 l’editore del Touring Club Italiano fece pubblicare una collana intitolata alle Vie del Mondo e ai viaggi d’autore, di volta in volta tematici. Il numero 29 era dedicato proprio alla Terra del Fuoco e vi si riprendevano pagine della grande letteratura. Di Luis Sepúlveda vennero estrapolati paragrafi ripresi da Patagonia Express; appare significativo il passo che da Appunti su una Moleskine è stato così tratto:

“Bene, eccoci qua, dico sottovoce, e un gabbiano si volta a guardarmi un istante. ‘Un altro matto’, penserà il gabbiano, perché in realtà sono solo, davanti al mare, a Chonchi, un porto dell’Isola Grande di Chiloé, nell’estremo sud del mondo.  (…) Mentre aspetto, penso a quei due vecchi gringo che hanno mosso i fragili fili del destino facendo sì che, un mezzogiorno d’inverno, Bruce Chatwin e io ci incontrassimo nel caffè Zurich, a Barcellona. Un inglese e un cileno. E come se non bastasse, due tipi con scarso affetto per la parola ‘patria’. L’inglese, nomade perché non poteva essere altro, e il cileno esiliato per identiche ragioni”.

Leone marino delle Galápagos (Zalophus wollebaeki) a Punta Pitt, isola di San Cristóbal, Isole Galápagos, Ecuador. Foto di Diego Delso, CC BY-SA 4.0

In quel numero scrivevano - quasi trasportati insieme - Chatwin, Coloane e persino Darwin, proprio in quell’anno (scrivendo delle Galápagos) Francisco sarebbe tornato a citare quest'ultimo e ad entusiasmarsi per gli studi che il naturalista aveva approfondito sulla fauna del luogo.

Luoghi e ragioni, natura e viaggio: al Sepúlveda esiliato e ferito è stato sostituito con il tempo uno scrittore, un uomo che racconta per essere. Alla vita di quel 1977, invece, sullo sfondo della lontananza forzata e dell’esodo, resta l’immagine a cui l’occhio assoluto del viaggiatore attinge per poter narrare le sue storie. Un presente che nella realtà è consumato, ma che nella lingua diventa immortale.


Storia di un adolescente e di un autografo di Luis Sepúlveda

Esiste da qualche parte una fotografia in cui in primo piano compare un massiccio uomo sulla cinquantina con un folto pizzetto attraverso il quale si intravede un'espressione piuttosto contrariata; accanto a lui c'è un adolescente brufoloso, panciuto almeno quanto lui, che gli porge un libro e una penna rivolgendogli un sorriso ammirato e guance rosse d'imbarazzo. Sullo sfondo sfocato, una gran folla sta per travolgere l'uno e l'altro. Quell'uomo è Luis Sepúlveda e il quindicenne in adorazione sono io; l'anno è il 2003, e lo scrittore cileno era ospite del liceo che frequentavo nell'ambito degli allora neonati Presidi del Libro.

Lo avevamo inseguito a lungo, Sepúlveda: eravamo quasi riusciti ad averlo ospite già l'anno prima per la presentazione di Nati in Riva al Mondo (Besa Editrice), il progetto letterario-musicale del chitarrista Mauro Di Domenico nel quale lui aveva figurato come guest star nelle inedite vesti di cantante rap. Era un progetto ambizioso grazie al quale si tentava di costruire un ponte di musica e parole tra l'America Latina di oggi e quella dei desaparecidos, di Pinochet e di Neruda, e Luis Sepúlveda non poteva che esserne una delle figure chiave, malgrado nei due brani in cui cantava faticasse a tenere il tempo e la sua voce rauca mal si adattasse alla pronuncia italiana. D'altronde l'impegno politico, per una persona che quegli anni li ha vissuti e sofferti, non può essere scisso dalla propria vita; e se la vita chiede di essere tradotta in arte, allora ogni parola sarà per forza una richiesta di libertà e al tempo stesso il ricordo di una prigionia.

Quella volta non fu possibile assicurarsi la sua presenza, ma il suo management promise che entro la fine dell'anno successivo ci avrebbe proposto un'altra data; io, che all'epoca frequentavo attivamente i Presidi del Libro, rimasi estremamente deluso: l'occasione era andata persa, figurati se ce ne sarebbe mai stata un'altra di vedere Luis Sepúlveda nel mio paese alla periferia di Bari, in riva al mondo come il Cile.

Fino a poco prima Sepúlveda lo avevo conosciuto esclusivamente come l'autore di Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, libro che alla fine degli anni '90 era già un classico: i miei coetanei ricorderanno che, nei bei tempi in cui Harry Potter non aveva ancora globalizzato la letteratura per l'infanzia, il gatto Zorba e la piccola Fortunata erano stati i compagni ideali dei pomeriggi di molti bambini; per me, che bambino non ero più e adulto non ero ancora, quel libro continuava a significare ancora molto.

In quei mesi avevo scoperto che la sua produzione era ben più vasta, mi ero interessato alla sua vita e alla storia del suo paese, complici anche le lezioni di geografia internazionale del secondo anno di liceo; inoltre avevo trovato nella mia biblioteca un altro suo libro, Diario di un killer sentimentale, in una pessima edizione da edicola uscita qualche anno prima, e l'avevo divorato. Allora il mio senso critico era ancora in età pubere, eppure in qualche modo capii di essermi trovato di fronte a uno di quei libri che con la sola forza delle parole riescono a ipnotizzare chi li legge, pur non raccontando una storia di grande complessità. In altre parole stavo crescendo, e con questo Luis Sepúlveda c'entrava ben poco; nondimeno divenne un silenzioso testimone della mia adolescenza.

A dispetto del mio pessimismo l'incontro con l'autore ci fu davvero, nei primi giorni di quella che fino all'avvento del riscaldamento globale sarebbe stata ricordata come l'estate più calda di sempre: Luis Sepúlveda avrebbe presentato la riedizione del suo primo romanzo Il vecchio che leggeva romanzi d'amore proprio nell'auditorium del mio liceo.

Ricordo perfettamente il momento in cui lo vidi per la prima volta, attraverso una finestra, mentre fumava una sigaretta seminascosto nel cortile della scuola: avrei saputo più tardi che aveva chiesto di essere lasciato da solo per qualche istante, prima dell'inizio della conferenza. Più alto e meno robusto di come lo avevo immaginato, se ne stava perfettamente immobile a parte la mano che guidava la sigaretta dalla bocca al fianco e ritorno, con lo sguardo impenetrabile fisso sui radi ciuffi d'erba di periferia. Quando fece il suo ingresso nell'auditorium, salutò il pubblico rivolgendogli un sorriso e un ampio gesto del braccio, in un atteggiamento diametralmente opposto a quello con cui lo avevo sorpreso poco prima.

I diciassette anni trascorsi hanno cancellato dalla mia memoria la maggior parte di ciò che fu detto durante l'incontro, però ricordo nitidamente due suoi interventi: nel primo si lamentò scherzosamente di quanto l'italiano fosse difficile rispetto allo spagnolo, sebbene lui parlasse benissimo la nostra lingua. «In italiano devo per forza usare l'ausiliare» disse «Ad esempio, “mi faccio la doccia”. In spagnolo, invece, dico semplicemente “me ducho”: non credete sia più facile così?».

La seconda cosa che ricordo è un aneddoto da lui raccontato: «Una volta ho partecipato a un incontro con gli insegnanti di mio figlio: ero fortemente imbarazzato perché, quando la maestra gli aveva chiesto che mestiere facessi, lui aveva risposto “mio padre inventa storie tutto il giorno”. Entro nell'aula, mi siedo al banco insieme a mio figlio in mezzo a tutti gli altri genitori e poco dopo le maestre iniziano a parlare, parlare, parlare e poco dopo mi annoio e non le sento più. A un certo punto la mia attenzione viene attirata da una mosca che volava in tondo nei pressi del soffitto; subito la mia testa inizia a girare in tondo seguendo il volo della mosca; mio figlio mi vede, scopre anche lui la mosca e anche la sua testa inizia a girare in tondo. Poi lo vede il suo amichetto e anche lui inizia a far girare la testa... e così via, finché le maestre non parlano a una folla di gente con la testa che gira in tondo».

Luis Sepúlveda nel 2013 a Luino. Foto modificata Associazione Amici di Piero Chiara, CC BY 2.0

Quando finì l'incontro l'autore si allontanò per fumarsi una seconda sigaretta; mentre il pubblico si disperdeva io, svelto, lasciai il mio posto e sfrecciai nel cortile dove lo avevo visto poco prima, sicuro di trovarlo là. E infatti così fu: nel vedermi corrergli incontro lui mi lanciò l'occhiataccia contrariata che fu poi immortalata nella fotografia; ma fu solo un attimo, perché di fronte al mio imbarazzo mi rivolse un sorriso comprensivo e accettò il libro che gli stavo porgendo perché me lo autografasse.

Ne avevo portati tre, la Gabbianella, il vecchio e il killer sentimentale: per tutta la durata dell'incontro ero stato incerto su quale fargli firmare, perché il primo aveva un grande valore affettivo e il secondo era l'oggetto di quella presentazione; tuttavia alla fine gli porsi d'istinto il terzo, che era stato il mio preferito tra i tre e, per quanto non lo abbia mai ammesso fino al momento di scrivere il presente articolo, con quel gesto avrei simbolicamente detto addio alla mia infanzia. Sepúlveda non ebbe il tempo di fumarsi in pace la sua sigaretta, perché la folla che fa da sfondo nella foto gli fu addosso un istante dopo; io feci appena in tempo ad allontanarmi per non trovarmi invischiato nel groviglio di persone. La mia penna gli rimase tra le mani, e io non avrei mai più rivisto né l'una né l'altro.

Luis Sepúlveda ad Arona (2009). Foto di AmonSûl, CC BY-SA 3.0

Oggi Luis Sepúlveda è diventato una presenza di carta e inchiostro; le circostanze rendono questa notizia ancora più amara, e ci vorrà molto tempo perché egli venga ricordato come un grande scrittore del passato e non come il grande scrittore morto di COVID-19.

Altre persone più titolate di me trascriveranno la sua biografia e tesseranno le sue lodi; frasi commoventi e immense banalità saranno dispensate in egual misura. Io mi limito a narrare la storia del nostro incontro, una manciata di ricordi frammentari; però sono sicuro che la sua anima saprà vibrare nelle virgole e negli interlinea, perché questo è ciò che accade quando, dopo una vita passata a raccontare storie essa stessa diventa una storia da raccontare.

Luis Sepúlveda
Foto di Mariano Rizzo

Isola di Pasqua Rapa Nui moai ahu

L'acqua presso gli ahu e i moai dell'Isola di Pasqua

L'Isola di Pasqua è celebre per i moai, gigantesche statue in pietra che erano supportate dalle piattaforme note come ahu. Suscitano la nostra curiosità, anche perché ci lasciano nel dubbio sulle motivazioni dietro la loro costruzione. Al fine di poter dipanare questi dubbi, tuttavia, potrebbe essere fondamentale rispondere a un'altra domanda: perché ahu e moai venivano costruiti proprio in quei luoghi e non altrove?

Un nuovo studio - pubblicato su PLOS One - ha indagato proprio questo aspetto, spiegando come gli antichi abitanti polinesiani dell'isola, i Rapa Nui, costruissero gli ahu e i moai in prossimità delle fonti d'acqua costiere.

Uno dei temi più indagati nell'archeologia antropologica contemporanea è quello dello spiegare i processi sottostanti l'emergere delle costruzioni monumentali, e recenti studi hanno anche cercato di spiegarne i pattern impiegando quello che è definito come spatially-explicit modeling. Lo studio in questione ha utilizzato proprio queste tecniche per mettere in relazione ahu e moai con tre risorse fondamentali dell'Isola di Pasqua: gli spazi agricoli relativi ai giardini nei quali si praticava la pacciamatura con rocce, le risorse marine e le fonti di acqua dolce. Attraverso queste analisi si è così sottolineata la centralità di queste ultime per le popolazioni che vissero qui prima dell'arrivo degli Europei, suggerendo che la costruzione degli ahu si spieghi più semplicemente attraverso le stesse.

Nel passato altri ricercatori avevano percorso questa via, ma fino ad oggi queste ipotesi non erano state verificate statisticamente. Come spiega l'archeologo Carl Lipo, dell'Università di Binghamton: "mentre cominciavamo a guardare nelle aree attorno agli ahu, scoprivamo che questi luoghi erano precisamente legati ai punti dove emerge l'acqua sorgiva [...]. Più cercavamo e più osservavamo questo pattern in modo coerente. Luoghi senza ahu/moai mostravano l'assenza di acqua dolce. Il pattern era impressionante e sorprendente nel suo essere coerente. Persino quando ritrovavamo ahu/moai nell'interno dell'isola, ritrovavamo vicine fonti di acqua potabile. Questo studio riflette il nostro lavoro nel dimostrare come questo pattern sia statisticamente fondato e non solo una nostra percezione."

Isola di Pasqua Rapa Nui moai ahu
(In alto a sinistra) Rapa Nui in Polinesia, (in alto a destra) luoghi dove sono gli ahu a Rapa Nui, e (in basso) Ahu Tongariki coi moai (Foto R.J. DiNapoli), © 2019 DiNapoli et al., CC-BY 4.0

Lo studio ci dice anche molto dell'antica società dei Rapa Nui, e come spiega Terry Hunt, dell'Università dell'Arizona, "i monumenti e le statue degli antenati divinizzati degli isolani riflettono generazioni di condivisione, forse persino su base giornaliera - incentrati sull'acqua, ma pure sul cibo, sulla famiglia e sui legami sociali, così come una tradizione culturale che rinforzava la conoscenza della precaria sostenibilità dell'isola." E - sempre per Hunt - proprio la condivisione spiegherebbe il paradosso dell'Isola di Pasqua, in grado di durare per oltre 500 anni prima del contatto con gli Europei, e quindi con le malattie, col commercio di schiavi e con altre disgrazie legate agli interessi coloniali.

Gli autori dello studio insomma prendono anche posizione su quello che è uno dei grandi temi che ruotano intorno ai Rapa Nui, quello del loro collasso demografico. In generale, questo viene spiegato con un eccessivo sfruttamento delle risorse dell'isola, o al contrario si ritengono responsabili gli Europei, arrivati qui nel 1722.

 

Carl Lipo Isola di Pasqua Rapa Nui moai ahu
L'archeologo Carl Lipo, dell'Università di Binghamton, tra gli autori dello studio in questione. Credits: Binghamton University, State University of New York

Lo studio Rapa Nui (Easter Island) monument (ahu) locations explained by freshwater sources, opera di Robert J. DiNapoli, Carl P. Lipo, Tanya Brosnan, Terry L. Hunt, Sean Hixon, Alex E. Morrison, Matthew Becker, è stato pubblicato su PLOS One (10 gennaio 2019).


La deforestazione, un processo graduale sull'Isola di Pasqua

18 Aprile 2016

Foto: Valentí Rull
Foto: Valentí Rull

Una delle ipotesi principali sul collasso demografico dell'Isola di Pasqua suggerisce un ruolo centrale giocato dall'eccessivo sfruttamento (e conseguente esaurimento) delle risorse, causato essenzialmente dagli umani, mille anni fa.
Un nuovo studio, pubblicato su Frontiers in Ecology and Evolution, suggerisce invece che la deforestazione sia stata un processo graduale, e che a determinarlo non sarebbero stati solo gli umani. Si sarebbe giunti a queste conclusioni con un'analisi più approfondita del paesaggio del lago, in particolare per quanto riguarda i pollini. Secoli prima dell'arrivo degli Europei (nel 1722), le palme furono sostituite da campi erbosi. Ci furono pure cambiamenti climatici che probabilmente giocarono un importante ruolo in merito alla deforestazione.
Più in generale, le spiegazioni riguardanti il declino demografico dell’Isola di Pasqua sono tendenzialmente due: una che ritiene che gli abitanti abbiano causato la fine del proprio ambiente, con conseguenze gravissime per la popolazione; l’altra invece ritiene responsabili gli Europei, arrivati nel 1722, che avrebbero portato le malattie che uccisero i Rapa Nui.
Leggere di più


Non furono i conflitti a determinare il collasso di Rapa Nui

16 Febbraio 2016

Diversi mata'a. Credit: Carl Lipo, Binghamton University
Diversi mata'a. Credit: Carl Lipo, Binghamton University

Fino ad oggi, si pensava che i manufatti triangolari ritrovati sulle coste di Rapa Nui (in Cile) fossero punte di lancia. Un nuovo studio li ha analizzati, smentendo questa ipotesi e affermando che si tratta invece di strumenti dai molteplici utilizzi. L'ipotesi che la civiltà sull'Isola di Pasqua sia stata spazzata via da conflitti e guerre viene quindi a perdere un fondamentale elemento di prova.
Tradizionalmente si spiega che, prima dell'arrivo degli Europei, i notevoli conflitti tra gli abitanti (e il conseguente collasso di quell'antica civiltà) furono determinati dall'esaurimento delle risorse sull'isola. Come prova di questa spiegazione ci sarebbero mata'a, oggetti triangolari in ossidiana ritrovati a migliaia sull'isola. Secondo lo studio si tratterebbe in realtà di strumenti multiuso, in grado sì di tagliare ma utilizzati nella coltivazione, a scopi rituali (ad esempio, tatuaggi), nella lavorazione delle piante. 
L'ossidiana è un vetro vulcanico molto tagliente: finora si era perciò ritenuto che i mata'a fossero stati utilizzati come armi. Il nuovo studio ha analizzato oltre quattrocento di questi strumenti, caratterizzandone la forma da un punto di vista quantitativo. Sulla base delle differenze rispetto ad altre armi tradizionali, si è concluso che non potevano essere utilizzati nei conflitti, e d'altra parte sarebbero stati pessimi per lo scopo. Per Carl Lipo dell'Università di Binghamton , basta guardarli per rendersi conto che non sembrano affatto delle armi, e d'altra parte sono effettivamente diversi rispetto a qualsiasi altro strumento utilizzato in guerra, quale che sia la provenienza.
L'idea che i mata'a fossero armi utilizzate nei conflitti che portarono al collasso di questa società sarebbe insomma una tarda interpretazione europea, e non qualcosa che trova riscontro da un punto di vista archeologico. Quelle popolazioni sarebbero dunque vissute con successo sull'isola, fino all'arrivo degli Europei.
Cartina del Pacifico che indica Rapa Nui. Credit: Carl Lipo, Binghamton University
Cartina del Pacifico che indica Rapa Nui. Credit: Carl Lipo, Binghamton University

Le spiegazioni riguardanti il declino demografico dell’Isola di Pasqua sono tendenzialmente due: una che ritiene che gli abitanti abbiano causato la fine del proprio ambiente, con conseguenze gravissime per la popolazione; l’altra invece ritiene responsabili gli Europei, arrivati nel 1722, che avrebbero portato le malattie che uccisero i Rapa Nui.
800px-Hangaroa_Moais
Lo studio "Weapons of war? Rapa Nui mata'a 1 morphometric analyses", di Carl P. Lipo, Terry L. Hunt, Rene Horneman e Vincent Bonhomme, è stato pubblicato su Antiquity.
Link: AntiquityEurekAlert! via Binghamton University; Daily Mail.
La foto, opera di Makemake, ritrae due ahu a Hanga Roa. Sullo sfondo Ahu Ko Te Riku (con un pukao in testa), da WikipediaCC BY-SA 3.0, caricata da KAMiKAZOW,


I tatuaggi di Ötzi sono i più antichi al mondo

9 - 22 Dicembre 2015
Mummia_uomo_del_Similaun_sulle_Alpi_italiane_1991
I tatuaggi di Ötzi sono i più antichi al mondo. L'Uomo di Similaun, che visse attorno al 3250 a. C., presenta sul suo corpo ben 61 tatuaggi, raffiguranti fasci di linee e croci.
I tatuaggi finora ritenuti più antichi erano relativi a una mummia Chinchorro (Mo-1 T28 C22) proveniente da El Morro, in Cile, con una linea di punti a formare una sorta di baffi. La datazione della mummia al radiocarbonio, effettuata negli anni ottanta, risultò essere del 3830 ± 100 prima del tempo presente, con il "Presente" rappresentato dal primo Gennaio 1950. Tuttavia, per un errore di trascrizione, lo si lesse 3830 a. C., determinandone quindi un'antichità considerevolmente superiore.
Un nuovo studio ha individuato questo semplice ma rilevante errore: i tatuaggi di Ötzi (le cui datazioni ne collocano la morte tra il 3370 e il 3100 a. C. circa) precedono quindi quelli della mummia Chinchorro Mo-1 T28 C22 di circa 500 anni, e sono dunque i più antichi al mondo.
Gli autori dello studio sottolineano però l'antichità della pratica, e nuovi tatuaggi emergono di continuo: sarebbe possibile, insomma, che in un futuro anche prossimo ne emergano anche di più antichi.
Leggere di più


Cile: Monte Verde sposta ancora indietro nel tempo il popolamento delle Americhe?

18 Novembre 2015
journal.pone.0141923.g007
 
Nuovi ritrovamenti presso Monte Verde, nella parte meridionale del Cile, sposterebbero indietro il popolamento delle Americhe a un periodo compreso ad almeno tra ~18.500 e 14.500 anni calibrati prima del tempo presente.
journal.pone.0141923.g008
Fino a 40 anni fa circa, si riteneva che il più antico popolamento delle Americhe risalisse a 13 mila anni fa, con la Cultura Clovis. Il lavoro di Tom Dillehay a Monte Verde ha contribuito a modificare questa visione, spostando - grazie al secondo livello di scavi, MVII - la datazione del popolamento di 1.500 anni. Dal primo livello di scavi, MVI, non erano invece giunte prove conclusive.
journal.pone.0141923.g001
In seguito a una nuova visita presso i due siti, avvenuta nel 2013, li si è guardati in un'ottica diversa e si sono rinvenuti nuovi reperti: 39 oggetti in pietra, 12 piccole buche per il fuoco con ossa animali, e resti vegetali commestibili come noci ed erbe. Molti degli strumenti litici non erano bifacciali, ma lavorati da un lato solo, e i materiali erano al 34% non locali. Le ossa erano di grandi animali preistorici che l'area Monte Verde non sarebbe stata in grado di sostenere e che provenivano perciò da altrove. Monte Verde sarebbe stata dunque un'area di passaggio dalla costa alle colline pedemontane delle Ande. La presenza umana sarebbe relativa al periodo estivo: l'ambiente era ostile e le temperature iniziarono a riscaldarsi solo attorno a 15 mila anni fa, quando fu possibile sostenere l'insediamento duraturo a MVII.
L'insieme di questi ritrovamenti spingerebbe indietro la data del primo popolamento delle Americhe.
journal.pone.0141923.g003
[Dall'Abstract:] Questioni che riguardano la cronologia, il luogo, e il carattere della colonizzazione umana iniziale delle Americhe sono oggetto di discussioni di lunga data. Il dibattito interdisciplinare continua circa il tempo dell'entrata, la rapidità e la direzione della dispersione, la varietà delle risposte umane ai diversi habitat, i criteri per valutare la validità dei siti più antichi, e le differenze e le similitudini tra colonizzazione nel Nord e nel Sud America. Nonostante i recenti avanzamenti nella nostra comprensione di questi problemi, l'archeologia affronta ancora sfide nel definire i problemi di ricerca interdisciplinare, nel valutare l'affidabilità dei dati, e nell'applicare nuovi modelli interpretativi. Mentre i dibattiti e le sfide continuano, nuovi studi hanno luogo e le ricerche precedenti vengono riesaminate. Qui si discute il recente scavo esplorativo e i dati interdisciplinari dall'area di Monte Verde in Cile per contribuire ulteriormente alla nostra comprensione del primo popolamento delle Americhe. Nuove prove di manufatti litici, resti animali e aree bruciate suggeriscono orizzonti discreti di attività umane effimere in un contesto di una pianura sandur (NdT: pianura formatasi dai sedimenti derivati dai ghiacciai), con datazione al radiocarbonio e luminescenza almeno al periodo compreso tra ~18.500 e 14.500 anni calibrati prima del tempo presente. Sulla base di molteplici linee di prove, si presentano le probabili origini antropogeniche e le più ampie implicazioni di queste prove. Nel clima freddo non glaciale delle Ande centromeridionali, che è impegnativo per l'occupazione umana e la conservazione dei siti di cacciatori raccoglitori, questi orizzonti forniscono un'idea di un primo contesto del comportamento umano del Tardo Pleistocene nella Patagonia settentrionale.
Leggere di più


Milano: oggi in Piazza Duomo piovono poesie

ExpoinCittà

Sabato in Piazza Duomo piovono poesie

Il 26 settembre una pioggia di segnalibri con poesie cadrà dal cielo a disposizione dei passanti

pioggia_poesie_milano_630.jpg

Milano, 21 settembre 2015 - Centomila poesie di circa 80 autori contemporanei cileni e italiani cadranno su Piazza del Duomo il prossimo 26 settembre, a partire dalle ore 19:15. L’iniziativa nasce grazie al Collettivo artistico cileno Casagrande, fa parte dell’agenda culturale del Cile per Expo Milano 2015 e del palinsesto di appuntamenti di ExpoinCittà.

expo-in-citta.JPG.jpg

Leggere di più


Un murales dell’artista cilena Pilar Dominguez dà nuova vita a una parete indistinta

Street art

Un murales dell’artista cilena Pilar Dominguez dà nuova vita a una parete indistinta

zona4_murales_300.jpg

Milano, 23 maggio 2015 – Onde colorate a cingere fiori e definire visi femminili. Si chiama Parole leggere la nuova opera di arte pubblica della visionaria artista italo-cilena Pilar Dominguez, che dona nuova vita ad una parete di oltre 50 metri che fino a pochi giorni fa delimitava, grigia e senza identità, un lungo tratto di via San Mirocle a Rogoredo.

zona4_murales_630.jpg

Leggere di più


Ancora sul deterioramento delle mummie di Chinchorro

6 Maggio 2015
800px-Momia_cultura_chinchorro_año_3000_AC
Il deterioramento delle mummie di Chinchorro, alcune delle quali risale a 5 mila anni fa, continua ad essere oggetto della preoccupazione degli studiosi. Le mummie sono il risultatomu di una pratica allora molto democratica e diffusa nell'area.
A causare il deterioramento sono sempre i comuni microorganismi, che con l’umidità non più compresa tra il 40 e il 60%, a causa delle modificate condizioni climatiche, si trovano in condizioni più favorevoli. Gli studiosi ritengono che sia possibile operare controllando umidità e temperature, al fine di ridurre i danni, creando un microclima per ogni museo che le ospiterà. Tuttavia, non c'è particolare ottimismo in merito. Leggere di più