Davanti al focolare: leggere le meravigliose leggende celtiche

Con molto piacere sono venuto a conoscenza di una pregevole impresa di Edizioni della Terra di Mezzo, a cui va il mio plauso per aver pubblicato la silloge di miti e leggende Celtic Wonder Tales del 1910 e scritta da Ella Young (1867-1956), con il titolo italiano Le Meravigliose Leggende Celtiche.

Una premessa è necessaria: non possiamo più pensare a un'unica, uniforme nazione celtica che copre per secoli gran parte dell'Europa. Detto questo, non possiamo non rimanere affascinati da un'autrice come Ella Young, proveniente dalle terre degli antichi druidi delle terre di Éire e poi espatriata negli Stati Uniti d'America per raggiungere amici come il poeta irlandese Padraic Colum: rimarrà qui dal 1925 in poi. Frequentò diversi poli accademici come lettrice universitaria per lo studio della cultura celtica, finché non fu assunta all'Università della California come lettrice di Mitologia e Letteratura celtica.

Mi interessa sottolineare il parallelismo con un'altra famosa autrice e attenta studiosa del patrimonio folclorico irlandese, ovvero Pamela L. Travers (cfr. La Sapienza segreta delle Api), autrice con la quale condivideva la stessa origine (ma cresciuta in Australia) che farà di tutto per raggiungere la patria tanto immaginata ,attraverso i libri e i racconti dei familiari. Travers e Young sono tanto simili quanto agli antipodi nelle loro destinazioni finali. Ella Young morì senza mai prendere marito nel 1956, preferendo la compagnia di un reggimento di felini, libri e sicuramente di qualche essere del Piccolo Popolo delle Fairy Lands.

Vi anticipo che il volume è ottimamente curato, sia dal punto di vista contenutistico che per la sua resa materiale; la nota introduttiva di Hal Belson (di cui lo stesso editore ha pubblicato L'Arpa Celtica) ci permette di addentrarci nel mondo mitopoietico di Ella Young e di capire l'impostazione “cronologica” dei miti (ri)scritti dall'autrice, inoltre il testo in appendice presenta un apparato di note esplicative per risalire a tutti i personaggi citati nelle leggende. Circa il libro inteso come oggetto, devo ammettere che adoro le copertine dell'Edizioni Terra di Mezzo. Tra parentesi, ho conosciuto l'editore proprio ammirando la copertina del romanzo proto-fantasy, profondamente legato all'arazzo mitologico anglo-irlandese, La Figlia del Re degli Elfi (1924) di Lord Dunsany. I volumi, brossurati con alette, presentano delle copertine realizzate con una carta davvero particolare e che ricorda la ruvidezza delle pergamene medievali e che mettono in risalto le illustrazioni, in questo caso un lodevole ed evocativo disegno di G. Verveine che raffigura probabilmente la dea-madre Brigit del pantheon irlandese.

Ella Young, come la citata Pamela L. Travers, dedicò la sua vita a quel movimento socio-culturale del “Celtic Revival”, o come preferisco dire, del Crepuscolo Celtico. Il movimento in realtà era una variopinta unione di tendenze artistiche, eredità culturali, aspetti religiosi e testimonianze letterarie del mondo gaelico, gallese e celtico; queste istanze storico-folcloriche erano volte a creare un blocco ideologico contro l'aggressiva modernizzazione del Regno Unito, il tentativo romantico e nazionale di auspicare un “return” alle origini mitico-arcaiche. Famosi esponenti furono William Butler Yeats, Lady Gregory, Lord Dunsany, William Morris, “AE” Russell ed Edward Martyn per citarne alcuni; un vero manifesto letterario-leggendario per ricordare il poetico verseggiare dei bardi dei tempi remoti.

Questo è il contesto in cui una donna appassionata e colta tuffa le sue mani nel magmatico calderone del sottobosco culturale celtico per estrarre una fresca codificazione del repertorio mitologico irlandese, non schematizzato in un'asettica nomenclatura, bensì in un piacevolissimo macro-racconto ad episodi, dal più antico a quello più recente. Una vera guida alla religione e al folclore gaelico.

La particolarità della Young non si esaurisce nel raccogliere miti, episodi e leggende celtiche ma si perpetua grazie all'abilità con cui costruisce il suo storytelling, moderno e classicheggiante al tempo stesso, perché riccamente ornato da stilemi poetici e soavemente coerenti alle saghe epiche del mondo irlandese; una vera riscrittura del passato.

John Duncan, il dipinto Riders of the Sidhe (1911) ritrae i Tuatha Dé Danann. Immagine in pubblico dominio

Per questa ragione non posso non consigliare questo stupefacente volume a tutti gli appassionati del mondo gaelico, una guida essenziale e ben fatta per apprezzare in toto un mondo così lontano - eppure così vicino a noi - grazie alle meravigliose emozioni che Ella Young sa suscitare con la sua scrittura. Saremo sedotti dall'aulico suono dell'arpista dei Tuatha Dé Danann (popolo/stirpe della dea Dana), ovvero il fatato Abchan! Oppure terrorizzati dal violento re dei mostruosi Fomori, Balor, dotato di un occhio maligno e così potente da distruggere ogni cosa; altrimenti vi invito ad ascoltare Dagda, la divinità dei druidi, padrone degli elementi e grande guerriero nonché mitico preparatore di elisir di lunga vita.
Ella Young ci presenta l'infinito delle terre d'Irlanda, a noi non rimane che conoscerlo.

leggende celtiche
La copertina del libro Le meravigliose leggende celtiche
con note finali sui personaggi mitici citati nel testo, rinarrate da Ella Young, pubblicato dalle Edizioni della Terra di Mezzo

Irlanda terra di Eroi. La follia di Suibhne

La cultura irlandese medievale ha prodotto tra le opere più fiabesche, eroiche e originali della letteratura europea; per questa ragione ho voluto fortemente leggere il volumetto di Iduna Edizioni La follia di Suibhne.
Il corpus mito-poetico irlandese si può genericamente suddividere in quattro cicli maggiori: il Ciclo Mitologico, Ciclo dell'Ulster, Ciclo feniano e il Ciclo storico. In Italia certamente una delle opere più apprezzate da studiosi e appassionati è Táin Bó Cúailnge (La razzia del bestiame del Cúailnge ) con il leggendario eroe Cú Chulainn appartenente al Ciclo dell'Ulster. Abbiamo ora l'opportunità di conoscere invece un gioiello dimenticato dell'Irlanda medievale, sapientemente introdotto da Fiorenzo Fantaccini e tradotto dal medio irlandese da Umberto Rapallo che ha anche stilato l'apparato di note.

La vicenda si snoda tra due fazioni storico-culturali parallele e allo stesso tempo violentemente intrecciate tra loro, non semplici particelle identitarie stratificate ma entità in guerra per il predominio religioso, politico e territoriale. L'Irlanda evangelizzata e cristianissima e quella primordiale e druidica. La follia di Suibhne è un'opera che raffigura con il suo linguaggio poetico le difficoltà della convivenza tra il passato celtico e il presente cattolico: questo dualismo religioso è impersonato dai principali attori del poema.

A quanto pare san Ronan sta tracciando i confini del suo futuro monastero nelle terre del sovrano Suibhne, in quale infuriato e nudo (tratti importanti della folle impetuosità animalesca dell'eroe irlandese) si precipita dal religioso e lancia nel lago il salterio del santo. Mentre il re è schiumante di rabbia viene avvertito da un suo messaggero che si sta combattendo un'aspra battaglia presso Magh Rath.

Grazie a un intervento divino Ronan ritrova il suo salterio e decide di maledire l'empio Suibhne, che sarà costretto a errare senza meta nudo per tutto il mondo finché non sarà ucciso dal colpo di una spada. Prima della battaglia di Magh Rath, Ronan benedice i soldati, ma dell'acqua santa “insudicia” Suibhne, il guerriero celtico per eccellenza che trucida un chierico per lavare l'onta cattolica nel sangue di un innocente. Il re irlandese viene nuovamente maledetto da Ronan, Suibhne dovrà volare nell'aria, come un uccello che ha perso l'orientamento, folle e confuso e nuovamente minacciato dalla punta di una spada. E il poema seguirà il folle errante dell'aria fino al suo trapasso.

Suibhne è il prodotto finale di un'evoluzione archetipica: da Gilgamesh all'omerico Achille e fino allo scozzese Lailoken (profeta pazzo), da lui molti ne erediteranno i mitologemi e gli stilemi (consciamente o meno): il Merlino di Geoffrey Monmouth, il folle Orlando ariosteo o i personaggi shakespeariani e di Cervantes. Del resto una folle e animalesca forza atavica di matrice celtica si ripercuote nella materia arturiana, di Bretagna e nella miscellanea epica de Il libro di Taliesin.

John Martin, The Bard (ca. 1817), olio su tela. Immagine in pubblico dominio

L'Irlanda di Suibhne è pre-cristiana, celtica, embrionale e ha il profumo di mondi magici e fatati, dove poteri soprannaturali possono essere incanalati dagli eroi coraggiosi che combattono presso Magh Rath nel 637 d. C., ma il testo è anche innovativo per la sua impostazione a prosimetro (un ibrido di prosa e poesia). Mi accodo all'opinione di Ruth Lehmann che considera le sezioni in prosa funzionali a creare una cornice narrativa, con finalità ornamentali e estetiche; ma la forza del racconto, in tutta la sua impronta celtica, naviga sui versi della poesia, perché la tradizione poetica-orale è il canto antico di bardi che danno vita alle leggende. Ed è interessante notare il parallelismo e la dualità tra paganesimo e cristianesimo e forma in prosa e istanza poetica, la poesia e il verso sono il linguaggio del substrato mitico mentre la prosa si fa portavoce di una più razionale istanza cristiana. Queste due macro entità sono incarnate da Ronan e Suibhne, l'eremita evangelizzatore e il folle re guerriero del folklore celtico.

La fortuna di La follia di Suibhne deriva dalla sua natura proteiforme, in continua trasformazione, dalla sua liquidità e ambiguità. Un testo che si muove su più pani interpretativi e culturali, molto simile alla indomabile natura selvaggio del monarca irlandese. Che non trae la sua forza dalla sete di sangue, gloria, dalla virilità guerriera, ma proprio dalle sue continue metamorfosi animali che lo mettono in strettissimo contatto con il ventre della madre terra.
La follia di Suibhne è il canto di un'Irlanda che non riesce a lasciarsi dietro il passato eroico, che muta e trasmuta nell'immortalità dell'epos poetico.

La follia di Suibhne anonimo irlandese
La copertina del romanzo saga La follia di Suibhne, edito da Idune Edizioni; introduzione di Fiorenzo Fantaccini e traduzione di Umberto Rapallo

Fabrizio Pasanisi ci accompagna nella Dublino di James Joyce

Come potrebbe esistere Joyce senza Dublino, e, oggi, come potrebbe esistere Dublino senza Joyce?”

È con questo punto interrogativo con cui Fabrizio Pasanisi decide di aprire il suo libro, A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore, edito da Giulio Perrone Editore (pp. 204, €15,00).

Al liceo o alla scuola superiore, se non anche all’università, ci hanno spiegato che uno dei cardini fondamentali della produzione letteraria di Joyce è proprio il rapporto con la sua terra, l’Irlanda, è quell’odi et amo che lo scrittore prova nei confronti della sua isola a dare vita alle sue opere, tanto amate, ma al tempo stesso anche odiate, perché non sempre comprese, dagli studenti.

Perché dovrei studiare Joyce?”

Cosa mi importa del suo rapporto con l’Irlanda?”

Alzate la mano se non ve lo siete mai chiesti almeno una volta, a scuola o in un’aula universitaria.

Ebbene, Pasanisi sembra rispondere in maniera chiara, ma esaustiva, alle nostre domande:

Joyce, come chiarito in una lettera, intendeva raccontare non come si viva a Dublino, ma come viviamo, noi tutti e dovunque, come sono fatti gli esseri umani e quali siano i loro caratteri, loro storie.”

Quindi non è solo un viaggio, un errare di carattere fisico tra le vie di Dublino per noi ed il nostro autore: il tutto si traduce in un errare della nostra mente che deve perdersi un po’ per potersi ritrovare tra le righe delle opere di Joyce.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Henrietta Street a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Infatti, come ci spiega bene Pasanisi, per Joyce “la letteratura non serve a rassicurare, distrarre, o almeno non serve solo a questo.La letteratura può diventare enciclopedia, dove ogni sapere si mischia, e può diventare specchio in cui ognuno può ritrovarsi, scoprendo persino come funziona il proprio corpo.”

Nel libro dello scrittore napoletano non troviamo semplicemente un macchinoso riassunto della vita e delle opere di Joyce, ma abbiamo un quadro completo degli itinerari che Joyce compie nella sua Dublino durante i primi 22 anni vissuti nella capitale irlandese, dalla nascita all’”esilio forzato”, cominciato il 10 ottobre del 1904.

Pasanisi, nella prima parte del libro, quella dedicata proprio agli anni di Dublino, passa in rassegna tutti gli spostamenti ed i cambi di residenza che James, sin dai primi anni della sua infanzia, fu costretto a compiere per colpa delle ristrettezze economiche che colpirono la famiglia, anche in seguito alla perdita del lavoro come esattore fiscale da parte del padre, persona certo non incline al risparmio e ad una vita opulenta.

I continui cambi di casa non sono, per il nostro giovane James, l’unica occasione per girare quella che da lui veniva considerata la “mia cara, sporca Dublino”: o da solo, o con il caro fratello Stanislaus o con la giovane Nora, altro punto di riferimento fondamentale per Joyce, egli non faceva altro che trarre spunto e ispirazione dalle quelle strade, da quei luoghi, da cui nasceranno capolavori come Gente di Dublino, Un ritratto dell’artista da giovane, Ulisse e Finnegans Wake.

Nella seconda parte del libro, dedicata alla Dublino dei libri di James Joyce, Pasanisi ci parla di quali itinerari compiono, questa volta, i personaggi delle opere di Joyce.

L’autore parte dai primi esperimenti narrativi dello scrittore irlandese, le Epifanie e le poesie, per arrivare a tracciare una mappa dei luoghi percorsi dai protagonisti di Gente di Dublino, opera che “ritrae la classe sociale più vicina al giovane, quella della borghesia povera, fatta di insegnanti o piccoli commercianti, oltre alle tante figure del popolo.”

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Il numero 15 di Usher's Quay a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Pasanisi parte da Great Britain Street, con il racconto Sorelle, per concludere il suo itinerario ad Usher’s Island, sfondo de I morti, dove Dublino “È ancora una città del passato, dove” le carrozze rimangono il mezzo di trasporto, “scomode e gelate, anche nella parte protetta destinata ai clienti.”

Il ponte James Joyce sul fiume Liffey ad Usher's Island. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Il libro di Pasanisi diventa un’ottima guida per il lettore, soprattutto per chi è alle prime armi con uno scrittore del calibro di Joyce, quando l’autore ripercorre i passi di Leopold Bloom, protagonista dell’Ulisse.

Il James Joyce Museum con la Torre Martello a Sandycove. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

In quel 16 giugno 1904 in cui l’opera si svolge, dalle otto di mattina e le prime ore del giorno successivo, cioè in quella stessa data in cui Jensen ora passeggiarono per la prima volta insieme, la fantasia si mischia alla testimonianza biografica, il sapere alla semplice osservazione, i personaggi che affollano la narrazione sono frutto di invenzione o di trasposizione, dalla vita alla pagina. Tutto è citazione, riferimento, simbolo.”

Usher's Quay a Dublino. Foto di Giuseppe Milo (Pixael), CC BY

L’autore napoletano decide di far terminare il nostro viaggio tra le pagine di Finnegans Wake, dove chi ha il coraggio di intraprendere questo folle percorso non fa altro che perdersi tra le righe di quelle non-parole di una non-lingua (che sembra racchiudere tutte le lingue del mondo) per ritrovarsi, forse ancor più smarrito di prima, tra le vie di quella amata e odiata Dublino, dalla quale Joyce non sembra mai essersi allontanato.

Fabrizio Pasanisi A Dublino con James Joyce
Copertina del libro di Fabrizio Pasanisi, A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore

"La sapienza segreta delle api" di Pamela L. Travers

La sapienza segreta delle api di Pamela L. Travers
L'eroina dai mille volti

La ragione sa ogni cosa, ma i sentimenti, a volte, sanno sempre qualcosa in più.
E non si può approcciare La sapienza segreta delle api come qualsiasi altra antologia di scritti saggistici, come un semplice arazzo di articoli e testi divulgativi, perché rimarrete intrappolati in un pathos tragico-emotivo dove soltanto i lumi della disragione e della sensibility brillano di lucore proprio; e quel pragmatismo asettico e moderno rimane sepolto tra le macerie di una razionalità stantia.

Pamela L. Travers insegna a ragionare non con il cuore, non con il ventre o l'anima, ma con qualcosa di ben più antico e nascosto dentro noi stessi; una particella embrionale del racconto mitico, mutevole e indomabile, dove le leggende e le fiabe regnano libere.

Sicuramente il libro di saggistica folklorica e misterica più bello di quest'anno, un libro che sdogana la scrittrice Helen Lyndon Goff (vero nome di Pamela L. Travers) dalla etichetta univoca (e forse troppo limitante) di scrittrice per l'infanzia. Come non ricordare infatti che la Travers siglò la serie di successo globale di libri per ragazzi di Mary Poppins? Romanzi che essa stessa vedeva non come il compimento della sua maturità artistica e culturale. Infatti La sapienza segreta delle api diventa un'opera quasi testamentaria, un codice di 21 saggi/articoli che delineano perfettamente lo spessore intellettuale e la sensibilità artistica di questa donna nata sul finire del diciannovesimo secolo, proprio nel 1899.

La sapienza segreta delle api Pamela Lyndon Travers
Pamela Lyndon Travers, nel ruolo di Titania per la commedia "Sogno di una notte di mezza estate"(attorno al 1924). Foto di ignoto, nella collezione di foto personali e di famiglia della scrittrice, dalla State Library of New South Wales, PX*D 334

Nata in Australia, ai tempi considerata tra le più antiche terre del mondo, visse ascoltando storie irlandesi e filastrocche delle Highlands attraverso i cuori parlanti dei suoi genitori. In un clima così stimolante la giovane Pamela si nutrì di miti, fiabe e favole e crebbe all'ombra degli antichi alberi custodi delle verità primigenie. Lo racconta anche lei, ora i bambini sono troppo distratti (Ah! Cara Pamela L. Travers, ora è molto peggio) dai giochi e da altre diavolerie moderne, mentre nella sua giovinezza poteva rincorrere farfalle e ascoltare le parole sussurrate da quelle api che lei reputava guardiane delle verità del tempo e della natura. Come suggerisce lei stessa, le api sono esseri mitologici appartenenti alle più svariate culture sulla terra, basta riflettere sulla loro etimologia: beu in cornico, beo in irlandese, byw in gallese, e in greco bios (che poi significa anche vita).

«Dunque, l'ape rappresenta fondamentalmente – o ne viene considerata come la manifestazione – il verbo “essere”, to be. Non stupisca dunque che l'ape, nella mitologia, venga vista come l'ospite rituale dei più alti spiriti – essa simboleggia Vishnu, Indra e Krishna, noto in India come “Colui che è nato dall'albero di nettare”»

Il mito per Pamela L. Travers non è una menzogna o una volgare allegoria per spiegare un evidente fatto scientifico o una sfumatura della realtà, bensì qualcosa di molto più potente e pregnante, la più autentica verità. Infatti, come sottolinea la Travers, in accordo con Kerényi, la mitologia è viva (bios), più viva dell'arte e della poesia e di qualsiasi altra forma di espressione perché lei è realtà vivente. Una visione così evocativa e allo stesso tempo scientificamente corretta, perché, secondo Alessandro Voglino (alto divulgatore di letteratura fantastica e direttore della fantacollana Nord), il fantastico (alla stregua della mitologia) è così saturo di costruzioni archetipiche di essere, in una visione sottile, più reale della realtà stessa. Perché incarna i topoi e il bagaglio mitico-ancestrale dell'umanità per tradurli nel racconto.

Potremmo dilungarci per molto, sospinti come accennavo dalla emotività di questa scrittrice brillante (colpa anche della poetica e correttissima introduzione del mio compaesano Cesare Catà), ma credo sia più corretto lasciare questa meravigliosa scoperta saggistico-letteraria (finora inedita in Italia) ai lettori che acquisteranno il volume della casa editrice maceratese Liberilibri.

Mi soffermo nell'evidenziare la mente cangiante di Pamela L. Travers, capace di sciorinare (con competenza e passione, non per mero sfoggio nozionistico) collegamenti coerenti e complicati, di districarsi in foreste celtiche come in giungle orientali e tornare viva alla “civiltà” per raccontarci gli insegnamenti carpiti da questi viaggi tra i libri e le storie. Una lettrice avida di leggende, eroi e eroine, capace di riconoscere e promuovere la forza attiva delle donne, insegnando loro tramite il folklore e i racconti del focolare o delle leggende antiche. Donne che non devono ristagnare in un ruolo passivo come vittime di un fato imperante bensì diventare attive e padrone del loro racconto, non uditrici di gesta ma eroine. Perché tutti dobbiamo essere capaci di narrare una storia, la nostra.

Eroina dai mille volti

La Travers è perciò un'eroina dai mille volti, parafrasando il testo capolavoro di Campbell, in bilico tra gnosticismo zen e ballate epiche irlandesi, tra i meandri della poesia vedica e nei labirinti della tragedia greca, guidata da una profonda conoscenza della filosofia e della psicanalisi junghiana, dagli incontri con AE e Gurdjieff, e il poetico esoterismo di William Blake, Keats e Shakespeare.

I fratelli Wilhelm e Jacob Grimm in un dipinto (1855) di Elisabeth Jerichau-Baumann. Immagine in pubblico dominio

Per non parlare di quell'amore che sempre coltivò per il “romanticismo nero” delle favole “crudeli” dei fratelli Grimm e di quella tragica visione del mito che sempre si scontrò con la visione positivista di Walt Disney, pover'uomo che sempre si scontrò con Pamela L. Travers per la realizzazione del film di Mary Poppins.

I due non potevano essere più diversi: Walt Disney promuoveva una visione “if you can dream it, you can do it” la Travers al contrario voleva dare alle sue storie uno spessore più significativo del normale happy ending, insegnare i valori di quella “sofferenza” che tutti i miti e anche le fiabe sanno insegnare, perché il dolore è anche uno strumento di auto-indagine per la forgiatura non del IO ma della comunità. Gli ammaestramenti morali, etici e pratici delle fiabe e dei miti non possono essere edulcorati e sottomessi a puerili visioni ottimistiche e mascherate da colonne sonore e balletti. La Travers lottò con caparbietà per lasciare la sua impronta nel film di Mary Poppins, il risultato, come spesso succede, è una via di mezzo.

Tra le cose che ho apprezzato di più delle disquisizioni sparse all'interno del volume curato da Cesare Catà sono le riflessioni sulla letteratura fantastica. Infatti la Travers non solo leggeva fumetti come Superman o Hulk ma coltivava l'amore del legendarium tramite la lettura di Tolkien e di Ursula K. Le Guin. Di Tolkien parlerà benissimo come:

«Tolkien è uno dei segni dei nostri tempi. Coloro che in futuro emigreranno nello spazio in colonie interstellari certamente porteranno con loro i libri di Tolkien. Tutte le subcreazioni saranno quanto mai necessarie per dare a quegli uomini lassù una pienezza psicologica interiore che equilibri la vacuità dell'esterno. »

John Ronald Reuel Tolkien nel 1916, a 24 anni. Foto in pubblico dominio

L'other world tolkieniano quindi si arricchisce di connotazioni essenziali. Il secondary world fantastico, ovvero un mondo sub-creato dal nostro, diventa unica matrice per alimentare la fantasia dell'uomo e di salvarlo dalla vacuità cosmica, ma non solo da quella universale ma anche dall'asfissia turbo-moderna che ci costringe a dimenticare il ruolo didattico, evocativo e primordiale delle fiabe. Il mondo fantastico (di Tolkien, Le Guin, Lewis o di Hulk) non è un mero tentativo di evasione dalla realtà, non si tratta di escapismo letterario, più che fuga possiamo parlare di volontà di analizzare il nostro mondo con una nuova lente di ingrandimento, un microscopio potentissimo fatto di leggende e canzoni di gesta.

Forse dovremmo perderci nei boschi o seguire i corsi dei fiumi, rimanere incantati davanti agli alberi che possono raccontarci storie o ascoltare il ronzio delle api. Chissà cosa potranno dirci.

La sapienza segreta delle api Pamela L. Travers
Copertina dell'edizione italiana (Liberilibri) del saggio La sapienza segreta delle api (titolo originale: What the Bee Knows: Reflections on Myth, Symbol and Story) di Pamela Lyndon Travers

The Irishman Martin Scorsese

The Irishman, Netflix e l’ultimo grande giro di giostra di Martin Scorsese

Gli Artisti (almeno è così per i grandi) solitamente fanno ciò che nessuno si aspetta, ma con il proprio inconfondibile stile e in questo Martin Scorsese non è di certo da meno. Il 27 novembre arriverà su Netflix (cui è stata affidata produzione e distribuzione) il nuovo e (forse) ultimo film del regista italoamericano classe ’42. Per l’occasione, Scorsese ha raccolto attorno a sé due degli attori più iconici della sua generazione: i settanteseienni Robert De Niro e Joe Pesci e, per la prima volta anche Al Pacino (79). The Irishman (sempre che ce ne fosse ancora bisogno) sancisce in via definitiva il primato di Scorsese nella cinematografia gangster americana. Perché The Irishman è il più classico dei gangster movie, ma è anche molto di più.

Attraverso gli occhi e la voce dell’ormai anziano sicario della mala italiana (ma di origini irlandesi, appunto) Frank Sheeran (De Niro), ripercorriamo 30 anni di storia americana (dalla metà degli anni ’50 al post-Nixon) narrati dal punto di vista della mafia, incarnata qui dai boss di Philadelphia Russell Bufalino (Pesci) e Angelo Bruno (Harvey Keitel). Tra omicidi e violenze, la storia personale di Frank e Russell si intreccerà con quella del sindacalista americano Jimmy Hoffa (Pacino), grande oppositore di John F. Kennedy e definito da suo fratello Robert «l’uomo più potente d’America dopo il Presidente». Il film si ispira a fatti realmente accaduti e raccontati (o meglio ‘confessati’) proprio da Frank Sheeran a Charles Brandt, autore poi di The Irishman, uno dei grandi classici della letteratura americana sulla mafia (in Italia edito da Fazi).

Per realizzare il film, Scorsese ha fatto ricorso a innovative tecniche digitali messe a punto dalla Industrial Lights & Magic, che gli hanno consentito di “ringiovanire” i tre protagonisti del film, senza dover ricorrere ad attori più giovani. A onor del vero, quello che ne è venuto fuori è un po’ l’effetto straniante che si prova a guardare certi vecchi film western anni ’40 in cui degli attori ormai attempati interpretavano il ruolo di personaggi con un’età nettamente inferiore alla propria. E questo se vogliamo è l’unico difetto (forse, ma necessario) di un film pressocché perfetto. Martin Scorsese sale in cattedra con quello che può essere considerato, anche alla luce della durata monstre di 209 minuti, il “suo” C’era una volta in America.

Chi, prima dell’uscita nelle (poche) sale, poteva pensare, leggendo tutti quei nomi di attori ottantenni, ad un’operazione nostalgia (come se ne vedono fin troppe ad Hollywood da oltre 10 anni a questa parte) si sbagliava di grosso. The Irishman non è un film ‘testamento’ come qualcuno ha detto, ma è summa ed epitome insieme della cinematografia di una delle più grandi firme della settima arte. The Irishman è un’epopea gangster, ma è anche l’epopea di una Nazione: è sì un film sulla mafia, ma a ben guardare è soprattutto un film sulla società e sulla cultura americana e non solo delle sue minoranze. È un film sulla politica e sui politici americani, sui loro legami con la mafia e su come questa ha influenzato la politica interna ed estera del Paese (ombre inquietanti vengono gettate ad esempio sulla Presidenza Kennedy e sulla crisi cubana). Ma The Irishman è anche un film sull’amicizia, sui rapporti tra un padre e le sue figlie. È un film sul tradimento, sulla fede in Dio e la devozione verso un ‘credo’ a cui affidarsi ciecamente, quale può essere l’ideologia mafiosa. È un film sul rimorso e sul rimpianto, quindi sulla vecchiaia, sul tempo che passa inesorabilmente e che ci porta a fare i conti con tutti i nostri non-detti, con tutti i nostri fantasmi. The Irishman, pertanto, è un film sulla vita, nel suo senso più totale.

Per realizzare un film così monumentale dal punto di vista tecnico (il budget iniziale di 100 milioni è lievitato fino a 140 a causa degli effetti speciali) e con così tanti piani di lettura, è chiaro il perché della scelta di Scorsese di fare affidamento su dei veri cavalli di razza della recitazione, o meglio sui “suoi” cavalli di razza. D’altronde è con il duo Robert De Niro-Joe Pesci che Scorsese ha firmato molte delle sue pietre miliari (Quei bravi ragazzi, Toro Scatenato, Casinò). La chimica e il loro affiatamento sono rimasti immutati col tempo (si pensi alle scene in cui recitano in italiano). Quella di Joe Pesci è forse una delle migliori performance di tutta la carriera; Robert De Niro glaciale e poliedricamente mono-espressivo interpreta un ruolo che semplicemente gli è cucito addosso. Alcune delle scene migliori di tutto il film sono quelle in cui De Niro recita con Al Pacino. I due mostrano quella grandissima sintonia che solo i grandi possono avere (pur avendo lavorato insieme solo in Heat – La Sfida di Michal Mann, per pochi minuti, e nel non indimenticabile Sfida senza regole del 2008 per la regia di Jon Avnet).

A livello narratologico, la pellicola è pura accademia del cinema. In 3 ore e 40 di film, nessuna pausa, nessun punto morto, il tutto con dialoghi da antologia. La macchina da presa di Scorsese si muove decisa ed elegante. Un’accurata selezione di celebri pezzi R&B e rock anni ’50 e ’60 (tra cui spicca come tema ricorrente la fantastica In the Still of the Night dei Five Satins) sembra fare da colonna sonora non solo al film, ma in definitiva alla storia americana. Tuttavia il tono della pellicola non è mai nostalgico, bensì malinconico, come nei grandi classici dell’ultimo John Ford. Non c’è nessuna eroizzazione della malavita, nessuna glorificazione, nessuna descrizione di ascese vertiginose e rovinose cadute, niente fiumi di cocaina, sesso, ma solo il fluire del tempo.

The Irishman Martin Scorsese
THE IRISHMAN (2019)
Ray Ramano (Bill Bufalino) Al Pacino (Jimmy Hoffa) e Robert De Niro (Frank Sheeran)

The Irishman è destinato a diventare un classico della cinematografia americana, ma nel frattempo è già passato alla storia per le vicissitudini legate alla sua produzione. Nessuna major americana, infatti, ha voluto sposare il progetto di un film di quasi 4 ore con tre ultrasettantenni protagonisti (la Paramount se n’è chiamata fuori molto presto). Ci ha dovuto pensare una piattaforma streaming, ossia Netflix (rinomata più per la qualità delle sue serie TV, che dei suoi film, spesso abbastanza scadenti). Il film ha avuto anche diversi problemi legati alla distribuzione. In America come in Europa, poche sale hanno voluto proiettare una pellicola ritenuta troppo lunga (!?). Il paradosso di vedere un film di questa qualità ‘respinto’ dalle sale (spesso deserte, vien da chiedersi se per colpa di Internet o per l’assenza di ‘veri’ film-da-andare-a-vedere-a-cinema) è reso ancora più acuto da una singolare modalità di distribuzione ̶ e se vogliamo di promozione ̶ ideata proprio da Netflix che ha portato il film al Belasco Theatre di Broadway a New York: un mese di proiezioni (1 Novembre-1 Dicembre), biglietto a 15$ (prezzo da teatro di Broadway, appunto), memorabilia e gadget a tema acquistabili all’ingresso. Pare che stiano andando a ruba soprattutto le matinée del sabato. Il cinema come evento o meglio come “experience”. Certo, gli americani sono campioni del mondo nell’entertainment e Broadway fa storia a sé, ma che, con l’avvento di Internet e delle piattaforme streaming, possa essere questo il futuro del cinema? Ossia un ritorno nei teatri, laddove tutto è iniziato, con il muto e le orchestre, oltre cento anni fa? Chi vivrà, vedrà. Per ora godiamoci l’ultimo capolavoro del Maestro (possibilmente su uno schermo bello grande e rigorosamente in lingua originale).

The Irishman Martin Scorsese
THE IRISHMAN (2019)
Joe Pesci (Russell Bufalino), Robert De Niro (Frank Sheeran)

Dai denti informazioni sulla Grande Carestia Irlandese

10 Agosto 2016

Direzione dello sviluppo della dentina in un molare umano. Credit: Beaumont et al. (2016)
Direzione dello sviluppo della dentina in un molare umano. Credit: Beaumont et al. (2016)

Un nuovo studio, pubblicato su PLOS One, ha utilizzato l'analisi degli isotopi sui denti degli individui colpiti dalla Grande Carestia Irlandese del diciannovesimo secolo. In questo modo, è possibile investigare i cambiamenti fisiologici e nella dieta, e quindi individuare coloro che morirono di fame all'epoca.

I ricercatori hanno individuato il passaggio dalle patate al mais - importato dall'America per fornire sollievo durante la carestia - e pure i segni dello stress fisiologico negli scheletri di adulti e giovani.

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Il cane fu addomesticato due volte

2 Giugno 2016
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Le origini del cane domestico (Canis lupus familiaris) sono da lungo tempo oggetto di discussioni a livello accademico: c’è chi li ritiene originari dell’Europa, chi dell'Asia Centrale o dell’Asia Orientale (Cina in particolare).

Un nuovo studio, in pubblicazione su Science, dimostrerebbe che tutte queste affermazioni potrebbero essere vere: i dati genetici, confrontati con le prove archeologiche dimostrerebbero la possibilità che il cane sia emerso da due popolazioni di lupi (ora estinte) da lati opposti del continente eurasiatico.

In particolare, nello studio si presenta il sequenziamento del genoma di un cane di 4.800 anni fa da Newgrange, in Irlanda. Il team ha pure ottenuto il DNA mitocondriale di 59 antichi cani vissuti tra 14 mila e 3 mila anni fa, confrontati con 2.500 cani moderni. Ne risulterebbe una separazione genetica tra le moderne popolazioni di cani che vivono in Europa e Asia Orientale. Curiosamente, la divisione si sarebbe verificata dopo le prime prove archeologiche di cani in Europa.

Le nuove prove genetiche dimostrerebbero un cambiamento della popolazione in Europa che avrebbe soppiantato i più antichi cani dell'area, supportando così la tesi di un arrivo successivo dell'animale con altra provenienza. I primi cani sarebbero apparsi più di 12 mila anni fa in Oriente ed Occidente, ma in Asia Centrale non prima di 8 mila anni fa.

In conclusione, i cani sarebbero stati addomesticati da popolazioni distinte di lupi sui lati opposti dell'Eurasia. A un certo punto, però, i cani orientali si sarebbero diffusi con le migrazioni umane in Europa, soppiantando i primi cani europei. La maggior parte dei cani moderni sono il risultato di un mescolamento di cani orientali e occidentali, il che spiegherebbe le difficoltà finora incontrate negli studi genetici.


Lo studio "Genomic and archaeological evidence suggest a dual origin of domestic dogs", sarà pubblicato su Science.
Link: ScienceEurekAlert! via University of Oxford
Un lupo grigio (Canis lupus) da Ardahan in Turchia. Foto da WikipediaCC BY 3.0, caricata da Mariomassone.


Corni dell'Irlanda dell'Età del Ferro in uso nella moderna India

13 Maggio 2016

Billy Ó Foghlú. Credit: Stuart Hay, ANU
Billy Ó Foghlú. Credit: Stuart Hay, ANU

I corni dell'Irlanda dell'Età del Ferro sarebbero ancora in uso nella moderna India. Queste le conclusioni di Billy Ó Foghlú, dottorando della Australian National University, pubblicate sul Journal of Indian Ocean Archaeology.
Le tradizioni musicali dell'India meridionale (nello stato del Kerala, in questo caso), possono quindi fornirci conoscenze sulla preistoria musicale europea.

Video credit: ANU Multimedia
Link: EurekAlert! via Australian National University


Osso d'orso dalla Contea di Clare pone il popolamento dell'Irlanda a 12500 anni fa

20 - 21 Marzo 2016
800px-Island_of_Ireland_location_map_Clare.svgUna rotula di un orso della Contea irlandese di Clare sposta indietro la data del popolamento dell'Irlanda di 2.500 anni. L'osso presenta infatti sette incisioni causate da uno strumento tagliente.
Ritrovato nel 1903 nella grotta di Alice e Gwendaline, l'osso era rimasto nel Museo Nazionale d'Irlanda per cento anni, fino alla datazione al radiocarbonio che lo ha datato a 12.500 anni fa, nel Paleolitico.
Fino ad oggi, la prima attestazione della presenza umana veniva dal Monte Sandel nella contea di Derry, da un sito mesolitico datato all'8.000 a. C.

Link: Institute of Technology Sligo; BBC NewsThe GuardianThe Independent; The Irish TimesThe Journal.ie; Fox News
La Contea irlandese di Clare, da WikipediaCC BY-SA 3.0 ( Island_of_Ireland_location_map.svg: *Ireland_location_map.svg: NordNordWest Northern_Ireland_location_map.svg: NordNordWest Northern_Ireland_-_Counties.png: Maximilian Dörrbecker (Chumwa) derivative work: Rannpháirtí anaithnid (talk) derivative work: Mabuska (talk) - Island_of_Ireland_location_map.svg ).


Danimarca: un crocifisso del decimo e una fibbia del nono secolo

16 - 18 Marzo 2016
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Due importanti ornamenti sono stati ritrovati nei giorni scorsi in Danimarca: si tratta di un crocifisso della prima metà del decimo secolo e di una fibbia in bronzo dorato del nono secolo.
Il crocifisso, lungo 4,1 cm, è stato ritrovato in un campo presso Aunslev, nella parte orientale dell'isola di Funen. Risale alla prima metà del decimo secolo. Si tratterebbe del più antico per la Danimarca, tanto che per l'archeologa Malene Refshauge Beck la scoperta potrebbe spingerci a riconsiderare la data di adesione dei Danesi al Cristianesimo. Il reperto infatti sarebbe precedente le Pietre runiche di Jelling, che presentano pure la prima rappresentazione danese (965) di Cristo sulla croce.
La fibbia, di appena 6 cm di diametro, proverrebbe dalle Isole Britanniche (forse dall'Irlanda o dalla Scozia), ma è stata ritrovata in una sepoltura vichinga nella Danimarca occidentale. Si ritiene che risalga all'ottocento dell'era volgare, per quanto la tomba sia di un secolo dopo. Si tratterebbe di una decorazione di una scatola, passata poi su dei vestiti. Si pensa inoltre che si tratti di un oggetto rubato, visto che simili beni non erano oggetto di scambio. Il ritrovamento sarà illustrato nel testo "Død og begravet i vikingetiden", raccolta di articoli pubblicata dall'Istituto Saxo dell'Università di Copenaghen.
Link: Science NordicVidenskab; Vikingemuseet Ladby; The History BlogThe LocalDiscovery News; Daily Mail; DKRepubblica.
L'isola di Funen in Danimarca, da WikipediaCC BY 3.0 (Los688 - File:Denmark location map.svg).