Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi

Una sfumatura nell'arcobaleno dell'Ulisse di Joyce

Oggi vorrei chiedere ai miei lettori, esortandoli ad alzare la mano se, almeno una volta nella vita, hanno lasciato l’Ulisse di Joyce, sbuffando o imprecando, sul comodino senza finirlo.
Lo sapevo, abbassate pure le mani.
È successo anche a me, per ben due volte: la prima perché, arrivata al terzo episodio, non avevo capito niente; la seconda perché, arrivata al decimo episodio, non avevo capito niente.

Quando, però, al secondo anno di università, un mio docente di letteratura inglese mi disse che il fatto di non capirci nulla, nel caso dell’Ulisse, può essere nient’altro che un buon segno, ho ripreso il “mattone” dalla libreria ed ho cominciato a (ri)leggerlo. La prima traduzione che lessi fu quella del 1960 di Giulio De Angelis per Mondadori. Poi, colpita quasi più dalla copertina che dal piacere di averne una seconda edizione tra gli scaffali della libreria, comprai quella del 2015 di Enrico Terrinoni e Carlo Bigazzi per Newton Compton.

Non potei fare a meno di notare, anche se non ero e non sono tuttora un’esperta di traduzione (o come si dovrebbe dire, sempre nel caso dell’Ulisse, di straduzione), che più che due differenti traduzioni di uno stessa opera, mi sono sembrati due libri totalmente diversi. Pensai di non averci capito nulla per la terza volta, quindi decisi di abbandonare definitivamente Leopold Bloom e “compagnia bella” per dedicarmi ad altro, magari a quel genere di letteratura che fornisce risposte, anziché offrire nuove domande. Del resto, se la vita è così complicata, perché dovremmo leggere libri, opere che la complicano ulteriormente e che conducono la mente in abissi profondi ed oscuri? È vero che siamo attratti inspiegabilmente da ciò a cui non possiamo dare una risposta e da ciò che non riusciamo a comprendere, ma a tutto c’è un limite (o forse no?).

Purtroppo, però, la mia infinita testardaggine e la profonda seduzione che, come una calamita, mi attraeva verso quella complicata odissea, non mi hanno permesso di abbandonare quelle righe. Ed oggi, a distanza di cinque anni dall’uscita e dalla lettura dell’edizione a cura di Terrinoni, sono grata di non averlo fatto.

Un’altra strada, infatti, si apre all’orizzonte di chi l’Ulisse lo ha letto o vuole cominciare a farlo: sto parlando della nuova traduzione di Mario Biondi, edita da “La nave di Teseo” (1067 pagg., 25 euro). Mario Biondi, scrittore, poeta, critico letterario e traduttore di altre 71 opere, nei Prolegomeni dell’Ulisse afferma: “Dopo aver ripreso più volte in mano il progetto negli anni ottanta e novanta, nel duemila avanzato – essendomi lasciato 71 traduzioni e con esse “un grande avvenire dietro le spalle” – ho creduto di potermi finalmente sentire adeguato al compito, quindi eccolo qui. È un testo di grandissimo fascino, in larga misura anche proprio per le sue oscurità volute o indotte, i suoi giochi di parole, le sue onomaturgie. È del tutto possibile che qualche errore mi sia scappato. Prego il lettore di perdonarmi e di ricordarsi che, gli “errori sono […] i portali della scoperta”.
Del resto, il 16 giugno del 1904, Leopold Bloom non fa altro che errare per le strade di Dublino, incontrando tante altre persone e incontrando, in esse, se stesso.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Il numero 15 di Usher's Quay a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

“Segnaliamoli, quindi, questi presunti errori, e cerchiamo anche attraverso essi di procedere ad almeno qualcuna delle infinite – e sempre nuove, e capaci di rinnovare lo stupore a ogni lettura – scoperte che questo tempestoso testo consente”, continua Biondi.

E voglio sottolineare alcune parole chiave di questa affermazione, a me molto care: infinite scoperte.
Non è forse vero che, proprio quando si smette di cercare e si abbandona quella frenetica voglia ed incolmabile sete di risposte, si riesce a scoprire qualcosa che si svela davanti ai nostri occhi con significati e volti totalmente nuovi? E come potremmo scoprire, e svelarci a noi stessi senza entrare in contatto con l’altro? Senza sperimentare ciò che percepiamo come “straniero”, come altro rispetto a noi? L’Ulisse, se ci invita a perderci, ci esorta anche a diventare stranieri, ad accettare la diversità e a diventare l’“altro”.

Stranieri lo siamo tutti, anche se non lo ammettiamo quasi mai e facciamo ancor più fatica ad accettarlo, ad accettarci: siamo stranieri a chi ci vive accanto, a chi crediamo di conoscere, a chi non ci conosce e, soprattutto, stranieri a noi stessi: e grazie a questi errori di cui parla Mario Biondi nei prolegomeni, riusciamo a tradurre anche noi stessi. La nostra personalità, il nostro essere, in quanto esseri umani, è aperto a molteplici traduzioni: nessuna giusta o sbagliata, semplicemente diversa. Perché, quindi, non dovrebbero esistere più traduzioni di una stessa opera?

I “quattro Ulisse italiani” (perché non bisogna dimenticare anche la traduzione di Gianni Celati, da alcuni critici non accolta benissimo, per Einaudi del 2013) non potrebbero essere più diversi tra loro, ma nessuna delle traduzioni va ad “ammazzare” o ad eclissare le altre. Sono come sfumature di un arcobaleno dopo la tempesta dell’errore, del vagare di Leopold, del suo e del nostro errare.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Henrietta Street a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

L’Ulisse, quindi, è un’opera costituita, più che da frasi e pagine, da un’intersezione di vie e di percorsi che solo il lettore può costruire, per poi percorrere, con i personaggi. Ed il suo autore non poteva lasciare compito più arduo non solo ai critici, ma anche ai traduttori come Mario Biondi (costretti a misurarsi e a rendere “leggibile”ciò che, ancor più che infinito, è incompiuto o addirittura non ancora cominciato), ed ai lettori, in balia di ciò che percepiscono più grande di loro, ma scritto per e a proposito di loro.

Un altro modo di scrivere Ulysses, titolo inglese dell’opera, potrebbe essere “Youlisses”, perché se è vero che Leopold Bloom è il moderno antieroe dell’Ulisse di Omero, Ulisse è un libro che si rivolge ad ogni “tu” che si appresta a leggere.
Ma Ulysses non riguarda un solo “tu”, ma va ancora oltre: è la coincidenza di tanti opposti “tu”che diventano un bellissimo “noi”. Sono i nostri destini che si incontrano e trovano infiniti modi di coincidere.

arcobaleno Ulisse Joyce
La copertina della nuova traduzione dell'Ulisse di James Joyce, a cura di Mario Biondi, pubblicato da La nave di Teseo


Dracula Stoker islandese Dacre Stoker I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker

Il nuovo Dracula è islandese: intervista a Dacre Stoker e ai traduttori

Ho parlato spesso delle meravigliose pubblicazioni di Carbonio Editore, una realtà professionale davvero devota alla cura dei volumi in pubblicazione e che ha sempre dimostrato quanto tenesse ai propri lettori, ma il vero "manifesto" di questa sensibile devozione editoriale è I poteri delle tenebre. Dracula il manoscritto ritrovato: un libro-evento, curatissimo in tutti i suoi aspetti e che ci fa conoscere in una veste completamente inedita il capolavoro Dracula di Bram Stoker. Nel 1900 lo scrittore islandese Valdimar Ásmundsson si occupò di tradurre il romanzo di Stoker, pubblicandolo a puntate sul giornale Fjallkonan.

Abbiamo dovuto attendere le minuziose ricerche dello studioso olandese Hans Corneel de Roos per scoprire che il testo islandese era molto diverso dall'originale inglese, sancendo l'avvento di un nuovo Dracula dal sangue boreale. Così I poteri delle tenebre è un romanzo con un'architettura particolare e suadente, che si basa sugli appunti di Bram Stoker ma presenta anche l'impronta degli interventi di Valdimar Ásmundsson, i quali rendono il testo un piccolo gioiello dalle connotazioni più moderne e talvolta più peccaminose dell'originale.

Il volume di Carbonio Editore è eccezionalmente curato, grazie alle note e all'apparato critico introduttivo di Hans de Roos, alla postfazione di John Edgar Browning e alla traduzione di Maura Parolini e Matteo Curtoni.

Dracula Stoker islandese Dacre Stoker I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker
Dacre Stoker. Credit: The Bram Stoker Estate

A conferire al testo un ulteriore pregio è l'intervento di Dacre Stoker, il pronipote di Bram Stoker, che ci illumina con la sua prefazione ricca di spunti di riflessione e corredati dal supporto del materiale documentale e archivistico della famiglia Stoker, risalendo fino a Bram.

 

Dracula Stoker islandese Dacre Stoker I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker
La copertina del volume I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato, di Bram Stoker / Valdimar Ásmundsson, con prefazione di Dacre Stoker (pronipote di Bram Stoker), introduzione e note di Hans Corneel de Roos, postfazione di John Edgar Browning. Pubblicato da Carbonio Editore nella collana Origine, con traduzione Maura Parolini e Matteo Curtoni

ClassiCult è orgogliosa di ospitare non solo i traduttori di questo splendido volume, ma anche l'erede di Bram Stoker.
A seguire troverete l'intervista a Dacre Stoker, un ulteriore approfondimento con Christian Lamberti; andremo quindi a conoscere anche Maura Parolini e Matteo Curtoni, non solo nella loro veste di traduttori, ma di promotori di questo progetto, di coloro che hanno portato questo testo in Italia.

Intervista a Dacre Stoker.

1. Cosa ha provato a sapere che l'eredità del suo avo continua a destare sorprese?

Negli ultimi 15 anni ho effettuato ricerche su Bram e sulla sua vita, oltre che sulla scrittura di Dracula. Non sono più sorpreso quando delle novità vengono alla luce. Bram era riservato e non lasciato molto di sé. Sua moglie vendette la sua biblioteca personale poco dopo la sua morte nel 1912. Nel 2012 ero tra i coeditori del Diario perduto di Bram Stoker, che conteneva un quantitativo significativo di materiale personale scritto da Bram durante un periodo di 11 anni. Scoperte rilevanti sono state fatte negli ultimi anni, come i poteri delle tenebre, il tempo speso da Bram nella Baia di Cruden, in Scozia, e tutti i libri che usava per le sue ricerche scoperti nella Biblioteca di Londra solo l'anno scorso; tutto ciò illustra come anche dopo 100 anni dalla pubblicazione di Dracula, ci sia ancora un grande interesse per questo romanzo iconico.

2. Il Dracula islandese è un esempio interessante per riflettere sulla letteratura fantastica contemporanea: la figura del vampiro è fin troppo abusata ma alcuni dei suoi pregi più interessanti si trovano ancora oggi negli scritti più antichi

Sono d'accordo, i vampiri nella letteratura risalgono a tempi persino precedenti alla scrittura di Dracula da parte di Bram, e sono stati oggetto di diverse ondate di interesse in letteratura, nei fumetti, negli spettacoli televisivi, nei film e nelle serie tv. Il fatto che il mito del vampiro abbia le sue radici in un senso comune della realtà è il perché - nella mia opinione - ci sia un perdurante interesse e ci sarà sempre una fascinazione per i non morti.

3. Dracula è diventato nel tempo un prodotto letterario anche per le masse, che ha sedotto i cuori dei lettori più mainstream e dei cultori del gotico e dell'orrore. Con i poteri delle tenebre invece Stoker diventa, ancora di più, una fonte eterna di interrogativi, anche di stampo filologico. Non tutti gli autori hanno questa caratura, tanto mainstream quanto accademica. Infatti l'edizione italiana dei poteri delle tenebre è un capolavoro di spunti esegetici e letterari. Bram Stoker avrebbe mai immaginato tutto questo?

Non credo che Bram si sia messo a scrivere un libro per i posteri con significati nascosti e materiali coi quali gli studiosi avrebbero scritto le loro tesi. Il fatto che la scrittura di Bram riflettesse tanti argomenti significativi e interessanti e tante sensibilità dell'Inghilterra vittoriana, alla fine del diciannovesimo secolo, rende il romanzo Dracula e i poteri delle tenebre uno scorcio su un periodo affascinante nella storia dell'umanità. Di conseguenza, il libro può essere letto su talmente tanti livelli, tanto a livello accademico quanto esclusivamente per piacere.

Questa immagine viene dagli appunti di Bram Stoker per la stesura di Dracula, mostra le linee della longitudine e della latitudine del fittizio castello di Dracula, così come alcuni fiumi e un villaggio. Credit: The Rosenbach Museum and the Bram Stoker Estate

4. Quali sono secondo lei le differenze che si palesano nel testo islandese rispetto all'originale?

Ci sono tantissime differenze; i nomi dei personaggi sono differenti, i luoghi sono cambiati, si spende più tempo nel Castello di Dracula all'inizio del romanzo e più tempo a Londra nel finale. Credo che la differenza più rilevante sia nella trama: il Conte Draculitz, infatti, tenta di influenzare un gruppo di ambasciatori stranieri per imbarcarsi in un complotto per creare un nuovo ordine mondiale. Significativo è pure - a rischio di fornire uno spoiler - che i poteri delle tenebre non si concluda con un inseguimento di ritorno in Transilvania.

Questa pagina viene dalle note prese da Bram Stoker nello scrivere Dracula, da qui possiamo notare l'influenza del libro di Emily Gerard, The Land Beyond The Forest e descrive le credenze transilvane. Credit: The Rosenbach Museum and The Bram Stoker Estate

5. In effetti, una delle differenze principali è la predominanza del setting transilvano rispetto a quello inglese. Lei crede che il traduttore islandese abbia voluto calcare la mano nel rievocare atmosfere gotiche? Tenendo da parte il mondo vittoriano, qui

Bram fece molte ricerche sulla Transilvania, anche se non si recò mai lì; il suo scritto dimostra che aveva una buona comprensione dei paesaggi, delle città, delle tratte ferroviarie, e dell'aspetto multiculturale del Paese. Credo abbia individuato la perfetta collocazione per il suo romanzo, la “terra oltre la foresta” (“Land Beyond the Forest”, dal saggio sulla Transilvania di Emily Gerard, n.d.r.) era un perfetto scenario che era appena al di là del mondo civilizzato noto ai suoi lettori. Era il posto giusto per un romanzo basato tanto sulla realtà quanto sulla fantasia.

6. Una domanda spinosa, possiamo considerare i poteri delle tenebre un romanzo scritto autonomamente da Bram Stoker, magari usando degli appunti che aveva già raccolto o è interamente frutto del traduttore islandese?

Innanzitutto, credo che il testo islandese sia una delle prime stesure di Dracula scritte da Bram, che fu pure adattato in altri luoghi dal traduttore Valdimar Ásmundsson. Credo che l'editor di Bram all'Archibald Constable a Londra gli abbia chiesto di riscrivere il manoscritto, di sfoltirlo, rendendolo meno violento e con meno riferimenti sessuali. Fu allora che Bram lo tramutò in una storia più incentrata sul tema del bene contro il male.

Dracula Stoker islandese Dacre Stoker Dracul I poteri delle tenebre. Dracula, il manoscritto ritrovato Bram Stoker
Dacre Stoker, il cui ultimo romanzo, scritto insieme a J. D. Baker, è Dracul. Credit: The Bram Stoker Estate

7. Ha usato delle fonti documentali inedite, archiviate da tempo, per scrivere Dracul? O si è basato solo sulla sua fantasia?

La nostra ricerca si è concentrata su alcuni importanti materiali “forniti” da Bram. Questi comprendono: l'unica intervista che diede circa la sua stesura di Dracula a Jane Stoddard nella rivista The British Weekly, la prefazione all'edizione islandese, il Diario perduto di Bram Stoker, gli Appunti di Dracula e l'unico esemplare dattiloscritto di Dracula. Ho ottenuto le lettere da diversi appartenenti alla famiglia Stoker al fine di contribuire a caratterizzare i membri della famiglia nella nostra storia. Abbiamo messo insieme una cronologia di eventi che sono davvero avvenuti nelle vite dei membri della famiglia di Bram. Abbiamo avuto accesso a diverse cartine storiche per avere conferma dei luoghi dove Bram viaggiò durante la prima parte della sua vita. Per il resto abbiamo utilizzato la nostra immaginazione per introdurre una storia plausibile circa il modo in cui Bram divenne consapevole dei vampiri e perché decise di scrivere il romanzo Dracula, come avvertimento al mondo che i vampiri sono reali. 

8. Ci sarà un seguito di questo romanzo altrettanto atipico?

Dracul termina nel 1890, al tempo nel quale Bram Stoker cominciò a scrivere il suo celebre romanzo Dracula. J. D. Barker e io abbiamo un abbozzo pronto, il nostro agente ci ha consigliato di non cominciare a scriverlo finché la Paramount Pictures non comincerà con l'adattamento cinematografico di Dracul. Non vedo l'ora di cominciare! 

La copertina di Dracul, l'ultimo romanzo di Dacre Stoker e J. D. Barker, pubblicato in Italia da Casa Editrice Nord

 

A seguire l'approfondimento di Christian Lamberti, fine studioso di cultura fantastica e horror-weird e curatore del portale "Il crocevia dei mondi"

MAKT MYRKRANNA DI VALDIMAR ÁSMUNDSSON
a cura di Christian Lamberti

Quando sentiamo nominare Dracula la prima immagine che balena in testa è una creatura antropomorfa, di elegante fascino, con i canini acuminati snudati sul collo delle vittime. In verità il vampiro è qualcosa di ben più intimo e pandemico: un agente virulento che prolifera attraverso il sangue, in grado di corrompere corpo e anima. Il vampirismo di Stoker si spinge oltre, giocando subdolamente sulla corruzione apportata dalla modernità caotica e alienante, dove i confini diventano pericolosamente fumosi, ibridabili, ingestibili, estranei, perturbanti.

In un’epoca alle porte del XX secolo, quanto mai globalizzata, le frontiere dell’inconscio alludono con allarme ai confini nazionali e alle rispettive identità culturali. Un nuovo mondo interconnesso dal capitalismo mercificante che mira ad eludere le differenze tra originalità e contraffazione tanto dei prodotti quanto degli individui, trasponendoli in una filiera di multipli omologati. Dracula, contraffattore per antonomasia, trova in questo volgere di secolo un campo d’azione ideale per le sue imposture. Dato un simile scenario, a cui richiama il vampirismo pandemico e globalizzato di Stoker, non stupisce che Dracula si sia trovato agevolato nel diffondere in lungo e in largo una filiazione di undeads, le cui connaturate doti polimorfe ne hanno facilitato il mimetismo nei tessuti sociali ospitanti. L’esito è stato un capillare effetto di duplicazione che rende ogni simulacro draculiano il riflesso pressoché speculare di un altro, al netto degli opportuni camuffamenti contestuali.

Da questa proliferazione draculiana è recentemente emerso un esemplare che ha suscitato notevole clamore nel panorama accademico. Nel 2013 Hans Corneel de Roos ha riscontrato nella raccolta Bram Stoker Omnibus (1986), a cura di Richard Dalby, un Dracula anomalo all’opera in Islanda. Il team di studiosi coordinato da de Roos ha rilevato come la narrazione sul suo conto fosse una libera riscrittura dell’originale di Stoker, confacente al contesto culturale in cui è approdata. Lo stupefacente testo in questione è il Makt Myrkranna (1901, tradotto come I poteri delle tenebre), divulgato in una prima fase (dal 13 gennaio 1900) a puntate sul settimanale Fjallkonan fondato da Valdimar Ásmundsson, e sei mesi dopo in volume con la prefazione firmata da Stoker.

Lo stesso Valdimar Ásmundsson si è occupato della curatela dell’opera traendola da un ulteriore simulacro scandinavo del vampiro stokeriano, lo svedese Mörkrets Makter a cura di un misterioso “A-e”. Ad essere precisi Ásmundsson lo ha ricavato dalla versione più breve del Mörkrets Makter pubblicato a puntate, in contemporanea, sulle riviste svedesi Aftonbladets Halfvecko-upplaga e Dagen a partire dall’estate del 1899.

Tralasciamo il Mörkrets Makter, ancora da tradurre in inglese, per concentrarci sul Makt Myrkranna. Come detto, abbiamo a che fare con una variante dell’originale stokeriano, un suo adattamento norreno dai toni decisamente pulp. Anche i personaggi presentano alcune divergenze, altri sono del tutto inediti. Van Helsing ad esempio sembra un fanatico superstizioso che sovente brancola nell’incertezza, ben lungi dal rassicurante e inossidabile faro nel buio della veste ufficiale. Troviamo anche un ispettore di polizia, tale Barrington, del tutto assente nella versione di Stoker se non negli appunti preparatori dove ha nome Cotford. Stesso discorso per la governante del Conte, un’anziana sordomuta rimasta confinata nelle annotazioni preliminari e che invece il Makt Myrkranna manda in scena. Gli esempi sono molteplici, al punto da far supporre che le edizioni nordiche siano defluite da qualche stesura abbozzata da Stoker durante l’assestamento del romanzo.

Onde disperderci in questo fitto reticolo di rimandi e allusioni, focalizziamo l’attenzione sulla figura di Dracula a cominciare dalla sua dimora. Si è detto dell’inedita governante, e già questo pone una differenza notevole rispetto al solitario cimelio di una nobiltà estinta consegnatoci da Stoker. Il Conte di Ásmundsson si avvale della collaborazione non solo dell’anziana sordomuta, ma di una nutrita manovalanza costituita da creature scimmiesche e brutali. È invece ridotto il numero delle ancelle-vampiro, non tre come nell’opera canonica ma soltanto una dama bionda con la quale Thomas Harker (omologo di Jonathan Harker) finisce per tradire la fidanzata lontana. Proprio attraverso gli occhi di Thomas scopriamo elementi nuovi sul castello e, di riflesso, su Dracula.

Quando questi illustra a Thomas la carrellata di ritratti di famiglia, traspare la «sua visione del mondo ispirata al darwinismo sociale e ci fornisce una ricca sottotrama, fatta di intrighi, passioni, adulterio e vendetta, apparentemente basata sulla vita di Giuseppina di Beauharnais, moglie di Napoleone» (I poteri delle tenebre, p. 24 versione ebook). Sempre Harker, girovagando per il castello, rinviene il cadavere di una contadina assassinata e un passaggio segreto che lo conduce in un tempio sotterraneo dove assiste a un rito sacrificale officiato da Dracula.

La sua versione nordica appare molto interessata alla negromanzia, tant’è che alle pratiche cerimoniali abbina la lettura di testi occulti, tra i quali si fa menzione di un arcano volume di magia medievale. Un Dracula in una veste più fanatica e megalomane dunque, che si nutre non solo di sangue ma anche di ideali sovversivi su larga scala, ben più larga rispetto ai propositi del suo omologo inglese. Questo Conte infatti si mostra deliberatamente minaccioso non tanto nei riguardi di Thomas, quanto verso i governi democratici d’Europa che intende rovesciare al fine di instaurare – udite, udite! – un Nuovo Ordine Mondiale. Una volta approdato a Londra Dracula conferma la sua vena salottiera, circondandosi nella lussuosa residenza di Carfax di bellissime donne altolocate e discinte. Egli ama mostrarsi al pubblico vestito di tutto punto, con tanto di svolazzante mantello “vampiresco”.

Rispetto al Conte stokeriano, quello islandese denota un’immagine meno femminea, più marziale e spudorata. Così come più spudorato è l’intero Makt Myrkranna, che purtroppo pecca di raffazzonamento nella seconda parte, sviluppata sbrigativamente. Ciò non inficia troppo la piacevolezza generale della storia, rispetto alla quale detiene un peso maggiore il valore filologico dell’opera, restituito egregiamente dall’editore Carbonio. Non ci resta che attendere fiduciosi future riapparizioni del Conte, consapevoli delle costellazioni narrative poco esplorate che orbitano intorno al cosiddetto “Codice Dracula”.

Questa pagina viene dalle note prese da Bram Stoker nello scrivere Dracula. Ci sono i tratti che contraddistinguono il vampiro che lo stesso Stoker ha trovato nelle sue ricerche. Credit: The Rosenbach Museum and The Bram Stoker Estate

Intervista ai traduttori Maura Parolini e Matteo Curtoni.

1) Ma ve lo aspettavate di trovarvi tra le mani un Dracula completamente nuovo e molto diverso da quello classico? Volete raccontarci la vostra esperienza di traduzione?

La genesi di questa traduzione è un po’ diversa dal solito perché siamo stati noi a proporre il libro all’editore e non viceversa. Lo avevamo intercettato in Rete qualche tempo prima di cominciare la collaborazione con Carbonio. Maura aveva letto delle recensioni che già lasciavano intuire il livello di bizzarria letteraria. Dracula di Bram Stoker tradotto e reinventato da un letterato islandese? Sembrava quasi troppo bello per essere vero – ma una volta tanto era vero! E c’è persino di più se si pensa alla pista svedese di cui torneremo a discutere e a leggere nel prossimo futuro.

Quanto al lavoro vero e proprio, la parte più difficile è stata superare l’emozione, che dava davvero alla testa: dopotutto, avevamo a che fare con un caposaldo della letteratura di genere (e non) e con uno dei «mostri» più affascinanti di sempre, insomma eravamo al cospetto di una leggenda. Avete presente quando i nani in Biancaneve canticchiano Andiamo a lavorar, tutti entusiasti? Ecco noi facevamo più o meno così quando ci mettevamo alla tastiera (e, come potete immaginare, non succede proprio con tutti i testi che traduciamo).

Un’avventura e insieme una scoperta che ci hanno coinvolto dalla prima all’ultima pagina. Tanto per farvi un esempio: il testo è ricchissimo di note – il curatore De Roos ha svolto un lavoro straordinario – ma durante la traduzione dei vari capitoli le abbiamo sempre lasciate per ultime, non perché fossero poco interessanti, anzi!, ma perché volevamo farci prendere completamente dal demone della storia.

2) Solitudine... nelle vostre dirette instagram per Carbonio editore è stato un leitmotiv ricorrente che ha dato adito a diversi spunti di discussione. Ne volete parlare anche al pubblico di Classicult?

La solitudine e l’isolamento, temi che purtroppo di questi tempi tutti abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene, fanno parte del mito del vampiro e di Dracula in particolare. Chiuso in un castello praticamente inaccessibile, solo da secoli – una solitudine allo stesso tempo cercata e obbligata – e incapace di avere un vero rapporto anche coi suoi rarissimi simili, è un predatore che cerca vittime e non il conforto della compagnia di qualcuno, diverso da tutti, più demone che umano, morto ma non-morto: tutto questo crea un profondo senso di isolamento.

Va detto, però, che per quanto riguarda la solitudine, il Dracula di Stoker e il Dracula islandese divergono in modo netto. Il primo cerca ed esalta questa sua condizione, il secondo, come si vedrà, ha ben altri piani, che includono eventi social degni del Grande Gatsby. Però è vero che se vuoi solo uccidere e bere il sangue delle tue vittime, non sarai l’anima delle feste o l’invitato che tutti si litigano.

3) Eros e Thanatos, amore, sesso e morte. Solo per me questi temi sono molto più accentuanti nel "Dracula islandese" rispetto all'originale?

Affatto, lo pensiamo anche noi. Il Dracula britannico è uno specchio oscuro ma fedele della società vittoriana con i suoi vincoli, le sue norme e la sua ipocrisia, e pur essendo in certe scene molto erotico, tra le righe esalta la repressione. In quello islandese, invece, troviamo una visione di fondo diversa, più aperta (come teniamo a ricordare sempre, il traduttore e curatore Ásmundsson è sposato con una suffragetta), scene sorprendentemente moderne e di certo più esplicite, considerazioni da parte di Harker più consapevoli e disincantate di quelle del suo omologo inglese.

La sua sincerità, per esempio, nell’ammettere quanto sia tentato dalle grazie della “nipote” del conte malgrado il fidanzamento con Wilma (così si chiama Mina nella versione islandese) è a dir poco sorprendente. Tutto questo, inutile dirlo, è circondato, soffuso e intriso di morte perché di non-morti si tratta e amare un vampiro e farsi «amare» da un vampiro significa andare contro la vita, quantomeno contro la vita come la conosciamo…

4) Ora inventatevi un cast di attori per mettere in scena un film tratto da I poteri delle tenebre. Forza, voglio la vostra squadra perfetta!

Ne abbiamo due (sennò eravamo ancora qui a tirarci paletti e teste d’aglio!). Il cast di Matteo: Adam Driver nella parte del Conte, Daniel Radcliffe in quella di Harker, Emma Roberts in quella della «nipote» Dracula e infine Elle Fanning nel ruolo di Wilma/Mina. Il cast di Maura, che ha preferito usare un mix di attori del passato e del presente, vivi e defunti, tanto per aggiungere un tocco di (non)morte in più: Max von Sydow nel ruolo di Dracula, Peter Dinklage nella parte di Harker, Sharon Tate come la «nipote» e Fay Wray nei panni di Wilma/Mina.

5) E ora la domanda da un milione di dollari: secondo voi chi lo ha scritto davvero quel Dracula boreale?

Fantastica la definizione di Dracula boreale! Sappi che d’ora in avanti te la ruberemo, ma sarà più un omaggio, diciamo. La pista svedese cui accennavamo prima sembra la più promettente in questo senso. In breve: Ásmundsson avrebbe basato la sua traduzione su quella svedese, di poco precedente, aggiungendo tocchi di folklore e giochi di parole/di assonanze squisitamente islandesi.

Quindi in teoria sarebbe il traduttore svedese il responsabile delle modifiche più importanti – e in ben due versioni, per giunta, una persino più lunga del Dracula classico e una più breve. Ma se anche si riuscisse a risalire all’identità certa dell’autore, rimarrebbe il mistero degli appunti di Stoker e di come personaggi e sottotrame che aveva pianificato (ma alla fine non utilizzato) per il Dracula classico siano rispuntati in queste altre versioni. C’è ancora molto materiale che dev’essere tradotto e preso in esame, prima di poter dare una risposta definitiva. Se mai sarà possibile. Ma in fondo, in particolar modo per un romanzo come Dracula, non è bello che il mistero non possa essere svelato del tutto?

Cristiano Saccoccia ha curato le interviste e l'introduzione all'articolo, lui e la redazione di ClassiCult vogliono ringraziare calorosamente coloro che sono intervenuti.
Dacre Stoker: http://dacrestoker.com/
Christian Lamberti: http://www.christianlamberti.com/
Carbonio Editore per il costante e tempestivo supporto.

E da dietro le quinte ci teniamo a ringraziare l'aiuto di Alessandro Manzetti, poeta, scrittore ed editore. Senza di lui questo speciale non sarebbe stato possibile. Se amate la letteratura dark, horror o i classici delle tenebre consigliamo la sua casa editrice: https://www.independentlegions.com/


Davanti al focolare: leggere le meravigliose leggende celtiche

Con molto piacere sono venuto a conoscenza di una pregevole impresa di Edizioni della Terra di Mezzo, a cui va il mio plauso per aver pubblicato la silloge di miti e leggende Celtic Wonder Tales del 1910 e scritta da Ella Young (1867-1956), con il titolo italiano Le Meravigliose Leggende Celtiche.

Una premessa è necessaria: non possiamo più pensare a un'unica, uniforme nazione celtica che copre per secoli gran parte dell'Europa. Detto questo, non possiamo non rimanere affascinati da un'autrice come Ella Young, proveniente dalle terre degli antichi druidi delle terre di Éire e poi espatriata negli Stati Uniti d'America per raggiungere amici come il poeta irlandese Padraic Colum: rimarrà qui dal 1925 in poi. Frequentò diversi poli accademici come lettrice universitaria per lo studio della cultura celtica, finché non fu assunta all'Università della California come lettrice di Mitologia e Letteratura celtica.

Mi interessa sottolineare il parallelismo con un'altra famosa autrice e attenta studiosa del patrimonio folclorico irlandese, ovvero Pamela L. Travers (cfr. La Sapienza segreta delle Api), autrice con la quale condivideva la stessa origine (ma cresciuta in Australia) che farà di tutto per raggiungere la patria tanto immaginata ,attraverso i libri e i racconti dei familiari. Travers e Young sono tanto simili quanto agli antipodi nelle loro destinazioni finali. Ella Young morì senza mai prendere marito nel 1956, preferendo la compagnia di un reggimento di felini, libri e sicuramente di qualche essere del Piccolo Popolo delle Fairy Lands.

Vi anticipo che il volume è ottimamente curato, sia dal punto di vista contenutistico che per la sua resa materiale; la nota introduttiva di Hal Belson (di cui lo stesso editore ha pubblicato L'Arpa Celtica) ci permette di addentrarci nel mondo mitopoietico di Ella Young e di capire l'impostazione “cronologica” dei miti (ri)scritti dall'autrice, inoltre il testo in appendice presenta un apparato di note esplicative per risalire a tutti i personaggi citati nelle leggende. Circa il libro inteso come oggetto, devo ammettere che adoro le copertine dell'Edizioni Terra di Mezzo. Tra parentesi, ho conosciuto l'editore proprio ammirando la copertina del romanzo proto-fantasy, profondamente legato all'arazzo mitologico anglo-irlandese, La Figlia del Re degli Elfi (1924) di Lord Dunsany. I volumi, brossurati con alette, presentano delle copertine realizzate con una carta davvero particolare e che ricorda la ruvidezza delle pergamene medievali e che mettono in risalto le illustrazioni, in questo caso un lodevole ed evocativo disegno di G. Verveine che raffigura probabilmente la dea-madre Brigit del pantheon irlandese.

Ella Young, come la citata Pamela L. Travers, dedicò la sua vita a quel movimento socio-culturale del “Celtic Revival”, o come preferisco dire, del Crepuscolo Celtico. Il movimento in realtà era una variopinta unione di tendenze artistiche, eredità culturali, aspetti religiosi e testimonianze letterarie del mondo gaelico, gallese e celtico; queste istanze storico-folcloriche erano volte a creare un blocco ideologico contro l'aggressiva modernizzazione del Regno Unito, il tentativo romantico e nazionale di auspicare un “return” alle origini mitico-arcaiche. Famosi esponenti furono William Butler Yeats, Lady Gregory, Lord Dunsany, William Morris, “AE” Russell ed Edward Martyn per citarne alcuni; un vero manifesto letterario-leggendario per ricordare il poetico verseggiare dei bardi dei tempi remoti.

Questo è il contesto in cui una donna appassionata e colta tuffa le sue mani nel magmatico calderone del sottobosco culturale celtico per estrarre una fresca codificazione del repertorio mitologico irlandese, non schematizzato in un'asettica nomenclatura, bensì in un piacevolissimo macro-racconto ad episodi, dal più antico a quello più recente. Una vera guida alla religione e al folclore gaelico.

La particolarità della Young non si esaurisce nel raccogliere miti, episodi e leggende celtiche ma si perpetua grazie all'abilità con cui costruisce il suo storytelling, moderno e classicheggiante al tempo stesso, perché riccamente ornato da stilemi poetici e soavemente coerenti alle saghe epiche del mondo irlandese; una vera riscrittura del passato.

John Duncan, il dipinto Riders of the Sidhe (1911) ritrae i Tuatha Dé Danann. Immagine in pubblico dominio

Per questa ragione non posso non consigliare questo stupefacente volume a tutti gli appassionati del mondo gaelico, una guida essenziale e ben fatta per apprezzare in toto un mondo così lontano - eppure così vicino a noi - grazie alle meravigliose emozioni che Ella Young sa suscitare con la sua scrittura. Saremo sedotti dall'aulico suono dell'arpista dei Tuatha Dé Danann (popolo/stirpe della dea Dana), ovvero il fatato Abchan! Oppure terrorizzati dal violento re dei mostruosi Fomori, Balor, dotato di un occhio maligno e così potente da distruggere ogni cosa; altrimenti vi invito ad ascoltare Dagda, la divinità dei druidi, padrone degli elementi e grande guerriero nonché mitico preparatore di elisir di lunga vita.
Ella Young ci presenta l'infinito delle terre d'Irlanda, a noi non rimane che conoscerlo.

leggende celtiche
La copertina del libro Le meravigliose leggende celtiche
con note finali sui personaggi mitici citati nel testo, rinarrate da Ella Young, pubblicato dalle Edizioni della Terra di Mezzo

Irlanda terra di Eroi. La follia di Suibhne

La cultura irlandese medievale ha prodotto tra le opere più fiabesche, eroiche e originali della letteratura europea; per questa ragione ho voluto fortemente leggere il volumetto di Iduna Edizioni La follia di Suibhne.
Il corpus mito-poetico irlandese si può genericamente suddividere in quattro cicli maggiori: il Ciclo Mitologico, Ciclo dell'Ulster, Ciclo feniano e il Ciclo storico. In Italia certamente una delle opere più apprezzate da studiosi e appassionati è Táin Bó Cúailnge (La razzia del bestiame del Cúailnge ) con il leggendario eroe Cú Chulainn appartenente al Ciclo dell'Ulster. Abbiamo ora l'opportunità di conoscere invece un gioiello dimenticato dell'Irlanda medievale, sapientemente introdotto da Fiorenzo Fantaccini e tradotto dal medio irlandese da Umberto Rapallo che ha anche stilato l'apparato di note.

La vicenda si snoda tra due fazioni storico-culturali parallele e allo stesso tempo violentemente intrecciate tra loro, non semplici particelle identitarie stratificate ma entità in guerra per il predominio religioso, politico e territoriale. L'Irlanda evangelizzata e cristianissima e quella primordiale e druidica. La follia di Suibhne è un'opera che raffigura con il suo linguaggio poetico le difficoltà della convivenza tra il passato celtico e il presente cattolico: questo dualismo religioso è impersonato dai principali attori del poema.

A quanto pare san Ronan sta tracciando i confini del suo futuro monastero nelle terre del sovrano Suibhne, in quale infuriato e nudo (tratti importanti della folle impetuosità animalesca dell'eroe irlandese) si precipita dal religioso e lancia nel lago il salterio del santo. Mentre il re è schiumante di rabbia viene avvertito da un suo messaggero che si sta combattendo un'aspra battaglia presso Magh Rath.

Grazie a un intervento divino Ronan ritrova il suo salterio e decide di maledire l'empio Suibhne, che sarà costretto a errare senza meta nudo per tutto il mondo finché non sarà ucciso dal colpo di una spada. Prima della battaglia di Magh Rath, Ronan benedice i soldati, ma dell'acqua santa “insudicia” Suibhne, il guerriero celtico per eccellenza che trucida un chierico per lavare l'onta cattolica nel sangue di un innocente. Il re irlandese viene nuovamente maledetto da Ronan, Suibhne dovrà volare nell'aria, come un uccello che ha perso l'orientamento, folle e confuso e nuovamente minacciato dalla punta di una spada. E il poema seguirà il folle errante dell'aria fino al suo trapasso.

Suibhne è il prodotto finale di un'evoluzione archetipica: da Gilgamesh all'omerico Achille e fino allo scozzese Lailoken (profeta pazzo), da lui molti ne erediteranno i mitologemi e gli stilemi (consciamente o meno): il Merlino di Geoffrey Monmouth, il folle Orlando ariosteo o i personaggi shakespeariani e di Cervantes. Del resto una folle e animalesca forza atavica di matrice celtica si ripercuote nella materia arturiana, di Bretagna e nella miscellanea epica de Il libro di Taliesin.

John Martin, The Bard (ca. 1817), olio su tela. Immagine in pubblico dominio

L'Irlanda di Suibhne è pre-cristiana, celtica, embrionale e ha il profumo di mondi magici e fatati, dove poteri soprannaturali possono essere incanalati dagli eroi coraggiosi che combattono presso Magh Rath nel 637 d. C., ma il testo è anche innovativo per la sua impostazione a prosimetro (un ibrido di prosa e poesia). Mi accodo all'opinione di Ruth Lehmann che considera le sezioni in prosa funzionali a creare una cornice narrativa, con finalità ornamentali e estetiche; ma la forza del racconto, in tutta la sua impronta celtica, naviga sui versi della poesia, perché la tradizione poetica-orale è il canto antico di bardi che danno vita alle leggende. Ed è interessante notare il parallelismo e la dualità tra paganesimo e cristianesimo e forma in prosa e istanza poetica, la poesia e il verso sono il linguaggio del substrato mitico mentre la prosa si fa portavoce di una più razionale istanza cristiana. Queste due macro entità sono incarnate da Ronan e Suibhne, l'eremita evangelizzatore e il folle re guerriero del folklore celtico.

La fortuna di La follia di Suibhne deriva dalla sua natura proteiforme, in continua trasformazione, dalla sua liquidità e ambiguità. Un testo che si muove su più pani interpretativi e culturali, molto simile alla indomabile natura selvaggio del monarca irlandese. Che non trae la sua forza dalla sete di sangue, gloria, dalla virilità guerriera, ma proprio dalle sue continue metamorfosi animali che lo mettono in strettissimo contatto con il ventre della madre terra.
La follia di Suibhne è il canto di un'Irlanda che non riesce a lasciarsi dietro il passato eroico, che muta e trasmuta nell'immortalità dell'epos poetico.

La follia di Suibhne anonimo irlandese
La copertina del romanzo saga La follia di Suibhne, edito da Idune Edizioni; introduzione di Fiorenzo Fantaccini e traduzione di Umberto Rapallo

Fabrizio Pasanisi ci accompagna nella Dublino di James Joyce

Come potrebbe esistere Joyce senza Dublino, e, oggi, come potrebbe esistere Dublino senza Joyce?”

È con questo punto interrogativo con cui Fabrizio Pasanisi decide di aprire il suo libro, A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore, edito da Giulio Perrone Editore (pp. 204, €15,00).

Al liceo o alla scuola superiore, se non anche all’università, ci hanno spiegato che uno dei cardini fondamentali della produzione letteraria di Joyce è proprio il rapporto con la sua terra, l’Irlanda, è quell’odi et amo che lo scrittore prova nei confronti della sua isola a dare vita alle sue opere, tanto amate, ma al tempo stesso anche odiate, perché non sempre comprese, dagli studenti.

Perché dovrei studiare Joyce?”

Cosa mi importa del suo rapporto con l’Irlanda?”

Alzate la mano se non ve lo siete mai chiesti almeno una volta, a scuola o in un’aula universitaria.

Ebbene, Pasanisi sembra rispondere in maniera chiara, ma esaustiva, alle nostre domande:

Joyce, come chiarito in una lettera, intendeva raccontare non come si viva a Dublino, ma come viviamo, noi tutti e dovunque, come sono fatti gli esseri umani e quali siano i loro caratteri, loro storie.”

Quindi non è solo un viaggio, un errare di carattere fisico tra le vie di Dublino per noi ed il nostro autore: il tutto si traduce in un errare della nostra mente che deve perdersi un po’ per potersi ritrovare tra le righe delle opere di Joyce.

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Henrietta Street a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Infatti, come ci spiega bene Pasanisi, per Joyce “la letteratura non serve a rassicurare, distrarre, o almeno non serve solo a questo.La letteratura può diventare enciclopedia, dove ogni sapere si mischia, e può diventare specchio in cui ognuno può ritrovarsi, scoprendo persino come funziona il proprio corpo.”

Nel libro dello scrittore napoletano non troviamo semplicemente un macchinoso riassunto della vita e delle opere di Joyce, ma abbiamo un quadro completo degli itinerari che Joyce compie nella sua Dublino durante i primi 22 anni vissuti nella capitale irlandese, dalla nascita all’”esilio forzato”, cominciato il 10 ottobre del 1904.

Pasanisi, nella prima parte del libro, quella dedicata proprio agli anni di Dublino, passa in rassegna tutti gli spostamenti ed i cambi di residenza che James, sin dai primi anni della sua infanzia, fu costretto a compiere per colpa delle ristrettezze economiche che colpirono la famiglia, anche in seguito alla perdita del lavoro come esattore fiscale da parte del padre, persona certo non incline al risparmio e ad una vita opulenta.

I continui cambi di casa non sono, per il nostro giovane James, l’unica occasione per girare quella che da lui veniva considerata la “mia cara, sporca Dublino”: o da solo, o con il caro fratello Stanislaus o con la giovane Nora, altro punto di riferimento fondamentale per Joyce, egli non faceva altro che trarre spunto e ispirazione dalle quelle strade, da quei luoghi, da cui nasceranno capolavori come Gente di Dublino, Un ritratto dell’artista da giovane, Ulisse e Finnegans Wake.

Nella seconda parte del libro, dedicata alla Dublino dei libri di James Joyce, Pasanisi ci parla di quali itinerari compiono, questa volta, i personaggi delle opere di Joyce.

L’autore parte dai primi esperimenti narrativi dello scrittore irlandese, le Epifanie e le poesie, per arrivare a tracciare una mappa dei luoghi percorsi dai protagonisti di Gente di Dublino, opera che “ritrae la classe sociale più vicina al giovane, quella della borghesia povera, fatta di insegnanti o piccoli commercianti, oltre alle tante figure del popolo.”

Dublino James Joyce Fabrizio Pasanisi
Il numero 15 di Usher's Quay a Dublino. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Pasanisi parte da Great Britain Street, con il racconto Sorelle, per concludere il suo itinerario ad Usher’s Island, sfondo de I morti, dove Dublino “È ancora una città del passato, dove” le carrozze rimangono il mezzo di trasporto, “scomode e gelate, anche nella parte protetta destinata ai clienti.”

Il ponte James Joyce sul fiume Liffey ad Usher's Island. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

Il libro di Pasanisi diventa un’ottima guida per il lettore, soprattutto per chi è alle prime armi con uno scrittore del calibro di Joyce, quando l’autore ripercorre i passi di Leopold Bloom, protagonista dell’Ulisse.

Il James Joyce Museum con la Torre Martello a Sandycove. Foto di William Murphy, CC BY-SA 2.0

In quel 16 giugno 1904 in cui l’opera si svolge, dalle otto di mattina e le prime ore del giorno successivo, cioè in quella stessa data in cui Jensen ora passeggiarono per la prima volta insieme, la fantasia si mischia alla testimonianza biografica, il sapere alla semplice osservazione, i personaggi che affollano la narrazione sono frutto di invenzione o di trasposizione, dalla vita alla pagina. Tutto è citazione, riferimento, simbolo.”

Usher's Quay a Dublino. Foto di Giuseppe Milo (Pixael), CC BY

L’autore napoletano decide di far terminare il nostro viaggio tra le pagine di Finnegans Wake, dove chi ha il coraggio di intraprendere questo folle percorso non fa altro che perdersi tra le righe di quelle non-parole di una non-lingua (che sembra racchiudere tutte le lingue del mondo) per ritrovarsi, forse ancor più smarrito di prima, tra le vie di quella amata e odiata Dublino, dalla quale Joyce non sembra mai essersi allontanato.

Fabrizio Pasanisi A Dublino con James Joyce
Copertina del libro di Fabrizio Pasanisi, A Dublino con James Joyce. Ritratto di una città e di uno scrittore

"La sapienza segreta delle api" di Pamela L. Travers

La sapienza segreta delle api di Pamela L. Travers
L'eroina dai mille volti

La ragione sa ogni cosa, ma i sentimenti, a volte, sanno sempre qualcosa in più.
E non si può approcciare La sapienza segreta delle api come qualsiasi altra antologia di scritti saggistici, come un semplice arazzo di articoli e testi divulgativi, perché rimarrete intrappolati in un pathos tragico-emotivo dove soltanto i lumi della disragione e della sensibility brillano di lucore proprio; e quel pragmatismo asettico e moderno rimane sepolto tra le macerie di una razionalità stantia.

Pamela L. Travers insegna a ragionare non con il cuore, non con il ventre o l'anima, ma con qualcosa di ben più antico e nascosto dentro noi stessi; una particella embrionale del racconto mitico, mutevole e indomabile, dove le leggende e le fiabe regnano libere.

Sicuramente il libro di saggistica folklorica e misterica più bello di quest'anno, un libro che sdogana la scrittrice Helen Lyndon Goff (vero nome di Pamela L. Travers) dalla etichetta univoca (e forse troppo limitante) di scrittrice per l'infanzia. Come non ricordare infatti che la Travers siglò la serie di successo globale di libri per ragazzi di Mary Poppins? Romanzi che essa stessa vedeva non come il compimento della sua maturità artistica e culturale. Infatti La sapienza segreta delle api diventa un'opera quasi testamentaria, un codice di 21 saggi/articoli che delineano perfettamente lo spessore intellettuale e la sensibilità artistica di questa donna nata sul finire del diciannovesimo secolo, proprio nel 1899.

La sapienza segreta delle api Pamela Lyndon Travers
Pamela Lyndon Travers, nel ruolo di Titania per la commedia "Sogno di una notte di mezza estate"(attorno al 1924). Foto di ignoto, nella collezione di foto personali e di famiglia della scrittrice, dalla State Library of New South Wales, PX*D 334

Nata in Australia, ai tempi considerata tra le più antiche terre del mondo, visse ascoltando storie irlandesi e filastrocche delle Highlands attraverso i cuori parlanti dei suoi genitori. In un clima così stimolante la giovane Pamela si nutrì di miti, fiabe e favole e crebbe all'ombra degli antichi alberi custodi delle verità primigenie. Lo racconta anche lei, ora i bambini sono troppo distratti (Ah! Cara Pamela L. Travers, ora è molto peggio) dai giochi e da altre diavolerie moderne, mentre nella sua giovinezza poteva rincorrere farfalle e ascoltare le parole sussurrate da quelle api che lei reputava guardiane delle verità del tempo e della natura. Come suggerisce lei stessa, le api sono esseri mitologici appartenenti alle più svariate culture sulla terra, basta riflettere sulla loro etimologia: beu in cornico, beo in irlandese, byw in gallese, e in greco bios (che poi significa anche vita).

«Dunque, l'ape rappresenta fondamentalmente – o ne viene considerata come la manifestazione – il verbo “essere”, to be. Non stupisca dunque che l'ape, nella mitologia, venga vista come l'ospite rituale dei più alti spiriti – essa simboleggia Vishnu, Indra e Krishna, noto in India come “Colui che è nato dall'albero di nettare”»

Il mito per Pamela L. Travers non è una menzogna o una volgare allegoria per spiegare un evidente fatto scientifico o una sfumatura della realtà, bensì qualcosa di molto più potente e pregnante, la più autentica verità. Infatti, come sottolinea la Travers, in accordo con Kerényi, la mitologia è viva (bios), più viva dell'arte e della poesia e di qualsiasi altra forma di espressione perché lei è realtà vivente. Una visione così evocativa e allo stesso tempo scientificamente corretta, perché, secondo Alessandro Voglino (alto divulgatore di letteratura fantastica e direttore della fantacollana Nord), il fantastico (alla stregua della mitologia) è così saturo di costruzioni archetipiche di essere, in una visione sottile, più reale della realtà stessa. Perché incarna i topoi e il bagaglio mitico-ancestrale dell'umanità per tradurli nel racconto.

Potremmo dilungarci per molto, sospinti come accennavo dalla emotività di questa scrittrice brillante (colpa anche della poetica e correttissima introduzione del mio compaesano Cesare Catà), ma credo sia più corretto lasciare questa meravigliosa scoperta saggistico-letteraria (finora inedita in Italia) ai lettori che acquisteranno il volume della casa editrice maceratese Liberilibri.

Mi soffermo nell'evidenziare la mente cangiante di Pamela L. Travers, capace di sciorinare (con competenza e passione, non per mero sfoggio nozionistico) collegamenti coerenti e complicati, di districarsi in foreste celtiche come in giungle orientali e tornare viva alla “civiltà” per raccontarci gli insegnamenti carpiti da questi viaggi tra i libri e le storie. Una lettrice avida di leggende, eroi e eroine, capace di riconoscere e promuovere la forza attiva delle donne, insegnando loro tramite il folklore e i racconti del focolare o delle leggende antiche. Donne che non devono ristagnare in un ruolo passivo come vittime di un fato imperante bensì diventare attive e padrone del loro racconto, non uditrici di gesta ma eroine. Perché tutti dobbiamo essere capaci di narrare una storia, la nostra.

Eroina dai mille volti

La Travers è perciò un'eroina dai mille volti, parafrasando il testo capolavoro di Campbell, in bilico tra gnosticismo zen e ballate epiche irlandesi, tra i meandri della poesia vedica e nei labirinti della tragedia greca, guidata da una profonda conoscenza della filosofia e della psicanalisi junghiana, dagli incontri con AE e Gurdjieff, e il poetico esoterismo di William Blake, Keats e Shakespeare.

I fratelli Wilhelm e Jacob Grimm in un dipinto (1855) di Elisabeth Jerichau-Baumann. Immagine in pubblico dominio

Per non parlare di quell'amore che sempre coltivò per il “romanticismo nero” delle favole “crudeli” dei fratelli Grimm e di quella tragica visione del mito che sempre si scontrò con la visione positivista di Walt Disney, pover'uomo che sempre si scontrò con Pamela L. Travers per la realizzazione del film di Mary Poppins.

I due non potevano essere più diversi: Walt Disney promuoveva una visione “if you can dream it, you can do it” la Travers al contrario voleva dare alle sue storie uno spessore più significativo del normale happy ending, insegnare i valori di quella “sofferenza” che tutti i miti e anche le fiabe sanno insegnare, perché il dolore è anche uno strumento di auto-indagine per la forgiatura non del IO ma della comunità. Gli ammaestramenti morali, etici e pratici delle fiabe e dei miti non possono essere edulcorati e sottomessi a puerili visioni ottimistiche e mascherate da colonne sonore e balletti. La Travers lottò con caparbietà per lasciare la sua impronta nel film di Mary Poppins, il risultato, come spesso succede, è una via di mezzo.

Tra le cose che ho apprezzato di più delle disquisizioni sparse all'interno del volume curato da Cesare Catà sono le riflessioni sulla letteratura fantastica. Infatti la Travers non solo leggeva fumetti come Superman o Hulk ma coltivava l'amore del legendarium tramite la lettura di Tolkien e di Ursula K. Le Guin. Di Tolkien parlerà benissimo come:

«Tolkien è uno dei segni dei nostri tempi. Coloro che in futuro emigreranno nello spazio in colonie interstellari certamente porteranno con loro i libri di Tolkien. Tutte le subcreazioni saranno quanto mai necessarie per dare a quegli uomini lassù una pienezza psicologica interiore che equilibri la vacuità dell'esterno. »

John Ronald Reuel Tolkien nel 1916, a 24 anni. Foto in pubblico dominio

L'other world tolkieniano quindi si arricchisce di connotazioni essenziali. Il secondary world fantastico, ovvero un mondo sub-creato dal nostro, diventa unica matrice per alimentare la fantasia dell'uomo e di salvarlo dalla vacuità cosmica, ma non solo da quella universale ma anche dall'asfissia turbo-moderna che ci costringe a dimenticare il ruolo didattico, evocativo e primordiale delle fiabe. Il mondo fantastico (di Tolkien, Le Guin, Lewis o di Hulk) non è un mero tentativo di evasione dalla realtà, non si tratta di escapismo letterario, più che fuga possiamo parlare di volontà di analizzare il nostro mondo con una nuova lente di ingrandimento, un microscopio potentissimo fatto di leggende e canzoni di gesta.

Forse dovremmo perderci nei boschi o seguire i corsi dei fiumi, rimanere incantati davanti agli alberi che possono raccontarci storie o ascoltare il ronzio delle api. Chissà cosa potranno dirci.

La sapienza segreta delle api Pamela L. Travers
Copertina dell'edizione italiana (Liberilibri) del saggio La sapienza segreta delle api (titolo originale: What the Bee Knows: Reflections on Myth, Symbol and Story) di Pamela Lyndon Travers

The Irishman Martin Scorsese

The Irishman, Netflix e l’ultimo grande giro di giostra di Martin Scorsese

Gli Artisti (almeno è così per i grandi) solitamente fanno ciò che nessuno si aspetta, ma con il proprio inconfondibile stile e in questo Martin Scorsese non è di certo da meno. Il 27 novembre arriverà su Netflix (cui è stata affidata produzione e distribuzione) il nuovo e (forse) ultimo film del regista italoamericano classe ’42. Per l’occasione, Scorsese ha raccolto attorno a sé due degli attori più iconici della sua generazione: i settanteseienni Robert De Niro e Joe Pesci e, per la prima volta anche Al Pacino (79). The Irishman (sempre che ce ne fosse ancora bisogno) sancisce in via definitiva il primato di Scorsese nella cinematografia gangster americana. Perché The Irishman è il più classico dei gangster movie, ma è anche molto di più.

Attraverso gli occhi e la voce dell’ormai anziano sicario della mala italiana (ma di origini irlandesi, appunto) Frank Sheeran (De Niro), ripercorriamo 30 anni di storia americana (dalla metà degli anni ’50 al post-Nixon) narrati dal punto di vista della mafia, incarnata qui dai boss di Philadelphia Russell Bufalino (Pesci) e Angelo Bruno (Harvey Keitel). Tra omicidi e violenze, la storia personale di Frank e Russell si intreccerà con quella del sindacalista americano Jimmy Hoffa (Pacino), grande oppositore di John F. Kennedy e definito da suo fratello Robert «l’uomo più potente d’America dopo il Presidente». Il film si ispira a fatti realmente accaduti e raccontati (o meglio ‘confessati’) proprio da Frank Sheeran a Charles Brandt, autore poi di The Irishman, uno dei grandi classici della letteratura americana sulla mafia (in Italia edito da Fazi).

Per realizzare il film, Scorsese ha fatto ricorso a innovative tecniche digitali messe a punto dalla Industrial Lights & Magic, che gli hanno consentito di “ringiovanire” i tre protagonisti del film, senza dover ricorrere ad attori più giovani. A onor del vero, quello che ne è venuto fuori è un po’ l’effetto straniante che si prova a guardare certi vecchi film western anni ’40 in cui degli attori ormai attempati interpretavano il ruolo di personaggi con un’età nettamente inferiore alla propria. E questo se vogliamo è l’unico difetto (forse, ma necessario) di un film pressocché perfetto. Martin Scorsese sale in cattedra con quello che può essere considerato, anche alla luce della durata monstre di 209 minuti, il “suo” C’era una volta in America.

Chi, prima dell’uscita nelle (poche) sale, poteva pensare, leggendo tutti quei nomi di attori ottantenni, ad un’operazione nostalgia (come se ne vedono fin troppe ad Hollywood da oltre 10 anni a questa parte) si sbagliava di grosso. The Irishman non è un film ‘testamento’ come qualcuno ha detto, ma è summa ed epitome insieme della cinematografia di una delle più grandi firme della settima arte. The Irishman è un’epopea gangster, ma è anche l’epopea di una Nazione: è sì un film sulla mafia, ma a ben guardare è soprattutto un film sulla società e sulla cultura americana e non solo delle sue minoranze. È un film sulla politica e sui politici americani, sui loro legami con la mafia e su come questa ha influenzato la politica interna ed estera del Paese (ombre inquietanti vengono gettate ad esempio sulla Presidenza Kennedy e sulla crisi cubana). Ma The Irishman è anche un film sull’amicizia, sui rapporti tra un padre e le sue figlie. È un film sul tradimento, sulla fede in Dio e la devozione verso un ‘credo’ a cui affidarsi ciecamente, quale può essere l’ideologia mafiosa. È un film sul rimorso e sul rimpianto, quindi sulla vecchiaia, sul tempo che passa inesorabilmente e che ci porta a fare i conti con tutti i nostri non-detti, con tutti i nostri fantasmi. The Irishman, pertanto, è un film sulla vita, nel suo senso più totale.

Per realizzare un film così monumentale dal punto di vista tecnico (il budget iniziale di 100 milioni è lievitato fino a 140 a causa degli effetti speciali) e con così tanti piani di lettura, è chiaro il perché della scelta di Scorsese di fare affidamento su dei veri cavalli di razza della recitazione, o meglio sui “suoi” cavalli di razza. D’altronde è con il duo Robert De Niro-Joe Pesci che Scorsese ha firmato molte delle sue pietre miliari (Quei bravi ragazzi, Toro Scatenato, Casinò). La chimica e il loro affiatamento sono rimasti immutati col tempo (si pensi alle scene in cui recitano in italiano). Quella di Joe Pesci è forse una delle migliori performance di tutta la carriera; Robert De Niro glaciale e poliedricamente mono-espressivo interpreta un ruolo che semplicemente gli è cucito addosso. Alcune delle scene migliori di tutto il film sono quelle in cui De Niro recita con Al Pacino. I due mostrano quella grandissima sintonia che solo i grandi possono avere (pur avendo lavorato insieme solo in Heat – La Sfida di Michal Mann, per pochi minuti, e nel non indimenticabile Sfida senza regole del 2008 per la regia di Jon Avnet).

A livello narratologico, la pellicola è pura accademia del cinema. In 3 ore e 40 di film, nessuna pausa, nessun punto morto, il tutto con dialoghi da antologia. La macchina da presa di Scorsese si muove decisa ed elegante. Un’accurata selezione di celebri pezzi R&B e rock anni ’50 e ’60 (tra cui spicca come tema ricorrente la fantastica In the Still of the Night dei Five Satins) sembra fare da colonna sonora non solo al film, ma in definitiva alla storia americana. Tuttavia il tono della pellicola non è mai nostalgico, bensì malinconico, come nei grandi classici dell’ultimo John Ford. Non c’è nessuna eroizzazione della malavita, nessuna glorificazione, nessuna descrizione di ascese vertiginose e rovinose cadute, niente fiumi di cocaina, sesso, ma solo il fluire del tempo.

The Irishman Martin Scorsese
THE IRISHMAN (2019)
Ray Ramano (Bill Bufalino) Al Pacino (Jimmy Hoffa) e Robert De Niro (Frank Sheeran)

The Irishman è destinato a diventare un classico della cinematografia americana, ma nel frattempo è già passato alla storia per le vicissitudini legate alla sua produzione. Nessuna major americana, infatti, ha voluto sposare il progetto di un film di quasi 4 ore con tre ultrasettantenni protagonisti (la Paramount se n’è chiamata fuori molto presto). Ci ha dovuto pensare una piattaforma streaming, ossia Netflix (rinomata più per la qualità delle sue serie TV, che dei suoi film, spesso abbastanza scadenti). Il film ha avuto anche diversi problemi legati alla distribuzione. In America come in Europa, poche sale hanno voluto proiettare una pellicola ritenuta troppo lunga (!?). Il paradosso di vedere un film di questa qualità ‘respinto’ dalle sale (spesso deserte, vien da chiedersi se per colpa di Internet o per l’assenza di ‘veri’ film-da-andare-a-vedere-a-cinema) è reso ancora più acuto da una singolare modalità di distribuzione ̶ e se vogliamo di promozione ̶ ideata proprio da Netflix che ha portato il film al Belasco Theatre di Broadway a New York: un mese di proiezioni (1 Novembre-1 Dicembre), biglietto a 15$ (prezzo da teatro di Broadway, appunto), memorabilia e gadget a tema acquistabili all’ingresso. Pare che stiano andando a ruba soprattutto le matinée del sabato. Il cinema come evento o meglio come “experience”. Certo, gli americani sono campioni del mondo nell’entertainment e Broadway fa storia a sé, ma che, con l’avvento di Internet e delle piattaforme streaming, possa essere questo il futuro del cinema? Ossia un ritorno nei teatri, laddove tutto è iniziato, con il muto e le orchestre, oltre cento anni fa? Chi vivrà, vedrà. Per ora godiamoci l’ultimo capolavoro del Maestro (possibilmente su uno schermo bello grande e rigorosamente in lingua originale).

The Irishman Martin Scorsese
THE IRISHMAN (2019)
Joe Pesci (Russell Bufalino), Robert De Niro (Frank Sheeran)

Dai denti informazioni sulla Grande Carestia Irlandese

10 Agosto 2016

Direzione dello sviluppo della dentina in un molare umano. Credit: Beaumont et al. (2016)
Direzione dello sviluppo della dentina in un molare umano. Credit: Beaumont et al. (2016)

Un nuovo studio, pubblicato su PLOS One, ha utilizzato l'analisi degli isotopi sui denti degli individui colpiti dalla Grande Carestia Irlandese del diciannovesimo secolo. In questo modo, è possibile investigare i cambiamenti fisiologici e nella dieta, e quindi individuare coloro che morirono di fame all'epoca.

I ricercatori hanno individuato il passaggio dalle patate al mais - importato dall'America per fornire sollievo durante la carestia - e pure i segni dello stress fisiologico negli scheletri di adulti e giovani.

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Il cane fu addomesticato due volte

2 Giugno 2016
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Le origini del cane domestico (Canis lupus familiaris) sono da lungo tempo oggetto di discussioni a livello accademico: c’è chi li ritiene originari dell’Europa, chi dell'Asia Centrale o dell’Asia Orientale (Cina in particolare).

Un nuovo studio, in pubblicazione su Science, dimostrerebbe che tutte queste affermazioni potrebbero essere vere: i dati genetici, confrontati con le prove archeologiche dimostrerebbero la possibilità che il cane sia emerso da due popolazioni di lupi (ora estinte) da lati opposti del continente eurasiatico.

In particolare, nello studio si presenta il sequenziamento del genoma di un cane di 4.800 anni fa da Newgrange, in Irlanda. Il team ha pure ottenuto il DNA mitocondriale di 59 antichi cani vissuti tra 14 mila e 3 mila anni fa, confrontati con 2.500 cani moderni. Ne risulterebbe una separazione genetica tra le moderne popolazioni di cani che vivono in Europa e Asia Orientale. Curiosamente, la divisione si sarebbe verificata dopo le prime prove archeologiche di cani in Europa.

Le nuove prove genetiche dimostrerebbero un cambiamento della popolazione in Europa che avrebbe soppiantato i più antichi cani dell'area, supportando così la tesi di un arrivo successivo dell'animale con altra provenienza. I primi cani sarebbero apparsi più di 12 mila anni fa in Oriente ed Occidente, ma in Asia Centrale non prima di 8 mila anni fa.

In conclusione, i cani sarebbero stati addomesticati da popolazioni distinte di lupi sui lati opposti dell'Eurasia. A un certo punto, però, i cani orientali si sarebbero diffusi con le migrazioni umane in Europa, soppiantando i primi cani europei. La maggior parte dei cani moderni sono il risultato di un mescolamento di cani orientali e occidentali, il che spiegherebbe le difficoltà finora incontrate negli studi genetici.


Lo studio "Genomic and archaeological evidence suggest a dual origin of domestic dogs", sarà pubblicato su Science.
Link: ScienceEurekAlert! via University of Oxford
Un lupo grigio (Canis lupus) da Ardahan in Turchia. Foto da WikipediaCC BY 3.0, caricata da Mariomassone.


Corni dell'Irlanda dell'Età del Ferro in uso nella moderna India

13 Maggio 2016

Billy Ó Foghlú. Credit: Stuart Hay, ANU
Billy Ó Foghlú. Credit: Stuart Hay, ANU

I corni dell'Irlanda dell'Età del Ferro sarebbero ancora in uso nella moderna India. Queste le conclusioni di Billy Ó Foghlú, dottorando della Australian National University, pubblicate sul Journal of Indian Ocean Archaeology.
Le tradizioni musicali dell'India meridionale (nello stato del Kerala, in questo caso), possono quindi fornirci conoscenze sulla preistoria musicale europea.

Video credit: ANU Multimedia
Link: EurekAlert! via Australian National University