Augusto e quel sogno chiamato "TOTA ITALIA"

TOTA ITALIA, la formula con cui i popoli italici giurarono ad Ottaviano non ancora Augusto fedeltà nel 32 a.C. legittimando il suo comando nella guerra contro Marco Antonio e Cleopatra:

"Iuravit in mea verba tota Italia sponte sua et me be[lli] quo vici ad Actium ducem depoposcit"

Inaugurata pochi giorni fa presso le Scuderie del Quirinale, la mostra “TOTA ITALIA. Alle origini di una nazione” ha riscontrato un grande successo.

La narrazione, scandita dai preziosi reperti in prestito dai più importanti Musei Italiani, offre allo spettatore un viaggio a ritroso in quell’Italia ancora da formare, dove Roma a partire dal IV secolo a.C. comincia ad affacciarsi su una realtà pluristratificata di popoli e culture.

TOTA ITALIA. Statua di pugile in riposo I sec. a.C. Museo Nazionale Romano - Palazzo Massimo alle
Terme, Roma
credit: Museo Nazionale Romano - foto L. Mandato

Conosciamo pur con qualche difficoltà nella ricostruzione delle fonti e dei contesti archeologici, come il processo di unificazione che ha coinvolto diversi popoli italici non sia stato affatto facile. Roma nel corso dei secoli dovette affrontare nemici che avevano già basi consolidate in tutto il Mediterraneo. Ma è con la Guerra Sociale e con la successiva cittadinanza agli italici che si può considerare questo processo di unificazione come un qualcosa di possibile per Roma.

Da un concetto meramente geografico di Italia si raggiungerà pian piano a partire da Augusto quell’unità politica che porterà poi contro la guerra con Marco Antonio a far giurare tutte le comunità d’Italia a favore di Ottaviano. E questo giuramento non passerà certamente inosservato nella politica augustea, tanto da essere enfaticamente espresso anche nel testamento morale e politico del princeps, le Res Gestae, che “L’Italia unita aveva giurato per lui”.

TOTA ITALIA Augusto
TOTA ITALIA Augusto. Statua di Apollo lampadoforo I sec. a.C. Parco Archeologico di Pompei, Pompei

Siamo nel 32 a.C., ancora ben lontani da quel concetto di unità nazionale tipicamente moderna e post unitaria, ma le basi erano state gettate almeno per considerare TOTA ITALIA sottomessa sotto l'aquila di Ottaviano - Augusto.

L’Italia fu riorganizzata da un punto di vista politico e amministrativo in forme sorprendentemente moderne ma non bisogna pensare che le cose cambiarono o si modificarono in breve tempo. Il processo fu lungo, la penisola fu martoriata di guerre spesso fratricide, le guerre civili e sociali avevano esasperato tutti, si invocava la pace.

La conclusione delle guerre lasciava però aperta una difficile questione legata alla veste legale da dare al potere del nuovo vincitore. L'ipotesi di un regime apertamente monarchico progettato da Cesare era da scartare, il suo assassinio in Senato aveva difatti decretato il fallimento di questo disegno.

La soluzione adottata da Ottaviano, poi Augusto nel 27 a.C., era restauratrice nella forma ma rivoluzionaria nella sostanza, un punto di cesura nella storia romana. Nel 31 a.C. convenzionalmente si fa iniziare il Principato, il regime istituzionale che vede nelle mani di un reggitore unico il potere di Roma, un princeps.

"Fui superiore a tutti per autorità, pur non possedendo un potere superiore a quello degli altri che mi furono colleghi nelle magistrature"

La sottolineatura che Augusto fa nel suo testamento delle RES GESTAE evidenzia l'alone carismatico che circondava la sua persona e che ne faceva il vero principe, il primo uomo dello Stato. Augustus fu l'appellativo che gli diede il Senato, un appellativo che lo sottraeva alla sfera propriamente politica per proiettarlo in una dimensione sacrale e religiosa.

Il termine "Augusto" va ricollegato etimologicamente al verbo latino augere che significava "innalzare".

TOTA ITALIA Augusto.
Decorazione di uno scudo (episema) con Taras IV sec. a.C. dal santuario di Rossano di Vaglio Museo Archeologico Nazionale della Basilicata _Dinu Adamesteanu_, Potenza

Roma dal IV secolo a.C. incluse progressivamente nella sua orbita popoli di estrazione sociale e culturale diversi, a volte in maniera più o meno pacifica, la deditio in fidem era in genere praticata dai nemici vinti che preferivano affidarsi alla pietas di Roma, altri mostrarono fieramente un opposizione totale ai nuovi padroni con duri scontri che spesso lacerarono gli eserciti per anni.

Dalla Pianura Padana, al canale di Sicilia nel corso di quattro secoli si inchinarono tutti all’astro nascente. Popoli che nel corso della loro storia erano spesso interconnessi con il mondo greco, orientale, celtico e centro europeo subirono un processo di romanizzazione assumendo tratti sempre più uniformi nella lingua, nelle leggi, nei culti, nei modi di vivere e abitare, commerciare e seppellire i morti.

TOTA ITALIA Augusto
TOTA ITALIA Augusto.
Corona, Corredo di una tomba femminile III sec. a.C. Museo archeologico nazionale delle Marche, Ancona credit: Museo Archeologico Nazionale delle Marche su concessione della Soprintendenza
Archeologica, Belle Arti e Paesaggio delle Marche, su concessione del Ministero della
Cultura.

La mostra TOTA ITALIA con una rappresentazione di opere altamente significativa, vuole raccontare le dinamiche e la trasformazione di queste varie culture italiche, muovendo dal variegato mosaico di differenze che si erano venute a creare sulla penisola italiana sin dall’età del Ferro fino alla progressiva costruzione di una identità nazionale pienamente romana.

La narrazione si spinge anche verso il grande sforzo organizzativo di Roma di superare la dimensione città-stato verso un’entità territoriale unitaria, articolata in colonie e municipia non soggette ad imposta fondiaria. Augusto divise inoltre l’Italia in 11 regioni che servivano in primo luogo per il censimento delle persone e delle proprietà, ma non vi erano funzionari amministrativi responsabili di queste suddivisioni.

TOTA ITALIA Augusto
TOTA ITALIA Augusto.
Ala di Vittoria I sec. a.C. Museo Nazionale Romano- Terme di Diocleziano, Roma
credit: Museo Nazionale Romano - foto L. Mandato

TOTA ITALIA con una rappresentazione coerente rappresenta così l’occasione di valorizzare l’importante patrimonio dei musei italiani, da nord a sud, rievocando la ricca pluralità culturale del nostro paese.

L’occasione è unica per vedere capolavori incredibili quali: il Trono decorato a rilievo delle Gallerie Nazionali Barberini Corsini di Roma, il Ritratto di Augusto con il capo velato del Museo Archeologico Nazionale delle Marche, il Busto di Ottavia Minore del Museo Nazionale Romano – Palazzo Massimo alle Terme.

Tota Italia. Rilievo con processione funeraria
seconda metà I secolo a.C., da Amiternum, L’Aquila, Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo
Su concessione del Ministero della Cultura

Corredi funerari iconici come il Corredo della “tomba dei due guerrieri”, conservato presso il Museo Archeologico Melfese “Massimo Pallottino” e il Corredo di una tomba femminile proveniente dalla necropoli di Montefortino d’Arcevia e custodita presso il Museo Archeologico Nazionale delle Marche.

E ancora la Cista portagioielli con iscrizione in latino arcaico del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, il Sostegno di mensa con due grifoni che attaccano un cerbiatto del Museo Civico di Ascoli Satriano fino al celebre Rilievo con scena di battaglia tra un cavaliere greco e un persiano custodito presso il Museo Archeologico Nazionale di Taranto.

tota italia
TOTA ITALIA, volume ARTE'M

Ad accompagnare l'allestimento presso le Scuderie del Quirinale un prezioso volume edito da Arte'm, in cui attraverso i saggi dei curatori della mostra, Massimo Osanna, Stèphan Verger, Fabrizio Pesando, Carmela Capaldi et alii, viene ripercorso questo processo nazionale di unità fortemente voluto da Augusto, TOTA ITALIA.


Livia donne Impero Romano Roma

Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari

“Il più alto potere romano non si declina al femminile”. Con questa frase evocativa si apre il volume di Marisa Ranieri Panetta, Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari, dedicato all’analisi di alcune figure femminili che dal I sec. a.C. al III d.C. hanno contribuito alla formazione e alla gestione del potere imperiale. Nonostante nel mondo romano la donna fosse sempre in qualche modo oscurata rispetto all’uomo che le era accanto, che fosse il padre, il fratello o il marito. Nonostante la misoginia che emerge dalle fonti del tempo, come Tacito, Svetonio, Cassio Dione oppure Erodiano. Nonostante i pregiudizi che, come nota l’autrice nell’introduzione, devono essere messi da parte, soprattutto se vogliamo conoscere meglio le donne che hanno fatto l’Impero e che hanno determinato il suo splendore.

Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari Marisa Ranieri Panetta
La copertina del saggio di Marisa Ranieri Panetta, Le donne che fecero l'impero. Tre secoli di potere all’ombra dei Cesari, pubblicato da Salerno Editrice (2020)

La prima figura di cui si tratta è Cleopatra VII, ultima regina d’Egitto e da sempre la maggiore rappresentante del fascino della terra del Nilo. Ripercorrendo le vicende che la videro protagonista si offre l’immagine di una Cleopatra piena di dignità, intelligente ed ambiziosa, che l’autrice del volume rappresenta come l’emblema di “una femminilità capovolta”. Questo tratto della sua personalità risulta in particolare dal rapporto con Giulio Cesare e Marco Antonio, rispetto ai quali la regina non ebbe un ruolo di secondo piano, ma si dimostrò una donna carismatica e intenta ad accrescere il potere dell’Egitto ad ogni costo. All’elemento prettamente storico si intrecciano gli aneddoti riportati dagli autori antichi, alcuni dei quali hanno sfumature che ci possono far sorridere: per esempio, si racconta che Cicerone, non avendo ricevuto dei rari papiri richiesti alla Biblioteca di Alessandria, scrisse all’amico Attico di odiare Cleopatra (Cicerone, Ad Atticum, XV, 15, 2). Un ultimo aspetto a cui è rivolta una certa attenzione è lo sfarzo in cui viveva la regina, soprattutto per quanto riguarda la cura del corpo attraverso profumi, ricche vesti e gioielli, con la volontà di essere identificata con divinità quali Iside e Afrodite.

Il secondo capitolo è dedicato invece a Livia Drusilla, moglie dell’imperatore Augusto e madre di Tiberio e Druso, avuti dal matrimonio con Tiberio Claudio Nerone. L’autrice del volume inizia a trattare le vicende della donna dalla sua fuga da Roma nel 40 a.C. per evitare la proscrizione e dal suo successivo ritorno, quando in poco tempo divorziò dal marito per sposare Ottaviano e vivere con lui sul Palatino. A partire da questo evento si ripercorre la nuova vita di Livia accanto all’imperatore, mostrando come costei fosse una matrona parca, frugale e dedita alle virtù domestiche. Allo stesso tempo, come risulta dalle fonti antiche, Livia appare per certi versi spregiudicata, soprattutto in relazione ai giochi di potere che portarono Tiberio a diventare il successore di Augusto: Marisa Ranieri Panetta nota, in questo senso, la scaltrezza della donna e la sua capacità di sopportare situazioni sconvenienti, chiedendosi se possa esserci davvero lei dietro ai delitti e alle morti premature che spianarono la strada al figlio. La narrazione, anche in questo capitolo, si intreccia con aneddoti, excursus di carattere artistico e citazioni letterarie: interessanti, a riguardo, sono le descrizioni della Villa di Livia e dell’Ara Pacis, oppure il richiamo al Carmen Saeculare di Orazio e ai Tristia di Ovidio, tutte testimonianze del programma politico-culturale dell’Impero di Augusto.

Statua di Livia come Opi/Cerere, dea della fertilità, con cornucopia, capo velato, corona d’alloro e spighe di grano, Louvre. Foto di CRIX, CC BY-SA 4.0

Si passa poi a trattare di Agrippina Minore, la cui vita ruotò attorno agli imperatori della dinastia giulio-claudia: fu la figlia di Agrippina Maggiore e Germanico, quest’ultimo figlio di Druso e nipote di Tiberio; fu la sorella di Caligola, divenuto imperatore alla morte di Tiberio e noto per le sue stravaganze; fu la nipote e poi anche la quarta moglie di Claudio, successore di Caligola; infine, fu la madre di Nerone, nato dall’unione con Gneo Domizio Enobarbo e destinato a essere l’ultimo imperatore della dinastia giulio-claudia. Nei quarant’anni di storia che ricopre il capitolo - dalla morte di Germanico nel 19 d.C. a quella di Agrippina nel 59 - si traccia dunque il percorso di una donna seppe mantenere un ruolo di preminenza e che fu pronta a tutto pur di garantire al figlio un futuro da imperatore, cadendo però vittima della sua avidità di potere: da madre utile si trovò ad essere una madre scomoda, e proprio per questo Nerone decise di eliminarla. La narrazione è integrata da varie fonti storiche che permettono di far luce anche su altri personaggi del tempo come Messalina (terza moglie di Claudio) oppure Seneca, contribuendo a raffigurare al meglio non solo le vicende di Agrippina stessa, ma anche quelle del clima in cui si svilupparono le sue ambizioni.

Protagonista del quarto capitolo è Pompeia Plotina, la moglie dell’imperatore Traiano, descritta dagli storici come una donna modesta, dai costumi irreprensibili e schiva del lusso. Come le altre figure femminili che circondavano il marito (si pensi alla sorella Ulpia Marciana o alla figlia di questa, Salonia Matidia), Plotina si distingueva per la sua liberalità e per il suo impegno nel costruire o restaurare biblioteche, tempi e teatri, dimostrandosi lontana da quella sete di potere che era stata così forte in passato. Tenendo presente questo tratto della sua personalità, l’autrice del volume offre l’immagine di Plotina come di una donna nuova, che ebbe un ruolo determinante senza bisogno di ostentazione, e che proprio per questo costituì un modello per le successive consorti imperiali.

Nel capitolo successivo ci si rivolge poi a Giulia Domna, la seconda moglie di Settimio Severo, fortemente segnata dalle guerre civili che portarono il marito a imporsi come unico imperatore. Questa situazione infatti, come nota Marisa Ranieri Panetta, la fece maturare in fretta e la abituò ad una vita semplice e fatta di frequenti spostamenti, nonostante le sue nobili origini orientali. Nel ritratto di questa donna si mettono in luce anche i suoi interessi culturali e soprattutto il rapporto con il figlio Caracalla, che lei cercò sempre di proteggere nonostante il fratricidio di Geta e le calunnie da esso derivate. Infine, una certa rilevanza è data anche ai legami della dinastia dei Severi con l’Oriente, dal culto solare praticato da Giulia Domna alle diverse testimonianze iconografiche della regalità imperiale: possiamo leggere a riguardo le interessanti descrizioni dell’Arco di Leptis Magna o dell’Arco degli Argentari a Roma, nonché delle diverse monete e statue raffiguranti l’imperatore e la sua consorte. Da tutto questo risulta l’immagine di una donna dotta e lontana dal lusso, una donna che ebbe tra le mani un vasto potere e che fu in prima persona il bersaglio della misoginia tipica del mondo romano: forse le parole più adatte per definirla sono proprio quelle usate dall’autrice, che la ricorda semplicemente come una madre con tanti macigni sul cuore.

Tondo severiano, raffigurante Giulia Domna, Settimio Severo, Caracalla e il ritratto cancellato di Geta. Foto di Anagoria, CC BY 3.0

L’ultimo capitolo di questo libro sulle donne dell'Impero Romano è dedicato infine al cosiddetto “matriarcato” severiano delle tre Giulie siriache Mesa, Soemia e Mamea, che ebbero a modello Giulia Domna e cercarono di imitarla senza successo. Rappresentate dalle fonti antiche come “un’intromissione fastidiosa e nociva negli affari di Stato”, queste donne favorirono l’ascesa di Elagabalo e Alessandro Severo, gestendo loro stesse il potere imperiale. Ne risulta un ritratto fortemente negativo e in contrasto con la personalità di Giulia Domna: come ribadisce Marisa Ranieri Panetta nella conclusione del volume, costei lasciò infatti un segno indelebile nella storia romana e solo poche dopo di lei riuscirono a fare lo stesso.

Per trarre alcune riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come Le donne che fecero l’Impero. Tre secoli di potere all'ombra dei Cesari sia un tentativo ben riuscito di esplorare la storia imperiale attraverso le figure femminili che ne sono state protagoniste, con i loro vizi e con le loro virtù. Partendo da Cleopatra per arrivare a Giulia Mesa, l’autrice traccia dei ritratti che permettono di far luce sulla personalità di queste donne e di accostarle l’una all’altra, senza pretese e senza pregiudizi. All’analisi imparziale e scientifica delle fonti si intrecciano poi aneddoti, citazioni letterarie e testimonianze iconografiche, che arricchiscono la narrazione suscitando curiosità nel lettore. Tutto questo contribuisce a rendere il volume uno strumento importante per rivendicare il ruolo femminile nella costruzione dell’Impero e tracciarne l’evoluzione, mostrando che la storia non è fatta solo di grandi uomini, ma anche di grandi donne.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


La Storia di Oggi: l'assassinio di Cicerone

7 Dicembre 2014
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Nella giornata di oggi del 43 a. C., Marco Tullio Cicerone veniva assassinato da alcuni sicari che lo avevano raggiunto nella sua villa a Formia.
Cicerone visse ai tempi del secondo triumvirato e fu sostenitore fino alla fine della Repubblica. Nonostante questo e le divergenze, vide il successore di Cesare in Ottaviano, piuttosto che in Marco Antonio, contro il quale si scagliò con le orazioni che costituirono le Filippiche.
Nonostante l'opposizione di Ottaviano, Marco Antonio iscrisse Cicerone nelle liste di proscrizione, volendo la morte di questi più che di chiunque altro. Dopo l'assassinio, a Cicerone furono tagliate le mani e la testa, su ordine di Antonio.
Della morte di Cicerone scrive Plutarco nelle Vite Parallele (Loeb LCL 99, Plutarch's Lives - VII - Demosthenes and Cicero, Alexander and Caesar; traduzione di Bernadotte Perrin, prima edizione 1919, pagg. 200-201, pagg. 216-217 dell'e-text, da Leobolus).
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Busto di Cicerone dai Musei Capitolini, foto di Glauco92, da Wikipedia, CC BY-SA 3.0, caricata da Soerfm.
Cicerone denuncia Catilina, affresco di Cesare Maccari da Palazzo Madama; da WikipediaPubblico dominio, caricato da Bogomolov.PL.