«Non sei che una straniera»

Limiti e sconfinamenti costituiscono la cifra del nostro quotidiano andare: la razionalità e i compromessi del vivere civile impongono margini determinati entro i quali muoversi, ma puntualmente accade di imbattersi in situazioni che autorizzano deroghe impreviste. Varcare la soglia implica un superamento di sé e questo desta paure ancestrali, ma può permettere di accedere a un grado superiore di conoscenza. Nella Grecia del mito, Ulisse rappresenta l’eroe sempre teso verso un oltre, alla ricerca di un’Itaca che non è solo casa ma anche un destino. Ed è proprio il fato a trascinarlo nel vortice delle tempeste fino alla riva di Scheria, l’isola dei Feaci, dove la giovanissima principessa Nausicaa accoglie il naufrago e lo conduce supplice alla reggia di suo padre, il re Alcinoo. Il confine valicato da Odisseo non è solo metaforico, ma anche geografico, e ha pertanto ricadute politiche. Alla vista dello straniero nudo e sudicio, le ancelle scappano tra urla e schiamazzi, mentre i sovrani non si sottraggono alla legge dell’ospitalità, un vincolo sacro che prescrive, nonostante il comprensibile timore, di rifocillare e proteggere il profugo che giunga in terra altra privo di diritti. Violare quest’istituzione equivale a incorrere in un miasma senza precedenti, la contaminazione che colpisce non solo chi profana, ma l’intera comunità.

Se l’epica fornisce un esempio di accoglienza da parte di un re – come espressione dunque della decisione di un singolo –, il teatro offre la testimonianza di un dibattito pubblico quanto mai acceso: emblematico è il caso delle Supplici, la tragedia in cui Eschilo tratteggia la vicenda delle cinquanta figlie di Danao che, rifiutando con ostinazione il matrimonio con i propri cugini, fuggono dall’Egitto, giungono in terra argiva e chiedono asilo in nome di Zeus occupando un recinto sacro. L’assemblea della città legifera in favore delle Danaidi, garantendo loro la particolare condizione di cui godono i meteci: non cittadinanza a pieno titolo, ma diritto di residenza e commercio nella polis. Il coro di donne – che non si limita a svolgere il ruolo di commentatore, ma riveste importanza protagonistica – è guidato dalla corifea, cui si rivolge il padre, ammonendola: «Ricordati di saper cedere: non sei che una straniera, una fuggiasca bisognosa. Non conviene che il debole abbia lingua audace».

Arditi sono invece i supplici del XXI secolo in un dramma composto da Elfriede Jelinek, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2004. Sin dal titolo, Die Schutzbefohlenen, l’autrice rovescia il modello eschileo ponendo l’accento sul senso di costrizione: chiedere rifugio non è una libera scelta quando non si ha alternativa. Il testo, frutto di un work in progress tra il 2013 e il 2015, nasce da un fatto di cronaca – l’occupazione di una chiesa votiva a Vienna come gesto di protesta da parte di un gruppo di profughi contro le politiche del governo austriaco in materia di diritto d’asilo; la strage di Lampedusa del 2013 fornisce alla scrittrice un ulteriore spunto di riflessione sulle operazioni Mare Nostrum e Triton: «il mare è un buco», dicono coloro che hanno oltrepassato la soglia, quelli che sono venuti senza arrivare mai. «Dopo di noi il mare torna uguale finché arrivano i prossimi, uguale e calmo, con le sue onde tirabaci, no, non voglio dire adesso che ci ha attratti per farci finire nelle sue onde, sarebbe troppo gretto, sarebbe troppo opportuno e troppo gretto, anche se non c’è alternativa al gretto per me, per noi non c’è da tempo, non c’è mai stata, ma fa lo stesso!». Le lingue dei rifugiati sono taglienti e non mancano di smascherare le ipocrisie di un’Europa in cui il concetto di integrazione è ammantato di retorica (a tal proposito ci si domanda se sia opportuno o meno in questo tipo di rappresentazioni lasciare che i profughi interpretino se stessi) e l’esercizio di democrazia svuotato di significato: «Votate in ogni momento. A qual fine avete le elezioni? Non volete darci protezione. E i cittadini che hanno preso quella decisione, di allontanarci, di toglierci dalla loro vista, ora vanno a votare e votano per il loro benessere».

Egoismo, doppiezza, mancanza di trasparenza sono i limiti che la letteratura non teme di denunciare; d’altro canto la politica non può permettersi sconfinamenti: lo chiarisce bene Creonte, l’inflessibile re del mito, in Emone. La traggedia de Antigone seconno lo cunto de lo innamorato, un testo teatrale in napoletano letterario, scritto da Antonio Piccolo e pubblicato nel 2018. Al figlio che sommessamente ammette «Io non tengo respuoste, ma sulo demanne», il sovrano replica: «E chisto è no problema, pecché non so’ li regnanti che se puòteno stipare lo commodo de non dare respuoste. Li populani, li poeti, fors’anco li filosofi puòteno darse lo limite de le demanne. Nuie no. Lo potere non tene solo li privilegi, ma anco li doveri. La cetate dà a nuiautri lo govierno en cagno de chesta faccia tosta: chella de despenzare respuoste».

Il limite delle domande, prerogativa dei poeti. Interrogativi impellenti sono difficili da arginare quando si assiste a una tragedia come quella di Medea, la maga della Colchide che uccide i suoi figli allo scopo di punirne il padre, Giasone, colpevole di averla ripudiata per prendere in sposa la figlia del re e succedere al trono di Corinto. Un dubbio agita la mente della scrittrice Christa Wolf – nel bel mezzo di una campagna di diffamazione portata avanti nel 1990 dalla stampa occidentale contro gli intellettuali della DDR – spronandola a varcare il confine della tradizione: l’autrice si mette sulle tracce di fonti pre-euripidee, si imbatte negli studi di Robert Graves e scopre l’esistenza di una versione del mito secondo la quale non si è mai consumato l’infanticidio. «Gli uomini vogliono convincersi che la loro sfortuna viene da un unico responsabile, di cui ci si può sbarazzare facilmente», insegna René Girard, e Christa Wolf restituisce l’innocenza alla madre calunniata. In Medea. Voci (1996), la protagonista è solo un capro espiatorio: a lapidare i figli di Giasone sono stati gli stessi abitanti di Corinto, che hanno poi accusato e costretto all’esilio la straniera. Confessa Leuco, l’astronomo del re: «Provai pietà per i corinzi, popolo di miseri traviati che sapevano liberarsi dalla paura della peste e della minaccia dei moti celesti e della fame e dei soprusi del palazzo solo scaricando ogni responsabilità su quella donna». Medea, che porta il marchio della barbara, subisce le ferite che la cosiddetta civiltà non si vergogna di infliggerle; l’amore l’ha spinta a oltrepassare limiti geografici e sociali e, alla fine, non le resta che domandarsi: «In quale luogo, io? È pensabile un mondo, un tempo, in cui io possa stare bene? Qui non c’è nessuno a cui lo possa chiedere. E questa è la risposta».

Voci dal mito e dall’attualità, figure di naufraghi che abbracciano le ginocchia dell’ospite e figlie di re che recano ramoscelli, profumi di terre lontane che neanche sappiamo e del nostro mare sul cui fondale si putrefanno i cadaveri degli Enea di questo tempo, quelli che non hanno nome. Storie irreali che accadono ancora, che rubrichiamo alla voce “non ci riguarda”, che ci ingabbiano in paure senza confini, mentre chi dovrebbe dare risposte indugia in inopportune domande. Senza pretendere di avere la verità in tasca – ché non ne esiste una sola –, proviamo a rivolgerci al mito per poi tornare a posare lo sguardo su ciò che ci circonda. Chissà che non ci conduca altrove questo strano sconfinare, al di là della rabbia, fin dentro la comune radice dell’umano?!

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Frederick Sandys, Medea, immagine in pubblico dominio

Questo articolo è comparso originariamente sulla rivista Midnight.


nascita dei Teogonia

Teogonia della fantascienza: “La nascita degli dei”

Sembra ambizioso quanto profano metabolizzare la fantascienza con la lente d'ingrandimento della letteratura classica: colpa della cesura tra la letteratura “alta” e quella volta (secondo i critici) ad intrattenere, cesura che si è sempre rafforzata grazie all'inasprimento delle sfere accademiche scientifiche e quelle umanistiche; come se pragmatismo e romanticismo fossero inconciliabili.

Per fortuna autori dalla scrittura ispiratissima hanno mescolato i tropi del classicismo con le loro epopee SF (science fiction), come nel caso di Frank Herbert, ovvero il padre della fortunatissima e immortale saga di Dune. Dune è una colossale macchina di recezione culturale, al suo interno si mescolano diverse sfumature antropologiche e sociali, potremmo sintetizzare alcune evidenti “ispirazioni” di Herbert, come il messianismo islamico, i movimenti hippie degli anni '60 con l'abuso di sostanze stupefacenti, l'allarmismo (giustificato) di derivazione ecologica, il medievalismo (un revival feudale in una space opera per intenderci) e una inaspettata rievocazione della grande tragedia greca. Infatti, come ha giustamente sottolineato Brett M. Rogers in Dune c'è una vera riproposizione dell'Oresteia di Eschilo, se non un vero tributo alla classicità ellenica tramite l'uso di “nomi parlanti” come i patronomici dei protagonisti “Atreides”. Altri critici hanno sottolineato la natura ibrida di Dune, ovvero un romanzo legato alla tragedia greca ma che trasuda la stessa epica dei poemi omerici, Herbert quindi oltre alla drammatizzazione pone al suo fruitore un esempio di “mythmaking”, ovvero una creazione del mito e dell'eroe.

Henneberg nascita dei
Nathalie Henneberg, fotografia opera di ignoto (risalente approssimativamente agli anni '30)

Invero il romanzo di cui voglio trattare, “La nascita degli dei”, è ancora più insidioso e sfuggente rispetto al “fratellino” Dune. Seppur il romanzo dei coniugi Henneberg (pseudonimo della coppia Karl Zu Irmlshaussen e Nathalie Novokovsky) presenti i topoi dell'epica classica è molto più affine a un testo arduo da tradurre in romanzo, la “Teogonia” di Esiodo. “La nascita degli dei” è il primo romanzo degli Henneberg e nasce nel solco della seconda guerra mondiale, in una Francia stremata dal trauma nazista e sorretta da intellettuali come Sartre, Camus e Bergier. Quest'ultimo presentò il testo all'editore Martel che non appoggiò la pubblicazione, vedendo nel romanzo troppi elementi bizzarri e innovativi. La svolta editoriale avvenne quando il romanzo, revisionato ed editato da Bergier, venne sottoposto alla giura del premio letterario delle Editions Métal e si aggiudicò il primo posto, scalzando altri titoli molto meritevoli come “L'uomo questa malattia” di Yelnick e “L'esilio su Andromeda” di Long.

Una volta dato alle stampe la “Naissance des dieux” divenne un fenomeno culturale che spaccò la critica in due, per molti un capolavoro letterario unico e visionario, per altri un guazzabuglio confusionario troppo lontano dalla letteratura “distopica” francese e dalle tinte sociali.

La verità, come sempre, è nel mezzo. Il romanzo degli Henneberg fu qualcosa di inspiegabile, ammantato da una prosa sofisticata e ispirata era davvero inedito e potente, ma presentava evidenti difetti di lettura. La narrazione non sempre è lineare e scorrevole ma si tuffa in un magma prosaico sempre di più difficile codificazione, disorientando il lettore con le sue incoerenze di trama e i flussi di coscienza caotici. In realtà ho amato perdermi nei vortici narrativi degli scrittori francesi, un po' come un satiro che si perde nel bosco e noncurante del tragitto rimane ammaliato dalle meraviglie che incontra tra gli alberi e i cespugli.

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Foto di Arek Socha da Pixabay 

La Terra è sotto attacco e probabilmente l'umanità tutta sta per estinguersi per mano degli ordigni del Nemico, soltanto tre uomini riescono a lasciare il suolo natio grazie a un'oscura navicella: Sabelius il tecnocrate, Morgan l'astronauta e l'animoso poeta Gaz. Gli esuli raggiungono un altro pianeta, che chiamano Gea, e appaiono sconvolti, infatti Gea sembra un pianeta congelato nel “quinto giorno della creazione” biblica, ovvero soltanto le acque e la flora ricoprono il suolo del pianeta alieno che non sembra ospitare nessuna forma di vita. Gea inoltre sembra ricoperta da una nebbia misteriosa e “viva” che in qualche modo riesce a comunicare, in maniera sottile, con i tre uomini terrestri. Inizia così un sodalizio alieno tra uomo e nebbia, tra un ente razionale come l'essere terrestre del futuro e la materia insondabile del cosmo; presente ma imperscrutabile verità che risponde agli stimoli degli uomini ma di cui respinge i veri interrogativi. Poi appaiono le prime creature, all'inizio classiche e somiglianti alla fauna del pianeta Terra, poi sempre più bizzarre, nate dalla fantasia grottesca di un dio schizofrenico. Gea si anima di vita, vita intessuta ovviamente dai pensieri degli uomini-dei che comunicano con la matrice-creatrice della nebbia, loro sposa divina che plasma i sogni e le paure degli uomini in realtà tangibili.

L'uomo, nella sfera mitica, ha sempre fatto una scalata verso un miglioramento. Nel mondo greco tale salto in avanti si attua grazie alla ribellione di Prometeo, nella narrazione biblica si compie con la cacciata dal paradiso e con la costruzione della civiltà umana tramite il sudore e il dolore. Ora gli uomini non devono rubare il fuoco o arare la terra, sono molto più forti di Prometeo e Adamo, sono demiurghi del loro stesso mondo. Sono anche archetipi, il tecnocrate è la manifestazione del progresso tecno-materiale, l'astronauta è il guerriero avventuriero, colui che difende la comunità, il poeta Gaz è la traduzione futuristica degli istinti panici e satireschi, un attore priapesco del più primordiale degli istinti sessuali. Sua è la mente fantasiosa che partorisce creature simili ad incubi di carne e ossa.

Non è un caso che gli stessi dei ellenici nacquero da Gaia, come canta Esiodo, e da Urano “stellato” (figlio egli stesso di Gea), due divinità fecondatrici. Gli Henneberg, legatissimi alla classicità, proiettano i loro protagonisti su una nuova Gea che ospita un cielo nebbioso ed etereo, un secondo Urano. Ben prima della creazione esiodea-henneberghiana fu il caos a serpeggiare negli interrogativi della creazione, per esempio la guerra planetaria che costò la Terra agli esuli e alla confusione pre-olimpica in Grecia.

I tre uomini-dei ovviamente capirono il nesso tra il loro pensiero e la volontà creatrice della nebbia e così iniziarono ad usare il fenomeno a loro vantaggio, apparvero le prime comunità di umani, primitivi e bestiali (da istruire e comandare) mentre la mente di Gaz portava alla vita sempre più mostri simili ad orrori degni di Bosch.

Pierre-Paul Prud'hon, La Justice et la Vengeance divine poursuivant le Crime, olio su tela (244 x 294 cm), Musée du Louvre, Parigi; foto Web Gallery of Art

Nella Teogonia di Esiodo nasce Nemesi, la sciagura degli uomini mortali, de facto così accorrono su Gea i predatori carnivori da usare contro i placidi umanoidi fedeli agli altri uomini più razionali. Gaz è un nuovo Dioniso e allo stesso tempo la porta del Tartaro, lui è potenza creatrice e distruttrice, la sua poesia nichilista si concretizza nel matrimonio del cielo e dell'inferno, di blakiana memoria.

Il romanzo ovviamente giunge ad un punto dove la ratio deve battere la potenza impulsiva-primordiale della poesia maledetta di Gaz, un nuova scalata verso l'Olimpo per regnare su Gea. I parallelismi con il mito greco sono tanti, densi ed evocativi. Non è un caso che Nathalie Novokovsky sia così legata alla cultura greca, le sue origini sono intrecciate profondamente con quella oscura e antica Colchide patria di Medea, poiché nata nel Caucaso. Terra mitica e culla di leggende. Allo stesso modo nel romanzo sentiamo i sortilegi di una Medea-Nebbia controllare le azioni degli uomini, il fato di questi piccoli “dei” che non riescono a reggere il potere. Poi arrivano delle strane lucertole, e tutte le nostre certezze vanno alla malora.

Queste lucertole senzienti e capaci di dialogare sono i discendenti degli esseri umani, Gea non è Gea, ma la Terra. I tre esuli non si sono mossi di un millimetro nello spazio ma solo nel tempo e stanno assistendo a un nuovo ciclo evoluzionistico della Terra. Quelle lucertole verdognole sono le audaci testimoni di eventi cataclismatici e apocalittici, figlie delle armi radioattive e di una evoluzione coatta che le ha plasmate in maniera tale da sopravvivere ai nefasti avvenimenti del “passato-futuro”. Se nell'opus di Weird Tales, celebre rivista pulp di opere fantastiche e non, autori come Howard, Lovecraft e Smith videro sempre nel passato umano un'antichissima razza di rettiliani gli Henneberg ribaltano il tropo e trasformano l'umanità stessa in una razza lovecraftiana.

Frederick Sandys, Medea, Google Cultural Institute

Come Medea la fantasia di Novokovsky è incontrollabile e non riusciamo a comprendere tanti “perché”, ma non importa perché riusciamo ad assaporare una profezia del nostro futuro mascherata da mito greco ed è sicuramente un traguardo eccezionale della scrittrice franco-caucasica (mi soffermo molto su di lei perché il marito ha sempre ricoperto un ruolo “secondario” nella stesura dei romanzi). L'ibridazione fantascientifica-mitologica è riuscita in una maniera così forte e pregnante che ci catapulta realmente in una Gea “aliena” e ammantata dal fantastico, che ingenuamente non riconosciamo come la nostra Terra perché rinneghiamo (a torto) la stupidità umana come prima nemesi dell'umanità stessa. Così seppur con una narrazione visionaria, simbolica, archetipica e onirica la fantascienza degli Henneberg non si allontana dalla sofisticata letteratura francese di natura sociale, soprattutto da quel sentimento del dopo-bomba che dilaga in tutti gli scritti degli intellettuali europei (e anche giapponesi!). “La nascita degli dei” perciò non merita assolutamente l'etichetta, sempre scomoda, di mera letteratura di intrattenimento perché risplende come una profezia antica per il nostro futuro, perfettamente allineata con i progetti di rinascita e di ricostruzione di una Gea-Terra dopo la catastrofe bellica.

Allo stesso modo il poeta-tiranno Gaz è un termine di paragone mitologico-futuristico dei totalitarismi della seconda guerra mondiale, non uomo razionale spinto verso la creazione di una nuova Gea ma attore nichilistico di una “cangiante” distruzione volta solo a far ricordare il “distruttore”. Ovviamente lascio al lettore con chi paragonare Gaz.

Perciò gli Henneberg sono i fautori di una Teogonia della fantascienza, costruita con la bellezza esiodea e gli insegnamenti di un futuro primordiale.

nascita dei Teogonia
La Nebulosa di Orione. Foto di WikiImages da Pixabay

Notte Saffo Luigi De Luca

La notte è al mezzo; e io...

«Tramontata è la luna, / e tramontate le Pleiadi; la notte / è al mezzo; l’ora ormai è trascorsa / e io dormo sola»: con questi versi entrati nel mito, Saffo ha celebrato in un afflato immortale la mezzanotte come il tempo della poesia; nell’impermanenza delle ore che scorrono, solo chi è disposto ad ascoltarsi riesce a cogliere l’intensità dell’istante d’ispirazione e a concentrare, nell’attimo di solitudine, l’autenticità del proprio sentire.

I Greci, che impararono a dare un nome alle proprie paure per arginarle, venerarono la tenebra come una divinità ancestrale e la chiamarono Notte per distinguerla dal fratello Erebo, che indicava il buio eterno, quello degli inferi, che imprigionò in un’oscurità senza scampo l’eterea Euridice e fece risaltare per sempre, ma invano, l’intima luce di quella creatura diafana. Al contrario le ombre della sera sono circoscritte a un periodo limitato, poiché, in quell’alternarsi ciclico che scandisce il tempo dell’universo, dovranno presto lasciar spazio al chiarore. Non è un caso che la fervida immaginazione degli antichi abbia voluto che la Notte fosse madre di Etere, il bagliore puro, e di Emera, il giorno, quasi a significare che persino le parentesi più cupe sono capaci di generare una scintilla di splendore.

Paradigmatici sono alcuni momenti del mito immersi in un’atmosfera notturna: l’Agamennone di Eschilo si apre nel buio fitto del cielo di Argo, rischiarato soltanto dalle stelle sovrane di luce, unico sollievo per la sentinella che dalla torre della reggia scruta l’orizzonte, in attesa di un segnale che annunci la vittoria e il ritorno del re. Il fatto che il lungo monologo della guardia abbondi di immagini riconducibili al tema dell’oscurità, contrapposte sapientemente a quelle afferenti all’idea del luminoso, si spiega con una questione legata alla scena teatrale: nell’Atene del V secolo a.C., gli agoni drammatici avevano luogo in pieno giorno, fino al tramonto, quindi la notte veniva evocata attraverso la parola; solo in questo modo gli spettatori potevano distinguere il tempo reale dal tempo scenico. Un risvolto comico di questa circostanza si ha nel teatro shakespeariano, in particolare nel Sogno di una notte di mezza estate: quando gli artigiani rappresentano una versione goffa della tragedia di Piramo e Tisbe, uno di loro addirittura interpreta il ruolo del ‘chiaro di luna’.

Tuttavia è opportuno sottolineare che la tenebra richiamata nella tragedia eschilea va ben oltre la convenzione scenica stipulata tra drammaturgo e pubblico, caricandosi in effetti di pregnanti significati simbolici: le fiamme che d’improvviso lampeggiano – in una scenografica staffetta ideata da Clitemnestra per venire a conoscenza del trionfo degli Achei nell’arco di una sola notte – sono emblema della crepitante insurrezione che si prepara nella casa reale; se per la sentinella esse proclamano la pace e l’auspicato ritorno all’ordine, per il «cuore di donna che da uomo decide» (con quest’espressione viene definita l’adultera moglie di Agamennone che si macchierà d’omicidio) esse danno l’allarme per il tumulto che da lì in poi agiterà gli animi e sconvolgerà il sonno con macabri incubi.

È senz’altro significativo che, nella rilettura novecentesca del mito atride ad opera del poeta greco Ghiannis Ritsos, l’atmosfera lugubre che grava sulla reggia sia riscattata dalla levità della luna, onnipresente nei monologhi dei protagonisti, per conferire uno slancio di sogno e bellezza alla mediocrità di un dramma che nel relativismo del secolo breve non può più dirsi tragedia. Così accade che la sua Crisotemi ancora bambina giochi a rincorrersi con la bianca Selene («Faccia a faccia, noi due. La sua guancia fresca / sulla mia guancia; e il suo sorriso pieno – glielo strappavo e via di corsa»), suscitando la glaciale disapprovazione della madre, Clitemnestra: «Stupida, non crescerai mai». Chi è abituato ad abitare il nero, non sa rassegnarsi a immaginare squarci di luminosità.

Ambiguità e doppiezza caratterizzano dunque la notte di Argo, quella in cui la ferocia prende il sopravvento sulla civiltà. Barbara è però anche la tenebra della Colchide, nel cui arco solenne Medea consuma i suoi terribili sortilegi. Nell’inno magico che la donna volitiva celebra all’interno delle Metamorfosi di Ovidio, la prima divinità a essere chiamata all’appello è appunto la Nox, definita come l’amica fidata dei misteri. Se è vero che ne La Tempesta, celebre play shakespeariano, Prospero, il protagonista, pronunciando la sua abiura alla rozza magia, ricalca alla lettera (rovesciandola) l’invocazione della Medea ovidiana, non deve tuttavia stupire la mancata menzione della notte nella riscrittura inglese: il demiurgo seicentesco non ha infatti bisogno di agire nelle tenebre, dal momento che adopera la magia bianca, a differenza della strega del mito che, per realizzare i suoi scopi, non esita a ricorrere alle arti oscure.

In preda a una passione che ignora i vincoli sociali, la straniera Medea non teme di attraversare il buio dei suoi tormenti laceranti e, al termine della notte madre del crimine più turpe, a bordo del carro del Sole ascenderà finalmente alla sfolgorante dimensione del mito.

Notte Saffo Luigi De Luca
Luigi De Luca (Naples 1857 - Naples 1938), Sappho. Foto di Carlo Raso

Questo articolo è comparso originariamente sulla rivista Midnight.


Prima nazionale "Me dea - Variazione sul mito" Con Maria Rosaria Omaggio. 30 e 31 Luglio

TEATRI DI PIETRA LAZIO

XVI EDIZIONE

PRIMA NAZIONALE

Compagnia Teatro di Castalia

Presenta

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ME DEA - VARIAZIONE SUL MITO

di Maurizio Donadoni

con Maria Rosaria Omaggio, Maurizio Donadoni

e Hal Yamanouchi

scene Miae Kim

costumi Annalisa Di Piero

foto Gian Marco Chieregato

produzione associazione culturale TEATRO DI CASTALIA

organizzazione Aurelio Gatti

30 LUGLIO 2015 - ANFITEATRO DI SUTRI

31 LUGLIO 2015 - AREA ARCHEOLOGICA

ARCO DI MALBORGHETTO

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Medea al Colosseo

15 Luglio 2015

MEDEA AL COLOSSEO

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Con Medea di Seneca si apre una nuova stagione per il Colosseo come luogo di spettacolo. Originariamente pensato come arena per i gladiatori e per i ludi venatori, negli ultimi 15 anni l’Anfiteatro Flavio è stato occasionalmente palcoscenico per spettacoli teatrali, di danza e concerti, ma oggi sfida il sistema mediatico globale 2.0 diventando la scenografia che accoglie la tragedia di Medea, nella versione scritta da Seneca portata in scena dal regista Paolo Magelli.
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