Quando il cielo cadde: la strage di Rignano nelle opere di Lorenza Mazzetti

Quando il cielo cadde:

la strage di Rignano nelle opere di Lorenza Mazzetti

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

Il Giorno della Memoria ha il triste compito di perpetuare negli anni il ricordo delle pagine più angosciose della storia umana: il fatto stesso che ciò sia necessario dovrebbe portarci quantomeno a riflettere sugli errori del passato, perché non si ripetano mai più. La maggior parte di noi associa questa giornata alle sconvolgenti immagini di Auschwitz e Theresienstadt, al rastrellamento dei ghetti, alla questione ebraica in generale; tuttavia è bene ricordare che questi terribili avvenimenti sono solo l'apice di un vortice di sangue e follia che trova la sua origine nella discriminazione sociale, e più in generale nell'irrazionalità dell'animo umano. Molti avvenimenti, come l'eccidio di Sant'Anna di Stazzema e la strage del Duomo di san Miniato, sono tuttora privi di spiegazione, se anche una spiegazione dovesse servire; altri sono invece stati praticamente dimenticati, e sopravvivono solo nella memoria e nelle parole di chi, suo malgrado, ha dovuto esserne testimone.

Nel suo trascorrere impietoso, il tempo ha spento molte di queste voci: tra le altre, abbiamo di recente perduto Lorenza Mazzetti, scomparsa il 4 gennaio 2020 all'età di 92 anni. Fine intellettuale dalla mente poliedrica, versata in molte arti quali la pittura e la cinematografia, la si ricorda soprattutto come autrice di una serie di libri che lei stessa definiva “una biografia a tappe”, i quali ripercorrono i suoi anni d'infanzia e adolescenza, imperniati attorno a un drammatico evento: lo sterminio della sua famiglia a opera della Wehrmacht.

L'alba nella campagna a Rignano sull'Arno. Foto di Anna Massini, CC BY-SA 4.0

La zia paterna di Lorenza Mazzetti, Cesarina, era sposata con Robert, cugino dello scienziato Albert Einstein, col quale condivideva il cognome e la nazionalità; fu a loro che il padre, rimasto vedovo, affidò Lorenza e la sua gemella Paola, poco più che bambine: le due furono accolte nella villa degli Einstein a Rignano sull'Arno, nelle campagne intorno a Firenze. Il 3 agosto del 1944, dopo mesi di intensa attività bellica nella zona, un plotone delle SS fece irruzione nella villa degli Einstein e fucilò Cesarina e le sue figlie, per poi dar fuoco alla villa. Il rapporto delle SS giustificava l'eccidio indicando le vittime come giudei, ma ciò non era vero: l'unico di religione ebraica era Robert, che al momento dell'assalto era già fuggito da diversi giorni; sua moglie e le figlie erano invece cristiane cattoliche. Con ogni probabilità l'eccidio doveva servire da avvertimento per Albert Einstein, colpevole di collaborazionismo con gli alleati: questo spiegherebbe perché fu sterminato solo il nucleo familiare a lui direttamente collegato, mentre altri membri della famiglia furono risparmiati. Per crudele ironia tra i superstiti ci fu lo stesso Robert, ma il dolore per la perdita della sua famiglia lo portò a togliersi la vita pochi mesi dopo.

Lorenza Mazzetti Rignano
Lorenza Mazzetti, testimone della strage di Rignano. Foto di Tommaso Guarducci, in pubblico dominio

Lorenza Mazzetti, che insieme a sua sorella Paola fu testimone diretta della strage, per molti anni tentò di soffocarne il tragico ricordo: dopo la Seconda Guerra Mondiale si trasferì in Inghilterra e si interessò alla cinematografia, diventando in breve tempo acclamata regista di cortometraggi. Sul finire degli anni '50 tornò in Italia per quello che credeva sarebbe stato un breve periodo di vacanza: invece la memoria di quanto accaduto a Rignano la travolse nuovamente, causandole una lunga crisi depressiva. Forse anche per esorcizzare i fantasmi del suo passato, ella decise di restare nel suo Paese e tradurre i propri ricordi in un'opera letteraria; decise tuttavia che, a fronte di una totale aderenza alla realtà dei fatti, in vista di un'eventuale pubblicazione avrebbe adottato uno stile parzialmente romanzato, cambiando inoltre tutti i nomi dei protagonisti: diede a sé stessa il nome Penny e Paola divenne Baby; zia Cesarina fu ribattezzata Katchen e Robert fu cambiato in Wilhelm, mantenendo però il cognome Einstein, quasi a voler rimarcare il vergognoso e arbitrario collegamento che aveva causato la strage.

Il risultato fu sorprendente: Il cielo cade, uscito nel 1961 per i tipi di Garzanti, presentava una prosa cruda, essenziale, perfettamente bilanciata tra le suggestioni dell'età infantile e gli orrori inspiegabili della guerra. A questo romanzo ne seguirono altri due, Con rabbia (1963) e Uccidi il padre e la madre (1969, noto anche col titolo Mi può prestare la sua pistola per favore?), nei quali la Mazzetti narrò gli anni successivi alla strage di Rignano, ponendo particolare accento su una domanda: come tramandare il ricordo di questo tremendo avvenimento? Questione non da poco, in effetti: ai tempi in cui lei scriveva l'eccidio era caduto in un silenzioso e imperdonabile oblio, dal quale sarebbe uscito solo in tempi recenti. In seguito alla scoperta dell'Armadio della Vergogna, avvenuta esattamente sessant'anni dopo la strage, è stato possibile fare un po' di luce su moventi e dinamiche; molte cose restano però da chiarire, come ad esempio i nomi degli esecutori materiali della fucilazione.

Fino all'ultimo giorno della sua vita, Lorenza Mazzetti non ha cessato di battersi perché la sua famiglia ottenesse giustizia: la sua voce non è rimasta inascoltata, visto che le sue opere godono tuttora di grande diffusione. Il cielo cade, attualmente ristampato da Sellerio, nel 2000 è diventato un film diretto dai fratelli Frazzi, con Isabella Rossellini nel ruolo di Katchen e Jeroen Krabb in quello di Wilhelm; gli altri due libri della trilogia sono invece stati ripubblicati dalla Nave di Teseo. In essi, Lorenza Mazzetti affronta tra l'altro tematiche molto forti come la rabbia di fronte alla propria impotenza, il desiderio di vendetta, la difficoltà nell'elaborazione di un lutto inspiegabile: tutte sensazioni che nel Giorno della Memoria (ma non solo) dovrebbero essere universalmente condivise. È il potere della letteratura che si fa veicolo di ricordo.

il cielo cade Lorenza Mazzetti
La strage di Rignano al centro del libro Il cielo cade di Lorenza Mazzetti, qui nell'edizione Sellerio (2002)

L'amante del vulcano, storie settecentesche all'ombra del Vesuvio

L'amante del vulcano di Susan Sontag (Edizioni Nottetempo, Milano, 2020), pubblicato per la prima volta nel 1992 negli Stati Uniti, è giunto in Italia nel 1995, edito da Mondadori e tradotto da Paolo Dilonardo.

L’autrice statunitense, filosofa e storica, docente universitaria e prolifica scrittrice, riflette in questo romanzo i diversi ambiti dei suoi interessi, delle sue conoscenze e, forse, anche delle sue travagliate esperienze di vita.

L'amante del vulcano è un romanzo storico che racchiude al suo interno molteplici tematiche, così come molteplici si rivelano, anche, i punti di vista attraverso cui avviene la narrazione.

amante del vulcano L'amante del vulcano romanzo storico di Susan Sontag
L'amante del vulcano, romanzo storico di Susan Sontag, Edizioni Nottetempo (2020). Foto di Annapaola Digiuseppe.

Protagonisti del romanzo, ambientato nel Regno di Napoli alla fine del Settecento, sono i celebri personaggi coinvolti in quello che oggi definiremmo un sexgate, ossia uno scandalo a sfondo sessuale riguardante uomini politici. I loro nomi, passati indelebilmente alla storia, pur con implicazioni ben differenti, sono quelli di Sir William Hamilton, Emma Hart e Horatio Nelson.

Nelle pagine del romanzo, tuttavia, Susan Sontag si riferirà a loro quasi esclusivamente attraverso appellativi: Lord Hamilton, quindi, è “il Cavaliere”; Emma Hart è, all’inizio, semplicemente “la ragazza”, poi “la moglie del Cavaliere”; l’ammiraglio Nelson è “l’eroe”.Leggere di più


Il mio nome è Mostro Katie Hale

Il mio nome è mostro: intervista a Katie Hale

Il mio nome è mostro, un romanzo pandemico e femminista - Intervista a Katie Hale

Una trama cesellata nella disperazione e nella desolazione, così appare il gioiello arido di Katie Hale, Il mio nome è Mostro. Un futuro sconfitto dall'epidemia e dalle guerre, è il palcoscenico post apocalittico nel quale compie il suo viaggio di sangue e caligine l'ultimo essere umano sopravvissuto: una giovane donna. Gli stereotipi del genere vengono ribaltati o epurati. Nessuna evoluzione fantastica o incubi lovecraftiani, il mondo dipinto dall'angosciante penna della Hale è la nostra Terra, nel suo crudo realismo, nelle sue verità disincantate. Morte, fame, dolore, il vuoto tutto intorno. Mostro, questo è il nome della sopravvissuta, arranca in una catastrofe personale che si fonde all'apocalisse. Ma un giorno incontra una bambina. Una creatura debole e primitiva, eppure l'unica che ha incontrato nel Nord.

La chiamerà proprio Mostro. Mentre lei sarà la Madre. Dio ha cacciato gli uomini dal paradiso terrestre, Eva non ha visto Adamo. Eva sopravvive con i mostri, i mostri sono forti e non hanno bisogno di dio. Una sofferta Genesi biblica, controcanto della Creazione. Questa la storia che ho assaporato con la sofferenza a languire nel mio corpo. Flashback puntuali modellano il passato dei Mostri, pallide creature assediate dalla società e dalla famiglia. Raffinata ricostruzione di una biografia della malinconia, il dolore come strumento narrativo. Il mio nome è Mostro è una storia potente, uterina, femminista, ma non ricca di falsa retorica. È una ferita che perde pus e sangue. Come un parto difficile. Sullo sfondo di un cielo perennemente assediato dal vuoto della morte una ragazzina e una madre riscoprono cosa significa essere vive, nonostante la fine del mondo. Un romanzo mostruoso, che insegna che la parola "mostro" deriva dal latino, dove indica anche un Prodigio, meraviglia del non-creato.

Con una prosa funambolica che oscilla pericolosamente tra il lirismo evocativo e la grezza rappresentazione visiva, mi sono innamorato di un'esordiente brillante.

Ringraziamo Katie Hale, autrice del romanzo Il mio nome è Mostro, per aver risposto alle domande di ClassiCult.

Il mio nome è Mostro Katie Hale
Katie Hale. Credits Phil Rigby

 

 

Hai sensibilmente cambiato uno stereotipo del genere post-apocalittico, ovvero, hai scritto un “last woman novel” invece di un “last man novel”. Apprezzo molto la tua scrittura, la tua visione del mondo e il tuo lirismo crudo. Volevi scrivere la tua personale (e biografica) apocalisse invece di una catastrofe prevedibile?

Penso che siamo così abituati a film in cui l’unico sopravvissuto è un uomo iper-mascolino, che di solito sopravvive attraverso atti di violenza, quella brutalità che è diventata parte della nostra comprensione culturale di cosa significa sopravvivere. Volevo capovolgerlo – perché mentre Monster non ha paura di usare la violenza se necessario, quello che le permette di sopravvivere è la sua praticità e il suo pragmatismo, insieme al suo allontanamento dalle altre persone. Volevo esplorare quello che diventa importante alla nostra sopravvivenza e successo, una volta che quelle strutture di potere dominate dagli uomini non esistono più: indipendenza, perseveranza, l’abilità di far crescere le cose.

Albrecht Dürer, I quattro Cavalieri, incisione (circa 1496/1498). Foto National Gallery of Art [Open Access Policy] Ferdinand Lammot Belin Fund and William Nelson Cromwell Fund, CC0

L’epidemia nel tuo romanzo rimane un elemento di sfondo disturbante. Leggere quest’opera durante la pandemia è stata un’esperienza davvero potente, pensi di essere stata un po’ profetica?

Spero di non aver accidentalmente richiamato la pandemia in qualche modo! Ma penso che tutti gli elementi per il declino dell’umanità siano già presenti nella nostra società. Ne siamo consapevoli (cambiamento climatico, malattie, batteri resistenti agli antibiotici, la minaccia di una guerra nucleare) ma il più delle volte guardiamo altrove. Ma parte del ruolo dello scrittore è di esplorare non solo i singoli personaggi e i loro difetti, ma anche guardare alle nostre colpe come specie: come quelle mancanze risiedono accanto ai nostri amori, gioie e relazioni personali, e come navighiamo nel nostro stesso futuro, o nella mancanza di esso.

Niente mostri o strane presente, nessun incubo. Puro realismo sospeso in una terra desolata contemporanea. Qual è la tua relazione con gli elementi soprannaturali della letteratura?

Per me, il soprannaturale è qualcosa che esiste dentro tutti noi. È nelle storie che raccontiamo nelle notti buie – sia per spaventare che per confortare noi stessi. È parte del linguaggio che usiamo per relazionarci con gli altri, per dare senso alla nostra esperienza comune come specie umana. Quindi persino quando non vi è un elemento esplicitamente soprannaturale, come in My Name is Monster, penso ci sia qualcosa di soprannaturale – qualcosa di quasi misterioso – nel modo in cui entriamo in contatto gli uni con gli altri.

Il mio nome è Mostro Katie Hale
La copertina della prima edizione italiana del romanzo distopico Il mio nome è Mostro, di Katie Hale, pubblicato da Liberilibri (2020) nella traduzione di Carla Maggiori

Quanto è importante essere un mostro? Quanto è importante essere una madre?

Entrambe le identità riguardano diverse visioni di cosa significa essere una donna, e differenti aspettative del ruolo della donna nella società. Spesso sono presentati come archetipi binari: le donne possono essere sia ‘soft’ e materne, o possono adottare tratti ‘mascolini’ e pensare solo alla carriera – un mostro di ‘successo’. Sono dei binari che esistono nelle fiabe (le splendide principesse contro le streghe malvage) – ma le fiabe sono state tradizionalmente usate come meccanismo per controllare il comportamento delle donne, e nel mondo reale le figura del ‘mostro’ e della ‘madre’ non sono binarie quanto il genere stesso. In My Name is Monster, ‘monster’ arriva a rappresentare il sopravvissuto solitario e indipendente, mentre ‘mother’ riguarda la creazione di relazioni interpersonali di cui abbiamo bisogno per poter sopravvivere emotivamente. Per me, personalmente, sono entrambi elementi necessari per orientarsi nella vita e in tutte le sue difficoltà – come confermato dall’attuale pandemia.

Per contrasti o somiglianze mi hai ricordato vari scrittori, persino alcuni poeti. Chi sono i tuoi mentori o la tua fonte di ispirazione?

In apparenza, My Name is Monster è una rivisitazione di Robinson Crusoe e Frankenstein, quindi è giusto dire che entrambi i libri hanno avuto un’enorme influenza nella scrittura di questo particolare romanzo. Ma sono anche influenzata in modo più ampio da numerosi altri scrittori, inclusi poetesse come Fiona Benson e Liz Berry, entrambe molto interessanti quando si tratta di narrare l’esperienza femminile e rivisitare storie di racconti popolari e mitologici.

Parliamo del tuo stile di scrittura. Spesso molto evocativo, delicato, in altri momenti invece c’è molto dolore, malinconia e smarrimento. Mi piace il tuo stile, è una prosa emozionante. Tu che ne pensi?

Scrivo poesie oltre che narrativa, quindi spero che lo stile del romanzo rifletta alcune di quelle. Il romanzo tratta ampiamente anche il linguaggio, chi può controllarlo e sul potere che il linguaggio ci dà. Il linguaggio può essere usato come strumento di oppressione ma può anche essere sovversivo. Attraverso i diversi approcci di Madre e Mostro al linguaggio, e attraverso le loro diverse voci, ho voluto esplorare come il linguaggio può essere qualcosa di bello e potente, come possiamo perderci in esso e tuttavia usarlo come mezzo di scoperta. Spero che tutto questo sia presente nello stile del romanzo così come nel suo contenuto.

Madri e figli. Volevi scrivere in una Genesi biblica? Una metafora apocalittica di come Eva non ha bisogno di nessun Dio ma di qualcosa per cui combattere?

È interessante che tu abbia scelto l’esempio di Eva e Dio come creato e creatore – specialmente perché in questo caso, semmai, è Adamo quello di cui Eva non ha bisogno, non Dio. Ma quando stavo pensando al ruolo del creatore, stavo pensando più al personaggio di Victor Frankenstein e alla creatura che ha creato (o, come è conosciuto dalla pubblicazione del libro, il ‘mostro’). C'è qualcosa di veramente interessante nel romanzo di Shelley, in cui il personaggio di Frankenstein viene rivelato e sviluppato attraverso le sue risposte alla creatura che ha creato; in altre parole, la creatura creata a sua volta diventa una specie di creatore. È qualcosa che penso ogni genitore abbia sperimentato: come nel crescere un figlio, tu stesso vieni cambiato dalle risposte di quel bambino al mondo. Semmai, la genesi di My Name is Monster è circolare, di creato e creatore in costante simbiosi.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Tutto il tempo del mondo Michael Girst

Ti prego, solo un altro minuto

Recensione del libro di Thomas Girst, Tutto il tempo del mondo

Forse non c’è più tempo. Se solo lo avessi detto, fatto, pensato prima. Sono tanti i se che hanno il potere di suscitare nel nostro Io più profondo un pathos sincero, fatto di autentico smarrimento e malinconia. Sono le possibilità a cui ci aggrappiamo quando tutto sembra scivolarci dalle mani, infiltrarsi nella pelle; probabilità di un tempo condensato che non fu mai ma che avrebbe potuto, che crediamo ci avrebbe cambiati e a cui avremmo resistito con forza e generosità. Di fatto, un tempo che non conosciamo, che ci è ignaro e al quale neanche volendo potremmo dare ascolto.

Thomas Girst, manager culturale di BMW, ha scritto un libro per add editore intitolato proprio Tutto il tempo del mondo dedicato a questo continuo inseguire.

Copertina del libro di Thomas Girst, Tutto il tempo del mondo, add editore (2020), con traduzione di Daniela Idra e illustrazione di copertina di Marta Giunipero, pp. 192, Euro 16

Un libro compiuto che cerca l’incompiuto e qualunque altra opera che al tempo è riuscita con creatività e ingegno a resistere e ad esistere ancora. Un libro che fosse un aiuto per sé stesso, come ammette nella prefazione. “Un aiuto in un mondo in cui il brutto, a quanto pare, si sta diffondendo sempre più rapidamente e il bello sembra aver bisogno di protezione”, scrive nell’anticipare i suoi ventotto racconti. I personaggi non seguono un filo lineare né geografico, Girst riesce a far dialogare Shakespeare con Dostoevskij mentre poche parole più in là cita Google, la salvaguardia dell’ambiente, la guerra in Vietnam. È un saliscendi attraverso la storia e le storie di tanti che come noi ogni giorno tentano di superare il presente. Con un po' di pazienza troviamo Proust, gli antichi Egizi, Borges e poi ci sono gli incompiuti che hanno lasciato dietro di sé più di qualche ombra come Michelangelo, Tiziano, Rodin, Balzac.

“Le cose buone richiedono tempo, si sa” scrive ancora. Le frasi che leggiamo possano trovarsi al confine proprio mentre il tempo passa per scorgere le variazioni, per ammirarle o impedirle. Solo in 639 anni l’opera di John Cage smetterà di suonare, esempio virtuoso che comporta l’infinito per essere compreso da tutti anche se ognuno ne ascolterà solo una parte.

Quelli che Girst propone sono viaggi piccoli ma distesi che esigono di essere accolti per recuperare quel valore che nel tempo sappiamo aver sempre avuto e che con il tempo hanno tuttavia perduto.

Thomas Girst, Tutto il tempo del mondo, add editore 2020, pp. 192, Euro 16.

Foto di Arek Socha

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Quando all'Autogrill si fa il pieno di storia

Michele Lamacchia è uno che con le parole ci sa fare. D'altronde a cercarlo sul web si trova come Le parole creano mondi, parla di libri e di scrittura sul suo blog, sul suo profilo Instagram e pure su quello Facebook.

Michele Lamacchia, se vai a leggerti la sua biografia, scopri che ha fatto anche lo sceneggiatore, e quando apri Autogrill si capisce subito, perché pare di trovarsi davanti una sceneggiatura di quelle corali, difficili da scrivere. Lo so perché io le sceneggiature corali volevo scriverle ma non sono mai stata capace di farlo.

Autogrill Michele Lamacchia
La copertina del romanzo di Michele Lamacchia, Autogrill. La straordinaria storia di Rocco Pantano. Foto di Giuliana Dea

Lui sì. Prende personaggi uno peggio dell'altro, con vite che sguazzano letteralmente nel fango, li piazza in un posto che è maledetto, e non scherzo, perché in una digressione ti racconta la maledizione, sacrosanta, che ricade sugli ascendenti della famiglia Pantano, fino ad arrivare a Rocco, il filo conduttore di tutta la storia.

La maledizione viene scagliata da una donna, trattata da strega come succede alle donne troppo forti da che mondo è mondo. Invece è solo una donna che rifiuta un uomo. Come nella miglior tradizione.

Allora qui abbiamo un altro elemento. Un romanzo dove gli uomini fanno profondamente schifo, le donne anche ma sono il prodotto della cultura degli uomini, e forse possiamo anche capirle di più, un posto dimenticato da tutto e tutti dove può capitare la qualunque sotto il tuo naso, e dove abbiamo un unico personaggio a cui possiamo voler bene senza remore.

Benedetto. Il ragazzino ingenuo. Così ingenuo che probabilmente non capisce fino in fondo neanche dopo i titoli di coda, cioè, volevo dire, la fine del racconto, cosa è successo davvero.

Perché non ha addosso tutta la melma che si portano dietro le decine di personaggi adulti corrotti che gli stanno intorno.

L'Autore di Autogrill nella ridente località di Carino (per gentile concessione di Michele Lamacchia)

Ci sono salti temporali, in questa storia. Si va dall'ottocento dell'unità d'Italia, che poi non ha unito granché visto che qui in questo paese della Lucania pare non essere mai stata recepita, alla seconda guerra mondiale, agli anni '60 delle speculazioni edilizie, al terremoto in Irpinia, allo sconquasso del 1994, quando finisce di fatto la prima Repubblica e pure la nostra storia.

Si passa attraverso la storia d'Italia che non raccontano mai. Quella di un sud dimenticato dagli uomini, e pure un po' da Dio, anche se Dio pare essere presente lo stesso, con un senso dell'umorismo carogna.

Si fa un po' di fatica, a stare dietro a tutti. Bisogna armarsi di un po' di pazienza, anche per capire il lucano che compare a tradimento e che non è appannaggio di chiunque.

Sempre l'Autore nella ridente località (per gentile concessione di Michele Lamacchia)

Ma una volta superato questo primo impatto resta la voglia di capirli, questi personaggi che a prima vista fanno anche un po' schifo, nella loro incapacità di essere umani. Eppure dopo un po' ti accorgi che questi personaggi sono la parte peggiore di noi, quella che non abbiamo mai bisogno di tirare fuori perché alla fine le nostre vite non sono misere e possiamo sempre scegliere di essere migliori.

Qui la scelta non c'è. Non esiste umanità e non esiste redenzione.

Siamo davanti al grottesco della vita.

E ringraziamo di non esserci finiti noi, nel grottesco della vita. Perché probabilmente avremmo fatto la fine degli abitanti di Carino, che di carino non ha proprio nulla.

È un bel libro, Autogrill. Ci devi entrare, devi averne molta voglia, ma quando ci entri vuoi sapere come va a finire la storia di tutti questi personaggi che si intrecciano un po' con la storia del Paese che ci piacerebbe dimenticare ma fa parte di noi (tra l'altro ben documentata, altro pregio del bravo autore che ci sa fare con le parole: è un pignolo e fa ricerca storica, non lascia niente al caso, nemmeno Oliver Bierhoff che per chi non sa nulla di calcio sarà un nome qualunque, ma per me è parte dei ricordi di adolescenza).

Leggetelo. Poi se non vi piace potete tornare a discutere con me. O direttamente con l'autore.

Autogrill Michele Lamacchia
La copertina del romanzo di Michele Lamacchia, Autogrill. La straordinaria storia di Rocco Pantano, pubblicato da Altrimedia Edizioni nella collana i narratori

il libro della creazione Sarah Blau

L'esoterismo erotico de Il libro della creazione di Sarah Blau

La prosa di Sarah Blau è fisica, corporea, quasi anatomica fino a diventare organica. L'autrice israeliana calibra in maniera precisa e lucida, forse azzardata per alcuni suoi connazionali, una miscela alchemica dai risvolti femministi, indagatori dell'estremismo eterodosso e soprattutto grotteschi fino ad accarezzare significati esoterici.

Oltre tutto ciò la Blau sa infondere un profondo disagio nel lettore, scolpendo così un tutto tondo dei suoi personaggi che affogano in continui stati ansiogeni, a partire dalla protagonista che è vincolata alle sacre scritture della Bibbia. La Blau fa brancolare il suo personaggio principale in una vacua malinconia o in una ricerca, grottesca, di erotismo che serve a scardinare il rigido sistema patriarcale israeliano. L'autrice de Il libro della creazione intende cogliere istanze sociali del suo paese d'origine per dare al ruolo della donna un nuovo significato e per ridisegnare la mitologia ebraica e il folclore cananeo nei tempi moderni.

Sarah Blau
Sarah Blau. Foto: www.stephan-roehl.de di Heinrich-Böll-Stiftung, CC BY-SA 2.0

L'esoterismo cabalistico prende piede attraverso la creazione del golem, il costrutto argilloso che per antonomasia simboleggia il popolo ebraico, ma in questa veste inedita il golem è più un compagno di letto che il reliquiario dei nomi di Dio.  Il golem è un fragile feticcio sessuale che ottenebra le carni della protagonista, la spinge a riflettere sul suo essere donna e sulle debolezze dei dogmi religiosi e folclorici. Un sesso malato, eretico, sfacciato e ultra-carnale, così la Blau genera un erotismo esoterico che affronta ogni particella del mondo ebraico, demolendo l'interiorità della protagonista (per darle poi una nuova vita) e ogni assolutismo vigente.

 

Sarah Blau allora scrive un fantasy atipico e anticonformista nel quale l'elemento magico serve a dissacrare, a rendere affascinante e "più vera" la contemporaneità, con la lente d'ingrandimento del fantastico.

La copertina del romanzo Il libro della creazione di Sarah Blau, tradotto da Elena Loewenthal e pubblicato da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato

 

Siete pronti per una grande festa della lettura?
Da GIOVEDÌ 22 ottobre 2020 a DOMENICA 25 vi aspettiamo ONLINE su #BookPrideLink 2020!
Visitate il nostro stand virtuale e soprattutto... PRENOTATEVI per partecipare alle nostre presentazioni di questa domenica (distanziamento garantito, in attesa di poter tornare a incontrarci e dialogare fisicamente!)
Lo scrittore Marco Malvaldi dialoga con Renato de Rosa, autore di OSVALDO, L'ALGORITMO DI DIO
ore 18.00 - sulla piattaforma Book Pride Link
La libraia e lit-blogger Mariana Marenghi dialoga con Sarah Blau, autrice de IL LIBRO DELLA CREAZIONE
ore 11.30 introduzione sui canali Facebook e YouTube del Covo della Ladra - Ladra di Libri
ore 19.00 - sulla piattaforma Book Pride Link
Che cos'è Book Pride Link?
"Un tentativo di ripristinare, dopo il confinamento degli scorsi mesi, legami non solo virtuali per creare nuovi nodi che mantengano viva e fertile la connessione tra librerie indipendenti, editori indipendenti e lettori, costruita negli anni attraverso le cinque edizioni della fiera."
Noi ci siamo, e siamo pronti!
Voi ci sarete?

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Paolo Scardanelli

Intervista a Paolo Scardanelli, l'ambizioso esordio per Carbonio Editore

ClassiCult ha il piacere di ospitare l'intervista con Paolo Scardanelli, autore de  L'accordo. Era l'estate del 1979 edito dalla più che eccellente Carbonio Editore. Come già espresso nella precedente recensione al volume, il romanzo scardina le opinioni del lettore grazie a una summa narrativa metafisica e anticonformista. Il libro è il ritratto lucido e allucinato di un'Italia che si tende a dimenticare, il racconto struggente e malinconico di un'amicizia che si inerpica sulle pendici quasi mitiche dell'Etna. Il mondo di Scardanelli vacilla su orbite dimenticate, quasi sprofondando nel non-tempo.

Copertina del romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979. Carbonio Editore

 

Perché gli anni '70, perché una storia d'amicizia nell'Italia di quegli anni?

Perché in quegli anni affondano le radici di una crescita personale e collettiva a un tempo; sono anni di profonda introspezione ai quali dobbiamo più di ciò che crediamo: il mondo come noi lo vediamo oggi è in qualche misura figlio di quel sentire e di quel guardare alle cose, alla vita, alle persone. L’amicizia, in quegli anni in cui il personale ha provato a diventare collettivo, ha legato i due personaggi, Paolo e Andrea, accomunandoli in un sentire differente ma analogo; insieme essi ricercano, ciascuno per la propria via, il senso profondo delle cose e dei fatti che esso mondo sembra nascondere agli occhi dei più. La storia della loro amicizia è paradigmatica di come debba essere una vera amicizia: scevra da interessi personali e di desiderio, fondata su una elevazione di spiriti e sulla condivisione di pensieri, dubbi e dolori, anche i più atroci e profondi.

  Quanti e quali sedimenti autobiografici si susseguono all'interno del romanzo? Possiamo parlare di una geologia ontologica in continuo dialogo con l'autore?

La stratificazione delle memorie individuali e collettive porta a un tessuto profondamente connotato da materia, pensieri e opere; se potessimo tagliare verticalmente la roccia che nasconde e serba la memoria vedremmo i grumi di coscienza dei personaggi come dei fossili che racchiudono in sé il senso stesso del loro andare per il mondo. In qualche misura questa stratificazione ne costituisce la struttura personale ed esistenziale; essa dialoga con l’autore attraverso la magia della memoria e nel flusso dei pensieri e delle parole trova un senso.

Il romanzo è proteiforme, si sviluppa e si snoda in diverse direzioni. Ho apprezzato soprattutto i riferimenti culturali, musicali e filosofici. Si dovrebbe, almeno in parte in questa sede, riassumere le principali influenze e contaminazioni.

 Le principali influenze letterarie sono senz’altro Proust, relativamente alla struttura; riguardo lo stile Carlo Emilio Gadda, transitando per Manzoni e Céline. Riguardo le contaminazioni vanno ricordati in ordine sparso i film del primo Wenders e la poderosa trilogia di Edgar Reitz Heimat, la dolorosa consapevolezza di Lars von Trier così come l’eretismo di Carmelo Bene e del Milan di Arrigo Sacchi, il lucido dolore di Francis Bacon e Caravaggio; in musica: Jeff Buckley, Mahler e Beethoven, Wire e Talking Heads, Brian Eno, Isaac Hayes e Beth Orton.

Per le altre rimandiamo alla curiosità del lettore.


il ragno del tempo Maico Morellini Providence Press

Il ragno del tempo. Un romanzo da bestseller nato dalla piccola editoria

Il ragno del tempo, un'assurda trappola gotica

Maico Morellini, dal pedigree letterario indiscutibile, sigla un romanzo breve dalla struggente bellezza criptica. Soltanto rimanendo nel campo semantico del mondo enigmatico, dei giochi combinatori e delle astuzie letterarie posso parlare de Il ragno del tempo, edito da Providence Press

Un po' Clive Barker  e un po' Stephen King, ma la trappola enigmistica di Morellini ha una sua vivace personalità individuale, che magari omaggia altri maestri del genere weird e dell'orrore.  Manuel Barchi rimane invischiato in un strano lascito testamentario dello zio Ettore Barchi, il quale sente il bisogno di affidarsi a ben tre studi notarili per siglare l'eredità che consiste in una villa abbandonata tra i colli bolognesi.

Risolte le pratiche testamentarie il giovane, incuriosito dalla magmatica non-bellezza della costruzione, varca il portone della villa accompagnato dal notaio Dutto. Forze telluriche e metafisiche sembrano adombrare le pareti della casa, già trapuntate da una nebulosa di orologi, sconvolgendo le istanze realiste di questi uomini "civili". Geometrie non euclidee e sfasamenti del raziocinio risucchiano i due uomini in un mortifero other world oscuro, dove gli ingranaggi di una macchina logorante non hanno mai smesso di funzionare.

 

Due giorni dopo la scomparsa dei due uomini lo studio notarile di Dutto ingaggia la detective privata Rebecca Aimi (tale ingaggio era già stato pianificato da Dutto in caso di emergenza), con il compito tassativo di rintracciare l'anziano Elia Sarich. Quest'ultimo è un professore giramondo che vive in una casa completamente insonorizzata e posseduto da un'inspiegabile musicofobia. Tale fobia, derivativa dalle particelle sonore, mi ha scatenato un parallelismo interessante.

Il romanzo di Morellini, forse a livello inconscio, presenta una gradevole patina di Grabinsky, celebre autore di weird polacco. L'autore polacco basa  molte delle sue storie sulle fobie dell'uomo che entra nel mondo della modernità, i protagonisti di Grabinsky temono la velocità, i treni che come demoni di ferro e vapore sfidano le geografie terrestri così anche la musica moderna sembra sradicare il raziocinio da Elia Sarich; un novello satiro Marsia che ha perso la sua contesa musicale con un Apollo oscuro e si fa scorticare vivo dal ricordo di udire quella musica...

 

Scopriamo che le paure  e le idiosincrasie dell'accademico non sono del tutto infondate, poiché Sarich nel corso della sua giovinezza ha rincorso le gesta e le invenzioni di un folle geniale, Dietrich Pohl. Il misterioso erudito del XIII secolo è una figura affascinante e dannata, modellata sul celebre "inventore" del moto perpetuo Johann Orffyreus  del XVII secolo, che ha passato la vita a disseminare indizi, costruzioni, enigmi, trappole e progetti in giro per il mondo. Idee eretiche e stupefacenti ammantano la vita di Pohl e anche il destino di Sarich che lo insegue fino a perdere la ragione. Un giorno infatti, rovistando tra antichi manoscritti di Pohl, Elia Sarich trova le istruzioni per costruire un carillon, che una volta attivato distrugge le sue facoltà psichiche e lo obbliga a vivere un'esistenza senza nessuna compagnia musicale. Tranne la musica anteriore al 1300.

Il ragno del tempo
La copertina del romanzo Il ragno del tempo di Maico Morellini, pubblicato da Providence Press.

 

Il ragno del tempo di Morellini è la storia enigmatica di un'ipertrofia blasfema che sfida le convinzioni religiose, un compatto e denso mix di suggestioni psicologiche e macabre. La vera bellezza risiede nei piccoli colpi di scena disseminati lungo la narrazione e che spingono il lettore a divorare il libro fino a scoprire le inquietanti rivelazioni che si annidano tra le fondamenta della villa della famiglia Barchi.

 

In definitiva, Il ragno del tempo è un romanzo che farebbe morire d'invidia anche i più grandi autori del perturbante contemporaneo.

Per le immagini si ringrazia Providence Press.


Dal Booker allo Strega: inclusività e diversità nei premi letterari

Mentre leggevo, qualche settimana fa, i nomi dei finalisti del Booker Prize 2020, mi ha attraversata un pensiero fugace ma ben definito, quasi inevitabile: quanto deprimente può essere il confronto di questa shortlist con le cinquine dei più prestigiosi premi letterari per romanzi italiani?

premi letterari inclusività diversità
Premi letterari: a che punto siamo per inclusività e diversità? Foto di Roberta Berardi

La risposta è semplice: molto deprimente. Non perché la qualità dei libri in lingua inglese finalisti al Booker Prize sia necessariamente più alta di quella dei libri italiani selezionati dai comitati dello Strega e del Campiello – non avendoli letti tutti, non saprei come giudicare – ma per l’inquietante dominanza nei premi italiani del fenotipo scrittorio del “maschio bianco”.
Ha fatto discutere la comprensibilmente risentita reazione di Valeria Parrella, l’unica donna finalista per lo Strega, durante la sua intervista la sera della premiazione, quando ha tristemente constatato che il dibattito su movimento #MeToo e letteratura sarebbe avvenuto fra due uomini: “e lei ne vuole parlare con Augias? Auguri!”, ha detto Parrella al giornalista, esternando sentimenti comuni a molte scrittrici donne, o semplicemente a molte donne.

Il risentimento di Valeria Parrella merita di caricarsi di ulteriore significato se guardiamo ai nomi dei finalisti dei tre premi appena menzionati.

Allo Strega, su sei finalisti sei erano bianchi e cinque erano uomini. La longlist non era affatto più incoraggiante, se pensiamo che al fianco di Valeria Parrella, c’erano solo altre due donne, Marta Barone e Silvia Ballestra. Al Campiello, si è presentata una situazione analoga: ancora una volta, tutti erano bianchi, e una sola era donna. Tra l’altro, non si trattava neanche di una romanziera, ma di Patrizia Cavalli, autrice senz’altro illustre, ma tutto sommato una poetessa voltasi alla prosa solo ora, in età avanzata, come forma di autocelebrazione di un’intensa carriera. Il Booker Prize, invece, su sei finalisti, ci presenta ben quattro persone di colore, di cui solo una è un uomo. La longlist era ugualmente riccamente popolata di donne.

Se per il colore della pelle, qualcuno può semplicisticamente obiettare che in Italia la maggior parte degli scrittori sono di fatto bianchi, sulla questione di genere non ci sono scuse. Il panorama della narrativa italiana contemporanea pullula di donne, più o meno esordienti. Di scrittrici in gamba e con idee originali.
Il problema sembra presentarsi in una forma simile anche in altri premi dell’Europa continentale: in Francia, il premio Goncourt ha attualmente solo quattro donne su quindici in longlist.

Sembra che i premi letterari anglofoni abbiamo invece deciso di puntare sui principi di diversità e inclusività, in modo da assicurare che le scelte del comitato rispecchino la società multiforme che la letteratura finisce per rappresentare. Alle scelte della giuria del Booker, si affiancano quelle simili della giuria del National Book Award americano, dalla longlist estremamente variegata sia in termini di genere che di origini degli scrittori. Il Pulitzer, quest’anno, ha assegnato per la seconda volta il premio per la narrativa a Colson Whitehead, uno scrittore di colore.

È facile bollare queste scelte come banali e comode mosse commerciali. Si tratta, è vero, di scelte politiche, ma sono scelte politiche di cui è difficile negare la necessità in questo momento storico. Sono segnali, messaggi di un cambio di mentalità non solo auspicabile, ma impellente. Segnali che è giusto arrivino proprio da chi detiene il potere nell’editoria e nei media in generale. Segnali che l’Italia si ostina a voler dare solo in una forma fittizia, di facciata, quando lascia a Corrado Augias l’onere e l’onore di dibattere di scrittura al femminile, credendo così di aver archiviato il problema del politically correct, e potendo così tornare senza troppi sottili stratagemmi a premiare un uomo.

Colson Whitehead. Foto di David Shankbone, CC BY 3.0


Scardanelli accordo

Scardanelli, l'estate del nostro scontento: "L'accordo. Era l'estate del 1979"

Il dolore ci costituisce in misura maggiore di ciò che pensiamo: è la spina dorsale della consapevolezza

A ventisette anni avverto un certo timore nel parlare di un libro scritto da un autore che ha la stessa età di mio padre. Non è solo la paura di confrontarsi con qualcuno che ha più di trent'anni di te, ma la reverenza di saggiare le parole di uno spirito che ha attraversato la storia (S minuscola, perché ci sono le storie intime, gli anni del crepuscolo ideologico, le storie dimenticate).

Paolo Scardanelli L'accordo. Era l'estate del 1979 (Carbonio Editore)
La copertina del romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979pubblicato (2020) da Carbonio Editore nella collana Cielo stellato

Paolo Scardanelli è entrato a gamba tesa, sulla mia testa, in un pomeriggio di settembre, fallo tattico o irruenza agonistica non saprei dirlo, ma i segni dei suoi tacchetti semantici sono impressi, tant'è che sto scrivendo una delle rarissime recensioni a "caldo", ovvero immediatamente dopo aver concluso L'accordo. Era l'estate del 1979.

Il romanzo d'esordio di Scardanelli è un'ode dagli accordi volutamente cacofonici e melanconici:

le note dolcemente depensate, malinconiche, intensamente leggere che il grande pianista distillava riempivano l'aere, rimbalzavano su mobili e stucchi, su arredi e porte, su tappeti e divani, per finire a lambire la figura abbandonata di Andrea. (p. 187)

Un esempio della prosa ariosa e ambiziosa di Scardanelli, che evoca tempi passati e destrutturati, anzi masticati dalle fauci del crepuscolo ideologico della fine degli anni '70.  La trama riveste gli stilemi riconoscibili del romanzo d'amicizia, quello di impegno civile (chi scrive ne ha letti tanti, da Volponi a Trevisan), ma ci sono echi manganelliani dalla tetra potenza universale:

Pensa cosa sarebbe un orgiastico universo nel quale ogni atomo avesse trovato il suo battito di ciglia, il suo proprio compimento. L'apoteosi del contrario. Potrebbe davvero sostenerlo l'universo un tale impatto vitale? Non soccomberebbe  all'insensato flusso delle passioni? (p. 214, secondo me una piccola centuria di Manganelli)

Torniamo alla trama, ovvero la storia dell'amicizia tra Andrea e Paolo che viene contorta e contesa dalle potenze ctonie del tempo e del cambiamento, della sacra alterità che non si può addomesticare con nessun mezzo. Il destino di due ragazzi-uomini in continuo burn-out  ansiogeno per un futuro nebuloso, senza stelle o soli iridescenti. Eclissi totale di un'estate shakesperiana che ha il lezzo dello scontento di Riccardo III (ma salutiamo anche Steinbeck). Il De amicitia di Cicerone viene stravolto, o compreso in pieno, a voi il giudizio, di certo c'è l'esegesi modernista delle Lettere Morali a Lucilio. Ho visto tanto Seneca in questo romanzo, perché non ci sono rapporti amicali solo per fini utilitaristici (aristotelicamente parlando) ma perché l'uomo stringe legami a prescindere, c'è l'istinto verace che ottenebra i sensi fino a portare a quell'amicizia folle, tipicamente senecana, che si può chiamare amore.

https://it.wikipedia.org/wiki/Lucio_Anneo_Seneca#/media/File:Seneca-Cordoba.jpg
Statua di Seneca a Cordova, foto di Gunnar Bach Pedersen, in pubblico dominio

Scardanelli fa male, spesso ci sono fraseggi laceranti che fanno colare sangue e il pus delle infezioni dell'anima. Un romanzo che non avrebbe, secondo il mio modesto avviso, niente da invidiare ai finalisti Strega o ad altri premi. Vera letteratura del disincanto, morte precoce di qualsiasi fanciullo, imperiale decadenza delle strutture utopiche post anni '60: un mondo simile racconta Scardanelli con una prosa ampia, densa, a volte impenetrabile grazie a una linea Maginot di richiami, citazionismi e mitologemi letterari polifonici.

C'è l'Italia, patria o wasteland, terra del devasto e della fuga, culla di migrazioni omeriche e vaneggiamenti beat. Ho percepito così tanta cultura, merito di una ricchissima e bulimica prosa, che è impossibile fare una summa degli autori percepiti nel testo. In questo romanzo si passa da Bufalino a Thomas Mann, da Kerouac a Jünger, ma sempre saldamente ancorati alle "pendici dell'Etna", ultimo other world dal sapore utopico protetto dai custodi dei drammaturghi greci. Così Scardanelli, come un vero siciliota sulla piana d'Imera, difende un'identità di "sicilitudine" grazie a un mix-up platonico-pirandelliano.

https://it.wikipedia.org/wiki/Etna#/media/File:Etna_cima.JPG
La cima dell'Etna. La Sicilia è protagonista del romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979. Foto di Andrea Fontanelli, CC BY-SA 3.0

Fa male pensare a questi anni lontani dalla mia generazione, chiamiamola era della morte delle illusioni, lampante dichiarazione di fallimenti politici e individuali, l'era antropologica dei senza qualità di Robert Musil. Riassumere Scardanelli in vacue opinioni lo trovo personalmente limitante, significa raggiungere la luna per recuperare la ragione di Orlando volando su una navicella di carta. Il respiro della prosa di Scardanelli è il punto di forza del romanzo, che potrebbe prendersi il lusso di siglare una non-storia, che invece è ieratica e impervia, pericolosa e affilata così sfrontata da allontanarsi dal panorama italiano.

La "Ricerca" è l'unico romanzo che s'approssima davvero all'esistenza, consciamente ne vive i tempi e l'assoluta precarietà, che pensa e vive la vita come un eterno crepuscolo nel quale è inscritto il nostro dovere conoscitivo che, unico, ci salverà dalla dannazione.

La storia di amicizie che collimano nella totale disillusione politica, questo e  molto altro ci aspetta nel romanzo di Paolo Scardanelli, L'accordo. Era l'estate del 1979, edito da quella frizzante realtà di Carbonio Editore.

Scardanelli accordo
Foto di Sasin Tipchai

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.