Il male degli angeli Luisa Gasbarri

Il male degli angeli, un romanzo di Luisa Gasbarri

Luisa Gasbarri, Il male degli angeli, Baldini e Castoldi - recensione

Articolo a cura di Alfredo Sgroi

Il male degli angeli Luisa Gasbarri
La copertina del thriller Il male degli angeli di Luisa Gasbarri, pubblicato da Baldini+Castoldi (2020) nella collana Romanzi e racconti

Il romanzo di Luisa Gasbarri stuzzica la curiosità del lettore (e nostra) fin dal titolo: ossimorico e, se si vuole, un poco inquietante. Ed enigmatico. In che senso ci può essere infatti una componente malefica in quelle creature (gli angeli) che incarnano il bene nella sua massima purezza? Il lettore sorvegliato, dunque, è messo sull’avviso fin dall’inizio: non si aspetti il consueto romanzo inquadrabile in uno schema ben definito e costruito con un intreccio lineare. Ma, al contrario, una narrazione che si dipana sotto il segno della continua e labirintica contraddizione. Il che, puntualmente, è confermato dalla lettura del testo, come pure dalla breve nota critica (pp. 9-10) con la quale l’autrice avverte che il suo libro ha una natura ibrida, composita, in cui confluiscono ricerche storiche, estese alla sfera dell’occultismo, ed elementi di schietta invenzione fantastica.

Ma, si può dire, in questo romanzo è sempre arduo discriminare ciò che è frutto di fantasia da ciò che poggia sul solido terreno della storia, anche per il ricorso ad una particolare tecnica di collage, per la quale i fili del racconto sono continuamente spezzati e riannodati. Non si può perciò definire con nettezza dove comincia la realtà e dove finisce. Basta questa premessa per comprendere che Il male degli angeli è una miscela (ben dosata) di elementi dissonanti e stranianti; un racconto che concentra i generi e i temi più disparati: il giallo, il mistero, la storia, l’eros e i turbamenti profondi dell’anima, le passioni elementari e accese, dai toni violenti. L’autrice compone questo complesso mosaico saldando le diverse tessere in modo da comporre un quadro armonico al di là delle discordanze, a riprova che l’ossimoro è il timbro essenziale di questo racconto dall’ampio respiro.

La copertina del romanzo The Coming Race (1871, anche pubblicato come Vril, the Power of the Coming Race) di Edward Bulwer-Lytton. Il tema fu poi ripreso da Le Matin des magiciens (1960) di Louis Pauwels e Jacques Bergier che per primi ipotizzarono la Società Vril, al centro del romanzo Il male degli angeli di Luisa Gasbarri. Immagine in pubblico dominio

Di conseguenza l’intreccio è amplificato e spezzato, sia per la collocazione temporale che spaziale, e i personaggi che si muovono in un vorticoso gioco degli specchi, in maniera a ben vedere corale, sono coinvolti in fosche vicende che come un fiume carsico scaturiscono dalla Germania degli anni Venti, trascorrono i cupi avvenimenti del secondo conflitto mondiale, lambendo la grande storia, si inabissano e riaffiorano nella contemporaneità.

Il filo rosso che lega eventi così distanti nel tempo e divaricati nello spazio (tra Germania e Italia) è un misterioso circolo esoterico: la Società Vril, che raccoglie donne dotate di particolari poteri e che perciò calamitano l’attenzione dei gerarchi nazisti, che con l’occulto hanno un rapporto stretto e disturbato. Ad innescare l’indagine di Sara Wolner, l’eccentrica e tormentata poliziotta dal carattere ribelle ed indolente, in questo mondo misterioso è una catena di delitti che hanno tutti il sigillo satanico del fuoco: diverse donne sono state rapite, torturate e bruciate. La pista che imbocca nel corso delle indagini la porta ad incappare proprio nella Società Vril; a scoprirne le radici nelle ossessioni sinistre di certi gerarchi nazisti; a inseguire ombre inquietanti che sfilano tra il passato e il presente.

Così scopre, tra tanti turbamenti, quella componente luciferina che ha le stimmate del male impresse nelle creature, apparentemente angeliche, reclutate per riscattare l’umanità; così i colori luttuosi delle tenebre, che simboleggiano il male, si intrecciano ambiguamente con le folgoranti immagini illuminate da un fuoco che è, al contempo, purificatore e distruttore. Ambiguità, questa, che si riverbera sugli adepti della setta dal cui seno sono partiti i delitti misteriosi; sulle loro allucinazioni che hanno la fisionomia della realtà: «I Vril-ya non sono buoni, miss Wolner. I Vril-ya sono creature malvagie, anche se sono i signori del mondo, e non vogliono il nostro bene, per quanto ci siano infinitamente superiori». (p. 345) Qui, come altrove, il lettore si chiede come stiano veramente le cose: se ci si trova di fronte ad un gigantesco vaneggiamento di menti esaltate o, dietro l’apparenza, ci sia dell’altro.

E proprio su queste ambiguità feconde, secondo il classico assunto di Todorov, si impernia il gioco narrativo dell’autrice, che si diverte (e ci diverte) a lasciare nel limbo della sospensione il lettore stesso, a tenerlo con il fiato sospeso e inchiodato ad un dubbio che, in fondo, non si scioglie. Luisa Gasbarri ha perciò imbastito un romanzo che è anche molto altro: saggio storico, indagine psicologica e scandaglio dei sentimenti, virtuosisticamente sfruttando le infinite possibilità che il genere romanzesco offre, demolendo le barriere tra i generi canonici.

Se scrivere è un atto d’amore, come diceva Cocteau, in questo caso l’autrice ha anche compiuto un atto di coraggio. Perché nel tempo della semplificazione banalizzante, della scarnificazione del romanzo ridotto a scheletro narrativo, opta per una strada diversa, controcorrente. E, come il Savinio che si sceglieva i lettori, anche lei si sceglie il suo pubblico: quello di chi ama immergersi nella lettura senza fretta o superficiali frenesie, per assaporarne con i giusti tempi le diverse sfumature. E lo fa proponendo una prosa polimorfa, essenziale ma mai scialba, talvolta impreziosita da deliziosi squarci lirici, innestando sequenze descrittive nitide ed eleganti, talaltra da brusche accelerazioni del ritmo. Mai, comunque, banalmente.

Luisa Gasbarri, Il male degli angeli, Milano, Baldini e Castoldi, 22, pp. 403. La scheda del romanzo è qui.


Il pane perduto di Edith Bruck: un pugno nello stomaco

Edith Bruck, Il pane perduto, La nave di Teseo - recensione

Il pane perduto Edith Bruck
La copertina del libro di Edith Bruck, Il pane perduto, pubblicato da La nave di Teseo (2021) nella collana Oceani

Come si fa a recensire un libro come Il pane perduto?

Me lo sto chiedendo da più di un mese, da quando ho chiuso questa opera (letta in meno di ventiquattro ore) e ho lasciato che mi sedimentasse dentro.

Parlare della Shoah è sempre un’operazione complessa, perché si rischia di cadere nella retorica vuota delle frasi di rito. Ed è ancora più difficile farlo parlando di un libro che non è narrativa, ma un libro di memorie.

“Io volevo tornare nella pancia della mamma e non nascere mai più” (p. 32) racconta l’autrice, descrivendo se stessa bambina nel momento in cui, caricata a forza su un treno, viene strappata alla sua casa per essere rinchiusa nel ghetto. Ecco, credo che frasi come questa, di cui è pieno questo libro, siano il pugno nello stomaco che ricorda a noi lettrici e lettori, “sicuri nelle nostre case”, la specificità dell’Olocausto.

L’autrice racconta la propria esperienza attraverso capitoli brevi, ma quello che colpisce è che l’attenzione non è tanto (o non è solo) sull’esperienza nell’universo concentrazionario, ma su quello che succede dopo la liberazione. Su quel processo di rimozione collettiva che ha silenziato per anni le persone sopravvissute ai campi di lavoro e di sterminio, talvolta stringendole in una morsa autodistruttiva,

L’esperienza del campo ci investe immediatamente a partire dal secondo capitolo, nel quale Edith Bruck si concentra nel guidare il lettore attraverso la perdita di identità e di umanità subita dalla protagonista e dalle sue compagne. Il numero identificativo, 11152, che dà il titolo al capitolo assurge a simbolo di questa metamorfosi: il racconto è scarno, crudo, nudo e senza orpelli. Proprio per questo, pur se le vicende sono in qualche modo prevedibili perché già note, la tessitura letteraria non perde di vigore.

Come dicevo prima, la parte più lunga del libro è legata a quello che succede dopo e mi pare, per questo, ancora più rilevante per il nostro presente, dove il concetto di memoria è speso confuso e labile come quello di opinione e in un paese come il nostro che non riesce a costruirsi una memoria storica del Novecento che non siano frasi imbalsamate per le giuste occasioni (si chiede a un certo punto l’autrice, riferendosi ai riconoscimenti ottenuti “Tutto questo è per la scrittrice o il risarcimento  alla sopravvissuta da chi non mi deve niente?” p. 118), ma fonte di crescita civile.

“Niente pianti, niente parole. Avanti!” … Per raccontare c’è tempo.” sono le parole della sorella della protagonista, Miriam, che impone, per non sconvolgere il figlio e soprattutto per salvare se stessa da un orrore a cui è per caso scampata.

Una censura che da prima è la negazione stessa di un’esperienza, da parte di chi ascolta, perché troppo dolorosa, da parte di chi vorrebbe parlare, che invece vuole solo fuggire. Edith Bruck trova quasi subito le parole, ma queste stesse parole sono il motore di un’inquietudine perenne, che la porta raminga per il mondo fino all’approdo definitivo in Italia e alla scelta dell’italiano come lingua della memoria.

Il pane perduto, dunque, non è solo quello che è mancato nei campi di concentramento, ma è anche la metafora della memoria, nutrimento di una cittadinanza attiva, che perdiamo (o gettiamo via), senza quasi rendercene conto.

Mi piace terminare con un augurio che l'essere tra i finalisti dello Strega possa essere il volano per catturare anche quei lettori che non sceglierebbero un libro così intenso e così poco romanzesco.

Il pane perduto Edith Bruck
La copertina del libro di Edith Bruck, Il pane perduto, pubblicato da La nave di Teseo (2021) nella collana Oceani

Il pane perduto di Edith Bruck ha vinto il Premio Strega Giovani 2021 ed è stato finalista alla LXXV edizione del Premio Strega.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Il giudizio della solitudine - Intervista a Raul Montanari

Raul Montanari, Il vizio della solitudine, Baldini+Castoldi - recensione 

Sotto i capitoli, parole di indirizzo in uno stile in uso tra Sette e Ottocento, presente, passato, l’intreccio che si origina sul fiume, su un ramo appollaiato c’è un cormorano che vede tutto, che si fa testimone della scena ancor prima che l’autore del noir ci faccia vedere ciò che non sappiamo. È un prologo singolare quello che Raul Montanari presenta nel suo nuovo romanzo edito Baldini+Castoldi, Il vizio della solitudine.

“Avevo in mente più di un titolo e alla fine abbiamo scelto questo perché la solitudine, come l’abbiamo anche vissuta tra l’altro in questo anno e mezzo, è molto vista come qualche cosa di negativo che uno subisce per circostanze esterne, la subisce perché non si può ribellare e deve rimanere solo” racconta lo scrittore per spiegare proprio il significato di questo titolo, “Secondo me Guarneri è un uomo abbastanza forte da abbracciare la solitudine volontariamente, farla diventare quasi un vizio come lui stesso dice a un certo punto, perché nella solitudine di bello c’è la totale non appartenenza, il fatto che appartieni solo a te stesso. Mi è capitato di citare in altre intervista la frase straordinaria di Leonardo Da Vinci in cui io mi sono imbattuto in terza media che dice ‘Sii solo e sarai tutto tuo’, è una frase di una potenza spaventosa, fa quasi paura, chiaramente devi essere capace di avere una simile forza, ‘Sii solo e sarai tutto tuo’, questa gelosia quasi di te stesso, io di me stesso non voglio dare niente agli altri e non è egoismo ma concentrazione su Sé”.

Raul Montanari Il vizio della solitudine
La copertina del romanzo di Raul Montanari, Il vizio della solitudine, pubblicato da Baldini+Castoldi (2021) nella collana Romanzi e racconti

Non è un thriller come gli altri e il protagonista, l’ex ispettore Ennio Guarneri, alla fin fine strattonato tra il senso di giustizia e di morale finirà per prendere una decisione che gli cambierà la vita. Un’altra volta. Prima, in servizio, facendo parte di una autofficina dei tre ispettori, cosiddetta, che emette tagliandi punitivi contro chi sembra proprio non aver capito cosa significhi rispettare la legge e il prossimo, poi per una serie di circostanze avverse entrando a far parte di un meccanismo in apparenza giusto ma allo stesso tempo criminale. Un non troppo raro caso di giustizia fai da te che sfocia nel folle quando l’ordine di un giustiziere si assurge nel garantire il lecito con le stesse armi e gli stessi comportamenti di colui al quale obietta integrità.

“Il conflitto tra legge e giustizia è centrale nel libro” riprende Montanari, “La giustizia ha un carattere soggettivo (…) Mentre la legge, da un canto è una coperta troppo corta, cioè la legge non riesce mai a coprire tutto il campo della giustizia, non c’è niente da fare (…) ha questo aspetto di statico, mentre le vere situazioni che si creano nella vita sono sempre dinamiche, cangianti. I latini dicevano una cosa molto bella, nella tradizione della giurisprudenza latina: Summum ius, Summa iniuria. Cioè, Summum ius, il massimo del diritto, quindi il massimo tentativo di applicare il diritto e cioè la legge diventa Summa iniuria e tra l’altro è bella questa parola perché iniuria letteralmente è il contrario di ius, quindi diventa somma ingiustizia, ma iniuria poi in italiano diventa ingiuria, cioè la massima applicazione della legge diventa addirittura un’offesa alle persone e anche alla realtà, alla verità dei fatti”.

L’abilità che Montanari ha nello scrivere la si intuisce presto dall’incastro con cui le parole fanno emergere immagini nelle pagine del libro e da come infarcisce le mie domande di risposte ad alto profilo letterario e filosofico.

Raul Montanari. Foto Piaggesi courtesy Baldini+Castoldi

Diciassette romanzi pubblicati, docente e direttore a Milano di una delle scuole di scrittura creativa più quotate in Italia (degno erede di Pontiggia), ha firmato opere teatrali, sceneggiature e traduzioni, come quella di McCarthy dove in Meridiano di sangue ritroviamo quei titoletti, quelle parole d’aggancio di inizio capitolo che Montanari chiama trailer e che spiega così:

“Se dovessi dire la cosa a cui assomiglia di più è come se fossero dei flash di parole, di immagini, di cose che accadono che poi il lettore può avere anche la curiosità di verificarle dentro al capitolo. Io le uso quasi da sempre, è un’idea in più che male non fa e a molti lettori piace, lo trovano singolare, divertente, un tratto di identità. È un espediente extra-letterario, una cosa che si vede più in altri contesti espressivi che nella narrativa in prosa”.

Per addentrarmi ancor di più nella storia, arrivata a quasi metà del romanzo, decido di riprendere un esercizio che la professoressa di italiano durante le gare di lettura alla scuola media faceva fare ai più volenterosi. La sfida consisteva nel dover raccontare la storia a partire dalla fine del romanzo, pena il passaggio di punteggio alla squadra avversaria. Non c’era alibi che tenesse e così, modificando un po' la linea, ho lasciato la metà a cui ero giunta per arrivare d’impatto alla fine di questo vizio della solitudine che tuttavia, grazie a quella scrittura che per Montanari è arte, mi ha lasciata comunque attaccata al foglio. Sarà per questo che quando l’ho raggiunto al telefono gli ho subito chiesto perché si fosse ispirato proprio a questa storia, proprio Ennio Guarneri.

“Il protagonista sostanzialmente assume una vocazione diciamo da giustiziere che, finché lui è nella polizia, si esprime con azioni che sono comunque illegali ma suscita sicuramente simpatia da parte del lettore” mi dice senza esitazione, “Gli incontri che lui fa con questi giustizieri nigeriani, siccome lì si tratta di vita e di morte e cioè si tratta di un gioco molto più pesante, è come se lo costringesse a verificare fino in fondo dentro se stesso la sua disponibilità a stare, come lui dice, dalla parte della giustizia anche contro la legge. Quindi è come se lo costringesse a guardarsi dentro completamente”.

Un romanzo di solitudine e di amore, di sentimenti. Una storia inventata che ha però meno invenzione di tutti gli altri che ha scritto.

“Dentro ci sono un sacco di cose che sono tratte, più che dalla cronaca, da esperienze più o meno di seconda mano, cose che mi sono state raccontate, cose che ho visto, tutti gli aneddoti della polizia sono veri” mi racconta lui da vero ricamatore di storie, “in particolare è vera la figura della ragazza di Lotta Comunista, è assolutamente una persona vera, lei ha un altro nome ma le caratteristiche le appartengono, sono tutte sue e ti dirò, addirittura, che la primissima idea del romanzo mi è venuta vedendo lei. Cioè quando Ennio Guarneri non esisteva ancora e guardandola mi sono chiesto che è effetto poteva fare un’epifania femminile come questa nella vita di un uomo che vive solo e lì ho cominciato a immaginare un personaggio maschile che fosse completamente all’opposto di lei, quindi che avesse un’altra età, un’altra ideologia perché l’ideologia del poliziotto giustiziere non è certo comunista, è proprio quello che mette le toppe al sistema non che lo vuole cambiare in fondo”.

Ed ecco che finalmente il senso trova il suo compimento, proprio laddove sono giunta con impeto ricalcando le impronte di un antico esercizio, con buona pace del cormorano testimone e metafora di quella solitudine che poi l’ex ispettore sospinto dal dubbio si troverà a scegliere.

Raul Montanari Il vizio della solitudine
La copertina del romanzo di Raul Montanari, Il vizio della solitudine, pubblicato da Baldini+Castoldi (2021) nella collana Romanzi e racconti

Raul Montanari, Il vizio della solitudine, Baldini+Castoldi 2021, pp. 336, Euro 19.


Nella tana del serpente Michele Navarra

Tana per il serpente - intervista a Michele Navarra

Nella Tana del serpente di Michele Navarra - recensione e intervista

È considerato un quartiere difficile Corviale, il Serpentone, nella periferia romana tra Casetta Mattei e Colli Portuensi. Un grattacielo orizzontale, silenzioso, che misura quasi un chilometro di lunghezza, con due tipologie di cittadini a vivere a stretto contatto: da una parte, quelli perbene che cercano di tirare avanti come meglio possono facendo infiltrare legalità e non delinquenza, dall’altra separati da un semplice tramezzo le bande, le gang che cercano rispetto con la violenza e con lo spaccio di droga, ampiamente documentata dalla cronaca e dalle operazioni delle Forze dell’Ordine.

Foto Flickr di Henrik Schulte, CC BY 2.0

E dire che il progetto dell’architetto Mario Fiorentino, ormai definito “un’utopia fuori tempo massimo”, era di tutt’altro genere. Doveva essere inclusivo, di aggregazione sociale, come anche ha provato a ricordare la professoressa Guendalina Salimei con il progetto di riqualificazione del Kilometro Verde.

"Per me Corviale non è un quartiere peggiore o migliore di altri, è un quartiere unico dal punto di vista architettonico perché in realtà non è un quartiere, è un palazzo gigantesco che ha lo stesso numero di abitanti di un paese di medie dimensioni, tutto condensato",

mi dice Michele Navarra, avvocato penalista e scrittore di romanzi noir. L’ho raggiunto al telefono per parlare del suo settimo libro, edito da Fazi nella collana Darkside, Nella tana del serpente, che vede sullo sfondo proprio il Corviale.

La sua scrittura, con evidente padronanza della lingua e della cognizione dello spazio-tempo in cui i suoi personaggi si trovano a vivere, è levigata, precisa, tiene conto della normalità ma anche del limite in cui essi versano, prendendo spunto probabilmente dalle interviste che mi dice aver ascoltato e da ciò che ha visto al Serpentone e nella sua carriera di penalista.

 

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"Ha un fascino che ti attrae e che ti inquieta allo stesso tempo", commenta Navarra riflettendo sui soldi facili della droga che troppo spesso richiamano nelle sue fila coloro i quali pensano di scavalcare le difficoltà imposte dalla vita con arroganza e finta popolarità, barattandoli con il pericolo reale di perderla quella vita quando va bene in carcere e quando va male assassinati da qualche rivale nelle piazze di spaccio.

 

Foto Flickr di Umberto Rotundo, CC BY 2.0

Ma non è solo un romanzo di formazione sociale il suo, perché è fin troppo realistico e c’è tutto quello che viviamo ogni giorno. C’è il traffico, la droga, le case popolari, il crimine, l’amore, l’abusivismo, la disperazione, i barconi rovesciati in mare, la guerra, la morte, la speranza. Il punto di vista che può fare tutta la differenza del mondo lo fa, ed è nelle mani di Alessandro Gordiani, suo alter-ego narrativo che con i quattro colleghi amici “moschettieri della legge” e in sella a una Vespa scassata, tenterà di risolvere il caso di omicidio che gli è stato presentato.

Ma perché proprio questa storia? - Chiedo.

"Avevo cominciato a scrivere e sto continuando a scrivere perché ritenevo che, attraverso la scrittura e attraverso il romanzo, avrei potuto raggiungere degli obiettivi che avevo: uno, era quello di sfogare in qualche modo l’insofferenza che cominciavo a provare per la professione; tra le tante cose che non mi piacevano, che non mi piacciono, e che io come avvocato non posso dire o comunque devo stare attento a dire perché chiaramente molto spesso dobbiamo confrontarci con i nostri interlocutori, dobbiamo tutelare la posizione del nostro assistito, non è che si può avere quel coraggio che invece avrei potuto regalare a un avvocato di carta",

prende a raccontare l’autore Navarra e rinforza,

"Quindi Alessandro Gordiani mi 'serviva' per poter dire quello che secondo me non andava bene nel Pianeta Giustizia generale. E poi un’altra cosa che volevo fare e che ho sempre pensato, che continuo tuttora a pensare, è che il processo penale italiano è incredibilmente avvincente, contrariamente a quello che si può pensare".

Ed ecco che poco dopo, nell’intervista, conosciamo oltre all’autore anche l’avvocato Navarra e il suo amore per il Diritto:

"Noi vediamo il processo come una cosa noiosa, burocratica, bizantina, il che è tutto vero eh, perché per molti aspetti è così, però bypassando o riuscendo a incapsulare questi aspetti un po' più prosaici uniformandoli, armonizzandoli con quello che è lo scoppiettio del dibattimento, perché il pathos che sprigiona da una testimonianza resa davanti a un giudice, da un controinterrogatorio, dal pubblico ministero che incalza il povero difensore che cerca di opporsi, si creano delle dinamiche anche dialettiche e anche una tensione che se riesci a raccontarla bene è fantastica, non ha niente da invidiare a quelle cose anche molto belle americane che siamo abituati a vedere".

Nonostante questi ultimi romanzi siano meno processuali, come da sua stessa ammissione, si richiamano sempre a un certo grado di autenticità. La creazione dell’avvocato Alessandro Gordiani ha già trovato riscontro nel pubblico dei lettori che spesso tende a identificarlo con il suo autore: "Più quello che sono, Alessandro Gordiani è diventato un Me-aspirazionale, quello che vorrei essere" si giustifica Navarra in proposito,

"Lui su alcuni aspetti è molto più coraggioso di quello che potrei mai essere e soprattutto ha la fortuna di muoversi tra le pagine di un romanzo, quindi se lui commette un errore a pagina 80 può tornare indietro con il cursore e sistemare l’errore oppure può far sì che a pagina 150 esce fuori un documento che gli risolve la situazione, mentre io nella realtà questo non lo posso fare".

Eppure una cosa la sappiamo: se il Serpentone, come nel libro diceva Alessandro al suo assistito,

“tra le sue tante caratteristiche, ha anche la capacità di inglobare le persone nella sua struttura di cemento, facendole quasi scomparire”,

lo scrittore invece, richiamandosi a Pasolini, con l’inchiostro potrà sempre far risplendere le loro virtù dimenticate.

Nella tana del serpente Michele Navarra
Michele Navarra, la copertina del romanzo Nella tana del serpente, pubblicato da Fazi Editore (2021) nella collana Darkside

Michele Navarra, Nella tana del serpente, Fazi Editore 2021, Collana Darkside, pagg. 312, prezzo cartaceo 16€, prezzo e-book 7,99€


L'anno che a Roma fu due volte Natale

L’anno che a Roma fu due volte natale di Roberto Venturini - recensione

Il mare di Torvaianica. Foto di Andy90, CC BY-SA 3.0

Ho scelto di leggere L’anno che a Roma fu due volte natale.

Prima di tutto perché speravo di trovarci molta Roma. E non sono stata delusa perché in qualsiasi momento della storia Roma e la romanità si presentano al lettore.

Soprattutto la romanità che mi piace di più, quella della gente comune che a volte si mescola con i famosi, guardandoli da vicino senza mai farne davvero parte, vivendo di riflesso la loro fama.

Qui andiamo anche oltre.

Roma due volte Natale Roberto Venturini
Roberto Venturini, scrittore. Foto © 2021 Giliola Chisté

Abbiamo Marco, ex bambino famoso, un tormentone degli anni ‘80. Il bambino del dado Knorr che dice ‘Guarda, papà, un pollo!’.

Ora forse questa frase non dirà molto a chi è stato bambino negli anni ‘90. Ma per noi nati e cresciuti a cavallo tra la fine degli anni di piombo e il riflusso di quello che è stato il decennio più frivolo del secolo scorso quel bambino è una citazione continua che a volte fa capolino ancora oggi.

Ci sono tanti anni ‘80, oltre a tanta romanità. C’è una cultura pop basata sulla televisione commerciale che è comune a tutta la generazione X, pure a quella che cerca in tutti i modi di rifarsi una verginità culturale. Invano.

C’è anche il mondo del cinema visto da una prospettiva particolare, quella del Villaggio Tognazzi dove Marco vive da quando è nato insieme alla sua famiglia, ormai composta solo da lui e dalla madre Alfreda.

C’è la commistione tra il ceto medio a cui appartiene Marco con Alfreda e i personaggi borderline che sono sempre in bilico tra il lecito e l’illecito, come Carlo, pescatore che non ha disdegnato di fare il tombarolo quando tutti intorno a lui lo facevano, e Er Donna, la trans che fa la vita e che adora Alfreda.

Ci sono i veri delinquenti, che non riescono a spaventare nemmeno per mezzo secondo eppure dovrebbero.

C’è Sandra Mondaini che non trova pace perché vuole ricongiungersi a suo marito Raimondo. Ma lui è al Verano e lei è a Lambrate.

Il Cimitero Monumentale del Verano a Roma. Foto di Giulschel, CC BY-SA 4.0

E c’è soprattutto Alfreda. Che è un donnone come potrebbero esserlo tante donne romane, vedova da tempo. Alfreda è il motore della storia. Tutto parte da lei. Lei che sembra non farcela più, davvero, a stare al mondo senza il suo Mario, e che accumula, accumula, accumula per una vita, finché non può più accumulare nulla, rischia di sparire nell’accumulo di roba e ricordi, e poco a poco va via di testa, e vede Sandra Mondaini a casa sua, disperata perché vuole tornare con il suo Raimondo. E per Alfreda come per tutti quelli che hanno vissuto gli anni ‘80 Sandra e Raimondo sono la sintesi del matrimonio perfetto.

Un po’ come nei ricordi di Alfreda è stata la sua unione con Mario.

Da lei parte l’idea di prelevare Raimondo dalla sua tomba di famiglia e riportarlo a Lambrate, da Sandra.

E qui mi fermo.

Perché la storia è di quelle che vanno lette, sì, anche con le sue digressioni continue, perché non sono casuali. Sono il mondo che oscilla tra immaginazione e realtà in cui si è mosso Marco in tutta la sua vita trascorsa a fianco della madre Alfreda.

Quei personaggi esistono anche grazie a tutto quello che hanno assorbito e accumulato. Anche grazie al breve periodo di gloria di un bambino famoso in tutta Italia che è tornato un ragazzo qualsiasi una volta cresciuto. Ma chissà se è davvero cresciuto, alla fine. Sembra di no.

Siamo di fronte a una storia surreale. A tratti mi fa pensare a un Fellini che gioca con la cultura nazionalpopolare impartita dalle televisioni commerciali.

Con le debite proporzioni.

I personaggi a loro modo sono teneri e sentimentali. Tutti. Anche Carlo. Anche il delinquente vero che alla fine non delinque, ma non è detto che non si rifaccia vivo. Questo però è un altro film.

Ah, vero, non è un film.

Però dovrebbe.

Di nuovo non so se è una storia da Strega.

Ma leggetela.

Roma due volte Natale Roberto Venturini L'anno che a Roma fu due volte Natale
La copertina del romanzo di Roberto Venturini, L'anno che a Roma fu due volte Natale, pubblicato da SEM Libri (2021)

L’anno che a Roma fu due volte natale di Roberto Venturini è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.


In dialogo con il mito – Pavese tra storia e memoria

Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò - recensione

Dialoghi con Leucò Cesare Pavese Bianca Sorrentino
Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Foto di Bianca Sorrentino

Nella – forse più celebre – lezione americana che Italo Calvino confeziona come proposta per il nuovo millennio, quella sulla leggerezza, lo scrittore confessa che l’operazione che ha portato avanti nel suo lavoro «è stata il più delle volte una sottrazione di peso»; difatti, egli spiega, «ho cercato di togliere peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio». Anche Cesare Pavese ingaggia una lotta, un corpo a corpo con la gravitas, approdando tuttavia a risultati diversi: se pure, da un punto di vista formale, il suo stile riluce nella sua diafana chiarità, il materiale narrativo, poetico e simbolico cui attinge e che restituisce sulla pagina è un fardello che con abnegazione egli assume su di sé.

Ciò appare con particolare evidenza nei Dialoghi con Leucò (1947), uno scrigno di gemme preziose che incamerano la luce arcana del mito e la riflettono, proiettando un gioco misterioso di luci e ombre. Nella recente riedizione pubblicata da Adelphi (impreziosita, tra l’altro, da una densa conversazione tra Carlo Ginzburg e Giulia Boringhieri), Giulio Guidorizzi riprende a ragione quella definizione che inquadra questo libro come un esempio di mitopoiesi: Pavese, sostiene infatti lo studioso, «era stato capace di reinfiammare la materia dei miti e, per questo, aveva compiuto un’operazione poetica». Ma se la poesia conferisce levità al dettato, come i calzari alati, dono di Hermes, capaci di elevare Perseo nel suo scontro con la Gorgone, non vi è un espediente, come lo specchio del mito, che permetta all’eroe di sfuggire allo sguardo inesorabile di Medusa: Pavese qui accetta di lasciarsi pietrificare dal mostro, dai suoi mostri, da quelli più intimi, che tormentarono la sua privata vicenda esistenziale, e dai fantasmi della storia, che emersero con tutta la loro straziante ferocia negli anni incancellabili della guerra.

Dialoghi con Leucò Cesare Pavese Bianca Sorrentino
Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Foto di Bianca Sorrentino

Dopo la fine del conflitto mondiale, gli intellettuali italiani erano animati da un’insaziabile sete di verità, da una smania di racconto che rispondeva al dovere di rappresentare le atrocità e le vigliaccherie che avevano contraddistinto quel tempo. In un simile contesto, rivolgersi al mito e dare voce alla sua atemporalità significava attirarsi accuse vigorose e spiacevoli, come quella che insinuava il biasimevole desiderio di sottrarsi al necessario confronto con il reale e di venir meno così a quell’imperativo categorico che risuonava invece ora in tutta la sua urgenza. È questo il motivo per cui l’iniziale ricezione dei Dialoghi non fu calorosa: Guidorizzi segnala qui in particolare il silenzio risentito di De Martino, cui fece seguito una sorta di inopportuno processo politico postumo.

Giudizi non solo ingenerosi, quelli che hanno ridimensionato il valore dell’opera, ma anche e soprattutto rivelatori di una certa fretta con cui per troppo tempo si è voluto liquidare il discorso sul mito, senza comprenderne la portata e la complessità. Nei Dialoghi risuonano infatti angosce e domande che sono proprie di ogni tempo, che si affastellano nei millenni, nella tragica rincorsa dell’umano verso il significato ultimo dell’esistenza. Le pagine di Pavese sono bagnate da un pianto antico: le lacrime delle cose risalgono dal fondo buio dei secoli, a dirci che per certi interrogativi non si è ancora riusciti a trovare la risposta definitiva. E quella dell’autore è al tempo stesso una resa e una presa di coscienza dell’impossibilità di mettere un punto al fluire inarrestabile delle nostre inquietudini. Il dialogo è un tentativo momentaneo di confronto con l’altro da sé, ma alla solitudine non c’è rimedio: è questa la nostra radice e il nostro destino.

Immagini, riti, simboli, magia, richiamo del sangue, mistero del femminile, archetipi collettivi affascinano Pavese e, abitando la sua scrittura e la sua poetica, ne determinano la grandezza tragica. Non c’è salvezza per l’uomo che sta in piedi, solo, di fronte al fato, al cospetto di ciò che è stato pronunciato una volta e per sempre, e non può non accadere. All’autore non interessa raccontare il mito, ma catturarne un momento di verità. Quella cifra di autentico deriva proprio dal fatto che Pavese non ha paura di guardare negli occhi la temibile Medusa: dalla Leucotea del mito e dalla Leucò che gli ha ispirato questi Dialoghi – Bianca Garufi –, lo scrittore ha imparato che una sorte salvifica altra attende chi non teme di sfidare il vuoto. L’immortalità: è questo il destino di liberazione che regala la letteratura a chi ha il coraggio di dire l’indicibile e di dar forma all’informe, attingendo se necessario al fondo oscuro della propria anima.

La copertina dei Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese, con introduzione di Giulio Guidorizzi e una conversazione tra Carlo Ginzburg e Giulia Boringhieri, pubblicati nella Biblioteca Adelphi 717 (2021). In copertina, Félix Vallotton, Orfeo squartato dalle Me­nadi (1914). MAH­-Musée d’art et d’histoire, Ville de Genève. Achat, 2001. Immagine copyright akg-images/mondadori portfolio

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


Via libera, non solo un semplice romanzo noir

Lorenzo Scano, Via libera - recensione

Sotto la categoria “librerie del giallo”, in Italia, ne compaiono principalmente due: una di Milano e una di Cagliari. Quella sarda è stata aperta nel 2017 da Lorenzo Scano, autore di Via libera, pubblicato di recente con Rizzoli. L’associazione tra gli elementi mi incuriosisce e decido così di leggere il libro. Un romanzo scritto bene, in primo luogo, il che forse può sorprendere dato che Lorenzo non ha neanche trent’anni e una prosa tanto delineata presupporrebbe un’esperienza e una capacità letteraria più levigata e matura.

Eppure Lorenzo non è nuovo alla scrittura, anzi, dopo aver aperto la libreria Metropolitan a Cagliari si capisce che il suo più intimo desiderio era sempre stato quello di diventare un autore di libri gialli, thriller e noir. Si cimenta infatti fin dai tempi della scuola vincendo due concorsi letterari e, se si escludono i racconti, Via libera è il suo terzo romanzo dopo Stagione di sangue (Watson Editore, 2016) e Pioggia sporca (La Corte Editore, 2018).

Cagliari. Foto di Smiley.toerist, CC BY-SA 4.0

La storia si alimenta sull’isola proprio nel capoluogo di regione e nei quartieri che più di tutti rappresentano il tessuto urbano e sociale delle persone che li vivono. Persone, adolescenti come Davide, Chanel e Filippo che tenteranno la qualunque pur di non essere incasellati in quartieri come il Cep alle case popolari che a ogni passo sembrano tirarli giù nel malaffare più profondo. I tentativi narrativi che Scano adopera per salvarli saranno precisi ma disordinati come solo la mente dei ragazzi sa essere, fatti di bullismo, droghe, omicidi, ma anche di mare, di sogni e di scrittura. Il vortice di fango in cui i protagonisti sono immersi non sembra lontano dalla cronaca nera che imbratta i quotidiani locali, tanto che nella mia mente di lettrice si fa largo l’idea che le loro storie possano anche essere reali, staccarsi dalla carta e dall’inchiostro e vivere di vita propria.

Ciò fa sì che questo romanzo, che il consulente editoriale Tommaso De Lorenzis in copertina definisce “manifesto di una generazione perduta”, potrebbe rientrare a buon titolo nei libri di pubblico interesse affinché il pubblico non distolga mai lo sguardo né l’attenzione da questo tipo di problemi. Non a caso, anche lo psichiatra Vittorino Andreoli nel suo Baby Gang (Rizzoli, 2021) ha ritenuto importante esplorare e porre l’accento proprio sul tema diffuso della criminalità infantile e adolescenziale.

Se da una parte l’isolamento geografico dell’isola finora non ha permesso alle consorterie di tipo mafioso di infiltrarsi nel territorio, nella prima relazione 2020 della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) si legge che “la delinquenza locale non ricerca un controllo diffuso ed egemonico del territorio ed è lontana dall’agire tipico dei sodalizi mafiosi, ma con questi non disdegna alleanze e accordi funzionali ad un reciproco vantaggio (…) prediligendo azioni delittuose più redditizie e meno complesse”. Lo smercio e lo spaccio di stupefacenti, ad esempio, attira nel riciclaggio anche famiglie pugliesi, campane e calabresi. Il business è sviluppato con soggetti ad esse collegate, ma anche con sodalizi nigeriani e bande locali, che non si negano neanche collaborazioni volte al traffico illecito dei rifiuti, delle armi e del gioco d’azzardo.  Non c’è da stare allegri, il problema (r)esiste. Soprattutto perché, come ammette la DIA, “il perdurante trend economico negativo, aggravato dall’emergenza epidemiologica, può senz’altro incrementare il rischio di ingerenze criminali qualificate nei settori produttivi sardi”.

Quando ho finito di leggere il libro di Scano, nell’idea di una proiezione ben più reale di una semplice storia raccontata, ho pertanto sentito il dovere di elaborare una recensione. Nella speranza che il potenziale di Via libera non si realizzi solo sullo scaffale di una libreria ma in ciò che di buono quei “ragazzini terribili” ne trarranno dalla sua lettura.

Via libera Lorenzo Scano Nero Rizzoli
La copertina del romanzo di Lorenzo Scano, Via libera, pubblicato da Rizzoli 2021, pp. 432, Euro 16

Lorenzo Scano, Via libera, ed. Rizzoli 2021, pp. 432, Euro 16.


Un lupo nella stanza di Amélie Cordonnier come rilettura del disamore e dell'identità

Una prosa lacerante e costruita con brevi fraseggi, perché la protagonista di Un lupo nella stanza (NN editore, 2021) di Amélie Cordonnier è una madre che singhiozza di fronte alle incertezze della propria esistenza pregressa e futura. Un romanzo (tradotto dal francese da Francesca Bononi) che racchiude in sé le molteplici problematiche insite del tessuto socio-culturale della Francia di tutto il Novecento e del presente.

Un romanzo intimo, vibrante di una potente individualità, non potrebbe essere altrimenti, quando scopriamo che il piccolo Alban, appena nato, presenta diverse macchioline scure che destabilizzano la madre perché è il principio di un qualcosa di incomprensibile. E infine la verità, Alban è sempre più scuro perché in realtà è mulatto e qualcosa nell'albero genealogico dei genitori non quadra, visto che sono entrambi bianchi e il tradimento della moglie è escluso.

In questo micro-universo interiore grottesco e allucinato, il caos familiare all'interno della donna che sembra echeggiare la condizione della depressione post-parto, rimaniamo bloccati in uno stallo drammatico di grande efficacia che ci accompagna al primo colpo di scena del romanzo (che ha un ritmo non dissimile dai romanzi di genere); la donna è stata adottata perché abbandonata da bambina e probabilmente i suoi genitori biologici erano una coppia mista, una delle tante che in Francia hanno reso il meticciato una cosa comune e naturale. Ma il dolore vero è conoscere una verità celata dal suo padre adottivo per ben 35 anni, la nascita del figlio della donna si rivela un'esistenza interrotta per lei stessa, è la presa di coscienza di una natività negata dai suoi genitori adottivi, che così facendo non hanno soltanto nascosto la verità ma tagliato i legami con altre culture, altre sensibilità, altri colori. Perché lei è nera ma con la pelle bianca, una generazione saltata e ora suo figlio è l'unica cosa che la allontana da se stessa ma l'avvicina a colei che sarebbe potuta essere. Amélie Cordonnier, maestra assoluta nel gestire la narrazione, con una prosa davvero straziante che farà sanguinare i suoi lettori.

Un lupo nella stanza è un romanzo soffocante, carico di incomprensioni e vittima di una claustrofobia della frase e dell'identità devastata. Una verità oscura, in tutti i sensi della parola, allineata ai tumulti socio-culturali e identitarii della Francia coloniale e del meticciato. In Francia la questione nera è un argomento molto sensibile, non per una limitata questione razziale bensì come processo di determinazione personale; tant'è che i sociologi d'oltralpe hanno spesso ribadito che "essere nero non è un fatto identitario o una cultura a sé [...] ma un fattore sociale, i neri esistono perché li si considera tali" (cit. Pap Ndiaye). Da ciò poi ne deriva un bagaglio non solo di stereotipi, ma pure di esotismi che distorcono la figura dei soggetti in esame; le coppie miste sono moltissime in Francia eppure (seppur sia un fatto comune) sono tutte vittime di una controgerarchizzazione sociale sulla base del colore della pelle.

Come nel caso del romanzo dell'autrice Maria Grazia Calandrone, Splendi come vita (Ponte Alle Grazie, 2021), in corsa al premio Strega, anche Un lupo nella stanza è la storia di un disamore tra la madre e la propria creatura, che diventa il capro espiatorio di qualcosa di enorme e antichissimo. L'accettazione nel consorzio umano della società. Molto alienante il fatto che la giovane madre sia incappata in una sorta di xenofobia verso se stessa, con l'ossessione di non essere accettata (quando pochi mesi prima ne era parte) delle sue bolle sociali tipicamente occidentali. L'immagine sociale che difende con una forza indemoniata sarà forse divorata da quel lupo che si cela nella stanza. E che forse le consegnerà la pace interiore.

L'abbandono dei genitori naturali innesca una metamorfosi kafkiana dentro la neomamma, portando il lettore in un mondo distrutto dalla depressione, curata con un realismo disarmante da Amélie Cordonnier. La rabbia per ossimoro riuscirà forse a modellare il disamore e riusciremo ad entrare in un visionario racconto d'amore originale e straziante. I rapporti familiari sono ridotti all'osso, al puro essenzialismo della carne e della pelle, delle paranoie e delle crisi della personalità. Doloroso e sperimentale nella sua lingua corrosiva. Eppure così dolce.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

Amélie Cordonnier un lupo nella stanza
La copertina del romanzo Un lupo nella stanza di Amélie Cordonnier, tradotto da Francesca Bononi e pubblicato da NN Editore (2021)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


La sicurezza del carapace, secondo Lisa Ginzburg

Cara Pace di Lisa Ginzburg - recensione

Cara pace.

O carapace come la corazza della tartaruga 

Quella che si mette addosso Maddalena per tutta la vita, da quando Gloria lascia lei, la sorella Nina e il padre perché non è in grado di essere una madre di famiglia.

Maddalena è la più grande, la sorella maggiore. Racconta la storia di questa famiglia anomala persino per il mondo di oggi dove esistono famiglie di tutti i tipi, figuriamoci negli anni in cui si svolge la vicenda. Non vengono mai dichiarati ma quando è bambina ci sono le lire. Quando si racconta adulta ha ormai una famiglia con due figli adolescenti. 

Non era di sicuro la soluzione ideale di un giudice non affidare due figlie a nessun genitore ma farle diventare le padrone della loro casa, sotto la responsabilità di una tata, il padre ospite e la madre interdetta dall'accesso all'intimità delle pareti domestiche con la sua prole.

Non solo non entrerà mai nella casa delle figlie. Loro entreranno nella sua il giorno del suo funerale e mai più.

Maddalena racconta in prima persona. Racconta gli altri, perché lei scompare. Per molto tempo, persino da adulta, c'è Nina, c'è l'inadeguatezza del padre, c'è la tata, c'è l'assenza molto pesante della madre.

Lei non c'è. Non c'è nemmeno quando racconta la sua vita lontana da Roma dove è cresciuta con la sorella, si vede suo marito, si vede la sua famiglia, ma sia sorella, la minore, è sempre al centro.

Maddalena si protegge con un carapace emotivo, cerca una pace che non c'è. Per una vita assiste.

Ha un unico guizzo in cui è presente. Alla fine del romanzo. 

E alla fine del romanzo c'è l'inizio della storia, quella che sarebbe stato bello sentire.

Invece no.

Il romanzo di Lisa Ginzburg lascia un po' a metà. Sono belli i personaggi guardati dalla voce di Maddalena, sono a loro modo riconoscibili, caratteri osservati tanto, minuziosamente.

È bello il racconto dell'infanzia visto da fuori, come se Maddalena fosse lì solo per caso.

Ma manca Maddalena. Si protegge per tutto il tempo anche agli occhi del lettore. Non si fida nemmeno di lui.

È da leggere? Di sicuro, perché oltre a bei personaggi c'è una buona scrittura. Con una costruzione magari un po' insolita, che sa di vecchio, ma un vecchio rassicurante. 

Per esempio io l’ho scelto leggendo un estratto e ho deciso che volevo sapere come andasse avanti, dove sarebbe andato a parare.

Il racconto dell’infanzia delle due bambine in cui una è presente e l’altra scompare, come se essendo la più grande dovesse caricarsi di tutti, fa venire voglia di continuare.

Ma quando continua, quando le due sorelle crescono, allora si perde un po’. Le due vite slegate smettono di essere così trascinanti, e improvvisamente ci si chiede ‘Maddalena, ma tu esisti ancora?’.

Non basta la ricomparsa alla fine. Lascia un senso di incompiuto, insieme alla speranza che in qualche modo Maddalena ricompaia altrove, che magari sia solo un primo atto.

Non so se sia davvero un romanzo da Premio Strega. 

È intimo, molto più che intimista. A mio parere, uno Strega dovrebbe essere un romanzo che esce dall'intimità e avvolge con una storia universale.

Di universale per me qui c'è poco. 

Non significa però che non meriti un posto in libreria.

Cara pace Lisa Ginzburg Ponte alle Grazie
La copertina del romanzo Cara pace di Lisa Ginzburg, pubblicato da Ponte alle Grazie nella collana Scrittori

Cara pace di Lisa Ginzburg è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.


Adorazione Alice Urciuolo

Adorazione di Alice Urciuolo: la declinazione di un sentimento

Adorazione, Alice Urciuolo – recensione di Francesca Barracca

 

Adorazione Alice Urciuolo
Adorazione di Alice Urciuolo. Foto di Francesca Barracca

Romanzo di formazione, trasformazione, evoluzione e involuzione, Adorazione è l’esordio letterario di Alice Urciuolo, sceneggiatrice, tra le autrici della serie di successo Skam Italia. Anche stavolta, l'autrice sceglie di far parlare degli adolescenti. Personalità diverse, ma ragazzi accomunati dalla condivisione di un lutto: la morte della loro amica Elena per mano del fidanzato e dalla loro condizione di  “vittime” di un’eredità culturale difficile da togliersi di dosso.

Lo sfondo è quello di un piccolo centro di fondazione fascista della provincia di Latina, Pontinia. Vanessa, Diana, Vera, Giorgio, Christian e Gianmarco affrontano la propria personale lotta alla sopravvivenza nel mondo dell’adolescenza, chi con più chi con meno intensità, intrecciando più volte i rispettivi cammini. Del resto, Adorazione è anche un romanzo fatto di relazioni: giuste, ingiuste, disfunzionali, tossiche, affettive che siano, ognuna di esse restituisce un pezzo di una trama più grande in cui alla definizione di sé contribuisce in maniera inevitabile il rapporto con l’altro.

Adorazione è la declinazione del sentimento in tutte le sue sfumature, fino a sfociare in estremismo: l’ammirazione può trasformarsi in ossessione, la celebrazione come divinità può comportare depersonalizzazione e messa in discussione di sé stessi, l’amore può rivelare i suoi aspetti più tossici in relazioni in cui mancano gli strumenti necessari per affrontare la vita, perché nessuno o chi ne deteneva il compito non è stato in grado di indicarli.

Adorazione Alice Urciuolo
Adorazione di Alice Urciuolo. Foto di Francesca Barracca

Adorazione non è soltanto la storia di Vanessa, Diana, Vera, Giorgio e Christian, è la storia di chiunque si trovi, o si sia mai ritrovato, a lottare contro il retaggio culturale di una piccola provincia; è il riflesso di una società in cui si dà spazio alle apparenze e nella quale i giovani fanno fatica a liberarsi dell’eredità genitoriale. Il tentativo di liberarsene che pure si percepisce, di tanto in tanto, quasi mai va a buon fine, ma aleggia la speranza che ci si immetta, prima o poi, sulla via della consapevolezza. Adorazione, infatti, è anche il racconto di un’estate di trasformazione e di evoluzione, anche se si tratta soltanto di un momento, di una scintilla che, se alimentata, può permettere al fuoco di divampare nel cuore e in tutte le ossa di Vanessa e Diana, stanche di dover rispondere come marionette a standard superficiali ed etichette non veritiere.

Se si sceglie di leggere Adorazione senza fermarsi alla superficie e a quelli che, a prima vista, potrebbero sembrare cliché e situazioni dell’adolescenza banalizzate, che a tratti rischiano di non rappresentare più un adolescente medio del nuovo millennio, Adorazione diventa una verità nuda e cruda. Non la verità, ma una verità, quella di giovani cresciuti in un ambiente sociale e culturale asfissiante in cui ancora sussistono temi considerati tabù.

Basta guardare al modo in cui si affronta, o meglio, al modo in cui non si affronta affatto, il femminicidio di Elena o all’assenza di un dialogo vero e proprio tra figli e genitori, tutti più o meno inadeguati nel proprio ruolo. Per controreazione, i protagonisti, che si impara a odiare e amare proprio come se si avesse a che fare con degli amici, scelgono di rispondere da soli, provando a distruggere i tabù, andando alla ricerca della propria libertà sessuale, di parole di sostegno e di conforto che non arrivano come dovrebbero e di legami che, dietro la promessa di attenzioni, celano distruzione.

Adorazione è il silenzio che scava fino a creare voragini incolmabili, perché nascondersi dietro il non detto è più semplice che prendersi le responsabilità delle proprie parole e azioni. Non importa se ciò rischia di non aiutare nell’elaborazione del lutto, di creare un muro con l’esterno, ciò che importa è che si continui a fingere che sia tutto sotto controllo, che le apparenze vengano salvate, che il mondo continui a essere ancorato ai propri rigidi schemi.

Alice Urciuolo ha raccontato un’altra versione degli adolescenti messi sullo schermo con Skam e l’ha fatto con la semplicità e la freschezza di un linguaggio immediato, nudo e crudo proprio come la realtà che ha descritto. Un linguaggio in cui i dialoghi funzionano proprio come quelli di un film in cui si viene coinvolti irrimediabilmente, ma che fa del tacito un suo punto di forza, perché il segreto di Adorazione sta proprio in questo: in quanto non si dice, nella staticità apparente che apre inavvertitamente riflessioni continue.

Adorazione di Alice Urciuolo
La copertina del romanzo Adorazione di Alice Urciuolo, pubblicato da 66thand2nd (2020)

Adorazione di Alice Urciuolo è candidato alla LXXV edizione del Premio Strega.

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.