Achille Odisseo Matteo Nucci

Achille e Odisseo: archetipi di umanità. Intervista a Matteo Nucci

Non erano forse Achille ed Ettore i due eroi omerici contrapposti per eccellenza? Sono loro che - nemici per necessità - si scontrano sotto le mura di Troia, che i greci assediano da dieci anni. Ettore è il figlio migliore di Priamo, re della città assediata, ed è l’uccisore di Patroclo, l’amico più caro ad Achille, che dalla sua morte sarà richiamato sul campo. Achille è l’eroe dei greci, e con la sua assenza – rabbiosa, per l’offesa arrecatagli da Agamennone, ma temporanea – aveva rischiato di segnare per sempre il fallimento della spedizione achea.

Peter Paul Rubens, Achille vainqueur d'Hector (1630), olio su tavola (108 × 127 cm), presso il Musée des beaux-arts de Pau. Foto di Tylwyth Eldar, in pubblico dominio

Ma è tra loro il vero scontro? Piccola anticipazione: no, altrimenti non staremmo qui a parlarne. Achille ed Ettore non sono altro che la stessa tipologia di eroe – e dunque di uomo – solo collocato nelle due metà opposte del campo: sono l’uno il riflesso dell’altro, il loro scontrarsi è un guardarsi allo specchio. La vera contrapposizione è un’altra, ci spiega Matteo Nucci nel suo ultimo saggio (Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno, edito da Einaudi): i due archetipi di umanità, come racconta anche Elena, greca dentro le mura troiane, sono Achille e Odisseo.

Ulisse e Polifemo nel mosaico dalla Villa Romana del Casale. Foto © José Luiz Bernardes Ribeiro (2015), CC BY-SA 4.0

E con Matteo Nucci parliamo in questa intervista, per la quale lo ringraziamo. Dopo averla letta, non ve ne andate: a seguire troverete anche una recensione del saggio.

Achille in una ceramica policroma (300 a. C. circa). Foto di Jona Lendering - Livius.org, CC0

Achille e Odisseo sono personaggi molto noti anche a chi non frequenta abitualmente i classici. Perché proprio questi due eroi, messi a confronto?

Sono noti perché hanno un peso particolare nel gruppo ristretto degli eroi che combattono a Troia. Solo Ettore ne equipara la fama ma sul fronte opposto, quello troiano. Il motivo credo sia evidente fin dall’antichità ed è il cuore di questo libro: la loro opposizione caratteriale. Achille e Odisseo rappresentano due maniere opposte di vivere la vita, di guardare a ciò che dobbiamo o vogliamo fare e di impiegare la più grande ricchezza a nostra disposizione, ossia il tempo. Sono modelli agli antipodi. Astuzia contro schiettezza. Prudenza contro impulsività. Futuro contro presente.

Elena e Paride da un cratere a campana apulo a figure rosse, 380–370 a. C. al Musée du Louvre. Foto di Bibi Saint-Pol, in pubblico dominio

Un espediente utilizzato nel libro è quello di ampliare e rimodulare, attraverso riscritture, scene che vedono protagonista Elena, in parte già presenti nella tradizione. Da cosa deriva questa scelta di valorizzare il suo punto di vista nel racconto degli eroi?

Riscrivere Omero non ha senso. Sono contrario a qualsiasi attualizzazione o versione semplificata, in prosa o quel che è. Omero va letto e basta e si scoprirà la sua grandezza. Una delle più belle soddisfazioni è quando mi dicono: mi sono messo a leggere Omero grazie ai tuoi libri. Ciò non toglie che il mito non è cantato e raccontato soltanto da Omero. Ci sono aspetti di queste storie che altri mitografi hanno ricreato e riplasmato.

La potenza immortale del mito sta proprio nel fatto che si rinnovi sempre seguendo direzioni diverse. Io credo che la figura di Elena sia stata molto trattata per questioni in fondo poco decisive, come la bellezza quasi divina, la propensione al tradimento, l’abilità nella parola seduttiva. In realtà, leggendo Omero abbiamo l’impressione che la sua centralità abbia a che fare con una capacità unica di omprendere gli uomini con cui ha a che fare (tranne l’amante troiano Paride), con l’autorevolezza che le permette di indicare una via, con l’abitudine a scegliere senza rimpianti, a cambiare idea e adeguarsi alla realtà, con il senso pratico e con la parola attenta, sottile, precisa.

Elena è una grande conquistatrice più che una distruttrice – come si dice troppo spesso. Per questo riscrivo le sue storie. Letterariamente. Rifondo un’altra versione del mito. E uso uno stile mio ma che è evidentemente un uso moderno della maniera omerica. Tutto questo – ci tengo a dirlo – per la verità del testo, la sua ricchezza e la sua infinita apertura. Non per questioni di genere. Oggi si riscrive il mito dalla parte di quella o quell’altra eroina, come se Penelope fosse sempre stata offesa dal fedifrago Odisseo mentre Clitemnestra era umiliata dallo spirito di Agamennone  e così via. Io detesto le questioni rosa in letteratura, ma anche fuori dalla letteratura. Non c’è bisogno di limiti né di spinte alla correttezza che io francamente detesto. La letteratura fa da sé. Elena è una donna straordinaria. Ma i sostenitori delle questioni di genere non hanno neppure capito perché. Nei miei tre libri mitici (Le lacrime degli eroi, L’abisso di Eros, e Achille e Odisseo) lo dico e lo ridico molto spesso.

Francesco Primaticcio, Odisseo e Penelope, olio su tela (1563 circa). Foto The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio
Parlando degli amori di Odisseo, nel libro si ricorda il rischio di letture superficiali e banalizzanti: come si fa a raccontare i classici in modo accessibile senza cadere in interpretazioni fantasiose o decontestualizzate?

Leggendo i classici con passione e senza pregiudizi. Senza aspettarsi ciò che non c’è. Senza cercare conferme di un’idea. Ossia facendo tutto quel che si deve fare per vivere una giornata decente, ossia non sperare l’insperabile e non tentare di dare ordine al caos. Qual è il modo migliore per affrontare le nostre vite se non la critica continua, il dubbio, la domanda?

Ecco: Omero va letto così. Impossibile che sia banale o superficiale se si entra nei meandri delle sue contraddizioni, delle oscurità e del mistero. Ogni storia nasconde perle e spinge alla ricerca della luce proprio grazie al buio in cui ci immerge. Ma il pericolo più grande sta nella presunzione di chiarezza che si ha circa certi racconti, una presunzione che rende impossibile qualsiasi lettura che sia ricca di significati e di sfide al lettore.

Achille e Aiace giocano nell'anfora attica a figure nere di Exekias (530 a. C. circa). Dal Museo Gregoriano Etrusco, Sala XIX, Musei Vaticani. Foto di Jakob Bådagård, in pubblico dominio

Il gioco dei dadi era una parte importante della vita degli antichi, almeno per quanto possiamo dedurre dalle testimonianze. Ha scelto di dedicare uno spazio a questo aspetto e a una riflessione sulle tattiche di gioco che avrebbero attuato Achille e Odisseo, anche attraverso il paragone con il backgammon. Quanto si può capire di una persona dal suo modo di gestire una tattica di gioco? Ha un qualche significato il fatto che Odisseo non sia mai rappresentato nell’atto del gioco, esclusa la partecipazione ai giochi funebri per Patroclo?

Si può giocare a dadi e si può partecipare a giochi in cui i dadi hanno un ruolo ma non esclusivo. I dadi rappresentano la sorte. Ma le nostre vite non sono soltanto affidate alla sorte bensì anche a quella forma di intelligenza umana che ha a che fare con la sorte. Questo è ciò che racconto attraverso il backgammon, come lo chiamiamo noi oggi. Un gioco antichissimo in cui sorte e intelligenza si dividono equamente le parti. Un gioco che è specchio di vita e così viene raccontato da Platone e Aristotele.

Non c’è dubbio che il modo in cui gli esseri umani giocano racconta molto bene la loro personalità. C’è chi vuole vincere distruggendo e chi vuole vincere nella bellezza. Generalmente questi ultimi sono coloro i quali godono di partite lunghe e rocambolesche, in cui l’intelligenza tenta di irretire la fortuna per creare un’opera d’arte. Spesso costoro sono detti perdenti. Spesso l’animo artistico è considerato perdente.

Ma cosa significa vincere? Sono questioni delicate. Achille è un virtuoso del tempo libero. Odisseo no. Odisseo vuole correre e per questo non ama giocare. Achille a backgammon vuole vincere con la bellezza. Odisseo, se giocava a backgammon, sceglieva la tattica più veloce e distruttiva. Il contrario dell’immagine a cui siamo abituati? Ecco la ricchezza di Omero di cui vi parlavo prima. Omero non finisce mai. Sta a noi leggerlo, rileggerlo, sognare, interpretare.

Achille Odisseo Matteo Nucci
Il corpo di Patroclo sollevato da Menelao e Merione, mentre Odisseo guarda. Rilievo etrusco del secondo secolo a. C., da Volterra e oggi presso il Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Foto © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons, in pubblico dominio

Achille e Odisseo sono eroi ma, come apprendiamo dalla lettura del suo libro, credere che che l'eroe sia una creatura sovrumana è una prospettiva fallace: essi altro non sono che uomini (e donne) nella propria completa realizzazione. Inoltre, mi sembra di intendere che in generale nella sua scrittura si insista molto sulla fragilità dell'eroe. Alla luce delle differenze e somiglianze tra Achille e Odisseo, ci può dire se ha una preferenza tra i due?

Che l’eroe sia un oltreuomo è veramente una stupidaggine che nei secoli ha prodotto mistificazioni e molta idiozia. L’eroe è uomo fino in fondo, ragione e sentimento, progetti e emozioni. L’eroe è chi sa piangere senza vergogna, come raccontavo nel primo libro della mia trilogia antica. Tutt’altra cosa è il supereroe. Che infatti non è umano, non ha poteri umani, ma superpoteri. Non so proprio perché Brecht ci abbia condannati a quella massima per cui sarebbero beati coloro che non hanno bisogno di eroi. Ma non è che Brecht sia possessore di verità assolute, no?

Quanto alle mie preferenze, credo siano evidenti. Io sono appassionato e impulsivo, non resisto alla tentazione di dire ciò che penso, non faccio molti calcoli. Al tempo stesso ho patito molto per la tentazione di guardare nel futuro e di prendere decisioni guardando nel futuro. Poi ho la mia vita, tutti abbiamo la nostra e ciascuno di noi ha vissuto i suoi grandi dolori. Certo, non posso dire come Achille che la sofferenza che ho provato, una sofferenza così grande, non la proverò mai più. Ma non mi sono risparmiato e cerco a modo mio di godere per quel che ho. La vita è un soffio. Sono assolutamente dalla parte di Achille.

Achille Odisseo Matteo Nucci
La copertina del saggio Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno di Matteo Nucci, pubblicato da Giulio Einaudi Editore nella collana Stile Libero Extra

Di seguito la recensione del libro, a cura di Francesca Salvatori

Achille e Odisseo, dunque. Achille, il guerriero più forte dalla caviglia fragile e Odisseo, il migliore tessitore di inganni, che vive del proprio viaggiare.

Nel saggio di Matteo Nucci vediamo di loro il diverso rapporto con la verità, con la vita e con la morte, con la fragilità umana, con le scelte. Li vediamo diversi nel modo di guardare al passato e di desiderare il futuro. Odisseo al futuro guarda continuamente: pensare alle conseguenze è più importante che seguire l’impulso del momento. Se ti trovi in una grotta chiusa da un masso che solo un essere gigantesco come il Ciclope può spostare, non puoi ammazzare quella creatura, anche se nel frattempo sta facendo a brani i tuoi compagni. Odisseo è l’eroe che guarda al futuro trascurando il presente, ma è anche l’eroe che rifugge il passato: è molto suggestiva l’ipotesi formulata da Nucci in merito al canto delle Sirene, la cui arte sarebbe forse quella di raccontare a ciascuno la verità sul suo passato. Per questo Circe gli suggerisce il noto espediente di ascoltare il canto solo dopo essersi fatto legare dai compagni: Circe sa che Odisseo – che pure vuole ascoltare – non saprebbe più andare avanti una volta conosciuta davvero tutta la verità sul proprio passato.

Ulisse e le sirene. Mosaico pavimentale romano del secolo II d.C., da Dougga e oggi al Museo del Bardo a Tunisi. Foto di Giorces, modificata da Habib M'henni, in pubblico dominio

Ma chi di noi, alla fine, ci riuscirebbe?

«Come potremmo, tutti noi, resistere alla disperazione, quando ci venisse raccontata tutta la verità su ciò che abbiamo vissuto? […] Nessuna verità sul nostro passato ha senso se non quella che scaturisce dalla nostra indagine».

E Achille? Achille è il presente. Più giovane di Odisseo, bello, figlio di madre divina, Achille non guarda oltre la contingenza in nome della volontà di vivere. Achille reagisce all’ingiustizia perpetrata da Agamennone mentre gli altri eroi rimangono in silenzio, benché anche i loro bottini siano messi a repentaglio dal capo della spedizione. Achille non resiste quando Odisseo viene a cercarlo tra le figlie di Licomede: sua madre aveva tentato di nasconderlo travestendolo da ragazza, ma lui svela l’inganno, in cui è coinvolto senza averne preso l’iniziativa, perché troppo forte è il richiamo della battaglia. Eppure, Achille vuole vivere. Sa che il suo destino non prevede un ritorno dalla guerra di Troia, sa che la sua vita sarà breve, ma non si consegna a questa certezza.

Quando rifiuta le scuse di Agamennone, durante la nota ambasceria di Aiace, Fenice e Odisseo, Achille ricorda che per lui esistono due alternative: una vita breve e gloriosa o una vita lunga, ma senza la fama delle sue grandi gesta. Achille non ha dubbi, è meglio la vita, come la sua ombra dirà a Odisseo nell’Ade, è meglio la vita perché senza la vita è tutto perduto.

Achille vive un eterno presente, dicevamo, costruisce il suo tempo nella consapevolezza di non avere un futuro e ignorando questa consapevolezza. Odisseo vive sempre al futuro e, quando questo futuro sembra arrivare, ecco che sembra volerlo spostare sempre più in là. Persino il ritorno a Itaca non è altro che l’inizio di una nuova avventura. Chi dei due eroi vive davvero? Forse vivono solo in modo diverso?

Il saggio di Matteo Nucci, snello e di agile lettura, prende ciò che spesso è noto dei poemi omerici, o che spesso si crede di sapere, e ne fa miniera di spunti di riflessione. Laddove si senta il bisogno di un maggiore approfondimento, la bibliografia è ottima per indagare singoli aspetti che destino interesse o – nella sezione bibliografia ragionata – per cercare la spiegazione di scelte e interpretazioni. A modesto parere di chi sta scrivendo questa recensione, la lettura di questo saggio potrebbe essere stimolante anche per i giovani – che preferibilmente abbiano qualche nozione del mondo classico – perché, senza deturpare l’antico con letture decontestualizzate, e al netto di qualche semplificazione funzionale, racconta gli eroi come uomini nella propria piena realizzazione. Con tutte le differenze e le distanze tra noi e gli antichi, il bisogno di interrogarsi su cosa significhi essere uomini e donne non ci ha abbandonato.

«I poeti greci chiamarono effimeri quegli esseri condannati a vivere “un giorno soltanto” (ephemeros: da epi + emera ossia “di un giorno”). Sapevano bene, conoscendo a menadito Omero, che proprio la finitezza della vita umana la rende sacra e superiore alla vita immortale».

L’uomo non ha controllo sul tempo a propria disposizione, sa solo che questo tempo non è infinito. Proprio questa finitezza rende la sua condizione preferibile a quella degli immortali: ogni scelta è unica, la consapevolezza della fine dà senso a ogni obiettivo. Achille vive come se non sapesse che la sua vita è appesa a un filo: sa che non tornerà da Ilio, ma è in nome della vita che ha lasciato in patria, e che avrebbe desiderato coltivare, è in nome del padre che avrebbe voluto rivedere che consegna il corpo di Ettore a Priamo e condivide con lui il dolore per il destino che accomuna le loro famiglie. Odisseo rifiuta l’immortalità che Calipso gli offre, perché la condizione immutabile della dea, che mai invecchierà e mai vedrà la conclusione della propria vita, somiglia tanto alla morte. Achille si getta nella battaglia sapendo che ogni scontro può essere l’ultimo, e proprio in questa consapevolezza si fonda il grande valore che accorda alla vita. Desiderano avere la morte gli dei che vedono morire i propri amanti mortali.

Solo ciò che è effimero è eterno


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Dal papiro all'e-book: le controversie nella storia del libro

SCRIPTA MANENT VI

Dal papiro all'e-book:

le controversie nella storia del libro

Articolo a cura di Gianluca Colazzo e Mariano Rizzo

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E-book e libro a confronto. Foto di Felix Lichtenfeld

Da oltre un decennio la popolazione dei lettori contemporanei è divisa in due fronti contrapposti: quelli che adoperano gli e-book e quelli che restano fedeli al libro cartaceo. Da ambo i lati fioccano numerose critiche al supporto avversario: se chi usa gli e-book imputa al libro tradizionale la scarsa praticità, il costo eccessivo e l'impatto ambientale negativo, i lettori old style ritengono che le pagine elettroniche non possano sostituire quelle vere, che mantengono un fascino innegabile e consentono di entrare fisicamente in contatto col testo.

Quella a cui stiamo assistendo è una diatriba generazionale destinata a perdurare a lungo, ma non si tratta di un'esclusiva dei nostri tempi: critiche e polemiche hanno sempre accompagnato gli esordi di qualsiasi forma libraria sia mai stata introdotta nel mondo latino. Anche in passato la diffidenza verso una nuova tecnologia giocava un ruolo fondamentale nella disputa, tuttavia il più delle volte si trattava di questioni di ordine etico-ideologico. Prendere in esame queste circostanze vuol dire mettere in luce le motivazioni per le quali una forma libraria sia stata preferita a un'altra, nonché comprendere perché l'adozione della stessa sia stata immediata in un determinato luogo e più lenta in un altro; in altre parole significa scrivere un capitolo fondamentale della plurimillenaria storia del libro.

I problemi del volumen papiraceo

Il ritratto di Paquio Proculo con la moglie, che rappresenta in realtà il panettiere Terenzio Neo. Affresco al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Foto in pubblico dominio

In un celebre affresco rinvenuto a Pompei sono raffigurati due personaggi tradizionalmente ma erroenamente identificati come Paquio Proculo e sua moglie; ciascuno dei due tiene in mano un oggetto: l'uomo stringe un rotolo di papiro, la moglie mostra una tavoletta cerata e se ne porta lo stilo alle labbra. La presenza di questi due oggetti non è casuale: il rotolo (volumen) e la tavoletta (tabula cerata) erano i supporti da scrittura più adoperati nel mondo latino del secolo I d.C., epoca al quale l'affresco risale.

I codicologi non sono tutti concordi nel ritenere entrambi i supporti forme librarie: di sicuro lo era il volumen, oggetto di tradizione greca che serviva ad accogliere i testi letterari, saggistici e matematici. Le tabulae erano invece autoctone, ma la destinazione d'uso era ben diversa: la possibilità di riutilizzare la superficie in ceralacca sulla quale si era in precedenza scritto sgraffiando via le parole vergate le rendeva poco adatte ad accogliere testi che necessitavano di una conservazione durevole; pertanto esse erano usate quasi esclusivamente per l'apprendimento scolastico della scrittura, oppure per la registrazione della contabilità domestica. Quando la situazione lo richiedeva, potevano essere legate insieme per mezzo di cinghie e lacci: ciò avveniva per esempio per tenere insieme i compiti di uno stesso allievo o i registri di un'unica annata. I gruppi di tabulae così legate assumevano una forma vagamente simile a quella di un libro come lo conosciamo noi, laddove ogni tavoletta era una sorta di pagina. Dunque l'affresco di Paquio Proculo andrebbe letto come una dimostrazione grafica dei ruoli socioculturali attribuiti a marito e moglie, con l'uomo dedito alla lettura erudita e la donna preposta a curare gli affari di casa.

Al di là dell'insito maschilismo, nel periodo in cui era utilizzato il volumen fu oggetto di aspre critiche: innanzitutto il papiro era un materiale estremamente costoso poiché era necessario importarlo; oltre a non consentire una coltivazione in loco, i climi umidi dei territori latini impedivano anche la corretta seccatura del foglio, che tendeva costantemente a sfibrarsi e accoglieva male quasi tutti gli inchiostri. Sul lato pratico, inoltre, la necessità di scrivere solo sul recto (rarissimi sono i volumina opistografi, scritti anche sul verso) e al tempo stesso di contenere la lunghezza del rotolo rendeva necessario scomporre una stessa opera in più porzioni: quando oggi parliamo dei libri dell'Iliade o dell'Odissea, tanto per fare un esempio, parliamo di uno dei rotoli in cui questi poemi erano convenzionalmente suddivisi. Questo comportava un eccessivo fabbisogno di spazio adatto alla loro conservazione: una sola opera poteva necessitare di uno scaffale intero, se non di più.

Tutti questi elementi rendevano il costo del volumen particolarmente ingente; non è un caso che i maggiori fondi papiracei latini siano correlati a persone di altissimo lignaggio come Lucio Calpurnio Pisone, il proprietario della Villa dei Papiri di Ercolano.

Dalla Villa dei Papiri ad Ercolano. Foto Parco Archeologico di Ercolano

Le critiche al volumen, in ogni caso, raramente sfociarono sul piano sociale: sebbene fosse assurto a status quo dell'aristocrazia, esso non fu mai visto di cattivo occhio dalle classi sociali inferiori; addirittura alcuni patrizi romani, come Asinio Pollione, trassero vantaggio dalla possibilità di procurarsi volumina mettendo a disposizione del popolo la propria collezione: nacquero così le prime biblioteche pubbliche del mondo latino, che a differenza dei corrispettivi greci in genere collegati alle strutture religiose e/o politiche, per lungo tempo furono di proprietà privata.

Col passare dei secoli si tentò di elaborare nuove forme librarie a partire dal volumen, ad esempio sostituendo il papiro con altri materiali: abbiamo già parlato in un altro articolo dei libri lintei, realizzati in fibra di lino, che i codicologi ritengono comunque una tipologia libraria a sé stante; più complesso è parlare del rotolo pergamenaceo, certamente diffuso in territorio latino a partire dal secolo I a.C., ma scarsamente utilizzato a causa dei costi e dell'oggettiva difficoltà d'utilizzo.

Dal volumen al codex

Una vera e propria svolta nella storia del libro si ebbe intorno al secolo III d.C., quando si diffuse ampiamente la nuova forma di libro a codice (codex): anziché realizzare un unico lungo foglio da arrotolare, molti fogli di dimensioni ben più modeste venivano chiusi insieme a fascicolo e infine rilegati tra loro, esattamente come accade nei libri che leggiamo tuttora.

Sulle sue origini si sono fatte moltissime ipotesi, ma lo stesso sostantivo sembra fornire un prezioso indizio: la parola latina caudex indica la corteccia degli alberi, la stessa con cui si fabbricavano le tabulae ceratae; e in effetti l'aspetto del codice era molto simile a quello dei gruppi di tavolette legate tra loro.

In effetti il codice risolveva gran parte dei problemi pratici del volumen: più durevole, comodo da consultare e riporre, consentiva la trascrizione di uno stesso testo (o addirittura di più testi) in un solo libro; inoltre, sebbene la pergamena rimanesse costosa, si aveva comunque un notevole risparmio complessivo rispetto all'esborso richiesto dal rotolo di papiro. In alcuni famosi epigrammi Marziale ne loda la comodità e la capacità di contenere numerosi testi; eppure, nonostante questi vantaggi, anche il codex non fu esente da polemiche perfino più feroci di quelle riservate al volumen.

Occorre considerare che il primo periodo di diffusione del codice coincise con l'ascesa della religione cristiana: ricorderete che in quegli anni i primi cristiani erano visti con estremo sospetto, e c'era chi li considerava tra le cause della decadenza dell'Impero che cominciava a essere avvertita a tutti i livelli sociali. Sebbene oggi si tenda a escludere che l'invenzione del codex sia avvenuta in seno agli ambienti cristiani, di sicuro questa forma libraria entrò da subito in simbiosi con quella religione: il libro a codice consentiva infatti una più rapida e efficace circolazione dei testi dogmatici e liturgici, nonché il loro occultamento in caso di necessità. In breve il codex fu associato alla cristianità, pertanto lo si guardò con estrema diffidenza: per la prima volta le critiche a una forma libraria non erano di carattere pratico, ma ideologico.

Col tempo, man mano che le divergenze si appianavano e la religione cristiana usciva dall'ombra, si venne a verificare una spaccatura tra i sostenitori del libro a codice e tra i tradizionalisti che continuavano a preferire il volumen, il quale per contrapposizione finì per essere associato alla “vecchia” aristocrazia pagana e dunque a un mondo culturale sulla via di un inesorabile tramonto. Non sappiamo con certezza quanto durò questa diatriba, ma possiamo ipotizzare che l'editto di Costantino (313 d.C.) ne rappresentò la svolta: in seguito alla proclamazione della libertà di culto le strutture politiche cominciarono ad essere influenzate dal cristianesimo, e ciò causò una graduale scomparsa della classe alta pagana; a ciò va unita la sempre crescente difficoltà di reperire il papiro, che con la perdita dei territori africani (IV- V secolo) divenne irrimediabile.

Pagine proibite e inchiostro del diavolo

Il profeta Ezra nel folio 5r del Codex Amiatinus (MS Amiatinus 1), conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze. Foto in pubblico dominio

A partire dall'Alto Medioevo in poi il codice andò incontro a un'evoluzione continua, le cui tappe fondamentali furono l'adozione della carta come materia scrittoria (a partire dai secc. VI-VII) e l'invenzione della stampa a caratteri mobili, avvenuta in Cina già nel secolo XI, ma perfezionata da Gutenberg nel secolo XV. Il risultato di queste innovazioni fu il progressivo abbandono del codice manoscritto in favore del libro a stampa, nuova forma libraria che, con le dovute modifiche tecnologiche, usiamo ancora oggi.

Il libro a stampa godeva di ulteriori migliorie rispetto al codice: oltre a essere più maneggevole (la carta pesa dalle cinque alle venti volte meno della pergamena), consentiva l'utilizzo di inchiostri più economici; oltre ai costi, inoltre, si abbattevano i tempi di realizzazione visto che per elaborare una tiratura da decine di copie occorrevano pochi giorni, a fronte delle molte settimane necessarie ad approntare un solo codice manoscritto.

La copia della Bibbia di Gutenberg alla Biblioteca del Congresso di Washington. Foto di Raul654, CC BY-SA 3.0

Tuttavia, dopo millenni in cui ogni libro era un unicum nel quale si rifletteva totalmente l'abilità dello scrivente, sin dall'inizio l'automazione del processo e la creazione di centinaia di libri identici furono viste con estremo sospetto: perfino la possibilità di emendare in corso d'opera o in successive edizioni eventuali errori di stampa fu additata come una pratica inumana, quasi diabolica. Fu per questo motivo che gli incunaboli, i primissimi testi a stampa databili agli ultimi anni del secolo XV, furono realizzati in modo da assomigliare il più possibile ai manoscritti: da essi mutuarono la suddivisione in colonne, l'ampia marginatura e la scrittura più diffusa in quel periodo, la gotica; laddove possibile si continuò perfino a realizzare a mano miniature e capilettera ornati, sebbene fossero note da tempo tecniche imitative quali la xilografia e l'acquaforte.

In effetti dietro queste polemiche di carattere pratico si nascondevano istanze ben più gravi: la possibilità di produrre un maggior numero di libri comportava incidentalmente la circolazione incontrollata di idee non mediate dall'autorità. Siamo ancora ben lontani dai volantini e dai pamphlet politici che sarebbero diventati irrinunciabili strumenti di propaganda nei secoli successivi, ma già agli albori del secolo XVI venivano liberamente distribuiti libri che andavano contro la morale del tempo: a essere bollati come tali c'erano manuali di stregoneria, ma anche “semplici” critiche alle infrastrutture politiche e religiose; perfino il Decameron di Giovanni Boccaccio era ritenuto licenzioso al pari di testi simili.

Queste circostanze si aggravarono dal 1517 in poi, all'indomani della riforma luterana, e com'è lecito aspettarsi le reazioni più drastiche vennero dalla classe religiosa, che attuò una serie di provvedimenti tra cui i più rimarcabili sono l'imposizione dell'imprimatur (1515) e la redazione dell'indice dei libri proibiti (1559).

Gli storiografi contemporanei hanno molto ridimensionato la portata di queste disposizioni, che in passato venivano aprioristicamente indicate come repressive e oscurantiste: ad esempio, la mancanza dell'imprimatur non impediva la stampa dell'edizione, che in tal caso diveniva però oggetto di indagine; inoltre le sanzioni più drastiche previste dall'Indice (rogo dell'edizione nel suo complesso e punizione del responsabile) vennero attuate raramente e solo in caso di reale minaccia ideologica; nella maggior parte dei casi ci si limitò a una massiccia opera di censura, con l'epurazione delle porzioni di testo ritenute perniciose, se non dell'intera opera. Col tempo gli stessi tipografi, di fronte al pericolo della censura, preferirono curare preventivamente i testi da mandare in stampa: ciò portò a un'evoluzione nella figura dello stampatore, che dovette rifinire non solo la qualità tipografica del testo ma anche la sua correttezza filologica; nasceva dunque la figura dell'editore come tuttora lo conosciamo, al netto delle opportune innovazioni.

Vero è, tuttavia, che le succitate disposizioni influenzarono pesantemente la circolazione libraria, causando una serie di reazioni contrarie che sfociarono nel contrabbando dei testi: a Napoli, Anversa e Lione, vere e proprie capitali di queste pratiche, operavano decine di stampatori non autorizzati in grado di produrre e far circolare sottobanco edizioni pregiatissime di testi proibiti. La realtà documentata (raccolta tra gli altri da Mario Ajello nel suo libro L'inchiostro del diavolo) è avvincente quanto un feuilleton e ci parla di schermaglie tra autorità e contrabbandieri, trattative e sotterfugi per mantenere in piedi l'attività e, talvolta, asperrime punizioni nei confronti degli editori fuorilegge.

Queste pratiche perdurarono fino alle soglie del secolo XIX, quando cambiarono drasticamente gli assetti politici e i valori sociali; in parallelo le innovazioni tecnologiche nel campo dell'editoria portarono alla nascita di un'ulteriore tipologia libraria: alla carta di stracci si sostituì la cellulosa cerata, agli inchiostri vegetominerali furono preferiti quelli sintetici e ai caratteri mobili subentrò il rullo inchiostratore. Nasceva, in altre parole, l'editoria serigrafica o “di massa”, quella di cui ci serviamo tuttora, il cui più recente esito è proprio il libro elettronico.

A questo punto è lecito provare a dare una risposta all'interrogativo posto all'inizio dell'articolo: chi vincerà la disputa tra libro cartaceo ed e-book? La storia sembrerebbe suggerirci che, tra le forme librarie tradizionali e quelle più evolute siano sempre state queste ultime a prevalere, dopo lunghissimi periodi di polemiche e discussioni; tuttavia le leggi di mercato attuali influiscono fortemente su questa diatriba, che probabilmente non si concluderà a breve. Inoltre, dobbiamo considerare un elemento non da poco: difficilmente i supporti elettronici saranno mai in grado di eguagliare l'umana necessità di collezionare e di possedere oggetti fisici, che quasi in modo subliminale ha condizionato la storia del libro lungo i millenni da noi presi in esame.

Bibliografia

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BALDACCHINI L., Il libro antico, Roma 1982.

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Da Parthenope a Napoli. Con Open House alla scoperta delle radici greco-romane della città

Napoli è? Non basterebbero pagine per descrivere cosa Napoli rappresenti nell’immaginario antico e moderno di scrittori, artisti, cittadini e attori. Napoli è una sorta di omphalos, ombelico del mondo, perché a sé richiama popoli, culture, identità millenarie che ancora oggi dopo secoli si tramandano e conservano nei riti, feste e manifestazioni popolari così sempre largamente sentite e partecipate dalla comunità e dai turisti.

La sua storia si perde tra mito e storia a partire dal nome: Parthenope, Neapolis e poi Napoli, la città che custodisce segretamente tesori preziosi all’interno delle sue viscere e le rivela grazie a due giorni di aperture straordinarie il 26 e 27 ottobre. Ed è proprio dalla terra antica e dall’acqua che inizia questo percorso di visita di Open House Napoli. Un racconto che vuole volutamente partire dalla pancia per poi salire in quello che doveva essere il punto più sacro della città greca, l’acropoli, dove diversi edifici religiosi si sono imposti ai culti pagani.

Diverse le fonti che parlano di Napoli, una di queste riconduce a Strabone che nella sua opera intitolata Geografia (V 4,7) scrive: “Dopo Dicearchia c’è Neapolis, città dei Cumani, più tardi ricevette anche una colonia di Calcidesi e alcuni coloni da Pithecusa e da Atene, e per questo fu chiamata Neapolis. Viene indicata sul posto la tomba di una Sirena, Parhtenope, e vi si tiene un agone ginnico, secondo un antico oracolo…”.

Ulisse e le Sirene. Foto Alessandra Randazzo

Secondo le fonti archeologiche, la storia di Napoli si comincia a delineare verso la fine del IX – inizio VIII secolo a.C., grazie alla fondazione di una colonia commerciale da parte di navigatori di Rodi sulla collina di Pizzofalcone, ricadente fra il borgo Santa Lucia, il Chiatamone e Chiaia, e sull’isolotto di Megaride, l’odierno Castel dell’Ovo. L’iniziale punto d’appoggio fu successivamente trasformato dai Cumani intorno alla metà del VII secolo a.C. in un centro abitato, quindi una colonia denominata Parthenope la cui esistenza è stata confermata dal ritrovamento di una necropoli in via Nicotera che venne utilizzata già a partire dal 650 a.C., cioè durante il periodo di espansione cumana verso il golfo di Napoli. Ma chi era Parthenope e perché venne chiamata così questa zona?

Vesuvio. Foto: Alessandra Randazzo

In un luogo in mezzo al mare, battuto dalle correnti e dalle onde, su uno scoglio, dimoravano le Sirene, tremende creature dal volto bellissimo di donna e dal corpo di volatile. La loro caratteristica era quella di ammaliare con il canto per trarre in inganno e condurre a morte gli sprovveduti navigatori. Omero, nell’XII libro dell’Odissea, ci narra che Circe mise in guardia Ulisse proprio da queste creature e dal loro canto, poiché lui e i suoi compagni avrebbero dovuto attraversare la dimora delle Sirene durante il loro nostos, il viaggio di ritorno verso casa. Per sfuggire alle creature, l’arguto Ulisse turò le orecchie dei compagni con della cera, ma non le sue. L’uomo dal multiforme ingegno preferì resistere alla tentazione legandosi all’albero della nave per poter sentire quel melodioso canto che faceva innamorare gli uomini portandoli alla follia e alla morte. Umiliate da tale strategia, tre sorelle sirene cercano la morte: Parthenope la vergine, Leucosia la bianca e Ligea dalla voce chiara. Il mito narra ancora che il corpo di Parthenope venne portato dalle correnti sull’isolotto di Megaride e i pescatori quando videro quel bellissimo volto ormai privo di vita, decisero di seppellirla a protezione della città che stava sorgendo. Secondo un’altra leggenda, invece, è dal corpo di Parthenope che prese forma il Golfo di Napoli con il capo della sirena ad oriente, sull’altura di Capodimonte e i piedi ad occidente, verso il promontorio di Posillipo.

Non esiste una versione univoca del mito, ma tante storie concorrono a raccontare l’origine della città e dei suoi abitanti che tutt’oggi conservano nel nome il collettivo sinonimo della città stessa: partenopei.

Intorno al 470 a.C. e dopo lo scontro con gli Etruschi nel 524 a.C., i Cumani fondarono Neapolis ad oriente del primo impianto di Parthenope che assunse il nome di Palepoli, la città vecchia. A partire dal IV secolo, la città rientrò nell’orbita di interesse di una potenza che sul suolo italico stava man mano prendendo piede: Roma. In epoca augustea, Napoli raggiunse il suo massimo splendore grazie alla presenza di poeti e scrittori come Virgilio, Catullo, Orazio e alla presenza di aristocratici che proprio sulla costa partenopea costruirono le più belle residenze di villeggiatura.

Stazione Municipio. Foto: Open House Napoli

La città greco-romana ricalca in parte tutto il centro storico e la continuità dell’impianto urbanistico è una delle caratteristiche più peculiari che Napoli può vantare. Il circuito delle mura è stato ricostruito grazie al rinvenimento di molti tratti che attraversano la collina di Sant’Aniello a Caponapoli fino a concludersi a Piazza Cavour, mentre altri rinvenimenti archeologici hanno permesso di identificare la parte alta della città e l’agorà, la zona monumentale e civile dislocata su due terrazze a causa della pendenza della collina che andava da via Anticaglia (terrazza superiore) fino a via San Biagio ai Librai (terrazza inferiore) e avente funzione commerciale come dimostrano i resti archeologici del mercato nel Complesso di San Lorenzo Maggiore.

Il nostro percorso di Open House Napoli toccherà tre punti salienti della città di particolare interesse storico e archeologico, in quanto bacini di informazioni preziose per delineare ulteriormente tratti e aree dell’antica Neapolis che ancora oggi sfuggono agli studiosi.

Stazione Municipio, ritrovamenti archeologici. Foto: Metropolitana di Napoli

Cantiere Metro Municipio

La visita speciale al cantiere della Stazione Municipio, progettata dagli architetti portoghesi Àlvaro Siza ed Eduardo Souto de Moura, grande nodo di interscambio tra le stazioni delle Linee 1 e 6 della metropolitana e principale porta della città per chi arriva via mare, avrà una guida d’eccezione: l’Ingegner Antonello De Risi, direttore tecnico di Metropolitana di Napoli che accompagnerà i visitatori alla scoperta della stazione che verrà. Durante questo tour che porterà verso la stazione Marittima sarà possibile avere informazioni sull’avanzamento dei lavori e scoprire la stratigrafia di Napoli. Proprio grazie agli scavi condotti dalla Società Metropolitana sono emersi importantissimi reperti sulla storia antica della città. La zona Municipio altro non era, soprattutto in epoca romana quando Napoli fa sentire forte la sua vocazione marinara, che il porto della città da cui sono emersi quantitativi straordinari di materiali relativi al porto. L’insenatura marina compresa fra Parthenope e Neapolis è stata localizzata fra piazza Municipio e piazza Bovio ed è delimitata da Castel Nuovo e dal rilievo di Santa Maria di Porto Salvo. La grande insenatura formava un bacino chiuso e protetto che gli scavi hanno messo in evidenza con una continuità di utilizzo che andava dal III secolo a.C. al V secolo d.C. Straordinario il rinvenimento di diverse imbarcazioni affondate e la cui giacitura fa supporre uno stato di abbandono più che di affondamento.

Stazione Municipio, il porto di Neapolis. Foto: Metropolitana di Napoli

Le imbarcazioni, denominate A e C, appartenenti alla stessa epoca, fine I secolo d.C., e B databile tra la fine del II e gli inizi del III secolo d.C., sono state realizzate utilizzando il metodo classico della costruzione navale geco – romana detto a “mortase e tenoni”. I relitti A e B dovevano essere delle navi commerciali, onerariae, di medio tonnellaggio per un commercio medio/piccolo di cabotaggio, mentre la barca C, un’horeia, veniva utilizzata per la servitù portuale, per il carico e scarico di merci o per attività di pesca. Per la fragilità dei reperti e per la profondità dello scavo, agli addetti ai lavori è emerso subito l’impossibilità di tenere in loco i relitti e le infrastrutture portuali lignee. Per queste motivazioni si è elaborato un programma di recupero delle imbarcazioni, reso possibile grazie alla collaborazione con la Soprintendenza e a vari specialisti nel campo del restauro, del rilievo e dei beni culturali che in 5 mesi hanno provveduto al sollevamento e allo stoccaggio delle imbarcazioni presso un capannone climatizzato allestito appositamente nell’area adibita al deposito dei treni metropolitani di Secondigliano – Piscinola dove tutt’ora sono conservati in apposite vasche la cui temperatura e acqua vengono costantemente monitorate per un’adeguata conservazione dei legni. Sette in tutto le imbarcazioni rinvenute tra il 2004 e il 2015, con datazioni che arrivano fino al III secolo d.C., in piena epoca imperiale.

Durante il sopralluogo interverranno le Architette Roberta de Risi e Alessia de Michele, autrici del volume “Napoli metro per metro”, un racconto insolito della città che parte dalle Stazioni dell’arte della Metropolitana.

 Info visita:

Numero di persone per visita: 20

Accessibilità disabili: no

Bambini: a partire dai 10 anni

Animali: piccola o media taglia, muniti di guinzaglio e museruola

Piazza Municipio, 80133 Napoli NA

Sabato 10:30 > 11:30

Durata 60 minuti

Acquedotto del Serino. Foto: Open House Napoli

Acquedotto augusteo del Serino

Il percorso nella Napoli antica continua con un altro gioiello archeologico, l’acquedotto romano del Serino scoperto casualmente nel 2011 nel piano interrato dello storico Palazzo Peschici Maresca e costruito in epoca augustea intorno al 10 d.C. per risolvere il problema idrico della città. L’opera ingegneristica doveva essere davvero imponente sin dal suo tratto d’origine. Oltre 100 chilometri che partivano dalla sorgente del Serino, sull’altopiano irpino nei pressi del monte Terminio per giungere fino alla Piscina Mirabilis di Miseno. Lungo il suo percorso attraversava i più importanti centri urbani dell'epoca, tra cui Neapolis. Dopo il terremoto del 62 d.C. e l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., l’acquedotto fu restaurato con l’inserimento di alcuni tratti o tratti interi paralleli a quelli già esistenti per coprire le maggiori richieste idriche delle città coinvolte dai disastri.

Acquedotto del Serino. Foto: Open House Napoli

Nel corso dei secoli, i due ponti-canale rinvenuti, in tufo e laterizi, furono prima interrati a seguito dell’innalzamento del livello di calpestio, poi utilizzati come fondamenta per la costruzione del palazzo, nell'epoca in cui la città si espandeva al di fuori delle mura, nel Cinquecento, con la nascita dell’attuale area Vergini-Sanità. Gli spazi disegnati dai grandi archi, oggi nel sottosuolo, sono stati adibiti in tempi più recenti a cantina e deposito, rifugio durante le ultime guerre, poi trasformati in discarica e quindi abbandonati. Negli ultimi anni il sito è stato oggetto di un’importante azione di sgombro, ripulitura e messa in sicurezza, ad opera dell'Associazione VerginiSanità in collaborazione con la proprietà e con associazioni del territorio, per attività finalizzate alla conservazione, valorizzazione e fruizione. Il Palazzo, che ospita al suo interno una porzione di acquedotto, agli inizi dell’Ottocento apparteneva alla famiglia Peschici, di nobile stirpe, ma secondo alcune ricerche condotte nell’archivio dell’Arciconfraternita dei Pellegrini per tutto il Settecento, la proprietà era dei Maresca, importante famiglia di armatori.

Info visita:

Numero di persone per visita: 30

Accessibilità disabili: no

Bambini: sì

Animali: no

Via Arena della Sanità, 5, 80137 Napoli NA

Sabato 10:30 > 11:15 | 12:00 > 12:45 | Domenica 10:30 > 11:15 | 12:00 > 12:45

Durata percorso: 45 minuti

Dalle viscere della terra uscimmo a rivedere le stelle, parafrasando Dante e così il percorso giunge fino alle vette della città antica, l’acropoli.

Chiesa di Sant’Aniello a Caponapoli

La Chiesa sorge nell’area che anticamente ospitava la destinazione religiosa della Napoli pagana con i numerosi templi in marmo dedicati ad Apollo, Demetra e Diana il cui edificio sacro è stato identificato con l’attuale chiesa di Santa Maria della Pietrasanta. Alcuni saggi hanno messo in evidenza, durante gli anni ’60, tre allineamenti murari della città greca del IV-III secolo a.C. nella navata e nel transetto. Tra i ritrovamenti, anche muri romani in opus reticulatum del I secolo d.C. assieme a tombe altomedievali. Accurati rilievi e attente schedature hanno permesso di ricomporre il complesso puzzle archeologico dell’area su cui poi si è originata la chiesa. Il sito urbano di Caponapoli corrisponde al punto più alto della città greca, e le successive trasformazioni di questa parte dell’antica Neapolis sono da intendere intimamente collegate all’importanza geografica e naturale del sito e alle vicende storiche che l’hanno interessato nel corso dei secoli. Le origini dovettero essere improntate alla necessità di difesa, come sembrano testimoniare le mura di epoca greca ritrovate sotto il piano di calpestio della chiesa, orientati secondo una direttrice nord - ovest/ sud-est, parallelamente all’incirca all’attuale via Foria. In quest’area dovevano infatti concentrarsi i templi più importanti della città dedicati agli dei olimpici e dovevano svolgersi solenni riti con processioni e sacrifici. In epoca romana, la zona fu scelta da numerose famiglie patrizie per la costruzione di dimore sfarzose e la presenza di giardini e frutteti rigogliosi che tuttavia non si sono conservati nel corso dei secoli.

Chiesa di Sant'Aniello a Caponapoli. Foto: Open House Napoli

La fondazione della Chiesa risale al VI secolo ed è strettamente connessa al nome del santo a cui è votata. La tradizione vuole che presso l’acropoli vi fosse custodita un’immagine della Madonna ritenuta miracolosa a cui presto il piccolo Agnello, o Aniello, si avvicinò per dedicare la sua vita alla solitudine e preghiera. Alla sua morte, Aniello fu sepolto nella stessa chiesa e il suo culto si diffuse in tutto l’alto e basso medioevo. La chiesa ha subito danni ingentissimi nel tempo, per i bombardamenti del 1944 e il terremoto del 1980. Il crollo del tetto e i dissesti comportarono fenomeni di spoliazione e saccheggio. Sul finire degli anni ’80 partì un processo di restauro, con l’impegno unitario delle tre Soprintendenze, ai Beni Archeologici, Beni Architettonici e Beni Storico-Artistici. Si è optato per un restauro, progettato dagli architetti Ugo Carughi e Luigi Picone, che consentisse di valorizzare le preesistenze archeologiche, creando un vuoto nella navata centrale contornato, mediante un gradino intermedio, da una passerella continua in vetro strutturale, collocata lungo il perimetro interno. Così si è resa sincronicamente visibile all’interno della chiesa l'intera vicenda storica della città, dall’epoca di fondazione a quella contemporanea, attraverso i reperti di epoche lontane nel tempo, ma vicine nello spazio. La conclusione dei lavori di restauro riguardanti l’altare, nel 2014, ha consentito la riapertura al pubblico della Chiesa, grazie alla collaborazione tra Legambiente Campania e la Curia Arcivescovile di Napoli.

Info visita:

Numero persone per visita: 35

Accessibilità disabili: no

Bambini: sì

Animali: no

L'entrata è consentita fino ad un'ora prima dell'orario di chiusura indicato

Vico Sant'Aniello a Caponapoli, 9, 80138 Napoli NA

Sabato 09:00 > 13:00

Durata della visita 45 minuti

Parto. Non dimenticherò né la via Toledo né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi è, senza nessun paragone, la città più bella dell’universo.

(Stendhal)

 

 


Riuscirà il ‘cavallo’ della razionalità a saltare l'‘ostacolo’ dell'irrazionalità?

RIUSCIRÀ IL ‘CAVALLO’ DELLA RAZIONALITÀ A SALTARE L’‘OSTACOLO’ DELL’IRRAZIONALITÀ?

La morte di Orfeo in un kantharos in argento del 420-410 a. C., parte della Collezione Vassil Bojkov (Sofia, Bulgaria). Foto di Gorgonchica, CC BY-SA 4.0

Quando cerchiamo di analizzare ciò che ci circonda, spesso ci chiediamo quale origine abbia quel determinato oggetto da noi preso in esame. Gli archeologi, per esempio, si interrogano sull’origine di un reperto ritrovato, i papirologi sui papiri e così via. Tutto rimanda, per la maggior parte dei casi, al mondo greco-romano (e non solo, si potrebbero aggiungere, anche, oggetti – reperti e papiri - e usanze derivanti dal mondo orientale), quel mondo così lontano, ma anche così vicino, che ha lasciato tracce ancora visibili. Però non ci si interroga solo su elementi tangibili, ma anche su usi e costumi che hanno radici lontane nel tempo.

Ancora oggi, per esempio, si dà grande importanza ai sogni e come questi abbiano una ricaduta su eventi futuri; esistono, ancora, maghi e medium che profetizzano il futuro. Tutte queste credenze affondano le loro radici in un mondo lontano, probabilmente antecedente allo stesso mondo greco-romano civilizzato. Omero, per esempio, sia nell’Iliade che nell’Odissea, parla di profezie e sogni premonitori, lasciando trasparire un’origine divina. Gli stessi greci avranno mutuato queste credenze da quelle civiltà, definite l’una minoica e l’altra micenea, che precedettero il mondo greco arcaico. Questi argomenti sono stati egregiamente esaminati in un pregevole volume del regius professor di Oxford Eric R. Dodds, I Greci e l’Irrazionale, che, ancora ora, risulta di fondamentale importanza per chi si volesse avvicinare allo studio dei fenomeni e razionali e irrazionali di una civiltà che molto ha contribuito alla creazione dell’odierno occidente civilizzato.

Quando ci si approccia allo studio della letteratura greca e, in ispecie, ad Omero, spesso si legge dell’importanza della civiltà di colpa e di vergogna che è alla base degli eroi omerici. È possibile immaginare un Ettore che decide di restare con Andromaca e il piccolo Astianatte contravvenendo all’obbligo di difendere la sua amata Troia? La risposta è semplice: un ‘no’ perentorio. Il ‘no’ di Ettore è dettato proprio da quella tipologia di civiltà alla base della coscienza dell’eroe omerico. Si provi ad immaginare la vergogna, per un guerriero (o meglio, eroe), nell’essere definito un ‘vigliacco’ per non aver difeso il suo popolo; e si pensi, anche, se si vuole, ad una possibile ‘colpa’ per una eventuale sconfitta. L’eroe omerico era intransigente e lo era per i dettami di quella civiltà di cui si è accennato poco sopra. Dodds giudica questa tipologia di pensiero dettata da una credenza comune: non bisognava rifiutare la pianificazione divina. L’ira degli dèi (phthonos theon) impauriva tutti, anche il più valido guerriero. L’eroe omerico, per esempio, poteva incorrere nella hybris (tracotanza): non si poteva osare più di quanto era dovuto.

L’origine divina di questa tipologia di credenza, civiltà di vergogna e di colpa (shame culture e guilt culture), è confermata da Dodds; lo studioso ritiene che alla base della civiltà omerica e, anche, pre-omerica, vi fosse, nella credenza popolare, l’idea della presenza incombente e minacciosa della divinità. Questa presenza giustifica, anche, un’altra tematica affrontata dal regius professor nel suo volume, cioè la pazzia e come essa fosse percepita dagli uomini.

Gli antichi distinguevano due tipologie di pazzia: quella legata al soprannaturale e quindi derivante dall’influenza di una divinità e quella legata ad uno stato patologico. Per quanto riguarda la prima tipologia, Apollo è una delle divinità più legate a questa prima categoria di pazzia, definita, nel Fedro platonico, ‘furore profetico’; legate alla cultura apollinea sono la Pizia e la Sibilla. È famoso l’oracolo di Apollo a Delfi, presso il quale molti si recavano alla ricerca di un responso; non era la divinità in persona a parlare, ma una profetessa, la Pizia, che, in stato di trance profetica e plena deo, riferiva il responso divino. Questa tipologia di pazzia/furore era comune nella credenza dei greci (basti pensare che, prima di ogni evento bellico, ci si recava presso l’oracolo alla ricerca di un consenso). Si è detto, anche, che spesso questa pazzia/furore era dettata da una patologia; in genere i malati non erano riconosciuti come intermediari di una divinità, anzi erano cacciati dalla comunità (ad Atene, per esempio, erano soliti cacciarli con sassi o, addirittura, sputi). Ma non tutti erano soliti allontanare questi malati; alcuni credevano che la loro patologia fosse una conseguenza di una inferenza divina (esaustivo, in questo senso, il De morbo sacro di Ippocrate).

Penteo fatto a pezzi da Agave e Ino. Ceramica attica (lekanis) a figure rosse, 450-425 a. C. Foto di Marie-Lan Nguyen (2007)

Questa pazzia/furore non si manifestava soltanto attraverso la profezia di un ‘impossessato’, ma anche attraverso danze specifiche legate, nella maggior parte dei casi, al culto dionisiaco (è icastica la scena della danza delle Baccanti nell’omonima tragedia di Euripide). Questa danza aveva una funzione catartica, cioè purificare l’anima degli adepti. Platone definisce questa tipologia di furore/pazzia ‘telestico o rituale’.

Anche i poeti potevano essere ‘impossessati’ da una divinità e comporre in stato di trance. Generalmente erano le Muse a invogliare i poeti a comporre i loro versi (Esiodo, per esempio, nell’incipit della sua Teogonia afferma che furono le Muse Eliconie a spronarlo a comporre l’opera). Anche in questo caso Platone categorizza questa tipologia di furore/pazzia definendolo ‘poetico’.

Tutte queste categorie sono legate da un lato, alla funzione catartica, dall’altro, alla funzione profetica e poetica. Si potrebbe prendere in considerazione un’altra tematica analizzata da Dodds, cioè la valenza dei sogni e la cultura sciamanistica.

Come suddetto, ancora oggi i sogni hanno una valenza fortemente premonitrice. Questo stesso valore era percepito dagli antichi greci. Nei sogni, spesso, si manifestavano parenti o persone vicine al sognante, raramente divinità (i greci, per esempio, affermavano di ‘vedere’ nel sogno), e spesso queste parlavano al soggetto avvertendolo o consigliandolo. Sono famose, per esempio, le scene di sogni nell’Iliade e nell’Odissea; la figura onirica entrava nella camera da letto del sognante attraverso il buco della serratura e si manifestava. Non tutti i sogni, però, erano fausti, c’erano sogni angoscianti e infausti e gli antichi, generalmente, tendevano a rendere oggettivo il messaggio dell’eidolon (immagine) del sogno. Il sogno poteva avere, anche, una funzione guaritrice, basti pensare al culto di Asclepio che si diffuse sul finire del V a.C. (fondamentale la pubblicazione della Cronaca del tempio di Epidauro nel 1883). Alcuni casi di guarigioni nei sogni sono presenti nei racconti di persone che, durante il sonno o la veglia, venivano curati e si risvegliavano sani. Su questa tematica Dodds si mostra parecchio scettico: o erano sogni reali ovvero i malati erano drogati o ipnotizzati e immaginavano la figura di un guaritore dietro la quale, con molta probabilità, si nascondeva un sacerdote. Questa credenza che può sembrare arcaica, in realtà continuò ad essere presente nella cultura dei greci del V a.C. (Aristofane, per esempio, nel Pluto parla di guarigioni di malati per mano di serpi) e, forse, anche nel IV a.C.

Legata alla credenza dei sogni, nell’antichità si afferma anche la ‘cultura sciamanistica’. Oggi siamo abituati a giudicare gli sciamani come guaritori provenienti dalla Siberia e dall’area asiatica. Dodds, in realtà, parla di sciamani che entrarono in contatto con la cultura greca. La Tracia è rappresentata come la regione principale di questa tipologia di credenza; infatti Orfeo, originario della Tracia, è giudicato uno sciamano, un guaritore che assisteva i diversi ‘clienti’ sia psichicamente che fisicamente (Dodds parla anche di un tale Zalmoxis come lo sciamano per eccellenza). Alla base di questa cultura, che i greci giudicavano antichissima, c’è l’idea che l’anima (psyche) avesse un’entità divina e che questa si esplicasse durante il sonno, giudicato, per l’appunto, l’approdo più vicino alla morte. La cultura sciamanistica prevedeva che l’anima continuasse a vivere dopo la morte, motivo per il quale, spesso, gli antichi, insieme al cadavere, seppellivano gli oggetti più vari, sicuri che quell’anima avesse ancora bisogno di bere, mangiare, vestirsi ecc. (questa è una credenza antichissima, appartiene, infatti, ai popoli dell’Egeo sin dall’epoca neolitica). Il fatto che l’anima, dopo la morte, continuasse a ‘vivere’, giustifica, in un certo qual modo, l’immagina (eidolon) che alcuni affermavano di vedere durante il sonno; probabilmente quell’eidolon (immagine) era l’anima di un defunto che era andato a far visita al sognante e, con molta probabilità, profetizzava gli eventi futuri. Inizialmente si credeva nell’unità anima/corpo, cioè gli antichi erano soliti nutrire il defunto con il fine di far ‘vivere’ l’anima racchiusa in quella carcassa. Furono i poeti omerici a distinguere l’anima dal cadavere, quindi a liberare l’entità divina da quella terrena.

Tutte queste credenze, prese in esame soltanto in maniera cursoria (nel rispetto del pregevole volume di Dodds), hanno dato vita a diverse discussioni legate alla loro veridicità. C’è stato chi, al contrario dei più fervidi seguaci, ha criticato fortemente la religione e, con essa, l’apparato di cui era provvista. Si pensi a Socrate, condannato, non solo per aver corrotto i giovani rampolli ateniesi, ma anche per la sua feroce critica nei confronti della religione tradizionale; Ecateo, che giudicava la religione ridicola; Senofane, che mise alla berlina i miti omerici e spergiurò sulla divinazione; Eraclito, che attaccò tutto il ‘conglomerato’ delle credenze più antiche; a queste personalità, si possono aggiungere, anche, Democrito, Diogene. Il V a.C. è il periodo dell’‘illuminismo greco’, quel periodo di intellettuali tesi a far valere la ragione alla fede ed è proprio in questo periodo che si avvicendano i diversi processi per ‘ateismo’ (il processo di Socrate è il più controverso). Anche Platone, nella Repubblica e nelle Leggi, ha tentato di rendere più razionale il ‘conglomerato’ di quelle credenze mistiche che erano alla base della cultura greca e pre-ellenica e che, ormai, si erano radicate nella mentalità della polis.

Il tentativo dei Sofisti e dello stesso Platone, però, non sono andati a buon fine, anzi lo stesso Dodds afferma che gli antichi ‘illuministi’ non potevano riuscire a spiegare l’irrazionale dal momento che erano privi di quegli strumenti atti a decifrare la mentalità mistica che non si poteva spiegare se non attraverso la mitologia. Ancora, il regius professor, nelle battute finali del suo volume, utilizzando la metafora del cavallo e del cavaliere, afferma: «Fu il cavallo a rifiutare il salto, o fu il cavaliere? […] Personalmente credo che sia stato il cavallo […] i creatori del primo razionalismo europeo non furono mai […] razionalisti soltanto; cioè sentivano profondamente, anche con l’immaginazione, la potenza, le meraviglie e i pericoli dell’irrazionale. Ma tutti quegli eventi che si verificano oltre la soglia della coscienza potevano descriverli soltanto nel linguaggio della mitologia o dei simboli; mancava loro uno strumento per intenderli […] Invece l’uomo moderno ora comincia a foggiarsi tale strumento […] Eppure ci si offre così una speranza: se ce ne serviremo intelligentemente, arriveremo a conoscere meglio il nostro cavallo; conoscendolo meglio, sapremo condurlo, con un allenamento migliore, a vincere la paura; vinta la paura, cavallo e cavaliere potranno un giorno affrontare il salto decisivo […]».

In conclusione, il volume di Dodds, si presta alla lettura di chi, specialista o semplice appassionato, voglia avvicinarsi all’irrazionale greco e comprenderne, nel limite degli strumenti, le ragioni più profonde. Insomma, per dirla con Maurizio Bettini, che cura l’introduzione al volume del regius professor, alla domanda «Perché leggere questo libro», si dovrebbe rispondere «Semplicemente perché è uno dei libri più belli che siano mai stati scritti sul mondo greco e su quello antico in generale».

Eric Robertson Dodds I Greci e l’irrazionale razionalità irrazionalità Grecia
Il classicista Eric Robertson Dodds, in una foto anonima del 1949

Bibliografia

Eric R. Dodds, I Greci e l’irrazionale, Milano 2013 (a cura di M. Bettini, Riccardo di Donato, Arnaldo Momigliano; trad. it. di Virginia Vacca de Bosis) [=Eric R. Dodds, The Greeks and the Irrational, University of California Press, Berkeley and Los Angeles 1951].


Teatri di Pietra: "Odissea" all'Arco di Malborghetto

NUTRIMENTI TERRESTRI

ODISSEA

Gli dei e gli umani. Il mare e il tempo

da Omero

a cura di Blas Roca Rey

con Blas Roca Rey e Monica Rogledi

musicisti Flavio e Livia Cangialosi

costumi Mimmo Tuccillo j-cube

20 Luglio 2017

Visita ore 20,15

Spettacolo ore 21,15

Area Archeologica, Arco di Malborghetto

Via Flaminia km 19,4 in direzione Terni, altezza stazione RomaNord/Sacrofano

L'Odissea, il viaggio più famoso del mondo. Dopo 10 anni di guerra a Troia, i Re Achei ed i loro alleati fanno ritorno in patria, vincitori. Colui che con la sua proverbiale furbizia ha reso possibile la vittoria, grazie ad un immenso cavallo di legno dalle viscere avvelenate, riparte, anche lui, verso la "petrosa Itaca", il suo regno. È Ulisse l'astuto. Ma il fato e gli Dei hanno deciso di complicargli la vita. Comincia "Nostos”, il ritorno. Il viaggio che farà rimbalzare Ulisse ed i suoi uomini da un angolo all'altro del Mediterraneo, facendogli affrontare avventure, creature mitologiche e popoli fantastici per altri 10 lunghi anni. Il ciclope Polifemo, la maga Circe, il pericoloso ed irresistibile canto delle sirene. In un susseguirsi di racconti, monologhi e dialoghi, con l'accompagnamento di musica dal vivo, vivremo di nuovo la storia mille volte raccontata e che mille volte vorremmo riascoltare. Quando finalmente Ulisse arriverà nel suo regno, dove lo aspettano la moglie Penelope e il figlio Telemaco, avrà ancora bisogno di tutta la sua forza per cacciare i Proci e riconquistare ciò che è suo. Un uomo e il viaggio. Gli dei e gli umani. Il mare e il tempo. L'eterna lotta fra l'eroe e i suoi limiti, alla ricerca di se stesso.

Blas Roca Rey

Diplomato all'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica Silvio D'Amico di Roma nel 1982. Lavora stabilmente in teatro, cinema e televisione. In teatro ha lavorato in spettacoli scritti o diretti da: Aldo Trionfo, Maurizio Scaparro, Gianfranco De Bosio, Pino Quartullo, Gianni Clementi, Duccio Camerini, Angelo Longoni....Ha girato fiction con Luca Manfredi, Lino Banfi, Gigi Proietti, partecipando a Serie tv come la Squadra, Distretto di Polizia e per due anni la sitcom un Posto al Sole. In cinema è stato diretto da Francesco Maselli, Ettore Scola, Gabriele Muccino e Pupi Avati.

Monica Rogledi

Nel 2007 si diploma al Teatro della Tosse di Genova. Ancora allieva debutta a teatro con la regia di Giorgio Diritti. Lavora con Nicola De Buono (casa Vianello), con la compagnia catalana “La Fura Dels Baus” in lingua spagnola e con la compagnia “Teatro Garage” di Genova. Lavora presso il Teatro Stabile di Genova e il Teatro dell’Archivolto come assistente alla regia di Giorgio Gallione, Andrea Liberovici, Matteo Alfonso. Nel 2011 si trasferisce a Roma. Debutta nella capitale sul palco del Teatro Valle Occupato. Lavora con l'autore e regista Edoardo Erba, Nicola Pistoia, Marco Mattolini, Lorenzo Costa. Nel 2014 esordisce al cinema nel film “Come ti vorrei” per la regia di Giorgio Molteni che la vuole nel ruolo della protagonista “Milly”. Lavora con Pupi Avati nel film per la tv “Il bambino cattivo” e “Il racconto dei racconti” di Matteo Garrone. Numerose le apparizioni nell’entertainment RAI.

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L'eclisse nell'Odissea di Omero, datata al 1207 a. C.?

2 Gennaio 2016
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In passato, diversi autori hanno considerato gli aspetti astronomici nell'Odissea di Omero. Un nuovo studio ha in particolare esaminato due passaggi, che si relazionano a due profezie di Teoclimeno. Il primo, solitamente considerato in lavori precedenti (e piuttosto esplicito sul fatto che possa trattarsi di un evento astronomico, un'eclissi) si trova nel Libro ventesimo, 356-357 (qui si riporta a partire da 350):

E parlò anche, tra essi, Teoclimeno simile a un dio:

«Ah  infelici! che sciagura v'ha colto? la notte

vi avviluppa la testa e il volto e, giù, le ginocchia;

avvampa il lamento, sono intrise di pianto le gote;

i muri e i begli architravi sono aspersi di sangue,

il portico è pieno di spettri, ne è piena la corte,

e muovono all'Erebo, al cupo; il sole

è sparito dal cielo, è calata una brutta caligine».

Il secondo passaggio parla invece dell'arrivo di Telemaco a Itaca, e gli autori del nuovo studio ritengono si tratti anche qui di un riferimento a un fenomeno astronomico. Si trova nel Libro quindicesimo, 525-534:

Mentre diceva così, gli volò a destra un uccello,

un falcone, il celere nunzio di Apollo: negli artigli

serrava un colombo, lo spennava e spargeva

a terra le penne, tra la nave e lo stesso Telemaco.

Allora Teoclimeno, chiamandolo a parte dei compagni,

gli strinse la mano, gli rivolse la parola, gli disse:

«Telemaco, non senza un dio è volato da destra l'uccello:

ho capito, a vedermelo in faccia, che è augurale.

Altra stirpe più regale della vostra non c'è

tra il popolo di Itaca, ma sempre voi siete i più forti».

Il nuovo studio, oltre a sottolineare le incongruenze della seconda scena (e in particolare del falco che spenna il colombo in cielo), interpreta le piume che cadono come una pioggia di meteore, anche sulla base dei passaggi successivi. Sulla base di questo supposto secondo fenomeno astronomico, gli autori propongono la data del 25 Ottobre 1207 a. C. per l'arrivo di Ulisse a Itaca (anche seguendo una precedente ricerca di uno degli autori dello studio). Così l'eclissi parziale (30 Ottobre 1207 a. C.) e la pioggia di meteore verrebbero a coincidere nello stesso periodo. Proposte precedenti hanno invece indicato l'eclissi totale del 16 Aprile 1178 a. C.
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Curator For a Day, il tempo del racconto

5 Settembre 2014 - dal blog di Cratete
canova
C’è un passo celebre dell’Odissea nel quale Ulisse, non appena svanita la nebbia magica di Atena, si appresta a entrare nel palazzo di Alcinoo. Il momento è descritto come solo un grande scrittore avrebbe potuto fare: l’esitazione dell’eroe, incerto se entrare in una casa straniera e preoccupato di porre di nuovo la sua vita alla mercé di un diritto all’ospitalità non sempre rispettato nel Mediterraneo omerico, è ricreata nella pausa atmosferica delle ekphrasis, le divagazioni che il narratore si prende per descrivere lo splendore del palazzo suddetto.
Tutti ricordano i muri di bronzo, le porte d’oro, gli architravi d’argento. Un particolare che ho riscoperto di recente mi ha dato da pensare: ai lati di un architrave stanno due statue canine, “opera di Efesto” (che è come dire “fatte da dio” – letteralmente), che il narratore commenta così: “due cani resi immortali e privi di vecchiaia”. Le opere d’arte incastonano un momento nel tempo: il prima e il dopo stanno ai margini, ma la pietra/tela hanno un loro tempo insieme preciso e infinito. Il tempo del racconto, poi, è un altro bell’enigma, e quello che nel giro di qualche centinaio di versi sta per succedere ad Ulisse ci permette di pensarci un attimo: inconsapevole come tutti gli altri presenti dell’identità del naufrago/ospite Demodoco sta cantando della discordia fra Achille e Ulisse nel campo troiano degli Achei, un evento del recente passato che il racconto dell’aedo trasforma in resoconto quasi giornalistico; per Ulisse, invece, quello è un passato ormai remoto, e ciononodimeno doloroso. (Per la cronaca, in questo passo Omero – o chi per esso – ha inventato l’ironia tragica).
Il paradosso temporale si raggiunge però quando, ormai rivelata la sua identità al re Alcinoo, Ulisse prenderà a raccontare le più fantastiche delle sue avventure, da Polifemo alle Sirene, da Circe ai Lestrigoni. Quello che per il narratore/protagonista è un passato lontano (ricordiamoci dei sette anni passati dal nostro sull’isola di Ogigia, prigioniero di Calipso) per gli ascoltatori feaci è una novità, addirittura per noi lettori è il futuro incarnato dalle pagine che ancora dobbiamo sfogliare. Questo è uno dei primi esempi in assoluto di racconto a incastro: interessante considerare che una delle prime opere letterarie della cultura occidentale ospiti già un simile intricato dispositivo. Come se la percezione istantanea dei diversi strati temporali di un racconto fosse qualcosa di innato, o quantomeno di antichissima tradizione orale, un meccanismo che l’ascoltatore coglie con la stessa rapidità con cui lo spettatore si incanta di fronte a un raffinatissimo bassorilievo di gesso.

Il video qui sopra è la mia proposta per l’iniziativa di Gallerie D’Italia chiamata Curator For A Day, con la quale la fondazione di Banca Intesa SanPaolo propone ai visitatori delle sue tre sedi museali (Milano, Napoli, Vicenza) di farsi curatore, guida, narratore per un giorno, reinterpretando a proprio piacimento una delle molte opere ospitate dalle Gallerie. Gallerie che, ricordo, sono visitabili gratuitamente e contengono un patrimonio artistico che potete vedere voi stessi. Non che le sedi museali in sé siano brutte, eh.

coccodrillo
gringott
Link: Cratete