Nuovi itinerari di visita a Pompei. Riapre la Casa del Larario di Achille

Nuove opportunità di visita al Parco Archeologico di Pompei. Dal 3 dicembre 2021 sarà fruibile la Casa del Larario di Achille grazie all’estensione del percorso senza barriere architettoniche “Pompei per tutti”.

Casa del Larario di Achille
Casa del Larario di Achille. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Oltre 3 km di percorso, dall’ingresso di Piazza Anfiteatro a Porta Marina passeggiando lungo le arterie principali della città con accesso ai più significativi edifici e domus. Il percorso consentirà a chiunque, persone con difficoltà motorie, genitori con passeggino ma anche a tutti i visitatori che prediligono un itinerario più confortevole, di visitare l’area archeologica nella maniera più completa e agevole possibile. L’itinerario, realizzato nell’ambito del Grande Progetto Pompei, risponde alle esigenze, tante volte sollecitate da un’ampia fetta di utenti del sito, circa un accesso agevole all’area archeologica di Pompei in grado di mettere tutti nella condizione di fruire di questo patrimonio universale unico, nella maniera più completa possibile e non limitando la visita alle sole aree prossime agli ingressi.

Casa del Larario di Achille
Casa del Larario di Achille. Foto: Parco Archeologico di Pompei

La domus del Larario di Achille, che si trova lungo via dell’Abbondanza, è stata interessata negli ultimi anni da una serie di interventi di manutenzione e restauro a cura del personale Ales. Raffinata e ricca e la decorazione pittorica con molti e colti richiami letterari.

La casa deve il suo nome alla decorazione in stucco di un ambiente presso l’atrio, forse un sacello domestico con scene legate al ciclo troiano. La scelta di questo determinato tema per la decorazione della domus rimanda ad alcuni affreschi della Casa del Criptoportico con medesime scene, forse una precisa volontà da parte dei proprietari di esaltare le proprie origini ricollegandole al mito di Roma e alla sua storia.

Casa del Larario di Achille
Casa del Larario di Achille. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Un grande impegno decorativo è stato riservato anche agli ambienti affacciati sul loggiato prospiciente il giardino con raffinate pitture che richiamano il culto di Venere. Uno degli ambienti noto come “Sala degli Elefanti” mostra sulle pareti i resti di una megalografia con giganteschi elefanti guidati da Amorini che usavano come redini rami di mirto, pianta sacra non a caso a Venere. Il soggetto è da interpretare come allegoria della potenza della divinità.

Casa del Larario di Achille
Casa del Larario di Achille. Foto: Parco Archeologico di Pompei

Inoltre, nell’ambito del Protocollo Campania tra le mani. Itinerari inclusivi nei luoghi d’arte, coordinato dal Servizio di Ateneo per le Attività degli studenti con Disabilità dell’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, a cui aderiscono numerose istituzioni dei beni culturali campane e le maggiori associazioni delle persone con disabilità, sono previste due visite guidate per il mese di dicembre per persone con disabilità sensoriale, a partire dal 1 dicembre a cura di funzionari del Parco, assisti da personale specializzato.

Per info e prenotazioni:  tel 081.2522371 – [email protected]


Lagaria Epeo Kleombrotos

Lagaria: tra Epeo e Kleombrotos storia e leggenda di una città della Magna Grecia

“Lagaria: tra Epeo e Kleombrotos storia e leggenda di una città della Magna Grecia”, prodotto da Itineraria Bruttii Onlus e per la regia di Paolo Gallo, proseguirà le proiezioni della mattina di venerdì 15 ottobre alle ore 10:30, come prima internazionale alla “Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea”, per la sezione Ragazzi e Archeologia.

Lagaria: tra Epeo e Kleombrotos storia e leggenda di una città della Magna Grecia

Nazione: Italia

Regia: Paolo Gallo

Consulenza scientifica: Paolo Gallo

Durata: 19’

Anno: 2021

Produzione: Itineraria Bruttii Onlus

Prima Internazionale

Sinossi:

Il docufilm ha come protagonista Kala, una fanciulla enotria il cui nome è stato rinvenuto su una coppa greca nella necropoli del sito che ci racconta la storia del suo popolo dall’arrivo di Epeo, costruttore del cavallo di Troia e fondatore di Lagaria, agli scontri con i Sibariti continuando con le feste, le danze e i riti in onore della dea Athena e dell’olimpionico Kleombrotos che si svolgevano sull’acropoli fino alla decadenza seguita alla caduta di Sybaris.

Lagaria Epeo Kleombrotos
Un fotogramma dal docufilm Lagaria: tra Epeo e Kleombrotos storia e leggenda di una città della Magna Grecia, , prodotto da Itineraria Bruttii Onlus e per la regia di Paolo Gallo

Trailer:

https://youtu.be/bRGL80Iaxfw

Partecipazioni ad altri film festival e/o proiezioni pubbliche:

Parco Archeologico di Francavilla Marittima (CS), 12 giugno 2021(anteprima)

Informazioni regista:

Paolo Gallo è nato a Cosenza il 17/01/1966 dove vive e insegna Lettere.

Specializzato in Archeologia, dal 1990 si occupa di gestione e valorizzazione dei beni culturali con attività di living history, teatro, rievocazioni, docufilm e archeologia sperimentale.  Dal 2004 è direttore di Itineraria Bruttii onlus per la quale ha realizzato progetti di didattica dei beni culturali, di teatro classico antico, reading teatrali, una collana editoriale e alcuni docufilm a tema storico-archeologico.

Informazioni casa di produzione:

https://itinerariabruttii.it

Altro (articoli dedicati al film, curiosità, approfondimenti):

https://ecodellojonio.it/articoli/ecocult/2021/06/a-francavilla-marittima-il-docufilm-lagaria-da-epeo-a-kleombrotos-storia-e-leggenda

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Carnevale Abramo Isacco

Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco

Recensione a cura di Laura Martorana a

Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco. La ricezione di un racconto violento tra giudaismo e cristianesimo antico, Il pozzo di Giacobbe (Oi Christianoi 31), Trapani 2020, pp. 192.

Questo volume offre un approccio scientifico-analitico utile a chiunque abbia interesse a studiare l’episodio di Genesi 22 dal punto di vista documentario, filologico e storico. L’Autrice si propone di dipanare i fili che legano i personaggi del padre Abramo e del figlio Isacco, e le loro storie, partendo da due principi: l’obbedienza di un uomo – il patriarca delle religioni cosiddette abramitiche (giudaismo, cristianesimo e islam) – al Dio che gli ha promesso una progenie benedetta e numerosa; la violenza che accompagna l’ottemperanza alla prova, il sacrificio del primogenito Isacco – voluto dallo stesso Dio benefattore – che si configura quale capovolgimento parossistico della promessa fatta in precedenza al padre.

Laura Carnevale Obbedienza di Abramo sacrificio di Isacco
La copertina del saggio di Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco. La ricezione di un racconto violento tra giudaismo e cristianesimo antico, Il pozzo di Giacobbe (Oi Christianoi 31), Trapani 2020

Lo stile chiaro e lineare accompagna il lettore verso la ricerca di un senso e di una interpretazione della storia del sacrificio di Isacco, in termini non solo teologici, ma anche storici, attraverso l’analisi della sua ricezione nel giudaismo e nella esegesi cristiana, ma anche attraverso la ricerca topografica dei luoghi del racconto e il valore che essi assumono per ebrei, cristiani e musulmani. L’autrice, inoltre, non manca di considerare quanto il forte impianto mitopoietico dell’episodio abbia avuto “fortuna” nella cultura occidentale moderna e contemporanea: le arti figurative, drammatiche e cinematografiche, infatti, hanno attinto al racconto genesiaco che, nel tempo, è stato interpretato in termini valoriali, religiosi e politici nuovi e squisitamente moderni. In ogni luogo e in ogni tempo è stata percepita con forza la dicotomia tra la cieca e fedele abnegazione di un padre e l’orrore e la tragedia dell’immolazione ingiustificata di un figlio innocente1, non di rado richiamati quale metafora orrorifica delle grandi tragedie belliche della Postmodernità.

Matthias Stomer, Sacrificio di Isacco, Musée Fesch. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

La storia del patriarca ha inizio con la chiamata di Dio, che gli promette una nuova terra e una florida discendenza. L’anziano Abràm (questo il suo nome all’inizio) parte da Ur dei Caldei, con la moglie Sarai e i servi al seguito, e raggiunge la Terra di Canaan, ove si insedia e dove erige un altare al Signore (Gen 12,1-9). Segue una serie di vicissitudini, che raccontano anche la non facile relazione con i popoli limitrofi ma, anche, l’autorizzazione divina ad abitare il territorio di Canaan, avallata dalle benedizioni, dalle alleanze, dai riconoscimenti rivolti al patriarca dai capi delle popolazioni vicine (Gen 14,1-28; 18,16-33; 21,22-34). Dopo la nascita di Ismaele (effettivamente il primogenito figlio di Abramo), avuto da Agar, la serva di Sarai (Gen 16,1-16), Dio si ripresenta al patriarca e con lui stringe un patto. Abràm è rinominato Abramo, cioè “padre di una moltitudine di popoli”; viene stabilita la pratica della circoncisione; Sarai, il cui nome è sostituito in Sara, viene allietata dalla notizia di una gravidanza (Gen 17,1-27). La donna, però, vecchia e sterile, non crede alle parole dei tre uomini alle querce di Mamre, e la loro promessa le suscita il ben noto scoppio di risa (Gen 18,1-15). Quando Sara diventa madre di Isacco (Gen 21,1-7), avendo dato al patriarca il figlio promesso dal quale sarebbe stata generata la discendenza di Abramo, viene deciso l’allontanamento di Ismaele, il figlio illegittimo, e di sua madre Agar nel deserto (Gen 21,8-21). Passati pochi anni, il Signore vuole mettere alla prova Abramo e gli ordina il terribile sacrificio. Il patriarca obbedisce e organizza il viaggio verso la terra che Dio gli ha indicato come sede dell’offerta. Proprio nel momento in cui il coltello sta per ferire la carne di Isacco, un Angelo del Signore si manifesta e impedisce lo svolgimento dell’azione sacrificale. Abramo, allora, sostituisce la vittima umana con un ariete che, miracolosamente, si trova impigliato con le corna in un cespuglio lì vicino. Il Signore benedice Abramo e la sua progenie, per essersi dimostrato degno di una prova così ardua. Il patriarca, allora, compiuto il sacrificio sostitutivo, ritorna a Bersabea, dopo aver rinominato il luogo dove si è svolto il rituale “Dio vede” (Gen 22,1-19).

Genesi 22 si configura quale testo estremamente stratificato e complesso. Come osservato dalla Autrice, è necessario affidarsi ad una analisi filologica del racconto per cercare di risalire (almeno in parte) al carattere originario dell’episodio biblico e alla sua storia compositiva.

Giuseppe Vermiglio, Sacrificio di Isacco, Palazzo Bianco o Palazzo Doria Brignole - Musei di Strada Nuova. Foto di Matteo Bimonte, CC BY-SA 3.0

Il corpus genesiaco potrebbe essere stato messo per iscritto intorno al VII secolo a.C., tuttavia bisogna considerare che, sino a tale data, la maggioranza delle narrazioni in esso comprese è stata non solo soggetta a modifiche, ma anche a influenze culturali molteplici. Alle origini, la narrazione poteva essere una eziologia del passaggio dal sacrificio umano a quello animale, coincidente con il motivo antropologico della pratica dei sacrifici vicari (chiaramente in questo racconto delle origini non figuravano il nome di Abramo né quello di Isacco, mentre era presente, come è ovvio, il riferimento ad una divinità): si trattava di un racconto di probabili origini pre-israelitiche considerato che Israele conosceva la pratica del sacrificio umano, ma anche quella del sacrificio animale, dal contatto con le popolazioni limitrofe. In aggiunta a questo motivo, si ravvisa altresì un altro carattere, di tipo eziologico-cultuale, legato al racconto di un pellegrinaggio verso un luogo sacro: il luogo che fa da sfondo alla vicenda del sacrificio di Isacco sarebbe stato, infatti, un’area cultuale sin dalle origini, ancor prima di assumere un significato e un valore, anche topografico, per i culti abramitici2.

Alla fine del primo capitolo, l’Autrice si sofferma a distinguere due tipologie differenti di “sacrificio del figlio”: l’una riscontrabile nel mondo classico greco-romano, l’altra rappresentata dalla vicenda di Genesi 22. La grande diversità tra Agamennone e Abramo, ad esempio, sta nello scopo del rituale sacrificale: il capo degli Achei, infatti, decide di sacrificare Ifigenia per riconquistare il favore degli dèi nella guerra contro Troia. Il suo è un sacrificio in funzione del risanamento di una crisi che si abbatte sulla collettività, sulla fazione dei Greci, e ne determina la sfortuna militare e l’essere invisi agli dèi. Ifigenia è il pharmakos, il capro espiatorio attraverso cui sbarazzarsi della sfortuna che agisce nella storia. Sebbene i toni tragici e violenti dei due racconti si equivalgano, nell’episodio genesiaco Abramo è chiamato a rispondere a tutt’altra esigenza: egli non deve scongiurare, attraverso il sacrificio del suo unico figlio, l’abbattersi di una calamità in grado di mettere a rischio la vita della propria comunità, né può sfuggire all’ordine che gli è imposto. Ed è proprio la mancata realizzazione del sacrificio del figlio e il suo rovesciamento in sacrificio vicario, che dimostra il valore della prova del patriarca: una fede incrollabile e reverenziale in Dio.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Sacrificio di Isacco. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio

La peculiarità del profilo del personaggio Abramo sta nell’espressione “Dio mise alla prova” (Gen 22,1), collocata nella cornice del racconto genesiaco che funge da motore dell’azione. È su questa espressione e sui presupposti della prova che viene a costruirsi la ricerca teologico-documentaria di provenienza pre-rabbinica, rabbinica e cristiana.

I capitoli secondo e terzo del volume, infatti, delineano la storia della ricezione di Genesi 22 nella esegesi giudaica e cristiana. Nel giudaismo del Secondo Tempio il sacrificio di Isacco assume già un valore salvifico ed espiatorio, che si intensifica progressivamente a seguito della distruzione del Tempio di Gerusalemme, nel 70 d.C. Estrema attenzione è data, infatti, al motivo della prova di Abramo ma anche al personaggio di Isacco, fortemente legati al motivo della salvezza e della redenzione del popolo ebraico. Nel IV Libro dei Maccabei, ad esempio, è fornita una interpretazione martiriologica della vicenda di Abramo e Isacco, che giustifica il gesto sacrificale in senso soteriologico. Nel Libro dei Giubilei il racconto biblico è contestualizzato al momento della Pasqua ebraica; tale ambientazione verrà ripresa nella interpretazione di Genesi 22 del giudaismo rabbinico, in funzione fortemente anticristiana: in seguito, a partire dal principio dell’Era Volgare, mentre si ponevano le basi per fare di Isacco figura Christi della confessione cristiana, l’esegesi giudaica avvalora il racconto genesiaco collegandolo al tema della redenzione del popolo di Israele (si pensi all’interpretazione che del sacrificio di Isacco compie Flavio Giuseppe, per il quale il figlio di Abramo è un giovane uomo e, di conseguenza, responsabile e consapevole dell’azione sacrificale subita – esattamente come il padre lo è di quella inflitta).

Il carattere soteriologico di Genesi 22 assume, nella esegesi protocristiana e cristiana, un significato cristologico: serve a spiegare la morte di Gesù come sacrificio di redenzione dell’umanità. Già Paolo, ad esempio, che utilizza palesemente questo episodio per fondare la sua teologia, pur senza citarlo, spiega l’obbedienza del Figlio alla volontà del Padre, nonché l’obbedienza e la fede del credente, attraverso il racconto della ‘aqedah.

Filippo Brunelleschi, sacrificio di Isacco, formella per il concorso delle porte del Battistero di Firenze (1401), Museo del Bargello. Foto di Francesco Bini, CC BY 2.5

Abramo è, dunque, ancora una volta exemplum fidei, ma quale è l’interpretazione del personaggio di Isacco? Melitone ravvede in Isacco l’archetipo di Cristo: entrambi accettano volontariamente il sacrificio. Tertulliano – che considera l’impresa di Abramo non come una tentazione, né come una messa alla prova, ma piuttosto una dimostrazione di fede – associa Isacco (anche per l’autore consapevole del proprio destino di vittima sacrificale) a Cristo e si sofferma sull’analogia tra le corna dell’ariete e i bracci della croce. Origene, poi, considera Abramo alla stregua di un profeta, in grado di prefigurare la salvezza di suo figlio, e capostipite della stirpe da cui sarebbe nato Cristo. Isacco, per Origene, è vittima e sacerdote (assieme al padre) del sacrificio, consapevole e responsabilmente attivo della propria immolazione.

Il quarto capitolo si concentra sul fenomeno della sacralizzazione dei luoghi di Genesi 22, legata alla necessità di contestualizzare e avvicinare al lettore-fedele gli exempla e i loci della letteratura scritturistica. Il giudaismo riconduce il luogo in cui è ambientata la vicenda del sacrificio di Isacco al monte Moria in Gerusalemme, su cui è stato edificato il Tempio. La tradizione cristiana associa tale promontorio al Calvario, avvalendosi ancora una volta di una interpretazione cristologica della vicenda di Genesi 22. L’islam, che pure guarda ad Abramo nel ruolo di patriarca e prefigurazione del musulmano ideale, assimila l’episodio genesiaco modificandone uno dei protagonisti rispetto a giudaismo e cristianesimo antico: il figlio del sacrificio è Ismaele, avuto dalla schiava Agar, considerato il capostipite del popolo arabo, mentre il teatro del sacrificio del primogenito coincide con il luogo santo della Mecca.

Una serie di osservazioni, nel volume, si concentra in modo esclusivo intorno al correlativo ariete-figlio-cespuglio, particolarmente fortunato non solo per l’interpretazione che ne dà il primo cristianesimo, ma anche per l’interpretazione rabbinica. Se per le tradizioni giudaiche l’ariete, con cui si sostituisce Isacco, assume un valore e un carattere espiatorio e, a seconda delle tradizioni, è associato alla festa di Pesach o di Yom Kippur (mentre il cespuglio è raffigurato e descritto come un albero, tra i cui rami ab origine si sarebbe trovato l’ariete, generato dalla Creazione), per il cristianesimo la sostituzione del figlio con l’ariete spiega il segreto della incarnazione e il cespuglio è prefigurazione della croce. Un problema fondamentale affiora inoltre, come abbiamo visto, in relazione alla cultura coranica: la legittimità e l’identità del figlio. Questa è una questione che lega visceralmente le religioni abramitiche: del sacrificio di quale figlio Dio mette alla prova Abramo? Per la cultura giudaico-cristiana è Isacco, per quella coranica il figlio del sacrificio è Ismaele3.

Per concludere, come evidenziato nel titolo, un aspetto fondamentale da considerare dell’episodio biblico – che non scarso interesse ha raccolto soprattutto in età contemporanea – è la sua tensione violenta e tragica. Come si coniuga la violenza dell’episodio con la sua funzione sacrale? Se, ab origine, le tendenze aggressive e violente sono alla base del comportamento umano, per istinto di sopravvivenza o predisposizione biologica del sapiens nel momento in cui assume la posizione eretta (si pensi alle riflessioni sull’homo necans di Walter Burkert), ugualmente primigeni sono i tentativi, da parte dell’uomo, di ricondurre e convertire in ordine di senso il caos della violenza originale, attraverso la creazione di eventi violenti “controllati” mediante i quali eliminare catarticamente le pulsioni primordiali. È questo, secondo alcuni studiosi, la principale funzione del sacro ed è a questa funzione che assolve in ogni luogo e in ogni tempo, mutatis mutandis, il rituale sacrificale4.

Carnevale Abramo Isacco
Rembrandt, Sacrificio di Isacco. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1] in pubblico dominio

1 L’uomo moderno e contemporaneo, tenendo bene a mente i caratteri teologici e allegorici della ’aqedah, si sofferma spesso sul tema della messa a morte di un innocente, rivalutandone il precipuo carattere violento e terrorizzante. Pensando alla drammaturgia, ad esempio, Laura Carnevale richiama l’opera teatrale in tre atti di Ermanno Bencivenga, intitolata Abramo, un dramma in cui le aspirazioni al successo di padre Abramo si scontano contro un destino di solitudine e morte, legato all’atto violento e ingiustificato di un sacrificio compiuto e compreso solo in termini redditizi. A mio parere, nell’opera di Bencivenga il sacrificio di Isacco sottende in Abramo un ragionamento economico e capitalista ante litteram: il padre immola il proprio figlio credendo di ottemperare alla volontà del proprio Signore (si scopre solo in seguito che il patriarca è stato ingannato da tre impostori) aspirando, però, ad ottenere benefici e fortune smisurate al termine di tale prova. Alla logica del guadagno si accompagna una sorta di sindrome di Münchhausen che Abramo ammette solo alla fine del dramma: la paura che Isacco, risuscitato nell’ultimo atto, possa prendere il posto del padre non solo come capo della comunità, ma anche agli occhi di Dio. Cfr. E. BENCIVENGA, Abramo. Tragedia in tre atti, Nino Aragno Editore, Torino 2013. Un altro esempio menzionato nel volume è la mostra interattiva, inaugurata al Museo Ebraico di Berlino, di Peter Greenaway e Saskia Boddeke, intitolata Gehorsam: die Geschichte von Abraham, Isaak und Ismael, intesa a ripercorrere in chiave storica e attualizzante, passando in rassegna la ricezione del sacrificio di Isacco nelle religioni abramitiche, lo sviluppo del dramma umano di Abramo e Isacco (ma anche di Ismaele), ipostasi delle sofferenze di troppi padri e figli del mondo moderno segnato da guerre, tragedie e sacrifici inferti, richiesti e subìti. Per quanto concerne invece l’arte figurativa, tra i tanti esempi di riproduzione dell’episodio genesiaco (Brunelleschi, Rembrandt) desidero qui segnalare due dipinti del Caravaggio. Si tratta di due opere (una realizzata nel 1598, l’altra nel 1603) che rappresentano due facies diverse del racconto biblico: nella prima, i colori luminosi, la luce frontale, un’atmosfera di permissiva religiosità, restituiscono l’immagine pacificata di una offerta consenziente e rassicurante; nella seconda, il taglio obliquo della luce, la smorfia di paura e di dolore sul volto del giovane uomo Isacco, il braccio muscoloso dell’Angelo che blocca il polso del vecchio Abramo, il movimento laterale, quasi repentino (di certo meno statico e plastico di quanto appare nel dipinto precedente) su cui è costruita l’intera immagine, contribuiscono a rappresentare un’idea sofferta e sofferente dell’episodio genesiaco, intrisa di umanità e violenza.

2 Secondo l’analisi di Rudolf Kilian, Genesi 22 celerebbe almeno tre distinti motivi narrativi: il motivo eziologico del riscatto, espresso mediante la linearità della trama dell’episodio: un padre, per onorare la divinità, deve immolare suo figlio che, per magnanimità del dio, viene sostituito da un animale; il motivo del pellegrinaggio, che si compenetra con quello del riscatto ma, se analizzato distintamente, assolve quasi una funzione odeporica, descrivendo l’itinerario che un fedele compie per rendere un omaggio cultuale alla divinità; un motivo etimologico, che risponde alla eziologia legata al luogo di culto riportato nel testo: «Il Signore vede». Quest’ultimo motivo si spiega anche con una serie di trasformazioni legate al personaggio del padre che, essendo una figura dal profilo indistinto nelle prime fasi del racconto, quando esso viene inglobato nelle tradizioni israelitiche verrà identificato con Abramo. Questo avviene però solo in un secondo momento quando un redattore successivo identifica definitivamente le figure di Abramo e di Isacco nella cornice narrativa, anche legando la sede del sacrificio delle origini a quello del monte del Tempio di Gerusalemme. Cfr. R. KILIAN, Il sacrificio di Isacco, Paideia (Studi Biblici), Brescia 1976.

3 «Il caso del sacrificio di Isacco/Ismaele è una dimostrazione di come giudaismo, cristianesimo e islam, pur mantenendo la propria autonomia sul piano teologico, appaiano profondamente interdipendenti per quanto attiene le capacità di attingere a un comune giacimento culturale costituito da figure, luoghi ed eventi considerati fondanti nei testi sacri di riferimento e nelle tradizioni da essi generate»: in L. CARNEVALE, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco, cit., p. 158.

4 Per approfondire cfr. W. BURKERT, Homo necans. Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia antica, Boringhieri, Torino 1981; R. GIRARD, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1992; C. GROTTANELLI, Il sacrificio, Laterza, Roma-Bari, 1999.


Giorgio Ravegnani Venezia prima di Venezia

Venezia prima di Venezia. Mito e fondazione della città lagunare

Venezia è una città ricca di storia, di arte, di bellezza, le cui origini sono alquanto oscure. Il volume curato da Giorgio Ravegnani, Venezia prima di Venezia. Mito e fondazione della città lagunare, si propone pertanto di far luce sulle fonti in nostro possesso relative a questa illustre città, con l’intento di rendere meno oscuro il processo che ha portato alla sua formazione e al suo successivo sviluppo.

Giorgio Ravegnani Venezia prima di Venezia
La copertina del saggio di Giorgio Ravegnani, Venezia prima di Venezia. Mito e fondazione della città lagunarepubblicato da Salerno Editrice (2020)

Il primo capitolo, rivolto all’età romana, si apre con una contraddizione che potremmo definire concettuale, dal momento che non esisteva a quel tempo una Venezia come la conosciamo noi oggi: nelle lagune in cui sarebbe sorta la città non c’erano altro che alcuni insediamenti, oltre alla civiltà dei Veneti sviluppata sulla terraferma. A partire da questo dato, Ravegnani ripercorre dal punto di vista geografico il territorio veneto in un modo così preciso che permette di farci immaginare, anche a molti secoli di distanza, i diversi centri abitativi della regione, nonché l’intensa rete viaria e fluviale da cui essi erano percorsi. In questo excursus sull’area veneta ci si rivolge anche all’elemento fisico più tipico di questo territorio, la laguna, facendo così riferimento anche a testimonianze letterarie come quelle di Cassiodoro e Procopio. La trattazione della “Venezia romana” si conclude ricordando i numerosi danni subiti dalle invasioni barbariche del V secolo, che ebbero proprio come terreno privilegiato di scontro l’area veneta.

Nel capitolo successivo continua la trattazione delle vicende storiche del territorio lagunare, riconoscendo come l’arrivo dei Bizantini in Italia segni di fatto la genesi della città veneziana. In particolare, sono tre i momenti storici analizzati come preludio della nascita di Venezia: la guerra greco-gotica (535-553), l’invasione longobarda e l’età degli esarchi. Si tratta dunque di un capitolo prettamente storico, ma questo non esclude riferimenti a fonti letterarie o epigrafiche che permettono di comprendere meglio il clima di questo periodo di guerre, e anche come esso fosse vissuto dalla gente comune. A riguardo, è interessante un passaggio del De bello Gothico di Procopio in cui, descrivendo la strage causata dalla carestia del 538, si nota come certe persone fossero così oppresse dalla fame da mangiare anche carne umana (Procopio, De bello Gothico, VI, 20, 27-30). Ugualmente, per l’età degli esarchi, si cita l’iscrizione in memoria dell’esarca Isacio (625-643) collocata nella chiesa di S. Vitale a Ravenna, nella quale si esaltano il suo valore al servizio dell’Impero Bizantino e la sua morte gloriosa in battaglia.

I tre momenti analizzati nel secondo capitolo, come già accennato, sono un preludio della genesi di Venezia, che, come afferma Ravegnani, “nacque bizantina”. Alle origini della città si rivolge pertanto il terzo capitolo, nel quale si passano in rassegna le diverse fonti sulla fondazione, che in generale contrappongono due filoni: il primo vedeva una discendenza dagli antichi abitanti della laguna, con alcune teorie sul legame dei Veneziani con la Gallia o con la città di Troia; il secondo, invece, collocava le origini di Venezia al tempo delle invasioni degli Unni di Attila. Riportando tali leggende, si ricorda anche quella relativa al patrono S. Marco e alla traslazione del suo corpo da Alessandria d’Egitto, con la successiva costruzione della chiesa in onore del santo. Il capitolo si conclude ripercorrendo le vicende dell’invasione longobarda e dello scontro con l’Impero Bizantino, in seguito al quale le genti del luogo inizieranno a trasferirsi nella laguna dando finalmente vita alla Venezia marittima. Seguendo dunque un percorso che intreccia storia e leggenda, Ravegnani discute e vaglia le varie fonti in modo critico, cercando di far luce sulle origini della città lagunare e di renderle anche un po’ meno oscure.

Il capitolo successivo continua la trattazione della storia di Venezia, discutendo vari momenti significativi del suo periodo bizantino: la separazione tra la Venezia continentale e quella marittima a seguito di alcuni contrasti religiosi, l’istituzione del duca (o doge) e la fine dell’esarcato. Vi sono poi riferimenti ad eventi della storia bizantina che coinvolsero anche Venezia, come per esempio i contrasti religiosi che nel 553 portarono alla condanna dei Tre Capitoli (Teodoreto di Cirro, Iba di Edessa, Teodoro di Mopsuestia) oppure la ribellione all’iconoclastia propugnata dall’imperatore bizantino Leone III (717-741). Una certa rilevanza è data anche alle testimonianze archeologiche, soprattutto di epoca prebizantina, ritrovate nell’area urbana di Venezia e in altre località vicine. È interessante, per esempio, come l’esistenza del ceto tribunizio nel territorio lagunare sia testimoniata da un’iscrizione di un sarcofago di Jesolo, città che tra l’altro in origine era chiamata Equilium per l’allevamento di cavalli praticato dai cittadini. Il capitolo si conclude con la progressiva indipendenza, o meglio dire affrancamento, di Venezia da Bisanzio, sia dal punto politico che culturale.

L’ultimo capitolo si rivolge al riavvicinamento di Venezia e Bisanzio, analizzando il periodo che va dalle scorrerie degli Arabi alla quarta crociata del 1204. Per Venezia questo riavvicinamento significò un ingente numero di privilegi da parte dell’Impero, costituiti da elargizioni in denaro, proprietà e anche concessioni di carattere commerciale. Dopo questa prima parte, riguardante uno dei momenti più belli della storia bizantina, il capitolo discute ancora il rapporto tra le due potenze, mostrando la ripresa del modello bizantino in vari ambiti. Riguardo all’arte veneziana si ricorda, per esempio, come l’attuale Basilica di S. Marco, iniziata nel 1063, ebbe a modello la chiesa dei SS. Apostoli di Costantinopoli; sotto il profilo politico, allo stesso modo, si nota come il sistema della coreggenza, già presente nell’Impero, fosse adoperato per la successione al potere dei dogi. E proprio con la figura del doge si conclude il capitolo, notando un progressivo ridimensionamento del suo potere con la nascita del sistema comunale.

Interno della Basilica di S. Marco aVenezia. Foto di Tango7174, CC BY-SA 4.0

Per trarre alcune riflessioni conclusive, possiamo dire che il volume di Giorgio Ravegnani, Venezia prima di Venezia. Mito e fondazione della città lagunare costituisce un importante strumento per conoscere o approfondire le origini e la storia di una delle città più affascinanti d’Italia. Come si è cercato di far notare in questa recensione, spesso l’autore intreccia l’aspetto prettamente storico a quello aneddotico e leggendario, citando numerose fonti che permettono di confrontarci sia con avvenimenti realmente accaduti che con tradizioni tramandate nel corso del tempo. Possiamo dunque riconoscere come l’obiettivo del volume, già espresso in qualche modo nel titolo, sia stato raggiunto perfettamente da Ravegnani, che grazie alle diverse testimonianze è riuscito a rendere meno oscuro un capitolo come quello delle origini di Venezia. Far luce su questo argomento è sicuramente un elemento aggiuntivo negli studi sulla città lagunare, qualcosa che ci rende più consapevoli dello sviluppo di Venezia per come la conosciamo oggi.

Foto Flickr di Juliette Gibert, CC BY-SA 2.0

 

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Due ritratti di Enea: lettura e confronto dell'Eneide, secondo Giulio Guidorizzi e Andrea Marcolongo

Articolo a cura di Francesca Barracca e Chiara Rizzatti

Simon Vouet, Enea e suo padre abbandonano Ilio, olio su tela (circa 1635), The San Diego Museum of Art. Foto Wmpearl  CC0

Quando si parla di Eneide, non sempre abbiamo ben chiaro l’apporto straordinario di quest’opera e la risonanza che ha avuto nel corso dei secoli. Si tende, piuttosto, a collocarla nel filone dei poemi epici precedenti, e a sottoporla ad un ingiusto confronto con Iliade e Odissea, con cui ha in comune molto meno di quanto si possa pensare, a partire dal protagonista.

Ben lontano dall’eroe che combatte per il proprio κλέος come Achille o da una figura scaltra come Odisseo, Enea ha subito le impietose critiche di una letteratura romantica che esaltava l’azione mossa da un sentimento dirompente; in questa luce, Enea è stato bollato come un personaggio passivo, semplice esecutore della volontà del fato.

È una considerazione senz’altro superata, ma che poggia le sue ragioni in alcune incongruenze del carattere di Enea, che da una parte si fa carico dei piani del destino, ma dall’altra è permeato di dubbi, sciolti solo dall’intervento divino.

Se la critica ottocentesca ha visto in Enea un personaggio “artisticamente fallito” è perché non è stata colta la profonda essenza della struttura virgiliana, che va intesa nel suo insieme, non per singoli episodi.

Abbracciando tutta l’opera, infatti, si può facilmente notare che le opposizioni logiche del personaggio sono frutto di una duplice funzione di Enea: egli risponde ad un doppio statuto letterario, in cui il punto di vista soggettivo dell’Enea personaggio convive con quello oggettivo del realizzatore del Fato.
Enea sa che non ha scelta se non assecondare la sorte a lui destinata, anche se questo va contro la sua identità di personaggio, che tuttavia non è mai annullata del tutto. Essa vive nelle pause della narrazione, nelle attese in cui il meccanismo del destino lo dispensa dal richiedergli un nuovo sacrificio.

L’elogio di Enea è quello di una pietas lontana dalla nostra sensibilità, ma di cui ci colpisce l’assoluta devozione, che sfocia più nella tragedia che nell’epica. Proprio come un eroe tragico, Enea paga il prezzo di un destino a cui è talmente devoto da non disobbedire, anche quando gli chiede di rinunciare ad amore e felicità per plasmare un futuro che non sarà mai suo.

Per ritornare ancora una volta sull’Eneide e sulla sua risonanza nel corso dei secoli, si è pensato di condurre un confronto tra La lezione di Enea di Andrea Marcolongo ed Enea, lo straniero di Giulio Guidorizzi, soffermandoci su come alcuni temi pregnanti dell’opera virgiliana – quali l’amore, il fato, le reinterpretazioni moderne – sono stati trattati dai due studiosi.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

La vicenda di Enea si snoda su binari prestabiliti dal volere superiore del Fato, e lo designa come artefice di un futuro da cui dipenderà la successiva gloria di Roma. Virgilio mette in chiaro il duplice ruolo di Enea, di personaggio – dotato di un suo punto di vista relativo – e di non-personaggio, in quanto rappresentante di una forza divina, che lo rende partecipe di un punto di vista soggettivo.

Nel testo di Guidorizzi questo aspetto è ben presente, e anzi si enfatizza lo scarto apprezzabile tra la visione assoluta del Fato e la conoscenza – niente affatto assoluta – del personaggio Enea. Questo significa che da una parte Enea contribuisce a realizzare il progetto del Fato, ma dall’altra non ha mai davanti agli occhi il piano nella sua interezza. L’autore mette in evidenza la conseguenza più significativa di questo dislivello tra soggettività e oggettività, ovvero la “sospensione” dell’Enea-personaggio. Se prendiamo sempre come riferimento il testo virgiliano, fa prevalere volutamente il risvolto soggettivo; in effetti si tratta di una scelta che risponde ad un’esigenza precisa, e che strizza l’occhio a un lettore contemporaneo che non ha familiarità con la figura stratificata di Enea: mettendo l’accento sui sentimenti di Enea, risulta ancora più grande il divario tra ciò che vuole e ciò che deve fare.

Ma se il conflitto interiore che vive Enea non può essere espresso in una esternazione drammatica, può trovare modo di realizzarsi con l’incertezza e il dubbio, che nell’Eneide vengono allontanati da frequenti epifanie di divinità, il cui ruolo è interrompere i momenti di riflessione e richiamare l’eroe all’azione. In Enea, invece, non c’è traccia degli dèi, e gli elementi sovrannaturali sono ridimensionati per dar modo alle ragioni di Enea di avere una voce, per quanto limitata alla sfera interiore. Emerge al massimo grado la natura delle incertezze di Enea, dovute non tanto al dover compiere una scelta, quanto al bisogno di una conferma di qualcosa che è già stato deciso.

Guidorizzi fa in modo di mostrare il valore della pietas antica e il sacrificio che Enea compie per onorarla: se accettasse di trovare per sé un futuro diverso da quello determinato, Enea tradirebbe la sua missione, allontanandosi dall’ideale della norma romana. Enea deve compiere, quindi, una spoliazione di sé, della sua personalità individuale per fondersi con il volere del Fato, almeno dal punto di vista formale.

“Insensibile sensibilità” è l’ossimoro che meglio riassume lo stato d’animo di Enea di fronte alle difficili scelte che deve compiere. La narrazione che Guidorizzi fa in prima persona aiuta a comprenderlo meglio, e a esplicitare quella doppia facies di Enea che Virgilio lasciava intravedere solo a intervalli, limitatamente ai momenti in cui l’Enea personaggio, con la sua soggettività, poteva permettersi di affacciarsi nel racconto.
Un esempio particolarmente riuscito di questa prospettiva riguarda il libro IV, dedicato all’incontro di Didone. Non è un caso che Guidorizzi si sia soffermato a lungo su questo celebre incontro: la fine dell’amore con la regina cartaginese è stata oggetto di una delle critiche più aspre relative al personaggio di Enea, dipinto come un individuo freddo, incapace di riconoscere (e ricambiare) la passione.

L’autore, invece, fa in modo di proiettare il lettore nelle vesti dell’eroe, di vivere la sua angoscia in quanto profugo in una terra straniera, di percepire la sua riconoscenza per essere stato accolto, e soprattutto di avere una panoramica di come Enea si rapportasse a Didone, donna pulcherrima.

Ne emerge un Enea per certi versi inedito, profondamente innamorato e desideroso di essere riamato da Didone; e soprattutto di trattenersi a Cartagine con lei, accarezzando l’idea di godere a pieno del proprio sentimento, che supera anche il ricordo della prima moglie, Creusa.

Il distacco da Didone è raccontato in modo da far partecipi dei veri pensieri di Enea, che sono ben lungi dall’essere privi di umanità, anzi: Enea è smarrito, dilaniato da un dolore intenso ma impossibile da esternare. Si esprime al massimo grado la tensione dell’Enea-personaggio e il Fato di cui è portatore, e che non può manifestarsi in nessun modo se non nella sfera più intima.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Didone è una vittima del fato, così come ce ne sono moltissime sul percorso di Enea, a partire dalla caduta rovinosa di Troia. Virgilio si soffermava su di esse, intervenendo nella narrazione con una sorta di commento sulle ingiuste circostanze che avevano portato a una fine prematura. Il poeta esprimeva
συμπάθεια, partecipazione per la sorte dei personaggi, elaborando una deformazione dell’oggettività epica tradizionale: pur rimanendo onnisciente, il narratore si soffermava anche sulle ragioni dei vinti.
Mentre nell’Eneide la συμπάθεια del narratore arriva a fondersi con il punto di vista di Enea, che perde così la propria empatia individuale, Guidorizzi unifica da subito questa contrapposizione, col risultato di accentuare un tema molto caro al poema augusteo, quello della mors immatura.
Esso si esprime al massimo grado nella sezione relativa alla guerra in Lazio, che vede in particolare la morte della vergine guerriera Camilla, di Pallante e di Turno, personificazioni di ideali non meno virtuosi di quelli che ricopre Enea stesso.

Guidorizzi, inoltre, prende in considerazione la figura evanescente di Lavinia, la silenziosa fanciulla che si trova promessa a un uomo diverso da quello a cui era destinata, Turno. L’autore sottolinea subito il dispiacere di Enea per lo stato d’animo della giovane, tacitamente sconvolta per essere costretta a unirsi a un estraneo, avanti con gli anni, e per dover rinunciare all’uomo che ama.

Una particolarità dell’opera di Guidorizzi è la mancanza – quantomeno esplicita – di riferimenti con la modernità. Tuttavia questa “lacuna” fornisce l’occasione per riconsiderare l’Eneide come capolavoro letterario e per percepirne la complessa ideologia di fondo, senza doversi affrettare a ricercare paralleli più recenti.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea che, profugus, si avventura in un viaggio incerto: sebbene il viaggio fosse già stato un argomento utilizzato dall’epica per descrivere il ritorno di Odisseo, il poema latino rovescia drasticamente la prospettiva. Per quanto gravoso, il viaggio di Odisseo determinava un ritorno a casa, a ciò che è noto; Enea, al contrario, abbandona la sua patria per fondare una nuova città, per gettarsi in un futuro oscuro in cui non esistono porti sicuri.

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio, fatti di dèi silvani e riti agresti, gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

 

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

Nel contesto delle numerose interpretazioni contemporanee che sono state fatte di Enea, ne La lezione di Enea Andrea Marcolongo cerca di fornire un quadro più o meno obiettivo, analizzando una serie di aspetti che contribuiscono a illuminare l’Eneide e il personaggio di Enea. Che si tratti di un tentativo di liberarlo dai numerosi cliché che si sono sempre accompagnati alla figura dell’eroe virgiliano o di un’interpretazione ex-novo per presentare Enea in una nuova veste, resta indubbiamente apprezzabile lo scopo ultimo dell’opera di Andrea Marcolongo: rendere accessibile a chiunque la conoscenza e la comprensione di una figura e di un’opera da sempre ritenuta controversa e troppo spesso esclusivo appannaggio dei classicisti.

Bisogna innanzitutto considerare che la storia di Enea era già conosciuta attraverso i poemi omerici, ma se in Omero Enea è un eroe come tanti altri, quasi “anonimo” se messo a confronto con Achille o Ulisse, capo dei Dardani, alleati dei Troiani, che riesce a scampare alla morte poiché padre che ha il dovere di prendersi cura del figlio, in Virgilio Enea si presenta in prima persona con queste parole: “Sum pius Aeneas, raptos qui ex hoste Penates classe veho mecum, fama super aethera notus; Italiam quaero patriam ”.

Risulta chiaro, allora, che Enea non cerca un regno da governare, come la maggior parte degli eroi omerici, ma una patria, sebbene Enea non sembri propriamente l’uomo di cui potersi fidare e al quale affidare una nazione. Eppure, è ciò che gli viene richiesto e ciò che fa senza indugi. Se in Omero, inoltre, c’è una dimensione eroica collettiva, Enea si muove invece da solo nello spazio del fato: è lui stesso un fato profugus, laddove con “fato” ci si riferisce a una categoria completamente romana, una legge che esiste e basta cui non sfuggono neppure gli dei e che riveste notevole importanza nella prospettiva in cui si guarda non a cosa accadrà, ma come. Enea infatti sa già cosa accadrà, perciò quello che dovrebbe sorprendere è scoprire come reagirà ai colpi che il fato gli assesterà, perché ha necessità di reagire e rialzarsi.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo. Foto di Francesca Barracca

A questo punto, alla lecita domanda che potrebbe sorgere, e cioè che “se tutto è già scritto, allora Enea non sceglie mai?”, la scrittrice fa notare che Enea non fa nulla spontaneamente e questo perché l’Eneide non è certo il poema della forza o dell’istinto, piuttosto nasconde un significato più evanescente: nessuno resiste se non è costretto. Ed Enea è proprio costretto a resistere, non può fare altrimenti. Se l’Eneide risulta oggi noiosa a molti, ci dice Andrea Marcolongo, è perché, forse, abbiamo sempre sbagliato a leggere, ricercando un obiettivo diverso da quello necessario, sempre orientati alla ricerca dell’effetto sorpresa. Risulta conseguenziale, allora, che Enea diventi un eroe passivo, soltanto un burattino nelle mani del fato. Eppure, ciò non significa che Enea non provi emozioni, che non abbia desiderato restare a Cartagine con Didone, per esempio. Enea fa quel che deve e, al contempo, resiste. In questo sta la sua misura eroica: non cedere, né ribellarsi mai. Quella di Enea si profila, così, come un’accettazione consapevole, dal momento che non c’è assolutamente nulla di meccanico in ciò che fa. Il fato è, infatti, un obbligo di cui non si conosce né motivo né mutamento, ma al quale non ci si può sottrarre. Per questo anche gli dei soccombono ad esso, sono in questo vicini ai mortali, dai quali si distinguono solo per la loro immortalità, in quanto non danno neppure grandi esempi di virtù, ma fanno anche loro quello che devono e possono.

Diverse sono state le ipotesi relative alla rappresentazione degli dei: da semplice strumento narrativo a riflesso di un’impossibilità di credere in qualcosa quando tutto va male o un ateismo di fondo da parte di Virgilio. Eppure, secondo Marcolongo, non si è riusciti a comprendere la loro presenza perché, nell’analisi, sono sempre state applicate categorie moderne: a questo proposito occorre ricordare che, nonostante l’indifferenza degli dei, nell’Eneide, li si prega ugualmente. E ciò perché la fede negli dei è quanto il fato ha concesso agli uomini che hanno bisogno di sperare per continuare a vivere.

Il pregio maggiore di Enea diventa, quindi, non il suo essere “pius”, ma la sua resistenza in virtù del destino incontrovertibile a lui assegnato con un’accettazione totale della propria condizione che non fornisce alternative: Enea non fa ciò che vuole, perché a quel punto sarebbe già morto eroicamente per salvare Troia, ma fa ciò che deve.

Da questo punto di vista, bisogna ammettere che Enea non ha grandi qualità, se non la pietas, da non intendere come “pietà” in senso moderno, cioè devozione verso la divinità, quanto piuttosto “senso del dovere” strettamente connesso alla moralità e a uno scopo da perseguire. L’espressione, l’atteggiamento che Enea mostra nel corso di tutta la vicenda è sempre chiaro, saldo, piuttosto che perplesso o inetto e ciò contribuisce a darne un’immagine quasi sempre coerente.

Persino nell’episodio di Didone, infatti, dove viene espressamente detto che Enea soffre e prova emozioni reali, non si assiste ad alcun cedimento vero e proprio, perché il dovere di sbarcare nel Lazio è la priorità che Enea non perde mai di vista, sebbene il suo desiderio più grande non sia mai stato questo. Il suo diventa allora un vero e proprio sacrificio e la sua personalità acquista tratti sempre più umani e simili ai nostri. Per Marcolongo la mors immatura di Didone, inoltre, viene indagata da un nuovo punto di vista. La scrittrice sembrerebbe allontanare da Enea la colpa del suicidio, liberando l’eroe dalle accuse di vigliaccheria e indolenza che nei secoli gli sono state rivolte, contribuendo piuttosto a restituirne una figura più corrispondente alla realtà oggettiva. Enea, infatti, non è del tutto colpevole nei confronti di Didone perché non ha più una moglie, né fa promesse di un futuro insieme. Certo Enea non manca di goffaggine e superficialità (nel VI libro si mostra addirittura sorpreso del fatto che la propria partenza abbia causato dolore!), ma lungi dal condannare Enea come vigliacco e demonizzarlo per questo come si è sempre fatto. Didone soffre perché aveva già sofferto prima con la perdita del primo amore. Il suo, dunque, non è altro che un dolore irrisolto e il vero conflitto quello interiore che la regina mostra di avere con se stessa. Ne emerge, quindi, un punto di vista singolare che merita di essere approfondito, poiché cerca di sbarazzarsi di numerosi cliché relativi alla “questione femminile” e alle varie interpretazioni dell’episodio di Didone che sono state fatte nel corso dei secoli. Del resto, la scrittrice ricorda che c’è una sola ragione per cui Enea e Didone non possono vivere il loro lieto fine ed è che i fati lo vietano. Allo stesso tempo fa notare come anche le figure femminili di Creusa, che scompare alla vista di Enea e alla vita in maniera poco chiara, e Lavinia, che addirittura non pronuncia parola in tutta la vicenda, siano solo funzionali a un disegno più ampio: la fondazione di Roma.

Altro punto di vista meritevole di riflessione è quello che emerge in relazione ai luoghi dell’Eneide e al rapporto che gli Italiani, in quanto popolo moderno, hanno avuto ed hanno tutt’ora con il poema. Non sono luoghi troppo lontani quelli che fanno da sfondo alla storia di Enea. Eppure, secondo la scrittrice, gli Italiani non se ne vantano abbastanza: rari sono infatti sul territorio nazionale i monumenti che celebrano il capostipite degli Italiani, rara anche l’iconografia se messa a confronto con quella degli eroi omerici. Tra i luoghi reali che prendono “vita” nell’Eneide, in quanto ad essi vengono dedicati veri e propri miti eziologici sono, ad esempio, Gaeta, Capo Miseno, Palinuro, mentre gli altri sono evanescenti e funzionali alla trama. Del resto, Virgilio non si preoccupava di descrivere minuziosamente l’Italia, piuttosto voleva mettere in evidenza la sua bellezza, semplice e rustica.

Bisogna allora non fermarsi alla superficie, alle incongruenze geografiche, alle invenzioni di sana pianta, perché l’Italia dell’Eneide è quella idealizzata che Virgilio vorrebbe definire “patria” nella stressa accezione di Enea che, una volta approdato nel Lazio, la saluta con queste parole: “Qui è la patria, questa è a casa”.

Tra gli italici, però, Enea non viene subito accolto favorevolmente. In essi, infatti, contadini latini parchi e operosi, vi è il disprezzo per l’educazione e la cultura greca. Nell’Eneide gli Italiani ai quali Enea si lega per sempre non sono la parte “buona”, semmai quelli che, pur praticando agricoltura e allevamento, oscillano tra durezza e violenza: “vivono di prede e di rapine”. Potremmo dire che non siano ancora del tutto civilizzati prima dell’arrivo di Enea. Per questo Marcolongo non va cauta con le accuse, quando si tratta di dover condannare le misinterpretazioni del Fascismo, ma è indubbio che esso abbia creato un nuovo Enea, l’emblema del conquistatore che sottomette senza scrupoli, tutto ciò che Enea non è, per giustificare un presunto dovere ereditario di sottomettere con la forza il resto del mondo. Nell’ideologia del Fascismo Enea perde i suoi tratti più caratteristici ed umani, la pietas e le sue inquietudini di uomo sventurato. Si tace, per lo più, della sua condizione di profugo e, quindi, di straniero, proprio ciò su cui si insiste maggiormente in tempi moderni, per farne il vero cittadino romano E a quanti obiettano che Enea stesso dimostra, alla fine del poema, di essere violento, quando uccide a sangue freddo il re dei Rutuli Turno nonostante il vacillamento iniziale, la scrittrice propone un’interpretazione che non si può non prendere in considerazione: quello che, in apparenza, potrebbe risultare un gesto incoerente rispetto alla personalità di Enea perché per la prima volta Enea sperimenta un istinto mai avuto, è in realtà il primo gesto di un Enea già “meticcio”, che sta già acquistando quelle caratteristiche del popolo con cui sta per unirsi, segno di una sorta di adattamento naturale ai nuovi costumi. Emerge, quindi, il nuovo Enea mediterraneo.

Sembra evidente, allora, che il Fascismo abbia volutamente ignorato il più grande merito di Enea, riassumibile nella seguente “equazione”: l’unione dello spirito troiano con quello italico dà vita alla cultura romana e di qui all’italiana e, infine, europea.

Per quel che riguarda la “fortuna” di Enea e dell’Eneide nei secoli successivi alla sua stesura, va detto che si passa dal considerare Virgilio un semplice burattino nelle mani di Augusto, e quindi sminuire la sua opera, a farne un vero e proprio santo. Con la collocazione di Enea tra i magni spiriti del limbo, Dante ne riconosce la portata e la magnificenza, in quanto fondatore dell’alma Roma per volere divino. Attualmente dell’Eneide vengono spesso menzionate e riproposte scene in ambito politico per giustificare pretese razziste e puriste, per non parlare dell’interpretazione tutta contemporanea di Enea quale migrante, funzionale a ricordare il dovere di accogliere chi, profugo e vinto proprio come Enea, arriva in Italia dal mare. Giorgio Caproni, invece, scorse in Enea la condizione dell’uomo contemporaneo e la sua solitudine nel dolore, linea sulla quale si pone anche Marcolongo, che non a caso sceglie una selezione di tali poesie per aprire i capitoli del suo saggio. In effetti, Enea resiste nonostante l’incertezza del futuro, proprio come noi.


Enea lo straniero Giulio Guidorizzi

"Enea, lo straniero" di Giulio Guidorizzi

Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma - recensione di Chiara Rizzatti

Fin dall'antichità, gli albori di Roma sono materia per miti e leggende che avevano come scopo quello di regalare natali illustri agli antenati di quelli che, molti secoli più avanti, sarebbero stati cittadini di un vasto impero. Mentre i Greci si dichiaravano nati dalla terra, ciò che i romani sapevano era che discendevano da un uomo venuto da lontano, scappato dalla propria patria con un manipolo di seguaci. Si trattava di Enea.

Il saggio di Giulio Guidorizzi Enea, lo straniero. Le origini di Roma ripercorre le tappe dell'eroe a cui Virgilio aveva dato vita per glorificare Roma e Augusto, in una narrazione che Enea stesso porta avanti in prima persona.
Ben lungi dall'essere una semplice riesposizione in prosa del poema virgiliano, il testo permette di indugiare attentamente sulle peregrinazioni per mare di Enea e anche su momenti che non avvengono nell'Eneide, immaginati dall'autore, che sono funzionali a comprendere alcuni personaggi mai troppo approfonditi nel poema, come il padre Anchise.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Una nota di particolare interesse riguarda le sezioni dedicate alle divinità latine che si mescolano con la vicenda di Enea, e ai luoghi sacri che in qualche modo ne ricordano il passaggio. L'autore pone davanti ad un quadro inaspettato il lettore, che man mano vede dipanarsi non solo la storia virgiliana, ma anche i presupposti culturali che hanno permesso alla stessa storia di essere concepita da Virgilio.
D'altra parte, dèi silvani e riti agresti sono gli stessi in cui si sarebbe imbattuto Enea una volta approdato in Lazio.

Oltre a questo, una delle scelte di Guidorizzi nell'esporre la propria rilettura dell'Eneide riguarda un tratto distintivo della narrazione di Virgilio: la presenza degli dèi. L'intervento divino - fortemente rappresentato nel poema latino - è omesso in più occasioni, e la necessità del fato passa in secondo piano per approfondire l'interiorità di un uomo costernato di fronte alle scelte che deve compiere.
Enea è smarrito, in tutti i sensi: lontano dalla patria, dalla famiglia che si sgretola poco a poco, e dalla sua stessa  volontà.

Guidorizzi risponde all'esigenza dei moderni, lontani dai sentimenti di pietas antica, per mostrare ciò che l'Eneide lasciava irrisolto, le ragioni di Enea, senza snaturare l'essenza del cosiddetto "uomo del fato". È facile, infatti, giudicare l'Enea virgiliano come distaccato e freddo, tanto ligio al suo compito da sembrare senza una volontà propria.
La sensibilità moderna stenta a comprendere la stratificazione di un personaggio che non espone i suoi sentimenti in modo plateale, che è costretto a reprimerli in nome di un fine più grande, a cui tutto deve essere sacrificato: Enea non vuole lasciare Troia, ma deve; desidera rimanere accanto a Didone, ma non può; spera nella pace coi Latini, ma stroncherà molte giovani vite per una vittoria che non ha chiesto.

Enea lo straniero Giulio Guidorizzi Chiara Rizzatti
Il saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma. Foto di Chiara Rizzatti

Limitando l'elemento divino e sovrannaturale (anche le Arpie sono quasi "umanizzate"), Guidorizzi enfatizza l'incomparabile originalità della figura di Enea, così lontana dall'ideale eroico dei grandi precedenti della poesia epica, Iliade Odissea. Non c'è più spazio per la bella morte in battaglia che consente una gloria eterna; così come il viaggio non è un sospirato ritorno verso casa, bensì il tragitto oscuro di un profugo verso l'ignoto, in cui non esiste un porto sicuro.
Senza nemmeno Venere a ricordarci l'ascendenza divina di Enea, ci troviamo davanti alla versione più umana del victor tristis, tanto più incapace di opporsi al destino, quanto più fulgido nella compassione.

La copertina del saggio di Giulio Guidorizzi, Enea, lo straniero. Le origini di Roma, pubblicato da Einaudi Editore (2020)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Enea e la sua lezione

La lezione di Enea, Andrea Marcolongo - recensione di Francesca Barracca

Cos’è che, dai remoti angoli della nostra memoria, fa subito capolino quando i nostri occhi o le nostre orecchie incontrano la parola “Eneide”?

La maggior parte dei nostri ricordi, in prima analisi, si concentra per lo più su due elementi significativi: la fuga di Enea da Troia e la tragica storia d’amore con Didone. Eppure, non sembra così superfluo dover precisare che l’Eneide non è soltanto questo. Certamente Andrea Marcolongo, nel suo ultimo libro La lezione di Enea, uscito quest’ottobre per Laterza, non ha dato nulla per scontato.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo, Editori Laterza, 2020. Foto di Francesca Barracca

I pregiudizi che da sempre accompagnano lo studio dell’Eneide e, di conseguenza, la figura di Enea, troppo spesso eclissata rispetto a quella dei ben più familiari eroi omerici, sono il punto di partenza per una nuova riflessione sul poema virgiliano. Sintetizzarne in poche righe la trama potrebbe risultare compito arduo e indegno, ma Marcolongo si premura di fornire, al termine del libro, due appendici: l’una cerca di fornire un breve riassunto dell’Eneide, l’altra una descrizione, nonché presentazione di Enea, corredata di una mappa genealogica che, a partire dal padre Anchise e dalla madre Venere, illustra la discendenza della gens Iulia fino alla nascita di Romolo e Remo, dai quali avrà origine, infine, Roma.

Le fondamenta per la nascita di Roma, però, le pone Enea e la scrittrice invita a non sottovalutare questo dato. Non è singolare, infatti, che in tutta Italia monumenti dedicati a Enea siano piuttosto esigui? In tal senso, anche la scelta di Marcolongo di dedicare il libro all’Italia, il “suo” paese, non è casuale. L’autrice va fiera di potersi dire italiana soprattutto perché in qualche misura discendente di una cultura le cui basi vengono poste dalla commistione tra Enea e le popolazioni che per prime abitavano i territori dove sorgerà la futura Roma. È proprio a noi italiani, quindi, che Andrea Marcolongo si rivolge, nella speranza di un insegnamento nuovo e una rivalutazione collettiva, più utile che mai in un periodo particolare della storia della umanità come quello che stiamo vivendo.

L’occasione per rivedere il testo virgiliano e scandagliare i pregiudizi ad esso legati è stata fornita all’autrice proprio dall’isolamento forzato imposto dall’emergenza Covid-19. Si stabilisce così una sorta di parallelismo che, come raramente accade quando si ha a che fare con l’ambito dell’antichità classica, non disturba: così come Virgilio scriveva della fatica di Enea e nel frattempo cercava di mantenere salda la fede nelle sue certezze politiche mentre Roma “sollevava la testa tra le macerie della Repubblica”, così l’Eneide è stata d’aiuto per la Marcolongo e, forse, potrebbe esserlo per tutti perché l’Eneide è un testo adatto ai tempi difficili, piuttosto che a quelli sereni. Enea, in fondo, è più simile di quanto si possa immaginare a un uomo moderno. Non a caso è “l’eroe della ricostruzione” e la sua lezione va ricercata proprio nella sua stessa essenza.

“Solo una cosa significa essere Enea: alla distruzione rispondere ricostruzione”

Partendo dalla riflessione sulla presenza piuttosto esigua sul suolo italiano di statue dedicate a Enea, Andrea Marcolongo fornisce una serie di prove per trovare conferma del fatto che, una volta letta l’Eneide per puro obbligo scolastico, in quanto parte integrante dei programmi ministeriali, subito ci si dimentica di essa e del suo protagonista. Chiaramente, la scrittrice si rivolge a una fetta di pubblico piuttosto ampia, ma con particolare attenzione nei confronti di chi non ha orientato i propri studi verso la letteratura classica. Ciò risulta evidente soprattutto quando vengono fornite informazioni che, se per i classicisti possono risultare radicate e scontate, danno a tutti la possibilità di avere un contesto di riferimento più preciso in cui inserire le riflessioni.

Così, nei primi capitoli, si percorre la biografia di Virgilio e con essa parte della storia di Roma che si intreccia con la sua vita, il rapporto con Ottaviano, prima profondamente ammirato, poi quasi trascurato in un distanziamento dalla personalità tale da arrivare a considerare Ottaviano e Augusto quasi due persone diverse; e ancora il peso dell’impegno della scrittura di un poema che, commissionato da Ottaviano stesso nel 29 a.C, doveva essere la sua celebrazione, ma due anni dopo, nel 27 a. C., Ottaviano divenne Augusto e Virgilio si ritrovò in una posizione piuttosto scomoda: celebrare l’imperatore mentre era ancora in vita con tutte le responsabilità e i rischi in cui sarebbe potuto incorrere. Certo è che Virgilio riesce comunque a mantenere una propria originalità e non solo rispetto ad Augusto, che figura esplicitamente nel testo soltanto tre volte, ma anche rispetto a un argomento che a Roma era già ampiamente conosciuto.

La storia di Enea, infatti, era familiare fin dalla narrazione omerica. Quello che fa la differenza, quindi, è il modo in cui la stessa storia viene narrata e che è strettamente legato al fato, in quanto è questo a decidere in che modo Enea dovrà affrontare la missione affidatagli, nota fin da subito al lettore quanto a Enea.

La lezione di Enea Andrea Marcolongo
La copertina del libro di Andrea Marcolongo, La lezione di Enea, pubblicato da Editori Laterza (2020) nella collana i Robinson / Letture

Tra i capitoli del saggio che offrono maggiori spunti di riflessione figurano, naturalmente, quello dedicato ad Enea, obiettivamente analizzato in tutti i suoi tratti caratteristici; quello in cui l’autrice si concentra sulla riscrittura del mito di Enea a fini propagandistici effettuata dalle ideologie ad hoc del Fascismo, ma anche gli ultimi in cui Andrea Marcolongo analizza lo stile virgiliano in maniera tecnica, con riferimenti alla struttura dell’esametro e alla fortuna riscontrata nelle successive tradizioni: basti pensare, ad esempio, all’influenza esercitata su Ovidio o sugli altri autori latini o sulla letteratura cristiana, fino ad arrivare a Dante che fa del poeta la propria guida nel viaggio ultraterreno della Commedia.

È proprio in questi ultimi capitoli che Marcolongo dà maggiori prove di conoscenza profonda degli argomenti riuscendo ad essere chiara, concisa e incisiva all’insegna del messaggio di fondo che dà il titolo al saggio: la lezione di Enea è più accessibile e contemporanea che mai. Non deve trarre in inganno il fatto che a fornircela sia un eroe antico, perché proprio come noi Enea cade, più e più volte, ma trova sempre il modo per rialzarsi e resistere.

la lezione di Enea Andrea Marcolongo Francesca Barracca
La lezione di Enea, di Andrea Marcolongo, Editori Laterza, 2020. Foto di Francesca Barracca

Butrint Project

Butrint Project: archeologi all'approdo di Enea; intervista a Enrico Giorgi

Il Butrint Project nasce nel 2015 come esito della cooperazione scientifica italo-albanese all’interno del più ampio accordo di ricerca sull'Antica Caonia avviato nel 2000 tra l'Istituto Archeologico di Tirana e l'Università degli Studi di Bologna. Dal 2017 è una Missione Archeologica sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana.

Il progetto è strutturato secondo diversi temi di ricerca legati allo studio dell’antica città di Butrinto, dalle sue tracce materiali corrispondenti alle diverse fasi di occupazione (circuito murario, necropoli, acropoli) all’analisi sistematica dei reperti mobili, ceramici in particolare, fino alla conduzione di ricognizioni e survey nel territorio contermine all’insediamento. Simultaneamente alle prospezioni e alle indagini archeologiche, sono state condotte importanti campagne di documentazione dei monumenti dell’abitato antico, attraverso l’impiego di Laser Scanner e riprese aeree da drone, contribuendo al monitoraggio dello stato di conservazione dei principali monumenti del Parco Archeologico di Butrinto, a partire dal circuito murario.

L’antica città di Butrinto si trova in Albania (l’antico Epiro). Sorge all’interno di un’area che ha visto la presenza dell’uomo attestata sin dalla Preistoria (almeno dal 50000 a.C.) fino ai giorni nostri, senza soluzione di continuità. Greci, Romani, Bulgari, Bizantini, Epiroti, Veneziani e Ottomani si sono di volta in volta susseguiti in una complessa sequenza di attività che ha fatto di Butrinto un sito unico al mondo, di prima importanza storica e archeologica, incluso dal 1992 nella lista dei Beni Patrimonio dell’Umanità protetti dall’UNESCO.

La prima missione italiana sulle scalinate del teatro appena scoperto. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

L’importanza della città si deve anche all’epopea di Enea, laddove, secondo Virgilio, l’esule troiano vi avrebbe trovato Andromaca, vedova di Ettore e anch’ella superstite alla caduta di Troia. Proprio il legame con l’Eneide e le vicende collegate alla fondazione di Roma hanno costituito, nel 1928, la base ideologica dietro l’avvio della prima missione archeologica italiana a Butrinto (la seconda in Albania, dopo le ricerche avviate a Phoinike nel 1926 sotto la guida di Luigi M. Ugolini). Le ricerche italiane a Butrinto sono proseguite, dopo la morte di Ugolini (1936), fino al 1943, sotto la direzione di Pirro Marconi (1938-1941) e Domenico Mustilli (1941-1943), prima di interrompersi a causa del II Conflitto Mondiale.

Momenti dalla prima missione italiana. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

A 72 anni dalla brusca conclusione delle ricerche scientifiche italiane, il Butrint Project segna un nuovo inizio, partendo idealmente dalle tradizionali ricerche di Ugolini ma rinnovandone il significato secondo una linea di condotta improntata alla cooperazione e alla valorizzazione del sito archeologico come spazio culturale di comunità. 

Abbiamo intervistato Enrico Giorgi, professore di Metodologie della Ricerca Archeologica presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Sezione di Archeologia, dell'Università di Bologna Alma Mater Studiorum.


Butrint Project:
Butrint Project: il teatro, foto di Federica Carbotti

Le ricerche dell'Ateneo di Bologna in Albania hanno compiuto 20 anni nel 2020. Il Butrint Project esiste dal 2015: può essere considerato un "punto di arrivo"?

Nella tradizione virgiliana Butrinto è l’approdo di Enea, la tappa di un viaggio che determinerà il destino di Roma. Più recentemente e in maniera certamente meno letteraria a Butrinto sono giunti anche gli archeologi dell’Ateneo di Bologna e dell’Istituto di Archeologia di Tirana, dopo la ventennale esperienza nella vicina Phoinike, ripercorrendo i passi già compiuti dalla Missione Italiana diretta da Luigi Maria Ugolini negli anni Trenta del Novecento. Dunque, per certi versi, Butrinto può essere considerato un punto d’arrivo. Non certo, però, dal punto di vista della ricerca e di quella archeologica in particolare. Terminata l’indagine stratigrafica inizia la riflessione sui dati, compresi quelli raccolti in passato. È come se lo stesso terreno venisse analizzato con setacci sempre più raffinati, capaci di trovare tesori che, ad esempio, Ugolini non poteva apprezzare.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

 

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

L’attuale ricerca archeologica, potenziata come le altre scienze dagli strumenti digitali e dal dialogo con le altre discipline, è capace di raccogliere e immagazzinare enormi quantità di dati anche in contesti relativamente piccoli, innescando innumerevoli possibilità di analisi. Infine, oggi l’archeologia è più interessata al metodo, a rendere espliciti i meccanismi della ricerca e all’impostazione delle domande piuttosto che al perseguimento incondizionato di approdi definitivi.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2017, foto di Enrico Giorgi

Questo non significa rinunciare a trovare le risposte e abbandonarsi a una sorta di paralizzante relativismo, ma piuttosto coscienza contemporanea della complessità del mondo antico, con il quale instauriamo un dialogo dinamico che rinnova continuamente le nostre curiosità. Mentre leggiamo di Enea, analizziamo le lettere che Cicerone inviava ad Attico nella campagna a sud Butrinto, raccogliamo i resti della vita quotidiana dei pellegrini che frequentavano il Santuario di Asclepio o dei coloni romani che vivevano nella pianura oltre il canale di Vivari, analizziamo i resti dei loro pasti oppure dell’ambiente antico, diamo avvio a un percorso di comprensione che ci fa riflettere anche su noi stessi e innesca nuove domande.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti
Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti

In estrema sintesi una ricerca archeologica può certamente giungere a un punto d’arrivo, ma con la coscienza di avere raggiunto solo un gradino di un percorso ancora lungo e noi a Butrinto siamo, probabilmente ancora sul pianerottolo di partenza. Le nostre domande di ricerca riguardano soprattutto la genesi dell’abitato in età arcaica e il suo sviluppo dopo la conquista romana. Le scoperte fatte sino a ora hanno soprattutto posto nuove domande, ma siamo ancora nella fase iniziale di una ricerca che ci auguriamo lunga ed emozionante.

L'ultima campagna di indagini archeologiche ha risentito delle misure restrittive dovute alla pandemia tutt'ora in corso, portando allo stesso tempo allo sviluppo di "investimenti digitali", come la piattaforma web del progetto. Un "disastro" o un'opportunità? Sono in cantiere (!) altre iniziative?

Risulterà probabilmente noioso ricordare che i momenti di crisi possono trasformarsi in opportunità. Credo però che per l’archeologia questa considerazione sia particolarmente stimolante. Andare sul campo per inseguire l’emozione della scoperta in un contesto di eccezionale bellezza come Butrinto, su un promontorio in mezzo a una laguna davanti a Corfù, ha un’attrattiva irresistibile. Ma spesso questo entusiasmo ci porta a privilegiare la raccolta dei dati trascurando la potenzialità di informazioni che racchiudono e che emergono solo lavorando attentamente in laboratorio e in biblioteca.

Butrint Project: il Lago di Butrinto visto dall’alto, foto di Pierluigi Giorgi

Innanzi tutto, grazie ai colleghi albanesi, non abbiamo rinunciato del tutto all’attività sul campo e una Campagna di scavo a Butrinto è attualmente in corso, anche per non interrompere la manutenzione delle strutture riportate in luce.

Tuttavia, se le restrizioni sanitarie ci hanno in gran parte privato dell’emozione dello scavo, hanno però permesso di destinare molto tempo all’analisi e allo studio, ma anche al confronto. Abbiamo all’improvviso compreso che non c’è necessariamente sempre bisogno di navi e di aerei per avvicinare i ricercatori.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2017 di Enrico Giorgi

Il tempo guadagnato e le piattaforme informatiche hanno incentivato il confronto, seppure in remoto, superando anche grandi distanze con notevoli economie di risorse e con facilità di coinvolgimento per gli interessati. In questo periodo, con l’Ambasciata e le altre Missioni Archeologiche Italiane, abbiamo inaugurato due Webinar di successo dedicati all’Epiro e frequentati anche da molti colleghi albanesi. Abbiamo messo in rete un Sito Web che vuole essere il portale di accesso a tutte le nostre ricerche e alle attività in corso (https://site.unibo.it/butrint/en). Infine abbiamo potuto investire maggiori risorse in analisi di laboratorio indispensabili per ricostruire l’ambiente antico, ossia lo scenario al cui interno si collocano le nostre storie. Il gusto dello scavo talvolta privilegia il mero dato archeologico e ci fa dimenticare che il paesaggio antico è frutto di un’interazione in cui l’uomo gioca un ruolo ma l’altro attore è l’ambiente, che va indagato con metodologie specifiche che richiedono risorse dedicate.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

Soprattutto abbiamo fatto anche quest’anno un’inattesa scoperta archeologica, grazie alla collaborazione con la cattedra di Epigrafia Latina dell’Università di Macerata, riscoprendo reperti che non erano stati coperti dalla terra ma si erano comunque persi negli archivi. Si tratta di decine di calchi di iscrizioni di Butrinto che risalgono indietro nel tempo di circa un secolo, al tempo della prima Missione Italiana di Luigi Ugolini. Questi fragili reperti ci aprono nuove prospettive, quasi di Archeologia dell’Archeologia.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

L’emozione della comunicazione in diretta da parte della collega Simona Antolini è ancora viva e ha innescato una serie di reazioni a catena, a partire dall’indagine a ritroso per comprendere come siano giunti sino ai depositi dell’Università di Macerata. Furono realizzati dall’epigrafista del team, Luigi Morricone, e passarono dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene. Resta poi da comprendere se la loro lettura, che testimonia uno stato di conservazione migliore di quello degli attuali originali, potrà fornire occasioni per nuove interpretazioni, che ci riserviamo di comunicare appena possibile.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

Tuttavia il dovere di aggiornare gli interessati sugli sviluppi del progetto non deve farci dimenticare che la ricerca scientifica ha bisogno di tempo. Lo stiamo sperimentando in questo frangente per obiettivi ben più importanti. Il nostro lavoro ha certamente un impatto non così determinante sulla società, tuttavia ha il suo peso e richiede tempi che non possono essere immediati.

Sarà cura dei ricercatori impegnati nel progetto e di Simona Antolini fornire una comunicazione preliminare e probabilmente questo avverrà a breve. Potete considerarlo un impegno preso.

 


Possiamo avere alcune anticipazioni sulle finalità della campagna di scavi 2021?

La scoperta dei calchi delle iscrizioni condizionerà sicuramente il programma dei lavori e, per questo, dovremo attendere che i colleghi epigrafisti ci passino di nuovo la palla dopo che avranno completato la loro revisione. Certamente, dato che la maggior parte delle epigrafi si trova nel Teatro all’interno del Santuario di Asclepio, accenderemo un faro su questo interessantissimo complesso architettonico cresciuto in età romana e pieno di fascino anche per il conteso ambientale in cui sorge. L’anno scorso, mentre lo scavo era in corso, assistemmo all’apparizione di un bel serpente che decise di farci visita. Trattandosi dell’animale sacro ad Asclepio, passata la paura, lo prendemmo come un buon presagio che in effetti parrebbe realizzarsi e dunque non resterà che assecondarlo!

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Trattandosi di edifici già riportati in luce in passato dagli archeologi italiani, e considerando la difficoltà di ulteriori approfondimenti dello scavo, perché qui emerge l’acqua del lago, si tratterà soprattutto di Archeologia dell’Architettura e rilievi laser scanner, ossia analisi di ciò che è già fuori dalla terra, al pari di quanto stiamo già facendo per le Mura Ellenistiche.

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Lo Scavo Archeologico sulla cima dell’Acropoli, invece, dovrebbe continuare alla ricerca della storia più antica della città di Enea.

 


L'antica Butrinto è un bene protetto dall'UNESCO e l'Italia ha da poco ratificato la Convenzione di Faro. A riguardo, qual è stato il rapporto tra gli studiosi, la ricerca e la comunità locale? Ritiene che in futuro le attività del Butrint Project possano costituire un'opportunità di sviluppo economico e professionistico per la comunità locale?

Il nostro approdo a Butrinto è avvenuto nel segno della condivisione con i colleghi albanesi, con il personale del Parco e con la comunità locale. Questo è certamente un segno distintivo rispetto ai lavori, pur meritori, della Missione Italiana degli anni Trenta.

Butrint Project
Porta del Leone. Foto di Federica Carbotti

Spero che sarà presto possibile tornare a visitare il Parco di Butrinto per apprezzare il Santuario di Asclepio, le Mura con la Porta Scea e la Porta del Leone, l’Acropoli ma anche la Torre Veneziana e il Castello di Alì Pascia, raggiungendolo oltre il canale di Vivari con la chiatta costruita con i resti della decoville di Ugolini. Ebbene tutti questi monumenti sono stati riportati in luce e dagli archeologi italiani nel secolo scorso. Questo significa che, qualora gli amici albanesi richiedano la nostra collaborazione, la loro conservazione è per noi un impegno che siamo moralmente chiamati a onorare, tanto più alla luce dell’esperienza che il nostro Paese ha maturato in questo campo.

Queste considerazioni hanno ispirato il progetto nel 2015, attraverso l’impiego di metodologie di documentazione e mappatura del degrado innovative, messe a punto dal medesimo team nell’ambito del Piano della Conoscenza di Pompei. Quest’archeologia, che cerca di andare in profondità senza scavare o almeno considerando i rischi della conservazione e del consumo del deposito archeologico, richiama lo spirito della Convenzione di Malta e rappresenta già un primo passo verso l’idea della Public Archaeology. Tale approccio ha consentito anche di attuare un percorso formativo e professionalizzante per alcuni studenti di archeologia dell’Università di Tirana residenti in zona. Non solo, è stato possibile anche coinvolgere alcuni membri del villaggio più vicino nei primi interventi di conservazione e valorizzazione, fornendo loro un’occasione di specializzazione, di guadagno e insieme di conoscenza del nostro lavoro.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

La condizione di Butrinto, però, è una condizione particolare, perché si tratta di un sito noto e già frequentato da centinaia di migliaia di turisti al quale non solo la comunità locale ma l’intero Paese è molto affezionato, in una regione che è tra le più attrattive. Esiste quindi già una sensibilità particolare e condivisa nei confronti dell’archeologia e del suo potenziale. Per un Paese che ha attraversato periodi di difficoltà e di isolamento, anche in tempi recenti, il ricordo di un passato nel quale alcune sue città erano al centro della storia è stato sempre molto attuale. Ci sarebbe molto da aggiungere, magari in altra occasione, sull’uso distorto della storia e dell’archeologia per alimentare la coesione delle comunità e, in tal senso, Butrinto è un caso emblematico per italiani e albanesi. Ma la percezione dell’importanza delle proprie radici storiche non è estranea a questi luoghi.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2019 di Francesco Pizzimenti

Ma Butrinto è anche un Parco archeologico e naturalistico con i suoi confini. La loro tutela ha permesso di salvaguardare l’area dall’indiscriminata espansione edilizia che ha afflitto il resto della costa meridionale dell’Albania, ma ha anche necessariamente posto inevitabili limiti alla vita delle comunità. In questo senso molto c’è ancora da fare perché Butrinto, che è un patrimonio della Nazione e dell’Umanità, lo sia sempre più anche per le comunità locali, non solo per il suo valore in termini di economia del turismo.


La Splendente di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia: "La Splendente" di Cesare Sinatti

La ferita luminosa della storia – La Splendente di Cesare Sinatti

C’è una regola per parlare di ciò che è già stato detto senza offendere gli dèi: non avere paura della profondità. Se ci ritroviamo a parlare del mito, a riscriverlo, è perché siamo stati chiamati a far emergere dalle sue ombre quello che ci raggiunge nel modo più luminoso, che da esso affiora in noi come una sapienza somatica. Una verità presente occultamente, latente finché non è avverata da qualcuno.

Quale filo sostiene la narrazione del mito in questo romanzo, in che modo è ricucito nella Splendente di Cesare Sinatti (Feltrinelli, 2018) il ciclo troiano? La linea strutturalmente più evidente sembra essere una sorta di idea karmica della sofferenza: come se le forze superiori che governano intorno e sopra di noi non permettano di perpetrare il dolore impunemente, senza pagarne il prezzo a propria volta. La storia di Troia e i suoi prodromi, per come è narrata nella Splendente, sembra dirci che il sacrificio non si esaurisce in sé stesso, non è mai solo un sacrificio: porta con sé, nel peso insostenibile dell’atto, la linea spezzata della vita, che segna come una vena d’opale il mondo e non permette più di abitarlo come prima. Qualcosa di enorme ha invaso la vita conosciuta, qualcosa di sproporzionato rispetto alle aspirazioni dei comandanti che hanno mosso guerra. Ma non era solo il loro orgoglio a suscitare la guerra e la sua lunga coda: tutto era scritto nel destino da tempo immemorabile.

Così Agamennone che vuole portare la guerra di Troia a compimento più di chiunque altro, sarà chi più ne pagherà lo scotto, sebbene di quella guerra sarà poi il vincitore. Subito si manifesta quella forza equilibratrice, cosmica, nella sua vicenda: lo squilibrio che lo porterà a realizzare la sofferenza collettiva della guerra di Troia, ricadrà con tutto il peso su di lui. Uccidere la cerva sacra a Diana, mentre si aggira nel bosco sacro col fratello Menelao, è stata solo la prima avvisaglia di una lunga sventura - l’inizio di una bruciatura, uno strappo, che lo porterà a perdere sua figlia Ifigenia di sua mano e poi a venire assassinato da sua moglie Clitemnestra al ritorno da dieci anni di guerra.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

L’idea di destino come assegnazione si accompagna nel libro al colpo di coda di un prezzo invisibile da pagare anche per la fortuna che non si è richiesta: come se il dono esigesse inevitabilmente un pegno, come obbedendo a un’ineluttabile legge fisica. E il prezzo di cui si parla è tutto tragicamente umano: si identifica in ultima istanza col pathos, il sentire che è un soffrire unitario di tutti i sensi, delle viscere. La vita stessa a un certo punto sembra coincidere col pathos – e, se non la vita tout-court, di certo l’esperienza umana. L’uomo diventa il suo sentire, il suo soffrire. Il dolore è un punto di non ritorno, segna la linea di demarcazione dell’esperienza sulla terra, è a suo modo un rinascere che instaura una nuova relazione tra noi e le cose. Ciò che nel mondo ha vita propria all’infuori di noi, quasi al punto da sembrare non riguardarci - i fatti terribili della storia che sembrano farsi da soli – in realtà ci coinvolge tanto da produrre una reazione emotiva, da sollecitare in noi, cioè, l’esperienza patetica. A un punto tale che non risulta poi più scindibile da noi.

La Splendente è un libro che si fatica a commentare – una fatica che è traccia di un merito, perché testimonia una compattezza eccezionale del racconto in cui non si può inserire una parola di più. E al contempo è una scrittura che attinge alle fonti del mistero inesauribile, trascinando inevitabilmente dietro di sé l’ispirazione che sempre accompagna la bellezza. Ma non è solo il canale che si presta a un flusso, è anche capace di un peso specifico, di mettere punti fermi come croci sui monti del mito. Le tracce della nostra modernità si mescolano arm0nicamente con le storie ancestrali degli eroi classici. Se si trattasse in laboratorio questo libro con una soluzione apposita che lasciasse emergere dal tutto solo le prime, quale sarebbero i tratti peculiari che la nostra storia, per mezzo della voce di Sinatti, ha tracciato sul volto del mito? Cosa comporta il filtro del nostro tempo su di esso? Come lo trasfigura?

La paura del dolore dell’eroe Achille è l’eredità più forte in questo senso, la più originale. Tanto forte da far risultare la nostalgia di un altro eroe centrale, Odisseo, quasi come una sua ramificazione, una gemma della stessa pianta. L’umanità di questi eroi è l’eredità moderna del libro, la sua portata più figlia del nostro presente, che non può più concepire la guerra come diversa dalla sofferenza infernale dopo il Novecento.

L’altro elemento che risulta innestato su una comprensione di tipo moderno è l’immagine della storia nel testo. La guerra di Troia segna per antonomasia l’ingresso nella storia, l’inizio della storia stessa: la percezione di un confine che è stato inequivocabilmente varcato ritorna ossessivamente nel testo, sotto forma del vago terrore dei diversi personaggi per la sventura imminente. Quasi a significare che il processo della storia abbia per sua natura molto a che fare con la paura e l’attrazione per il dolore. La storia, sembra dirci la stella di Achille, è la ferita.

La Splendente di Cesare Fiorini
La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La storia nel libro ha un duplice volto: la storia personale come perdita coatta dell’infanzia e del suo Eden, e quella collettiva e mostruosa che inizia con la fine di Ilio. In questo libro si fa chiaro, nella parabola degli eroi, un sospetto latente di tutti: cioè che il dolore di crescere, di perdere i beni della felicità degli albori, coincida con l’inizio degli orrori storici. Tutti i protagonisti del ciclo troiano coinvolti in questo punto cruciale del tempo, individuale e collettivo, sentono lo stacco dal prima al dopo, uno scatto delle coordinate, un mutamento dei paralleli del globo. Qualcosa di simile devono aver provato le generazioni coinvolte nel primo conflitto mondiale, con addosso la percezione di un’enormità di cui vedevano muoversi l’ombra incombente sulle proprie teste, senza vederne la fine nel tempo. Ma Sinatti sembra suggerirci che l’orrore storico non è iniziato con la modernità, che non c’era un prima intonso né per i soldati del primo Novecento né per chi ha combattuto sotto le mura di Ilio. Dalla follia di Tantalo, dal sangue corrotto e da quello versato, dal destino scritto nella notte dei tempi, da sempre, è preparata per noi la sofferenza: la potenza del nostro occhio non copre una distanza abbastanza colossale da disperdere le tracce del dolore sul cammino che abbiamo alle spalle.

Questa considerazione ci porta ancora due passi più lontano. Da una parte notiamo che, se l’origine di tutto si può imputare alla follia di Tantalo, allora significa che la violenza privata si irradia concentricamente, come da un sasso che abbia bucato l’acqua – per riprendere un’immagine dell’autore – fino a produrre onde ciclopiche. Dall’altra parte, però, ci rendiamo conto anche che è capzioso ricercare l’origine della sofferenza storica in un fatto, in un atto preciso, perché da sempre ci è appartenuta, già giaceva nella mente degli dèi, come se da sempre stesse “accadendo in qualche istante del futuro”[1].

Il tempo era cominciato così, con un mela gettata tra loro con disprezzo, come il seme di un futuro doloroso. I cerchi degli eventi s’increspavano intorno a questo gesto semplice, sollevando onde imprevedibili, decidendo i destini degli uomini al di là e al di qua del mare.[2]

Un senso di ineluttabile, “una tristezza volta a ciò non può essere evitato”[3] coglie Peleo al banchetto delle sue nozze con Teti, dopo che il futuro è stato maledetto dal pomo della discordia che contiene nel suo nocciolo, come una maledizione, il futuro di Troia. Ma è come se il braccio che ha lasciato cadere quella mela nel mezzo di quei destini, n0n fosse altro che la mano stessa del fato, una necessità solo travestita da accidente.

Questo libro non può essere evitato, perché contiene una questione improcrastinabile. La questione del male, che è una cosa sola con la storia. La storia che ci perseguita come un debito, una profezia di sventura, una bufera – per usare un termine di Montale – che minaccia di distruggerci la casa mentre dormiamo. La grazia di questa scrittura fa sì che il libro si legga tutto di un fiato, ma è il riconoscimento della ferita del tempo continuamente toccata in queste pagine che ci porta a ritornare di nuovo sui punti caldi di quel dolore comune.

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La vediamo ripetersi come una maledizione della stirpe umana, questa attrazione per la violenza, per la ferita, che emerge naturalmente nei bambini. Il bisogno di ferire che è un impulso di conoscenza, come in Achille che è tanto richiamato dalla ferita quanto più è incapace, per la sua natura semidivina, di provarne il dolore su di sé. Il gesto di chi non conosce il dolore non può esser che un gesto giovane, come pure è quello di Teseo all’atto di rapire Elena bambina come fosse “l’ennesimo gioco” di ragazzi[4].

Nella stella di Achille abita una possibile luce su questo enigma del dolore. “Il destino era quella malattia”, gli dice Teti all’indomani della guerra: quella che Achille presentiva come un logorio lento dentro il suo corpo, non era altro che il destino della morte che, dagli oracoli, si avvicinava sempre più al suo presente. Tutto questo sembra suggerire che il destino è il dolore, e che non c’è un Eden da cui questo resti fuori. Il destino è stato creato insieme alla storia, e la loro separazione non è che un’illusione.

Sua madre gli aveva detto che solo se non sarebbe mai partito non sarebbe morto. Ma Achille sapeva che le profezie […] non giungono per caso alla bocca degli oracoli.[5]

Perché siamo nati se dobbiamo soffrire? La domanda è mal formulata, e Achille se ne accorge, ce lo dimostra. Il punto di rottura è il dialogo con Patroclo all’indomani della partenza:

Il destino della nostra generazione è ingrato, ma si deve combattere lo stesso. Fuggire di fronte ai tumulti di quest’epoca significa rinunciare a vivere.[6]

Un’esortazione che non può essere un inno di entusiastica esaltazione alla guerra, ma consapevolezza che storia e destino non sono alternativi, sono uno. La vita che si intestardirà su questa domanda rovinerà, dispererà. Ancora una volta, la divisione tra vita e dolore è solo un’illusione. La sofferenza non è una scelta, come non lo è il destino – il destino che passa anche dalle porta più strette, sbaragliando il calcolo delle probabilità. Così accade quando Odisseo sta per uccidere Palamede con l’ingann0, e questo annienta il suo gioco di astuzie con la più netta delle verità:

Vuoi sedurmi aumentando le mie possibilità di vincere. Come se credessi che io non sappia che il caso è ovunque. Avere più alte possibilità di vittoria non esclude mai che si possa perdere.[7]

La Splendente di Cesare Sinatti. Foto di Sofia Fiorini

La bellezza della vita non è separabile dal suo dolore, non è ipotizzabile senza, perché sono una cosa sola, come due organi vitali dello stesso animale. Così è un inganno della mente poter pensare di lasciare prima del tempo le mura di Ilio, anche dopo nove anni di battaglie senza compimento, poter decidere quello che è già deciso. Odisseo, sebbene sia quello “che desiderava più di ogni altro tornare alla sua isola”[8], ha ben chiaro quanto sia inutile ribellarsi al fato:

Pensavano che sarebbe bastato salpare senza accorgersi che le catene delle profezie li avrebbero trattenuti nei veli in cui il fato aveva occultato la città di Ilio, che solo scavalcando un momento nel tempo, non un punto nello spazio, avrebbero potuto fare ritorno.[9]

Un’affermazione che può valere anche rovesciata: Ilio aveva occultato il fato con i suoi veli, dando la propria forma al destino degli uomini che attraverso di lei si sarebbe compiuto.

La sofferenza non si può evitare, nel tempo o nello spazio, perché permea tutte le nostre coordinate e categorie. Una presa di coscienza che nel romanzo non assume mai il tono del lamento, del compianto della propria sorte, ma piuttosto quello dell’agnizione lirica, che fa echeggiare nella memoria i versi del coro dell’Antigone di Sofocle quando, nel secondo stasimo, canta la sventura dei mortali:

"E nel tempo prossimo e nel futuro,/ come nel passato, avrà forza/ questa legge: nessun eccesso/ viene senza sventura alla vita dei mortali".[10]

Non c’è grandezza che non comporti sventura – come per Achille messo davanti alla scelta tra una lunga vita al prezzo dell’oblio e una gloria inesauribile al prezzo della morte. Come per Agamennone, la cui vittoria in guerra si accompagna alla perdita di ogni gioia della vita personale. Ma forse non sarà tendenzioso leggere in questo canto della rovina anche una verità in doppiofondo: e cioè che la sofferenza è la traccia di un’elezione, l’unico fasto capace di generare, per vie squisitamente umane, grandezza divina nell’uomo.

La Splendente Cesare Sinatti
La copertina del romanzo La Splendente di Cesare Sinatti, pubblicato da Giangiacomo Feltrinelli (2018)

[1] Cesare Sinatti, La Splendente, Milano, Feltrinelli, 2018, p. 31.

[2] Ibidem.

[3] Ibidem.

[4] Ivi, p. 38.

[5] Ivi, p. 101.

[6] Ivi, p. 117.

[7] Ivi, p. 202.

[8] Ivi, p. 176.

[9] Ibidem.

[10] Sofocle, Edipo re. Edipo a Colono. Antigone, Milano, Mondadori, 2016.

 

 

Tutte le foto sono di Sofia Fiorini, copertina eccettuata.


olpe chigi protocorinzia

La ceramica protocorinzia e il capolavoro Olpe Chigi

La Grecia del VII secolo a.C., grazie alla ripresa di intensi scambi commerciali, viene permeata da motivi decorativi iconografici, da manufatti e da tecniche di lavorazione che provengono dalle regioni d’Oriente.

La definizione che si utilizza per identificare questo periodo, età orientalizzante, è un po’ ambigua; ciò che invece non lascia spazio a dubbi è che, sia dalle regioni della Anatolia a nord sia dai porti fenici a sud, iniziano a confluire in territorio ellenico grandi calderoni in bronzo caratterizzati da ornamenti raffiguranti animali fantastici (tra i quali sfingi, sirene, gorgoni, centauri che si opporranno agli eroi della mitologia), nuovi strumenti musicali, tessuti pregiati, calzari, profumi, nuove fogge di corazze ed elmi, statuette dal corpo modellato secondo canoni naturalistici che non tengono più conto della riduzione a forme geometriche tipiche del secolo precedente.

Gli influssi orientalizzanti si colgono in tutti i campi artistici: dal passaggio a forme di architettura sacra più esigenti (attraverso la sostituzione del materiale ligneo con l’introduzione di blocchi in pietra squadrata e l’invenzione del tetto in tegole) all’artigianato artistico, negli oggetti in bronzo, in pasta vitrea, in avorio, nelle coppe in oro e argento, realizzati con grande cura nelle botteghe degli orafi. Non è un processo omogeneo: alcune realtà, come Atene e più in generale l’Attica, saranno restie ad assorbire queste nuove mode; altre, invece, come ioni ed eoli, a più stretto contatto con le realtà asiatiche, si lasceranno travolgere dalle novità.

In questo periodo i santuari panellenici di Delfi, Olimpia e Samo attirano l’attenzione dei grandi dinasti orientali che si recano in questi luoghi sacri portando con se ricchi doni. Lo storiografo Erodoto (Storie, I, 14) ricorda i doni votivi al santuario di Delfi da parte di Gige, re di Lidia, e di Mida, re di Frigia: lo testimoniano le evidenze archeologiche. Nello stesso momento si verifica un’intensa diaspora di orientali verso la Grecia, in fuga dalla pressione degli assiri: questo spiega la presenza di parole orientali nella lingua greca, tra cui il termine tyrannos, probabilmente di origine lidia.

A proposito di tiranni, sotto un punto di vista strettamente storico-sociale le figure di questi nuovi personaggi politici si oppongono all’avidità della classe aristocratica e basano il loro consenso, facendo leva sulle vessazioni che le classi sociali inferiori subiscono dai governi aristocratici, e sullo squilibrio tra necessità della popolazione e risorse disponibili. Le più importanti tirannidi del VII secolo a.C. si registrano a Mitilene (Lesbo), a Megara, a Sicione e, soprattutto a Corinto.

Il Canale di Corinto oggi. Foto di Frank van Mierlo

Corinto è una delle città più all’avanguardia dell’epoca; fino alla metà del VII secolo a.C. è governata dai Bacchiadi e, ben presto, la sua importanza in ambito commerciale assume una dimensione “internazionale”, grazie anche ad una posizione geografica privilegiata: le ceramiche, prodotte in quantità industriale dagli artigiani, vengono esportate in tutto il Mediterraneo, sia ad Oriente che ad Occidente, assecondando la vocazione marinara della città.

Nella città dell’Istmo, già a partire dal 720 a.C., le fabbriche dei vasai iniziano ad adoperare la ruota del tornio ceramico, una novità introdotta a Corinto secondo quanto riportato da Plinio il Vecchio, e ad abbandonare l’uso dei caratteri geometrici, tipici del periodo artistico precedente, facendo uso degli elementi di originalità apportati dall’arte orientale.

Grazie ai numerosi ritrovamenti archeologici è stato possibile ottenere una seriazione cronologica molto dettagliata dell’evoluzione della ceramica protocorinzia.

Le produzioni artistiche del Protocorinzio Antico, che si sviluppa dal 720 al 690 a.C., prediligono forme di piccole dimensioni, gli aryballoi, boccette quasi sferiche alte non più di 7 cm, sulla cui superficie si impongono prepotentemente figure animali realizzate con una linea di contorno che presenta ancora tratti geometrizzanti. Gli artisti non si lasciano sopraffare dall’impulso narrativo, piuttosto introducono elementi riempitivi a carattere floreale, rosette e spirali di chiara ascendenza orientale.

Il Protocorinzio Medio (690-650 a.C.) inaugura una serie di trasformazioni che riguardano sia la forma sia le decorazioni del vaso. L’aryballos assume una forma più slanciata e, nonostante la costante delle dimensioni ridotte, propone fregi miniaturistici straordinari, dove le figure sono disposte in fregi sovrapposti utilizzando un nuovo repertorio e una nuova tecnica. Gli elementi figurati, che adesso sono ispirati ai personaggi della mitologia, abbandonano completamente i criteri geometrizzanti e lasciano spazio all’estro artistico dei vasai.

In questo breve arco temporale si sperimentano tecniche decorative che ben si adattano alle nuove forme e alle nuove decorazioni presenti sulla superficie dei vasi: alla tecnica a figure nere, molto utilizzata nei decenni successivi, si affiancano la tecnica dell’incisione dei fregi umani ed animalistici (per esaltare i particolari del soggetto raffigurato utilizzando uno strumento metallico a punta sottile) e la tecnica della sovraddipintura (ottima per creare effetti policromi).

Nel Protocorinzio Tardo, il cui sviluppo si data dal 650 al 630 a.C., i pittori iniziano a cimentarsi con forme vascolari di dimensioni maggiori. Non producono solo piccoli aryballoi ma anche brocche di quasi 30 cm, dove sono prediletti fregi animalistici sovrapposti in successione e riempitivi di carattere floreale.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Tutte queste sperimentazioni raggiungono la massima potenzialità espressiva nell’Olpe Chigi.

Rinvenuta in una tomba etrusca a Veio (Etruria), l’olpe, una brocca a bocca rotonda utilizzata nei simposi per versare il vino nelle coppe dei commensali, risale al 640 a.C. circa e riflette il passaggio dal Protocorinzio Medio al Protocorinzio Tardo. Ha un’altezza di 26 cm e si tratta probabilmente di un dono o di un acquisto di un principe etrusco. Oggi questa meraviglia si può ammirare al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

La straordinarietà dell’Olpe Chigi sta nella presenza di fregi figurati complessi che fanno uso della tecnica a figure nere integrata abbondantemente con la policromia. Le scene raffigurate occupano gli spazi principali della brocca, ovvero la spalla nella parte superiore, la pancia in posizione centrale, e la parte sottostante.

Partendo dal basso verso l’alto si possono notare delle scene che, lette in sequenza, raccontano una storia: il programma iconografico rappresenta la successione di attività che un giovane aristocratico doveva sviluppare nel corso della sua vita per diventare un cittadino corinzio a pieno titolo e figurare tra coloro che combattevano in prima linea a difesa della città.

olpe chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Era consuetudine che i rampolli della classe aristocratica delle poleis greche, nel programma di formazione che erano tenuti a seguire, venissero avviati al combattimento fin dalla tenera età: la caccia alla lepre e alla volpe, animali incruenti, rappresentava una buona palestra per esercitare i riflessi. Superata questa fase, i giovani potevano mostrare il loro coraggio affrontando prove più rischiose, come la caccia al leone.

Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Foto di Francesco Bini, CC BY-SA 4.0

Non tutti riuscivano a sopravvivere, ma scampare alla morte significava poter ambire ad un matrimonio eccellente: è per tale motivo che nel punto di massima espansione del vaso, collocato tra una serie di efebi con doppia cavalcatura, campeggia l’unico episodio tratto dal repertorio mitico, ovvero il giudizio di Paride, da cui avrà luogo l’unione con Elena, la donna più bella del mondo antico.

La scena dello scontro tra opliti potrebbe alludere alla guerra di Troia, sorta proprio a seguito dell’unione tra il giovane troiano e la moglie di Menelao; e l’intento è senz’altro moraleggiante, con una nota di avvertimento in conseguenza di nozze giudicate sbagliate, cioè di un premio ottenuto ingiustamente. Elena era stata, infatti, offerta come contropartita a Paride dalla dea Afrodite per ottenere la vittoria nella contesa tra lei e altre due divinità, Atena ed Era, per stabilire chi fosse la più bella dell’Olimpo.

Questo complesso programma iconografico destinato ai corinzi viene reso con grande perizia dal pittore, che mostra di saper padroneggiare tutte le nuove tecniche della scuola protocorinzia, per rendere in pochi centimetri una serie di particolari molto dettagliati.

 

Olpe Chigi protocorinzia
Olpe Chigi, capolavoro della ceramica protocorinzia. Immagine dal libro di Knud Friis Johansen, Les Vases Sicyoniens. Étude archéologique, 2a ed., Paris : Copenhague, Edouard Champion : V. Pio - Povl Branner, 1923, pl. XXXIX. Immagine in pubblico dominio

Bibliografia:

  • Storia dell’arte greca, A. Giuliano, Carocci, Roma 2017.
  • Arte Greca, G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Mondadori, Milano 2013
  • Il mondo dell'arte greca, T. Holscher, Einaudi, Torino 2008
  • Archeologia e stria dell’arte greca: storia della ceramica di età arcaica, classica ed ellenistica, P. E. Arias, Vol. 5, University of Michigan 1963.
  • Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, E. Lippolis – G. Rocco, Mondadori, Milano 2011.
  • L’Olpe Chigi. Storia di un agalma. Atti del Convegno Internazionale, E. Mugione – A. Benincasa, Pandemos, Paestum 2012.
  • Storie, Erodoto, Rizzoli Editore, Bologna 2008.