Viarium

Viarium. Paesaggi culturali dell’Ager Bantinus

“Viarium. Paesaggi culturali dell’Ager Bantinus”, prodotto dall'Ente Morale Pinacoteca Camillo d’Errico e per la regia di Francesco Gabellone, aprirà le proiezioni di domenica 17 ottobre alle ore 17:30, come prima regionale alla “Rassegna del Documentario e della Comunicazione Archeologica di Licodia Eubea”, per la sezione Cinema e Archeologia.

Viarium

Viarium. Paesaggi culturali dell’Ager Bantinus

Nazione: Italia

Regia: Francesco Gabellone

Consulenza scientifica: Sabrina Mutino

Durata: 11’

Anno: 2021

Produzione: Ente Morale Pinacoteca Camillo d’Errico

Prima regionale

Sinossi:

All’interno del progetto di studio del territorio tra il castello di Monteserico e Palazzo San Gervasio, voluto dalla Soprintendenza ABAP della Basilicata e la Pinacoteca e Biblioteca “D’Errico”, nasce il docu-film Viarium, storia di 29 siti rintracciati lungo la via Appia antica.

Tecniche ricostruttive avanzate, 3D e storytelling riproducono in forma semplice e immediata contesti antichi non più visibili. Un importante strumento per innescare nuove forme di turismo culturale e crescita sostenibile.

Informazioni regista:

Architetto e ricercatore all’Istituto di Nanotecnologia del CNR di Lecce. È fondatore e responsabile scientifico dell’Information Technologies lab dell’IBAM-CNR.

Svolge attività di ricerca finalizzata alla conoscenza, valorizzazione e fruizione dei Beni Culturali attraverso l’uso delle tecnologie informatiche, lo studio ricostruttivo 3D dei monumenti e dei paesaggi antichi, storytelling e comunicazione scientifica.

Scheda a cura di: Fabio Fancello


Cales, antica e fiorente città sulla via Latina

Cales, antica e fiorente città sulla via Latina

Articolo a cura di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Cales
Figura 1. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Negli ultimi anni nuove scoperte in ambito archeologico hanno ampliato la conoscenza del sito preromano di Cales, sicuramente uno dei più importanti della Campania Felix, ancora poco esplorato però nella sua fase protostorica. Cales è attribuita dalle fonti letterarie antiche al popolo degli Ausoni, oppure degli Aurunci se si tiene conto dell’ambito geografico, che occuparono tra l’età del bronzo e la prima età del ferro una vasta zona compresa tra il basso Lazio e la Campania settentrionale.

Differentemente dalle sorti di altri antichi centri come Teanum Sidicinum, Allifae e Capua, la storia di Cales, ubicata all’interno del comune dell’attuale Calvi Risorta, non è stata celata da una successiva stratificazione urbana, circostanza rara e sorprendente che rende l’antica conurbazione ancora oggi nitidamente discernibile dall’ambiente circostante. L'antica colonia latina di Cales, con la quale nel 334 a.C. l'Urbe pose un primo caposaldo in Campania, fu fondata in un'area fortemente strategica che garantiva un saldo controllo della rete viaria che legava Roma e il Lazio meridionale alla città di Capua, collegamento già attestato in età pre-romana, secondo le linee di un percorso, denominato prima "Via Latina" e poi conosciuto come "Casilina", che ancora oggi percorre la valle del Sacco e del Liri fino ad attraversare alcune zone suggestive dell'alto Casertano e a ricongiungersi con la via Appia, presso Pastorano.

Infatti, la particolare conformazione morfologica dell'area ha influenzato la progettazione e la realizzazione dei nuovi assi viari che, ricalcando in parte gli antichi percorsi, hanno comportato “brutali” stravolgimenti nell'area urbana di Cales: ad esempio, solo nei tempi più recenti, la costruzione della moderna autostrada del Sole e alcuni interventi legati all’ampliamento di quest’ultima hanno tagliato in due la città antica, frantumandone definitivamente la compattezza e determinando così la distruzione e la conseguente perdita di non pochi monumenti. Ma Cales è stata vittima di reiterate vessazioni e nefandezze anche nell’Ottocento, a causa delle azioni predatorie che ancora oggi tormentano il sito archeologico.

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Figura 2. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Principale oggetto di interesse sia dei tombaroli che, per fortuna, delle soprintendenze sono state soprattutto le necropoli preromane, corredate naturalmente di preziosi materiali votivi e scultorei. Le necropoli situate nelle zone del Migliaro, dove sono state rinvenute numerose sepolture a fossa terragna, oltre alle tombe a cassa di tufo puntualmente trafugate da famelici tombaroli. Le tombe emerse erano tutte ad inumazione, segnalate in alcuni casi da segnacoli in pietra calcarea o da recipienti ad impasto grezzo, spesso andati perduti a causa degli scavatori clandestini e dei lavori agricoli invasivi. Le sepolture presumibilmente celavano degli ampi corredi funerari, che annoveravano armi e vasi dalla pregevole fattura, collocati generalmente ai piedi, sul corpo o accanto alla testa del defunto.

Naturalmente il valore degli oggetti tombali era strettamente legato alla posizione sociale del soggetto inumato e, purtroppo, la maggior parte dei reperti più importanti risulta perduta a causa dei reiterati furti che hanno interessato l’area sepolcrale. In ogni caso, seppur mutilo e privato di resti significativi e paradigmatici, lo studio approfondito del contesto funerario ha offerto la possibilità di rilevare delle connessioni culturali tra gli Ausoni e il mondo medio-adriatico, attraverso la probabile intercessione della civiltà sannitica, giunta nell’area calena tra il VII ed il VI secolo a. C. La comunità di Cales, guidata da una classe dirigente intraprendente, appariva dunque socialmente variegata, intessendo contatti con popoli differenti, tra i quali gli etruschi, i greci e gli autoctoni dell’area transappenninica.

Una minore attenzione è stata rivolta invece al nucleo urbano di epoca romana, che solo di recente è stato sottoposto ad un interessante progetto di rivalutazione culturale, basato su eventi incentrati sul teatro e l’arte. Ma la stessa fase del sito ha appassionato Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, professori e archeologi, autori di importanti studi topografici del territorio campano (vd. Carta archeologica e ricerche in Campania. Ricerche intorno al santuario di Diana e Tifatina, vol. 15/6), che hanno condotto un accurato studio topografico sulla città, sviluppando negli anni attraverso ricognizioni sul sito, approfondimenti su monumenti e ricerche sugli scavi ottocenteschi (nel 2021 Quilici e Gigli Quilici hanno pubblicato un nuovo volume sulle ricerche condotte a Cales).

Negli ultimi anni, la lunga ed estenuante limitazione della mobilità dovuta alle misure restrittive per il contenimento della dilagante pandemia, nonostante le ripercussioni drammatiche ha comunque offerto ai due studiosi alcune occasioni per riordinare e riesaminare appunti e materiali accumulati negli anni, relativi ad un’area particolare che custodisce ancora tante sorprese; alle tracce di strutture sepolte ravvisabili attraverso le immagini di Cales offerte da Google Earth, che sono in aggiornamento dal 2003, sono state aggiunte nuove foto aeree zenitali e oblique che hanno permesso un quadro molto più chiaro ed esaustivo dell’area.

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Figura 3: Teatro di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

I risultati della ricerca proseguita dal professor Quilici e dalla prof.ssa Quilici Gigli hanno messo in evidenza il Foro, inquadrato tra il Teatro (figura 3), le Terme Centrali, il Tempio Esastilo, con il rilevamento, grazie alle riprese aeree, di un maestoso edificio di una Basilica civile. L’indagine perimetrale dello stesso Foro ha permesso anche di inquadrare e isolare da altri contesti la posizione di un importante santuario arcaico.

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Figura 4: la Cattedrale di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

La meticolosa ricostruzione si riferisce principalmente alla città di epoca tardo repubblicana e imperiale e analogamente, in base ai nuovi dati raccolti, anche ai monumenti riesaminati, che presumibilmente però sembrano rimandare a un orizzonte cronologico differente: nell’area a monte della via Casilina permangono la Cattedrale medievale (figura 4), il Seminario eretto nel XVIII secolo1 (figura 5) e il Castello (figure 6 e 8), che si presume di matrice aragonese; una serie di edifici costellano poi il percorso della via Casilina sul lato meridionale; nella porzione rimanente della piana, oltre ai monumenti antichi, si trovano delle masserie, spesso dismesse oppure riutilizzate dagli agricoltori.

Figura 5: il Seminario Vescovile di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella
Figura 6: il Castello di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Dalle molteplici meraviglie custodite nella affascinante zona che avvolge quasi misticamente Cales nasce l’ambiziosa idea di un parco archeologico-ambientale dei Monti Trebulani, un’idea alimentata dalla consolidata consapevolezza che l’intero complesso accoglie realtà naturali e storico-archeologiche di notevole valore, la cui sorprendente stratificazione storica è stata spesso sottovalutata da parte della comunità scientifica. Lo stesso centro antico di Cales, ad esempio, nonostante sia stato tutelato da interventi urbanistici e da norme specifiche, attende da tempo una definitiva e convincente opera di recupero e valorizzazione. 

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Figura 7. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Il massiccio dei Monti Trebulani costituiva anticamente una vera e propria barriera naturale tra la pianura alifana e quella capuana – quest’ultima delimitata a Nord dal Volturno, che rappresentava una via commerciale di rilievo (Stat., Silv. IV, 3, 67). Ad occidente il fiume Savo separava i Monti Trebulani dal complesso vulcanico del Roccamonfina. Il territorio, connotato da sentieri e mulattiere, come quella delle Campole frequentata da generazioni di carbonai, alcune sorte nel tempo attraverso la transumanza, ha preservato molte peculiarità paesaggistiche.

La maggior parte delle alture circostanti è ricoperta da fitte e rigogliose aree boschive, dove l’uggia umida offre ristoro ai viandanti, mentre burroni e caleidoscopiche vallate dominano l’ambiente già di per sé variegato. Le pendici, invece, sono caratterizzate da castagneti e da piante aromatiche rare, rinvenibili tipicamente in queste zone, come l’alloro, il ginepro, la salvia, il finocchio selvatico, l’erba cipollina, il rosmarino e la mentuccia. Sulle colline l’attività agricola è logicamente più intensa e qui infatti si scoprono varietà sontuose di vino e di olio. Completano il quadro bucolico sorgenti di acqua dalle sorprendenti proprietà benefiche.

Infatti, tutto il territorio dell’ager calenus è ed era attraversato da corsi d’acqua, come il rio Cifoni e il rio Palombara, un tempo rispettivamente Pezzasecca e “dei Lanzi”, che già caratterizzavano l’insediamento antico e rendevano favorevoli le condizioni del territorio: attraverso un sofisticato sistema idrico di canaloni naturali, pozzi e cunicoli sotterranei, facilmente rilevabili da chiunque intraprenda oggigiorno l’antica via per Cales, le acque confluivano sul pianoro, principalmente per finalità agricole ma, con molte probabilità, anche per usi civili legati alla deduzione coloniale del centro.

Nel quadro di un’ambiziosa ottica di recupero e rivalutazione del sito, Cales potrebbe rappresentare il punto nevralgico di un progetto ancora più consistente, rivolto a dare prestigio e lustro ad una delle zone più suggestive della Campania, quella dei Monti Trebulani, un territorio ricco di storia e di risorse che pazientemente attende di essere sottratto alle ombre.

Figura 8: il Castello di Cales. Foto di Vincenzo Casertano e Giuseppe Inella

Bibliografia

    • Lorenzo Quilici e Stefania Quilici Gigli, Carta archeologica e ricerche in Campania. Fascicolo 12
      Cales. Topografia e urbanistica della città romana,
      Roma – Bristol, 2021.
    • Francesco Sirano, In itinere. Ricerche di archeologia in Campania, Santa Maria Capua Vetere, 2006.
    • Colonna Passaro, Cales. Dalla cittadella medievale alla città antica. Recenti scavi e nuove acquisizioni, Sparanise, 2009.

1 Secondo quanto riportato da BeWeB - Beni Ecclesiastici in Web: http://www.chieseitaliane.chiesacattolica.it/chieseitaliane/AccessoEsterno.do?mode=guest&type=auto&code=86490

 


yiddish

Yiddish: il viaggio millenario di una lingua e del suo popolo

YIDDISH: IL VIAGGIO MILLENARIO DI UNA LINGUA E DEL SUO POPOLO

Introduzione all'argomento con la professoressa Marisa Ines Romano

 

Parlare di lingua e cultura yiddish implica, inevitabilmente, il fatto che ci si occupi della lunga e travagliata storia del Popolo ebraico. Facciamo infatti riferimento ad una cultura millenaria, che affonda le sue radici nel X secolo.

Ad introdurci in questo mondo estremamente affascinante e variegato è stata la professoressa Marisa Ines Romano, docente di Lingua e Letteratura Yiddish presso l’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”. Laureatasi nel 1993 in Lingue e Letterature Straniere Moderne (cum laude), ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Letterarie (Letterature Moderne Comparate) con una tesi dal titolo Le saghe familiari di Isaac Bashevis Singer, Israel Joshua Singer e Der Nister in rapporto di scambio con il canone di genere europeo e come specchio delle tensioni culturali e delle dinamiche sociali nel mondo yiddish del XX secolo. Da quel momento l’intera attività di ricerca della Professoressa è stata dedicata allo studio e alla divulgazione della cultura yiddish.

La sua ricca produzione scientifica, comprendente articoli, saggi, recensioni e conferenze, vanta svariate traduzioni dallo Yiddish, come Acquario verde di Avrom Sutskever (La Giuntina, Firenze 2010), Quando Yash è partito di Yankev Glatshteyn (La Giuntina, Firenze 2017) e Yiddish. Lingua, Letteratura e Cultura. Corso per principianti di Sheva Zucker (La Giuntina, Firenze 2007). Quest’ultimo testo, inoltre, rappresenta l’unico manuale in circolazione in Italia per l’apprendimento della lingua yiddish.

Col presente articolo andiamo alla scoperta dello straordinario mondo della cultura Yiddish assieme alla professoressa Marisa Ines Romano, che ha messo gentilmente a disposizione del pubblico di ClassiCult la sua conoscenza.

Uniba Marisa Ines Romano yiddish
Laprofessoressa Marisa Ines Romano sullo sfondo dell'Università di Bari. Collage di Chiara Torre, foto del riquadro di Marisa Ines Romano; foto dell'Università di Bari di Laura Beato, CC BY-SA 4.0

 

Non si può comprendere quanto importante sia questa cultura per le nostre radici se non si conosce a fondo la sua storia. Lo Yiddish nasce nel cuore dell’Europa e con l’Europa. Si sviluppa dalla peculiarità dell’ebraismo europeo, che vede il suo epicentro sulle rive del Reno, intorno a Mainz (Magonza), proprio nella zona di confluenza tra il Reno e il Mosella, che sarà anche punto di diramazione del Sacro Romano Impero. Come si vede, la cultura europea e quella ebraico-europea condividono il medesimo luogo e tempo di nascita e sviluppo. Va altresì ricordato che la lingua yiddish è classificata come lingua neogermanica, contraddistinta, dunque, da una doppia anima ebraico-europea.

Gli Ebrei erano arrivati in Europa dalla Palestina tempo addietro, in seguito alla grande diaspora, determinata dalla sconfitta dei rivoltosi ebrei all’epoca di Tito (I sec. d. C.). L’assoggettamento della Palestina da parte dei Romani era malvisto dalla popolazione ebraica, che si organizzò e diede origine a delle tremende rivolte, sedate nel sangue, e identificabili come guerre giudaiche, descritte dallo storico Yosef ben Matityahu, meglio conosciuto come Giuseppe Flavio. La sorte riservata ai rivoltosi sconfitti fu, nella maggior parte dei casi, la schiavitù, che è testimoniata dallo stesso arco di Tito, nel rilievo del quale riconosciamo una scena di deportazione di schiavi ebrei. Lo stesso Anfiteatro Flavio, simbolo della romanità, fu realizzato grazie alla manodopera servile ebraica.

I tesori di Gerusalemme, particolare dall'Arco di Tito. Foto di Jebulon, CC0

Prima ancora della diaspora, però, Roma conteneva al suo interno una comunità ebraica non poco rilevante, se si pensa che già nel II sec. d.C. gli Ebrei incidevano per il dieci per cento sul totale della popolazione urbana. Interessante sottolineare come una delle vie privilegiate della grande diaspora fu proprio la Puglia. Ci sono testimonianze di insediamenti ebraici lungo la via Appia: a partire da Brindisi, importanti tappe del percorso degli Ebrei su suolo italico furono Oria, Bari e Trani (solo per fare alcuni esempi). Notevole anche il caso di Benevento e di Venosa, città a maggioranza ebraica in alcuni periodi della sua storia.

Per raggiungere il cuore dell’Europa centrale, gli Ebrei seguirono le espansioni romane e il progressivo allargamento del limes, interagendo con le popolazioni locali. A questa spinta da sud e sud-est, si unisce tempo dopo la direttrice determinata dai flussi provenienti dall’Impero Romano d’Oriente. Lì gli Ebrei si erano stanziati, dopo la grande diaspora, presso le rive del Mar Nero e nelle città della Grecia. A Costantinopoli, la quantità di Ebrei era estremamente elevata e in città di dimensioni inferiori, come Smirne, raggiungeva, se si includono oltre ai circoncisi anche i cosiddetti giudeizzanti, il cinquanta per cento del totale degli abitanti.

Non va dimenticato neanche che l’Ebraismo esercitava un forte potere attrattivo soprattutto tra i ceti più umili, per il suo rigore e le sue regole chiare. Gli stessi Greci ne subirono il fascino e vi fu un’influenza reciproca tra la cultura greca e quella ebraica, in una fase in cui il paganesimo era entrato in forte crisi. L’altra alternativa, il Cristianesimo, risultava maggiormente attraente per i ceti intermedi, capace poi di espandersi fino alle vette del potere politico con conseguenze ben note. L’Ebraismo, nella sua radicalità, risultava però più diretto ed immediato e attirava i ceti più umili, facendo incrementare esponenzialmente il numero dei proseliti giudaizzanti ed entrando in competizione con il Cristianesimo stesso. Tra popolazione strettamente ebraica e giudaizzante, la percentuale di Ebrei nell’Impero Romano d’Oriente era considerevole.

Man mano che il Cristianesimo assumeva prestigio, diventando poi la religione di stato dell’Impero sotto Costantino, gli Ebrei furono colpiti da una serie di duri editti restrittivi e furono costretti ad abbandonare le grandi città per dirigersi più ad Est, verso le attuali aree di Crimea e Moldavia. Con le invasioni barbariche e la conseguente occupazione di questi territori da parte di gruppi di popolazioni scito-sarmatiche, gli Ebrei si trovarono a dividere lo spazio con popoli che subivano il fascino dei loro precetti, dando vita a delle interazioni tra le diverse culture e allo spostamento verso l’Europa centrale della lingua e della cultura ebraica, a causa della migrazione di questi popoli. Gli Ebrei provenienti dall’Europa orientale, portati nella parte centrale sotto la spinta delle popolazioni slave, chiamarono sé stessi aschenaziti (da Ashkenaz, nome, in ebraico medievale, della regione franco-tedesca del Reno). La lingua di questi Ebrei, per ovvie ragioni, entrò in contatto con quella germanica già presente.

Essendo una lingua neogermanica, lo Yiddish risulta fondamentale per comprendere le tappe dello sviluppo del tedesco, poiché ha fotografato la situazione della lingua tedesca non più recepibile, se non attraverso lo studio delle strutture yiddish. Questa lingua, peraltro, si è fatta anche veicolo di miti tipicamente germanici, come il mito di Kudrun, oggi attestati esclusivamente in Yiddish. Gli Ebrei hanno fuso la loro lingua a quella tedesca, dando vita ad un mosaico linguistico estremamente interessante, avente per base il tedesco con termini ebraici e slavi.

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Piastrelle in ceramica da Caltagirone. foto di Andrewb1990, in pubblico dominio

Per la scrittura, inoltre, venivano utilizzati i caratteri ebraici. Il fattore di riprendere le lingue locali e unirle all’idioma ebraico è comprovabile analizzando altri casi. Ad esempio, è stata rintracciata una parlata siculo-ebraica, che aveva per base il dialetto siciliano scritto in caratteri ebraici e contenente termini afferenti alla fede e alla quotidianità ebraica. Inoltre, ci sono testimonianze di ebraico livornese, ma si potrebbe continuare a lungo. Gli Ebrei che si stabilirono in Spagna, diedero vita al cosiddetto giudeo-spagnolo, detto anche judezmo o giudesmo. In spagnolo, la lingua è definita ladino, da non confondersi con il ladino dolomitico, ed è parlata ancora oggi dagli Ebrei sefarditi. In questo ricco panorama di varietà linguistiche, siamo in grado di rintracciare una tipicità: da un lato, emerge la volontà di interagire con le popolazioni circostanti per ragioni di natura economico-sociale, dall’altro, c’è il chiaro obiettivo di conservare una lingua distintiva, un socioletto, parlato e comprensibile soltanto da un gruppo specifico. Pertanto è questo il contesto in cui vanno inserite le parlate giudaiche e lo Yiddish, nate da una spinta centrifuga e centripeta al tempo stesso.

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Dal Makhazor di Worms, il testo yiddish è in rosso. Foto di joystick, in pubblico dominio

Un manoscritto ritrovato a Magonza, il Makhazor di Worms, risalente al 1272, conserva la più antica glossa in lingua yiddish, una piccola benedizione che recita: Colui che porta questo Makhazor nella sinagoga sia gratificato di una buona giornata.

Lo Yiddish dovette faticare molto prima di assumere la dignità di una lingua letteraria, sulla falsa riga di quanto accadde per il volgare italiano. Lo Yiddish, infatti, era sovrastato dal prestigio dell’Ebraico, la lingua sacra di un popolo legato visceralmente alle proprie tradizioni.

Si può dire che i primi esperimenti di produzione letteraria yiddish risalgano al XV/XVI secolo, quando iniziarono ad essere composte opere di carattere omiletico, destinate a fornire spiegazioni accessibili a tutti delle 613 mitzvòt, i precetti ebraici, che per i fedeli era necessario conoscere alla perfezione. Si diffusero anche versioni in Yiddish delle narrazioni della Torah, rivolti alle donne e a chi non aveva i mezzi per comprendere autonomamente i testi sacri. Tra il XVII e il XVIII secolo, si diffondono opere che imitano la letteratura europea. È proprio in questo periodo che la mobilità del popolo ebraico in Europa si intensifica, a seguito di vari fenomeni non slegati da ondate di antisemitismo. Si verificò un grande spostamento verso est e verso la parte meridionale del Regno di Polonia. A causa di questo travaso, nella lingua yiddish aumentarono gli elementi slavi.

Colonie di commercianti ebrei tedeschi si stanziarono anche nel Nord Italia, fino all’Emilia Romagna. Si trattava di individui attratti dalla Penisola per ragioni commerciali e non è un caso che uno degli esponenti principali di letteratura yiddish rinascimentale sia stato Elia Levita, nativo di Ipsheim, nei pressi di Norimberga, e trasferitosi ben presto nell’Italia settentrionale. Svolse l’attività di grammatico e interagì con il cardinale e umanista Egidio da Viterbo, che divenne suo amico e mecenate. Scrisse le 650 stanze in ottava rima del Bovo-Bukh, basato sul popolare romanzo Buovo d'Antona, a sua volta tratto dal romanzo normanno Sir Bevis of Hampton. Oltre ad essere la prima opera letteraria laica in Yiddish, il Bovo-Bukh è il più popolare romanzo cavalleresco scritto in Yiddish e adeguato alla dimensione della vita ebraica.

Una letteratura yiddish vera e propria, però, nasce con l’Illuminismo. L’Illuminismo yiddish nacque sulla falsa riga dell’Illuminismo francese e tedesco, grazie a Moses Mendelssohn, amico di Christoph Friedrich Nicolai e Gotthold Ephraim Lessing. Mendelssohn aveva tradotto la Torah in tedesco con l’intenzione di valorizzare una lingua considerata superiore, ma suo malgrado veicolò la lingua yiddish, in quanto la redasse in caratteri ebraici, proprio per farsi comprendere da un pubblico quanto più ampio possibile.

Jean-Pierre-Antoine Tassaert, busto di Moses Mendelssohn, presso la Neue Synagoge di Berlino; foto di Yair Haklai, CC BY-SA 4.0

Nacquero così le varie correnti fino ad arrivare ai fondatori della moderna letteratura yiddish: Mendele Moykher Sforim, Sholem Aleichem e Yitskhok Leybush Peretz. Si tratta di autori abbastanza tradotti in lingua italiana, ma le maggiori traduzioni sono state realizzate in lingua inglese. Questo è dovuto agli avvenimenti della fine del XIX secolo.

Il 1881, in particolare, è un anno cruciale per gli ebrei che vivevano nell’Impero russo. Peraltro, la Russia, in quegli anni, era riuscita ad appropriarsi di gran parte della Polonia, inglobando i territori maggiormente abitati dagli Ebrei. Ci fu una tremenda scossa di odio antisemita quando, nel 1881, Alessandro II fu vittima di un attentato da parte di un giovane ebreo anarchico. Questa vicenda scatenò una campagna di pogrom, attacchi di una violenza inaudita ed indiscriminata nei confronti della popolazione ebraica, caratterizzati da saccheggi, incendi, razzie e stupri.

Molti Ebrei decisero di emigrare e, tra il 1881 e gli anni Trenta del Novecento, gli Stati Uniti d’America accolsero oltre tre milioni di profughi. Questa cospicua immigrazione in un paese anglosassone fece in modo che si creasse un’interazione speciale con la lingua inglese e si traducessero molte opere dallo Yiddish. Pur rimanendo discriminati e vittime di pregiudizi, negli Stati Uniti gli Ebrei non subirono le violenze sistematiche perpetrate ai loro danni in Europa. Dopo la Shoah e la Seconda guerra mondiale, l’Europa risultò praticamente svuotata dagli Ebrei e molti superstiti decisero di raggiungere l’America. Altri, invece, raggiunsero la Palestina, aspirando alla creazione dello stato di Israele. Oggi gli Ebrei si trovano in gran parte distribuiti tra queste due realtà e in Europa ne è rimasto soltanto un milione, contro i 12 milioni  che vi abitavano agli inizi del Novecento.

A causa del nazismo, l’Europa ha divelto le proprie radici ebraiche, perdendo una cultura millenaria che sul suo suolo si era espansa, godendo degli apporti delle altre culture e donando menti geniali, in uno scambio vitale e prolifico. Se, per fortuna, il popolo ebraico è rinato e si è risollevato dalla catastrofe dell’Olocausto, la civiltà di lingua yiddish è pressoché scomparsa. Alcuni gruppi sociali ben definiti, però, utilizzano ancora lo Yiddish come lingua ufficiale. Gli ultraortodossi parlano in Yiddish nella quotidianità per non profanare l’ebraico biblico, la lingua sacra. In Israele, un gran numero di Ebrei parla lo Yiddish e a New York esiste una comunità che lo utilizza regolarmente, proprio per non dover adoperare l’inglese in alternativa all’ebraico. Appare quasi paradossale il fatto che lo Yiddish venga oggi usato dagli ultraortodossi, mentre un tempo aveva contraddistinto una letteratura laica, proletaria, nata dalle lotte sociali. Lo Yiddish, però, è usato oggi come seconda lingua da molti Ebrei in America e in Israele: una serie tv distribuita da Netflix, Shtisel, ben dipinge lo scenario bilingue del mondo ebraico ed ebraico-ortodosso. In forme meno specialistiche, il cinema mondiale continua a mostrare interesse per la lingua e la cultura yiddish. Come non menzionare, a tal proposito, l’incipit di A Serious Man di Ethan e Joel Coen.

I fratelli Coen. Foto di Rita Molnár, CC BY-SA 2.5

In Europa, lo Yiddish è parlato specialmente in Francia, dove si trovano Ebrei aschenaziti arrivati in seguito all’ondata migratoria che, nel 1905, li fece riparare lì dalla Russia. Non a caso, il più grande centro di studi per la lingua yiddish si trova proprio a Parigi. L’Inghilterra, terra di transito per molti Ebrei in fuga dalla Mitteleuropa tra le due guerre, ospita un risicato numero di parlanti yiddish, perlopiù anziani.

In ambienti universitari e di ricerca, la lingua, la letteratura e la cultura yiddish vengono ancora insegnate, ma, con il passare del tempo, sempre meno costantemente. Nelle università italiane ci sono stati più o meno significativi avvicinamenti allo Yiddish negli anni Novanta, quando Moni Ovadia iniziò la sua carriera teatrale. Ovadia è stato un grande divulgatore di questa cultura, mediante i suoi lavori e i suoi spettacoli, tra i quali è bene ricordare Golem (che ha portato in tournèe a Bari, Milano, Roma, Berlino, Parigi e New York), Oylem Goylem (con cui si è imposto all’attenzione del grande pubblico, unendo musica klezmer, umorismo ebraico, storielle e barzellette), Dybbuk (spettacolo sull’Olocausto), Taibele e il suo demone, Diario ironico dall’esilio, Ballata di fine millennio, Il caso Kafka, Trieste… ebrei e dintorni, La bella utopia. Nei suoi spettacoli, l’ebreo è l’estraneo per eccellenza e si guarda alla tradizione del popolo ebraico dell’Europa centro-orientale con la piena consapevolezza della distanza da quel mondo e dell’impossibilità di resuscitarne le vite e le forme. Quello dell’artista è uno sguardo strabico: fisso nostalgicamente sul passato e al contempo puntato ostinatamente sul futuro.

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La professoressa Marisa Ines Romano e Moni Ovadia. Foto courtesy Marisa Ines Romano

A ridosso del grande interesse per lo Yiddish nato tra gli ultimi anni Novanta e i primi anni Duemila, nelle università di Roma, Milano, Bologna, Venezia, Torino, Trieste (grazie a Claudio Magris, uno dei primi ad occuparsi di letteratura yiddish) nacquero degli esperimenti. Anche l’esperienza di studio della Professoressa Romano risulta legata a Moni Ovadia, preziosa fonte di ispirazione per una ricerca che avesse attinenza con la dimensione europea e delle letterature comparate. La lingua e la letteratura yiddish, avendo interagito con le varie culture, ben si prestavano al lavoro di comparazione portato avanti da Marisa Romano, specializzatasi in Lingua e Cultura Yiddish presso The Oxford Institute for Yiddish Studies e successivamente presso AEDCY/Bibliotheque Medem (Parigi). Nei suoi anni di formazione, è stata supportata dal professor Giuseppe Farese, Emerito dell’Università di Bari, grande germanista e principale studioso italiano dell'autore austriaco Arthur Schnitzler, di cui ha tradotto le opere. Farese appoggiò immediatamente il campo di indagine della Professoressa Romano, dimostrando grande interesse per lo Yiddish e introducendone a Bari l’insegnamento. Altri colleghi, come il professor Domenico Mugnolo, il professor Pasquale Guadagnella e la professoressa Marie Thérèse Jacquet, ex Presidi della Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, hanno poi sostenuto la presenza dell’insegnamento.

A partire dal 1998, prima di diventare Professore a contratto di Lingua e Letteratura Yiddish (L/LIN/13) presso l’Università degli Studi di Bari, la Professoressa Romano ha tenuto corsi presso l’Associazione Culturale Italo-Tedesca (ACIT) di Bari, ambiente culturalmente vivace che ha accolto  con entusiasmo la sua ricerca. Un suo ambito di studio è quello della canzone yiddish colta, dove sussiste un’interazione diretta tra il mondo letterario e quello della musica. A tal proposito, occorre annoverare, tra i numerosi progetti realizzati, la traduzione, introduzione e cura di diverse liriche yiddish, racchiuse nei lavori Betàm Soul (CD, Digressione Music, 2010), Far Libe (CD, Digressione Music, 2012) e Mirazh: le città inaudite (CD, Digressione Music, 2014).

Diversamente da quanto è accaduto per gli altri ambienti accademici italiani, il caso barese nell’insegnamento della Lingua e della Letteratura Yiddish ha avuto una longevità e una costanza che rappresentano un unicum in ambito universitario. Da ben dodici anni, lo Yiddish attira presso l’Ateneo barese centinaia di studenti, incuriositi da questa cultura e desiderosi di apprenderne le principali caratteristiche e peculiarità. Solo nel corso di quest’anno accademico, il Seminario ha potuto vantare più di 180 iscritti, quota che stupisce persino i principali Maestri esteri di questo campo di ricerca. Per la Professoressa, un tale interesse per l’insegnamento si spiega alla luce del rapporto tra la Puglia e l’Ebraismo, che è stato documentato da vari percorsi e progetti, come un documentario realizzato da RAI 3 L’ebraismo a Bari, a cura di Enzo Del Vecchio, a cui la stessa Romano ha collaborato. La Professoressa, inoltre, ha realizzato per due volte di seguito un progetto patrocinato dalla Regione Puglia, Mai Più, consistente in un ciclo di sei seminari per docenti e alunni degli istituti superiori pugliesi, comprendente l’allestimento delle mostre Il treno della memoria, viaggio ad Auschwitz e SHOAH. Fotografie, Video storici, Documenti, Installazioni Incontri e Testimonianze. Grazie a queste iniziative, la Puglia ha assunto consapevolezza della sua importanza per il popolo ebraico. Non va dimenticato che la Puglia fu una terra di transito cruciale per gli Ebrei in fuga dalla Palestina nel corso della grande diaspora e le città pugliesi hanno ospitato importanti insediamenti.

La Sinagoga Scolanova a Trani. Foto di Tommytrani, CC BY-SA 3.0

A Trani è ancora presente una piccola comunità e le due sinagoghe presenti su quel territorio attirano gli Ebrei sparsi per tutta la Puglia. Il numero degli Ebrei in Puglia attualmente non è minimamente paragonabile a quello registrato in passato. Verso la metà del XVI secolo, in seguito alla cacciata dei Semiti da parte dei cattolicissimi re di Spagna, gli Ebrei vennero banditi anche dall’Italia meridionale e alcuni si convertirono, pur rimanendo legati alle proprie tradizioni (cf. Marranesimo). Anche in tempi più recenti, la Puglia ha rappresentato un punto di passaggio fondamentale per gli Ebrei. Dopo il 1943, molti Ebrei in fuga dai nazisti si imbarcarono per la Palestina dai porti pugliesi. Vennero creati diversi campi per rifugiati, come quello di Nardò o quello nei pressi di Barletta. Una grande comunità di sopravvissuti ha trovato accoglienza ed ospitalità in queste terre, conservando ricordi splendidi della sua permanenza. Furono celebrati qui molti matrimoni tra gente che aveva perso tutto e voleva rinascere, cominciare una nuova vita.

Angelo Fortunato Formiggini in una cartolina postale degli anni venti, dalla serie "Cartoline Parlanti"; dalla Collezione privata di Tony Frisina - Alessandria. Immagine di Tony Frisina, in pubblico dominio

Interessante anche occuparsi della diffusione e della traduzione della letteratura yiddish in Italia. Pioniere in tal senso fu, negli anni Venti del Novecento, l’editore modenese di origini ebraiche Angelo Fortunato Formiggini, fondatore dell’omonima casa editrice. Tra le collane principali, è bene ricordare Profili, Classici del ridere, Apologie, Medaglie e Guide radio-liriche. Formiggini pubblicò per la prima volta classici della letteratura yiddish in italiano a partire dalle traduzioni inglesi, poiché non disponeva di traduttori dallo Yiddish. Diede alle stampe, per la collana Classici del ridere, diverse opere di Sholem Aleichem, come La storia di Tewje il lattivendolo (1928) e Marienbad (1918). Angelo Fortunato Formiggini è stato un personaggio di spicco nel panorama editoriale e culturale italiano dei primi del Novecento, ma la sua tragica vicenda biografica pose ben presto fine al suo progetto. Nel 1938, il regime fascista proclamò le leggi razziali, accompagnate da una terribile propaganda antisemita, e Formiggini fu costretto a mutare proprietà e nome della Casa editrice per cercare di evitare l’espropriazione. Il 29 novembre del 1938, stremato su più fronti, decise di mettere in atto il suicidio che premeditava da tempo e si gettò dalla Ghirlandina, la torre del Duomo di Modena. La casa editrice continuò ad esistere fino al 1941, quando fu posta definitivamente in liquidazione.

In tempi più recenti, tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta, altre traduzioni sono state fatte dallo Yiddish, per conto di case editrici specializzate nella diffusione di letteratura ebraica, come la casa editrice La Giuntina di Firenze. Anche la casa editrice Adelphi ha pubblicato titoli fondamentali in materia, essendo stata fondata dagli editori ebrei Luciano Foà, Alberto Zevi e Roberto Olivetti nel 1962 ed essendosi avvalsa di collaboratori del calibro di Roberto Bazlen, Giorgio Colli, Sergio Solmi, Claudio Rugafiori, Franco Volpi, Roberto Calasso e Giuseppe Pontiggia. Le figlie di Zevi, Elisabetta e Susanna, continuano a tradurre tuttora opere letterarie dallo Yiddish e dall’Ebraico. Susanna Zevi, in particolare, cura le opere di Meir Shalev, Haim Baharier e del grande Moshe Idel.

Una lingua straordinaria, che rispecchia la storia del popolo più antico. Una lingua ricca, variegata, pregna di storia. La lingua di voci immortali, che continuano a riverberarsi in pagine uniche. Una cultura che merita attenzione e che è necessario conoscere, anche per recuperare l’essenza di un popolo massacrato (per citare il poeta polacco Itzhak Katzenelson, ucciso ad Auschwitz nel 1944). Ritengo sia importante concludere il percorso tracciato in questo articolo, reso possibile dalla competenza e dalla disponibilità della Professoressa Romano, con le parole del Premio Nobel Isaac Bashevis Singer, che, a proposito dello Yiddish, scrive:

C'è chi chiama lo Yiddish una lingua morta, ma così venne chiamato l'ebraico per duemila anni. È stato riportato in vita ai giorni nostri in modo sbalorditivo, quasi miracoloso. L'aramaico è certamente stata una lingua morta per secoli, ma poi ha dato alla luce lo Zohar, un'opera mistica di sublime valore. È un fatto che i classici della letteratura yiddish sono anche i classici della letteratura ebraica moderna. Lo Yiddish non ha ancora pronunciato la sua ultima parola. Serba tesori che non sono ancora stati rivelati agli occhi del mondo. Era la lingua di martiri e santi, di sognatori e cabalisti – ricca di spirito e di memorie che l'umanità non potrà mai dimenticare. In senso figurato, lo Yiddish è l'umile e sapiente linguaggio di noi tutti, l'idioma dell'umanità che teme e spera.

 

 

Si informano i lettori che la Summer School del Centro per la Cultura Yiddish di Parigi quest'anno (2021) si terrà su Zoom, risultando dunque facilmente accessibile da qualsiasi punto del globo.

Quest'anno sono disponibili molte borse di studio per studenti fino a 30 anni, che coprono fino all'intero importo della tassa di partecipazione (normalmente 680 o 450 euro per 3 settimane, a seconda del numero delle ore che si intende frequentare).

Registrazione: https://www.yiddishparis.com/registration/

Borse di studio: https://www.yiddishparis.com/fr/inscription/

Link al sito: https://www.yiddishparis.com/yi/aynshraybn/


La domus di Confuleius: una sorpresa nel cuore della Altera Roma

La domus di Confuleius: una sorpresa nel cuore della Altera Roma

Scendendo le scale all’interno di un palazzo condominiale sito a Santa Maria Capua Vetere (CE), in via Aldo Moro, lungo l’antica via Appia, potremmo avere la sorpresa di imbatterci, in luogo di un comune scantinato, nientemeno che in una domus romana risalente al I secolo a.C.

L’antica Capua è, infatti, una miniera di ricchezze, spesso lasciate sepolte o non del tutto fruibili: la domus trattata in questo articolo rientra per l’appunto in questi casi, dal momento che il sito non è visitabile salvo aperture straordinarie.

domus di Confuleius
Il primo dei due ambienti con il pozzo e la vasca. Foto di Giusy Barracca

La cosiddetta domus di Confuleius, altresì nota come Bottega del Tintore, venne scoperta nel 1955, nel corso dei lavori per la costruzione del fabbricato moderno; attraverso una scala a doppia rampa si accede a due ambienti ipogei a pianta rettangolare, ciascuno dei quali coperti da una volta a botte, in ottimo stato di conservazione.

Colpisce immediatamente la ricchezza dell’apparato decorativo, con le pareti e le volte affrescate secondo i moduli del I stile (sebbene di ciò restino poche tracce, a causa dei danni provocati dai lavori moderni), mentre impressionanti sono le decorazioni musive del pavimento: su un fondo in cocciopesto dal colore rossastro si innestano mosaici con tessere bianche e nere a comporre variegati motivi geometrici (rombi, esagoni, crocette, meandri, quadrati) e floreali.

domus di Confuleius
Iscrizione musiva. Foto di Giusy Barracca

Il primo ambiente è diviso dal secondo sul lato occidentale da una porta ad arco, al di là della quale un’iscrizione musiva pavimentale accoglie gli ospiti all’interno del triclinio:

RECTE OMNIA / VELIM SINT NOBIS

«Vorrei che ci vada tutto bene»

domus di Confuleius
Iscrizione musiva. Foto di Giusy Barracca

L’iscrizione più interessante, tuttavia, si trova proprio all’interno del secondo ambiente, dal momento che contiene preziose informazioni che consentono di identificare il proprietario della casa con il sagarius Publius Confuleius Sabbio:

P(UBLIUS) CONFULEIUS P(UBLI) (ET) M(ARCI) L(IBERTUS) SABBIO SAGARIUS/ DOMUM HANC AB SOLO USQUE AD SUMMUM/ FECIT ARCITECTO T(ITO) SAFINIO T(ITI) F(ILIO) FAL(ERNA) POLLIONE

«Publio Confuleio Sabbione, liberto di Publio e Marco, sagario, fece costruire questa casa dalle fondamenta fino alla sommità, essendone architetto Tito Safinio Pollione, figlio di Tito, della tribù Falerna»

Del padrone di casa conosciamo dunque il nome (Confuleius è un gentilizio tipicamente capuano), lo status sociale – si dichiara infatti un liberto - e la professione, ossia quella di commerciante di sagum: si tratta di un mantello di lana grezza, che veniva fissato sulla spalla attraverso una fibula, ed era utilizzato perlopiù dai soldati, in colori differenti a seconda del grado militare, ma era anche l’indumento abituale degli schiavi e, in generale, delle persone meno abbienti. È verosimile che tali stoffe, oltre che vendute, venissero anche prodotte all’interno della casa: la presenza di un pozzo e di una vasca rettangolare situate sul lato est del primo ambiente suggeriscono un’interpretazione in tal senso.

L’iscrizione testimonia il carattere redditizio di questo genere di attività, favorito dalla posizione strategica e dalla forte vocazione commerciale dell’antica Capua. Essa è, inoltre, insieme all’aspetto fastoso e autocelebrativo di tale dimora, un prezioso documento di uno spaccato della società delle città romane, nonché vivida testimonianza del modus vivendi di tutta una classe sociale – quella dei parvenu, dei nuovi ricchi – che ha fatto dell’ostentazione grandiosa della ricchezza un marchio di fabbrica, volto a celare l’umiltà delle proprie origini. Impossibile dimenticare il ritratto pittoresco che Petronio, un secolo dopo, farà nel suo Satyricon a proposito di Trimalchione, liberto (proprio come il nostro Confuleius) che da schiavo affrancato salirà i gradini della scala sociale all’insegna del benessere e del lusso più sfrenato, divenendo il simbolo di un intero ceto sociale.

Tornando a Confuleius, la sua domus è, insieme ad altri monumenti coevi, una delle testimonianze più significative di un piano di rinnovamento urbanistico che ha riguardato la città nella tarda età repubblicana e di cui si ha traccia nelle famose epigrafi capuane relative all’attività dei magistri Campani, addetti allo sviluppo architettonico e all’abbellimento monumentale cittadino. È una Capua ricca e sfarzosa quella in cui vive Confuleius, che dal canto suo è pienamente consapevole dell’importanza rivestita, in questo periodo, da quelle classi che sono in piena ascesa sociale (mercanti, artigiani, architetti), tant’è vero che, nell’iscrizione pavimentale del secondo ambiente, ci tiene a specificare anche il nome dell’architetto, un certo Tito Safinio Pollione, appartenente alla tribù Falerna.

È un peccato che una domus così importante e ben conservata sia difficilmente visitabile e che, complice la posizione sotterranea all’interno di un palazzo privato, resti sconosciuta ai più. D’altro canto, non lontano dalla domus si trovava l’antico foro, il cuore pulsante della città, e ancora oggi è possibile ammirare alcuni tra i siti più suggestivi del mondo romano: l’Anfiteatro Campano, secondo solo al Colosseo, e il Mitreo, come la domus ipogeo, solo per citarne alcuni. Solo un’adeguata promozione e valorizzazione della storia e della ricchezza culturale dell’antica Capua potrà far comprendere appieno la posizione di primo piano che essa occupava nel sistema delle città romane.

Note: la traduzione delle iscrizioni è a cura di chi scrive. Tutte le foto della domus di Confuleius sono di Giusy Barracca.

Bibliografia:

M. Pagano, J. Rougetet. La casa del liberto p. Confuleius Sabbio a Capua e i suoi mosaici, in «Mélanges de l'école française de Rome» 99.2, 1987, pp. 753-765.


Ancient Appia Landscapes. News sulla campagna di scavo 2020

L’Ancient Appia Landscapes (AAL) è un progetto che vede sin dal 2011 l’Università degli Studi Salerno (Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale, cattedra di Archeologia dei Paesaggi) d’intesa con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Caserta e Benevento, condurre indagini e ricerche archeologiche sul territorio ad est di Benevento.

Il progetto, seguendo i metodi propri dell’Archeologia del Paesaggio, punta al riconoscimento dei fenomeni ambientali, delle attività socio-economiche e produttive e alla ricostruzione delle dinamiche insediative e di popolamento dell’area di passaggio della via Appia compresa tra i territori dell’antica Beneventum ed Aeclanum. Il team, applicando un approccio multidisciplinare proprio della materia paesaggistica, indaga dal 2015 tramite survey e saggi stratigrafici di verifica, la località Masseria Grasso/Piano Cappella, con risultati assolutamente positivi per il recupero di informazioni storico-archeologiche di quest’area. Gli scavi infatti, realizzati su concessione del MiBACT, hanno messo in luce un porzione limitata dell’antico insediamento, ampio circa 8 ettari e con una continuità abitativa che è compresa tra il IV secolo a.C. e il periodo tardo antico. In particolare, due saggi hanno messo in luce un percorso viario in cui è riconoscibile una frequentazione che va dal IV secolo a.C. al V-VI d.C.

Crediti: Ancient Appia Landscapes

Tante le informazioni raccolte nel corso delle campagne d’indagine, anche di una frequentazione che risale alla fine del IV secolo a.C. e tutte confermano l’ipotesi di identificazione della località Masseria Grasso con l’antico insediamento di Nucriola o Nuceriola, la statio nota dalla Tabula Peutingeriana al IV miglio della via Appia in uscita da Benevento che prosegue poi verso la successiva statio di Calor flumen che si trovava al X miglio, riconoscibile nei pressi di Ponte Rotto.

La campagna d’indagine del 2020 in linea con le attività 2015-2019 cercherà di ampliare nel dettaglio quanto già stato scavato e in particolare sarà posta particolare attenzione sull’impianto artigianale produttivo. Si tratta di un’area per la produzione ceramica che si estende almeno per 300 mq con ambienti disposti attorno ad almeno due – tre fornaci. Gli abbondanti ritrovamenti di ceramica, di forme mal cotte o rotte come coppe, bicchieri e altro, lascia ipotizzare un utilizzo dell’attività tra età augustea-tiberiana e la metà del I secolo d.C. Oltre a tale evidenza strutturale, sarà fatta luce anche su quello che è stato interpretato come sistema difensivo di epoca sannitica – repubblicana.

Crediti: Ancient Appia Landscapes

Un’ulteriore area individuata è quella di località Centofontane, nei pressi di una chiesetta tardo antica/altomedievale, dove è nota già da tempo un’area santuariale di IV secolo a.C. Obiettivo è la comprensione del quadro religioso in età sannitica in ambito rurale e la possibile continuità di culto di quest’area anche in epoca successiva anche in rapporto all’abitato di Nuceriola.


Ancient Appia Landscapes. Nuove scoperte sul territorio dell'antica Nuceriola

L’Ancient Appia Landscapes (AAL) è un progetto che, grazie alla lungimiranza del team scientifico, in questi anni ha portato l’archeologia alla portata di tutti, uscendo dal rigido sistema accademico e fornendo, grazie ai social, un approccio alla materia molto fresco e fruibile. Questo non a discapito certamente della qualità della ricerca che c’è dietro il progetto e che vede sin dal 2011 l’Università degli Studi Salerno (Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale, cattedra di Archeologia dei Paesaggi) d’intesa con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Caserta e Benevento, condurre indagini e ricerche archeologiche sul territorio ad est di Benevento.

Il progetto, seguendo i metodi propri dell’Archeologia del Paesaggio, punta al riconoscimento dei fenomeni ambientali, delle attività socio-economiche e produttive e alla ricostruzione delle dinamiche insediative e di popolamento dell’area di passaggio della via Appia compresa tra i territori dell’antica Beneventum ed Aeclanum. Il team, applicando un approccio multidisciplinare proprio della materia paesaggistica, indaga dal 2015 tramite survey e saggi stratigrafici di verifica, la località Masseria Grasso/Piano Cappella, con risultati assolutamente positivi per il recupero di informazioni storico-archeologiche di quest’area. Gli scavi infatti, realizzati su concessione del MIBAC, hanno messo in luce un porzione limitata dell’antico insediamento, ampio circa 8 ettari e con una continuità abitativa che è compresa tra il IV secolo a.C. e il periodo tardo antico. In particolare, due saggi hanno messo in luce un percorso viario in cui è riconoscibile una frequentazione che va dal IV secolo a.C. al V-VI d.C.

Crediti: Ancient Appia Landscapes

La misura, 5.6 metri, conferma l’ampiezza delle antiche strade consolari e quindi si può riconoscere nella porzione scavata uno degli assi della centuriazione di età triumvirale-augustea. Un ulteriore saggio ha invece evidenziato strutture pertinenti ad un complesso artigianale per la produzione di ceramica, un’area che si estende almeno per 300 mq con ambienti disposti attorno ad almeno due - tre fornaci. Gli abbondanti ritrovamenti di ceramica, di forme mal cotte o rotte come coppe, bicchieri e altro, lascia ipotizzare un utilizzo dell'attività tra età augustea-tiberiana e la metà del I secolo d.C.

Crediti: Ancient Appia Landscapes

Tante le informazioni raccolte, anche di una frequentazione che risale alla fine del IV secolo a.C. e tutte confermano l’ipotesi di identificazione della località Masseria Grasso con l'antico insediamento di Nucriola o Nuceriola, la statio nota dalla Tabula Peutingeriana al IV miglio della via Appia in uscita da Benevento che prosegue poi verso la successiva statio di Calor flumen che si trovava al X miglio, riconoscibile nei pressi di Ponte Rotto.

Il Progetto dell’Università degli Studi di Salerno non si limita solo a ricostruire il paesaggio antico ma, in linea con la “Convenzione Quadro del Consiglio d’Europa” si fa promotore di iniziative di rilancio culturale del territorio moderno che, poco valorizzato, è invece ricco di storia, archeologia e di memoria. Inoltre, grande obiettivo è quello di candidare l’Appia a Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO e si spera che questo possa avvenire presto grazie alla condivisione dei contenuti e alla qualità delle ricerche condotte su questo grande e importante percorso viario.

 


Appia Antica tutti i venerdì sera d'estate

APPIA ANTICA TUTTI I VENERDÌ SERA D’ESTATE

Tutti i venerdì d’estate, e fino al 15 settembre, il Parco Archeologico dell’Appia Antica aderisce al progetto speciale promosso dal MiBACT: le serate estive si aprono alla cultura.
Resteranno aperti fino alle 22.30 il Mausoleo di Cecilia Metella con la chiesa di San Nicola e l’Antiquarium di Lucrezia Romana.
Antiquarium di Lucrezia Romana, Via Lucrezia Romana, 62. Ingresso gratuito
Mausoleo di Cecilia Metella e chiesa di San Nicola, via Appia Antica 161. Biglietto giornaliero 5 euro, “La Mia Appia” Card 10 euro.

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La mia Appia Card: un nuovo modo di "vivere" la Via Appia Antica

LA MIA APPIA CARD. Scopri un nuovo modo di "vivere" la Via Appia Antica

Il Parco Archeologico dell’Appia Antica offre una nuova opportunità di visita: “La Mia Appia” Card è l'abbonamento personale della durata di un anno che ti dà accesso illimitato ai monumenti dell’Appia Antica (Mausoleo di Cecilia Metella, chiesa di San Nicola, Villa dei Quintili e Santa Maria Nova) al costo di 10 euro.
Ti offre inoltre l’ingresso libero a tutti gli eventi.
È una opportunità unica per vivere il museo all’aperto più grande del mondo, sostenendo attivamente l’Appia Antica, il lungo rettilineo della strada romana costellato di centinaia di monumenti antichi.

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Dall’Appia Regina Viarum la tomba delle ampolline di vetro

Dall’Appia Regina Viarum la tomba delle ampolline di vetro

In un terreno privato a Marina di Minturno (Minturno, Lt) in questi giorni è stata riportata in luce una sepoltura, scavata nel terreno, a cassa laterizia, rettangolare, rivestita da tegole sul piano di deposizione e sui lati, con copertura piana in coppi allineati, conservata solo parzialmente nella parte centrale. La presenza di un numero cospicuo di chiodi in ferro disposti lungo il perimetro lascia ipotizzare che il defunto fosse stato deposto in una cassa lignea.
Il rinvenimento non è fortuito, ma conseguente - secondo prassi - ad un intervento programmato, finalizzato al parere archeologico per la costruzione di un edificio per civile abitazione.
La tomba, prossima al tracciato della via Appia, è orientata est ovest, e presenta un considerevole schiacciamento verso S (dovuto dall’assestamento del banco di argilla in cui è scavata) più o meno uniforme su tutta la sepoltura, che ha comportato la conseguente compressione dell’inumato.
Posto a piedi di quest’ultimo, al di fuori della probabile cassa lignea in cui era deposto, è stato rinvenuto il corredo costituito da 7 ampolle in vetro (4 integre e 3 frammentarie) a corpo tronco-conico e lungo collo.
I resti scheletrici rinvenuti, da una prima analisi autoptica, fanno presumere si tratti di un individuo adulto, uomo, alto circa 1,55m. l’Inumato era deposto con orientamento est ovest.
La tipologia del corredo suggerisce una datazione tra il I e il II sec. d. C.
Le trincee effettuate nella parte più interna del lotto non hanno evidenziato altre tracce di frequentazione, ma le indagini proseguiranno su tutta la fascia limitrofa alla via Appia per verificare la presenza di altre sepolture e/o tracce di antropizzazione di epoca antica.
Lo scavo - diretto dalla Soprintendenza - è condotto sul campo dall’archeologo dott. Mauro Treglia, con la collaborazione dell’antropologa dott. Silvia Sofia Staiano.
Tutti i reperti sono stati portati nei magazzini archeologici del Museo di Minturnae, per i restauri e gli studi, in attesa dell' allestimento e della presentazione al pubblico.
http://www.h24notizie.com/2017/04/le-operazioni-recupero-della-tomba-antica-rinvenuta-minturno-video/

Come da MiBACT, Redattore Giovanni Coviello


Produzione di vino su scala industriale a Vagnari

8 Aprile 2016
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Vagnari è nella valle del fiume Basentello, nei pressi di Gravina di Puglia. Archeologi dell'Università di Sheffield sono qui al lavoro da diverse stagioni.
Si sono raccolte prove di una produzione di vino su scala industriale, relazionabile a uno dei principali proprietari terrieri in epoca romana. Poco è noto dei più prominenti abitanti dell'Impero Romano, al di là di quanto avveniva con battaglie, conquiste e con la creazione di maestosi monumenti.
I contenitori ritrovati avevano una capacità di oltre mille litri ed erano sotterrati fino al collo per mantenerne la temperatura costante e bassa.
Il piombo era pure protagonista, ad esempio nelle tubature, nei contenitori e negli strumenti. Tra gli altri reperti ritrovati: pesi in piombo, per reti da pesca e un foglio (sempre in piombo) già diviso in quadratini, forse usato per le riparazioni. Vagnari fu conquistata da Roma attorno al terzo secolo a. C., ed era collegata a questa dalla via Appia.
Link: AlphaGalileo via University of Sheffield.
La Via Appia, da WikipediaPubblico dominio (Caricata da AlMare, This map is based on the following picture: Image:Satellite image of Italy in March 2003.jpg).