A cosa serve la Storia dell’Arte  di Luca Nannipieri – recensione

Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie… Musei: dormitori pubblici in cui si riposa per sempre accanto ad esseri odiati o ignoti! Musei: assurdi macelli di pittori e scultori che vanno trucidandosi ferocemente a colpi di colori e di linee, lungo le pareti contese! Che ci si vada in pellegrinaggio,una volta all’anno,come si va al Camposanto nel giorno dei morti… ve lo concedo. Che una volta all’anno sia deposto un omaggio di fiori davanti alla Gioconda, ve lo concedo… Ma non ammetto che si conducano quotidianamente a passeggio per i musei le nostre tristezze, il nostro fragile coraggio, la nostra morbosa inquietudine.

Sono parole tratte dal primo manifesto del Futurismo, steso da Marinetti e apparso in francese sul «Figaro» il 20 febbraio 1909. Di solito chi si trova a doverle spiegare le minimizza, oppure glissa velocemente; si attribuiscono queste affermazioni ad un atteggiamento a tutti i costi avanguardista, si fa notare il tono machista compiaciuto.

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Foto di 冬城 da Unsplash

In pratica si riduce il portato di queste dichiarizioni d’intenti a “So’ ragazzi, scherzano!”
Come se l’ipotesi che davvero degli artisti, degli intellettuali, volessero sbarazzarsi di musei e biblioteche sia un’idea tanto assurda e paradossale da non poter assolutamente esser presa in considerazione come proposta pratica e praticabile.

A cosa serve la Storia dell'arte Luca Nannipieri
La copertina del saggio di Luca Nannipieri, A cosa serve la Storia dell’Arte, pubblicata da Skira Editore (2020)
 

In questo senso il saggio A cosa serve la Storia dell’Arte scritto da Luca Nannipieri e pubblicato da Skira si pone alcuni obiettivi coraggiosi, ambiziosi e necessari.

Ad esempio domandarsi, fuori di ogni retorica, a cosa davvero serve la conservazione del patrimonio.
Anche io, che vengo da una formazione storico-artistica e mi sento in qualche modo chiamata in causa dai quesiti posti dall’autore, penso che la necessità della conservazione sia ormai quasi sempre ridotta ad una tenace convezione sociale, quasi un tabù, del quale abbiamo smarrito le origini pratiche, etiche, emotive.

Ecco l’utilità dello storico dell’arte: serve a far capire “cosa fanno” quelle cose là fuori, che chiamiamo cattedrali, abbazie, castelli, rovine archeologiche, anfiteatri. A capire “cosa fanno”. Non solo quali siano la loro storia, lo stile, le cromie, l’evoluzione, chi li ha costruiti, abitati, trasformati o demoliti. Ma, appunto, cosa sono lì a fare, per il tempo in cui viviamo, per le persone che ci vivono attorno, per le persone che si trovano a vederle: il motivo per il quale essi ci sono essenziali, sebbene viviamo in un tempo che reputa più essenziali le macchine, i trasporti, i medicinali, i frigoriferi pieni di cibo, cioè gli strumenti che rendono attiva la nostra vita biologica, ma non la nostra vita spirituale. Che cosa sono lì a fare?

A partire da queste considerazioni l’autore traccia una strada che porta lo studio e la pratica della Storia dell’Arte verso la sua funzione più alta e sfidante.

Patrimonio e comunità

Alla domanda “Cosa sono lì a fare (le opere che tuteliamo)?” si potrebbero infatti fornire anche risposte molto più ciniche:

  • “a far muovere frotte di turisti, disposti a pagare cifre considerevoli tra volo, albergo, ristorante, gadget, etc, per fare click con il proprio smartphone e catturare il capolavoro di turno”
  • “a muovere quantità di denaro consistenti, garantire investimenti redditizi e un introito a mercanti, galleristi, studiosi compiacenti”
  • “a mantenere un sistema di potere che ruota intorno alla gestione del patrimonio e che è diretta emanazione dell’accademia”
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Foto di Klaus Kreuer da Unsplash

Ma Nannipieri non si ferma a queste facili conclusioni, per quanto mostri di essere perfettamente a conoscenza di questi fenomeni.
Recupera piuttosto, anche attraverso la propria personale esperienza di vicinanza al territorio e impegno per la salvaguardia, la dimensione forse più profonda della pratica della Storia dell’Arte.

Noi invece pensiamo il contrario: niente è un bene di per sé. Un dipinto di Raffaello è un bene solo quando lo proietti nel confronto vivo con la tua esperienza. Cioè, il pensiero dominante pone lo sguardo sulla struttura (ministeri, soprintendenze, codici normativi ecc.) e sui beni in sé stessi, identificando il valore nella loro stessa esistenza…
La grande insidia è questa: se si esclude l’Io, cioè l’esperienza della persona, un bene culturale rimane solo un insieme di sassi, una bandiera, tre piante curate, una cosa graziosa messa in un museo. Il patrimonio è vivo solo nel momento in cui lo incontri e quell’incontro aumenta il senso critico della tua vita, cioè quando, alla fine, la tua vita e la consapevolezza della tua vita ne sono arricchite, potenziate

Un rapporto che per l’autore passa spesso attraverso la cura che le persone scelgono di rivolgere al patrimonio. Una cura spontanea, che risponde a un bisogno urgente e non si lascia facilmente ingabbiare nei grandi “piani di valorizzazione” o nella razionalizzazione degli interventi pilotati dall’alto degli enti di tutela.

Una cura che spesso rischia di procedere in ordine sparso, di lasciare il campo a modalità anche deteriori di uso del patrimonio, e che tuttavia Nannipieri vede come più autentica e feconda di ricadute positive rispetto alla fredda e spesso implicitamente classista professionalità espressa dagli “addetti al settore”.

Una visione della Storia dell’Arte, del suo ruolo nella società e del suo rapporto con la contemporaneità che lascia poco margine agli innamoramenti estetici, alla dimensione forse più intima e introspettiva del rapporto con il fare artistico, con le opere e con il dialogo tra artista e osservatore di cui si fanno mediatrici.

Ma che, per fortuna, rivendica per questa disciplina un ruolo di primo piano nell’organizzazione delle comunità e nella loro vita quotidiana.

Comunità capaci non soltanto di dare al patrimonio “carne e sangue”, vita vera ben più interessante della tassidermia della conservazione “da manuale”, ma anche in qualche modo di proteggere quanto conservano dai fenomeni più estremi della commercializzazione dell’arte.

Dal turismo di massa, che consuma e non vive il patrimonio.
Dai meccanismi del mercato in cui non di rado si trovano invischiati anche ottimi storici dell’arte.

Accademia e mercato

L’autore infatti percorre, in questa che di fatto è una raccolta di saggi, anche una interessante incursione nel mondo del commercio di opere d’arte.
Commercio che in qualche modo è fenomeno positivo, che testimonia centralità e vitalità dell’eredità artistica e che pone le opere come catalizzatrici di valore, economico quanto culturale.

Ma che Nannipieri nota come sia spesso e con grande facilità inquinato da malafede e ricerca dell’interesse personale proprio da parte di chi dovrebbe farsi garante della rilevanza, storica, culturale e quindi anche monetaria, degli oggetti.

Un atteggiamento, suggerisce l’autore, che rischia non solo di mettere in pericolo il successo economico del settore, ma soprattutto di inquinare la nostra conoscenza dei fatti artistici. Di porci di fronte ad un indistinto magma di opere autentiche e falsificate di fronte al quale ogni discorso di tipo storico e culturale risulta problematico.

A cosa serve la storia dell’arte: il dovere di interrogarsi

Leggere A cosa serve la Storia dell’Arte lascia di certo con la sensazione di essersi addentrati in profondità nella ricerca delle ragioni contemporanee di una disciplina che spesso diamo per scontata.
Con la curiosità verso fenomeni emergenti che possono farsi veicolo di un approccio più realistico e capace di innescare ricadute positive alla tutela del patrimonio. Con l’impressione che alcune problematiche richiedano una pluralità di soluzioni che non si può fermare alle proposte portate dall’autore.

Ma d’altronde con una rinfrancata certezza che non bruceremo i musei, che non distruggeremo le biblioteche, che non raderemo al suolo castelli ed abbazie. Perché per quanto le risposte possano e debbano variare nel tempo insieme alla nostra civiltà siamo tuttavia ancora convinti che quest’eredità preziosa abbia un ruolo importante nella definizione di chi siamo, nella nostra possibilità di metterci in relazione con il nostro passato e immaginare il nostro futuro. Che musei, luoghi d’arte, siti di valore storico “ci stiano a fare” cose per noi necessarie, in tanti modi diversi.

Luca Nannipieri. Si ringrazia Skira Editore per la foto

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.