Ridley Scott: l'esordio letterario di Riccardo Antoniazzi

Riccardo Antoniazzi, Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood - recensione

Ridley Scott è uno dei registi contemporanei più noti a livello internazionale. Il regista americano, conosciuto al grande pubblico per successi come Alien Blade Runner, è un maestro cinematografico degno di nota e il libro del giovane Riccardo Antoniazzi ne ripercorre fedelmente lo stile e la carriera.

Da critico a saggista

Riccardo Antoniazzi si è formato curando rubriche cinematografiche e sul sito MyWhere, in modo particolare ricordiamo le sue note top 10. Con Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood lo scrittore comincia un'avventura verso differenti lidi. Non solo muta lo stile, da scrittura giornalistica a saggistica, ma anche la visione del suo stesso autore. Il libro, edito da Edizioni NPE, è un saggio completo che viaggia all'interno della vita artistica di Scott non tralasciando nessuna tappa. Antoniazzi si concentra sui primi spot pubblicitari di Ridley Scott sino ad arrivare ai grandi successi di pubblico e critica.

Il fascino di Ridley Scott, secondo Riccardo Antoniazzi

Riccardo Antoniazzi gestisce questo saggio cinematografico come un appassionato cinefilo e devoto spettatore. Ridley Scott è, a tutti gli effetti, uno dei registi più versatili della New Hollywood e il saggio in questione ci restituisce proprio questo senso di continuo adattamento appartenente al regista americano.

Il cinema di Ridley Scott può essere diviso nella creazione di due mondi opposti tra di loro: il cyberpunk e il kolossal storico. In un certo senso, Scott è riuscito a coniugare passato e futuro creando pellicole memorabili e ben analizzate durante l'intero saggio. Una nota importante che il saggista tende a sottolineare, risiede nella grande influenza di Scott verso le future generazioni di cineasti. Un esempio tra tutti è Denis Villeneuve, fresco di applausi dalla 78esima Mostra del Cinema di Venezia con il suo Dune.

Non solo visioni futuristiche ma anche visioni del passato e rielaborazioni. Dal più noto e acclamato Il gladiatore sino al "meno amato" Le crociate - Kingdom of Heaven, lo stile della New Hollywood si impone come sguardo alternativo su un passato le cui leggende possono ancora influenzare il presente. Un passato, per l'appunto, che necessita di essere reinterpretato e reso fruibile per lo spettatore senza, ovviamente, stravolgere la Storia.

Riccardo Antoniazzi Ridley Scott Cinema e visioni della New Hollywood
La copertina del saggio di Riccardo Antoniazzi, Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood, pubblicato da Edizioni NPE (2021)

Un regista in declino?

Negli ultimi cinque anni molti critici cinematografici e cinefili hanno definito la carriera di Ridley Scott conclusa. Il saggio di Riccardo Antoniazzi ci dimostra come questa affermazione sia fortemente errata. Non solo il saggio, ma anche i due film di Scott in uscita questo autunno House of Gucci e Assassinio sul Nilo ci confermano che il genio di Ridley Scott ha ancora tanto da dire e comunicare al pubblico.

Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood è un'opera adatta a chiunque. Non si tratta di un saggio scritto appositamente per gli appassionati di Scott e per gli esperti di un certo linguaggio cinematografico. La bellezza di questo libro risiede nella sua chiarezza linguistica e nella capacità di Antoniazzi di trasmettere l'ammirazione ed il rispetto che nutre nei confronti del regista. Che siate appassionati, curiosi o semplicemente lettori di passaggio, soffermatevi su questo saggio, godetene e poi, soprattutto, cominciate a vedere film di Ridley Scott!

Riccardo Antoniazzi Ridley Scott
La copertina del saggio di Riccardo Antoniazzi, Ridley Scott. Cinema e visioni della New Hollywood, pubblicato da Edizioni NPE (2021)

 

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Carnevale Abramo Isacco

Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco

Recensione a cura di Laura Martorana a

Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco. La ricezione di un racconto violento tra giudaismo e cristianesimo antico, Il pozzo di Giacobbe (Oi Christianoi 31), Trapani 2020, pp. 192.

Questo volume offre un approccio scientifico-analitico utile a chiunque abbia interesse a studiare l’episodio di Genesi 22 dal punto di vista documentario, filologico e storico. L’Autrice si propone di dipanare i fili che legano i personaggi del padre Abramo e del figlio Isacco, e le loro storie, partendo da due principi: l’obbedienza di un uomo – il patriarca delle religioni cosiddette abramitiche (giudaismo, cristianesimo e islam) – al Dio che gli ha promesso una progenie benedetta e numerosa; la violenza che accompagna l’ottemperanza alla prova, il sacrificio del primogenito Isacco – voluto dallo stesso Dio benefattore – che si configura quale capovolgimento parossistico della promessa fatta in precedenza al padre.

Laura Carnevale Obbedienza di Abramo sacrificio di Isacco
La copertina del saggio di Laura Carnevale, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco. La ricezione di un racconto violento tra giudaismo e cristianesimo antico, Il pozzo di Giacobbe (Oi Christianoi 31), Trapani 2020

Lo stile chiaro e lineare accompagna il lettore verso la ricerca di un senso e di una interpretazione della storia del sacrificio di Isacco, in termini non solo teologici, ma anche storici, attraverso l’analisi della sua ricezione nel giudaismo e nella esegesi cristiana, ma anche attraverso la ricerca topografica dei luoghi del racconto e il valore che essi assumono per ebrei, cristiani e musulmani. L’autrice, inoltre, non manca di considerare quanto il forte impianto mitopoietico dell’episodio abbia avuto “fortuna” nella cultura occidentale moderna e contemporanea: le arti figurative, drammatiche e cinematografiche, infatti, hanno attinto al racconto genesiaco che, nel tempo, è stato interpretato in termini valoriali, religiosi e politici nuovi e squisitamente moderni. In ogni luogo e in ogni tempo è stata percepita con forza la dicotomia tra la cieca e fedele abnegazione di un padre e l’orrore e la tragedia dell’immolazione ingiustificata di un figlio innocente1, non di rado richiamati quale metafora orrorifica delle grandi tragedie belliche della Postmodernità.

Matthias Stomer, Sacrificio di Isacco, Musée Fesch. Foto di Francesco Bini, CC BY 3.0

La storia del patriarca ha inizio con la chiamata di Dio, che gli promette una nuova terra e una florida discendenza. L’anziano Abràm (questo il suo nome all’inizio) parte da Ur dei Caldei, con la moglie Sarai e i servi al seguito, e raggiunge la Terra di Canaan, ove si insedia e dove erige un altare al Signore (Gen 12,1-9). Segue una serie di vicissitudini, che raccontano anche la non facile relazione con i popoli limitrofi ma, anche, l’autorizzazione divina ad abitare il territorio di Canaan, avallata dalle benedizioni, dalle alleanze, dai riconoscimenti rivolti al patriarca dai capi delle popolazioni vicine (Gen 14,1-28; 18,16-33; 21,22-34). Dopo la nascita di Ismaele (effettivamente il primogenito figlio di Abramo), avuto da Agar, la serva di Sarai (Gen 16,1-16), Dio si ripresenta al patriarca e con lui stringe un patto. Abràm è rinominato Abramo, cioè “padre di una moltitudine di popoli”; viene stabilita la pratica della circoncisione; Sarai, il cui nome è sostituito in Sara, viene allietata dalla notizia di una gravidanza (Gen 17,1-27). La donna, però, vecchia e sterile, non crede alle parole dei tre uomini alle querce di Mamre, e la loro promessa le suscita il ben noto scoppio di risa (Gen 18,1-15). Quando Sara diventa madre di Isacco (Gen 21,1-7), avendo dato al patriarca il figlio promesso dal quale sarebbe stata generata la discendenza di Abramo, viene deciso l’allontanamento di Ismaele, il figlio illegittimo, e di sua madre Agar nel deserto (Gen 21,8-21). Passati pochi anni, il Signore vuole mettere alla prova Abramo e gli ordina il terribile sacrificio. Il patriarca obbedisce e organizza il viaggio verso la terra che Dio gli ha indicato come sede dell’offerta. Proprio nel momento in cui il coltello sta per ferire la carne di Isacco, un Angelo del Signore si manifesta e impedisce lo svolgimento dell’azione sacrificale. Abramo, allora, sostituisce la vittima umana con un ariete che, miracolosamente, si trova impigliato con le corna in un cespuglio lì vicino. Il Signore benedice Abramo e la sua progenie, per essersi dimostrato degno di una prova così ardua. Il patriarca, allora, compiuto il sacrificio sostitutivo, ritorna a Bersabea, dopo aver rinominato il luogo dove si è svolto il rituale “Dio vede” (Gen 22,1-19).

Genesi 22 si configura quale testo estremamente stratificato e complesso. Come osservato dalla Autrice, è necessario affidarsi ad una analisi filologica del racconto per cercare di risalire (almeno in parte) al carattere originario dell’episodio biblico e alla sua storia compositiva.

Giuseppe Vermiglio, Sacrificio di Isacco, Palazzo Bianco o Palazzo Doria Brignole - Musei di Strada Nuova. Foto di Matteo Bimonte, CC BY-SA 3.0

Il corpus genesiaco potrebbe essere stato messo per iscritto intorno al VII secolo a.C., tuttavia bisogna considerare che, sino a tale data, la maggioranza delle narrazioni in esso comprese è stata non solo soggetta a modifiche, ma anche a influenze culturali molteplici. Alle origini, la narrazione poteva essere una eziologia del passaggio dal sacrificio umano a quello animale, coincidente con il motivo antropologico della pratica dei sacrifici vicari (chiaramente in questo racconto delle origini non figuravano il nome di Abramo né quello di Isacco, mentre era presente, come è ovvio, il riferimento ad una divinità): si trattava di un racconto di probabili origini pre-israelitiche considerato che Israele conosceva la pratica del sacrificio umano, ma anche quella del sacrificio animale, dal contatto con le popolazioni limitrofe. In aggiunta a questo motivo, si ravvisa altresì un altro carattere, di tipo eziologico-cultuale, legato al racconto di un pellegrinaggio verso un luogo sacro: il luogo che fa da sfondo alla vicenda del sacrificio di Isacco sarebbe stato, infatti, un’area cultuale sin dalle origini, ancor prima di assumere un significato e un valore, anche topografico, per i culti abramitici2.

Alla fine del primo capitolo, l’Autrice si sofferma a distinguere due tipologie differenti di “sacrificio del figlio”: l’una riscontrabile nel mondo classico greco-romano, l’altra rappresentata dalla vicenda di Genesi 22. La grande diversità tra Agamennone e Abramo, ad esempio, sta nello scopo del rituale sacrificale: il capo degli Achei, infatti, decide di sacrificare Ifigenia per riconquistare il favore degli dèi nella guerra contro Troia. Il suo è un sacrificio in funzione del risanamento di una crisi che si abbatte sulla collettività, sulla fazione dei Greci, e ne determina la sfortuna militare e l’essere invisi agli dèi. Ifigenia è il pharmakos, il capro espiatorio attraverso cui sbarazzarsi della sfortuna che agisce nella storia. Sebbene i toni tragici e violenti dei due racconti si equivalgano, nell’episodio genesiaco Abramo è chiamato a rispondere a tutt’altra esigenza: egli non deve scongiurare, attraverso il sacrificio del suo unico figlio, l’abbattersi di una calamità in grado di mettere a rischio la vita della propria comunità, né può sfuggire all’ordine che gli è imposto. Ed è proprio la mancata realizzazione del sacrificio del figlio e il suo rovesciamento in sacrificio vicario, che dimostra il valore della prova del patriarca: una fede incrollabile e reverenziale in Dio.

Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, Sacrificio di Isacco. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1], in pubblico dominio

La peculiarità del profilo del personaggio Abramo sta nell’espressione “Dio mise alla prova” (Gen 22,1), collocata nella cornice del racconto genesiaco che funge da motore dell’azione. È su questa espressione e sui presupposti della prova che viene a costruirsi la ricerca teologico-documentaria di provenienza pre-rabbinica, rabbinica e cristiana.

I capitoli secondo e terzo del volume, infatti, delineano la storia della ricezione di Genesi 22 nella esegesi giudaica e cristiana. Nel giudaismo del Secondo Tempio il sacrificio di Isacco assume già un valore salvifico ed espiatorio, che si intensifica progressivamente a seguito della distruzione del Tempio di Gerusalemme, nel 70 d.C. Estrema attenzione è data, infatti, al motivo della prova di Abramo ma anche al personaggio di Isacco, fortemente legati al motivo della salvezza e della redenzione del popolo ebraico. Nel IV Libro dei Maccabei, ad esempio, è fornita una interpretazione martiriologica della vicenda di Abramo e Isacco, che giustifica il gesto sacrificale in senso soteriologico. Nel Libro dei Giubilei il racconto biblico è contestualizzato al momento della Pasqua ebraica; tale ambientazione verrà ripresa nella interpretazione di Genesi 22 del giudaismo rabbinico, in funzione fortemente anticristiana: in seguito, a partire dal principio dell’Era Volgare, mentre si ponevano le basi per fare di Isacco figura Christi della confessione cristiana, l’esegesi giudaica avvalora il racconto genesiaco collegandolo al tema della redenzione del popolo di Israele (si pensi all’interpretazione che del sacrificio di Isacco compie Flavio Giuseppe, per il quale il figlio di Abramo è un giovane uomo e, di conseguenza, responsabile e consapevole dell’azione sacrificale subita – esattamente come il padre lo è di quella inflitta).

Il carattere soteriologico di Genesi 22 assume, nella esegesi protocristiana e cristiana, un significato cristologico: serve a spiegare la morte di Gesù come sacrificio di redenzione dell’umanità. Già Paolo, ad esempio, che utilizza palesemente questo episodio per fondare la sua teologia, pur senza citarlo, spiega l’obbedienza del Figlio alla volontà del Padre, nonché l’obbedienza e la fede del credente, attraverso il racconto della ‘aqedah.

Filippo Brunelleschi, sacrificio di Isacco, formella per il concorso delle porte del Battistero di Firenze (1401), Museo del Bargello. Foto di Francesco Bini, CC BY 2.5

Abramo è, dunque, ancora una volta exemplum fidei, ma quale è l’interpretazione del personaggio di Isacco? Melitone ravvede in Isacco l’archetipo di Cristo: entrambi accettano volontariamente il sacrificio. Tertulliano – che considera l’impresa di Abramo non come una tentazione, né come una messa alla prova, ma piuttosto una dimostrazione di fede – associa Isacco (anche per l’autore consapevole del proprio destino di vittima sacrificale) a Cristo e si sofferma sull’analogia tra le corna dell’ariete e i bracci della croce. Origene, poi, considera Abramo alla stregua di un profeta, in grado di prefigurare la salvezza di suo figlio, e capostipite della stirpe da cui sarebbe nato Cristo. Isacco, per Origene, è vittima e sacerdote (assieme al padre) del sacrificio, consapevole e responsabilmente attivo della propria immolazione.

Il quarto capitolo si concentra sul fenomeno della sacralizzazione dei luoghi di Genesi 22, legata alla necessità di contestualizzare e avvicinare al lettore-fedele gli exempla e i loci della letteratura scritturistica. Il giudaismo riconduce il luogo in cui è ambientata la vicenda del sacrificio di Isacco al monte Moria in Gerusalemme, su cui è stato edificato il Tempio. La tradizione cristiana associa tale promontorio al Calvario, avvalendosi ancora una volta di una interpretazione cristologica della vicenda di Genesi 22. L’islam, che pure guarda ad Abramo nel ruolo di patriarca e prefigurazione del musulmano ideale, assimila l’episodio genesiaco modificandone uno dei protagonisti rispetto a giudaismo e cristianesimo antico: il figlio del sacrificio è Ismaele, avuto dalla schiava Agar, considerato il capostipite del popolo arabo, mentre il teatro del sacrificio del primogenito coincide con il luogo santo della Mecca.

Una serie di osservazioni, nel volume, si concentra in modo esclusivo intorno al correlativo ariete-figlio-cespuglio, particolarmente fortunato non solo per l’interpretazione che ne dà il primo cristianesimo, ma anche per l’interpretazione rabbinica. Se per le tradizioni giudaiche l’ariete, con cui si sostituisce Isacco, assume un valore e un carattere espiatorio e, a seconda delle tradizioni, è associato alla festa di Pesach o di Yom Kippur (mentre il cespuglio è raffigurato e descritto come un albero, tra i cui rami ab origine si sarebbe trovato l’ariete, generato dalla Creazione), per il cristianesimo la sostituzione del figlio con l’ariete spiega il segreto della incarnazione e il cespuglio è prefigurazione della croce. Un problema fondamentale affiora inoltre, come abbiamo visto, in relazione alla cultura coranica: la legittimità e l’identità del figlio. Questa è una questione che lega visceralmente le religioni abramitiche: del sacrificio di quale figlio Dio mette alla prova Abramo? Per la cultura giudaico-cristiana è Isacco, per quella coranica il figlio del sacrificio è Ismaele3.

Per concludere, come evidenziato nel titolo, un aspetto fondamentale da considerare dell’episodio biblico – che non scarso interesse ha raccolto soprattutto in età contemporanea – è la sua tensione violenta e tragica. Come si coniuga la violenza dell’episodio con la sua funzione sacrale? Se, ab origine, le tendenze aggressive e violente sono alla base del comportamento umano, per istinto di sopravvivenza o predisposizione biologica del sapiens nel momento in cui assume la posizione eretta (si pensi alle riflessioni sull’homo necans di Walter Burkert), ugualmente primigeni sono i tentativi, da parte dell’uomo, di ricondurre e convertire in ordine di senso il caos della violenza originale, attraverso la creazione di eventi violenti “controllati” mediante i quali eliminare catarticamente le pulsioni primordiali. È questo, secondo alcuni studiosi, la principale funzione del sacro ed è a questa funzione che assolve in ogni luogo e in ogni tempo, mutatis mutandis, il rituale sacrificale4.

Carnevale Abramo Isacco
Rembrandt, Sacrificio di Isacco. Immagine The Yorck Project (2002) 10.000 Meisterwerke der Malerei (DVD-ROM), distributed by DIRECTMEDIA Publishing GmbH. ISBN3936122202 [1] in pubblico dominio

1 L’uomo moderno e contemporaneo, tenendo bene a mente i caratteri teologici e allegorici della ’aqedah, si sofferma spesso sul tema della messa a morte di un innocente, rivalutandone il precipuo carattere violento e terrorizzante. Pensando alla drammaturgia, ad esempio, Laura Carnevale richiama l’opera teatrale in tre atti di Ermanno Bencivenga, intitolata Abramo, un dramma in cui le aspirazioni al successo di padre Abramo si scontano contro un destino di solitudine e morte, legato all’atto violento e ingiustificato di un sacrificio compiuto e compreso solo in termini redditizi. A mio parere, nell’opera di Bencivenga il sacrificio di Isacco sottende in Abramo un ragionamento economico e capitalista ante litteram: il padre immola il proprio figlio credendo di ottemperare alla volontà del proprio Signore (si scopre solo in seguito che il patriarca è stato ingannato da tre impostori) aspirando, però, ad ottenere benefici e fortune smisurate al termine di tale prova. Alla logica del guadagno si accompagna una sorta di sindrome di Münchhausen che Abramo ammette solo alla fine del dramma: la paura che Isacco, risuscitato nell’ultimo atto, possa prendere il posto del padre non solo come capo della comunità, ma anche agli occhi di Dio. Cfr. E. BENCIVENGA, Abramo. Tragedia in tre atti, Nino Aragno Editore, Torino 2013. Un altro esempio menzionato nel volume è la mostra interattiva, inaugurata al Museo Ebraico di Berlino, di Peter Greenaway e Saskia Boddeke, intitolata Gehorsam: die Geschichte von Abraham, Isaak und Ismael, intesa a ripercorrere in chiave storica e attualizzante, passando in rassegna la ricezione del sacrificio di Isacco nelle religioni abramitiche, lo sviluppo del dramma umano di Abramo e Isacco (ma anche di Ismaele), ipostasi delle sofferenze di troppi padri e figli del mondo moderno segnato da guerre, tragedie e sacrifici inferti, richiesti e subìti. Per quanto concerne invece l’arte figurativa, tra i tanti esempi di riproduzione dell’episodio genesiaco (Brunelleschi, Rembrandt) desidero qui segnalare due dipinti del Caravaggio. Si tratta di due opere (una realizzata nel 1598, l’altra nel 1603) che rappresentano due facies diverse del racconto biblico: nella prima, i colori luminosi, la luce frontale, un’atmosfera di permissiva religiosità, restituiscono l’immagine pacificata di una offerta consenziente e rassicurante; nella seconda, il taglio obliquo della luce, la smorfia di paura e di dolore sul volto del giovane uomo Isacco, il braccio muscoloso dell’Angelo che blocca il polso del vecchio Abramo, il movimento laterale, quasi repentino (di certo meno statico e plastico di quanto appare nel dipinto precedente) su cui è costruita l’intera immagine, contribuiscono a rappresentare un’idea sofferta e sofferente dell’episodio genesiaco, intrisa di umanità e violenza.

2 Secondo l’analisi di Rudolf Kilian, Genesi 22 celerebbe almeno tre distinti motivi narrativi: il motivo eziologico del riscatto, espresso mediante la linearità della trama dell’episodio: un padre, per onorare la divinità, deve immolare suo figlio che, per magnanimità del dio, viene sostituito da un animale; il motivo del pellegrinaggio, che si compenetra con quello del riscatto ma, se analizzato distintamente, assolve quasi una funzione odeporica, descrivendo l’itinerario che un fedele compie per rendere un omaggio cultuale alla divinità; un motivo etimologico, che risponde alla eziologia legata al luogo di culto riportato nel testo: «Il Signore vede». Quest’ultimo motivo si spiega anche con una serie di trasformazioni legate al personaggio del padre che, essendo una figura dal profilo indistinto nelle prime fasi del racconto, quando esso viene inglobato nelle tradizioni israelitiche verrà identificato con Abramo. Questo avviene però solo in un secondo momento quando un redattore successivo identifica definitivamente le figure di Abramo e di Isacco nella cornice narrativa, anche legando la sede del sacrificio delle origini a quello del monte del Tempio di Gerusalemme. Cfr. R. KILIAN, Il sacrificio di Isacco, Paideia (Studi Biblici), Brescia 1976.

3 «Il caso del sacrificio di Isacco/Ismaele è una dimostrazione di come giudaismo, cristianesimo e islam, pur mantenendo la propria autonomia sul piano teologico, appaiano profondamente interdipendenti per quanto attiene le capacità di attingere a un comune giacimento culturale costituito da figure, luoghi ed eventi considerati fondanti nei testi sacri di riferimento e nelle tradizioni da essi generate»: in L. CARNEVALE, Obbedienza di Abramo e sacrificio di Isacco, cit., p. 158.

4 Per approfondire cfr. W. BURKERT, Homo necans. Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia antica, Boringhieri, Torino 1981; R. GIRARD, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1992; C. GROTTANELLI, Il sacrificio, Laterza, Roma-Bari, 1999.


Nadia Fusini Possiedo anima Virginia Woolf

Una biografia tutta per sé: Virginia Woolf e le stanze dell’anima

Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, Feltrinelli  - recensione

La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli. Foto di Bianca Sorrentino

Le vite degli altri: esemplari, paradigmatiche, ma in fondo sempre inconoscibili. È possibile, tuttavia, avvicinarsi talvolta al loro mistero; lo dimostra un libro importante dell’anglista Nadia Fusini, edito per la prima volta nel 2006 da Mondadori e ora ripubblicato da Feltrinelli: Possiedo la mia anima. Il segreto di Virginia Woolf. Tenendo ferma nel vento una mappa fatta di frammenti (i diari, le lettere, i romanzi, i saggi della scrittrice novecentesca), la studiosa orienta la sua bussola e lascia che ai piedi del lettore si dispieghi un cammino avventuroso; con una scrittura vivida e sempre significante, Fusini traccia una nuova strada maestra che deve fungere da modello per chi si occupa di divulgazione, per chi intende la biografia non come sterile encomio, ma come percorso di avvicinamento alla verità, ammesso che ve ne sia una sola.

In ascolto dei dettagli, della poesia delle cose penultime, l’autrice lascia emergere i nodi insoluti dell’infanzia, ricostruisce antiche ferite che ancora sanguinano, rivela bisogni, libertà e pudicizie; Fusini non si limita cioè a sviscerare il noto, a obbedire alla dittatura della curiosità morbosa, ma con senso di responsabilità affronta le ombre di Virginia Woolf e, tenendosi alla giusta distanza da quegli abissi, ne tratteggia la vertigine, avvertendone insieme il pericolo e la fascinazione.

L’esistenza della scrittrice inglese, così raccontata, non è mai ridotta a oggetto da analizzare al microscopio con freddezza, anzi pretende partecipazione convinta: il lettore sente di essere chiamato in causa in prima persona, perché è l’autrice stessa a rivolgerglisi facendo appello a quelle intime fragilità che costituiscono il sostrato comune che rende simili gli esseri umani. È proprio Fusini a riconoscere l’ascendenza di un tale paradigma: rispetto alle vite dei santi, questa biografia di Virginia Woolf potrebbe in effetti essere il corrispettivo «laico di un bisogno antico di guida». Attraverso l’esperienza di un’altra, è come se anche noi avessimo la possibilità di vivere intensamente, di respirare per un po’ l’ebbrezza della moltitudine, di rivendicare l’unità dell’esistenza che nello smarrimento del quotidiano non riusciamo ad afferrare.

La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli. Foto di Bianca Sorrentino

L’insegnamento più significativo che si ricava dalle pagine di questo volume ha a che fare con la conquista di sé, con la padronanza del proprio destino: monito, questo, che risuona in tutta la sua gravità in questo tempo che ci condanna ad essere spesso spettatori della nostra stessa vita, nonostante la bolla generata dai social ci illuda di essere invidiati protagonisti. Nel vortice inarrestabile della malattia, fiaccata da ripetuti inciampi ma mai davvero rassegnata alla resa, Virginia Woolf compie un piccolo, grande passo verso la ricerca di sé, che è anche un passo verso la libertà: il proprio personale, metaforico cammino verso il faro.

«Per quel che riguarda Virginia è sempre più chiaro che quel simbolo lo possiede scrivendo. Possiede se stessa scrivendo. E diventa sempre più quel che è, cioè una vera donna. […] E se scrivere è la cura, è perché le offre il tempo logico in cui le viene restituito quel tempo che, in senso cronologico, la vita le ruba, ci ruba».

Nulla è reale per Virginia Woolf, se non quando scrive; ed è sulla pagina letteraria che con pienezza si ricompone la molteplicità sfaccettata della sua esistenza: una storia di abbandoni e strappi, dall’infanzia violata a Kensington alla giovinezza nel quartiere bohémien di Bloomsbury, dal matrimonio solido con Leonard al legame viscerale con Vita; e poi il femminismo, l’androginia, lo sguardo sempre rivoluzionario sul mondo e sulla letteratura; la vulnerabilità, le insicurezze, ma anche il coraggio e l’indipendenza intellettuale, fino al trionfo della morte, un inesorabile dir di sì alle acque fatali. In ogni cosa risuona Virginia con le sue contraddizioni senza rimedio, risuona quel segreto inafferrabile che Nadia Fusini magistralmente ci esorta ad ascoltare.

Nadia Fusini Possiedo la mia anima Virginia Woolf
La copertina del saggio di Nadia Fusini, Possiedo la mia anima - Il segreto di Virginia Woolf, pubblicato da Feltrinelli

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Aboubakar Soumahoro umanità in rivolta Feltrinelli

Aboubakar Soumahoro: Umanità in rivolta. La lotta, la speranza e il diritto alla felicità

Aboubakar Soumahoro - Umanità in rivolta. La lotta, la speranza e il diritto alla felicità

Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando.

Albert Camus

Aboubakar Soumahoro umanità in rivolta Feltrinelli
La copertina del saggio di Aboubakar Soumahoro, Umanità in rivolta, pubblicato da Feltrinelli (2019) nella collana Serie Bianca

I dati INAIL parlano chiaro: nel 2021, le morti sul lavoro sono aumentate esponenzialmente, facendo registrare un incremento dell’11,4% rispetto al 2020. Al 31 marzo, si parlava di 185 morti bianche in 3 mesi, per una media di 2 decessi al giorno. I settori maggiormente colpiti da questa tragedia sarebbero quelli dell’edilizia e dell’agricoltura. I recentissimi fatti di cronaca, poi, richiamano l’attenzione su tematiche che è bene approfondire costantemente, ricercando le cause di ingiustizie connaturate nel sistema in cui siamo immersi.

È evidente come l’attuale modello economico garantisca sempre meno la persona del lavoratore e si presti bene a dinamiche di sfruttamento. Le lotte e le richieste di un esercito sempre più compatto, però, non si fermano, portando i sindacati a guidare un’umanità in rivolta, che chiede maggiori tutele e il diritto alla felicità. Questa moltitudine in marcia e gradualmente in crescita è la principale protagonista del saggio d’esordio di Aboubakar Soumahoro, Umanità in rivolta, pubblicato per Feltrinelli nel 2019.

Nato in Costa d’Avorio nel 1980, difende da anni i diritti dei lavoratori, occupandosi soprattutto della tutela dei braccianti, della lotta al caporalato e dello sfruttamento lungo la filiera agricola. È arrivato in Italia nel 1999, a soli 19 anni. Animato dal sogno di un’Europa inclusiva e dalle prospettive allettanti, nell’era dei dannati della globalizzazione, ha preso la via del mare, per uscire dall’angolo in cui era stato relegato con la sua gente e per ricercare la Felicità sulle sponde opposte del Mediterraneo. Nel primo capitolo, scrive:

Il primo ricordo che ho dell’Europa è il freddo che mi trasformava l’alito in fumo. Non mi era mai capitato. Una certa incosciente ingenuità mi guidava in questo viaggio: non conoscevo la situazione politica italiana, ignoravo le condizioni di lavoro dei migranti (le avrei imparate di lì a poco) e non sapevo nulla di questioni sindacali. Custodivo solo il senso di giustizia e libertà trasmessomi dai miei genitori.

La sensazione iniziale fu di spaesamento, mi sentivo in una condizione di temporaneità, senza luogo e fuori posto, “al confine tra l’essere e il non-essere sociale”, come ha scritto Pierre Bourdieu. Senza luogo perché avevo lasciato la terra che conoscevo per una che mi era ancora estranea, fuori posto perché ogni giorno qualcuno mi ricordava che non avevo il diritto di stare dove ero.

Soumahoro affida alla carta i suoi ricordi, donando al lettore il racconto commosso della disillusione che l’approdo portò con sé. Racconta del suo primo alloggio, della miseria che ha dovuto patire e delle prime esperienze al mercato delle braccia, uno dei tanti luoghi di reclutamento per manodopera giovane e sottopagata. Alla rotonda di Melito, Soumahoro ha svenduto la sua forza lavoro al migliore offerente, assieme ad altri immigrati, merci esposte al mercato delle braccia, denudati della propria umanità:

La mattina in cui, per la prima volta, sono arrivato alla rotonda c’erano asiatici e migranti da tutta l’Africa fermi ad aspettare. Una scena surreale, centinaia di persone in attesa, disponibili ad accettare qualunque lavoro e a qualunque condizione. Il giorno in cui non si trovava lavoro, l’alternativa era rimanere in piedi per ore nell’attesa, dopo essersi svegliati all’alba, e poi tornare a casa a stomaco vuoto e senza un soldo in tasca.

Tra soprusi di ogni genere, cresce in Soumahoro, giorno dopo giorno, la voglia di lottare e di riscattare il popolo degli ultimi, nella consapevolezza di dover prima risvegliare le coscienze e sensibilizzarle alle condizioni di vita dei cosiddetti invisibili, scardinando una normalità assurda e di una violenza indiscriminata. Lavora e studia, laureandosi nel 2010 in Sociologia all’Università Federico II di Napoli con il massimo dei voti e con una tesi su Analisi sociale del mercato del lavoro. La condizione dei lavoratori migranti nel mercato del lavoro italiano: persistenze e cambiamenti.

La profonda cultura di Aboubakar Soumahoro si riflette in questo saggio, trapelante di citazioni e riferimenti ad opere filosofiche, storiche, sociologiche ed economiche. Umanità in rivolta ha il grande pregio di offrire una prospettiva differente su temi continuamente strumentalizzati per fini elettorali e, per questo, volutamente distorti. Soumahoro grida a gran voce il suo dolore e la sua voglia di combattere, obbligandoci a guardare il mondo dal suo punto di vista e a comprendere le responsabilità da cui non siamo esenti. Lui, migrante, affronta le tematiche legate alla sua condizione e a quella dei suoi compagni senza intermediari:

Abbiamo dovuto lavorare molto per riuscire a prendere la parola in prima persona nei luoghi e negli spazi politici. Per molto tempo, tanti in buona fede hanno ritenuto doveroso prendere la parola al nostro posto. Mi viene da dire che il pensiero di deriva paternalista a volte contamina involontariamente chi è impegnato in difesa dei migranti, che vengono ritenuti incapaci di generare, esprimere e declinare un pensiero politico e una forma di lotta.

Con sguardo lucido e al contempo commosso, traccia i legami tra sfruttamento del lavoro ed immigrazione, evidenziando, a parità di mansione, salari inferiori per i lavoranti stranieri rispetto ai colleghi italiani. Il lavoratore straniero, inoltre, risulta essere maggiormente esposto a licenziamenti e a forme stratificate di ricattabilità, causata specialmente dalla razzializzazione del lavoro. Essa, strettamente legata al razzismo, mira alla categorizzazione di una parte della popolazione e ad infondere l’idea che la coabitazione sia impossibile. Tutto ciò è stato legittimato sul piano normativo da una serie di leggi sull’immigrazione, a partire dalla legge Martelli del 1990.

Politiche sempre più restrittive e securitarie hanno reso il migrante sempre più fragile nel mercato del lavoro. Ad esempio, la legge Bossi-Fini, varata nel 2002, ha introdotto l’elemento del contratto sociale e del contratto lavorativo. Il contratto sociale ha imposto al migrante criteri diversi per accedere ai servizi del welfare rispetto a un cittadino italiano, mentre il contratto lavorativo ha subordinato la permanenza in Italia del migrante a un contratto di lavoro regolare, ragion per cui il migrante diviene vulnerabile e ricattabile nei rapporti di lavoro. Politiche simili sono risultate essere ottimali per le esigenze di profitto del capitale: rendere più vulnerabile un’intera categoria di individui ha permesso ai padroni guadagni più sostanziosi dall’impiego di manodopera migrante. Scrive:

Riponevo tutta la mia speranza nel datore di lavoro di turno, o forse sarebbe meglio chiamarlo “padrone”, se la parola oggi non apparisse fuori moda. Parlare di sfruttamento per molti significa essere ideologici. Al contrario, temo che sia “ideologico” rifiutare di vedere forme di organizzazioni sociali e del mercato che consentono a pochi di disporre delle vite degli altri.

Soumahoro non si limita a descrivere una situazione vituperevole, ma offre una sua attenta analisi sociopolitica, proponendo dei modelli per mettere fine allo sfruttamento:

Il primo punto è semplice, è un principio che non dovrebbe mai essere messo in discussione: “uguale lavoro, uguale salario”. Un lavoro dignitoso e una giusta paga, indipendentemente dalla provenienza geografica dei lavoratori e delle lavoratrici. Il secondo punto è la garanzia del rispetto degli oneri a carico dei datori di lavoro: diritti salariali previdenziali (quindi disoccupazione agricola), sicurezza sul lavoro e il trasporto. Devono essere riconosciute le ore e le giornate effettivamente lavorate, rendendole evidenti in busta paga. Il terzo punto imprescindibile per una riforma che rispetti i diritti di tutti è la “regolarizzazione” di migranti e profughi, nonché l’abrogazione della legge Bossi-Fini, l’accesso al permesso di soggiorno per la protezione sociale e la rottura del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro.

L’obiettivo di Aboubakar Soumahoro con Umanità in rivolta è anche quello di ricordare i tanti sommersi, i lavoratori morti nella lotta per la sopravvivenza. Il saggio diviene allora una pietra di inciampo, un modo per evitare che tanti nomi cadano in oblio. Con il medesimo spirito investigativo adottato dal compianto Alessandro Leogrande in Uomini e caporali, viene narrata la storia di Soumaila Sacko, bracciante fucilato mentre era alla ricerca di lamiere con cui fabbricarsi un riparo nella baraccopoli di San Ferdinando; la storia di Jerry Essan Masslo, rifugiato politico sudafricano, militante contro l’apartheid, barbaramente ucciso a Villa Literno per essersi opposto ad alcuni balordi che volevano privare lui e i suoi compagni delle misere paghe ricevute per la giornata nei campi; la storia di Becky Moses, morta in uno dei tanti roghi divampati a San Ferdinando; la storia di Paola Clemente, deceduta dopo un malore sul posto di lavoro per la mancanza di un intervento di primo soccorso, senza contare le sedici vittime nelle campagne pugliesi nell’estate del 2018; la storia di Abd Elsalam, travolto da un camion durante un picchetto dei lavoratori della logistica; la storia di Alberto Piscopo Pollini, studente barese e rider investito e ucciso a diciannove anni mentre effettuava una consegna.

 

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Tutte queste morti, spesso inficiate e non degnamente raccontate dalla stampa, hanno messo in luce l’effettivo bisogno di sostegno da parte delle categorie più deboli, che necessitano di un supporto sindacale sistematico e continuo, per accorciare il divario, rafforzatosi nel tempo, tra la classe lavoratrice e i suoi organi di rappresentanza. Per frenare l’atomizzazione e l’impotenza dei lavoratori, l’azione sindacale di Aboubakar Soumahoro ha dato vita alla “Lega Braccianti”. In questa occasione, nell’agosto del 2020, è stata inaugurata la prima “Casa dei diritti e della dignità Giuseppe Di Vittorio” a Borgo Mezzanone, nel foggiano. Soumahoro è convinto che tra l’uomo e il raggiungimento della felicità si frapponga la solitudine a cui questo sistema ci condanna. Rinchiudendoli in un vuoto esistenziale con la privazione dei diritti fondamentali, gli uomini divengono succubi del capitale, senza prospettive di crescita e miglioramento. Umanità in rivolta di Soumahoro chiama a raccolta tutte le donne e tutti gli uomini, per generare l’unione di una classe lavoratrice che si riappropri dell’esistenza collettiva, stabilendo l’equilibrio fra i bisogni essenziali e la salvaguardia dell’ambiente.

L’attuale modello economico domina la politica a discapito delle esigenze e delle sofferenze degli esseri umani. Il prodotto interno lordo sembra essere l’unica misura del benessere e della felicità. Eppure autorevoli economisti come Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi ci hanno messo in guardia sui limiti di una visione economica che misura tutto in termini di PIL. Perciò raccomandavano di considerare nella valutazione dello stato dell’economia gli indici di diseguaglianza, di sostenibilità del benessere e delle risorse ambientali. Occorre poi tener conto di molte altre variabili (vulnerabilità, sicurezza sociale, qualità e aspettativa di vita ecc.) se davvero si vuole valutare il benessere sociale di una popolazione. Il problema non è inventare nuovi indici, ma avere una visione capace di immaginare un orizzonte diverso.

L’attuale paradigma è una minaccia per la nostra umanità. Il nostro compito collettivo è quello di elaborare un modello alternativo basato sulla giustizia sociale e ambientale.

Umanità in rivolta mira a scalfire l’individualismo attuale, la solitudine annichilita in cui è piombata l’umanità, per far riemergere la solidarietà necessaria alla salvaguardia della comunità cosmopolita, che non annoveri più esclusi ed emarginati.

Perché abbia un valore politico, questa solidarietà deve nascere, come ha scritto Albert Camus, dalla rivolta di chi dice no a una condizione inumana di schiavitù, tracciando con questo rifiuto una linea di rottura con il passato. Al di là di quella linea, dire di no si trasforma nell’affermazione positiva del diritto alla propria umanità e alla propria felicità. La solidarietà è quindi la lotta per la propria integrità, per essere parte di un tutto e non solo braccia per lavorare.

Questa felicità è la realizzazione dei bisogni, dei sogni e delle aspirazioni. Ma la ricerca della felicità non può consistere nel calpestare la vita e la felicità altrui. Per realizzarla serve un cammino collettivo, un cammino che, in una prospettiva globale, non può prescindere dal protagonismo dei giovani, che devono essere coinvolti nelle scelte presenti e future di ogni comunità. Il destino delle prossime generazioni va progettato e condiviso con loro, dando centralità alla cultura intesa come veicolo imprescindibile di trasmissione di un insieme di valori centrati sulla persona e di un paradigma economico radicato nell’umanità. Per loro abbiamo l’obbligo della speranza. Una speranza che non sia la promessa di un futuro illusorio ma la costruzione concreta di una prospettiva nuova, che sappia garantire la felicità a questa umanità in rivolta.


Religione e ribellione, il ritorno dell'Outsider di Colin Wilson

Carbonio Editore continua a sorprendere la sua cerchia di lettori con nuove opere fondamentali, tra queste impossibile non segnalare Religione e ribellione di Colin Wilson. Avevamo già incontrato l'autore britannico tramite l'analisi delle sue opere narrative, ma in questo caso siamo al cospetto di un opus saggistico-visionario di rara potenza, il sequel del famoso The Outsider. Religione e Ribellione infatti è il secondo titolo che compone il ciclo dell'Outsider, espande la coscienza dei lettori e riscrive la figura dell'Outsider in chiave salvifica e non solo anarchica e marginale.

Wilson trova lacune logiche nell'Esistenzialismo filosofico del suo tempo, teorizza infatti che l'umanità non può sopravvivere nelle epoche future senza una nuova religione capace di rispondere ai quesiti più profondi dell'esistenza. Religione e ribellione è anche una summa immaginifica e letteraria, filosofica, che analizza il panorama cognitivo dei pensatori otto/novecenteschi (e anteriori). Un vero catalogo di profeti ed esegeti del viaggio che l'uomo deve compiere oltre il reale per avvicinarsi alle istanze che detengono la verità. Colin Wilson continua la sua codificazione dell'outsider tra esperienze mistiche, poetiche, antimoderne e visionarie, portando l'umanità sull'abisso salvifico di una Nuova Religione.

Religione e ribellione Colin Wilson
La copertina del saggio di Colin Wilson, Religione e ribellione, pubblicato da Carbonio Editore (2021) con traduzione di Nicola Manuppelli nella collana Zolle

La creazione di una religione non può passare senza i contributi di personaggi come Jacob Böhme, Nicholas Ferrar, Blaise Pascal, Emanuel Swedenborg, William Law, John Henry Newman, Søren Aabye Kierkegaard, Bernard Shaw, Ludwig Wittgenstein e Alfred North Whitehead (ad ognuno è dedicato un capitolo del saggio). Interessante l'esclusione di figure femminili, forse l'Outsider si aggancia troppo all'archetipo del superuomo; o forse Wilson ha semplicemente operato una selezione delle sue preferenze.

Colin Wilson nel 1984. Foto di Tom OrdelmanCC BY-SA 3.0

Il volume inoltre ha un'introduzione firmata proprio da Colin Wilson, anzi una doppia introduzione: retrospettiva e autobiografica. Il volume, tradotto da Nicola Manuppelli, presenta anche un apparato bibliografico per districarsi nel mare magnum citazionistico e culturale dell'autore.

Edvard Munch, Friedrich Nietzsche (1906). Immagine The Munch Museum, CC BY 4.0 International

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


"Divinità dell'Antico Egitto": un'introduzione al pantheon egizio

"Divinità dell'Antico Egitto", manuale a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli

"Divinità dell'Antico Egitto" è il terzo volume pubblicato dal Museo Egizio di Torino, preceduto da "Amuleti dell'Antico Egitto" e "Bellezza nell'Antico Egitto", con i quali i lettori vengono condotti alla scoperta dell'affascinante mondo egizio.

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"Divinità dell'Antico Egitto" e "Amuleti dell'Antico Egitto", pubblicati da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio. Foto di Gaia Anna Longobardi

Il libro non si propone come un testo di studio specialistico, ma come un utile manuale introduttivo al grande pantheon egizio. Difatti, ciò è dimostrato dalle sue dimensioni ridotte e compatte (13,5 x 17 cm, 192 pagine), per fungere da lettura interessante e di svago per tutti, ma anche come testo da consultare durante una visita al Museo, per poter vivere al meglio l'esperienza della conoscenza.

Gli autori Paolo Marini e Martina Terzoli, curatori presso lo stesso Museo Egizio di Torino, hanno definito la pubblicazione come l'"Atlante delle Divinità Egizie". Infatti, l'organizzazione interna del testo con le divinità disposte in ordine alfabetico, sembra dar vita ad un vero e proprio atlante.

antico Egitto
"Divinità dell'Antico Egitto", a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli, pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio, sullo sfondo riproduzione moderna su papiro di Iside e Osiride. Foto di Gaia Anna Longobardi

Nonostante il titolo anticipi il contenuto, al suo interno è possibile trovare non solo i dettagli riguardanti  le divinità egizie, ma anche notizie riguardanti la cultura egizia e in particolar modo la religione. Una religione che da secoli affascina coloro che con essa vengono a contatto, a partire dallo storico Erodoto di Alicarnasso nel V secolo a.C., che nelle sue Storie, dedica interamente il secondo libro dell'opera all'Egitto, concentrandosi soprattutto sulla religione e definendo gli antichi egizi il popolo più devoto agli dèi, "assai più di tutti gli altri uomini" (Storie II, 37).

La religione e la mitologia egizia continuano tutt'oggi a suscitare notevolissimo interesse in studiosi e non, e proprio a tal motivo giunge questo testo, che ha inizio con una valida introduzione all'essere religiosi nel mondo egizio. Infatti, nulla viene lasciato al caso, e i dettagli di culti, miti e magie vengono precedentemente introdotti in questa prima sezione, anticipata da una schematica cronologia storica. Si troverà la spiegazione ai molti culti animali, per comprendere poi al meglio le caratteristiche zoomorfe delle oltre sessanta divinità presenti nella seconda sezione, ma anche le caratteristiche del periodo amarniano, della rivoluzione monoteista nella religione egizia.

Da apprezzare, in particolar modo, la volontà degli autori di descrivere l'ambiente ove si svolgevano riti e feste che seguivano l'accesso alle diverse e numerose sale del tempio, ognuna di esse dedicata ad un'azione rituale specifica.

L'ampia introduzione vuole far sì che il tema possa essere apprezzato anche da coloro che per la prima volta entrano in contatto con un pantheon decisamente complesso, numero o mutevole nel corso di tutta la storia dell'Antico Egitto.

A partire dalla pagina 56 ha inizio la vera e propria sezione dedicata alle divinità, ognuna descritta in maniera sintetica ma precisa, riportandone sia le caratteristiche celesti, che quelle cultuali, storiche, delle rappresentazioni antropomorfe o zoomorfe, corredandole da un'immagine esplicativa in alta risoluzione. Inoltre, una caratteristica che colpisce il lettore è la presenza del nome della divinità indicata con il proprio geroglifico,  così da poter calarsi fino in fondo nel mondo dell'antico Egitto.

antico Egitto
Il nome della Dea Iside, in caratteri latini e in geroglifico, dal testo "Divinità dell'antico Egitto". Foto di Gaia Anna Longobardi

In conclusione, questo breve manuale - così come i precedenti - può essere, come detto, utile ed apprezzato da qualsivoglia lettore che, affascinato dalla visita al Museo o interessato all'argomento, desideri leggerne senza inciampare in testi troppo impegnativi e complessi.

divinità antico Egitto manuale
La copertina del manuale "Divinità dell'Antico Egitto", a cura di Paolo Marini e Martina Terzoli, pubblicato da Franco Cosimo Panini Editore nella collana Museo Egizio.

Monte Athos mediobizantina archeologia Marco Muresu

Il Monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia

Marco Muresu, Il monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia

Il Monte Athos, noto anche come Agion Oros (Santa Montagna), attira sin dell’Età Moderna religiosi, studiosi ed esploratori spinti dal desiderio di conoscere il patrimonio librario dei monasteri o di vivere un’esperienza fuori dal comune, fatta di meditazione e lavoro manuale. A questo luogo in cui il tempo sembra quasi essersi fermato, è dedicato il volume di Marco Muresu, Il Monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia.

Come si può leggere nel capitolo introduttivo, si tratta del risultato di una ricerca sull’archeologia, la storia e la documentazione proveniente dai cenobi della Repubblica Monastica del Monte Athos (Αυτόνομη Μοναστική Πολιτεία Αγίου Όρους), situata in quella che un tempo era definita penisola di Akte e che oggi corrisponde alla lingua di terra più orientale della penisola calcidica. Tali studi sono stati compiuti attraverso l’esperienza diretta tramite due soggiorni nel 2011 e nel 2019, ai quali si fa via via riferimento per esaminare certe peculiarità dei monasteri. Come direbbero gli antichi Greci, il lavoro che ne risulta è sicuramente un perfetto esempio di autopsia, con l’autore che vaglia con i propri occhi le diverse fonti, considerando un’ampia letteratura di studi precedenti e proponendo allo stesso tempo nuove prospettive di ricerca.
Monte Athos Marco Muresu
La copertina del volume "Il Monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia" di Marco Muresu, pubblicato da Volturnia Edizioni (2020), nella collana Studi Vulturnensi, 23

Il primo capitolo, Athos: fonti e storia, dopo aver passato in rassegna le testimonianze di età precristiana - tra le quali un aition che vede nel gigante Athos le origini del monte - si propone di ricostruire il contesto in cui si sviluppò il monachesimo athonita. Una certa attenzione, in particolare, è rivolta a personalità quali Pietro l’Athonita, primo asceta conosciuto, ed Atanasio. A quest’ultimo, nel 963 d.C., si deve la fondazione del monastero Megisti Lavra, che ben presto inizierà a rafforzare il proprio primato anche sugli altri, con conseguenti contrasti tra lo stesso Atanasio e alcuni monaci più conservatori.

Di questo si hanno due importanti testimonianze, il Tragos di Giovanni Tzimisce (972 d.C) e il Typikon di Costantino IX Monomaco (1045), volti a disciplinare molti tratti della vita monastica, talvolta con norme piuttosto singolari agli occhi di un lettore di oggi: si pensi, per esempio, al divieto per i religiosi di lasciare la montagna e di entrare in rapporto con i laici. Il capitolo si conclude ripercorrendo gli studi moderni e contemporanei relativi alla Santa Montagna: risultano interessanti, a riguardo, le illustrazioni del monaco russo Vassilij Grigorovic Barskij, utili per scoprire particolari dei monasteri oggi perduti o rimossi, nonché il catalogo Archives de l’Athos, iniziato a partire dagli anni ’30 per catalogare il patrimonio delle biblioteche athonite.

Il secondo capitolo, Athos in età mediobizantina: i luoghi, traccia un percorso che ha per protagonisti i principali monasteri e luoghi di culto del monte Athos dal IX all’XI secolo, rivolgendosi alla loro storia, alla loro evoluzione architettonica e alle fonti materiali e iconografiche da essi restituite. Iniziando dalla capitale Karyes - centro amministrativo, politico e culturale - sembra così di intraprendere un vero e proprio viaggio alla scoperta della penisola di Akte. Tra i luoghi più significativi vi è sicuramente Megisti Lavra, collocato all’estremità sud-est e oggi considerato un primus inter pares rispetto agli altri monasteri. Marco Muresu, dopo aver ripercorso le sue vicende storiche, esamina i vari edifici che costituiscono il monastero (la torre di Giovanni Tzimisce che ne protegge l’accesso oppure il katholikon dell’Annunciazione della Vergine, il refettorio, la phiale per conservare l’acqua benedetta, la chiesa cimiteriale) ed anche altre architetture quali la chiesa di S. Giovanni Crisostomo o il porto.

Nella descrizione di queste strutture si nota, da parte dell’autore del volume, una certa attenzione per i motivi floreali e animaleschi, illustrati anche attraverso proposte di interpretazione o tramite il confronto con simili attestazioni degli stessi tipi iconografici. La medesima precisione si rintraccia anche per gli altri monasteri, con la possibilità di conoscere anche aneddoti e curiosità: colpiscono, in particolare, le diverse leggende relative alla fondazione del monastero di Vatopedi, il sistema caldeo per scandire le ore ad Iviron oppure la creazione del falso Typikon Ktetorikon per il monastero di Koutloumousiou. Chiude il capitolo l’interessante monastero di Zygou, le cui rovine si trovano presso Frangokastro nella regione di Choromitsa, fuori dai confini dell’Athos, ma sono state identificate come parte del mondo athonita per via delle affinità dal punto di vista architettonico.

Katholikon, Megisti Lavra. Foto di Dimboukas, in pubblico dominio

L’ultimo capitolo, Athos nell’Impero Bizantino, si rivolge allo sviluppo e all’esito del monachesimo athonita, riprendendo allo stesso tempo questioni già accennate nei capitoli precedenti. Per quanto concerne il primo aspetto, dopo una breve introduzione sul fenomeno del monachesimo, si approfondiscono le strutture architettoniche ricorrenti nei monasteri, le abitudini alimentari e lo stile di vita dei monaci - a riguardo l’autore riporta una sintesi di alcuni paragrafi dell’Hypotyposis, una raccolta di disposizioni per la vita della comunità a opera di Atanasio - ed infine la peculiarità per la quale il monte Athos è maggiormente noto: il divieto d’accesso alle donne, dovuto alla consacrazione della penisola di Akte e della Repubblica Monastica alla Vergine.

In merito all’esito del fenomeno monastico, invece, si discutono le persistenze e trasformazioni nel paesaggio, il sistema dei collegamenti terrestri e marittimi, nonché l’artigianato artistico. Di quest’ultimo aspetto Marco Muresu nota la compresenza di spolia antichi accanto a manufatti di età mediobizantina, con un risultato finale di eclettismo. Sviluppo ed esito del monachesimo athonita concludono così un percorso alla scoperta del monte Athos, con l’apertura verso prospettive di ricerca future come la realizzazione di un catalogo digitale del repertorio scultoreo appartenente ai monasteri della Santa Montagna.

Il Monte Athos, vista dal Mar Egeo. Foto Flickr di michael clarke stuff, CC BY-SA 2.0

Per trarre delle riflessioni conclusive, possiamo riconoscere come il volume Il monte Athos in età mediobizantina (sec. IX-XI) fra storia e archeologia costituisca sia un punto di arrivo degli studi precedenti sul monachesimo athonita - al quale è stato dedicato anche un convegno nel 1963 in occasione del millenario - sia un punto di partenza per le ricerche future. Nel corso dei tre capitoli, infatti, si aprono più volte ipotesi che risultano il frutto di numerosi studi e riflessioni da parte dell’autore, segno di una coscienza critica che porta a vagliare ogni fonte nel modo più accurato possibile, senza lasciare nulla al caso.

Si riesce così ad offrire una ricca panoramica sul monte Athos e sui suoi monasteri approfondendo i più diversi aspetti, nonostante le riconosciute difficoltà nel fare ricerca sul posto, soprattutto per la paura della comunità monastica di perdere la propria intimità spirituale. La speranza, come auspicato da Marco Muresu, è che in futuro i monaci possano riconoscere l’unicità della loro penisola e diventare consapevoli della sua importanza dal punto di vista storico, artistico e culturale, permettendo anche a studiose e ricercatrici donne di godere della bellezza della Santa Montagna e di contribuire all’avanzamento degli studi.


Byung-Chul Han La scomparsa dei riti

Se i riti scompaiono – Per un reincanto del mondo

Byung-Chul Han La scomparsa dei riti. Una topologia del presente - recensione

Nel 1960 il mitologo Mircea Eliade auspicava la possibilità di «vedere dei segni, dei significati nascosti, dei simboli, nelle sofferenze, nelle depressioni, negli inaridimenti di tutti i giorni»; in questo modo, sosteneva ancora lo studioso, sarebbe stato possibile rintracciare un messaggio pregno di senso «nello scorrere amorfo delle cose e nel flusso monotono dei fatti storici». Erano gli anni del boom economico, quelli in cui la furia dello sviluppo imperversava e una fiducia collettiva nel futuro, dopo i disastri della guerra, occultava i pericoli legati a un progresso sfrenato e irriguardoso. Oggi il filosofo di origini coreane Byung-Chul Han, nel solco di una ricerca portata avanti con ammirevole pregnanza nello scorso decennio, in un recente saggio edito da nottetempo denuncia La scomparsa dei riti.

Un’avvertenza posta in apertura del volume mette in guardia il lettore: non si tratta, per l’autore, di un nostalgico desiderio di ritorno a quella ritualità che ha caratterizzato il nostro passato, ma di una lucida topologia del presente, come recita d’altra parte il sottotitolo del libro. Tuttavia, l’analisi delineata da Byung-Chul Han, ben lungi dall’essere neutra, sottende l’assunto netto per cui il progressivo allontanamento dal simbolo e dal sacro non coincide con una vera emancipazione, ma con una patologica erosione del senso di comunità.

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Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente. Foto di Bianca Sorrentino

In questo tempo inabitabile, sottoposto alla legge dell’impermanenza, l’essere non è mai a casa, il mondo non è mai un posto affidabile: senza simboli e metafore in grado di cementare la comunità, si smarrisce l’orizzonte della stabilità e il miracolo della durata non può avverarsi. I giorni trascorrono così nel trionfo sterile della contingenza, della coazione a produrre e a prodursi, fino all’esaurimento. Byung-Chul Han associa la scomparsa dei riti alla «crescente atomizzazione della società», all’imperante narcisismo collettivo che ignora il prodigio dell’attenzione profonda.

La continua ricerca di stimoli ed esperienze inedite non è altro che una coercizione verso il nuovo che di fatto impedisce l’accasamento: illudendosi di rincorrere l’innovazione, si produce invece soltanto una stanca routine, che è la degenerazione della ripetizione, ovvero il tratto essenziale dei riti. Senza la risonanza che le cerimonie collettive incoraggiano, infatti, senza questo ritmo comune al quale ognuno deve accordarsi, l’unico suono che si percepisce è l’eco del sé, una finta comunicazione che non ha corpo e che condanna all’isolamento, con inevitabili ricadute sull’equilibrio emotivo dei singoli e della società.

Pagine di grande intensità sono dedicate poi alla festa e al gioco, dimensioni che impregnano di sé le forme rituali e che ci aiutano a leggere il reale in una chiave magica, grazie alla quale al baccano che infesta oggi la comunicazione si sostituisce un silenzio che ha a che fare con il sacro e che ci riconnette quindi alla parte più profonda del sentire nostro e dell’Altro.

Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente. Foto di Bianca Sorrentino

Lo stile apodittico dell’autore, che apparentemente sembra non dare adito a obiezioni, non può lasciare indifferente il lettore e finisce per coinvolgerlo in un confronto dialettico effervescente intorno ai temi del contemporaneo. Che si concordi entusiasticamente con le posizioni del filosofo o si prenda le distanze da alcune osservazioni radicali, resta innegabile che la tensione che anima il volume costringe chi legge a dare del tu al proprio tempo e a riconoscerne con onestà intellettuale contraddizioni e ambiguità. Al netto della risolutezza con cui Byung-Chul Han smaschera pose e ipocrisie, l’intento ultimo risulta particolarmente propositivo: «da un reincanto del mondo (…) ci si potrebbe aspettare un’energia curativa in grado di contrastare il narcisismo collettivo», conclude l’autore.

Dopo decenni di consuetudine al ridimensionamento di ciò che è grave, serio, formale, ufficiale, dopo decenni di tenace lavorio finalizzato alla relativizzazione e all’umiliazione di ciò che fino a quel momento era stato percepito come intangibile e inviolabile, ecco l’auspicio che il simbolo torni salvifico a ricordarci il suo essere venerando e a riunirci in un nuovo senso di comunità.

Byung-Chul Han La scomparsa dei riti
Byung-Chul Han La scomparsa dei riti. Una topologia del presente, con traduzione di Simone Aglan-Buttazzi, pubblicato da Edizioni Nottetempo (2021)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.

 


letture primavera 2021

Le migliori letture della primavera 2021

Il nuovo anno mi ha portato a confrontarmi con ottime realtà editoriali indipendenti; questo contributo vuole essere una bussola all'interno di questo vastissimo mondo e vi indicherà la direzione per conoscere e scoprire i professionisti del libro: iniziamo questo carosello di uscite e titoli validissimi per questa primavera 2021 di letture.

letture primavera 2021
Foto di Prettysleepy

Mattioli 1885

La casa editrice indipendente ha sicuramente lasciato il segno nel mio cuore grazie a tre distinte pubblicazioni che mi hanno definitivamente conquistato. A partire dall'accattivante thriller Facile preda di John D. MacDonald, una scrittura calibratissima che racconta una storia allucinata d'amore e morte, con inseguimenti da capogiro e un finale all'altezza dei bestsellers di Stephen King. A seguire, c'è una splendida raccolta di scritti di Andre Dubus, Riflessioni da una sedia a rotelle, un devastante caleidoscopio interiore e autobiografico di uno degli scrittori più caratteristici d'America. Una pregevole raccolta di aneddoti, stralci di vita e saggi che ci fanno scoprire l'uomo dietro ai successi letterari. Infine, mi sono innamorato dell'antologia di racconti Le colline ricordano di James Still, dove l'autore americano confeziona racconti ispiratissimi e dotati di una violenta bellezza e finali destabilizzanti.

La copertina del thriller Facile preda di John D. MacDonald, pubblicato da Mattioli 1885

La Vita Felice

La Vita Felice è una casa editrice davvero di grande qualità, una perla rara nell'intero panorama italiano. A partire dalla rinomata collana di poesia (I labirinti) e alla controparte asiatica con la pubblicazione di numerosi poeti giapponesi e le loro raccolte di haiku, senza mai dimenticare il grande impegno a rinnovare la letteratura classica (Il piacere di leggere). Portano in Italia testi inediti e ottimamente tradotti e curati, per esempio Il Re dalla maschera d'oro e altri racconti di Marcel Schwob o Metamorfosi e altri racconti gotici di Mary Shelley. Pregevolissima è la mia ultima lettura, La Sirena di H. G. Wells a cura di Matteo Noja, una storia ispirata al romanticismo di fine 800 in cui si innesta l'immaginazione di uno dei più grandi autori della letteratura fantastica; un testo davvero mordace dove la sensualità va a provocare il bigottismo dell'epoca.  GM. libri è una costola della casa editrice sopramenzionata e si dedica con fervore a riportare in Italia i classici della letteratura fantasy, in particolare questi testi scomparsi da anni nei cataloghi, tra cui il Ciclo Celta di R. E. Howard o i cicli planetari di Edgar Rice Burroughs, da John Carter di Marte al Ciclo di Pellucidar (pubblicazioni a cura di Masa Facchini).

La copertina del volume La Sirena di H. G. Wells, a cura di Matteo Noja, pubblicato da La Vita Felice

 

Del Vecchio Editore

Ho conosciuto Del Vecchio Editore recensendo proprio su ClassiCult la squisita raccolta di racconti brevi di Jacopo Masini, Polpette e altre storie brevissime. Dopo questo primo e felice incontro, mi sono avvicinato alla curatissima collana di poesia con un testo che sta diventando "cult" nella sua nicchia letteraria. Parlo di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie (con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni), di un altro autore capitale del canone americano ovvero Ron Padgett che scrive poesie con una disarmante leggerezza (e perciò complessità) e che avvicina la giovinezza con lo sfiorire degli anni, la bellezza alla ruvidezza delle vite distrutte, il pensiero al corpo. Un autore ricco di nostalgia, amore, pensieri candidi e verità disincantate in un continuo sciabordare di ossimori, rivelazioni e metafore dell'innocenza.

La copertina di Non praticare il cannibalismo. 100 poesie, di Ron Padgett, con traduzione e curatela di Paola Del Zoppo, Cristina Consiglio e  Riccardo Frolloni, pubblicato da Del Vecchio Editore

 

NN Editore

Casa editrice che conoscevo da anni, ma che ho iniziato a leggere da pochissimo (ed è stato un colpo di fulmine). Dopo aver recensito su altri portali la squisita antologia di racconti I poteri forti di Giuseppe Zucco e Decameron Project (AA. VV.) - due dirompenti letture - ho scoperto Brian Panowich con Hard Cash Valley uno dei thriller più belli letti nella mia vita, con un ritmo serrato e personaggi complessi e un'orchestrazione della storia a tinte cinematografiche. Consigliatissimo. Sul versante italiano ritorna Michele Vaccari, con un romanzo che è già un classico moderno (in ristampa dopo 3 giorni!). Urla sempre, primavera è un romanzo-mondo, uno squarcio metafisico all'interno della carcassa putrescente della storia e della letteratura nostrana, un titolo che fonde al suo interno generi diversi; eppure Vaccari crea una sinfonia narrativa, invece di una cacofonia di fantasy, science fiction e speculative fiction (e molto altro, come l'avventura, l'epica, etc).

La copertina del romanzo Urla sempre, primavera di Michele Vaccari, pubblicato da NN Editore (2021)

 

 

Carbonio Editore

Dopo aver recensito Solo di August Strindberg, sono tornato da Carbonio grazie alla pregevole raccolta a firma di Sadeq Hedayat, Il randagio e altri racconti, con la traduzione di Anna Vanzan, una delle più grandi studiose dell'Oriente in Italia, che purtroppo ci ha lasciato nel terribile 2020. Avevamo già recensito Hedayat e il suo La civetta cieca con una bellissima intervista ad Anna Vanzan a cui rivolgiamo il nostro amore e la nostra stima, nonché le sentite condoglianze ai suoi studenti e soprattutto ai familiari.

Hedayat è uno dei maggiori rappresentanti del mondo culturale iraniano e punta di diamante della letteratura persiana moderna, un uomo dalla caratura intellettuale infinita e autore di numerosi gioielli. All'interno del libro troverete nove racconti estremamente interessanti e contrassegnati dagli stilemi di Hedayat, dall'estetica grottesca, a volte spettrale e allucinata, dove una lirica spesso surrealista va innestarsi in un repertorio di immagini oniriche e cangianti.

La copertina della raccolta Il randagio e altri racconti, di Sadeq Hedayat, pubblicata da Carbonio Editore

 

Neo. Edizioni

Neo. Edizioni è stata una delle scoperte più sorprendenti di questo 2021. Dopo aver recensito Beati gli inquieti di Stefano Redaelli (con intervista in diretta all'autore) e La carne di Cristò (sempre su ClassiCult) mi sono innamorato definitivamente del loro catalogo e della loro mentalità editoriale.

In lettura ho Vinpeel degli Orizzonti di Peppe Millanta e si sta rivelando uno dei "fantasy" più atipici che io abbia mai letto, scritto con una prosa incantata e pervasa dall'innocenza, una storia intima e di grande coraggio narrativo, perché la narrativa di genere made in Italy sembra essere sotto torchio da parte della critica letteraria contemporanea. Consigliata anche la raccolta (s)poetica Romanticidio. Spoesie d'amore e altre disgrazie di Eleonora Molisani, che coniuga l'ironia all'abusato tema dell'amore e delle relazioni all'interno del mondo poetico e degli autori "sensibili"; Molisani scrive con irriverenza e divertimento e consegna ai suoi lettori una lettura dal sapore agrodolce. perfetta per sovvertire gli stereotipi del poeta classico e moderno, di tutte le sue costruzioni metaforiche e romantiche.

Le copertina di Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta, pubblicato da Neo. Edizioni

 

Jaca Book

Questa casa editrice è tra le migliori che il pubblico di ClassiCult può scoprire, una realtà indipendente estremamente sensibile al mondo dell'arte, della storia, della religione, dell'archeologia e di tantissime altre discipline umanistiche.

Tra i titoli che mi sento di consigliare c'è certamente Il Mito a cura di Julien Ries, uno stupendo libro cartonato di notevoli dimensioni che raccoglie il repertorio mitologico dell'intero corpus sensibile della storia umana, in maniera verticale e orizzontale perché si spazia dal Paleolitico ai giorni nostri e dalle grotte di Lascaux agli Aborigeni australiani. All'interno del catalogo Jaca Book c'è molto spazio per Mircea Eliade e della sua opera magna del dizionario delle religioni e dei simboli, un acquisto imprescindibile per antropologi, appassionati di letterature comparate e studiosi delle religioni e dell'arte.

La copertina del saggio Il mito. Il suo linguaggio e il suo messaggio, di Julien Ries, pubblicato da Jaca Book

 

NPE edizioni

NPE è una delle realtà fumettistiche che mi sento di consigliare su ClassiCult, Nicola Pesce - oltre ad essere un ottimo scrittore (ne ho parlato già per La Cura del Dolore) - è un editore attento ed esigente e pretende il massimo dai suoi collaboratori e dagli artisti che mette in catalogo.

Mi sento in dovere di consigliare alcune opere cardine del catalogo, a partire da Eccetto Topolino (Gori, Lama, Gadducci) uno splendido volume saggistico che esplora la storia della figura di Topolino con la lente d'ingrandimento della storiografia italiana e del giornalismo nostrano e con un focus sul rapporto tra Walt Disney e il fascismo. Sul lato fumetti consiglio l'intera bibliografia di Sergio Toppi, Dino Battaglia, Nino Cammarata, Attilio Micheluzzi,  Ivo Milazzo, Sergio Tisselli (a cui rivolgiamo amore e stima per la sua recente scomparsa nel 2020), Sergio Vanello. Oltre a questi autori immensi consiglio caldamente agli amanti del fantastico le Guide Immaginarie dei Vampiri e de i luoghi di Lovecraft.

La copertina di Sharaz-de. Le mille e una notte di Sergio Toppi, pubblicato da NPE edizioni

 

Aguaplano Editore

Ottima casa editrice indipendente, che investe nei suoi libri una curatela maniacale (per fortuna!) e tantissima passione. Dopo aver amato Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù sono passato a un libro unico ovvero Aura di Alessandro Celani, un magnifico reportage fotografico della nostra Italia (e che edizione!) che si snoda attraverso un'edizione bilingue caratterizzata da testi di accompagnamento altamente evocativi. Un testo che si può contemplare in un pomeriggio o per tutta la vita.

Sempre per Aguaplano ho apprezzato tantissimo la raccolta di poesie Ragli di Fabio Greco, libro dal carattere sperimentale e dal linguaggio evocativo quanto indomabile; consiglio davvero a tutti gli amanti della poesia l'intera collana edita da Aguaplano. In lettura ho il Gran Bazar del XX secolo, di Stefano Trucco, che si sta rivelando un romanzo pulp-meta lovecraftiano godibilissimo e che gli amanti della letteratura weird/fantastica dovrebbero recuperare. Le edizioni Aguaplano sono particolarmente pregiate, siano esse cartonati rilegati o brossure più economiche.

La copertina di Esecuzione dell'ultimo giorno di Lorenzo Chiuchiù, pubblicato da Aguaplano nella collana Blaupause

 

Ronzani Editore

Chi segue ClassiCult avrà già incontrato Ronzani, una delle realtà editoriali che dà alle stampe libri dalla qualità perfetta, con edizioni di pregio e attente ai bisogni bibliofili dei suoi lettori.

Ultimamente ho concluso il thriller turco di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, che si è rivelata una lettura pazzesca per esplorare la storia recente della Turchia e il suo viscerale legame con l'antica Bisanzio/Costantinopoli. Un romanzo stratificato e ricchissimo di vita e morte, avventura e momenti davvero travolgente. Ma Ronzani è un editore attento a qualsisia tassello del mondo culturale, che sia la produzione di riviste, poesie, saggi e molto altro. Tutti i loro titoli sono stampati con una cura unica, basti pensare alle poesie di Pasolini per la sua Casarsa.

La copertina del thriller di Ahmet Ümit, Perché Istanbul Ricordi, pubblicato da Ronzani Editore

 

ABEditore

Per i cultori dell'estetica vittoriana, gotica e decadentista non posso non consigliarvi ABEditore, uno dei migliori editori dal punto di vista tipografico e delle traduzioni, per quanto concerne il recupero di testi classici di letteratura immaginifica e fantastica.

Vi consiglio caldamente i volumi miscellanei di Draculea (a cura di Lorenzo Incarbone) e Follettiana (a cura di Pietro Guariello), che analizzano rispettivamente il repertorio folclorico e letterario di Vampiri e membri del Piccolo Popolo. I volumi sono scrigni preziosi per compiere esperienze di lettura eccezionali e curati nei minimi dettagli per fornire al lettore le sensazioni di mondi dimenticati e storie sepolte dal mistero.

Su ClassiCult abbiamo avuto ospite Fabio Camilletti, per un'intervista spettrale.

La copertina della Follettiana di Pietro Guariello, pubblicata da Abeditore

 

Jimenez Edizioni

Jimenez è la mia più recente scoperta e sono davvero felice di presentarvi un catalogo eccezionale, del quale la mia prima lettura è La notte arriva sempre di Willy Vlautin, un thriller a dir poco avvincente che parte dal presupposto della presente crisi finanziaria e immobiliare che ha investito la città di Portland portando la protagonista Lynette a compiere azioni sempre più folli, fino a realizzare un'accozzaglia di avventure grottesche nell'ambito della vita notturna cittadina, tra criminali, individui pericolosi e tanta illegalità. I libri sono di pregevolissima fattura e non vedo l'ora di conoscere l'intero catalogo.

La copertina del romanzo La notte arriva sempre di Willy Vlautin, pubblicato da Jimenez Edizioni

 

Il Palindromo

La casa editrice palermitana Il Palindromo è una delle realtà editoriali indipendenti più interessanti, soprattutto per quanto riguarda la collana I Tre Sedili Deserti, dedicata al fantastico. Dall'Elogio del Fantastico di Jacques Bergier a La Collina dei Sogni di Arthur Machen possiamo riassaporare i testi che hanno canonizzato l'immaginario moderno con elementi weird, fantascientifici e gotici. Una cura esemplare nell'apparato critico, dalle traduzioni alle prefazioni con un notevole innesto di fonti fotografiche o iconografiche a cura di artisti italiani o stranieri coevi alle opere.

Particolarmente amata è la riedizione del "primo" Pinocchio di Collodi, una narrazione più oscura del classico della letteratura italiana arricchito dalle splendide illustrazioni fumose e grottesche di Simone Stuto. Un un'ultima uscita davvero particolare è Etna. Guida immaginifica del vulcano di Rosario Battiato con la travolgente copertina di Chiara Nott.

La copertina di Pinocchio. La storia di un burattino di Carlo Collodi, a cura di Salvatore Ferlita e con le illustrazioni di Simone Stuto, pubblicato da Il Palindromo

 

Miraggi Edizioni

Miraggi è una delle mie case editrici preferite, perché mi ha permesso di conoscere non solo ottimi autori italiani (La Chiusa, Forlani, ecc.)  ma di affacciarmi alla letteratura del mondo slavo grazie alla strepitosa collana NováVlna. Su ClassiCult avevo già recensito Grand Hotel di Jaroslav Rudiš, ma vi consiglio moltissimo anche La perlina sul fondo, Il lago, Il bruciacadaveri e il magnifico Krakatite di Karel Čapek, uno dei più importanti romanzi di fantascienza del '900.  Bellissima anche la collana di poesia e gli Scafiblù, dedicati agli autori italiani, di cui vi consiglio Il bambino intermittente, Colloqui con il Pesce Sapiente e Uno di noi.

 

La copertina del romanzo di fantascienza Krakatite di Karel Čapek, pubblicato da Miraggi Edizioni

Nadia Fusini Shakespeare

A lezione da Shakespeare: Giulietta e Cleopatra insegnano l’amore

Nadia Fusini, Maestre d’amore. Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre - recensione

Cosa insegna la letteratura? Davvero i grandi autori del passato riescono a parlarci attraverso i secoli per consegnarci lezioni preziose e tuttora valide? Chi ama le pagine dei classici non può avere dubbi: sì, quei racconti che di generazione in generazione ci tramandiamo, quei libri che ci hanno appassionato e che con emozione regaliamo a chi saprà coglierne il segreto, quelle parole che sotto le ceneri dell’antico continuano instancabilmente ad ardere sono scrigni magici in grado di dischiudere orizzonti.

«Shakespeare non vuole insegnare, non l’ha mai voluto fare», avverte Nadia Fusini in Maestre d’amore. Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre, saggio denso e avvincente recentemente pubblicato da Einaudi. Con la leggiadria e l’arguzia che caratterizzano la sua penna, la studiosa spiega che il drammaturgo non interferisce mai con l’azione dispensando commenti o giudizi, ma lascia che siano i personaggi stessi a farsi portavoce della Weltanschauung dell’autore e a incarnare così la visione dialettica che Shakespeare ha del mondo.

Ecco perché leggere le pagine del Bardo, assistere ai suoi plays significa assorbire nel respiro gli insegnamenti sulla vita di cui le sue opere sono pregni. Tuttavia, non si tratta mai di forme sterili di indottrinamento o erudizione, ma di un’energia vibrante che dalla sua parola poetica si propaga e che con slancio ci investe e ci travolge. E noi lettori, noi spettatori, volentieri pronunciamo il nostro sì a questo patto che da secoli si rinnova, come se fossimo stregati da uno degli incantesimi di Oberon, come se fossimo noi i destinatari dei sortilegi irriverenti di Puck – e questa magia porta il nome, e con sé il mistero, del teatro e dell’amore.

Proprio alle intermittenze del cuore, rese immortali dalle protagoniste shakespeariane, è dedicato il nuovo approdo della ricerca inesausta di Nadia Fusini. Il suo sguardo, incessantemente rivolto all’universo femminile, si posa in particolare sulla capacità che hanno le eroine di rappresentare le ambiguità che l’amore sottende e i conflitti che immancabilmente scatena, sino agli esiti tragici dalle altezze vertiginose o alle riconciliazioni che la commedia consente. Che siano sacerdotesse di purezza, innocenza e giovinezza, come Desdemona e Giulietta, o navigate seduttrici come la lussuriosa Cleopatra, le donne dell’universo visionario di Shakespeare sono iniziatrici, introducono il loro uomo a un’esperienza d’amore totalizzante che, se non può farsi corpo, risuona nella potenza evocativa e immaginifica della parola. L’eros si riappropria cioè della sua verità nella finzione del palcoscenico, il godimento accade perché viene pronunciato, nel tripudio della lingua che si prende la sua rivincita sui vincoli sociali e fa breccia nel cuore della modernità.

È vero, oggi avvertiamo in maniera netta la distanza incolmabile che ci separa dal contesto storico-culturale del teatro elisabettiano e giacomiano e ricusiamo energicamente alcuni retaggi ormai per fortuna superati, eppure siamo consapevoli di essere eredi dell’immaginario shakespeariano, perché i suoi personaggi, compiutamente costruiti e immediatamente riconoscibili, contribuiscono a definire la nostra identità collettiva, continuano a essere per noi dei punti di riferimento e a determinare la nostra capacità di orientarci nella giungla del sentire. Nonostante Shakespeare ci porga una bussola dal valore inestimabile, però, non manchiamo di essere facili prede del tormento dell’amore e delle sue imprevedibili insidie.

Conclude a tal proposito Nadia Fusini: «Ecco la questione che alla fine di questo libro lascio in eredità a chi legge. Questione etica, che chiama in causa il senso della letteratura, il suo valore. Questione che la letteratura custodisce e conserva in tutto il suo peso e la sua leggerezza, restituendo a noi che leggiamo e viviamo la complessità di un’esperienza necessaria, irrinunciabile. La profonda gratitudine per tale funzione, e servizio che presta alla conoscenza e alla vita stessa, è quel che sostiene e motiva la mia passione per la letteratura». Catturare il segreto dell’amore, come fa Shakespeare attraverso le sue maestre d’amore, significa riconoscerne e accoglierne l’indecifrabile mistero: l’altissimo compito della letteratura consiste proprio nel tramandarne i contrasti e le contraddizioni, e insieme la meraviglia.

Nadia Fusini Maestre amore Shakespeare
La copertina del saggio di Nadia Fusini, Maestre d’amore. Giulietta, Ofelia, Desdemona e le altre, è stato pubblicato da Giulio Einaudi editore (2021)

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.