Apollo Delfi

Una passeggiata a Delfi per scoprire il tempio di Apollo

Luogo spirituale per eccellenza, cuore pulsante della Grecia centrale, collocato nella regione della Focide, il sito di Delfi sorge sulle pendici del monte Parnaso, a 600 m di altezza, affacciandosi sul Golfo di Corinto. Questo luogo ospita il tempio sacro al dio Apollo, frequentatissimo dagli antichi Elleni che lo consideravano idealmente "l’ombelico del mondo", il centro del globo.
Il tempio si presentava come un'imponente costruzione, al cui ingresso campeggiava la famosa massima «ΓΝΩΘΙ ΣΕΑΥΤΟΝ», quel "conosci te stesso" fatto proprio dalla filosofia socratica. Accoglieva l'oracolo più influente dell'epoca che, sin dal VII secolo prima della nascita di Cristo, riceveva le visite di tante persone comuni, giunte in pellegrinaggio nella speranza che il fato volgesse a loro favore. In migliaia ogni anno affrontavano l'arduo viaggio recando doni di ogni sorta, poiché senza offerte non v'era profezia. E persino i re si affidavano ai responsi divini. Guerra o pace, vittoria o sconfitta: tutto dipendeva solo dal vaticinio dell'oracolo.
Statua di Antinoo, il favorito dell'imperatore Adriano. Dal Museo Archeologico di Delfi
Il santuario di Delfi fa parte della ristretta cerchia dei luoghi cosiddetti panellenici. Era frequentato da tutti i Greci in occasione delle festività che si celebravano in onore del Lossia (epiteto di Apollo, con il quale si indicava l'ambiguità del responso oracolare) e degli agoni ginnici che qui, dal 586 a.C., si svolgevano ogni quattro anni. I giochi erano chiamati Pitici, perché Piton era il serpente o dragone che sorvegliava la località, e venivano celebrati tra i mesi di agosto e settembre. Ai vincitori era donata una corona di alloro, oltre alla gloria imperitura. La leggenda racconta che gli agoni iniziarono dopo che Apollo uccise il mostro figlio di Γη, la Terra, divinità ancestralmente venerata sin dall'età geometrica.
Statua dell'Auriga di Delfi, dal Museo Archeologico locale
Da un punto di vista archeologico, il sito di Delfi presenta due aree sacre principali, poste ai lati di una sorgente d'acqua che sgorga da una fenditura della roccia sulla parete del Parnaso, la fonte Kastàlia: oltre al santuario di Apollo, ad est si presentava quello dedicato ad Atena Pronaia, anch'esso ricco di edifici.
Per giungere al tempio di Apollo bisognava accedere da una porta a sud, dopo aver attraversato un percorso a tornanti che conduceva sul piazzale antistante l'edificio.
Delfi Apollo
Il tempio di Apollo a Delfi
Era la Via Sacra, lungo la quale ancora oggi ci si imbatte in straordinari edifici, offerte votive lasciate dai fedeli per ringraziare il dio Apollo del responso ottenuto. Questi particolarissimi edifici recano un nome ben preciso, si chiamano "thesauròi" ed hanno la forma di tempietto prostilo con due colonne tra le ante. Non superano i 25 m² ma sappiamo che al loro interno custodivano dei doni preziosissimi, fatti dalle singole città.
Tra i più rilevanti va annoverato senza dubbio il tesoro dei Sifni, edificato attorno al 530 a. C. Il tesoro dei Sifni si presenta come un piccolo edificio di ordine ionico realizzato in marmo, e la caratteristica principale sta nella presenza di due cariatidi poste in sostituzione delle colonne tra le ante. Le due figure femminili sono panneggiate secondo la tipologia della kore e vengono rappresentate con un canestro sorretto dalla testa, sulla cui sommità svetta il capitello che sorregge la trabeazione dell'edificio.
Grazie a Erodoto sappiamo che Sifnos visse un periodo di grande splendore poiché, quando si iniziò a coniare moneta, vennero sfruttate le miniere d'argento che si trovavano nell'isola. Questo thesauros venne realizzato sicuramente  entro il 524: proprio in quell'anno Sifnos venne completamente distrutta da Policrate di Samo.
Il tesoro degli Ateniesi lungo la Via Sacra che conduceva al tempio di Apollo a Delfi
Proseguendo lungo la Via Sacra è possibile incontrare il tesoro degli Ateniesi. Secondo Pausania, l'elegante edificio realizzato in marmo di Paro sarebbe stato eretto con la decima del bottino ottenuto a seguito della celebre battaglia di Maratona, combattuta nel 490 a. C.; tuttavia alcuni studiosi ritengono che possa essere più antico. L'edificio presenta una decorazione scultorea di 30 metope che circondavano la trabeazione. Ogni lato raccontava una storia tratta dal mito, i cui protagonisti erano Eracle e Teseo.
La Sfinge dei Nassi, dal Museo Archeologico di Delfi
Alcuni thesauroi hanno suscitato l'interesse di molti studiosi, a causa di un apparato decorativo scultoreo estremamente ricco ed elegante. È il caso della Sfinge dei Nassi, uno dei doni votivi che meglio hanno resistito all'usura del tempo. La città di Naxos, celebre isola delle Cicladi, aveva realizzato un'altissima colonna ionica in marmo, i cui frammenti si conservano nel Museo Archeologico di Delfi. Sopra la colonna, datata tra il 570 e il 560 a. C., vi era una Sfinge dallo sguardo enigmatico che accoglieva i fedeli in processione.
Giunti al tempio di Apollo, non si può che rimanere estasiati di fronte all'aura di sacralità che circonda l'edificio. La sua storia è tanto antica quanto travagliata. Sempre lo storiografo Erodoto ci racconta che esisteva un primo tempio eretto in pietra, che è stato distrutto nel 548 da un terribile incendio. A seguito di questo episodio, l'edificio è stato poi ricostruito grazie ai finanziamenti della famiglia degli Alcmeonidi, esiliati dalla città di Atene, dopo l'omicidio di Ipparco nel 514. Si presenta con una cella distila in antis, e un colonnato di 6×15. Un terribile terremoto finì per distruggere anche questo nel 373 a. C.
Tutte le foto di Delfi, dal Museo Archeologico, dalla Via Sacra e dal Tempio di Apollo sono di M. Cristina Provenzano
Bibliografia

G. Bejor - M. Castoldi - C. Lambrugo, Arte greca. Dal decimo al primo secolo a. C., Mondadori, Milano 2013
D. Musti, Storia greca, Linee di sviluppo dall'età micenea all'età romana, Editori Laterza, Roma 2006.
L. Canfora, Storia della Letteratura Greca, Editori Laterza, Roma 1986.

iloti società spartana

Condizione degli Iloti nella società spartana

All’interno della società spartana un limite strutturale era rappresentato dal problema dell’integrazione degli iloti, motivo per cui fu sempre più acuto il contrasto tra spartiati, poco numerosi, e schiavi, in netta superiorità numerica. Il timore della rivolta tormentava gli Spartani i quali, consapevoli della propria povertà demografica e dei problemi di gestione di un numero così elevato di schiavi, vivevano come un gruppo «circondato da nemici» (Senofonte, Elleniche, 3.3.4). Infatti per riequilibrare la proporzione demografica interna e ridurre la tensione sociale, gli spartani furono costretti a prendere misure straordinarie come l’allontanamento dei Βρασίδειοι e l’eliminazione di duemila iloti nel 424.

Basti pensare che numerosi storici moderni hanno ipotizzato uno stato di rivolta permanente a Sparta. Negli ultimi anni però alcuni studiosi hanno proposto una nuova teoria che tende a sfumare l’intensità delle rivolte, riducendo questa “rivolta perenne” ad una sola effettiva ribellione: quella del 464. In quell’ anno un terremoto particolarmente violento devastò Sparta causando la morte di circa duemila persone e la distruzione della maggior parte degli edifici. In questo contesto catastrofico Iloti e Messeni approfittarono per rivoltarsi: quella che inizialmente poteva sembrare una semplice sollevazione, degenerò ben presto in una vera e propria guerra, la III Guerra Messenica (Tucidide 1. 101. 2).

Messene
Il teatro dell'antica Messene. Foto di Herbert Ortner, CC BY 2.5

Secondo Antioco di Siracusa tra il V e il IV secolo i greci hanno ampiamente dibattuto il problema delle condizioni della servitù di tipo ilotico. Mentre era ormai sviluppata la schiavitù-merce, costituita anche dai barbari, e si teorizzava il diritto ad asservire questi ultimi, si presentava un problema di difficile gestione per i Greci, quello delle servitù di tipo ilotico, ovvero che questi servi erano Greci sottomessi da Greci di altra stirpe e provenienza. Il caso era stato reso presente dalla vicenda dei Messeni. È opportuno, secondo quanto dichiara Annalisa Paradiso, chiarire la differenza tra «il concetto di “sollevazione” ilotica e quello di “rivolta nazionalistica “, cioè di “guerra messenica”»[1] . Tucidide racconta una misteriosa sollevazione ilotica, tramata dal reggente Pausania:

« Vennero a sapere che Pausania tramava qualcosa in combutta con gli iloti, ed era vero: aveva promesso di concedere loro la libertà ed i diritti di cittadinanza se si fossero sollevati con lui e se avessero collaborato con lui alla realizzazione dell’intero piano. Ma neppure a questo punto gli Spartani vollero prendere qualche misura punitiva nei suoi confronti, non prestando fede neanche ad alcuni iloti delatori. Preferirono comportarsi con lui come sono soliti fare tra di loro, per non assumere avventatamente qualche decisione irreparabile ai danni di uno Spartiata, in assenza di prove irrefutabili ». (Tucidide 1.132. 4-5.)

Nell'area intorno a Sparta oggi. Foto di Semipaw, CC BY 3.0

Secondo la testimonianza proposta dallo storico, agli iloti furono promesse la libertà e la πολιτεία. Patterson, in virtù di ciò, ritiene che la condizione giuridica degli iloti rappresenta un problema da chiarire. La teoria da lui elaborata si basa innanzitutto sull’indagine relativa all’utilizzo di un diritto legale collegato alla vendita degli iloti fuori i confini territoriali della città. Ma l’aspetto ancora più importante dei suoi studi è teso ad analizzare le relazioni tra iloti e spartani in virtù dei diritti concessi da questi ultimi.

Infatti gli Iloti hanno rappresentato una classe sociale vessata da violenze e pratiche umilianti, condizione che veniva trasferita anche ai figli. Il disprezzo degli Spartani si manifestava ad esempio dall’imposizione di costumi infimi fino a costrizioni degradanti per la loro persona. Il concetto elaborato da Patterson si basa sul concetto di “natal alienation” e “social death”, che tecnicamente fa riferimento alla condizione di isolamento dalle protezioni e di supporto fornito da parentela e comunità. Questo fenomeno poteva verificarsi in tre circostanze: responsabilità giuridica per omicidio, spostamento forzato della famiglia/comunità e servizio specializzato prestato presso i padroni spartani.

Grazie a Mirone di Priene sappiamo che gli Spartiati imponevano agli Iloti l’atimia (il bando che privava, in tutto o in parte, dei fondamentali diritti civili il cittadino colpevole o in stato di accusa), applicando sul loro corpo una forma di violenza fisica vera e propria e morale, attraverso l’imposizione di una veste vergognosa. La pena capitale colpiva tutti gli iloti che eccedessero per vigore e floridezza; infatti era riservata un’ammenda ai padroni che non uccidevano i propri schiavi più aitanti.

Gli Iloti dovevano sottostare ad un crudele e violento rituale attraverso il quale ricevevano un numero fisso di frustate all’anno. Dunque quella che poteva sembrare una punizione era in realtà una semplice ma efferata abitudine. Queste pratiche meschine avevano un peso psicologico ben preciso poiché dovevano servire per rammentare agli iloti la loro condizione di schiavi. La violenza spesso poteva sfociare anche nell’eliminazione fisica dello schiavo stesso.

Gli spartiati godevano del diritto di vita e di morte sugli iloti: Aristotele afferma che gli efori, non appena entrati in carica, gli dichiaravano guerra affinchè non fosse sacrilego massacrarli. Gli spartani adottavano criteri ben precisi per eliminare gli iloti. Basti pensare che Mirone parla dell’eliminazione di quegli iloti che per forza fisica e struttura corporea rischiavano di assomigliare allo stereotipo dello Spartano, invece di confondersi tra gli altri iloti ed essere scelti per diventare prede da cacciare nel corso di quella macabra “ caccia all’ilota ” notturna, nota con il nome di κρυπτεία.

Dal sito archeologico di Sparta. Foto di StanTravels, CC BY-SA 4.0

Dunque Sparta, a differenza di Atene, regolava il trattamento degli schiavi attraverso disposizioni istituzionali e cruente pratiche rituali finalizzate all’eliminazione degli schiavi stessi. Attraverso alcune di queste barbare usanze gli iloti venivano messi in ridicolo e umiliati, costretti a svolgere i lavori più infimi e degradanti e portare un copricapo di pelle di cane e vestirsi di pelli di animali (Ateneo, Deipnosofisti, 657d). Talvolta erano costretti a bere una grande quantità di vino prima di presentarsi alle mense pubbliche per mostrare ai giovani lo spettacolo indegno di un ubriaco oppure gli veniva imposto di cantare e danzare al ritmo di motivi ignobili impedendogli di prendere parte alle attività di svago destinate alle persone libere.

Tutte queste usanze violente e repressive sono la testimonianza del timore che gli Spartani nutrivano verso un’eventuale ribellione da parte degli iloti. Con questo articolo si chiude la nostra indagine sull’ilotismo, spero vi siate appassionati quanto me in questo viaggio nella società spartana.

Sparta Iloti società spartana
Il teatro dell'antica Sparta col monte Taigeto sullo sfondo. Foto di Κούμαρης Νικόλαος

[1] Annalisa Paradiso, Forme di dipendenza nel mondo greco, ricerche sul libro VI di Ateneo, Bari, 1991.


Tracia Ateniesi Pisistrato colonizzazione Grecia

La colonizzazione in Tracia dal VII secolo a Pisistrato

I Greci, in modo particolare gli Ateniesi, rivelarono un vivo interesse per la Tracia per oltre due secoli. A partire dalla metà del VII secolo a. C. i Greci fondarono le prime colonie lungo le principali coste della Tracia, quali la costa dell’Egeo, della Propontide e del Ponto, dove erano presenti vecchi villaggi traci. Intorno al 550 a. C. gli Ateniesi riuscirono a colonizzare l’intera area del Chersoneso; più tardi si affacciarono sulle ricche regioni minerarie situate nei pressi della foce dello Strimone.

A partire dalla fine del VI secolo gli Ateniesi cercarono di consolidare i rapporti con le popolazioni locali attraverso legami matrimoniali; ma questa vicinanza tra Greci e Traci si sgretolò durante la spedizione del re persiano Dario contro la Scizia nel 513-512 a. C. Con un imponente esercito Dario avanzò dal Chersoneso verso la foce dell’Istro, soggiogando tutte le tribù tracie incontrate lungo il cammino. Appresa la notizia dell’avanzata persiana, gli Sciti, popolazione nomade di origine iranica, costrinsero i Persiani alla ritirata.

Il re Dario tornò con le sue truppe in Asia Minore, ma lasciò una consistente guarnigione in Tracia guidata dal generale Megabazo. Inoltre, i Persiani nel 512 fondarono Dorisco, roccaforte situata presso il corso inferiore dell’Hebros. Fu proprio da Dorisco che Serse, il successore di Dario, guidò la spedizione contro l’Ellade nel 480, durante la quale la maggior parte delle tribù traci si alleò alle truppe persiane.

Il monte Pangeo. Foto di Diamantis Stagidis (Διαμαντής Σταγγίδης), pubblico dominio

Dopo la disfatta dell’esercito achemenide a Salamina nel 480 e a Platea nel 479, i Persiani si ritirarono velocemente in Asia Minore, e molte roccaforti che avevano fondato in Tracia furono conquistate dagli Ateniesi, che riuscirono ad impossessarsi di tutta la regione delimitata dal fiume Strimone e dal monte Pangeo. I coloni ateniesi sfruttarono i territori che andavano dalla foce dello Strimone al Bosforo, non solo per le preziose risorse naturali ma anche per reperire informazioni sulla conformazione geografica delle principali zone della regione balcanica e sulle popolazioni che abitavano quelle terre. I Greci, infatti, furono i primi ad avere una conoscenza diretta della Tracia che non si basasse più sulla tradizione del mito e della leggenda ma sulla reale osservazione della civiltà trace.

La località di Ennea Hodoi, situata sulla riva orientale del fiume Strimone, poco distante dal mare, fu oggetto di numerosi e reiterati tentativi di colonizzazione da parte di Greci provenienti da diversi luoghi di origine, per la sua eccezionale posizione strategica. Un antico scolio a Eschine riconduce il toponimo “Ἐννέα ὁδοί” (“Nove strade”), ad un affascinante e suggestivo episodio legato ad un anatema di Fillide, principessa trace, figlia del re Fileo. La fanciulla, essendosi recata per nove volte in quel luogo, dove invano attese il ritorno dell’amato Demofonte, avrebbe auspicato agli Ateniesi di subire lo stesso numero di sciagure:

Gli Ateniesi per nove volte fallirono presso il luogo chiamato “Nove strade”, che è un luogo della Tracia, quello che ora è chiamato Chersoneso. Fallirono a causa delle maledizioni di Fillide, la quale, innamorata di Demofonte ed aspettandosi che sarebbe tornato a dar compimento alle promesse fattele, e recatasi per nove volte in quel luogo, poiché quello non giunse, gettò sugli Ateniesi la maledizione di subire in quel posto altrettanti fallimenti. (schol. Aesch. II, 31)

Tracia Ateniesi colonizzazione colonie Pisistrato
Vista dall'Acropoli di Anfipoli col fiume Strimone sullo sfondo. Foto di MarsyasCC BY-SA 3.0

La valle dello Strimone era nota per le abbondanti risorse minerarie di oro e argento e per le ingenti quantità di legname, catrame e pece. Tali caratteristiche resero molto ambita la ricca e florida terra trace, soprattutto dagli Ateniesi quando il tiranno Pisistrato, in esilio presso le zone del Pangeo e del golfo Termaico, ne colse le potenzialità.

Negli anni successivi all’arcontato di Solone, Atene fu straziata da numerosi conflitti tra le più influenti famiglie aristocratiche della città che, attraverso eserciti privati, cercavano di accaparrarsi il potere. In un clima di crisi e anarchia, emerse la figura di Pisistrato, giovane e ambizioso aristocratico di Brauron, località situata sulla costa orientale dell’Attica. Egli riuscì ad acquisire notorietà e rispetto nella guerra che gli Ateniesi combatterono contro Megara per il possesso di Salamina e Nisea.

Attraverso un consueto cursus honorum, scandito da programmi demagogici e riconoscimenti militari, intorno al 560 riuscì a farsi tiranno. Con il supporto di una guardia del corpo, occupò l’Acropoli e conquistò il potere. Ma il sostegno del popolo si tramutò in paura e le fazioni politiche opposte lo costrinsero all’esilio. Successivamente rientrò ad Atene grazie ad un accordo matrimoniale con la famiglia degli Alcmeonidi, compromesso destinato a fallire poco dopo.

Costretto nuovamente alla fuga, Pisistrato raggiunse la zona del Pangeo e dello Strimone, dove reclutò un esercito personale e ottenne ingenti profitti. Nel 546 infatti, il tiranno, grazie agli introiti finanziari provenienti dalla Tracia e ai legami instaurati con gli aristocratici dell’Eretria, di Argo e Tebe, prese ancora una volta possesso della città, fino al 528, anno della sua scomparsa.

Pisistrato torna ad Atene, al suo fianco una donna travestita da Atena (come narrato da Erodoto). Illustrazione di M. A. Barth, da Vorzeit und Gegenwart, Augsbourg, 1832, in pubblico dominio

L’avventura in Tracia consentì a Pisistrato di guadagnare enormi profitti che gli permisero di tornare in pianta stabile ad Atene. Nelle Storie Erodoto fa un chiaro riferimento ai numerosi vantaggi economici, provenienti in parte dalle attività nella regione dello Strimone, attraverso i quali il tiranno tornò al potere ad Atene dopo la sua seconda espulsione dalla città:

Gli Ateniesi si lasciarono persuadere e così Pisistrato per la terza volta fu padrone di Atene; questa volta rese più saldo il proprio potere grazie alle molte guardie e agli ingenti contributi in denaro, che gli provenivano tanto dall’Attica come dal fiume Strimone. (Hdt. I, 64, 1)

Il progetto coloniale ispirato dal tirano ateniese non si tradusse mai in violente campagne contro le popolazioni locali ma ebbe, fin da subito, un carattere collaborativo e diplomatico. Egli non disponeva di un esercito solido che gli garantisse il controllo del territorio e per questo motivo instaurò accordi clientelari con gli abitanti che occupavano la zona del Pangeo, ricca di preziose miniere.

Infatti, Pisistrato e i suoi ricevettero un consistente appoggio soprattutto dagli ethne traci e dagli Eretriesi. Proprio il sostegno di questi ultimi permise agli Ateniesi di adottare il modello cooperativo anche nelle zone dell’Egeo settentrionale. Dunque, l’iniziativa del lungimirante despota non si concretizzò inizialmente in una reale ed effettiva occupazione dell’area trace e non determinò la formazione di una vera e propria colonia, a differenza dei successivi tentativi di V secolo.

Bibliografia

David Asheri, Herodotus on Thracian Society and History, in Hérodote et les peuples non grecs: neuf exposés suivis de discussions, W. Burkert, G. Nenci and O. Reverdin (eds.), Ginevra 1990, 132-133.

Manuela Mari, Un luogo calcato da molti piedi: la valle dello Strimone prima di Anfipoli, “Historikà” 4 (2014), 53-114.

Matthew A. Sears, Athens, Thrace, and the shaping of Athenian Leadership, Cambridge 2013.


colonizzazione Tracia

I Greci in Tracia: la colonizzazione e il casus singularis di Anfipoli

La colonizzazione greca della Tracia: contestualizzazione storico-geografica e analisi delle fonti

Con questa rubrica inaugura su ClassiCult un nuovo filone legato alla figura dei colonizzatori, e in particolare in questa sede ripercorrendo i momenti decisivi che hanno caratterizzato la progressiva colonizzazione della Tracia, dal VII secolo fino al 437 a.C., anno della fondazione della colonia di Anfipoli.

La storia di questa città rappresenta il culmine di un articolato processo evolutivo, attraverso il quale i Greci sono progressivamente entrati in contatto con un mondo fino a quel momento assai poco conosciuto. La realizzazione di questa indagine è stata possibile grazie alla presenza di una pluralità di fonti antiche, che permettono di orientarsi all’interno del complesso quadro storico preso in esame.

Sulla base della lettura di alcuni passi di Erodoto e Tucidide è possibile stabilire un ordine cronologico, di modo da inquadrare con un certo criterio gli eventi che hanno caratterizzato le esperienze coloniali condotte sul vasto territorio trace. Da Pisitrato a Cimone, passando per Istieo e Aristagora di Mileto, i Greci hanno cercato di confrontarsi con una realtà differente dalla propria, maturando una visione sempre più nitida della Tracia. I vari tentativi di colonizzazione del ricco territorio delimitato dal Monte Pangeo e dal fiume Strimone, costituiscono gli episodi più importanti di questo ambizioso progetto coloniale.

Vista dall'Acropoli di Anfipoli col fiume Strimone sullo sfondo. Foto di Marsyas, CC BY-SA 3.0

Prima di poterci addentrare nelle dinamiche storiche che hanno scandito i vari progetti coloniali, è utile se non imprescindibile procedere con due operazioni preliminari: contestualizzare il contesto storico-geografico all’interno del quale agirono gli Elleni, e tracciare un quadro chiaro delle fonti analizzate. Originariamente la Tracia si estendeva ad est della Macedonia verso il Mar Nero e il Mar di Marmara, noto anticamente come Propontide, ed era delimitata a sud dal mar Egeo e a nord dal Danubio. Il fiume Strimone, noto per le preziose miniere d’oro della sua foce, delimitava il confine tra Macedonia e Tracia.

Il territorio che i Greci prima e i Romani in seguito definivano “Tracia” ha mutato la propria morfologia geografica nel corso dei secoli. Fino all’invasione persiana del 480-479, la zona ad ovest del fiume Assio (oggi Vardar), che circonda il Golfo di Salonicco, fu abitata dai Traci. Anche tutta la costa settentrionale del Mar Egeo apparteneva ai Traci, prima che gli Ateniesi si insediassero in quella zona durante il V secolo. Inoltre, la popolazione trace occupava il Chersoneso tracico (l’attuale penisola di Gallipoli), la riva settentrionale della Propontide, le terre immediatamente a sud dell’Ellesponto, oggi conosciuto come stretto dei Dardanelli, e parte dell’Anatolia nordoccidentale, compresa la Troade (denominazione storica della penisola di Biga).

L’affascinate storia di questo variegato territorio rappresenta un ricco bacino di notizie dal quale attingere per comprendere l’esperienza coloniale di Atene tra la metà del VI secolo e il V, e conoscere alcuni dei più importanti personaggi illustri della quale si resero protagonisti, come Pisistrato e Miliziade. La Θρᾴκη aveva un’importanza centrale per Atene, grazie alle risorse naturali e le vie strategiche, soprattutto quelle che avrebbero potuto condurre alle coste orientali e meridionali del Mar Nero, principale fonte di grano importato durante il V secolo.

Il controllo della rotta commerciale del Mar Nero era particolarmente importante per imporre dazi e gestire le attività dei marinai in viaggio. Tali elementi erano fondamentali per un impero che basava la propria forza sulla flotta e i traffici marittimi. Inoltre la Tracia, soprattutto per gli Ateniesi, rappresentò per diversi secoli un rifugio in cui i perseguitati politici trovavano asilo politico e opportunità. Per tutto il tardo periodo arcaico e il periodo classico, le fertili e selvagge terre dominate dai Traci spaventarono, incuriosirono e affascinarono la maggior parte dei Greci.

Come afferma Matthew A. Sears, uno dei principali studiosi della storia trace, il complesso scambio di interazioni tra barbari e popolazioni greche diede vita a una vera e propria storia d’amore tra culture differenti, durata oltre duecento anni di intrecci e commistioni. Dunque, i legami tra Atene e la dimensione trace, non furono soltanto di natura economica o politica, bensì anche culturale.

Peltasta trace da ceramica a figure rosse del V-IV secolo a. C. nella Harvard University, Arthur M. Sackler Museum, Robinson Collection 1959.219. Foto di Skanderbeg~commonswiki, pubblico dominio

Si diffuse soprattutto tra i principali esponenti dell’élite ateniese il desiderio di conformarsi ai canoni tradizionali della società trace, i cui era possibile aspirare ad uno stile di vita sublimato, pseudoeroico, evocando la dimensione epica dei Βασιλῆς descritti da Omero. Secondo Matthew A. Sears, Atene non fu più in grado di soddisfare le aspettative e le ambizioni della propria classe dirigente per un motivo legato alla struttura del suo stesso sistema sociale: l’ἔθος egualitario. Dunque tutti i cittadini di una πόλις democratica erano alla pari gli uni con gli altri, in senso politico e socio-culturale, per cui le pretese e le ostentazioni dell’aristocrazia erano represse e disapprovate.

Anche in ambito militare l’influenza trace ebbe delle pesanti e significative ripercussioni. Per alcuni valorosi greci che nutrivano ammirazione per i Traci, l’oplitismo soffocava le virtù belliche dei combattenti ispirati dall’eroismo atavico degli insigni predecessori. Molti Greci vedevano nei Traci il riflesso del proprio passato leggendario dominato, nelle rappresentazioni dei poeti epici, dalle figure di sovrani mitici e straordinari guerrieri. I tentativi degli Ateniesi di colonizzare l’universo trace furono principalmente dettati da esigenze di natura economica e territoriale, ma non si può trascurare il desiderio, in una visione anche un po’ romantica e romanzata, di voler ritrovare la propria identità smarrita.

La doppia erma di Erodoto e Tucidide. Foto dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli

Passando alle fonti, nonostante lo studio dell’argomento possa vantare un esteso repertorio di testimonianze, l’unico approccio resta atenocentrico poiché la Tracia non ha lasciato testimonianze scritte. Infatti, le principali fonti adoperate per la ricostruzione degli eventi storici esaminati, alle quali di seguito si fa riferimento, sono due autori greci: Erodoto e Tucidide. Dunque, è arduo discernere la percezione della Tracia che emerge dalle fonti letterarie da ciò che realmente fu questo territorio, ma non si può trascurare l’importanza di coloro che, da osservatori dirette delle vicende, narrarono gli episodi storici che si susseguirono.

In una dimensione dove l’identità etnica dei Greci è ormai saldamente radicata e l’immagine del barbaro tende ad essere enfatizzata attraverso ampollose rappresentazioni, Erodoto, discostandosi da questa visione, registra e documenta le caratteristiche peculiari della civiltà trace, mettendone in evidenza paure e aspirazioni, cultura e tradizione. Lo storico di Alicarnasso fornisce una descrizione dei Traci e delle vicende legate ad essi basata su un’impostazione etnografica, dalla quale trapela una saggia accettazione di un mondo differente dal proprio.

Nella descrizione erodotea i Traci rappresentano una categoria distinta di persone, i cui connotati non sono ascrivibili ad una popolazione straniera. Ci sono diversi fattori che hanno contribuito allo sviluppo di questa prospettiva in Erodoto. In primis la colonizzazione greca delle zone settentrionali del Mar Egeo; in secondo luogo la diffusione e il consolidamento dell’influenza ateniese sul suolo trace, che resero i legami tra autoctoni e colonizzatori sempre più stretti e frequenti; infine, non meno importante, l’assimilazione da parte della società greca di alcuni elementi mitologici appartenenti al πάνθεον trace. Basti pensare che Diomede, Orfeo e Dioniso hanno acclarate origini traci.

Erodoto, criticato aspramente da molti studiosi circa la veridicità dei suoi scritti, resta in ogni caso una delle fonti più attendibili per comprendere i legami esistenti tra Greci e Traci. Durante la permanenza dello storico ad Atene, è plausibile ma non del tutto certo che entrò in diretto contatto con alcuni soggetti traci che vivevano nella città. Sempre con scarsa sicurezza è possibile ipotizzare che si affidò a testimonianze ateniesi per quanto riguarda gli affari traci connessi con le zone del Chersoneso e del Mar Egeo.

Tra i suoi innumerevoli viaggi egli si sarebbe recato personalmente nelle zone dell’Ellesponto e dell’isola di Taso, dove gli scambi con i Greci e i Traci stanziati su quei territori gli avrebbero permesso di maturare una solida conoscenza del vasto e complesso mondo trace. Erodoto fornisce un’ampia e accurata descrizione della popolazione trace attraverso un excursus presente nelle prime pagine delle Storie. I Traci sono raffigurati come feroci e temibili combattenti, propensi alla guerra e alle angherie, organizzati in comunità dalla struttura arcaica. Le particolarità che lo storico seleziona e rappresenta sono per la maggior parte sconosciute ai Greci.

François Hartog, noto storico francese, prendendo in esame la descrizione erodotea sulla popolazione degli Sciti, affermò che lo storico di Alicarnasso si servì delle informazioni relative ai barbari per metterle in relazione con la cultura e la tradizione degli stessi Greci, con lo scopo di approfondire la natura dei rapporti tra culture differenti. Lo stesso modus operandi fu applicato per definire e delineare i primi contatti tra la cultura greca e i Traci. Il modello etnografico inaugurato da Erodoto ha ispirato, nel corso dei secoli, generazioni di storici che hanno proseguito le indagini sulla storia della Tracia.

A differenza di Erodoto, Tucidide propone un ritratto diverso dei popoli barbari, affermando che essi, in un passato non molto distante, erano impegnati con i Greci nelle medesime spedizioni navali. Talvolta questa collaborazione sfociava in veri e propri atti di pirateria e banditismo. Inoltre, lo storico osserva che gli antichi usi e costumi di alcuni Greci erano gli stessi dei popoli del suo tempo identificati come stranieri, e questo aspetto proverebbe l’esistenza di strette connessioni tra diverse culture apparentemente molto distanti.

La figura di Tucidide è strettamente legata alla Tracia, non solo in un’ottica letteraria, ma per la presenza di legami storici e biografici. Tucidide stesso fornisce alcune notizie interessanti riguardo il suo patronimico di origine trace: Oloro. Partendo da questo rarissimo nome è stato possibile ricostruire la genealogia del celebre storico ateniese, il quale era imparentato con la famiglia di Miliziade e di suo figlio Cimone.

L’indagine sull’identità di Tucidide passa anche per il nome della madre, Egesipile, lo stesso della moglie di Miliziade. Nell’ambito degli studi legati alla ricostruzione dell’immagine tucididea, la tradizione antica un’ulteriore conferma: la posizione della sua tomba collocata accanto a quella della famiglia di Cimone, proverebbe uno un legame diretto tra lo stesso politico e la celebre dinastia dei Filaidi.

Questa testimonianza giustificherebbe l’appalto delle miniere della zona della Tracia, antistante l’isola di Taso, per conto della città di Atene. Infatti, lo sfruttamento delle miniere d’oro del Pangeo permise al grande storico di conoscere alla perfezione le caratteristiche morfologiche del territorio, gli impianti urbanistici della città e il tipo di popolazione della maggior parte della località trace. Il nome del padre di Tucidide e lo sfruttamento delle miniere in Tracia sono confermati dallo stesso storico in alcuni passi della Guerra del Peloponneso (Thuc. IV, 104, 4 – IV, 105, 1).

Le ricchezze provenienti dalle attività minerarie gli permisero di ottenere potere e rispetto presso i principali esponenti dell’élite aristocratica. Basti pensare che Brasida, il generale spartano che nel 424 guidò la spedizione contro la colonia ateniese di Anfipoli, lo temeva per le sue grandi doti strategiche e militari e lo rispettava per l’immenso carisma politico. Infatti, la precisione e l’accuratezza del racconto tucidideo hanno indotto alcuni studiosi ad ipotizzare un contatto diretto tra Brasida e Tucidide, entrambi coinvolti nelle vicende che riguardarono Anfipoli:

Intanto Brasida, timoroso anche dell’aiuto della squadra navale proveniente da Taso, e informato che Tucidide possedeva il diritto di sfruttamento delle miniere d’oro in quei luoghi della Tracia e per questo fatto era tra i più influenti cittadini della terraferma, si affrettò per occupare la città prima di lui, se poteva. Voleva evitare che al suo arrivo la folla degli Anfipoliti, sperando che Tucidide li salvasse arruolando forze dalle isole e chiamando aiuti dalla Tracia, non fosse più a lui favorevole. (Thuc. IV, 105, 1)
Alla luce delle affermazioni precedentemente esposte, la narrazione di Tucidide sembra basarsi su una visione oggettiva degli eventi storici.

La tradizione letteraria non rappresenta l’unico canale praticabile per esaminare lo sconfinato repertorio di fonti. Non vanno trascurate le preziose testimonianze offerte dalla ricerca archeologica ed epigrafica. In molti casi le iscrizioni, come quella di Pistiro, rappresentano le sole e uniche tracce alle quali affidarsi quando le prove letterarie non sono presenti.

Anfipoli colonizzazione Tracia
Fortificazioni e ponte ad Anfipoli. Foto di Marsyas, CC BY-SA 3.0

Dove la storiografia tace, la ricerca archeologica ed epigrafica apre uno spiraglio di preziose notizie attraverso cui è possibile colmare le voragini lacunose della tradizione scritta. Il caleidoscopico scenario della futura area di Anfipoli si arricchisce di ulteriori elementi. In questo contesto si inserisce la scoperta di un’antica iscrizione rinvenuta nel tratto settentrionale delle mura di Anfipoli, che ha permesso di chiarire alcuni punti oscuri della mobilità greca in Tracia (IG II (2) 8397).

Si tratta della dedica di un monumento offerto dai Tasi a Tokes, eroe caduto in battaglia. Dunque, questa importante testimonianza storica attesta, in primo luogo, che i Tasi operarono attivamente nelle zone dell’Egeo settentrionale e sul continente trace; inoltre, il giovane a cui fu dedicata l’iscrizione ebbe chiaramente un nome di origini traci e ciò indicherebbe una commistione tra elementi greci e traci sullo stesso territorio.

Un’altra celebre testimonianza è rappresentata dalla celebre iscrizione di Pistiro, stazione commerciale tasia situata sul corso dell’Ebro, che rivela i tratti di una comunità commerciale di origini eterogenee, basata sulla convivenza e la cooperazione tra Greci e Traci. L’antico emporio di Pistiro fu fondato intorno alla metà del V secolo sul territorio che attualmente corrisponde alla città bulgara di Vetren, nei pressi della catena montuosa dei Rodopi e della valle Maritsa. Questa zona, abitata da alcune tribù traci, attirò gli interessi dei Greci per i ricchi giacimenti di metalli preziosi e le importanti vie di comunicazione.

Nonostante gli ambiziosi - forse velleitari - progetti coloniali dei Greci, in particolar modo degli ateniesi, il territorio di Anfipoli non fu mai del tutto sottomesso. Il caso appunto singolare di questa città mette in luce un aspetto nuovo della mobilità greca, non più basata su cruente occupazioni militari e stragi efferate, secondo la prassi coloniale, ma su forme sinecistiche di convivenza e collaborazione tra due diverse culture.

 

Bibliografia
David Asheri, Herodotus on Thracian Society and History, in Hérodote et les peuples non grecs: neuf exposés suivis de discussions, W. Burkert, G. Nenci and O. Reverdin (eds.), Ginevra 1990, 132-133.
François Hartog, Lo specchio di Erodoto, Milano 1992.
Luciano Canfora, Tucidide: la menzogna, la colpa, l’esilio, Bari 2016.
Matthew A. Sears, Athens, Thrace, and the shaping of Athenian Leadership, Cambridge 2013.


Iloti obblighi legami Sparta ilotismo

Legami e obblighi di dipendenza degli iloti

Con questo e con il prossimo articolo andremo ad approfondire le condizioni in cui versavano gli iloti all’interno della comunità Spartana: in questa occasione ci occuperemo di legami e obblighi di dipendenza. Va premesso che gli iloti si inserivano in un sistema economico che si basava maggiormente su un’economia fondiaria e grazie all’espansione territoriale avvenuta in età arcaica gli Spartiati possedevano una grande quantità di terra coltivabile; infatti, già nell’antichità gli altri Greci, secondo Platone, consideravano gli Spartani come dei grandi proprietari terrieri (Alcibiade primo, 122d).

Risulta difficoltoso però ricostruire la struttura del sistema fondiario a causa della presenza di alcune contraddizioni di testimonianze antiche. Una delle teorie moderne più accolte, basata su alcune testimonianze di Plutarco (Vita di Licurgo 8; 16,1; Vita di Agide 5,2) evidenziava che tale sistema si basava sulla divisione in parti uguali dei lotti di terreno, che prendevano il nome di κλήροι, al termine delle guerre di conquista. Le fonti antiche però erano a conoscenza di una disparità di ricchezza nella società spartana tra Spartani ricchi e poveri poiché la distribuzione della terra non avveniva in maniera eguale. Dunque, non sempre il passaggio del lotto poteva avvenire, come di norma, tra padre e figlio. Infatti, all’inizio del IV secolo l’introduzione di una legge specifica promulgata dall’eforo Epitadeo, la rhetra (Vita di Agide 5,3-5), rese possibile la trasmissione del proprio lotto tramite lascito testamentario o come dono, mettendo fine all’uguaglianza dei lotti coltivabili.

Nell'area intorno a Sparta oggi. Foto di Semipaw, CC BY 3.0

Per quanto riguarda i legami di dipendenza che legavano gli iloti alla terra, lo storico francese Yvon Garlan1 fornisce informazioni dettagliate a riguardo affermando che gli iloti erano distribuiti in famiglie su lotti (κλήροι) assegnati agli Spartiati o Uguali, cittadini di pieno diritto il cui numero diminuì col passare dei secoli da una decina di migliaia a qualche centinaio. Il primo obbligo che avevano era quello di versare al “padrone”, detentore del lotto che lavoravano, una parte del raccolto designata generalmente col termine ἀποφορά: la metà, secondo il poeta Tirteo, vissuto al tempo della seconda guerra messenica; secondo Plutarco invece avrebbero versato una quantità fissa di cereali e “frutta e verdura in proporzione” (Licurgo, VIII, 7), in altri termini un affitto calcolato in base al numero degli spartiati e non degli iloti e al di là del quale non si poteva andare, pena la maledizione.

In ogni caso gli iloti erano autorizzati a trattenere per sé quanto rimaneva del raccolto riuscendo anche in alcuni casi a mettere insieme una certa fortuna personale, sicuramente trasmissibile per via ereditaria, mentre gli Uguali ricevevano in tal modo il “necessario” che permetteva loro di mantenere la famiglia e di dedicarsi completamente alla guerra e alla politica. Ma gli iloti avevano anche altri obblighi: questi, per conto del padrone, si dedicavano ad attività artigianali e commerciali soddisfacendo in questo modo anche gli interessi dello stato.

Talvolta essi lavoravano anche come operai nelle officine e nei cantieri pubblici, come guardie o come servi nell’ esercito e forse anche negli “uffici” dei magistrati. Se erano in grado di assolvere tali obblighi riuscivano a liberarsi dal vincolo che li legava alla terra. Alla luce di tali considerazioni è lecito chiedersi se gli iloti fossero proprietà degli assegnatari dei lotti di cui prima abbiamo fatto menzione o proprietà collettiva della comunità spartana. Numerosi testi affermano l’esistenza di un legame personale fra il padrone e gli iloti. Secondo Pausania si trattava invece di schiavi della comunità:

Sul mare c’era la piccola città di Elo, di cui Omero fece menzione nel catalogo dei Lacedemoni: […] Edificò questa città Elios, il più giovane dei figli di Perseo, e i Dori con assedio la ridussero in loro potere. Questi furono i primi servi del comune dei Lacedemoni, e furono i primi a chiamarsi Iloti siccome lo erano. Quegli schiavi poi che possedettero i Dori, come i Messeni, furono anche essi detti Iloti, siccome tutta la nazione ebbe il nome di Elleni da quella già detta Ellade della Tessaglia. (Periegesi della Grecia, III, 20, 6).

Strabone invece, attraverso una visione più moderata, afferma che essi venivano considerati schiavi pubblici (Geografia, VIII, 5, 4). Effettivamente gli spartiati, essendo ai vertici della società, avevano sia accesso al lotto di terra al quale erano legati gli iloti sia la responsabilità della comunità subalterna a cui questi appartenevano.

In questo contesto va precisato che soltanto la polis aveva l’autorità di modificare le condizioni dell’ilota concedendo in alcuni casi l’affrancamento, di solito come premio per servigi resi alla comunità, oppure permettendo l’accesso a una delle numerose categorie intermedie con il riconoscimento dei rispettivi privilegi e obblighi. Questi si dividevano in ἄφετοι (quelli sciolti dal vincolo di proprietà), gli ἀδέσποτοι (i senza padrone), gli ἐρυκτῆρες (una sorta di guardie), i δεσποιοναῦται (iloti liberati a patto di servire come marinai) e comprendevano soprattutto i νεοδαμῶδεις (di stanza ai confini del territorio e costretti a servire in qualità di opliti al fianco degli spartiati, senza per questo avere accesso ai diritti politici). Fra i μόθακες o μόθωνες (nati da uno spartiata e da una ilota), sicuramente accanto ai figli degli ὐπομείωνες (uomini liberi senza diritti civili), sembra che potessero essere ammessi anche i figli degli iloti. Questi giovani venivano educati insieme ai giovani Spartiati e così, quando con l’età adulta entravano nella categoria degli ὐπομείωνες, potevano accedere ad alcune funzioni politiche e militari.

Per converso, gli iloti si definivano tali in quanto legati ad un κλῆρος e appartenenti alle comunità autoctone sottomesse agli spartiati, di modo che non potevano né essere oggetto di transazione tra i padroni, né essere venduti all’ estero, dove veniva loro immediatamente riconosciuta la libertà. Queste categorie citate avevano una funzione ben precisa poiché riducevano la forte pressione demografica generata dall’elevato numero di schiavi. Gli Spartani, attraverso la promessa dell’affrancamento riuscivano a manipolare a proprio piacimento l’enorme massa di iloti. Le fonti antiche infatti giudicano la servitù di tipo ilotico di difficile “gestione” per gli Spartiati, data la frequenza delle rivolte servili a Sparta.

Pensatori come Aristotele e Platone, in seguito alla perdita della Messenia da parte di Sparta, vedevano l’ilotismo come il punto debole del sistema spartano. Essi analizzavano il problema non attraverso una prospettiva polemica bensì in chiave comparativa e descrittiva, facendo riferimento ad altri centri come Atene al tempo di Solone. Tale approccio è stato utilizzato anche da uno storico come Erodoto che, con un’impostazione “etnografica” si occupava degli usi e costumi spartani in relazione alla presenza schiavile.

Dal sito archeologico di Sparta. Foto di StanTravels, CC BY-SA 4.0

Dunque, l’ilotismo assume un’importanza fondamentale per comprendere al meglio le fondamenta su cui si reggeva il complesso sistema sociale spartano. Attraverso una meticolosa analisi storiografica è stato possibile ricostruire le condizioni degli schiavi iloti. Indagando sulla natura delle origini dell’ilotismo, nel corso degli anni sono state proposte numerose ed interessanti teorie.

La teoria di sottomissione collettiva che di recente è stata proposta dal docente di storia antica Hans van Wees, inizialmente accreditata da molti studiosi, è stata criticata dall’idea dello storico Walter Scheidel basata sull’asservimento e sulla conquista territoriale. Dunque l’asservimento rappresenta il risultato definitivo di un processo che vede la guerra e l’espansionismo, nel caso di Sparta in Messenia, come le principali cause del fenomeno della schiavitù ilotica.

Raffaello Sanzio, La Scuola di Atene, particolare con Platone e Aristotele. Affresco (1509-1511 circa), Musei Vaticani (fonte: Web Gallery of Art), Pubblico dominio

Come già affermato in precedenza, Aristotele e Platone rappresentano le principali fonti per quanto riguarda il comportamento rivoltoso degli Iloti. Platone per primo accenna alle frequenti e consuete rivolte dei Messeni, aspetto che, associato alle numerose problematiche che comporta il possesso degli schiavi che parlano la stessa lingua, dimostra quanto sia di difficile gestione la servitù ilotica.

Aristotele invece afferma che gli iloti si sono ribellati spesso, poiché tutti i popoli limitrofi alla città di Sparta erano ostili nei confronti di questi ultimi. Sempre facendo menzione ad Aristotele il quale afferma che, gli iloti si ribellano frequentemente (Politica 1272 b 19), si evince che il trattamento degli iloti richiedeva attenzione e impegno perché essi, se venivano lasciati liberi, rappresentavano una seria minaccia per l’intera comunità. Nel 424 a.C. infatti, mentre imperversava la guerra del Peloponneso, gli Spartani furono costretti a chiedere la collaborazione degli iloti in cambio della concessione della libertà. Nello stesso anno gli Ateniesi tentavano di organizzare l’invasione della Laconia, regione sudorientale del Peloponneso.

Dopo la conquista ateniese di Pilo, secondo il racconto di Tucidide, aleggiavano tra gli Spartani paura e sospetto, paventando che gli Iloti avrebbero potuto approfittare della tragica circostanza per innescare una rivolta. Gli spartani presero dei provvedimenti allontanando gli schiavi a combattere con Brasida in Calcidica. Settecento di essi furono armati come opliti e inviati al seguito del generale spartano. In omaggio al loro comandante, erano stati chiamati Βρασίδειοι. Dunque per chiarire l’allontanamento dei Βρασίδειοι da Sparta, Tucidide propone un breve excursus:

Anche preoccupati dalla furia irriflessiva degli Iloti e dalla loro potenza numerica (per lo più la politica spartana nei confronti di costoro era sempre stata una vicenda di misure preventive e repressive) escogitarono questo espediente: fecero pubblicamente dire che chiunque tra gli Iloti riteneva di aver acquistato, nelle passate guerre, i più alti meriti per la grandezza di Sparta presentasse i suoi titoli, che ad un esame eventualmente positivo potevano anche fruttargli la libertà. Era una prova, invece, per saggiarne gli intenti, e si aspettavano che sarebbe stato l’orgoglio a operare la scelta additando in coloro che via via eccitava a spingersi avanti con la pretesa d’esser uomini liberi, proprio i più risoluti a sfidare, quando s’offrisse il tempo propizio, la compagine dello stato. I prescelti furono circa duemila che incoronati fecero una visita a tutti i santuari della città, lieti d’avere acquistato la libertà. Non passò molto che gli Spartani, ne cancellarono le tracce con diligenza così meticolosa che nessuno poté più indicare in quale ciascuno fu eliminato. (Tucidide, Storie, 4. 80. 3-4)

Nell’episodio precedentemente citato, gli iloti, al loro ritorno in patria, ottennero la libertà ma non i pieni diritti di cittadinanza. La loro condizione rispecchiava quella dei νεωδαμώδεις, che lo stesso Tucidide cita (5. 34. 1. – 5. 67. 1.). Questi compaiono improvvisamente nel passo tucidideo e per questo motivo alcuni studiosi hanno pensato che rappresentassero una categoria di fondamentale importanza. Tecnicamente, si tratta di un gruppo di schiavi affrancati, ben distinti dagli iloti. Sempre da Tucidide si evince che Βρασίδειοι e νεωδαμώδεις condivisero lo stesso destino nella guarnigione del Lepreo, poiché essi sono semplici schiavi e non cittadini effettivi.

C’è da dire però che da quello stesso insediamento al Lepreo sia Βρασίδειοι che νεωδαμώδεις ricavarono dalla terra fondamentali mezzi per la loro sopravvivenza. Ecco perché la loro condizione ricorda le popolazioni soggette ad un contratto di servitù. Dunque, alla luce delle precedenti notizie, l’affrancamento rappresenta la soluzione alternativa al massacro per la gestione del problema degli Iloti, favorendo così l’armonia della comunità. Infatti a Sparta esistevano due forme di affrancamento, una militare e l’altra civile.

Le due categorie di Βρασίδειοι e νεωδαμώδεις sono l’esempio più eclatante della prova militare che evidenzia le caratteristiche del primo tipo di affrancamento; il caso dei μόθακες, invece, racchiude i tratti distintivi del modello alternativo di affrancamento basato sulla concessione dell’ἀγωγή. Per questo motivo infatti un ilota può essere libero pur non avendo pieno riconoscimento dei diritti. Ancora una volta è decisivo l’esempio dei Βρασίδειοι che, prestando servizio militare affianco agli opliti spartani, ottennero l’affrancamento. Ma questo riconoscimento non gli consentì di ottenere l’ambito diritto di cittadinanza.

All’interno del sistema sociale spartano gli iloti occupano una posizione a metà strada tra schiavi e liberi, inseguendo i requisiti che avrebbero potuto permettere l’affrancamento. Tali requisiti oltre all’ἀγωγή e al servizio militare comprendevano il possesso di un κλήρος e il matrimonio. Soltanto l’acquisizione di tutti e quattro i requisiti permetteva il riconoscimento del diritto di cittadinanza. Si spiega così perché i μόθακες pur godendo dell’ἀγωγή fossero liberi ma non spartiati.

Nell’articolo della prossima settimana, il penultimo della sezione di questo ciclo dedicata agli iloti, concluderemo il discorso iniziato oggi inerente alle condizioni in cui versavano gli Iloti nella società spartana, approfondendo le modalità di sollevazione e rivolta, che oggi abbiamo solo menzionato, e il trattamento riservato a questi ultimi.

 

1 Yvon Garlan, Gli schiavi nella Grecia antica dal mondo miceneo all’ ellenismo, Milano, 1984.


L’Acropoli di Atene e il restauro dell’immagine di una città

Foto della città di Atene dalla collina del Licabetto. ©Sveva Ventre

Nata sotto la protezione della dea da cui prende il nome, la città di Atene appare oggi come una metropoli estesa ed estremamente densificata a livello abitativo. Essa costituisce, considerando l’area urbana della Grande Atene, la settima conurbazione più grande dell'Unione Europea e la quinta capitale più popolosa dell'Unione. All’interno di questo paesaggio urbano biancastro, mitigato qui e lì da un’area verde, spicca la collina rocciosa dell’Acropoli, la quale occupa da sempre una posizione centrale all’interno della pianura sulla quale si estende la città. Per comprensibili ragioni di natura difensiva, strategica e simbolica, l’Acropoli è stata il primo bacino d’occupazione antropica di Atene.

August Wilhelm Julius Ahlborn, Blick in Griechenlands Blüte, olio su tela (1836), Alte Nationalgalerie, Berlino. Foto HAESsJ_MthhX5g at Google Cultural Institute, pubblico dominio

Fin dall’età preistorica, e in maniera ancor più consistente in età protostorica, l’Acropoli fu il cuore della localizzazione del potere territoriale. Dopo una prima configurazione come centro urbano in età micenea, essa conobbe prima in età arcaica e poi in età classica il massimo del suo splendore, diventando uno dei maggiori complessi monumentali e religiosi dell’Antica Grecia. Inserita nel tessuto di una città in continua crescita e metamorfosi, nei secoli successivi all’età classica, questo luogo non è mai rimasto lo stesso, attraversando l’età ellenistica, romana, bizantina, medievale e moderna fino ad arrivare a quella contemporanea, adattando la propria architettura di volta in volta alle necessità funzionali delle varie epoche che si sono succedute. Questo lungo processo ha comportato sovrapposizioni, trasformazioni, riusi e obliterazioni, e ha fatto sì che nell’approccio contemporaneo ai monumenti dell’Acropoli non si possa non tenere in conto, con una visione adeguatamente ampia, di tutti questi segni.

Acropoli di Atene restauro
Foto dell’Acropoli di Atene dal Museo dell’Acropoli. ©Sveva Ventre

Analizzando i monumenti dell’Acropoli di oggi, riportati all’età di Pericle e di Fidia, possiamo leggere su di essi la storia degli interventi di restauro archeologico e architettonico come un esempio paradigmatico della concezione dell’utilizzo, della tutela, della gestione e della fruizione del patrimonio culturale, di un esempio dell’architettura e della storia classica che ci è indispensabile conoscere. Possiamo leggere su quegli stessi resti, ancora, un tempo che l’etnologo Marc Augé definisce come “puro, non databile”, quel tempo che tramite il restauro di questi simboli la Grecia sta tentando di congelare.

Acropoli di Atene restauro
Karl Friedrich Schinkel, disegno per il Palazzo Reale sull’Acropoli di Atene (1834). Das neue Hellas, München 1999, p. 537 via ArteMIS, Ludwig-Maximilians-Universität München, Kunsthistorisches Institut, Ludwig-Maximilians-Universität München via, Prometheus. Immagine in pubblico dominio

Con la nascita dello stato neoellenico nel 1830, infatti, il riferimento alla Grecia Antica diventò uno degli elementi fondamentali per la formazione dell’identità nazionale del giovane Paese. In un contesto del genere, il restauro e la valorizzazione dei monumenti dell’Acropoli di Atene, che avevano già destato precedentemente all’unità nazionale l’attenzione del re di Grecia Ottone I Wittelsbach con il celebre progetto di Karl Friedrich Schinkel per la costruzione di un palazzo reale sull’Acropoli, acquistarono massima importanza.

Foto del Tempietto di Atena Nike sull’Acropoli di Atene. ©Sveva Ventre

I primi interventi effettuati furono la liberazione delle superfetazioni medievali sui Propilei, accesso principale all’area monumentale, e la ricomposizione del vicino tempietto di Atena Nike, smembrato in epoca medievale proprio per costruire le fortificazioni della cittadella che prese il posto dell’area sacra. Tuttavia, gli interventi che consolidarono nell’immaginario collettivo quello che tutt’ora è uno dei siti archeologici più visitati al mondo furono quelli eseguiti dall’ingegnere Nicolaos Balanos negli anni '20 del ventesimo secolo. Lo sviluppo ingegneristico di quegli anni portò alla convinzione che l’utilizzo dei nuovi materiali, quali il ferro e il calcestruzzo armato, potesse favorire la stabilità strutturale negli interventi di restauro, sostituendo l’utilizzo dei materiali tradizionali. Questa convinzione ha comportato in seguito la necessità, nel caso dell’Eretteo così come per il monumento più importante dell’Acropoli di Atene, il Tempio dedicato alla dea Atena Parthénos (Παρθένος), meglio noto come Partenone, di un de-restauro degli interventi del Balanos. Il diffuso impiego di grappe in ferro e di architravi in cemento armato in manufatti esposti alle intemperie aveva infatti generato una forte ossidazione delle parti metalliche, causando in seguito un aumento di volume e la caduta dei copriferri, nonché il danneggiamento dei marmi antichi adiacenti.

Acropoli di Atene restauro
Foto dell’Eretteo sull’Acropoli di Atene. ©Sveva Ventre

Negli ultimi quarant’anni, ci spiega accompagnandoci nel cantiere del Partenone l’architetto Konstantinos Karanassos (specialista in restauro dei monumenti e recupero urbano, un tempo studente dei poli universitari più importanti di Roma e oggi funzionario dell’Acropolis Restoration Service di Atene), sono stati necessari degli interventi per ovviare ai danni causati dal precedente restauro e per integrare il vecchio restauro con i nuovi principi di reversibilità e riconoscibilità degli interventi, riportati nella Carta di Venezia per il restauro e la conservazione di monumenti e siti del 1964. Grazie ad un’analisi più propriamente filologica, è stato possibile effettuare l’anastilosi, ovvero la ricomposizione, di grandi parti dei monumenti secondo la loro immagine periclea, grazie all’integrazione di parti in marmo pentelico di nuova creazione e a innesti strutturali in titanio.

Tutti i giorni da ormai molti anni, e probabilmente per molto tempo ancora, prosegue il lavoro di numerosi tra i migliori scalpellini della Grecia, che instancabilmente procedono, alla maniera antica, nel tramutare il marmo grezzo, preso dalle stesse cave del Monte Penteli (da cui il nome marmo pentelico), in nuovi elementi architettonici, con l’obiettivo che questo luogo torni a rappresentare, quando il colore del marmo si sarà col tempo avvicinato a quello dei resti antichi, il canone classico che ha influenzato l’arte e l’architettura di tutti i tempi.

Acropoli di Atene restauro
Foto del Prospetto Est del Partenone sull’Acropoli di Atene in questo periodo di attività di restauro. ©Sveva Ventre

La costituzione degli spartani di Senofonte: un modello infallibile

«Non un idillio fu Sparta, ma un pezzo di verace e tangibile storia del popolo greco». Da questa affermazione, cavata dallo Sparta di Helmut Berve, storico antichista di origine polacca, si può partire per analizzare quel modello spartano ai più riconosciuto come l’esempio più riuscito di costituzione egalitaria.

Quel ‘modello spartano’ è a noi noto soprattutto attraverso gli scritti tramandatici dall’antichità e dai diversi contributi che la ricerca ha messo a disposizione nel tempo. Degna di menzione, a tal proposito, è la Costituzione degli spartani di Senofonte, storico greco, vissuto tra il V e il IV secolo a.C. Lo storico, sebbene originario di Atene, non ha mai negato la sua fervente propensione per il modello politico spartano a discapito di quello ateniese che risultava essere parecchio fragile.

Senofonte
Busto di Senofonte in marmo bianco, dalla Bibliotheca Alexandrina. Foto dalla Bibliothek des allgemeinen und praktischen Wissens. Bd. 5 (1905), Abriß der Weltliteratur, Seite 46. Pubblico dominio

Le notizie biografiche su Senofonte – e anche alcune opere dello storico - ci trasmettono una serie di informazioni che giustificano, per l’appunto, la simpatia senofontea per Sparta. Lo storico non soltanto fu il ‘protetto’ di Agesilao, re a Sparta dal 400 al 360 a.C., ma combatté, a fianco degli spartani, sia contro i persiani (fondamentale, a tal proposito, l’Anabasi) sia contro la sua madrepatria, Atene.

L’esperienza maturata a fianco degli spartani e l’amicizia con il re Agesilao hanno permesso a Senofonte di dedicare a Sparta un opuscolo, la Costituzione degli spartani per l’appunto.  L’operetta senofontea è suddivisa in quindici brevi capitoli nei quali è tracciata la storia della costituzione spartana partendo dalla figura di Licurgo, leggendario legislatore spartano, erede degli Eraclidi e ispiratore di quel modello oligarchico che ha reso Sparta una delle realtà politiche più importanti della storia greca d’epoca classica.

L’esperienza diretta di Senofonte è confermata dal primissimo capitolo: «Eppure mi venne una volta il pensiero che Sparta, pur essendo una delle città meno popolose, si era dimostrata estremamente potente e rinomata in Grecia, e mi chiesi meravigliato come potesse essere avvenuta una cosa del genere; smisi però di meravigliarmene dal momento in cui mi resi conto del modo di vivere degli spartiati».

Nella lettura dell’opuscolo senofonteo è ravvisabile una caratteristica che ritorna più volte nel corso dei diversi capitoli: la messa a confronto tra la costituzione spartana e quella relativa alle altre poleis greche. È fondamentale, a questo punto, porsi un quesito: in cosa Sparta differiva dalle altre città-stato greche? Innanzitutto per la tipologia di ordinamento politico; Sparta era un’oligarchia e, in quanto tale, prevedeva un ristretto numero di governanti messi a capo di una polis ben circoscritta. Senofonte non manca di descrivere le diverse classi operanti nella città-stato Peloponnesiaca: dagli spartiati, cittadini liberi con pieni diritti politici agli iloti, schiavi alla mercé dei potenti, passando per i perieci, cittadini liberi privi di alcuni diritti. Ma queste tre diverse classi non costituivano l’intera ossatura della gerarchia spartana, ad essi si aggiungeva l’eforato, il più alto grado raggiungibile a Sparta e il basileus (re) che guidava, con autorevolezza, le diverse spedizioni militari cui Sparta prendeva parte.

Senofonte focalizza, altresì, l’attenzione sulla legislazione vigente a Sparta e sul modus vivendi tipico degli spartani. Un caratteristica fondamentale per un lacedemone era l’educazione così come l’aveva istituita Licurgo. Differentemente da Atene, dove i bambini erano affidati ad un pedagogo, nella maggior parte dei casi uno schiavo, a Sparta, al contrario, si era soliti affidare i bambini ad un paidonòmos, un uomo scelto tra i migliori cittadini di condizione libera. Un elemento che mira a sottolineare la singolarità di Sparta nel panorama delle poleis greche era caratterizzato dall’educazione impartita alle donne. Quest’ultime, parimenti agli uomini, erano solite svolgere attività ginniche e partecipare a gare d’atletica nella convinzione, tutta spartana, che una donna ben addestrata fosse più propensa a generare dei validi guerrieri (icastica è la presentazione della ginnica Lampitò nella Lisistrata di Aristofane). L’educazione spartana non si limitava soltanto all’insegnamento della lettura e scrittura, ma prevedeva, anche, delle vere e proprie prove fisiche cui i ragazzi dovevano sottoporsi. Senofonte racconta che Licurgo, al fine di spronare i figli degli spartiati a ‘dare il meglio’, istituì delle gare nelle quali i fanciulli si sfidavano in una sana e proficua competizione.

Statua di Licurgo del diciannovesimo secolo, dal Palais de Justice di Bruxelles. Foto di Matt Popovich, CC BY 4.0

Le leggi licurghee erano rispettate con devozione a Sparta. Oggi il termine ‘spartano’ indica non soltanto la frugalità dei costumi, ma anche l’austerità. Uno spartano conduceva uno stile di vita votato al rispetto della legislazione che, stando al racconto di Senofonte, fu varata da Licurgo e confermata dall’oracolo di Delfi: «Licurgo ha escogitato molti altri efficaci espedienti affinché i cittadini fossero disposti ad obbedire alle leggi; fra quelli meglio riusciti credo ci sia il non aver dato al popolo la legislazione prima di essersi recato a Delfi con le persone più importanti della città, per chiedere al dio se per Sparta fosse la cosa migliore obbedire alle leggi da lui istituite. E una volta che il dio gli ebbe risposto con un oracolo che in tutto e per tutto questa era la cosa migliore, ebbene, solo allora diede loro la legislazione, facendo sì che disobbedire a leggi confermate dall’oracolo delfico fosse non solo illegale, ma empio».

L’austerità spartana è sottolineata, ancora, dall’uso moderato del denaro. Lo storico ateniese afferma che, mentre nelle altre poleis gli uomini sono soliti ‘gareggiare’ basandosi sugli averi, a Sparta Licurgo impose che, per il bene della comunità, ci si dedicasse soltanto a ciò che avrebbe reso maggiore vantaggio alla polis: «[…] Licurgo ha proibito a tutte le persone libere di occuparsi di un’attività volta all’accumulazione di denaro, e ha proibito che essi considerino attività a sé confacente esclusivamente quelle azioni che danno a una città la libertà». Sulla base di questa affermazione ben si comprende come Sparta rappresentasse, agli occhi di Senofonte (e non solo), il modello di città-stato perfetta, scevra da qualsiasi tipologia di ambizione e fortemente ancorata ai saldi princìpi licurghei; tutto ciò concorreva a rendere ben salde le fondamenta dell’ordinamento spartano a discapito di quelle poleis dove la brama di denaro minava fortemente il bene della comunità.

Licurgo si propose, altresì, di dettare delle regole sull’organizzazione dell’esercito durante le spedizioni militari. L’accesso al servizio militare era a discapito degli efori che ne determinavano le fasce d’età idonee. L’esercito spartano era organizzato con regole ben precise; Senofonte racconta che Licurgo: «[…] operò una suddivisione in sei morai di cavalieri e sei di opliti. Ciascuna di quelle degli opliti ha un polemarco, quattro locaghi, cinque pentekontères e sedici enomotàrcahai». Questa organizzazione militare era adatta a difendere, durante gli attacchi avversari, il re che, come suddetto, partecipava alla spedizione e dettava i tempi per gli spostamenti degli opliti. Anche le regole sull’accampamento furono istituite da Licurgo ed erano a discrezione del basileus che ne definiva la posizione; gli accampamenti, spesse volte, erano itineranti. Tutto ciò concorreva a rendere gli spartani ben compatti tanto che lo stesso storico afferma: «[…] gli Spartani sono infatti gli ultimi degli uomini che si potrebbe sorprendere a trascurare, fra ciò che attiene alla guerra, quanto necessita attenzione».

Leggendo la Costituzione senofontea si evince, però, che c’è qualcosa che stride con la restante argomentazione. Senofonte, come si è visto, spende parole d’elogio nei confronti dell’ordinamento politico spartano e della relativa legislazione, ma un capitolo, il quattordicesimo per la precisione, presenta un Senofonte fortemente critico nei confronti di Sparta e meno lusinghiero. Infatti nel capitolo in questione si legge una denuncia forte da parte dello storico nei confronti degli spartani ormai dediti alla brama di potere e di denaro e fortemente lanciati ad una politica espansionistica attraverso l’armostato (un presidio spartano in terra straniera). A questo punto è lecito chiedersi: come mai questo cambio di rotta? Con molta probabilità Senofonte critica l’atteggiamento maturato dagli spartani durante la loro egemonia sulla Grecia; l’aver conosciuto le insidie del potere può aver generato atteggiamenti non legittimati dalle rigide leggi istituite da Licurgo. Sparta, insomma, si allinea con le altre poleis greche.

È lecito, ancora, chiedersi: fu veramente Sparta una polis foriera di uguaglianza? La risposta può essere sottoposta a diverse interpretazioni, quella più verosimile definisce Sparta non del tutto egalitaria dal momento che, parimenti alle altre poleis greche, nella città-stato Peloponnesiaca sussistevano diverse classi sociali caratterizzate da uno status ben definito, per fare un esempio: i perieci non erano simili agli spartiati. L’egalitarismo spartano si consumava solamente tra gli spartiati. Questo assunto dimostra che Sparta, similmente ad Atene (e così via), faceva parte di quelle società tipicamente antiche nelle quali il concetto di egalitarismo sociale non si era ancora formato del tutto.

Senofonte Costituzione Spartani
Copertina del volume Senofonte. La costituzione degli spartani. Agesilao, a cura di Guido D’Alessandro, Oscar Mondadori

(Le traduzioni dei passi succitati sono cavate da: Senofonte. La costituzione degli spartani. Agesilao, a cura di Guido D’Alessandro, Milano 2009)


Categorie di schiavitù: fra servitù comunitaria (ilotica) e schiavitù-merce

Lo storico francese Garlan ha individuato all’interno del mondo greco diverse categorie di schiavitù. Il principale parametro utilizzato per questa distinzione interna all’ambito della schiavitù si basa sull’analisi delle condizioni formali degli schiavi. La prima categoria è rappresentata dallo schiavo-merce che può essere liberamente venduto diventando un vero e proprio oggetto di trattativa tra padrone e compratore; la seconda, invece, è rappresentata dalla servitù comunitaria che gode di uno status differente, potremmo dire più elevato, poiché non può rientrare, se non limitatamente, in transazioni di natura commerciale.

La servitù ilotica, che è la forma più di nota di servitù comunitaria, è parsa già agli autori antichi collocarsi a metà strada tra libertà e schiavitù. Questa è una delle teorie più accreditate, elaborata dallo storico Moses Finley e successivamente sviluppata da altri studiosi. Ulteriori studi hanno analizzato il fenomeno della non-libertà in relazione al concetto di δουλεία, rilevando differenti condizioni degli stessi schiavi.

Chio categorie schiavitù
Chio e isole vicine. Foto NASA - Immagine satellitare presa col NASA World Wind software, modificata da AlekH. Pubblico dominio

Una delle principali fonti antiche, ovvero Teopompo, affermava che a Chio per la prima volta fu introdotta la compravendita di esseri umani:

Per quel che ne so, i Chii furono i primi greci a servirsi di schiavi acquistati, come racconta Teopompo nel XVII libro delle Storie: << dopo i Tessali e gli Spartani, i Chii furono i primi Greci a servirsi di schiavi ma se li procurarono in modo differente da quelli. Gli Spartani e i Tessali pare che si siano procurati gli schiavi assoggettando i Greci che abitavano in precedenza la terra nella quale essi sono ora insediati, gli uni, cioè gli Spartani, asservendo gli Achei, gli altri, i Tessali, assoggettando i Perrebi ed i Magneti. Gli Spartani chiamarono la popolazione asservita “Iloti”, i Tessali “Penesti”. I Chii, invece, possiedono schiavi barbari acquistati>> (Ateneo, VI, 88).

Tetradramma da Chio, 380-350 a. C. Foto Classical Numismatic Group, Inc. http://www.cngcoins.com, CC BY-SA 2.5

Lo schiavo-merce è divenuto tale a causa di una guerra che lo ha reso prigioniero; la guerra dunque, si configura come la principale causa di questo tipo di schiavitù. La servitù ilotica nasce nel momento in cui uno stato conquistatore si sovrappone ad uno stato preesistente, inferiore per caratteristiche politiche e militari. I due modelli sono evidentemente in contrasto grazie anche all’osservazione di due città in particolare che hanno visto l’evoluzione di strutture schiavistiche differenti: Atene e Sparta. La schiavitù ad Atene era ampiamente praticata e svolgeva un ruolo fondamentale nella vita quotidiana. La Polis infatti aveva la necessità di possedere schiavi per dare la possibilità ai cittadini di partecipare alla vita politica. Gli schiavi dovevano svolgere tutti quei lavori e quei servizi di cui i cittadini non si occupavano; come ad esempio i lavori domestici e nelle botteghe degli artigiani, vari incarichi legati al commercio, soprattutto nei porti e infine i lavori nei campi e nelle miniere.

La differenza tra il modello lacedemone e quello ateniese va ricercata non tanto nelle fondamenta politiche o istituzionali ma nella stessa natura degli schiavi. Si spiega in questo modo la condizione degli iloti spartani e il difficile rapporto tra questi ultimi e gli Spartiati. Come osserveremo anche successivamente, il problema degli iloti dipende dalla carenza demografica degli Spartiati a Sparta la quale rappresenta un centro circondato da individui rivoltosi e agitati, problema che sfocerà poi nella cosiddetta terza guerra messenica. Dunque, tra schiavitù e libertà ci sono quelle forme di dipendenza che Garlan1 prova a definire in rapporto all’idea di comunità.

Le servitù intercomunitarie sono quelle che una comunità (solitamente conquistatrice) impone a un’altra comunità (solitamente rappresentata da un popolo assoggettato). Tra queste tipologie di servitù intercomunitarie, uno dei casi più emblematici è rappresentato dalla servitù di tipo ilotico. Nel VI libro dei Deipnosofisti, Ateneo parla delle varie forme di schiavitù nel mondo greco. L’argomento è trattato con riferimenti a fonti poetiche, storiografiche ed erudite. In questa parte della sua opera Ateneo attua una descrizione delle varie forme di dipendenza e cita Teopompo che, durante il IV secolo, individuava tra le forme di schiavitù esistenti in Grecia, la schiavitù-merce e la schiavitù di tipo ilotico.

Lo schiavo-merce è un barbaro acquistato, ovvero un corpo fisico scambiato per un corrispettivo in denaro attraverso una vera e propria transazione commerciale; l’ilota, invece, è un greco che appartiene ad una popolazione che viene conquistata in seguito a una guerra. L’ilota non è un vero e proprio schiavo poiché è legato per autoctonia alla terra in cui esercita i propri compiti ed è sottomesso più a condizioni servili che schiavistiche. Dunque, come affermato precedentemente, la categoria degli iloti, secondo la visione tradizionale si differenziava da quella degli schiavi merce ridotti a un sistema di lavoro forzato.

Ma questa convinzione ritenuta inizialmente certa, è stata di recente messa in dubbio da alcuni storici. Christien e Hodkinson2, ad esempio, hanno avanzato delle teorie secondo le quali anche a Sparta era diffusa la compravendita di schiavi. Ecco perché, secondo la prospettiva di questi studiosi, gli iloti assumerebbero le connotazioni tipiche dello schiavo-merce, principalmente diffusa ad Atene. Ma a causa della mancanza di prove che attestino l’effettiva vendita di schiavi a Sparta, queste ipotesi sono state messe da parte. Nel prossimo articolo ci addentreremo più nel dettaglio tra le servitù comunitarie in Grecia, prima di addentrarci specificamente sul fenomeno dell’ilotismo.

1Yvon Garlan, Gli schiavi nella Grecia antica dal mondo miceneo all’ ellenismo, Milano, 1984.

2 Le teorie di Christien e Hodkinson sono citate e discusse da Nino Luraghi, Helots and barbarians: histography and representation, in Stephen Hodkinson, Sparta: Comparative Approaches, Swansea, 2009


Spurinas Mario Torelli

Roma: presentazione del libro "Gli Spurinas" di Mario Torelli

Si informa che, per motivi personali dell'Autore, la presentazione del libro "Gli Spurinas. Una famiglia di principes nella Tarquinia della 'rinascita'" di Mario Torelli è rimandata a nuova data da definire.

Grazie Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia per l'informazione

Presentazione del libro

"GLI SPURINAS. Una famiglia di principes nella Tarquinia della 'rinascita'"
(Studia Archaeologica, 232)

di Mario Torelli

Mercoledì 11 marzo ore 17

Introduce Valentino Nizzo
Intervengono Giuseppe Pucci e Stefano Bruni

Ingresso libero nella Sala della Fortuna fino esaurimento posti.
Ingresso al museo secondo bigliettazione ordinaria.

A più di quarant' anni dalla pubblicazione degli Elogia Tarquinensia con la ricostruzione dello straordinario complesso di testi epigrafici latini, scoperti in frammenti (e non riconosciuti) nel corso degli scavi condotti negli anni '30 nel grandioso tempio dell'"Ara della Regina" al centro della città etrusca di Tarquinia, Mario Torelli ritorna su quei testi che hanno rivelato la sequenza genealogica di tre grandi generali tarquiniesi, appartenenti alla nobile famiglia degli Spurinas/Spurinnae, autori di eccezionali imprese militari contro Siracusa a fianco degli Ateniesi nel 415 a.C. e contro Roma nel 358-351 a.C.
La rilettura dei Fasti del collegio del LX haruspices, che aveva lì stesso sede, e la recente scoperta della dedica di M. Tarquitius Priscus aruspice dell'imperatore Tiberio e famoso scrittore di testi di aruspicina, hanno reso possibile di riconoscere in Tinia-Giove la divinità titolare del culto e nella sede dei trionfi militari tarquiniesi la funzione del santuario, per moltissimi aspetti simile al Capitolium di Roma.
Queste brillanti scoperte si affiancano alla nuova e affascinante rilettura del programma figurativo della Tomba dell' Orco, nella quale l'Autore propone con buoni argomenti di riconoscere il sepolcro degli Spurinas.

Per scoprire tutti i nostri eventi visita il sito del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
Piazzale di Villa Giulia 9, Roma
Apertura: dal martedì alla domenica Orari: 9-20 (ultimo ingresso ore 19)
[email protected]beniculturali.it

Spurinas Mario Torelli
Copertina del libro Gli Spurinas. Una famiglia di principes nella Tarquinia della 'rinascita' di Mario Torelli, edito da «L'Erma» di Bretschneider nella collana Studia Archaeologica, 232

In viaggio con gli dei Giulio Guidorizzi Silvia Romani

In viaggio con gli dei: un tuffo nel cuore del mito

In viaggio con gli dei è un saggio scritto dal professor Giulio Guidorizzi insieme alla professoressa Silvia Romani, con le illustrazioni di Michele Tranquillini che sono dei magici espedienti per rendere la lettura ancor più piacevole e stimolante. C'è da dire che il libro, pur raccontando con acume e rigore scientifico la storia e il patrimonio mitologico greco, spesso si abbandona (per fortuna!) a ispirate e apprezzatissime parentesi di scrittura poetica e evocativa. È indubbio che in queste pagine ci sia tutto l'amore e la passione dei due autori. Così In viaggio con gli dei diventa un percorso di iniziazione anche a livello personale, un tuffo profondo negli abissi del mito greco. Non sono le solite riproposizioni archetipiche di stampo junghiano o antropologico, bensì delle vere e proprie esplorazioni nel cuore del mito e della bellezza primigenia del mondo greco.

⠀ Il tutto sembra seguire un leitmotif - a volte sul piano logico, a volte su quello semi-leggendario - che ricorda il filo di Arianna che Teseo usò per fuggire dal labirinto di Cnosso, un filo che attraversa il mar Egeo e scala le salite dell'Acropoli ateniese, dove Pericle scolpì la sua fama nei monumenti e nelle metope del Partenone.

⠀Il percorso serpeggia intorno alle isole degli dèi, ai santuari, agli altari di Olimpia e alle città, da dove omerici Re sono partiti per vendicare l'onta subita da Menelao per mano di Paride. Scopriamo così le rocche degli Atridi a Micene, con le sue leonesse pronte a sorvegliare l'ingresso; la misteriosa città di Pilo, da dove partì il più anziano dei re dell'Iliade, Nestore il saggio. Veniamo poi catapultati nella primordiale Dodona, città-santuario in Epiro, dove le foglie delle querce sacre vibrano al passaggio del vento e della figura di Zeus; qui anche Alessandro Magno cercò consiglio, udendo l'atavico richiamo delle terre materne.

È un viaggio bellissimo, illustrato e ricco di fotografie, adatto agli appassionati e a coloro che vogliono conoscere la terra degli eroi ellenici in tutte le sue sfaccettature. Consigliato, perché quando si legge di questa terra, la Grecia ti rimane dentro, nel profondo dell'animo, fino alla morte. Come accadde a George Gordon Byron, martire poetico nell'abbraccio di Missolungi durante la Rivoluzione greca contro il dominio ottomano. Potrei dilungarmi a narrare i vari miti riproposti dai due autori, ma vi consiglio caldamente di recuperare questo bellissimo saggio edito da Raffaele Cortina Editore, che si conferma una garanzia nella realtà editoriale italiana.

Andremo ora conoscere direttamente i due autori di In viaggio con gli dei, Giulio Guidorizzi e Silvia Romani, in questa intervista doppia. Buona lettura!

Atene, foto di Gonbiana 

1) Esplorare la Grecia, terra di dèi e eroi, è sicuramente un viaggio magico. Una cosa che mi sono sempre chiesto è: come ci si sente a visitare dei luoghi densi di miti, aneddoti, racconti e allo stesso tempo dei siti archeologici resi famosi dai loro scopritori? Ovvero, a mio avviso, subentra anche una “mitologia” dell'archeologo, figure come Arthur Evans e Heinrich Schliemann sono altrettanto leggendarie e hanno plasmato il nostro immaginario. In un determinato luogo coesistono i “miti” di questi amanti dell'epos greco e le forze primordiali dell'Ellade del passato, modernità e antichità si esibiscono sul medesimo palcoscenico. Lei cosa ha provato a varcare la famosa “Porta dei Leoni” di Micene per poi osservare le tombe degli Atridi scoperte da Schliemann?

G. G.: Fu tanti anni fa, durante il mio primo viaggio in Grecia. Allora il turismo di massa era agli inizi, ed ebbi la fortuna di visitare Micene insieme a un archeologo greco. Viaggiai su un bus davvero scalcagnato, come si usava allora in Grecia.  L’impatto con le rovine di Micene mi lasciò un’impressione profonda: un paesaggio cupo, possente, e quei due leoni - anzi leonesse - che mi accoglievano nel silenzio ventoso della cittadella… Avrei potuto ben immaginare Agamennone che mi attendeva tutto chiuso nelle sue armi di bronzo. Micene è un posto speciale, non ha niente della solarità così familiare a chi viaggia in terra greca.

Cnosso, foto di davestem

2) Creta è un'isola magica, il luogo dove Zeus crebbe al riparo dall'ira di suo padre. Creta, in particolare Cnosso, diventa anche un simbolo di una civiltà dimenticata e dal fascino misterioso, colpa anche della Lineare A (di difficile traduzione) e delle scoperte di Evans. Cnosso quindi matura una doppia genealogia mitica, quella del suo passato glorioso e ancora incorniciato dal mito e dalla leggenda e quella più recente che deriva dal lavoro dell'archeologo Evans. Come coesistono oggi la Creta “reale” con quella “romantica” di Evans?

S. R.: Evans, fin dalle origini, ha pensato a Cnosso come una sorta di parco archeologico a tema. Aveva un’idea molto precisa di quel che Cnosso e la civiltà cretese in genere dovessero essere in origine: un ibrido fra il Liberty, il Decò e i colori violenti di un mondo in cui il blu, il rosso, il nero intenso servivano bene a rappresentare un’isola-continente affacciata sul mare. Una volta scoperto, il palazzo di Minosse è uscito dall’oblio, dopo millenni di silenzio, ma si è anche vestito di un abito che forse non è stato mai il suo. Ciò non rende l’eredità dell’universo minoico meno fondamentale per la contemporaneità: molto, infatti, da quel marzo del 1900 in cui Evans ha immerso la pala per la prima volta sulla collina di Kephalà, è stato fatto per valorizzare il valore identitario di quella che, ancor oggi, è la scoperta archeologica più importante di ogni tempo, per l'Occidente.

3) Tra le località che mi hanno colpito di più mentre ero In viaggio con gli dei ci sono sicuramente il monte Liceo e Epidauro, due luoghi che conservano le tracce di un passato magico e misterico. L'Arcadia selvaggia, cannibale, bestiale da un lato e la città di Asclepio e dei sogni dall'altro, due realtà ben diverse eppure molto simili e primigenie; secondo lei quanto sono importanti gli archetipi nati tra le foreste del Liceo e tra le strade di Epidauro?

G. G.: Consacrare una città a un dio, e per giunta un dio che compare nei sogni! E a un dio, inoltre, che soffrì, come soffrivano gli esso umani che andavano a cercare le sue grazie. Eppure, credo che pochi di coloro che visitano oggi le rovine siano consapevoli di ciò che accadeva allora in quel luogo; bisogna fare uno sforzo per immaginare i malati sdraiati sui loro tettucci, e con la loro piccola storia personale, il loro dolore privato, la loro speranza. Ma se ci si ferma davanti a quelle iscrizioni (che dovrebbero essere valorizzati dai curatori del museo) ci si può anche commuovere pensando a quanta gente comune è passata da quel luogo, affidandosi ai propri sogni.
Se l’umanità, e l’immagine dolce di un dio che soccorre è la cifra di Edipauro, il Liceo è l'opposto: cupo, minaccioso. quasi terrificante. Lì i Greci stessi vedevano le prime fasi della civiltà, quando l’uomo poteva essere anche un lupo, e la distanza tra natura e civiltà era ancora ridottissima.

4) Tra le località che mi hanno colpito di più c'è sicuramente Dodona, un santuario avvolto dal mistero e da forze primitive, un luogo calcato dai grandi della storia per interrogare l'oracolo nascosto tra le querce. Dodona può ancora essere una fonte per testimoniare il rapporto tra uomo, natura e le sfere del divino?

S. R.: Anche chi di noi abbia meno consuetudine con l’esperienza del viaggio in Grecia ha sperimentato almeno una volta la sensazione di trovarsi in compagnia di una presenza invisibile: come un soffio leggero o un’ombra appena oltre il campo visivo. Ecco, Dodona e le querce che stormiscono in questo spazio quasi metafisico sono la meta perfetta per chi sia alla ricerca di una forma speciale di straniamento o di incontro magico con la natura.

5) Delfi è un santuario, una città e soprattutto un simbolo per tutte le poleis greche. “Conosci te stesso” è una delle massime socratiche più famose di sempre, ma in realtà si trovava inscritta nel tempio di Apollo a Delfi, oggi quanto è importante ascoltare gli insegnamenti del mondo greco e “conoscere se stessi”?

G. G.: Il “conosci te stesso” era la massima adottata da Socrate, e da allora ci accompagna; la nostra civiltà non ha posto al suo centro l’Amman o l’Universo, ma questo piccolo universo segreto che ognuno porta con sé, e dove ogni giorno si compie il suo dramma di vivere. per questo è necessario  conoscerci. Certo, da allora c’è stata una lunga strada; ma la domanda resta la stessa, e in fondo anche chi va da uno psicanalista lo fa per rispondere allo stesso mistero. Se io fossi uno psicanalista, accanto alla fotografia di Freud terrei quella di Apollo, magari quella che raffigura il viso così misterioso ed enigmatico dell’Apollo che si vede al museo di Delfi. Aggiungerei che l’Apollo di Socrate è forse qualcosa di diverso da un dio: un compagno di strada segreto, potremmo quasi dire. Ora gli oracoli non esistono più. ma potremmo dire che per uomini come Socrate andare a Delfi non voleva dire misurarsi con un dio, ma cercare una sapienza.

6) A seguito della battaglia di Pidna del 168 a. C. Roma assorbe il regno di Macedonia nella schiera dei suoi territori: un duro colpo per la stirpe reale macedone costretta ad abbandonare Ege. Qualcos'altro tuttavia sopravvive, non solo i tesori dei reali macedoni. Parlo di affreschi ricchi di pathos e miti, testimonianze che scagionano i macedoni dalle accuse di essere dei “barbari del nord” da parte degli elleni. Ci sono differenze tra il patrimonio culturale macedone e quello “originale” greco? O entrambi conservano le medesime strutture?

S. R.: Ora siamo inclini a immaginare la civiltà greca in genere come un mondo molto più poroso e dai confini meno perimetrati di quel che abbiamo inteso fino a qualche tempo fa. L’arte greca, in particolare, è sempre stata esposta, fin dalla civiltà minoica, alle influenze dei popoli oltre confini. Di recente, e sempre di più, intuiamo quanto l’Oriente, latamente inteso, abbia contribuito nell’arricchire l’arte, la letteratura, la religione dei Greci. Quindi, con buona pace dei nazionalisti, Greci e Macedoni hanno condiviso un universo artistico e culturale che si è formato grazie a contaminazioni reciproche.

4) Tra tutti i miti e gli episodi leggendari raccontati nel libro In viaggio con gli dei quali sono i suoi preferiti? E se dovesse scegliere un compagno di viaggio da qualsiasi epoca storica con chi percorrerebbe il medesimo itinerario descritto nel libro?

G. G.: Forse, quello raffigurato nel frontone di Olimpia, cioè la sfida tra Pelope ed Enomao per l’amore di Ippodamia. Lì vedo sprigionarsi alcune energie primordiali, non controllate, che covano nel cuore degli esseri umani: eros e thànatos, amore e morte, il desiderio, il sesso, la violenza, il coraggio, l’astuzia, la sfida. E alla fine, la nascita di qualcosa di nuovo che prima non c’era. Con chi viaggerei? Mah, se dovessi scegliere e se mi accettasse come compagno di strada, viaggerei con Platone: mi mostrerebbe i luoghi e mi racconterebbe infinite cose che non so e che mi renderebbe più saggio a ogni passo

S. R.: Mi è davvero difficile scegliere: forse, i miti legati al mare, per mio gusto personale; l’immagine di Teseo che si tuffa in mare, a largo di Cnosso, oppure la nave di Dioniso che entra in porto, al Pireo, e si avvia a prendere possesso di Atene. Quanto alla seconda domanda, invece, la mia risposta è più sicura. Ho sempre sognato di viaggiare in Grecia con il famoso Lawrence d’Arabia che amava moltissimo la letteratura antica (ha anche tradotto l’Odissea in inglese). Sarebbe di certo uno straordinario compagno di viaggio.

in viaggio con gli dei Giulio Guidorizzi Silvia Romani
La copertina di In viaggio con gli dei - Guida mitologica della Grecia, di Giulio Guidorizzi e Silvia Romani, edito da Raffaello Cortina Editore