Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba

Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)

Animali Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)
Animali. Miti, Saperi, Simbologie. Convegno in ricordo di Enrico Comba (Nemi, 7-10 luglio 2021)

Il Museo delle Religioni “Raffaele Pettazoni” non ha smentito le aspettative, anzi le ha decisamente superate. Dal 7 al 10 luglio è stato il promotore e l’organizzatore, insieme all’Associazione Calliope, di un convegno incentrato sul regno animale. Il convegno “Animali, miti, saperi e simbologie”, che ha avuto luogo negli spazi suggestivi del comune di Nemi, di altissimo livello accademico e culturale, ha commemorato la recente scomparsa dell’antropologo Enrico Comba, professore presso l’Università di Torino. Molti tra i suoi studenti e colleghi hanno partecipato, ricordandolo con affetto e stima.

Gli animali, i protagonisti indiscussi di questa stimolante occasione, come degli spiriti guida hanno condotto l’uditore in un viaggio spaziale e temporale, attraverso popoli, culture e paesaggi incredibili, partito dall’età del ferro e approdato ai nostri giorni. Sotto la multidisciplinarità che ha spaziato dall’archeologia alla letteratura classica, dall’antropologia alla storia medievale e moderna, si è creato un clima di interscambio unico.

Gli oratori hanno parlato approfonditamente di teriomorfismo e metamorfismo, del lupo e di tanti altri animali. Non è mancate nemmeno un’incursione al mondo indiano a proposito delle tigri mannare presenti nella tradizione del subcontinente asiatico.

L’importanza delle fonti è stata evidenziata lungo tutte le giornate, ma è stata la prima attrice nell’intervento di Nicola Reggiani esposto nel pomeriggio del 7 luglio: i papiri, le immagini, le raccolte e i testi sacri non sono solo meri supporti, ma entità parlanti in grado di raccontare storie incredibili e di donare informazioni fondamentali per comprendere la vita quotidiana di una determinata cultura. Le fonti, però, sono anche orali, basilari nello studio dell’antropologo. Oltre ad aver respirato un certo esotismo suggerito da esposizioni inscenate in luoghi lontani nello spazio e nel tempo come l’Egitto in epoca ellenistica, l’America latina, l’Asia, la Siberia, Cartagine, il Vicino Oriente antico, l’Africa nera, alcuni momenti sono stati dedicati al patrimonio folklorico della nostra bella penisola. Hanno ripreso vita le tradizioni popolari, le narrazioni e le festività che echeggiano nelle montagne italiane. Sono stati ricordati i carnevali della Val d’Ossola che hanno cani e lupi come maschere di spicco, oppure le favole che tuttora vengono raccontate ai bambini liguri sui lupi. Sul filo conduttore della memoria, ha preso parola una ricercatrice, Eleonora D’Agostino, la quale ha incentrato il suo lavoro sulle forme del neo paganesimo in Italia. Il rapporto tra gli animali e la religione è molto stretto e oltre a comparire in alcuni testi sacri come è stato dimostrato da diversi interventi, è materia di speculazione di tipo esoterico. Il leone ad esempio è un elemento chiave nell’astrologia, così come nell’alchimia moderna.

Gli interventi non sono stati solo di carattere umanistico, alcuni hanno appoggiato i loro contributi a discipline di natura scientifica, come l’etologia, imprescindibile nello studio degli animali, o le scienze cognitive affiancate all’antropologia, con il fine di dare una spiegazione più dettagliata di certi fenomeni legati al regno animale.

Come era già accaduto per il convegno precedente, Romulus. Dio, re, fondatore di Roma, del ciclo estivo promosso dal Museo della Religioni, è stato possibile per chi lo desiderasse consumare il pranzo e la cena con i relatori, creando un clima convivale, incentivato dalle escursioni pomeridiane, occasioni uniche per scoprire o riscoprire l'incredibile patrimonio culturale e paesaggistico offerto dal territorio dei Castelli Romani. È stato esplorato il suggestivo bosco di Nemi ed i più impavidi si sono inoltrati fino a Fontan Tempesta. Un’altra gita ha avuto come location il sito archeologico del santuario di Diana Nemorense. È stata organizzata anche una passeggiata presso il centro storico di Genzano. Tutte le gite sono state accompagnate dalla guida del preparatissimo direttore del Museo della Religioni, Igor Baglioni. Non posso che consigliare vivamente la partecipazione ai prossimi appuntamenti in programma. Non ho dubbi che costituiranno delle esperienze indimenticabili. Il prossimo sarà a Genzano dal 30 al 31 luglio col titolo Mythos III. I Miti e l’Epica dell’Antichità Classica e del Mondo Medievale nella Fantascienza e nel Fantasy”. Anche ad agosto non mancheranno degli incontri, dal 13 al 15, infatti si terranno i Nemoralia presso il comune di Nemi, manifestazione ruotante sulla Dea Diana.

Foto Free-Photos 

Una passeggiata nel santuario di Olimpia

Una passeggiata nel santuario di Olimpia

Olimpia sorge in una valle incastonata nel cuore della regione dell’Elide. Sede dei celebri agoni sportivi, i Greci chiamavano questo luogo Altis, lì dove sorgeva un bosco sacro in onore del padre degli dei. Proprio qui, in una zona pianeggiante alla confluenza dei fiumi Alfeo e Cladeo, sorge una delle aree sacre più conosciute del mondo antico. L’importanza del santuario di Olimpia, dove tutti gli edifici avevano una rilevanza panellenica, è pari a quella del santuario di Delfi. Era frequentato da tutti i Greci da tempo immemorabile, connotato per essere luogo dove si svolgevano gli agoni.

Il santuario di Olimpia è legato alla figura di Pelope, eroe del Peloponneso in onore del quale è stato eretto un heròon al centro del santuario; l’heròon di Pelope è un recinto trapezoidale con una collinetta di terra al centro, il tumulo cioè sopra la tomba dell’eroe. La sacralità del luogo è legata anche alla figura di Eracle, figlio di Zeus, che, secondo una tradizione sarebbe stato il primo ad istituire i giochi olimpici e il primo vincitore. Il santuario è attivo dall’età geometrica (VIII secolo a.C.) e le prime olimpiadi vengono fissate nel 776 a.C.; la sua monumentalizzazione inizia nel VI secolo col tempio di Hera e poi prosegue ininterrottamente in età romana.

 

L’Heraion

Santuario di Olimpia: Tempio di Era. Foto di Matěj Baťha, CC BY-SA 2.5

Il tempio di Hera, o Heraion che dir si voglia, è il primo edificio costruito nel santuario di Zeus ad Olimpia. L’edificio, situato a nord della valle Altis all’interno del recinto sacro, si è ben conservato. Si tratta di un periptero in stile dorico risalente al 600 a.C., avente una pianta allungata in richiamo agli edifici di età orientalizzante: conta, infatti, 6 colonne sulla fronte e 16 sui lati lunghi. La storia edilizia di questo tempio è molto interessante perché, in origine, non era costruito in pietra. Di materiale lapideo vi era soltanto la parte bassa dei muri della cella; l’alzato era in mattoni crudi e la peristasi era costituita da colonne lignee. Col tempo le parti in legno, facilmente soggette al deterioramento, sono state sostituite dalla pietra.

Dalla Periegesi di Pausania apprendiamo alcuni particolari interessanti: l’erudito, durante il suo soggiorno ad Olimpia, avvenuto nel 160 d.C., sottolinea la presenza di una colonna dell’opistodomo ancora in legno e, dunque, si può immaginare che i lavori di restauro siano avvenuti successivamente. Un altro aspetto che emerge, stavolta dalle analisi archeologiche, è che le colonne ritrovate hanno tutte misure diverse, e ciò avvalora la tesi dell’archeologo tedesco Wilhelm Dörpfeld secondo la quale furono costruite in momenti diversi. E, proprio qui, nel 1877 viene riportato alla luce l’Hermes con Dioniso, capolavoro assoluto di Prassitele, oggi conservato al Museo Archeologico di Olimpia. Questo magnifico edificio è un esempio di come il processo di pietrificazione sia avvenuto nel corso di parecchi secoli.

 

Tempio di Zeus

Il tempio di Zeus costituisce l’edificio principale del santuario ed è senz’altro il più rappresentativo del trentennio che precede l’arte classica, definito “stile severo” (480-450 a.C.). È stato distrutto nel VI secolo d.C. a causa di un terremoto, e questo ha determinato che si conservasse tutta la decorazione scultorea dell’edificio, preziosa testimonianza della scultura del periodo. Il tempio è uno dei pochi edifici ad avere una cronologia certa, fornitaci da Pausania che dedica ben due volumi della sua Periegesi al santuario, attraverso i quali ci fornisce descrizioni molto dettagliate sia degli edifici sia delle sculture ritrovate all’interno del tempio di Zeus. Dall’erudito greco sappiamo che l’edificio è stato costruito col bottino ricavato dalla vittoria ottenuta dagli Elei in una guerra contro la città di Pisa nel 472 a.C. Da lui sappiamo anche che, sul frontone del tempio, gli Spartani posero uno scudo in oro che avevano dedicato col bottino della vittoria sugli Ateniesi e sugli Argivi nella battaglia di Tanagra del 457 a.C.Da tutti questi elementi gli studiosi hanno, quindi, appurato che il tempio è stato edificato tra il 472 e il 457 a.C. Si tratta di un edificio dalle dimensioni notevoli, il più grande tempio dorico costruito fino a quel momento (6 x 13 colonne). È lungo 64 m e largo 27 m; ha una cella preceduta da un pronao distilo in antis; simmetricamente dietro alla cella c’è un opistodomo e due file di 7 colonne disposte su doppio ordine; sul fondo della cella ci sono le tracce della base che doveva sostenere la statua di culto criselefantina realizzata dal grande Fidia.

Santuario di Olimpia Tempio di Zeus
Santuario di Olimpia: fronte del Tempio di Zeus ad Olimpia. Foto di Nanosanchez, in pubblico dominio

Interamente conservati sono invece i cicli scultorei che lo decoravano (12 metope e 2 frontoni). Dallo studio delle partiture architettoniche è stato possibile ricostruire nel dettaglio la fronte dell’edificio. Si conservano 12 metope, collocate in origine sopra l’architrave su fregio, pronao e opistodomo. Le metope, prima opera scultorea realizzata, erano visibili entrando nei portici ed erano state eseguite prima del collocamento della peristasi esterna. Si tratta di grandi lastre in marmo di forma quadrata (1,60 x 1,50) che si riferiscono al tema delle 12 fatiche di Eracle. Pausania le descrive iniziando dal lato est, benché la narrazione vera e propria inizi da ovest: si parte dall’impresa del leone di Nemea, a seguire l’uccisione dell’Idra di Lerna, la cattura degli uccelli di Stinfalo, la lotta contro il toro di Creta, la lotta contro la cerva di Corinto, la conquista della cintura di Ippolita regina delle Amazzoni, il cinghiale di Erimanto, le cavalle di Diomede, il mostro tricorpore Gerione, i pomi delle Esperidi, la cattura di Cerbero e, infine, la pulizia delle stalle di Augia. Le metope hanno uno schema ricorrente: mostrano l’eroe in combattimento dopo l’impresa sostenuta. In alcune metope compare anche la figura di Atena, grande alleata dell’eroe. La scelta di Eracle non è casuale poiché viene considerato come l’eroe che purifica e libera i territori da entità mostruose che rappresentano le forze oscure della natura. Dal punto di vista stilistico è importante la raffigurazione di ¾ o di profilo con la resa del corpo umano molto naturalistica e plastica. Novità assoluta l’interesse psicologico dei personaggi e l’abbandono del leziosismo nella resa di alcuni particolari.

Per ciò che riguarda i frontoni, anch’essi si conservano grazie alle descrizioni di Pausania. Sono lunghi 26 m ed hanno un’altezza massima al centro di 3,50 m. Le statue erano state reimpiegate come materiale edilizio del villaggio bizantino sorto sulle rovine del santuario dopo il terremoto. Il frontone est narra la vicenda di Pelope; la vicenda di questo eroe è molto interessante: Enomao, re di Pisa, sapeva da un responso dell’oracolo che sarebbe morto a causa del genero. Consapevole di dover, prima o poi, dare in sposa la figlia, Enomao sfidava in una corsa di bighe tutti i pretendenti di Ippodamia e puntualmente, dopo averli sconfitti, li uccideva. Il contratto di sfida prevedeva, infatti, che Enomao aveva il diritto di uccidere i perdenti. Pausania indica addirittura un tumulo dove si contano i 16 pretendenti che avevano sfidato Enomao. Pelope, figlio di Tantalo, si presenta ad Olimpia deciso a sfidare il re. Secondo una tradizione, Pelope avrebbe vinto corrompendo l’auriga di Enomao, Mietilo; l’altra versione dice che Pelope avrebbe corso usufruendo di cavalli alati donati da Poseidone. Il re vince, Pelope sposa Ippodamia e diventa egli stesso re: da loro nasce Atreo, padre di Agamennone.

Il frontone est racconta il momento che precede la partenza di questa corsa; i personaggi raffigurati sono tutti stanti: al centro c’è Zeus, più grande degli altri e indifferente alla vicenda; ai lati ci sono Pelope ed Enomao, seguono le rispettive donne. Ai lati delle coppie ci sono le due quadrighe e davanti ci sono due personaggi inginocchiati: Pausania li identifica tutti. La scena rappresenta il momento iniziale della tragedia. Un vecchio e un fanciullo concludono la scena: rappresentano due classi di età opposte che mai prima d’ora erano state raffigurate. Il vecchio è molto preoccupato: è seduto a terra e si tiene la testa con un braccio poggiato sopra qualcosa che non ci è pervenuto; ha una calvizie accentuata e una corporatura non muscolosa ma flaccida. È in un gesto di dolore e disperazione: forse è un indovino presente nel santuario e la sua reazione preoccupata è dovuta al fatto che, da indovino, conosce l’esito dello scontro. Non ci sono precedenti del genere nell’arte greca. Il fanciullo, invece, è colto nel gesto tipico di un bambino che gioca seduto a terra. I gesti indicano la sua innocenza e l’ingenuità di chi non comprende nulla di ciò che sta accadendo. Lo scultore ci mostra la tensione psicologica dei personaggi prima della gara.

Il frontone occidentale risponde invece ad una composizione opposta: c’è una zuffa, una lotta mitica in pieno svolgimento tra Lapiti e Centauri. I Lapiti erano un popolo tessalo imparentati coi Centauri e la vicenda si svolge in occasione del matrimonio tra Piritoo e Deidamia, figlia del re dei Lapiti. I Centauri, dopo il rito, mostrando la loro componente ferina si ubriacano; i Greci attribuivano a questi esseri semiferini l’epiteto di barbari che non conoscevano le buone maniere. In preda all’alcool aggrediscono tutte le donne, che vengono difese dai Lapiti. Anche qui il frontone presenta una figura divina, Apollo, che interviene nella contesa: è rivolto verso destra, alza il braccio per placare la furia dei Centauri. Ai lati ci sono Teseo e Piritoo, amici di vecchia data: c’è un’allusione simbolica alla vittoria di Atene e del Peloponneso contro i barbari, i Persiani.

Questo programma iconografico è complesso: nel frontone ovest si mette a confronto il mondo civile e il mondo dei barbari incapaci di consumare il vino con moderazione. Nel frontone est vengono esaltati gli agoni e il matrimonio, valori fondanti della polis greca. Un problema serio è l’identificazione dell’autore di queste sculture; le fonti riportano decine di maestri, ma Pausania ci fornisce dei nomi messi però in dubbio dagli studiosi. Il geografo dice che il frontone est sarebbe stato realizzato da Peonio di Mende, autore di una Nike posta frontalmente al tempio di Zeus, le cui caratteristiche sono post-fidiache e, quindi, con uno stile incompatibile. Il frontone ovest viene invece attribuito da Pausania ad Alkamenes, il primo collaboratore di Fidia per i lavori sull’Acropoli. L’attribuzione non può essere esclusa del tutto. Forse Fidia ha lavorato ad Olimpia assieme ad Alkamenes. All’interno della cella templare c’era lo Zeus criselefantino commissionato a Fidia. La sua iconografia è nota attraverso una moneta romana che lo riproduce. Fuori dal recinto sacro è stato trovato il laboratorio del geniale architetto, di dimensioni analoghe a quelle della cella templare dove l’opera fu assemblata.

 

Nike di Peonio

Santuario di Olimpia Nike di Peonio
Santuario di Olimpia: la Nike di Peonio ad Olimpia. Foto di Pufacz, in pubblico dominio

La Nike di Peonio può essere annoverata tra le opere appartenenti allo stile definito “ricco”, lo stesso a cui appartengono le Cariatidi. La scultura si trovava nel santuario di Zeus ad Olimpia; era collocata su una colonna alta 9 m di fronte alla facciata principale del tempio. Si è conservata col piedistallo originale, su cui campeggia un’iscrizione che ci dice a chi e quando è stata dedicata: 421 a.C. dai Messeni e dai Naupattii a seguito di una vittoria ottenuta contro gli Spartani nella guerra del Peloponneso. La statua è uno dei pochi originali in marmo del periodo e riproduce le caratteristiche dello stile post-fidiaco con la raffigurazione della Nike in volo che sta atterrando sulla sommità dl piedistallo. Il vento gonfia la veste e le ali spiegate, il panneggio aderisce alla parte frontale del soggetto mostrandone le fattezze.

 

Tholos di Filippo II di Macedonia

Santuario di Olimpia
Santuario di Olimpia: il Philippieion di Olimpia. Foto di Wknight94, CC BY-SA 3.0

Dopo la battaglia di Cheronea del 338 a.C., Filippo II fa costruire una tholos, il Philippieion, all’interno della quale colloca le statue criselefantine della sua dinastia: un cambiamento epocale nella mentalità dei Greci. Nel cuore del santuario di Zeus viene costruito un edificio di forma templare che, al posto delle statue degli dei, al suo interno presenta statue in tecnica criselefantina del re macedone e dei suoi antenati: è il passaggio definitivo al mondo ellenistico. L’edificio riprende il modello delle tholoi già visto ad Epidauro e Delfi ma presenta delle novità significative perché, per la prima volta, nel cuore del Peloponneso una struttura architettonica viene eretta con una peristasi in stile ionico. Non distante dal Philippieion sorgeva il Pritaneo, edificio pubblico nel quale si riunivano i cinquanta membri della Boulè.

 

Lo stadio e il ginnasio

Lo stadio di Olimpia. Foto di Klone123, in pubblico dominio

Probabilmente la struttura più celebre è lo stadio, al quale si associa la memoria dei celebri giochi. La forma definitiva viene assunta nel V secolo a.C., subito dopo la costruzione del tempio di Zeus. In stretta relazione allo stadio, la palestra era il luogo adibito all’addestramento di coloro che praticavano la lotta e il pugilato. Il complesso architettonico prevedeva un cortile a peristilio e, ai lati, vestiboli, spogliatoi, bagni e negozi, oltre ad aule fornite di panche per consentire agli atleti di riposare.

 

Santuario di Olimpia - Bibliografia

  • G. Bejor, M. Castoldi, C. Lambrugo, Arte greca, Mondadori, Milano 2013;
  • D. Castrizio, C. Malacrino, I Bronzi di Riace. Studi e ricerche, Laruffa Editore, Reggio Calabria 2021;
  • Pausania, Viaggio in Grecia. Olimpia e Elide, Vol. V - VI, BUR, Milano 2001;
  • S. Weil, La rivelazione greca, Adelphi, Milano 2014;
  • Strabone, Geografia. Il Peloponneso, Vol. VIII, BUR, Milano 1992.
  • M. Mavromataki, Olimpia e i giochi olimpici dall'antichità a oggi, Crocetti Editore, Milano 2003.

Butrint Project

Butrint Project: archeologi all'approdo di Enea; intervista a Enrico Giorgi

Il Butrint Project nasce nel 2015 come esito della cooperazione scientifica italo-albanese all’interno del più ampio accordo di ricerca sull'Antica Caonia avviato nel 2000 tra l'Istituto Archeologico di Tirana e l'Università degli Studi di Bologna. Dal 2017 è una Missione Archeologica sostenuta dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale della Repubblica Italiana.

Il progetto è strutturato secondo diversi temi di ricerca legati allo studio dell’antica città di Butrinto, dalle sue tracce materiali corrispondenti alle diverse fasi di occupazione (circuito murario, necropoli, acropoli) all’analisi sistematica dei reperti mobili, ceramici in particolare, fino alla conduzione di ricognizioni e survey nel territorio contermine all’insediamento. Simultaneamente alle prospezioni e alle indagini archeologiche, sono state condotte importanti campagne di documentazione dei monumenti dell’abitato antico, attraverso l’impiego di Laser Scanner e riprese aeree da drone, contribuendo al monitoraggio dello stato di conservazione dei principali monumenti del Parco Archeologico di Butrinto, a partire dal circuito murario.

L’antica città di Butrinto si trova in Albania (l’antico Epiro). Sorge all’interno di un’area che ha visto la presenza dell’uomo attestata sin dalla Preistoria (almeno dal 50000 a.C.) fino ai giorni nostri, senza soluzione di continuità. Greci, Romani, Bulgari, Bizantini, Epiroti, Veneziani e Ottomani si sono di volta in volta susseguiti in una complessa sequenza di attività che ha fatto di Butrinto un sito unico al mondo, di prima importanza storica e archeologica, incluso dal 1992 nella lista dei Beni Patrimonio dell’Umanità protetti dall’UNESCO.

La prima missione italiana sulle scalinate del teatro appena scoperto. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

L’importanza della città si deve anche all’epopea di Enea, laddove, secondo Virgilio, l’esule troiano vi avrebbe trovato Andromaca, vedova di Ettore e anch’ella superstite alla caduta di Troia. Proprio il legame con l’Eneide e le vicende collegate alla fondazione di Roma hanno costituito, nel 1928, la base ideologica dietro l’avvio della prima missione archeologica italiana a Butrinto (la seconda in Albania, dopo le ricerche avviate a Phoinike nel 1926 sotto la guida di Luigi M. Ugolini). Le ricerche italiane a Butrinto sono proseguite, dopo la morte di Ugolini (1936), fino al 1943, sotto la direzione di Pirro Marconi (1938-1941) e Domenico Mustilli (1941-1943), prima di interrompersi a causa del II Conflitto Mondiale.

Momenti dalla prima missione italiana. Foto dall'Archivio fotografico della Missione

A 72 anni dalla brusca conclusione delle ricerche scientifiche italiane, il Butrint Project segna un nuovo inizio, partendo idealmente dalle tradizionali ricerche di Ugolini ma rinnovandone il significato secondo una linea di condotta improntata alla cooperazione e alla valorizzazione del sito archeologico come spazio culturale di comunità. 

Abbiamo intervistato Enrico Giorgi, professore di Metodologie della Ricerca Archeologica presso il Dipartimento di Storia Culture Civiltà, Sezione di Archeologia, dell'Università di Bologna Alma Mater Studiorum.


Butrint Project:
Butrint Project: il teatro, foto di Federica Carbotti

Le ricerche dell'Ateneo di Bologna in Albania hanno compiuto 20 anni nel 2020. Il Butrint Project esiste dal 2015: può essere considerato un "punto di arrivo"?

Nella tradizione virgiliana Butrinto è l’approdo di Enea, la tappa di un viaggio che determinerà il destino di Roma. Più recentemente e in maniera certamente meno letteraria a Butrinto sono giunti anche gli archeologi dell’Ateneo di Bologna e dell’Istituto di Archeologia di Tirana, dopo la ventennale esperienza nella vicina Phoinike, ripercorrendo i passi già compiuti dalla Missione Italiana diretta da Luigi Maria Ugolini negli anni Trenta del Novecento. Dunque, per certi versi, Butrinto può essere considerato un punto d’arrivo. Non certo, però, dal punto di vista della ricerca e di quella archeologica in particolare. Terminata l’indagine stratigrafica inizia la riflessione sui dati, compresi quelli raccolti in passato. È come se lo stesso terreno venisse analizzato con setacci sempre più raffinati, capaci di trovare tesori che, ad esempio, Ugolini non poteva apprezzare.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

 

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2015 di Michele Silani

L’attuale ricerca archeologica, potenziata come le altre scienze dagli strumenti digitali e dal dialogo con le altre discipline, è capace di raccogliere e immagazzinare enormi quantità di dati anche in contesti relativamente piccoli, innescando innumerevoli possibilità di analisi. Infine, oggi l’archeologia è più interessata al metodo, a rendere espliciti i meccanismi della ricerca e all’impostazione delle domande piuttosto che al perseguimento incondizionato di approdi definitivi.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2017, foto di Enrico Giorgi

Questo non significa rinunciare a trovare le risposte e abbandonarsi a una sorta di paralizzante relativismo, ma piuttosto coscienza contemporanea della complessità del mondo antico, con il quale instauriamo un dialogo dinamico che rinnova continuamente le nostre curiosità. Mentre leggiamo di Enea, analizziamo le lettere che Cicerone inviava ad Attico nella campagna a sud Butrinto, raccogliamo i resti della vita quotidiana dei pellegrini che frequentavano il Santuario di Asclepio o dei coloni romani che vivevano nella pianura oltre il canale di Vivari, analizziamo i resti dei loro pasti oppure dell’ambiente antico, diamo avvio a un percorso di comprensione che ci fa riflettere anche su noi stessi e innesca nuove domande.

Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti
Butrint Project
Butrint Project: rilevamento topografico dello scavo del 2019, foto di Francesco Pizzimenti

In estrema sintesi una ricerca archeologica può certamente giungere a un punto d’arrivo, ma con la coscienza di avere raggiunto solo un gradino di un percorso ancora lungo e noi a Butrinto siamo, probabilmente ancora sul pianerottolo di partenza. Le nostre domande di ricerca riguardano soprattutto la genesi dell’abitato in età arcaica e il suo sviluppo dopo la conquista romana. Le scoperte fatte sino a ora hanno soprattutto posto nuove domande, ma siamo ancora nella fase iniziale di una ricerca che ci auguriamo lunga ed emozionante.

L'ultima campagna di indagini archeologiche ha risentito delle misure restrittive dovute alla pandemia tutt'ora in corso, portando allo stesso tempo allo sviluppo di "investimenti digitali", come la piattaforma web del progetto. Un "disastro" o un'opportunità? Sono in cantiere (!) altre iniziative?

Risulterà probabilmente noioso ricordare che i momenti di crisi possono trasformarsi in opportunità. Credo però che per l’archeologia questa considerazione sia particolarmente stimolante. Andare sul campo per inseguire l’emozione della scoperta in un contesto di eccezionale bellezza come Butrinto, su un promontorio in mezzo a una laguna davanti a Corfù, ha un’attrattiva irresistibile. Ma spesso questo entusiasmo ci porta a privilegiare la raccolta dei dati trascurando la potenzialità di informazioni che racchiudono e che emergono solo lavorando attentamente in laboratorio e in biblioteca.

Butrint Project: il Lago di Butrinto visto dall’alto, foto di Pierluigi Giorgi

Innanzi tutto, grazie ai colleghi albanesi, non abbiamo rinunciato del tutto all’attività sul campo e una Campagna di scavo a Butrinto è attualmente in corso, anche per non interrompere la manutenzione delle strutture riportate in luce.

Tuttavia, se le restrizioni sanitarie ci hanno in gran parte privato dell’emozione dello scavo, hanno però permesso di destinare molto tempo all’analisi e allo studio, ma anche al confronto. Abbiamo all’improvviso compreso che non c’è necessariamente sempre bisogno di navi e di aerei per avvicinare i ricercatori.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2017 di Enrico Giorgi

Il tempo guadagnato e le piattaforme informatiche hanno incentivato il confronto, seppure in remoto, superando anche grandi distanze con notevoli economie di risorse e con facilità di coinvolgimento per gli interessati. In questo periodo, con l’Ambasciata e le altre Missioni Archeologiche Italiane, abbiamo inaugurato due Webinar di successo dedicati all’Epiro e frequentati anche da molti colleghi albanesi. Abbiamo messo in rete un Sito Web che vuole essere il portale di accesso a tutte le nostre ricerche e alle attività in corso (https://site.unibo.it/butrint/en). Infine abbiamo potuto investire maggiori risorse in analisi di laboratorio indispensabili per ricostruire l’ambiente antico, ossia lo scenario al cui interno si collocano le nostre storie. Il gusto dello scavo talvolta privilegia il mero dato archeologico e ci fa dimenticare che il paesaggio antico è frutto di un’interazione in cui l’uomo gioca un ruolo ma l’altro attore è l’ambiente, che va indagato con metodologie specifiche che richiedono risorse dedicate.

Iscrizioni del teatro di Butrinto, foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

Soprattutto abbiamo fatto anche quest’anno un’inattesa scoperta archeologica, grazie alla collaborazione con la cattedra di Epigrafia Latina dell’Università di Macerata, riscoprendo reperti che non erano stati coperti dalla terra ma si erano comunque persi negli archivi. Si tratta di decine di calchi di iscrizioni di Butrinto che risalgono indietro nel tempo di circa un secolo, al tempo della prima Missione Italiana di Luigi Ugolini. Questi fragili reperti ci aprono nuove prospettive, quasi di Archeologia dell’Archeologia.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

L’emozione della comunicazione in diretta da parte della collega Simona Antolini è ancora viva e ha innescato una serie di reazioni a catena, a partire dall’indagine a ritroso per comprendere come siano giunti sino ai depositi dell’Università di Macerata. Furono realizzati dall’epigrafista del team, Luigi Morricone, e passarono dalla Scuola Archeologica Italiana di Atene. Resta poi da comprendere se la loro lettura, che testimonia uno stato di conservazione migliore di quello degli attuali originali, potrà fornire occasioni per nuove interpretazioni, che ci riserviamo di comunicare appena possibile.

Butrint Project
Butrint Project: calchi delle epigrafi. Foto di Simona Antolini

Tuttavia il dovere di aggiornare gli interessati sugli sviluppi del progetto non deve farci dimenticare che la ricerca scientifica ha bisogno di tempo. Lo stiamo sperimentando in questo frangente per obiettivi ben più importanti. Il nostro lavoro ha certamente un impatto non così determinante sulla società, tuttavia ha il suo peso e richiede tempi che non possono essere immediati.

Sarà cura dei ricercatori impegnati nel progetto e di Simona Antolini fornire una comunicazione preliminare e probabilmente questo avverrà a breve. Potete considerarlo un impegno preso.

 


Possiamo avere alcune anticipazioni sulle finalità della campagna di scavi 2021?

La scoperta dei calchi delle iscrizioni condizionerà sicuramente il programma dei lavori e, per questo, dovremo attendere che i colleghi epigrafisti ci passino di nuovo la palla dopo che avranno completato la loro revisione. Certamente, dato che la maggior parte delle epigrafi si trova nel Teatro all’interno del Santuario di Asclepio, accenderemo un faro su questo interessantissimo complesso architettonico cresciuto in età romana e pieno di fascino anche per il conteso ambientale in cui sorge. L’anno scorso, mentre lo scavo era in corso, assistemmo all’apparizione di un bel serpente che decise di farci visita. Trattandosi dell’animale sacro ad Asclepio, passata la paura, lo prendemmo come un buon presagio che in effetti parrebbe realizzarsi e dunque non resterà che assecondarlo!

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Trattandosi di edifici già riportati in luce in passato dagli archeologi italiani, e considerando la difficoltà di ulteriori approfondimenti dello scavo, perché qui emerge l’acqua del lago, si tratterà soprattutto di Archeologia dell’Architettura e rilievi laser scanner, ossia analisi di ciò che è già fuori dalla terra, al pari di quanto stiamo già facendo per le Mura Ellenistiche.

Il Santuario di Asclepio. Foto di Veronica Castignani

Lo Scavo Archeologico sulla cima dell’Acropoli, invece, dovrebbe continuare alla ricerca della storia più antica della città di Enea.

 


L'antica Butrinto è un bene protetto dall'UNESCO e l'Italia ha da poco ratificato la Convenzione di Faro. A riguardo, qual è stato il rapporto tra gli studiosi, la ricerca e la comunità locale? Ritiene che in futuro le attività del Butrint Project possano costituire un'opportunità di sviluppo economico e professionistico per la comunità locale?

Il nostro approdo a Butrinto è avvenuto nel segno della condivisione con i colleghi albanesi, con il personale del Parco e con la comunità locale. Questo è certamente un segno distintivo rispetto ai lavori, pur meritori, della Missione Italiana degli anni Trenta.

Butrint Project
Porta del Leone. Foto di Federica Carbotti

Spero che sarà presto possibile tornare a visitare il Parco di Butrinto per apprezzare il Santuario di Asclepio, le Mura con la Porta Scea e la Porta del Leone, l’Acropoli ma anche la Torre Veneziana e il Castello di Alì Pascia, raggiungendolo oltre il canale di Vivari con la chiatta costruita con i resti della decoville di Ugolini. Ebbene tutti questi monumenti sono stati riportati in luce e dagli archeologi italiani nel secolo scorso. Questo significa che, qualora gli amici albanesi richiedano la nostra collaborazione, la loro conservazione è per noi un impegno che siamo moralmente chiamati a onorare, tanto più alla luce dell’esperienza che il nostro Paese ha maturato in questo campo.

Queste considerazioni hanno ispirato il progetto nel 2015, attraverso l’impiego di metodologie di documentazione e mappatura del degrado innovative, messe a punto dal medesimo team nell’ambito del Piano della Conoscenza di Pompei. Quest’archeologia, che cerca di andare in profondità senza scavare o almeno considerando i rischi della conservazione e del consumo del deposito archeologico, richiama lo spirito della Convenzione di Malta e rappresenta già un primo passo verso l’idea della Public Archaeology. Tale approccio ha consentito anche di attuare un percorso formativo e professionalizzante per alcuni studenti di archeologia dell’Università di Tirana residenti in zona. Non solo, è stato possibile anche coinvolgere alcuni membri del villaggio più vicino nei primi interventi di conservazione e valorizzazione, fornendo loro un’occasione di specializzazione, di guadagno e insieme di conoscenza del nostro lavoro.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2018 di Enrico Giorgi

La condizione di Butrinto, però, è una condizione particolare, perché si tratta di un sito noto e già frequentato da centinaia di migliaia di turisti al quale non solo la comunità locale ma l’intero Paese è molto affezionato, in una regione che è tra le più attrattive. Esiste quindi già una sensibilità particolare e condivisa nei confronti dell’archeologia e del suo potenziale. Per un Paese che ha attraversato periodi di difficoltà e di isolamento, anche in tempi recenti, il ricordo di un passato nel quale alcune sue città erano al centro della storia è stato sempre molto attuale. Ci sarebbe molto da aggiungere, magari in altra occasione, sull’uso distorto della storia e dell’archeologia per alimentare la coesione delle comunità e, in tal senso, Butrinto è un caso emblematico per italiani e albanesi. Ma la percezione dell’importanza delle proprie radici storiche non è estranea a questi luoghi.

Butrint Project
Butrint Project: foto della campagna 2019 di Francesco Pizzimenti

Ma Butrinto è anche un Parco archeologico e naturalistico con i suoi confini. La loro tutela ha permesso di salvaguardare l’area dall’indiscriminata espansione edilizia che ha afflitto il resto della costa meridionale dell’Albania, ma ha anche necessariamente posto inevitabili limiti alla vita delle comunità. In questo senso molto c’è ancora da fare perché Butrinto, che è un patrimonio della Nazione e dell’Umanità, lo sia sempre più anche per le comunità locali, non solo per il suo valore in termini di economia del turismo.


Papyri Graecae Magicae

Papyri Graecae Magicae: una fonte importante per lo studio della magia greco-egizia

Una tra le più importanti raccolte di testi papiracei antichi è sicuramente quella dei Papyri Graecae Magicae, edita da Karl Preisendanz tra il 1928 e il 1931 e tradotta in inglese da Hans Dieter Betz nel 1986. Tali papiri sono definiti greci perché scritti in κοινή e magici perché sono un’importante testimonianza su rituali, credenze e culti dell’Egitto dall’II secolo a.C. al VI d.C. Tra le varie collezioni dei Papyri Graecae Magicae si ricorda quella Anastasi, dal cognome di Jean d’Anastasi, rappresentante diplomatico alla corte di Alessandria che avrebbe acquistato a Tebe alcuni papiri e li avrebbe poi rivenduti a biblioteche quali il British Museum di Londra, la Bibliothèque Nationale e il Louvre di Parigi, lo Staatliche Museen di Berlino e molte altre. Forse non sapremo mai chi ha messo insieme la collezione Anastasi, ma è interessante il fatto che in Egitto sono spesso attestate personalità che si dedicavano allo studio della magia come il Principe Khamwas, figlio di Ramses II, che sarebbe venuto a sapere dell’esistenza di un libro scritto dal dio Thot e lo avrebbe trovato nella tomba del principe Naneferkaptah.

I Papyri Graecae Magicae comprendono incantesimi, formule e inni nei quali, accanto alle divinità egiziane, si trovano quelle tipiche del pantheon greco come Zeus, Apollo, Afrodite, connotate come esseri ora benevoli e ora demonici. Si ricordano dunque papiri come il PGM, VII, 215-218 (si tratta del P. Lond. 121), in cui si fa riferimento a una stele di Afrodite per avere amicizia, favore e successo, ma al contempo ce ne sono altri come il PGM, XII, 144-152 (P. Lugd. Bat. J 384 (V), in cui ci si rivolge a Horus, figlio di Osiride ed Iside, per sognare quello che si desidera. In molti testi, inoltre possiamo trovare i cosiddetti ὀνόματα βαρβάρα, espressioni egiziane che in greco sono apparentemente prive di senso ma che potrebbero avere significati nascosti. Tutto questo fa emergere un certo sincretismo tra cultura greca ed egiziana, dovuto anche ai sempre maggiori insediamenti greci in Egitto a partire dal II secolo a.C.: si pensi anche ai Papiri di Ossirinco, che permettono di conoscere molti aspetti della vita quotidiana dell’Egitto di età ellenistica.

Papiro di Ossirinco 246, presso la Cambridge University Library, Cambridge. Foto da Bernard P. Grenfell, Arthur S. Hunt, The Oxyrhynchus Papyri Part II (1898), London: Egypt Exploration Fund, pp. 195–197, in pubblico dominio

Tra i Papyri Graecae Magicae, allo stesso tempo, possiamo trovare ricette magico-mediche che prevedono l’impiego di sostanze vegetali, animali e minerali per ottenere un determinato scopo: ricevere oracoli o sogni, allontanare demoni, curare affezioni umane, attirare la persona amata. Lynn R. LiDonnici ha proposto una classificazione di questi testi, distinguendo in particolare quelli che prevedono l’uso di piante medicinali, quelli che danno suggerimenti sulla raccolta e preparazione delle sostanze, quelli associati ai rituali nei templi o sugli altari e infine quelli che includono ingredienti esotici.

Papyri Graecae Magicae
Uno dei papiri magici con un incantesimo d'amore, dalla Biblioteca Nazionale di Strasburgo, BNUS inv. 1167. Foto di Pierre Tribhou, in pubblico dominio

Spesso gli elementi naturali utilizzati nei rituali descritti erano adoperati anche per realizzare amuleti, che servivano agli stessi scopi citati sopra. Per esempio, il PGM, IV, 2622-2707 comprende un incantesimo rivolto alla Luna da recitare in primo luogo per calunniare qualcuno, ma adatto anche per inviare sogni o visioni, per provocare debolezza e, se recitato al contrario, per allontanare i nemici; ai vv. 2626-2635, in particolare, si illustra come realizzare un amuleto di protezione, incidendo l’effigie di Ecate in un magnete a forma di cuore.

Allo stesso tempo le sostanze naturali potevano essere inserite all’interno delle statue degli dei o impiegate per la loro realizzazione, con procedimenti analoghi a quelli teurgici della τελεστική: nel PGM, VII, 756-794 Mene, dea lunare, è invocata recitando i segni e i simboli che le appartenevano, tra i quali anche un elenco di animali; secondo il PGM, XII, 14-95 per animare un’immagine in cera di Eros si dovevano offrire al dio varie prelibatezze e strangolare sette uccelli, mettendoli poi sull’altare con delle piante aromatiche. Oltre alle statue divine, nei Papyri Graecae Magicae vi sono esempi di immagini di persone o animali che erano animate per determinati scopi: nel PGM, IV, 2373-2440, nell’ambito di un rito per avere successo negli affari, si fa riferimento a un uomo di cera rappresentato come un supplice e con una borsa nella mano sinistra; nel PGM, IV, 2943-2966 troviamo un incantesimo di attrazione che prevede la realizzazione dell’effigie di un cane, nelle cui cavità oculari sono inseriti gli occhi di un pipistrello.

Sarebbero molti i Papyri Graecae Magicae degni di essere citati, perché mettono in luce non solo le pratiche magiche greco-egizie, ma anche i punti di contatto e le differenze tra queste due importanti civiltà del mondo antico. Indipendentemente dall’ambito magico, come si è visto, vi sono infatti elementi che consentono di scoprire gli aspetti dell’una e dell’altra cultura che si intrecciano a vicenda creando un perfetto sincretismo linguistico, religioso e, nuovamente, culturale. È quindi importante, oggi più che mai, riconoscere l’importanza di questi testi e valutarli come exemplum: per dirla con Clifford Geertz, riflettere sulla bellezza della diversità è qualcosa che ci arricchisce interiormente, oggi come nell’antichità.

Seth nel papiro AMS 75, 300-350 d. C. Foto Rijksmuseum van Oudheden, CC BY 3.0

Bibliografia

A.A. V.V. 1898- = A.A. V.V. (a cura di), The Oxyrhynchus Papyri, 84 voll., London 1898-.

Betz 1986 = H.D. Betz (a cura di), The Greek Magical Papyri in translation, Chicago 1986.

Björklund 2015 = H. Björklund, Invocations and Offerings as Structural Elements in the Love Spells in Papyri Graecae Magicae, in Journal for Late Antique Religion and Culture, vol. IX, 2015, pp. 29-47.

Calvo Martínez 2010 = J.L. Calvo Martínez, Himno sincrético a Mene-Hécate (PGM IV 2522-2567), in MHNH: revista internacional de investigación sobre magía y astrología antiguas, vol. X, 2010, pp. 219-238.

Eitrem 1942 = S. Eitrem, La théurgie chez les néoplatoniciens et dans les papyrus magiques, in Symbolae Osloenses, vol. XXII, 1942, pp. 49-79.

LiDonnici 2001 = L.R. LiDonnici, Single-Stemmed Wormwood, Pinecones and Myrrh: Expense and Availability of Recipe Ingredients in the Greek Magical Papyri, in Kernos. Revue internationale et pluridisciplinaire de religion grecque antique, Liège 2001, pp. 61-91.

Preisendanz 1928-1931 = K. Preisendanz (a cura di), Papyri Graecae Magicae, 2 voll., Stuttgart 1928-1931.

Zografou 2008 = A. Zografou, Prescriptions sacrificielles dans les papyri magiques, in V. Meil, P. Brulé (a cura di), Le sacrifice antique. Vestiges, procédures et stratégies, Rennes 2008, pp. 187-203.


L’Acropoli di Atene e il restauro dell’immagine di una città

Foto della città di Atene dalla collina del Licabetto. ©Sveva Ventre

Nata sotto la protezione della dea da cui prende il nome, la città di Atene appare oggi come una metropoli estesa ed estremamente densificata a livello abitativo. Essa costituisce, considerando l’area urbana della Grande Atene, la settima conurbazione più grande dell'Unione Europea e la quinta capitale più popolosa dell'Unione. All’interno di questo paesaggio urbano biancastro, mitigato qui e lì da un’area verde, spicca la collina rocciosa dell’Acropoli, la quale occupa da sempre una posizione centrale all’interno della pianura sulla quale si estende la città. Per comprensibili ragioni di natura difensiva, strategica e simbolica, l’Acropoli è stata il primo bacino d’occupazione antropica di Atene.

August Wilhelm Julius Ahlborn, Blick in Griechenlands Blüte, olio su tela (1836), Alte Nationalgalerie, Berlino. Foto HAESsJ_MthhX5g at Google Cultural Institute, pubblico dominio

Fin dall’età preistorica, e in maniera ancor più consistente in età protostorica, l’Acropoli fu il cuore della localizzazione del potere territoriale. Dopo una prima configurazione come centro urbano in età micenea, essa conobbe prima in età arcaica e poi in età classica il massimo del suo splendore, diventando uno dei maggiori complessi monumentali e religiosi dell’Antica Grecia. Inserita nel tessuto di una città in continua crescita e metamorfosi, nei secoli successivi all’età classica, questo luogo non è mai rimasto lo stesso, attraversando l’età ellenistica, romana, bizantina, medievale e moderna fino ad arrivare a quella contemporanea, adattando la propria architettura di volta in volta alle necessità funzionali delle varie epoche che si sono succedute. Questo lungo processo ha comportato sovrapposizioni, trasformazioni, riusi e obliterazioni, e ha fatto sì che nell’approccio contemporaneo ai monumenti dell’Acropoli non si possa non tenere in conto, con una visione adeguatamente ampia, di tutti questi segni.

Acropoli di Atene restauro
Foto dell’Acropoli di Atene dal Museo dell’Acropoli. ©Sveva Ventre

Analizzando i monumenti dell’Acropoli di oggi, riportati all’età di Pericle e di Fidia, possiamo leggere su di essi la storia degli interventi di restauro archeologico e architettonico come un esempio paradigmatico della concezione dell’utilizzo, della tutela, della gestione e della fruizione del patrimonio culturale, di un esempio dell’architettura e della storia classica che ci è indispensabile conoscere. Possiamo leggere su quegli stessi resti, ancora, un tempo che l’etnologo Marc Augé definisce come “puro, non databile”, quel tempo che tramite il restauro di questi simboli la Grecia sta tentando di congelare.

Acropoli di Atene restauro
Karl Friedrich Schinkel, disegno per il Palazzo Reale sull’Acropoli di Atene (1834). Das neue Hellas, München 1999, p. 537 via ArteMIS, Ludwig-Maximilians-Universität München, Kunsthistorisches Institut, Ludwig-Maximilians-Universität München via, Prometheus. Immagine in pubblico dominio

Con la nascita dello stato neoellenico nel 1830, infatti, il riferimento alla Grecia Antica diventò uno degli elementi fondamentali per la formazione dell’identità nazionale del giovane Paese. In un contesto del genere, il restauro e la valorizzazione dei monumenti dell’Acropoli di Atene, che avevano già destato precedentemente all’unità nazionale l’attenzione del re di Grecia Ottone I Wittelsbach con il celebre progetto di Karl Friedrich Schinkel per la costruzione di un palazzo reale sull’Acropoli, acquistarono massima importanza.

Foto del Tempietto di Atena Nike sull’Acropoli di Atene. ©Sveva Ventre

I primi interventi effettuati furono la liberazione delle superfetazioni medievali sui Propilei, accesso principale all’area monumentale, e la ricomposizione del vicino tempietto di Atena Nike, smembrato in epoca medievale proprio per costruire le fortificazioni della cittadella che prese il posto dell’area sacra. Tuttavia, gli interventi che consolidarono nell’immaginario collettivo quello che tutt’ora è uno dei siti archeologici più visitati al mondo furono quelli eseguiti dall’ingegnere Nicolaos Balanos negli anni '20 del ventesimo secolo. Lo sviluppo ingegneristico di quegli anni portò alla convinzione che l’utilizzo dei nuovi materiali, quali il ferro e il calcestruzzo armato, potesse favorire la stabilità strutturale negli interventi di restauro, sostituendo l’utilizzo dei materiali tradizionali. Questa convinzione ha comportato in seguito la necessità, nel caso dell’Eretteo così come per il monumento più importante dell’Acropoli di Atene, il Tempio dedicato alla dea Atena Parthénos (Παρθένος), meglio noto come Partenone, di un de-restauro degli interventi del Balanos. Il diffuso impiego di grappe in ferro e di architravi in cemento armato in manufatti esposti alle intemperie aveva infatti generato una forte ossidazione delle parti metalliche, causando in seguito un aumento di volume e la caduta dei copriferri, nonché il danneggiamento dei marmi antichi adiacenti.

Acropoli di Atene restauro
Foto dell’Eretteo sull’Acropoli di Atene. ©Sveva Ventre

Negli ultimi quarant’anni, ci spiega accompagnandoci nel cantiere del Partenone l’architetto Konstantinos Karanassos (specialista in restauro dei monumenti e recupero urbano, un tempo studente dei poli universitari più importanti di Roma e oggi funzionario dell’Acropolis Restoration Service di Atene), sono stati necessari degli interventi per ovviare ai danni causati dal precedente restauro e per integrare il vecchio restauro con i nuovi principi di reversibilità e riconoscibilità degli interventi, riportati nella Carta di Venezia per il restauro e la conservazione di monumenti e siti del 1964. Grazie ad un’analisi più propriamente filologica, è stato possibile effettuare l’anastilosi, ovvero la ricomposizione, di grandi parti dei monumenti secondo la loro immagine periclea, grazie all’integrazione di parti in marmo pentelico di nuova creazione e a innesti strutturali in titanio.

Tutti i giorni da ormai molti anni, e probabilmente per molto tempo ancora, prosegue il lavoro di numerosi tra i migliori scalpellini della Grecia, che instancabilmente procedono, alla maniera antica, nel tramutare il marmo grezzo, preso dalle stesse cave del Monte Penteli (da cui il nome marmo pentelico), in nuovi elementi architettonici, con l’obiettivo che questo luogo torni a rappresentare, quando il colore del marmo si sarà col tempo avvicinato a quello dei resti antichi, il canone classico che ha influenzato l’arte e l’architettura di tutti i tempi.

Acropoli di Atene restauro
Foto del Prospetto Est del Partenone sull’Acropoli di Atene in questo periodo di attività di restauro. ©Sveva Ventre

Tutti uniti contro il barbaro! Riflessioni sul Panegirico di Isocrate

L’antichità greca ci ha tramandato un corpus cospicuo di orazioni che non solo fungono da insostituibile fonte per la comprensione dei fenomeni giuridico-politici della Grecia classica e post-classica, ma che risultano anche essere dei veri e propri libelli d’arte nei quali la parola – l’‘arma’ prediletta dagli oratori! – è declinata secondo le diverse abilità retoriche.

Tra i discorsi degni di menzione va annoverato il Panegirico di Isocrate, probabilmente composto intorno al 380 a.C. Il titolo dell’orazione isocratea si spiega con le Panegire, una festa religiosa cui partecipava una gran moltitudine di greci e durante la quale erano soliti essere premiati gli atleti più meritevoli.

Nei primissimi capitoli del suo discorso, Isocrate si scaglia contro gli organizzatori delle gare atletiche che si tenevano durante la celeberrima festa religiosa dal momento che a ricevere magnificenti premi erano soltanto coloro che esibivano lo sfarzo del corpo a discapito, invece, di chi, con il saggio uso della parola e dello spirito, si batteva per il bene dell’intera comunità, infatti l’oratore così si esprime: «[…] se gli atleti avessero anche il doppio della loro forza fisica, l’umanità non ci guadagnerebbe nulla, ma se un solo uomo è saggio, tutti quelli che vogliono condividerne le idee possono trarne vantaggio».

Alla premessa iniziale, Isocrate fa seguire l’argomento principale del suo discorso: una Grecia coalizzata contro il pericolo persiano. I contenuti dell’orazione non si distinguono per originalità, perché già utilizzati dai predecessori, ma sono trattati dal logografo secondo uno stile ed una argomentazione degna della più alta oratoria.

Nel periodo in cui Isocrate ‘mette mano’ al Panegirico, Atene è nelle mani degli spartani, vincitori della feroce e più che ventennale guerra peloponnesiaca, culminata con la distruzione delle mura del Pireo ad opera del generale Lisandro nel 404 a.C. e con la breve instaurazione oligarchica ad Atene.

Panegirico Isocrate Mura Pireo
Le mura del Pireo furono ricostruite solo nel 393 a. C. Immagine ad opera di Ernest Dudley Heath (1867-1945) e tratta dal libro Hutchinson's History of the Nations (1915). Pubblico dominio

Ci sarà stato un evento che avrà spinto Isocrate a comporre un’orazione di questo genere? È la pace di Antalcida del 386 a.C., stipulata tra Sparta e la Persia, a segnare profondamente il logografo che additerà agli spartani uno degli errori più gravi: aver consegnato, praticamente, il popolo greco al Gran Re persiano. In uno dei capitoli finali della sua orazione, Isocrate afferma, per l’appunto: «[…] la cosa più ridicola di tutte è che noi, del trattato [la pace di Antalcida], osserviamo scrupolosamente soltanto gli articoli peggiori […] quelli […] che ci coprono di vergogna e hanno consegnato al barbaro molti dei nostri alleati […]. Chi infatti non sa che trattati sono quelli che contengono disposizioni uguali ed imparziali per entrambi i contraenti, e invece ordini quelli che mettono in condizione di inferiorità uno dei due contro ogni giustizia?».

Le condizioni imposte dal trattato di pace non sono gradite ad Isocrate, il quale, con il Panegirico, tenta di porre rimedio ad una situazione, ormai, ben che compromessa. L’obiettivo del logografo è legato al tentativo – che risulterà vano! – di riconciliare i diversi popoli greci, soprattutto ateniesi e spartani, per fronteggiare un’ultima e decisiva guerra contro il barbaro d’Oriente.

Il presupposto della conciliazione è fondato, a detta dell’oratore, su due poli fondamentali: da un lato, il valore di Atene e del suo popolo, dall’altro, l’iniziale ‘amicizia’ tra ateniesi e spartani. Su quest’ultimo punto Isocrate si mostra piuttosto modesto e si limita a ricordare come due popoli afferenti ad una stessa area geografica, la Grecia per l’appunto, si siano strenuamente battuti, agli inizi del V a.C., per sconfiggere la fitta armata persiana. Al contrario, sul primo punto, Isocrate (si badi, è un panegirico, dunque un discorso d’elogio) si effonde in una serie di lodi che, diremmo, offuscano la realtà dei fatti.

Atene è resa, dall’oratore, l’esempio più riuscito di città-stato alla guida di un imperium vincente, motivo per cui in un nuovo conflitto versus il barbaro persiano spetterebbe ad Atene mantenere le redini dell’imperium, proprio come, secondo Isocrate, gli stessi Ateniesi avevano fatto, agli inizi del V a.C., durante il primo scontro contro i persiani. L’argomentazione isocratea non mira a gettare discredito sulle altre popolazioni greche, ma ad ingigantire l’efficienza ateniese che, al contrario, si è mostrata tutt’altro che perfetta!

Di Atene Isocrate elogia l’autoctonia, motivo per cui spetta agli ateniesi il primato tra i popoli della Grecia, infatti l’oratore afferma: «Noi infatti non abbiamo dovuto cacciare un altro popolo per abitare questa terra, né l’abbiamo occupata deserta, né dopo esserci mescolati a razze diverse: la nostra stirpe è pura e originaria, perché occupiamo da sempre la terra sulla quale siamo nati, autoctoni quali siamo e nelle condizioni di dare alla nostra città gli stessi nomi dei genitori: solo a noi fra tutti i Greci spetta il diritto di chiamarla nutrice, patria e madre» (il mito dell’autoctonia ateniese è spesso utilizzato come motivo d’elogio della città-stato). Inoltre, Atene è ben voluta dagli Dèi – si pensi al mito di Demetra – , oltre che fondatrice di nuove colonie, ha pure instaurato la miglior forma di governo che una città-stato potesse avere: la democrazia.

Anfora a figure nere dalla bottega di Exekias (540 a. C. circa), raffigurante due guerrieri che lottano sul corpo di un caduto. Probabilmente Aiace ed Ettore che lottano per il corpo di Patroclo. Immagine CC0

Tutti questi elementi fungono da contorno al discorso di Isocrate che mira a persuadere l’uditorio sulla necessità di un cambiamento, di un ritorno al passato e di un’emancipazione sociale che risolleverebbe le sorti di una Grecia sull’orlo del baratro.

La necessità di una riconciliazione tra Atene e Sparta crea il presupposto per un’ulteriore riflessione finalizzata ad sostenere ulteriormente il proposito di Isocrate. Nei capitoli finali del Panegirico, l’oratore elogia il coraggio mostrato nei secoli dai popoli greci chiamando in causa la tradizione poetica ed, in ispecie, Omero. Quali erano, per gli antichi greci, le epopee più gradevoli all’ascolto, se non quelle relative alla guerra troiana, prima, e persiana, poi? Isocrate, infatti, è convinto che: «[…] la poesia di Omero gode di una fama così superiore alle altre proprio perché ha tessuto uno splendido elogio dei Greci che combatterono contro i barbari». In entrambi i conflitti, i popoli della Grecia, afferma l’oratore, hanno dato prova di grande valore, mostrando sia solidità che unione e, soprattutto, si sono riuniti per fronteggiare il vero nemico ‘pubblico’. Al contrario, ogni disfatta greca è giudicata, dal logografo, un vero e proprio rito funebre. Allora perché non permettere ad un nuovo poeta di decantare ulteriori gesta di un popolo greco pronto a respingere il ‘grido’ persiano?

La volontà isocratea di ripristinare l’‘età dell’oro’ (da intendere gli inizi del V a.C. sino all’epoca periclea) in cui regnava concordia tra i popoli greci e coesione militare si mostra un vero e proprio azzardo dal momento che, agli inizi del IV a.C., quando Isocrate compose il Panegirico, Atene stava attraversando uno dei periodi più turbolenti della sua storia: l’egemonia spartana e l’effimera avanzata dei tebani di Epaminonda. I tanto nominati persiani rappresentavano sì il nemico ‘storico’ per eccellenza, ma ormai si avviavano ad una terribile decadenza che culminerà con la fuga di Dario III e la vittoria di Alessandro il Grande che darà inizio ad un nuovo e florido periodo: l’Ellenismo.

Opliti che vanno alla carica, mentre i peltasti lanciano i giavellotti. Il tutto sotto la pioggia di frecce nemiche. Immagine realizzata da F. Mitchell, Department of History, United States Military Academy e tratta da un libro di May, Elmer; Stadler, Gerald; Votaw, John; Griess, Thomas (series ed) (1984). Si tratta del contributo Classical Warfare: The Age of the Greek Hoplite all'interno di Ancient and Medieval Warfare: The History of the Strategies, Tactics, and Leadership of Classical Warfare, New Jersey, United States: Avery Publishing Group, p. 4. Pubblico dominio

(Le traduzioni dei passi dell’orazione sono cavate dall’edizione BUR (1993) delle Orazioni di Isocrate a cura di Chiara Ghirga e Roberta Romussi).


Nuceria Alfaterna: antiche glorie e moderne disillusioni

«Urbem inexpugnabilibus muris cinctam.»
«Città cinta da mura inespugnabili.»
(Valerio Massimo, Factorum et dictorum memorabilium libri IX, IX, 6)

Nocera Superiore - 13/10/2019
L'attuale comune di Nocera Superiore, insieme a parte del limitrofo comune di Nocera Inferiore, in provincia di Salerno, ha ospitato nel passato le glorie di un'antica città. Nuvkrinum prima, Nuceria Alfaterna in un secondo momento, fu fondata dai Sarrasti attorno al IX sec. a.C. e successivamente colonizzata dagli Etruschi nel VII sec. a.C. Dopo la loro disfatta nella battaglia di Cuma del 474 a.C., fu conquistata dai Sanniti che ne mantenerono il possesso per i tre secoli successivi, fino a quando la dilagante potenza romana nel III sec. a.C. la sottomise alla fine delle guerre puniche (216 a.C.). Questi ultimi la resero, nel corso dei secoli a venire, una florida e vitale colonia, nota in età augustea con l'appellativo di Constantia e dedita soprattutto alle attività agricole e commerciali.

L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. e le mutate direttrici viarie dell'Impero Romano segnarono per Nuceria una fase di progressivo declino; questo non le impedì tuttavia di diventare sede vescovile a partire dal III sec. d.C., grazie all'opera del vescovo Prisco, ed in epoca bizantina di concepire e realizzare lo splendido Battistero di S. Maria Maggiore.

Nuceria Alfaterna

L'antica città di Nuceria, in cui in epoca romana si parlava il greco in segno di distinzione, si sviluppava nei tempi di massimo splendore su una superficie superiore a quella della vicina Pompei. I rapporti tra i due insediamenti non furono sempre idilliaci, come ricorda un passo degli Annali di Tacito, il quale descrive una furiosa lite tra nocerini e pompeiani presso l'anfiteatro di Pompei nel 59 d.C., a seguito del quale lo stesso edificio fu chiuso per ben dieci anni dall'imperatore Nerone.

Era provvista di un foro, di terme, case, teatri ed un anfiteatro, recentemente riscoperto al di sotto di un moderno quartiere residenziale; purtroppo molte di queste costruzioni oggi versano in uno stato di profondo e desolante abbandono.

Strano il destino delle due città: Pompei distrutta dalla furia del vulcano in passato e riscoperta in modo capillare e nella sua massima bellezza nei tempi moderni; Nuceria Alfaterna risparmiata dal Vesuvio ma sepolta negli ultimi decenni da uno strato spesso di noncuranza e desolante abbandono...

Il Teatro ellenistico-romano, venuto alla luce in località Pareti e ormai invaso dalla vegetazione, Le Terme del Foro nelle immediate vicinanze del Battistero abbandonate (pur se rinchiuse in uno spazio verde cittadino) sono solo due piccolissimi esempi di una tendenza frequente nell'amministrazione della cosa pubblica, cioè il valorizzare i beni massicciamente visitati, in quanto fonte di reddito, mentre si lasciano nell'incuria quelli che potenzialmente potrebbero crearlo, il reddito, ma che abbisognano di investimenti e manutenzioni che forse si ritiene non ripaghino gli sforzi.

Nuceria Alfaterna

 

Tutte le foto sono di Camillo Sorrentino

Nuceria Alfaterna


Una finestra sul pavimento del Duomo di Siena

Fino al 27 ottobre sarà possibile osservare il pavimento del Duomo di Siena, anche in un modo nuovo. Con il percorso “Come in cielo così in terra. Dalla porta alla città del cielo al pavimento” infatti, il pavimento si può guardare dall’alto: un punto di vista insolito che dà al visitatore la possibilità di raccogliere in un unico sguardo la complessa decorazione a intarsi marmorei.

E come sempre, se guardiamo con attenzione alle immagini, anche quelle su cui mettiamo i piedi, c’è tutto un mondo da scoprire. In questo caso si tratta del mondo della cultura quattrocentesca a Firenze e Siena.

Il Duomo di Siena (cattedrale metropolitana di Santa Maria Assunta). Foto © Raimond Spekking, CC BY-SA 4.0

Il Duomo

Si comincia a costruire il duomo di Siena nel la seconda metà del Duecento, e circa un secolo dopo si progetta di ampliarlo e farlo diventare un’opera grandiosa. Siena è, in quel periodo, una grande potenza, fiera del regime comuale, che viene celebrato il più possibile, pure nei colori scelti per la decorazione del duomo: il nero e il bianco della balzana senese. Le date non sono così semplici, però, perché ci sono stati molti restauri, rifacimenti e la fase costruttiva del duomo è durata molto tempo. Il pavimento, decorato a intarsio marmoreo (una specie di puzzle fatto con tessere di marmo) ha richiesto quasi tre secoli per essere portato a termine, perciò è difficile anche capire se l’intera area tratta un unico racconto (come sostengono alcuni studiosi) o se quelle che vediamo sono scene slegate tra loro, nate una dopo l’altra, ciascuna per esigenze diverse. In ogni caso, al 1480 possiamo certamente ricondurre l’esecuzione della parte di pavimento con dieci sibille e Hermes.

Hermes lo si vede appena si entra in chiesa, è rappresentato in una grande immagine, e a lui sono collegate le dieci sibille che si snodano nelle navate laterali. Tutto regolare?

Non proprio, perché Hermes, come le sibille, arriva dritto dalla mitologia antica e non lo troviamo molto spesso nelle chiese cristiane; e poi le sibille “canoniche” a fine Quattrocento sono diventate dodici già da un pezzo. Si tratta quindi di una scelta particolare: di cosa ci parlano questi personaggi “pagani” in una chiesa cristiana?

Scorcio della navata centrale verso la controfacciata. Foto di James Gose, CC BY 2.0

Sibille

Partiamo dalle sibille: la sibilla è una figura del mito antico greco, le prime fonti ci dicono che è una, anzi: “una bocca”, ma durante l’Ellenismo diventa un donna in carne e ossa, e poi numerose donne, numerosissime, tanto che Marco Terenzio Varrone, nel I secolo d.C. deciderà di creare un elenco limitando il numero a dieci.

Il canone di Varrone viene ripreso da Lattanzio, che è impegnato nel descrivere tutti gli errori in cui sono incorsi i “pagani” con lo scopo di “smontare” le loro credenze ed esaltare quelle dei cristiani. Lattanzio, ovviamente, parla delle sibille, ma non le colloca tra i pagani, bensì tra coloro che sono testimoni della gloria di Dio. Nella sua opera, le Divine Istituzioni, troviamo sia le dieci sibille, che Hermes: proprio come nel pavimento di Siena.

Hermes

Anche Hermes è una figura della mitologia antica che si diffonde intorno al II secolo e rappresenta il “maestro dei maestri”, l’unione di tutti i saperi: la grande sapienza greca e quella egizia. Per questo viene chiamato Ermete Trismegisto, cioè tre volte grandissimo. Gli scritti che sono attribuiti a Hermes sono raccolti nel Corpus Hermeticum e contengono l’idea di una grande conoscenza che può avvicinare l’uomo alla divinità, innalzarlo spiritualmente; una conoscenza antica che però è misteriosa e va indovinata, letta tra le righe, interpretata.

Questi concetti passano in secondo piano quando il Cristianesimo viene definito, un concilio dopo l’altro, in un processo che continua anche dopo la morte di Lattanzio. Gli scritti ermetici, pur essendo in parte noti agli intellettuali, non hanno grande fama per tutto il Medioevo e la figura di Ermete Trismegisto viene dimenticata dalla maggior parte dei cristiani.

Diversamente accade invece per le dieci sibille, che sono figure così poco definite da poter entrare facilmente nella tradizione cristiana medievale, con un ruolo nuovo e ben preciso: le sibille sono coloro che Dio ha incaricato di annunciare la venuta di Cristo ai “pagani”. Secondo i devoti Cristiani, sono stati i “pagani” a non averle ascoltate, ma le sibille (che ormai sono profetesse) hanno fatto il proprio dovere e meritano quindi un posto in affreschi, dipinti e ogni altro mezzo di celebrazione e comunicazione tra la Chiesa e i fedeli.

Siena

Nel corso del Quattrocento però, dopo secoli di attesa nell’ombra delle biblioteche, anche Hermes rivede la luce: nel 1471 si pubblica il testo delle Divine Istituzioni di Lattanzio dove, come abbiamo detto, anche Hermes era descritto; qualche anno più tardi Marsilio Ficino traduce anche una parte del Corpus Hermeticum dal greco al latino, quindi in molti possono leggerlo. Operazioni come queste erano parte del lavoro degli intellettuali umanisti, che andavano a cercare testi e saperi antichi e provenienti dall’oriente, e li diffondevano nella cultura contemporanea. La figura di Hermes sta quindi vivendo una nuova fortuna in un contesto culturale dove la conoscenza degli antichi sembra essere la porta per il futuro, per il vero sapere. E nello stesso periodo si lavora al pavimento del Duomo di Siena, e si cerca, ovviamente, di esprimere il meglio della cultura del momento, le teorie più aggiornate e moderne.

Duomo di Siena Ermete Trismegisto
Ermete Trismegisto raffigurato nel pavimento del Duomo di Siena; l'opera è datata al 1488 ed è attribuita a Giovanni di Stefano.

Sibille e Hermes a Siena

Le teorie più moderne, ormai, comprendevano anche Hermes. All’ingresso del Duomo troviamo il mitico personaggio raffigurato mentre dà una libro a due uomini; la frase scritta nel libro ci aiuta a capire di chi si tratta: Suscipite o licteras et leges Egiptii, “Ricevete, la cultura e la legge, o Egizi”. Le due figure sono quindi un egiziano, quindi orientale, e lo riconosciamo dal turbante e dall’esotica barba a punta, e un occidentale col capo velato, a rappresentare i cristiani che seguiranno. È il momento in cui la scrittura, viene data agli uomini e Hermes si pone alla base della fondazione di cultura e sapienza; con la mano, il mitico sapiente indica un altro testo, che comunica pure a noi il messaggio fondamentale: “Dio creatore di tutte le cose, fece un altro Dio visibile e questo fu il primo e il solo nel quale si dilettò e amò suo figlio, che fu chiamato Santo Verbo”.

Ma se deve esserci qualcuno che accoglie i cristiani nel Duomo e trasmette la Sapienza mandata da Dio, perché questo qualcuno è un pagano?

Il contesto in cui queste immagini si collocano è quello delle teorie espresse da Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Secondo i due dotti umanisti esiste un antico sapere, unico, dato da Dio all’uomo all’inizio dei tempi, trasmesso di generazione in generazione e (secondo Pico) culminante nella religione Cristiana. Tutti i testi che compaiono nelle immagini di Ermete e delle sibille sono tratti dalle opere di Lattanzio, che a sua volta le aveva tratte da autori più antichi. Marsilio Ficino legge i testi di Lattanzio, vede che anche lui ha citato autori più antichi, e trova la conferma del fatto che il sapere è unico e molto antico e che quindi parte da ancora più lontano, da prima del Cristianesimo.

Ermete Trismegisto, mitica incarnazione della Sapienza, dona quindi la sapienza agli Egizi, tra i quali figura il suo contemporaneo Mosè, che la traghetterà nel mondo ebraico. Sul rapporto cronologico tra Ermete-Mosé, è da dire però che non tutti i teologi e intellettuali erano d’accordo, ma ai piedi della scena di cui parliamo c’è scritto che sono contemporanei.

Uno strano gruppetto

Quindi, se la presenza di Hermes è giustificata dai testi di Lattanzio, ripresi e interpretati dalla filosofia rinascimentale di Marsilio Ficino, che senso hanno le sibille associate al mitico sapiente?

La traduzione del Corpus Hermeticum fatta da Marsilio Ficino, si pubblica col nome di Pimander, e in questo testo Ficino scrive (forse sbagliando a tradurre), che Dio svela il futuro tramite alcuni segni, tra cui le sibille.

Il ruolo delle sibille, secondo i cristiani, l’abbiamo già detto, era stato quello di annunciare ai pagani la prossima venuta di Cristo; trovandole assieme al grande sapiente Hermes nella sua opera, è stato normale inserirle nella decorazione: sono anche loro anelli della catena della trasmissione del sapere.

Duomo di Siena Sibilla Cumana
La Sibilla Cumana, raffigurata nel pavimento del Duomo di Siena; è opera documentata di Giovanni di Stefano.

Ciascuna sibilla è rappresentata come una donna antica, rivestita di lunghi abiti e panneggi e tiene in mano un libro, attributo del sapere e della conoscenza. La sibilla Cumana è l’unica ad avere accanto a sé degli oggetti specifici: i libri sibillini che ha provato a vendere a Tarquinio e che poi, al rifiuto del re, ha bruciato. La stessa sibilla tiene in mano anche un ramo con foglie, perché Virgilio racconta che sulle foglie erano scritte le sue profezie. Le altre sibille sono identificate dai testi delle profezie, ciascuno attribuito a una sibilla e tutti tratti dall’opera di Lattanzio.

Lattanzio quindi si conferma come una fonte privilegiata, ma letta e interpretata in accordo con il Corpus Hermeticum per via delle teorie di Marsilio Ficino, che alla fine del Quattrocento è uno degli umanisti di maggiori rilievo nel panorama culturale, nonché l’intellettuale di punta nella cerchia dei Medici.

Proprio come in Lattanzio, infine, le sibille sono dieci, non dodici come si trovano invece, già da inizio secolo, in gran parte delle serie dipinte. Si trovano disposte in ordine lungo le navate, ai margini dell’edificio, a segnalare la loro funzione di “confine” tra i “pagani” che sono fuori dalla chiesa, e coloro che, camminando sulla via segnata dall’antico sapere, possono raggiungere il cuore del cristianesimo: l’altare su cui si celebra la messa.

Così, camminando sugli intarsi del pavimento, il fedele che entra in chiesa percorre la strada che rappresenta questo sapere. Allo stesso modo il visitatore di oggi ripercorre una delle tappe salienti della cultura rinascimentale, che porta alla rinascita del neoplatonismo e ha risultati anche oggi, nelle numerose espereienze di recupero delle teorie esoteriche. Ancora una volta, quindi, guardando un manufatto artistico, si può guardare oltre la “bellezza” e aprire una finestra sulla complessità del passato, un passato che noi siamo abituati a classificare in maniera molto netta e decisa per comodità di studio, ma che è fatta di uomini e donne come noi, che vivevano in un mondo complesso, ricco di diversi stimoli, pensieri e influenze e che davano vita a realtà stratificate e complesse, tanto quanto lo è la nostra, di oggi.

Duomo di Siena Sibilla Ellespontica
La Sibilla Ellespontica, raffigurata nel pavimento del Duomo di Siena; è datata al 1483 e attribuita a Neroccio di Bartolomeo de' Landi.

Ceglie del Campo Via Manzari Bari

Ceglie del Campo: nuovi importanti ritrovamenti archeologici

RITROVAMENTI ARCHEOLOGICI IMPORTANTI NELL’AREA DI CEGLIE DEL CAMPO

GALASSO: “GRAZIE AI LAVORI PUBBLICI IN CORSO STIAMO RISCOPRENDO UN PATRIMONIO DELLA CITTÀ”

Ceglie del Campo BariCome prescritto dalla Soprintendenza, nel corso dei lavori per la realizzazione del giardino in via Manzari, a Ceglie del Campo, negli scorsi mesi sono stati effettuati dei saggi di scavo a trincea al fine di verificare l’eventuale presenza di reperti archeologici nel sottosuolo, data la particolarità del territorio.

Gli scavi, infatti, hanno portato alla luce alcune sepolture, di cui una al momento, completa del corredo funerario, e altri reperti di particolare importanza che sono ora oggetto di analisi, approfondimenti e interventi di restauro da parte della Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città Metropolitana di Bari che ha, dunque, chiesto al Comune di Bari di effettuare un supplemento di indagine in loco estendendo le aree di scavo.

“Nel corso dei lavori per la realizzazione di un giardino pubblico in via Manzari, a Ceglie del Campo, in un settore nord-est dell’antico abitato di CAELIAE, lambito da Lama Fitta e quasi a ridosso delle mura ellenistiche – spiega il soprintendente Luigi La Rocca -, nelle scorse settimane sono stati effettuati dalla Soprintendenza saggi di scavo archeologico preventivo per la verifica del sottosuolo, per verificare la presenza di stratificazioni significative. È stata quindi intercettata un’area di necropoli con numerose sepolture a fossa nel banco calcareo e databili  tra V e III sec. a.C. Il rinvenimento di questo nucleo di sepolture a Ceglie del Campo non era inaspettato e rafforza in generale la validità della pratica dell’archeologia preventiva e in questo caso l’idea della necessità di un controllo costante dei cantieri in un’area dallo straordinario potenziale archeologico. Ciò naturalmente avviene costantemente nell’ambito dei lavori pubblici, ma è necessario estendere tale pratica anche ai numerosi lavori privati che interessano la zona. Per questo è stato aperto un confronto con l’amministrazione comunale per definire linee comuni di intervento. Purtroppo nel caso specifico dell’area di via Manzari le sepolture erano già prive di corredo, asportato in passato da scavatori clandestini.

 

Ma una di esse a carattere più monumentale, a semicamera, arricchisce in modo straordinario il già ampio dossier sulle conoscenze della comunità peucezia insediata a Ceglie in età ellenistica. Essa ha infatti restituito la sepoltura intatta della fine del IV sec. a.C. di un soggetto femminile in posizione semicontratta, deposta con un corredo di vasi e terrecotte figurate di eccezionale fattura che consentono di decodificare il contesto storico di riferimento del tempo.

Tra essi, oltre ad una serie di vasi propri del rituale funebre, di particolare pregio una lekythos con elementi decorati a rilievo con la raffigurazione di Neottolemo e Cassandra a Troia e le terrecotte di una sfinge e di Afrodite Anadiomene.

I reperti sono stati trasferiti nel Laboratorio di restauro della Soprintendenza, a Palazzo Simi, a Bari, per i primi interventi di restauro. Naturalmente è assolutamente necessario proseguire le indagini in questo importante comparto della necropoli di Ceglie del Campo sia ai fini della ricerca sia soprattutto per garantire la sicurezza e la salvaguardia del contesto archeologico ancora sepolto”.

“A fronte di questi ritrovamenti - ha commentato l’assessore ai Lavori pubblici Giuseppe Galasso - sarà rivisto anche il progetto iniziale, che disegnerà comunque l’area verde ma probabilmente a corredo di un nuovo sito archeologico che non potrà che valorizzare l’intero territorio di Ceglie. La nostra è una città che reca impressi i segni di un passato lontano, in particolare in alcune aree urbane, quali Ceglie, l’antica Caeliae, e la città vecchia, dove non a caso i cantieri per le opere pubbliche spesso portano alla luce sepolture come è accaduto sin dall’avvio del cantiere per la realizzazione della fogna bianca in strada Annunziata. Proprio qui, ancora una volta, le maestranze si sono imbattute in nuovi ritrovamenti lungo il percorso dell’infrastruttura ma verosimilmente i lavori potranno riprendere, seppure a rilento in quanto, in questi casi, siamo tenuti a rispettare le prescrizioni di legge per una corretta valutazione da parte dei tecnici della Soprintendenza. Siamo ottimisti perché, una volta superata la piazzetta a ridosso della Muraglia e imboccata strada Annunziata, non dovrebbero esserci nuove sorprese poiché la strada di recente è già stato oggetto di interventi. Nei giorni scorsi sono state rimosse le ultime sepolture”.

Testo e immagini dall'Ufficio Stampa del Comune di Bari.

 


Centuripe vaso policromo falso IBAM CNR

I ricercatori dell'Ibam-Cnr di Catania riscoprono l'autenticità di un vaso di Centuripe

Grazie alla fisica, i ricercatori dell’Ibam Cnr di Catania sono riusciti a stabilire l’autenticità di un vaso policromo di Centuripe, sequestrato dalla Guardia di Finanza nel 1992 e considerato un falso fino a poco tempo fa. La grandiosa scoperta è stata possibile grazie all’utilizzo dell’innovativo scanner LANDIS-X progettato e sviluppato presso i laboratori dell’Ibam in collaborazione con i Laboratori Nazionali del Sud (Lns –Infn) di Catania. Lo strumento ha consentito di identificare in modo del tutto non invasivo ed in situ la paletta dei pigmenti caratterizzanti le figure e di riportare alla luce alcuni dettagli della policromia perduta nella scena ormai sbiadita dipinta sul vaso di Centuripe.

Dett_analisi LANDIS-X_Ibam Cnr_03Lo studio su questi vasi è stato affidato al fisico Paolo Romano e all’archeologo Giacomo Biondi che si occupano di stabilirne l’autenticità poiché, se pur esposti in tutto il mondo, di questi vasi non se ne conosce spesso la provenienza. Ad oggi, di 150 vasi policromi di Centuripe, prodotti tra il 250 e il 100 a.C. nella piccola cittadina della Sicilia centro-orientale, solo di una decina si è riusciti a stabilirne l’autenticità.

Questi vasi sono stati spesso oggetto di falsificazione sia per l’alto valore sul mercato, una pisside nel 2000 fu venduta all’asta per ben 171.000 dollari, sia perché le pitture a tempera dei vasi, col passare del tempo, si sono parzialmente o totalmente cancellate e spesso sono state ridipinte. Celebre è il caso di vasi autentici ridipinti in età moderna che finirono in dono a Mussolini e che ingannarono i più grandi studiosi di archeologia e storia dell’arte dell’epoca.

Coniugando scienza e archeologia i ricercatori catanesi sono stati quindi in grado di stabilire l’autenticità di questo vaso conservato come falso nei magazzini dell’ex Manifattura Tabacchi appartenente all’allora Museo Regionale Interdisciplinare di Catania e oggi Polo regionale di Catania per i siti culturali.

Dett_analisi LANDIS-X_Ibam Cnr_03“Il vaso, oggetto di studio - dichiara l’archeologo dell’Ibam, Giacomo Biondi - originariamente si doveva trovare in un’antica tomba di Centuripe, da dove fu sicuramente razziato da scavatori clandestini, che lo immisero nel circuito illegale del mercato antiquario. Vi è rappresentata la scena del rapimento di una fanciulla (verosimilmente allusiva al rapimento di una giovane vita ad opera della morte), in atteggiamento di disperazione, da parte di un aitante giovane tra due figure femminili, una delle quali accorre verso la figura rapita. La particolarità di questi vasi, risiede proprio nelle raffigurazioni, dei veri e propri ‘quadri’ di oltre due millenni fa che anticipano, in alcuni casi, iconografie della pittura pompeiana”.

Centuripe vaso falso IBAM CNR“Solo pochi esemplari di vasi policromi - continua il fisico dell’Ibam, Paolo Romano - sono stati sottoposti ad analisi chimico-fisiche per accertarne l’autenticità. Su buona parte di tali vasi, sparsi nel mondo, grava il sospetto di falsità totale o parziale al punto che, pur rappresentando un’importante capitolo della pittura ellenistica, non compaiono in importanti opere di sintesi come, ad esempio, la recente Cambridge History of Painting in the Classical World”.

Il vaso può essere considerato ad oggi uno dei pochi esemplari al mondo di provata autenticità e senza ritocchi moderni. Purtroppo, a causa della depredazione della necropoli di Centuripe e l’improbabilità di nuovi scavi archeologici in situ, l’opera analizzata assume un’importanza straordinaria per l’alto valore della scena figurata in questa tipologia di vasi e per la conoscenza diretta di alcune tecniche pittoriche utilizzate durante l’epoca ellenistica, epoca a cui risale la realizzazione di questo vaso.

Dettaglio vaso policromo di Centuripe. Foto Giovanni Fragala CNR IBAM