il tempo che resta Michelle Greco

Il valore del tempo che resta

Incalzante, doloroso, onirico: questi i tre aggettivi con cui Michelle Grillo descrive il proprio romanzo Il tempo che resta, uscito lo scorso febbraio poco prima del lockdown per Alessandro Polidoro Editore, nella collana Perkins, dedicata dalla casa editrice alla narrativa contemporanea. In occasione della riapertura e della ripartenza delle presentazioni letterarie, dopo un’ampia circolazione sui social, il romanzo può finalmente godere delle necessarie presentazioni fisiche.

Infatti, per comprendere ogni sfumatura della storia narrata è quasi indispensabile conoscerne retroscena, genesi e tanti altri dettagli, che l’incontro dello scorso 4 settembre presso il Chiostro di San Domenico Maggiore di Napoli, in occasione della rassegna letteraria “in-Chiostro”, ha portato alla luce. Per l'occasione, anche grazie alla book blogger Federica Scerbo che ha moderato l'incontro, e alla psicologa Benedetta Orlando, con attente domande si sono sviscerate le 148 pagine di narrazione.

tempo che resta
Il tempo che resta, Alessandro Polidoro Editore, 2020. Foto di Francesca Barracca

Il tempo che resta è la storia di Anna, nata e cresciuta nella povertà, che porta cucita addosso una costante sensazione di disagio, nata da una consapevolezza di diversità rispetto ai coetanei e ai nuclei familiari del paesino in cui vive, nonché dal senso di profonda alienazione fisica e psicologica che è costretta a vivere nella sua cosiddetta “famiglia di laggiù”.

È proprio qui che tutto comincia, all’interno della famiglia, luogo di gioia e di orrore. La stessa autrice ricorda le famose parole di Richard Yates a proposito del ruolo imprescindibile della famiglia nella letteratura: “è possibile fare letteratura senza parlare delle famiglie?” Figlia di una madre autoritaria e a tratti tirannica e di un padre troppo remissivo, sorella di Sabrina e Michele, bambino che necessita di “attenzioni speciali”, Anna è profondamente influenzata dalla propria famiglia al punto da adeguare la propria vita a decisioni non sue, come quando, rimasta incinta, viene costretta dalla madre a sposare un uomo che non ama.

La figura materna, infatti, emerge dal testo con prepotenza e l’autrice ci rivela di aver immaginato per lei un passato che non trova spazio ne Il tempo che resta, ma che è facilmente intuibile dagli atteggiamenti che adotta: si tratta di un’orfana cresciuta in convento, vittima di ignoranza, incapace di dare amore perché non ne ha mai ricevuto. Per comprendere il realismo di un simile personaggio, allora, bisogna abbandonare l’idea canonica di una madre affettuosa, premurosa, attenta, per far posto ad una madre dal cuore arido, colei che Anna non vorrebbe mai diventare, ma con la quale, nel corso del romanzo, troverà più affinità di quanto forse sia disposta ad ammettere.

Anna si mostra, quindi, come un personaggio passivo, che non sperimenta una vera e propria evoluzione, ma che si abbandona remissivamente al proprio destino. Soltanto quando lascia entrare un altro uomo nella propria vita assapora un sentimento completamente nuovo e ne è così terrorizzata da pensare che “ci vuole una grande forza per sostenere il peso della felicità”. Risulta singolare, a tal proposito, che non si legga della consueta protagonista come di una donna forte, caparbia, capace di tenere le redini della propria esistenza; piuttosto assistiamo al risvolto negativo di quel senso di inadeguatezza e fragilità che caratterizza molte donne che si trovano nella sua stessa situazione. Quello che Anna ha subito è un vero e proprio trauma, costituito da ricordi che deve ricostruire con l’aiuto della psicologa dell’istituto in cui vive e del lettore stesso che si ritrova, infatti, a seguire le vicende della protagonista attraverso due piani temporali, un presente dal tempo sospeso in cui la percezione del tempo è labile o inesistente e un doloroso passato da indagare ed esplorare.

È nel “tempo”, parola chiave del romanzo, che si scova il suo senso ultimo. Il tempo che resta da vivere ad Anna è quello fermo e immobile dell’istituto in cui consuma le sue giornate tutte uguali, tra visite mediche e rare chiacchiere con le altre ragazze dell’istituto. Contrariamente a questo tempo che non “scorre”, però, la scrittura di Michelle Grillo fluisce rapida, favorendo il piacere di una lettura scorrevole e “incalzante”, come da lei stessa definita, e che regala un finale del tutto inaspettato.

Michelle Grillo. Si ringrazia Alessandro Polidoro Editore per la foto

L’indagine di Michelle Grillo sui sentimenti che almeno una volta nella vita tutti hanno provato non finisce qui e, in chiusura della presentazione, annuncia che continuerà a scrivere di donne, perché nessuno meglio di una donna può descriverne le sensazioni, le percezioni e i disagi. Se qui, dunque, il punto di partenza è la domanda: “Quanto l’inadeguatezza può influenzare un’esistenza?”, la prossima storia nasce dal desiderio di esplorare un sentimento affine: la vergogna.

Il tempo che resta Michelle Greco
La copertina del libro di Michelle Grillo, Il tempo che resta, pubblicato da Alessandro Polidoro Editore (2020) nella collana Perkins

Il libro recensito è stato cortesemente fornito dalla casa editrice.


Qualcuno che forse un tempo amavo

Famiglia, talvolta microcosmo accogliente e fidato, talvolta gabbia dorata in cui covano tradimenti e si annidano inganni insospettabili. Come le fiabe più crudeli, il mito con i suoi graffi riesce a strappare la maschera alle ipocrisie e rivela il nucleo di irriducibile verità che si cela dietro l’apparenza di molte relazioni: così, accanto a memorabili episodi di amore sincero in cui la purezza del sentimento commuove fuor di ogni retorica (emblematico risulta a tal proposito l’intenso saluto di Ettore e Andromaca, un momento di poesia altissima, prima del duello furibondo che sancirà la morte del marito e poi la riduzione in schiavitù della moglie e del figlioletto Astianatte), l’antico ha saputo proporre, senza vani pudori, modelli matrimoniali non altrettanto limpidi.

Spicca in questo senso la vicenda della casa degli Atridi, già contaminata dal miasma della maledizione divina, in virtù di quell’ineluttabile vincolo per cui le colpe dei padri ricadono sui discendenti. È infatti in seno alla famiglia di Atreo – colui che aveva imbandito al fratello le carni dei figli – che si dipana la sanguinosa storia di Agamennone e Clitemnestra, sovrani di Micene, protagonisti di una leggenda che con i suoi accenti feroci e straordinariamente magnetici ha ispirato poesia epica e tragica e continua a solleticare la fantasia dei moderni.

Recentissima è la rilettura a opera dell’irlandese Colm Tóibín: nel romanzo del 2017 La casa dei nomi, pubblicato in Italia l’anno successivo per i tipi di Einaudi, le voci dei personaggi principali si alternano nel progredire del racconto e testimoniano la complessità dell’intreccio dei punti di vista che compongono la realtà, dando forma a una verità che non è mai granitica, anzi riluce nelle sue molteplici sfumature. La Clitemnestra della tradizione, appiattita dal tempo su una spietatezza quasi stucchevole, viene qui risarcita della sua umana fragilità e sin dal memorabile incipit – ‘I have been acquainted with the smell of death’ («Ho dimestichezza con l’odore della morte») – rende i lettori partecipi del suo sentire attraverso i sensi. Volitiva e irriguardosa delle conseguenze dei suoi gesti, è vero, ma solo perché visceralmente segnata da una tragica prigionia nel ventre della terra: dopo essere stata sepolta viva affinché non fosse di ostacolo al sacrificio di Ifigenia (primogenita immolata dal padre Agamennone per placare i venti contrari e propiziare la partenza per Troia), la regina riemerge dal suolo dopo averne assorbito la forza ctonia e uterina. Colm Tóibín la dipinge fiera negli istinti muliebri, ma non ne nasconde i timori e vulnerabilità di madre, e attorno alle sue paure costruisce un castello di incomprensioni e silenzi. Non senza trepidazione la donna si consegnerà al suo amante Egisto, non senza apprensione infliggerà il colpo mortale a suo marito.

Oreste, a cui finalmente l’autore restituisce un’adolescenza, vive il suo personale (e mccarthyano) romanzo di formazione prima in una terra desolata e poi in una casa che un tempo era piena di nomi, quelli degli dèi non più invocati, un’assenza che risuona del suo stesso vuoto. Fedele al modello classico resta, a conti fatti, soltanto Elettra – immobile nel suo dolore di ghiaccio e nell’altera nobiltà di stirpe, frenata dall’equivoco dell’incomunicabilità e attonita di fronte alla piega degli eventi – resa più ardita, forse, dalle carezze notturne che indisturbata regala alla fidanzata del fratello.

L’operazione che con nitore lo scrittore di Dublino porta avanti risulta tanto più comprensibile e significativa se la si legge alla luce della storia recente irlandese; l’amarezza e il senso incolmabile di solitudine che pervade il romanzo suonano quasi come un monito: il malinteso che cova nel guscio di una famiglia può pericolosamente sfociare in lotte intestine, scontri fratricidi. Una tragedia che appare così intima contiene cioè in nuce i simboli di ogni guerra civile; il sacrificio di Ifigenia, stabilito senza alcuno scrupolo da suo padre Agamennone, costituisce il primo atto cruento della vicenda, seguito dall’uccisione di Agamennone da parte di Clitemnestra e poi di quest’ultima per mano di suo figlio Oreste. Si tratta a ben vedere di un ciclo di violenza che non conosce tregua e che evoca amari rimandi ai troubles nordirlandesi e ai fatti della Siria dei nostri giorni.

La domanda aperta che Colm Tóibín sembra porre ai lettori è: avrà fine tutto questo? In che modo sarà possibile interrompere questa successione di delitti efferati, compiuti selvaggiamente all’interno di una comunità di affini? A un altro interrogativo – come ha avuto inizio tutto ciò? – tenta di rispondere un testo memorabile di Marguerite Yourcenar, contenuto nello scrigno di prose liriche Fuochi (scritto nel 1935), edito da Bompiani con la traduzione di Maria Luisa Spaziani. Clitemnestra o del crimine è un monologo in cui la protagonista si rivolge ai Signori della Corte per ripercorrere le origini del suo gesto colpevole, senza mai volerlo banalmente giustificare. In un tribunale novecentesco, la cattiva del mito non ha paura di svelare le ferite inflitte da una relazione sofferta, ridimensiona la portata dell’adulterio («Se qualcuno io ho tradito, si tratta certamente di quel povero Egisto. Avevo bisogno di lui per sapere fino e che punto fosse insostituibile colui che amavo») e si sofferma a ponderare le conseguenze dell’assassinio. Nell’eternità i morti non conoscono riposo e Agamennone non fa che ritornare: la sua ombra è un tormento che non si può sopprimere.

Nella tragedia di Eschilo erano le Erinni, terribili dee della vendetta, a perseguitare Oreste dopo il matricidio con cui aveva vendicato suo padre per volere di Apollo. Scomparso l’orizzonte divino, l’uomo deve farsi carico delle sue inquietudini e della notte atra della civiltà in cui il non-detto è capace di confinarlo. Ormai priva del legame sacro con il trascendente, la famiglia è costretta fare i conti con una distanza che la rende vulnerabile, che ne acuisce le lacerazioni e la espone alla trappola delle menzogne fino a mettere in dubbio la consistenza stessa dei sentimenti («Qualcuno che forse un tempo amavo», dirà l’ombra confusa della Clitemnestra di Tóibín a proposito di suo figlio Oreste). Rileggere il mito significa estrapolarne i simboli e farli reagire con il presente, mettendoci in guardia dalle derive ideologiche che negano la complessità in nome di una tradizione che, a ben vedere, infine, risulta tutt’altro che rassicurante.

famiglia
Edvard Munch, The Kiss (El Beso), olio su tela (1892), foto The Athenaeum, pubblico dominio

Questo articolo è comparso originariamente sulla rivista Midnight


famiglia in scena

Martedì “La famiglia in scena”, tra rappresentazione teatrale e realtà

Presidenza del Consiglio comunale

Martedì “La famiglia in scena”, tra rappresentazione teatrale e realtà

L’iniziativa alle 17 in Sala Alessi in collaborazione con l’Università degli studi di Milano

famiglia in scenaMilano, 1° aprile 2019 - Domani, martedì 2 aprile, alle ore 17 in Sala Alessi a Palazzo Marino il Presidente del Consiglio comunale Lamberto Bertolé, la vice presidente Beatrice Uguccioni e l'assessore alla Cultura Filippo Del Corno parteciperanno all'incontro "La Famiglia in scena", un'iniziativa promossa dalla Presidenza del Consiglio comunale con il Dipartimento di Beni culturali e ambientali, Università degli studi di Milano.

"Un momento di confronto e una prospettiva diversa dalla quale ragionare sull'evoluzione della famiglia - commenta il Presidente del Consiglio comunale Lamberto Bertolé -, in un periodo in cui in molti si interrogano, anche rispolverando concetti antichi, sul ruolo che debba avere nella società".

"Una interessante occasione – aggiunge l'assessore alla Cultura del Comune di Milano, Filippo Del Corno - per parlare di un tema importante attraverso la sua rappresentazione nella storia del teatro e della creatività moderna".

“Milano, 1959. Padiglione d’Arte contemporanea (PAC). Va in scena ‘The family of man’, la mostra curata da Edward Steichen, direttore del dipartimento fotografico del MoMA, che, presentata per la prima volta nel 1955 a New York, dopo un tour in più di 150 musei del mondo, è allestita permanentemente dal 1994 al Castello di Clervaux (Lussemburgo). Lamberto Vitali – dichiara Beatrice Uguccioni, vicepresidente del Consiglio comunale di Milano - coglie con questa sua evocativa immagine che accompagna il nostro convegno (grazie alla concessione del professor Enrico Vitali, erede del Fondo Lamberto Vitali fotografo e del Civico archivio fotografico del Comune di Milano) un momento del giorno dell’inaugurazione milanese. In un gioco di specchi e rimandi ci restituisce gli sguardi di una famiglia di spettatori che guardano alla più grande e unica “famiglia mondiale” che l’esposizione originaria voleva raccontare. Un bellissimo scatto, elegante, sorprendente ed emozionante che narra altresì, 60 anni dopo, l’idea di fondo della nostra iniziativa”.

“Il tema dei rapporti familiari attraversa tutta la storia del teatro, ma diviene elemento centrale di riflessione a partire dalla nascita del dramma borghese, la cui ambientazione tipica è quella del salotto, stanza in cui la famiglia si apre alle relazioni esterne. L’incontro si propone di ripercorrere le declinazioni fondamentali della tematica nella drammaturgia italiana ed europea tra fine Ottocento e mondo contemporaneo, mostrando come il teatro sia lo specchio - al contempo critico e fedele - dell’evoluzione dei rapporti familiari e sociali”, affermano Alberto Bentoglio, Direttore del Dipartimento di Beni culturali e ambientali e docente di Storia del teatro e dello spettacolo e Mariagabriella Cambiaghi, docente di Storia del teatro e dello spettacolo – Università degli studi di Milano.

 

 

Come da Comune di Milano


Correlazione tra cromosoma Y e cognome in Spagna

1 Febbraio 2016
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In molte società, il cognome viene trasmesso per via paterna ai figli, proprio come il cromosoma Y. Questo può dunque suggerire che persone con lo stesso cognome possano avere cromosomi Y legati tra loro. Partendo da questi presupposti, un nuovo studio ha preso in esame dunque gli individui che in Spagna portano lo stesso cognome, per giungere alla conclusione che questi effettivamente sono lontani parenti.
Ne è risultato che sussiste effettivamente una forte relazione tra cognome e cromosoma Y in Spagna, e la maggior parte degli individui che portano un cognome inusuale (meno di 6.000 persone nel Paese) tendono ad avere un cromosoma Y identico o molto simile. All'aumentare della diffusione del cognome, però, il legame tra cognome e cromosoma Y tende ad indebolirsi gradualmente. Coloro che portano un cognome molto comune non rappresentano perciò necessariamente uomini della stessa famiglia.
Nello studio sono stati esaminati 37 cognomi, classificati in cinque gruppi, dai più comuni (oltre 150.000 individui) ai più rari (tra i 100 e i 3.000). La correlazione tra cognome e cromosoma Y non dipende da una base geografica, né dal tipo di cognome (dal nome del padre, da una professione, da un luogo, da un tratto fisico, ecc.), ma solo dalla sua frequenza. In media, i cognomi spagnoli datano circa a 536 anni fa, più in generale possono datare tra 200 e 800 anni (calcolati sulla base del più antico antenato comune).
In passato, ricerche simili sono state effettuate in Gran Bretagna e Irlanda. I risultati ottenuti in Spagna non differiscono di molto da quelli britannici, mentre i cognomi irlandesi sarebbero molto più antichi, con una correlazione per questi ultimi che non dipende solo dalla frequenza.
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Il matrimonio "tradizionale" in Egitto, più moderno di quanto ritenuto

15 Giugno 2015
Secondo Kenneth Cuno, professore associato all'Università dell'Illinois, quando si parla di matrimoni tradizionali non bisognerebbe fermarsi all'esame delle pratiche di cinquanta o cento anni prima, per affermare che nei secoli precedenti queste fossero identiche.
Gli ideali e le pratiche relative a matrimonio e famiglia sarebbero infatti state in perenne evoluzione, e per il Professore questo sarebbe vero anche per il Medio Oriente e in particolare per l'Egitto nel diciannovesimo e all'inizio del ventesimo secolo. In quel periodo ci sarebbe stato un progressivo spostamento dalla poligamia, promosso da "modernisti" e in favore di una maggiore stabilità familiare.
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Un villaggio per far crescere un bambino

9 Maggio 2015
"Ci vuole un villaggio per far crescere un bambino". Secondo un nuovo studio, questa affermazione di Hillary Clinton sarebbe vera da secoli.
Le madri avrebbero cominciato servendosi dell'aiuto dei figli maggiori per la crescita degli altri, per poi ricorrere anche alla cooperazione di altri adulti. Le madri umane solo le uniche a nutrire i figli dopo lo svezzamento e a ricorrere all'aiuto di altri, coinvolgendo figli, nonne e altri parenti, ma non sarebbe stato sempre così. La cooperazione sarebbe infatti aumentata nel tempo, secondo il modello sviluppato dalla ricerca in questione.
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